A Roma un omaggio a Carlo Levi con Michela Zanarella

In occasione dell’imminente spettacolo UN SIPARIO A CANCELLI. Le mille patrie di Carlo Levi testo e regia di Vittorio Pavoncello che sarà al Teatro Elettra di Roma a partire dal 17 ottobre, il 12 ottobre alle ore 18, 30 il Book Store del Palazzo delle Esposizioni ospita la presentazione dei due libri SENZA PIETRE che hanno composto un progetto per Matera 2019 Capitale Europea della Cultura. Interventi di Donatella Orecchia, Roberto Piperno, Michela Zanarella. Oltre al già citato testo spettacolo UN SIPARIO A CANCELLI. Le mille patrie di Carlo Levi andato in scena a Matera all’Auditorium Sant’Anna in maggio a cura del MEIC, sarà presentata la raccolta di poesie SENZA PIETRE che 11 poeti hanno dedicato a Carlo Levi a cura di Michela Zanarella.

Matera è una città che deve molto a Carlo Levi, perché attraverso il suo libro di denuncia e attraverso l’intervento di Adriano Olivetti da lui portato a Matera questa città fu finalmente scoperta e posta all’attenzione della politica e della cultura, mettendo fine a ciò che Alcide De Gasperi definì una “vergogna dell’Italia”. Certo, in questa epoca che guarda solo al presente o ad un futuro senza memoria, ricordare il passato può essere scomodo, ma fu merito dell’opera, di ieri, di Carlo Levi che da “vergogna dell’Italia” Matera è diventata, oggi, capitale della cultura europea del 2019.

Levi dipingeva e scriveva dell’assenza, della mancanza di cui soffriva la gente del meridione e nel suo “Cristo si è fermato a Eboli” ha denunciato la condizione di abbandono e di esclusione dei contadini e dei poveri che vivevano nelle grotte. I libri in questo caso e in particolare “Cristo si è fermato a Eboli” hanno contribuito a fare la cultura e la storia e ci sembra giusto presentare le due pubblicazioni edite da Edizioni Progetto Cultura in un luogo come la libreria Bookstore del Palazzo delle Esposizioni.

Saranno presenti i poeti: Simone Carunchio, Davide Cortese, Flaminia Cruciani, Letizia Leone, Serena Maffia, Marina Marchesiello, Roberto Piperno, Luciana Raggi, Anna Santoliquido, Fabio Strinati, Michela Zanarella.

Brani dallo spettacolo di UN SIPARIO A CANCELLI. Le mille patrie di Carlo Levi saranno interpretati da Oreste Valente

“Andrà tutto bene” di Mirella Delfini, recensione di Vittorio Sartarelli

Recensione di Vittorio Sartarelli

51tQVlss-TL.jpgLeggere Andrà tutto bene (Abel Books, 2013) di Mirella Delfini equivale a fare un tuffo nel passato e, una volta accettata questa condizione psicologica retrospettiva, man mano che si procede, quasi senza accorgercene, il racconto ci prende e ci coinvolge emotivamente. Piuttosto che leggere un libro si ha la sensazione di assistere ad un film la cui trama, semplice e abbastanza scorrevole con un filo di humor che la pervade tutta, finisce col catturare ed appassionare per il dispiegarsi continuo di situazioni e ricordi di avvenimenti particolari che toccano profondamente l’animo.

Quest’ultimo lavoro della scrittrice livornese è il racconto autobiografico della sua vita, abbastanza ampio e distribuito con il garbo e la genialità del suo talento di artista di spessore.

Come giornalista, Delfini ha lavorato con vari quotidiani (Il Giorno, Paese Sera, Repubblica, L’Unità) e altri pregevoli giornali periodici ed è nota anche come la scrittrice che ha inventato la divulgazione scientifica umoristica per via dei libri che ha pubblicato precedentemente raccontando l’Etologia, l’Ecologia e la Bionica in maniera scientificamente ineccepibile ma anche con (elegante) ironia.

In Andrà tutto bene Mirella Delfini conferma le sue doti di scrittrice di rango, la freschezza del suo stile spontaneo e diretto con una autoironia e spregiudicatezza che si confà più con una ventenne piuttosto che con una distinta signora molto matura. Il suo ordito narrativo, oltre alla genialità che lo contraddistingue è bello e piacevole da gustare ed apprezzare sia per la sua pienezza e profondità espressiva, sia per la sua originalità e semplicità di linguaggio che incanta il lettore e nulla concede ad uno sperimentalismo inconcludente di alcuni pseudo scrittori.

In ultima analisi quest’ultima fatica letteraria della Delfini non è soltanto un’autobiografia ma anche, come ha detto Sergio Zavoli, “ Una strada da percorrere per scoprire le meraviglie della natura di luoghi impensati di tutto il Mondo e incontrare personaggi eccezionali come Papa Giovanni XXIII, il Pandit Nehru, Charles De Gaulle, Amintore Fanfani, Enrico Mattei, Pietro Nenni, Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini, Dino Buzzati, Federico Fellini, Indro Montanelli, Alberto Moravia, Peppino Marotta, Vittorio De Sica e molti altri”. Tutti grandi personaggi del 900 che in un modo o nell’altro hanno caratterizzato lo spaccato di un’epoca sicuramente irripetibile che i più vecchi di noi hanno vissuto.

Vittorio Sartarelli

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“La follia del sole” di Elisa Roccazzella, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

download (1)In questo nostro tempo frettoloso e precipite, in cui l’apparire prevale ampiamente su ciò che appare, un libro di poesia come questo di Elisa Roccazzella con la sua fertile lentezza silenzia, nel tempo sospeso della lettura, l’incessante frastuono dell’attualità. La follia del sole (Edizioni Thule, Palermo, 2018) segue a distanza non inoperosa I favi d’Hybla dello stesso editore. Dice infatti Elisa Roccazzella della sua poesia: “Sei andata via…/sì…sei andata via!/ Ma non ti ho perduta,/so che presto tornerai/come sempre sei tornata/-tenera di lauri e mirti-/ sì…ritornerai/ per rendermi la scintilla/di quel fuoco/che divora il mio cuore/ di poeta..(in Vergine o vestale-alla mia musa). Il titolo La follia del sole rimanda al tema sotteso alla raccolta, il sole ora rappresentato come speranza, natura fiorente di primavera ora come follia che acceca di luce e fa deviare verso il male. Il tema è sviluppato in maniera diretta: “sarò sole …folle e abbagliante…”, o indiretta per mancanza: “Piove nel nero delle lunazioni,/nello sgangherato delle imbarcazioni,/ nel tetro dell’onda che tradisce/ che ha solo il peccato di un sogno”. Anima antica e profonda Elisa Roccazzella insegue nel tempo del suo ritmo poetico la mancanza di qualcosa che è “chissà dove” o accaduta “chissà quando”. Il dato soggettivo colto con immediatezza è espresso da una scrittura d’impianto classico e in una discorsività priva d’intermediari e orpelli, diretta a cogliere ogni proprio movimento interiore: “inaugurando scale/ e solfeggi di memorie / folgorata da lampi d’emozioni/ dove precipito per presto risalire, /in un angolo del cuore/entrerò dentro le parole ( in Dentro le parole) e ancora  le tue parole/- come raggi dorati-/pioveranno all’ombra della mia passione ( Bella più che mai –alla poesia)”. L’inquietudine della vita s’acquieta in una trama musicale che ricorda la lieve risacca del mare calmo su una spiaggia di piccoli ciottoli, frusciante e sapida di incanto e mistero, ansiosa di autentico. La follia del sole  dialoga con I favi d’Hybla per il senso vivo e panico della natura, osservata con occhio commosso o affiorante  da tempi passati, per il  mito che sostanzia la Sicilia, per la fede e  gli affetti personali: “in questa mia terra/-dove grande al sole predica l’ulivo-/ e primitivo azzurro/a grazia di mandorli e ginestre/ sfuma paradisi in leggerezza d’acquerello,/ io scommetto sogni/ e cesello…madrigali/ alla ruota dei giorni/ cigolanti di memorie/ come i carretti del passato” (in In questa mia terra). Ma se ne distingue per uno sguardo più limpido e ampio che abbraccia tutta la vita come nel conclusivo poemetto Il seme della memoria.

GABRIELLA MAGGIO

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

“Geometrie del sangue” di Giancarlo Piciarelli, prefazione di Vittorio Sartarelli

Prefazione di Vittorio Sartarelli

tmp0ehfan001.jpgHo sempre considerato leggere un buon libro un godimento dello spirito e un appagamento per l’intelletto e, leggere nella circostanza Geometria del sangue (ilmiolbro.it, 2013), un thriller di Giancarlo Piciarelli, oltre che confermare la validità del mio assunto, conferisce al lettore, un coinvolgimento diretto, ma anche un senso di appagamento e di riposante serenità.

La sua prosa piacevole, schietta e priva di fronzoli rappresenta mirabilmente il suo contenuto narrativo dando la sensazione al lettore di vedere, con la mente e, quasi, partecipare agli eventi che si susseguono con crescente interesse e con il desiderio di giungere presto alla loro conclusione.

L’autore con questa sua ultima “fatica” letteraria, conclude una trilogia di racconti dedicata alle imprese investigative del commissario di Polizia Leo Blasi. I primi due libri già pubblicati e a lui dedicati sono stati: Come Quando Fuori Piove e I Figli della Vedova che ho avuto il piacere di recensire e che hanno avuto molto successo.

Blasi è una sorta di omologo del più famoso, per ora, “Commissario Montalbano” che, calandosi abilmente nella interpretazione di se stesso si trova, alle soglie del suo collocamento in quiescenza, ad affrontare e risolvere ancora una volta una serie ingarbugliata di omicidi efferati compiuti dal serial killer del momento, raggiungendo l’apoteosi delle sue capacità investigative e del suo intuito di vecchio poliziotto.

Lo scrittore Piciarelli, “romano de Roma” verace, ha ambientato la vicenda nella sua Roma di oggi per l’attualità della narrazione, riuscendo a coinvolgere nella vicenda, seppur marginalmente, anche il Vaticano ed il recente Conclave.

Ma, la singolarità e l’interesse che suscita questo libro è dato dal fatto che l’autore, con il suo talento, la sua capacità espressiva e le sua ampia cultura, oltre a concepire con maestria un impianto narrativo perfetto da giallo-noir, mette a disposizione del lettore una serie di riflessioni e considerazioni molto pertinenti su problemi sociali, attuali e universali, come il costume, la psicologia della persona, la famiglia, l’amore e la sessualità, la morale, la psiche umana e le sue deviazioni patologiche, la Giustizia, coinvolgendo anche il Clero, le Istituzioni e i suoi rappresentanti.

In altre parole un caleidoscopio di figure, immagini e realtà che, a trecento sessanta gradi, interessano la pubblica opinione, l’etica e la vita della gente. E, da parte di un romano autentico, che ama la propria città, non potevano mancare, intercalandole nella narrazione di tanto in tanto, quasi ad intermezzo, le espressioni idiomatiche del vernacolo romanesco e le appassionate descrizioni di questa splendida e inimitabile città eterna con le sue vie, le sue piazze, i suoi palazzi e le passeggiate lungo Tevere che sollecitano ricordi, meditazioni e riflessioni.

Ed infine, l’attenzione dedicata da Blasi al cibo romano, unico per il suo gusto e le sue tradizioni, la stessa dell’autore, si fonde, molto gradevolmente, con la soddisfazione di avere letto sì, un giallo classico, ma poliedrico nella sua originale concezione narrativa. Tornando poi al piacere della tavola, mi piace chiudere questa mia dissertazione con una metafora gastronomica: Leggere questo libro di Piciarelli equivale a gustare un piatto unico e sopraffino preparato da uno Chef di prim’ordine che lascia in bocca l’ottimo sapore di una pietanza eccellente.

VITTORIO SARTARELLI

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

IV Concorso Letterario “La pelle non dimentica” contro la violenza di genere: come partecipare

IV CONCORSO LETTERARIO

“LA PELLE NON DIMENTICA”

ORGANIZZATO DA LE MEZZELANE CASA EDITRICE

IN COLLABORAZIONE CON ASS. CULTURALE EUTERPE DI JESI (AN)

E ASS. ARTEMISIA DI FIRENZE

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BANDO DI PARTECIPAZIONE

Art. 1 – PROMOTORI – Le Mezzelane Casa Editrice in collaborazione con l’associazione Artemisia di Firenze e l’associazione culturale Euterpe di Jesi indicono il IV concorso “La pelle non dimentica” per sensibilizzare la popolazione verso un problema che affligge i nostri giorni: la violenza sulle donne, lo stupro e il femminicidio.

Art. 2 – PARTECIPANTI – Il concorso è aperto a tutti i soggetti che abbiano compiuto i 18 anni d’età

Art. 3 – QUOTA D’ISCRIZIONE – La partecipazione al concorso è gratuita.

Art. 4 – ELABORATI – I partecipanti potranno presentare un elaborato di loro produzione, scritto in lingua italiana e rigorosamente inedito, seguendo le regole delle categorie contenute nell’articolo 4 bis.

Art. 4 bis – CATEGORIE – Gli elaborati, che avranno come argomento principale la violenza sulle donne, potranno essere basati sia su una storia vera sia inventata; potranno anche essere presentati elaborati a tema libero.

A) Poesie inedite a tema libero: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

B) Poesie inedite a tema violenza di genere: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

C) Racconto a tema libero inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

D) Racconto a tema violenza di genere inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

E) Silloge poetica inedita: la silloge dovrà essere inedita, scritta con carattere Times New Roman corpo 12

F) Silloge poetica edita: la silloge dovrà essere inviata in formato pdf, completa di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria

G) Romanzo inedito a tema violenza di genere: la lunghezza del romanzo dovrà essere compreso tra le 150.000 e le 200.000 battute compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

H) Romanzo edito a tema violenza di genere: il romanzo dovrà essere inviato in formato pdf. completo di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria

I) Fotografia a tema violenza di genere: l’immagine in alta risoluzione dovrà essere inviata in formato jpg e pdf (no immagini di nudo)

L) Corto: il video dovrà essere inviato in formato AVI, durata massima 18 minuti

Art. 5 – MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE – Il testi delle sezioni A/B/C/D/E/G dell’articolo 4/bis dovranno essere prodotti in forma anonima su file word in formato *.doc o *.docx o odt. Ogni partecipante potrà inviare un elaborato per una o più categorie tra quelle proposte dagli organizzatori. Ogni partecipante dovrà attenersi alle specifiche richieste, ovvero la lunghezza del racconto, il numero e la lunghezza delle poesie, il formato richiesto. Nel file non dovrà esser scritto alcun nome. Nella mail dovrà essere allegata la liberatoria compilata (che trovate https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria) con i propri dati, messa a disposizione in formato scaricabile dall’organizzatore. Tutti gli altri elaborati dovranno essere prodotti seguendo le indicazioni date in ogni categoria. Gli elaborati pervenuti in maniera diversa da quello indicato verranno immediatamente scartati.

Art. 6 – SCADENZA – L’elaborato dovrà essere spedito tramite mail al seguente indirizzo: concorsi@concorsi.lemezzelane.eu entro e non oltre le ore 23.59 del giorno 31 dicembre 2019. I testi pervenuti successivamente non verranno presi in considerazione. In oggetto dovrà essere specificato “concorso La pelle non dimentica” e la sezione alla quale si partecipa.

Art. 7 – VALUTAZIONE – Tutti i lavori (tranne le sillogi e i romanzi editi) saranno inviati in forma anonima a una giuria designata dagli organizzatori. La giuria determinerà una classifica basandosi sulla propria sensibilità artistica e umana, in considerazione della qualità dello scritto, dei valori dei contenuti, della forma espositiva, delle emozioni suscitate, delle immagini e delle riprese video. Il giudizio della giuria sarà inappellabile ed insindacabile. I vincitori saranno informati secondo le modalità indicate da ciascun partecipante nel modulo di partecipazione.

Art. 8 – PREMIAZIONE – I primi venti delle sezioni A/B/C/D verranno inseriti in una antologia a cura di Le Mezzelane casa editrice. I primi tre autori di ogni sezione verranno premiati con una proposta editoriale della casa editrice Le Mezzelane, con un diploma con la menzione della giuria, con una copia dell’antologia e altri premi messi in palio a cura dell’organizzatore. La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avranno luogo nel mese di marzo 2020 in una località della riviera adriatica che indicheremo prima della scadenza del concorso.

Art. 9 – DIRITTI D’AUTORE – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. Il volume sarà pubblicato in cartaceo e sarà edito da Le Mezzelane Casa Editrice. I diritti rimarranno comunque degli autori, che potranno, quindi, far uso dei propri elaborati come vogliono.

Art. 10 – PUBBLICITÀ – Il concorso e il suo esito saranno opportunamente pubblicizzati attraverso le pagine dedicate al concorso, sul sito dell’editore e sul sito delle associazioni.

Art. 11 – ALTRE NORME – La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario.

 

INFO:

http://www.lemezzelane.eu

concorsi@concorsi.lemezzelane.eu 

“Da un altro mondo” di Evelina Santangelo. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio 

'.jpgDa un altro mondo di Evelina Santangelo (Einaudi) è un romanzo denso di pietà umana e tensione civile, ambientato nel 2020. Questa datazione ha la funzione di conferire ai fatti narrati il carattere di una minaccia incombente, come chiarisce l’autrice in un’intervista su Letteratitudine. La dedica “a chi non è arrabbiato”, individua lettori non accecati dalla passione, dalla rabbia e perciò atti a comprendere l’altro mondo, distante dal loro, ma costituito da un’umanità inconsapevole e dolente. Il romanzo non ha una trama unica, ma un’articolazione di trame che si svolgono a Bruxelles e a Palermo, con una appendice nella Pianura Padana emiliana. A Bruxelles Karolina, disperata per l’assenza del figlio, probabilmente affiliatosi al terrorismo islamico, lo cerca incessantemente ma invano. Per caso in un hard discount incontra Khaled un ragazzo siriano e commossa dal vederlo così sperso gli compra degli oggetti, tra cui un trolley rosso. Khaled approfitta della generosità della donna per fare le provviste necessarie ad affrontare il viaggio da nord a sud fino al mare, l’inverso di quello compiuto qualche tempo prima. A Palermo intanto avvengono in una scuola fatti misteriosi, improvvisi aumenti e diminuzioni di alunni, che inquietano la maestra Giovanna e il maresciallo Vitale, combattuto tra l’osservanza della legge e la voce della coscienza. Intanto le forze dell’ordine indagano su un  ragazzo con un trolley rosso, accusato di avere aggredito un camionista in una piazzuola d’autostrada, e sugli episodi allarmanti di Palermo. Le notizie, diverse dai fatti già noti al lettore informato dal narratore onnisciente, rimbalzano, sempre più gonfie di minacce, in televisione e sui giornali prima, poi sui social vicini alla politica, che ha eletto a suo tema peculiare la “sicurezza della gente per bene”, suscitando e orchestrando la paura nei confronti degli immigrati. L’eco dilaga nella Pianura Padana emiliana, “quell’invasione di clandestini stava compromettendo la vita della gente”, giunge fino al solitario e burbero Orso e agli altri anziani avventori di un bar convincendoli del pericolo. Le notizie sempre più inquietanti strombazzate dai media accendono gli animi dei ragazzotti violenti e sfaccendati, capeggiati da Rambo 2, che si lasciano trascinare fino a incendiare il vicino accampamento Rom. Ma la vita sorprende Orso, come gli altri personaggi, e senza che se ne accorga si ritrova in casa un bambino immigrato a cui con sempre minore riluttanza dà cibo e cure, esponendosi alla violenta vendetta di Rambo 2. Quando si riprende dalle botte e non trova più il bambino dice al fido Lupo: Andiamo a cercarlo. Con questa battuta che fa presagire un qualche scenario futuro, e una tenue speranza di umanità ritrovata, si chiude il romanzo. La società contemporanea appare nel racconto fluida e incompiuta; nessun personaggio ne coglie il senso complessivo. Tutti sono inseriti in una trama fitta di relazioni, osservate dalla scrittrice con sguardo preciso ma radente, per scelta privo di scavi psicologici e di profondità di sfondo. Soltanto le date, i luoghi, le circostanze sono dichiarati con zelo. Ne risulta una prospettiva plurale e caotica dove ogni personaggio cerca invano di affermare le sue ragioni. La scrittura scorre con naturalezza in una lingua limpida e vivace.  Soltanto Orso usa il dialetto padano nelle imprecazioni. L’effetto complessivo è quello del rispecchiamento dell’oggi non soltanto italiano, ma europeo, realizzato mescolando la concretezza alle cose quotidiane con elementi fantastici a volte surreali. Da un altro mondo interroga la nostra coscienza, ci carica di responsabilità di fronte ai  grandi temi attuali , per questo è un libro civile.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Esce il romanzo postumo di Julio Monteiro-Martins, “L’ultima pelle” (Lebeg)

Si dà pubblicazione della comunicazione della sig.ra Alessandra Pescaglini, inoltrata ad amicizie condivise a mezzo mail, dell’uscita di un nuovo libro – postumo – del poeta, scrittore e saggista italo-brasiliano Julio Monteiro Martins, indimenticabile direttore della rivista “Sagarana”:

 

Cari amici di Julio,

che in un modo o nell’altro avete fatto parte della sua vita e quindi anche della mia, vi scrivo perché sono sicura di farvi felici con la notizia della pubblicazione di un altro suo libro: L’ ultima pelle, che siamo riusciti a partorire grazie alla dedizione, alla sinergia e all’amore di moltissimi uomini e donne che continuano a far sì che l’opera letteraria di Julio sopravviva nonostante la sua mancanza.

Si tratta di un libro autobiografico scritto originariamente in portoghese, ancora inedito, e poi tradotto in italiano, la storia di come inevitabilmente si cambi dopo una perdita definitiva, di come a fatica si debba riscrivere il proprio personaggio e di come si debba imparare ad amarlo questo personaggio, perché è la nostra pelle, forse l’ultima pelle.

Per chi volesse matar a saudade di Julio il libro può essere acquistato in prenotazione su amazon, ordinato in libreria oppure nel modo più veloce ed economico attraverso il link della casa editrice che incollo qua sotto:

http://www.lebeg.it/index.php?route=product/product&product_id=73

Vi saluto certa che la bonaria faccia di quell’uomo mite e intelligente avrà fatto capolino tra i vostri pensieri e vi avrà fatto ricordare qualcosa, magari una frase, una riflessione o un’emozione.

Con simpatia

Alessandra

 

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DESCRIZIONE DELL’OPERA

In questo romanzo Julio Monteiro Martins racconta da scrittore la perdita di una persona cara e il bisogno di cambiare pelle per andare avanti con la propria vita. La sua narrativa nasce quindi da questo dolore infinito, inimmaginabile e impossibile da eludere. L’unica via d’uscita è incorporarlo affinché ne nasca un nuovo essere, non più forte o più debole del precedente, ma necessariamente diverso. È questo il tema della prima parte dell’opera, ma molto altro succederà al protagonista nel tentativo di andare avanti contenendo la malinconia e la depressione che tolgono alla vita qualunque senso. Una fidanzata che pretende di sposarsi, una vecchia passione per la militanza ambientalista che si riaccende e il fallimento della propria casa editrice. Il tutto condizionato dal destino del Paese in cui viveva allora e dove era cresciuto: il Brasile. Julio Monteiro Martins, che affrontò le enormi difficoltà della fase peggiore della dittatura, che fu obbligato a emigrare e a reinventarsi per non tradire la propria vocazione, si distingue come uno dei più notevoli talenti del panorama contemporaneo per ciò che è riuscito a creare con l’evocazione della sua letteratura.

Nei Duclós

Descrizione del libro tratta dal sito della casa editrice Lebeg di Roma

“Abraham B. Yehoshua: tutti i nomi del tunnel”. Recensione a “Il tunnel” – di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini                

Zvi Luria, stimato dirigente in pensione dei Percorsi d’Israele (denominazione meno tetra e quasi turistica del “Dipartimento Israeliano dei Lavori Pubblici”), esemplare per buon senso, professionalità, rigore nel lavoro, pazienza e generosità nei rapporti con una famiglia amatissima, inizia a perdere le informazioni essenziali, che “vagano nella sua mente come un pesciolino nero” incapaci di trovare un’uscita, il cellulare nel deserto del Negev (“annusato da una volpe nostalgica con i denti aguzzi”), il controllo di un SUV, la strada di casa e, improvvisamente smarrito/impaurito, quella di un’esistenza sino a quel momento appagante. A proiettare l’immagine della moglie Dina (64 anni, pediatra, premurosa e decisa, 48 anni di matrimonio fatto di “attesa fiduciosa e vicendevole”) in donne più giovani che, inquietanti, fascinosi sosia, a loro volta si moltiplicano/dissolvono in fantasmi femminili del passato e del presente, a parlare con la suadente voce femminile del navigatore (accento coreano o giapponese),[1] confondere Mosé con Giosué – grave, anche per un ebreo non ortodosso – e a sbagliare: il nipote da prendere all’uscita dell’asilo, gli acquisti del supermercato, il codice dell’antifurto (e come si accendono i fari?), la stanza dell’amico all’ospedale, le porte (la Giulietta di Gounod bisogna ascoltarla seduti in platea, non finire dietro le quinte per metterla in guardia dall’errore fatale) ma, in particolare, i nomi. Fagocitati dall’atrofia del lobo frontale destro diagnosticatagli, si volatizzano prima dei cognomi e pure pretendono di essere pronunciati, “truffaldini si camuffano”, perentoriamente vengono richiesti, magari da tenaci ex-amanti rancorose, e finiscono scritti sul palmo della mano, come accade al nonno di Oskar in Molto forte, incredibilmente vicino.

download.pngPerché l’ultimo romanzo di A. Yehoshua Il tunnel (Einaudi, 2018), fra i suoi meno “politici”, è anche un romanzo “dei” e “sui” nomi: quelli angosciosamente dimenticati, quelli emblematici dei personaggi – Hanadi fiore viola/spada, Shibolet spiga/vortice, il fiabesco Aladin, Assael “fatto da Dio” e Zvi…cervo – soprattutto quello che tutti tentano di sostituire eufemisticamente con i più rassicuranti “disorientamento”, “smarrimento”, “stato confusionale”: demenza senile progressiva. Non mancano, certo, i temi cari allo scrittore: il tunnel – che, come forma di terapia contro la degenerazione neuronale, l’ex-ingegnere esperto in svincoli e cavalcavia spinto dalla moglie progetterà, aiutando il figlio di un vecchio collega – lo proietta nel vivo dei complessi, delicati rapporti israelo-palestinesi, a contatto con la realtà di onlus non sempre ineccepibili che fanno curare i secondi negli ospedali dei primi, mentre Israele, scossa dalla corruzione dei suoi vertici, sempre meno esporta nei paesi in via di sviluppo tecnologia civile e competenze in campo agricolo, idrico, logistico (come nei lontani anni ’60) e sempre più sofisticata tecnologia militare, con buona pace dei Nabatei “adoratori del sole” e degli arabi di Palestina…”ebrei che hanno dimenticato di esserlo” secondo Ben Gurion, più volte (e non a caso) citato insieme al Presidente israeliano che del protagonista ha il cognome, Ben Zvi.

Certo, ben altro che una galleria, sembra suggerirci l’autore, deve essere scavata per aprire finalmente la strada ad una convivenza apertamente condivisa, civile, solidale e duratura fra i due popoli. Stavolta, tuttavia, ci paiono altri i nuclei ispiratori dell’intreccio: l’avanzare inesorabile degli anni, la prospettiva incombente della morte (e quale sia preferibile), l’amore coniugale senile – fatto di sguardi, reciproche ansie, delicate attenzioni, dedizione, sessualità che riscopre il candore e l’impaccio della giovinezza – soprattutto, nell’incedere di una strisciante invalidità che lo scrittore ha declinato letterariamente in tutte le sue valenze (come Oz, con eguale maestria, il tradimento in Giuda), la necessità e il desiderio, delicato e struggente, di aprirsi alle ragioni del prossimo per sentirsi vivi e “attaccarsi alla vita”.[2] Allora anche il tunnel della demenza, ritrovato uno spiraglio di luce, può trasformarsi in risorsa capace di intercettare la realtà e divenire intuizione, libertà, immaginazione, capacità di commuoversi e amare con ancor maggiore tenerezza e sensibilità, fiduciosa speranza: magari in un futuro di pace, se è vero che l’israeliano Zvi Luria ricorda, alla fine, solo i nomi…arabi.

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Abraham B. Yehoshua, autore del romanzo “Il tunnel”. Foto tratta da: https://www.estense.com/?p=701585

Lo stile, come sempre nelle opere di Yehoshua (non mancano, ne Il tunnel, richiami a La comparsa, l’arpa del concerto di Debussy, e a La scena perduta, Ayàla frequenta un corso di cinematografia) merita particolare attenzione. La sua miracolosa naturalezza viene arricchita da improvvise aperture liriche[3] e il ricorso al solo tempo presente nella narrazione – con punto di vista esterno onnisciente abilmente alternato a quello interno del protagonista, spesso in indiretto libero – da un lato rende efficacemente il progressivo senso di precarietà con cui questi vive e “vede” le vicende, dall’altro volutamente non consente al lettore di essere immediatamente informato sugli esiti “letterari” della sua deriva mentale, i cui particolari vengono rivelati successivamente da altri personaggi. Un solo esempio: che Luria si fosse addirittura truccato dopo essere finito nel retropalco durante il Giulietta e Romeo di Gounod lo sappiamo, nel corso della visita neurologica di poco successiva, dal figlio Yoav, che si attira fra l’altro le ire della madre per aver sottoposto il padre ad una “inutile umiliazione”. Il caleidoscopico alternarsi e dissolversi delle ottiche narrative (che qui consente di tradurre efficacemente, sul piano formale, la lenta ma inarrestabile evoluzione della patologia) è, del resto, una caratteristica dello scrittore. Basterà ricordare, ne L’amante, la sorprendente resa dei balbettii di un’anziana che esce dal coma o il “colloquio straniato” dell’israeliana Dafi e dell’arabo Na’im – in cui la medesima situazione viene descritta dalle differenti prospettive dei due ragazzi per sottolineare, genialmente, l’incomprensione storica delle rispettive etnie – e, nel Signor Mani, il “dialogo ad una voce” nel quale non compaiono le domande/risposte di uno degli interlocutori, intuibili solo dalle battute dell’altro. Per concludere, il finale è stato ritenuto debole e poco riuscito: probabilmente era l’unico possibile (benedetto Calvino!) ed evidentemente lasciamo a chi legge il piacere di scoprirlo. Ha a che fare con i nomi, comunque…

MARCO CAMERINI

 

[1] Situazione narrativa, ricordiamolo, sviluppata brillantemente nei suoi risvolti umoristici e tragici da J.Coe ne I terribili segreti di Maxwell Sim.

[2] “Io le dico, caro signore, che ho bisogno d’attaccarmi alla vita altrui…perché ce lo sentiamo tutti qua il gusto della vita che non si soddisfa mai” (L.PIRANDELLO, da L’uomo dal fiore in bocca).

[3] “La luna, incalzata da uno sciame di stelle, finisce il suo turno, un sms inascoltato svolazza nello spazio, un camion ringhia sicuro e brutale mentre il sole pulsa e lascia il mondo scortato da una pioggerella sottile nell’autunno titubante” (passim dal testo).

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

E’ uscito “La nuova favola di Amore e Psiche” di Liliana Manetti

Cop_La nuova favola di Amore e Psiche-page-001.jpgIl 13 dicembre 2018 verrà pubblicata la nuova fatica letteraria della poetessa e scrittrice romana Liliana Manetti, il romanzo “La nuova favola di Amore e Psiche” per i tipi delle Edizioni L’Erudita, marchio indipendente della Giulio Perrone editore.

La storia contenuta nel romanzo ha a che vedere con un legame d’amore tra due ragazzi giapponesi dei nostri giorni attratti e destabilizzati da un sentimento totalizzante, proiettato alla ricerca convinta di un “lieto fine”.  Un mix tra arte e narrativa, dove la protagonista, oltre a essere la giovane Kiyomi, è la statua di ‘Amore e Psiche’ di Canova e la favola omonima di Apuleio.

L’opera sarà presentata al pubblico il prossimo 15 dicembre. L’evento si terrà presso il noto locale della Capitale, il Polmone Pulsante (Salita del Grillo n°21) alle ore 18.30.   L’incontro sarà moderato dal giornalista Vittorio Lussana, direttore del sito di approfondimento politico “Laici.it” e della rivista mensile “Periodico italiano magazine”,  dalla poetessa e giornalista Michela Zanarella e dal giornalista e attore Giuseppe Lorin.

Durante l’evento si esibirà in una performance l’attrice Chiara Pavoni.

Al termine dell’evento ci sarà un buffet libero per tutti i presenti.

 

L’autrice

Liliana Manetti (Roma,1980) è laureata in Filosofia. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie: “L’ultima romantica”, “Il fiore di loto. Storia di una rinascita”, “La mia Arpa”; ha partecipato con alcune sue liriche a numerose antologie poetiche. Il suo ultimo romanzo, “Shabnam. Ladonna che venne da lontano” (con prefazione di Lorenzo Spurio) ha ispirato anche un monologo teatrale. Attualmente lavora come redattrice nel programma radiofonico “Live Social”, su “Radio Roma Capitale”, e come redattrice nei periodici mensili on-line “Periodico Italiano Magazine” e “Laici.it”. 

Recensione di “Cetti Curfino” di Massimo Maugeri a cura di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

Andrea Coriano, protagonista del romanzo, è un trentenne giornalista free-lance che stenta ad  affermarsi perché ancora non ha trovato la storia da raccontare. Intanto vivacchia in casa della zia Miriam che l’ha amorevolmente accolto sin dalla nascita, assumendo il ruolo della  madre morta di parto. La  sua vita  scorre  monotona, scandita dalle modalità di gestione della casa amorevolmente imposte dalla zia, che, sebbene accettate, lo avviliscono, finché non s’imbatte nella storia a lungo cercata, quella di Cetti Curfino, rea confessa di un grave delitto, adesso in carcere.

La storia ha avuto  una immediata eco mediatica, ma poi è stata dimenticata. Andrea decide di incontrare la donna in carcere, di parlare con lei per portare alla luce quello che ancora non è stato rivelato, l’elemento di mistero, l’enigma  che si nasconde dietro al crimine.

download.jpgDal primo incontro Andrea resta affascinato non soltanto dalla bellezza sfolgorante della quarantenne, ma dall’incanto ferale che emana. Cetti potrebbe essere una donna fatale, ma le manca la consapevole perversione del ruolo, perché, al contrario, lei cerca di sminuire e occultare la sua bellezza, di cui conosce il pericolo. Ha fatto esperienza  di quanto sia difficile mantenersi salda su onesti  principi. Cetti, facciamo le cose regolari, Cetti, che chi non le  fa poi la piglia in quel posto, le diceva sempre il marito prima che morisse. Ma non è facile per Andrea portare avanti il progetto del libro anche se condiviso da Cetti, perché La donna è il negro del mondo….è la schiava degli schiavi dice J. Lennon in Woman is the Nigger of the world, canzone  citata nell’esergo del libro e  indicata dall’autore come colonna sonora del romanzo.

La narrazione scorre fluida lungo i trentasette capitoli che alternano la  lingua italiana di Andrea e zia Miriam e altri personaggi al dialetto siciliano, che aspira a un’italianizzazione precaria e scorretta, usato da Cetti nel  suo inconsapevole percorso di autoanalisi nelle lettere scritte al  commissario Ramotta per racconta tutta la sua storia. Cetti si fa scudo delle sue esperienze per migliorarsi, per uscire  al più presto dal carcere, attuando una condotta irreprensibile, per imparare ad esprimersi correttamente con la speranza di riabbracciare il figlio e costruirsi una vita migliore. In questa sua scelta è autentica e determinata.

La storia di Cetti, che come s’intuisce da un solo indizio è ambientata a Catania, viene contestualizzata in temi di forte attualità, quali la condizione femminile, la situazione carceraria, la difficoltà dei giovani a trovare una condizione economica adeguata, la delinquenza, il lavoro in nero. La lotta della donna per trovare uno spazio vitale in una società maschilista appare ancora lontana dal successo, ma è guardata con interesse dallo scrittore che con chiarezza esprime il suo sostegno.

La storia di Cetti  ha già attratto Maugeri che l’ha raccontata in “Ratpus”, pubblicato nella raccolta Viaggio all’alba del millennio edita da Perdisa; ma la ripresa in forma di romanzo matura quando il regista Manuel Giliberti traspone il testo in un monologo interpretato da Carmelinda Gentile. Si può cogliere un una linea di continuità del romanzo Cetti Curfino con la precedente prova narrativa di Maugeri Trinacria Park, edita da e/o nel 2013 nella tema siciliano, lì affrontato in maniera esplicita dal punto di vista dell’immobilismo dell’isola: E vui, biddizza mia, durmiti ancora, canzone siciliana che fa da colonna sonora alla narrazione; mentre in Cetti Curfino la Sicilia appare in maniera più sfumata, non soltanto per la focalizzazione su un  personaggio, ma per una volontà di dare alla storia un significato più ampio in cui ogni lettore può riconoscersi.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autrice della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Morte a Milano – Ernest” di Antonio G. D’Errico – Prefazione di Michela Zanarella

Prefazione di MICHELA ZANARELLA

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Lo sviluppo del genere noir è fluttuante, così come si evidenzia nel romanzo di Antonio G. D’Errico, e ancora oggi per i suoi scenari cupi e pessimisti ha i suoi adepti. Il noir tratta la realtà senza tante illusioni di salvezza o miglioramento, dove il male si è impossessato di insospettabili uomini. Le ambiguità delle situazioni sociali suggeriscono il ricorso alla psicoanalisi. Questi complessi fattori rappresentano, in nuce, il lato oscuro del comportamento umano. L’universo del noir è rappresentato per lo più da uomini soli che vagano spinti da motivazioni sconosciute, che risiedono nel profondo del loro passato abusato e travagliato. Sono personaggi spesso rudi, malinconici, che percorrono itinerari cittadini, dove non c’è possibilità di salvezza in una società ostile e internamente malata. Antonio G. D’Errico è uno scrittore di talento che sa muoversi bene in più generi letterari. ‘Ernest. Morte a Milano’ è un noir di qualità, scritto con un linguaggio moderno, avvincente, dallo stile originale e interessante. La trama parte dalla traduzione di un manoscritto di Monnais, già edito in Francia, che l’editore italiano vorrebbe far conoscere ai suoi lettori. Il romanzo si apre sul dialogo tra lui ed un suo collaboratore, al quale chiede con insistenza a che punto sia la traduzione del libro. Il traduttore, preso dalla rabbia e dall’inquietudine per quel comando a sbrigarsi nel lavoro, presenta il protagonista della storia di Monnais: Ernest, un giovane rimasto orfano della madre, mandato dal padre a vivere con gli zii. Qui non voglio svelare alcun altro passo ai lettori. Pagina dopo pagina ci si accorgerà comunque dei disagi psicologici esistenziali, tra cui realtà o fantasie erotiche subite per troppo tempo taciute, sdoppiamenti, riflessi.  Il traduttore, andando avanti nel suo lavoro, presuppone che Monnais cerchi di alleggerire il peso della vergogna, assegnandone una parte a un altro personaggio, la zia, colpevole di un lungo silenzio. Si interroga sulle soluzioni narrative dell’autore francese. Domande e risposte saranno opera dei lettori di questo avvincente noir. Su tutto dominano i bagliori di ombre oscure di Henry James in ‘Ritratto di signora”. Sembra quasi che le esistenze dei personaggi confluiscano in un unicum narrativo dove D’Errico ha la chiave della soluzione. L’autore è abile nel proporre il mistero, suscitando curiosità. Crimini, avvicendamenti, omissioni, omicidi, da chi sono compiuti? In un alternarsi di identità, tra realtà e mistero, si snoda tutta la vicenda che rende particolarmente intrigante il libro di Antonio G. D’Errico, ambientato nella nordica città scaligera. L’autore è riuscito a costruire un noir che ha tutte le caratteristiche tipiche del genere: esiste un assassino, c’è un’indagine, gli indizi e le ipotesi sembrano casuali, ma non è così, nasce una sfida per scoprire il perché, si va alla ricerca di una verità tra vendette e rancori. Si susseguono emozioni e sentimenti contrastanti. Si racconta di violenza, abusi, amore, abbandoni, possessione, nostalgia, gelosia, disagi psicologici e follia: le molteplici fragilità umane. Con un’analisi quanto mai lucida e attenta della società, D’Errico ci proietta in una dimensione in cui finzione e realtà si intersecano e si sovrappongono in un interscambio emotivo: si entra in un labirinto di pensieri e ci si trova a dover scostare il buio, a farlo affiorare per poi poterlo affrontare. La scrittura è matura, consapevole, molto visiva e cinematografica, non ci sono mai tentennamenti narrativi o eccessive forzature e pesantezze linguistiche. Tutto scorre fluido, mentre la suspence cresce scena dopo scena. Si delinea il ritratto di un uomo smarrito e svuotato della sua identità, che non si fida di nessuno, nemmeno di se stesso. Il protagonista incarna l’uomo di oggi senza certezze, vive nel dubbio, crede di saper amare e si aggrappa alla sete di vendetta, pensando che sia l’unica soluzione per risollevare le sorti dell’umanità. Sulla scia di Raymond Chandler, altro maestro moderno del noir, ci troviamo in questo romanzo a scandagliare la psiche, ad affrontarne i limiti, a conoscere la paura, accettandone le contraddizioni. Solo andando oltre le cose e vivendo si può riuscire a trovare il giusto equilibrio. D’Errico ci accompagna in un viaggio dell’anima, dove l’unica soluzione per il lettore è arrivare alla fine.

 

SINOSSI DEL LIBRO

Dino Lenza, traduttore di romanzi gialli, è alle prese con l’ultimo lavoro dello scrittore francese Jean Baptiste Monnais, dal titolo “La morte di uno sconosciuto”. Il protagonista è il giovane Ernest, che è stato vittima da bambino di ripetute violenze sessuali da parte dello zio. Lenza resta scosso da quelle descrizioni, rivivendo le angosce del personaggio, immedesimandosi nei suoi stati d’animo. Trova anche nei tratti somatici del protagonista una certa somiglianza coi suoi. Viene colto da un moto intimo di rabbia, come non si era mai manifestato prima.

Elimina completamente dalla traduzione le pagine scritte dell’autore francese e inizia la scrittura del suo giallo. I toni si fanno aspri e cruenti, il cinismo e la follia omicida non lasciano più uno spiraglio per il perdono. Il commissario incaricato delle indagini, pur nutrendo forti sospetti su tutti quegli omicidi, non riesce a trovare una spiegazione efficace per evitarli.

Una figura di rilievo della narrazione è la zia del giovane traduttore, pittrice famosa e donna di grande bellezza. Il rapporto tra i due lascia intravvedere un’ossessione seduttiva reciproca.

 

L’AUTORE

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Antonio G. D’Errico, poeta, scrittore e sceneggiatore. Premio Grinzane Pavese, nel 1998 e nel 2000. Ha scritto numerosi testi di argomento musicale. Nel 2011 pubblica per Rizzoli la biografia di Eugenio Finardi, Spostare l’orizzonte, scritta insieme al cantautore milanese e, nel 2015, esce presso Mondadori con la biografia di Pino Daniele, Je sto vicino a te, scritta insieme a Nello Daniele, fratello di Pino. Il suo esordio nella letteratura di genere noir gli vede assegnare il terzo posto dalla giuria dei lettori al “Premio Scerbanenco, Courmayeur noir in festival”, con l’opera per ragazzi Il Discepolo, ispirato ai fatti di cronaca legati alla sette sataniche. Successivamente dà alle stampe l’originale thriller sul mondo della scuola, La governante Tilde. Con Morte a Milanoritorna al noir tematico di genere, dopo aver pubblicato da poco per Controluna edizioni la delicatissima silloge poetica dal titolo Amori trovati per strada (Luglio 2018).

 

L’autrice della prefazione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

A Roma la presentazione di “Il mito di Giove” di Lindsey Davis

Torna in Italia Marco Didio Falco, l’irresistibile investigatore protagonista della fortunata serie di Lindsey Davis ambientata nella Roma imperiale del I secolo d.C.

Kogoi Edizioni dedica una collana all’autrice britannica, pubblicando ‘Il mito di Giove’.

Per meglio dire, come conferma l’editore, riprende il filo di una storia lasciata sospesa da Marco Tropea nel 2011. Lindsey è una scrittrice tradotta in tutto il mondo, forse è facile per lei, inglese, essere pubblicata in USA; ma il suo lavoro è pubblicato persino in Corea e Giappone. Lindsey Davis è tradotta in oltre 18 Paesi, potevamo mancare noi che siamo la Patria di Marco Didio Falco?

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Il mito di Giove, appena uscito in libreria, è l’opera con la quale Kogoi Edizioni apre la collana, proseguendo con altri sei titoli già pubblicati all’estero. “Certo, noi ci auguriamo che i lettori ci seguano in questa nuova avventura e che apprezzino il lavoro della Davis.»

Con una scrittura fluida dal ritmo avvincente, l’autrice ci porta in Britannia e ci proietta in un’avventura dai risvolti imprevedibili.

Il 3 dicembre Lindsey Davis sarà alla libreria Notebook all’Auditorium, in via Pietro De Coubertin 30, a Roma, proprio per presentare Il mito di Giove.

Sul sito e sulla pagina Facebook della Kogoi Edizioni tutte le informazioni per partecipare all’incontro e conoscere Lindsey Davis

https://www.facebook.com/Kogoi-Edizioni-559794827405107/

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