“Granelli di tempo” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

Granelli di tempo

di Rosaria Minosa

Publisfera Edizioni, Cosenza, 2015

Prefazione di Benito Patitucci

Pagine: 94

ISBN: 978889763249

Costo: 10 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Dopo varie partecipazioni a concorsi e premi letterari nei quali è risultata più volte vincitrice e segnalata, Rosaria Minosa ha deciso di raccogliere un nutrito numero di poesie in Granelli di tempo (Publisfera, Cosenza, 2015), la sua prima silloge poetica.

La Minosa non è nuova nel campo della scrittura e, versatile penna, ha già dato alle stampe due volumi, questa volta di narrativa, che sono rispettivamente Il sorriso rubato (2011) e Il buio, la luce, l’amore (2012) di cui quest’ultimo ho già avuto modo di leggere e recensire.

In Granelli di tempo la Nostra ha raccolto una serie di poesie che ha scritto in un arco di tempo abbastanza esteso e che solamente ora, giunta a un percorso creativo più maturo, ha deciso di fornire al lettore svelando tutta se stessa. All’interno le tematiche toccate sono le più disparate e distanti anche se è possibile cogliere un filo che le riconduce sempre all’interno di quella macro-tematica indicata nel tipo ossia il Tempo, visto sia nel suo passaggio e veloce incedere che la porta a rievocare ricordi, vecchi momenti o a ricongiungersi ad esso con rammarico per non aver fatto/detto qualcosa. Ma il tempo non è solo immagine di un passato che si cerca di recuperare e rivivere, è anche e soprattutto il tempo liquido del presente nel quale trovano spazio le considerazioni della donna su quanto accade attorno a lei.

È sia un tempo privato ossia intimo e personale che la riguarda direttamente in quanto attrice e spettatrice di eventi familiari, amorosi e amicali, ma anche un tempo pubblico che riguarda noi tutti con tragedie stradali, morti improvvise e impensabili e disagi seri che riguardano il senso di collettività. L’unione dei due “tempi” è forse meglio ravvisabile nella lirica “Taranto, città mia” (79-80) dove, a partire dal bozzetto felice di una città fresca, profumata e ridente (la Taranto del passato, dunque dei ricordi di Rosaria) lascia ben presto il posto a quella di una città mefitica e ferita, cancerosa e invivibile ossia la Taranto odierna massacrata dai fumi pericolosi del complesso industriale dell’Ilva. Così scrive la Nostra: “Ora tutto questo è svanito…/ […]/ [L’]aria è pesante, malsana,/ l’odore del ferro entra dentro di te/e invade il tuo corpo…” (79).

 

Firenze, Aprile 2014 - Assieme a Rosaria Minosa

Firenze, Aprile 2014 – Assieme a Rosaria Minosa

Dipendente del CERRIS (Comunità Educativa-Riabilitativa per Preadolescenti e Adolescenti) di Verona, una struttura residenziale che accoglie persone con problematiche e disagi sociali di vario tipo, Rosaria Minosa mostra la sua comprensione e vicinanza verso i disturbi che possono intaccare chi, pur vicino a noi, vive una vita nel dolore, nel silenzio, allontanato o deriso da chi è certo di appartenere al mondo dei cosiddetti normali. L’animo filantropico e solidaristico della donna spunta con chiarezza e vigore da ogni singolo verso dove non è solo l’animo di una donna che ha fatto esperienze con un mondo spesso dimenticato a parlare, ma soprattutto quello di una persona che ha fatto suoi i precetti cattolici della fratellanza, del rispetto e della condivisione. Affascinanti nel loro stile minimale e nel linguaggio piano e diretto privo di macchinazioni retoriche sono le poesie dedicate a grandi mali sociali quali la violenza di genere, l’emarginazione e il razzismo spiegato ai ragazzini con un sistema matematico di inclusione tipico dell’insiemistica che viene insegnato nelle scuole per una più facile comprensione.

Quel senso di dolore che fuoriesce da molte liriche e che in altre circostanze potrebbe diventare opprimente come un nodo in gola, in realtà è motivo per la Nostra di una maggiore gratitudine verso la vita e la bellezza. Il ricordo di una cara amica scomparsa prematuramente, l’incidente stradale che condurrà un giovane a una vita vegetativa e tutte le altre manifestazioni che chiarificano che nel nostro mondo “non c’è pace” (19) non sono per Rosaria dei veri e propri lutti, dei punti fissi e invalicabili ai quali si giunge con costernazione e sfinimento emotivo e fisico, sono, invece, sfide, pure intricate e dolorose, che ci vengono poste lungo il cammino. Sfide fatte per combattere, con consapevolezza e convinzione, per non lasciarsi ammorbare da quel buio che è sempre dietro l’angolo e che potrebbe devastare la nostra esistenza proprio come quelle nuvole grigie che la Nostra cita e che dobbiamo essere più propensi a colorare giorno per giorno per farne risaltare le tinte più abbaglianti e calde che possano cullarci e toglierci i tormenti di torno: “Apri il tuo cuore e non essere triste./ Per un momento,/ non pensare a questa società” (47).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 29-04-2015 

“Il buio, La Luce, L’amore” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

Il buio La Luce L’amore
di Rosaria Minosa
Albatros, Roma, 2012
Pagine: 112
Isbn: 978-88-567-6044-6
Costo: 12 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

   

Dio era stato troppo crudele con lei e non meritava tutto questo, davanti a lei si presentava una nuova vita che non voleva e che doveva invece accettare, era costretta a vivere questa nuova realtà. (93).

NZORosaria Minosa è una donna che lavora al CERRIS (Centro Riabilitativo di Ricerca e di Intervento Sociale) a Verona e che vede il disagio psichico e sociale ogni giorno e questo suo libro, “Il buio La Luce L’amore”, edito da Albatros nel 2012, ne è una chiara e vivida testimonianza. La narrazione, sostenuta da una scrittura fruibile a tutti e mai banale, accompagnerà il lettore in uno scenario domestico degradato non tanto perché la malattia (il tumore all’utero di una donna) e il vizio (quello dell’alcolismo di suo marito) ne minino quella che dovrebbe essere la comune calma quotidiana, ma perché l’amore è il grande assente. Per lo meno ciò accade nella prima parte della narrazione in cui Stefano, dedito al bere e quindi caratterizzato da una bipolarità (euforia-calma) del comportamento, arriverà a sminuire l’importanza della donna che ha sposato e quindi ad offenderla come quando nelle prime pagine si osserva: “Quella sera, quel corpo che ansimava su di lei le dava fastidio, le sembrava un estraneo, per la prima volta si rese conto che era solo suo marito che faceva l’amore” (25).

Il tormento per la malattia che inizialmente sembra debellata si ripropone con una nuova grave sfida con la vita per Patrizia che la porta a deprimersi e sentirsi molto sola, incompresa dal marito, delusa dal padre che, rimasto vedovo, pensa di rifarsi una nuova vita e drammaticamente macchiata dal tortuoso e onnipresente pensiero della morte: “La morte, così lontana dalla nostra mente ma allo stesso tempo così vicina, perché cammina accanto a noi, dal giorno che emettiamo il primo vagito, morte che ci accompagna aspettando il momento opportuno per succhiarsi la nostra vita in un secondo oppure lentamente, succhiando ogni giorno il nostro alito, la nostra anima” (19).

Ci sono inquietudine e tormento in queste pagine e il lettore vagheggia che il proseguo della storia non potrà che essere immancabilmente marcato dalla morte, dalla tragedia annunciata e dall’impossibilità di ritornare alla spensieratezza. Stefano, il marito, è un uomo poco sensibile, distante, sempre preso dalle sue cose e non è in grado di “accudire” con la dovuta perizia sua moglie che, oltre che “menomata” nel suo essere donna, soffre pesantemente dal punto di vista psicologico non vedendo speranza. Di lui Rosaria Minosa ci dice che “Non aveva amici, la sua unica compagnia era l’alcol, solo dopo aver bevuto si sentiva bene e rientrava a casa contento” (34).

Il libro scandaglia con accurata attenzione cosa può accadere in una dinamica di coppia inizialmente tranquilla e affiatata quando sopraggiungono eventi infausti che sviliscono il comportamento delle parti portandoli a una sorta di straniamento e annichilamento. La malattia sembra vanificare la vita e inscenare una lotta a duello con il poco tempo che rimane nel quale è necessario mantenere lucidità e forza d’animo per far fronte alle terapie e agli eventuali trattamenti per cercare di tenere sotto controllo la patologia. Ma è l’alcolismo, sembra dirci l’autrice, ad essere ancor più pericoloso della vera malattia perché non parte da un morbo fisico, naturale, congenito, ma da una distorta considerazione che l’uomo fa in relazione ai suoi bisogni e al suo desiderio di evasione. Ed è una realtà ancora più difficile da gestire perché spesso non le si attribuisce troppa attenzione pensando che l’alcolizzato, se vuole, riesca a smettere di bere quando vuole. E’ ciò che succede con Stefano i cui buoni propositi ben presto sprofondano nelle bevute al bar con gli amici, o da solo tanto che l’autrice non può non sottolineare anche la mancata comprensione di Patrizia nei confronti del marito: “Patrizia non si rendeva conto del disagio di suo marito, per lei era tutto nella norma” (39).

Ma questo libro non vuole in nessun modo essere un canto alla morte né una manifestazione lucida di come non si riesca a venire fuori da problemi gravi, quando questi si sono radicalizzati e hanno soppiantato anche i buoni sentimenti che una volta animavano un rapporto. Rosaria Minosa prevede un ravvicinamento tra i due personaggi attraverso un coupe de theatre che si realizza mediante l’introduzione di una terza persona nella coppia, quello che potrebbe diventare un amante di Patrizia ma che in realtà rimarrà nell’ombra ma sarà utile per il ravvicinamento di Patrizia e Stefano. Si può uscire dal baratro dell’alcolismo, ci dice l’autrice a chiare lettere nella nota finale al libro, ma bisogna lavorare su se stessi affinché il convincimento si faccia totalizzante: “Quando si entra in questo tunnel, l’individuo ne viene fuori, solo se è lui a volerlo, in lui deve scattare qualcosa che dica basta; a volte non è sufficiente l’amore delle persone, se non scatta quella molla” (110).

La malattia, pure insidiosa, verrà vinta da Patrizia, non senza difficoltà e traumi esistenziali –primo tra tutti quello di non poter avere un figlio-, anche se va pure tenuto conto che non sempre ciò accade. Ma non in questo caso come il titolo richiama: dal buio si passa alla luce e con essa si può procedere alla ricostruzione dell’amore, alla confidenza con sé e con il mondo, alla rinata consapevolezza della propria esistenza e alla gioia, seppur velata da un trascorso di vita amaro.

LORENZO SPURIO

10-09-2013

Tre poesie di Rosaria Minosa con un commento di Lorenzo Spurio

Tre poesie di ROSARIA MINOSA

con un commento di LORENZO SPURIO

   

NOTTE  STELLATA

di Rosaria Minosa

  

In questa notte stellata….
Non esiste confine…. tra cielo…. terra…. mare
In questa notte stellata….
Solo le lucciole sono regine,
mentre i pesci sono padroni del Mare.
In questa notte stellata,
gli alberi…. cullano il mondo con i loro rami e le loro foglie,
mentre i fiori chiudono i loro petali
per raccogliere i sogni degli uomini.
In questa notte stellata….
La Luna ….
Osserva ogni creatura di Dio…. per dare loro pace.
In questa notte stellata….
Il mio pensiero
oltrepassa il confine dell’infinito.
Chiudo gli occhi…. e il mio cuore si riempie d’amore….
Affinché il giorno dopo…. io riesco a “DONARLO”.

 

 

 

CIELO

di Rosaria Minosa

 

Cielo ….
avvolgimi nel tuo “IMMENSO INFINITO”,
avvolgimi nel tuo “INFINITO DIVINO”.
Fammi cullare….
dalle tue amiche nuvole.
Cielo ….
inebria la mia mente….
affinché per un attimo  dimentichi “ IL MONDO”.
Cielo….
abbracciami per un attimo….
perché quando aprirò gli occhi….
quell’attimo…. diventerà “UN’ETERNITA’”.

  

                                                            

LETTERA DI UNA MAMMA

di Rosaria Minosa

  

I nostri sogni, si sono fermati quel maledetto giorno.
Uno squillo di telefono.. una corsa in ospedale.. tu.. eri già in sala operatoria
all’improvviso per me e tuo padre, non c’era luce.. non c’era sole.. non c’erano parole.. ma solo buio..fitto .. nero.
L’inferno era dentro di noi. L’inferno era attorno a noi.
Da quel momento, i secondi.. i minuti.. le ore.. i giorni, tutto sembrava andare lentamente. Il tempo si era fermato.
Tutto era immobile.. le persone.. l’aria, tutto ciò che era attorno a noi.
Solo l’attesa.. era viva. Attesa così lunga.. amara.. dolorosa.
Ti avevano tagliato la strada, non avevano rispettato lo stop, a me e tuo padre non interessava,
era importante, solo il tuo respiro, sentire la tua voce, sentirsi chiamare “mamma e papà”.
All’improvviso, mano nella mano, io e tuo padre abbiamo iniziato a camminare in una nuova strada.
I nostri sogni “distrutti”.
Vederci invecchiare assieme, tra le grida gioiose dei nostri nipoti. Vederti davanti all’altare con la tua “sposa”.
Sogni lontani.. sogni svaniti. La porta della sala operatoria si è aperta. Tu eri vivo, respiravi
era come se io e tuo padre, ti avessimo partorito in quell’istante “UN NUOVO FIGLIO”.
Io e tuo padre, mano nella mano, piano piano abbiamo dovuto conoscerti.
Il nostro futuro, il tuo futuro,
non sarà più di schiamazzi di bambini o vederti soffrire per le tue prime cotte.
Il nostro futuro, è fatto e sarà di piccoli gesti guardarti negli occhi, e cercare di cogliere il tuo primo sorriso.
Non possiamo più camminare assieme, le tue gambe non potranno più muoversi,
le tue braccia non potranno più abbracciarci, la tua bocca non dirà più “MAMMA E PAPA’”.
La nostra vita, la tua vita, va’ nello stesso binario. Il nostro treno non corre, ma procede adagio,lento.
La strada non è più scura, ma io e tuo padre riusciamo a vedere ogni giorno, un piccolo spiraglio di Luce.
Luce che è presente, anche quando la sera tutto tace, e il buio e il silenzio prendono il sopravvento.
Perché è quella “Luce”, che ci dà la forza e il coraggio, di dire
“DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO”.

   

Commento di Lorenzo Spurio

 

E’ un compito difficile commentare tre poesie di un autore, soprattutto se a noi contemporaneo, se non si conosce il suo profilo umano e letterario e soprattutto, perché il commento potrebbe finire per risultare semplicistico o poco in linea con la sua reale poetica. Ad ogni modo tenterò di dare una mia interpretazione e lettura di tre poesie di Rosaria Minosa.

Delle tre liriche inviatemi mi sento di avvicinare le prime due “Cielo” e “Notte stellata” per la loro affinità concettuale che si evidenzia già dal titolo stesso: entrambe vedono l’io lirico con gli occhi puntati verso l’alto, verso il cielo. Nel primo caso non ci è data la determinazione temporale della giornata, non sappiamo se il cielo sia diurno o notturno (sembrerebbe diurno, perché si parla di nuvole), ma leggendo la lirica ci rendiamo ben presto conto che questo non ha molto senso ai fini del messaggio ivi contenuto.

In “Cielo” Rosaria Minosa utilizza una terminologia che oserei definire “panteistica” o addirittura “universalistica” in quanto fa riferimento a concetti/espressioni indefiniti: si parla, infatti, di ‘infinito’, ‘immenso’ ed ‘eternità’. Concetti che, se vogliamo, possiamo caratterizzare anche secondo una venatura religiosa in quanto ci si riferisce all’infinito chiamandolo “infinito divino”. C’è un senso di mistero e di sospensione in questa lirica in cui la poetessa sembra cercare nella natura sconfinata, soprattutto nella possenza dell’atmosfera, un abbraccio rincuorante (“Fammi cullare…/ dalle tue amiche nuvole”) che individua una velata fuga dalla realtà (le cui motivazioni, però, non vengono fornite al lettore). Il discorso lirico qui contenuto si realizza sul livello della temporalità impossibile da considerare e valutare perché imprecisa e sempre caratterizzata da un velo di infinito, ma dalla quale si evince il desiderio di trasformazione dell’attimo (il momento) in qualcosa di perpetuo (l’eternità).

Nella lirica “Notte stellata” si aggiungono i chiari segnali di una natura rigogliosa, presente e padrona del suo spazio (“Le lucciole sono regine”; “i pesci sono padroni del mare”) che sembra acquisire la sua autorevolezza indiscussa, però, solo di notte, quando le attività dell’uomo sono ferme. La lirica, maggiormente caratterizzata nella tinta cromatica delle immagini, ci fornisce un mondo che pensiamo essere buio (quello della notte) che, invece, è luminosissimo perché abitato dalla Luna, dalle stelle e addirittura dalle lucciole. Il sentimento universale che porta l’io lirico a riconoscersi e quasi a volersi liquefare nello scenario naturalistico dormiente, ma assai vivo, si chiarifica nel finale quando la poetessa appunta: “Chiudo gli occhi…e il mio cuore si riempie d’amore…/ Affinché il giorno dopo… io riesco a DONARLO”.

L’ultima poesia, “Lettera di una mamma” in realtà non è una vera poesia, ma una prosa, sebbene contenga elementi di alto lirismo dovuti all’andamento tragico ed empatico della vicenda in sé narrata (si osservi, infatti, il titolo in cui si dice “lettera”, genere che normalmente è di tendenza prosastica). Il contenuto è doloroso e struggente: una madre mette sulla carta la pena provata dal momento del grave incidente del figlio che da quel giorno sarà un vegetale e non potrà più muoversi né parlare. I sogni fatti e alimentati negli anni svaniscono come bolle di sapone e tutto si fa dolore: la speranza che il figlio si salvi da quell’incidente viene presto soppiantata dalla sua grave invalidità con la quale i genitori dovranno fare i conti giorno per giorno.

Dal giorno si passa alla notte, la luce si fa soffusa e sembra spegnersi per sempre facendo piombare il tutto nel buio se non fosse presente quel “piccolo spiraglio di Luce” che, forse, è figlio del baluardo della religione cattolica alla quale ci si può attaccare ancora di più in circostanze simili.

Il buio e il silenzio prendono il sopravvento”, ma la morte, immagine del buio e del silenzio totale, che viene allontanata dalla salvezza seppur a costo della grave invalidità, viene scalfita dai flebili bagliori di una speranza dolorosa, ma che va alimentata giorno per giorno: “Domani è un altro giorno” è la chiusa di questo strozzato canto d’amore e d’angoscia.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28 Agosto 2013