Intervista a Cinzia Perrone, autrice del romanzo familiare “L’inatteso”

Si propone a continuazione l’intervista rilasciata dalla poetessa e scrittrice partenopea da vari anni attiva a Jesi, Cinzia Perrone, che nel 2017 per i tipi di Marco Del Bucchia ha pubblicato il romanzo breve L’inatteso. Su tale opera ho avuto modo di scrivere una recensione che è possibile leggere cliccando qui.

 

INTERVISTA A CINZIA PERRONE

A CURA DI LORENZO SPURIO

 

LS: Da che cosa nasce la storia di questo romanzo? Ci sono elementi in qualche modo autobiografici?  

CP: Ho iniziato a scrivere questo romanzo concependolo come un racconto corale di più personaggi che attraversasse molti anni della nostra storia, per far rivivere attraverso la storia di questa famiglia e dei suoi membri un po’ tutte le problematiche che hanno interessato il nostro Paese. Per quanto riguarda l’aspetto propriamente emotivo, questo mio lavoro è nato come omaggio al concetto di famiglia in generale e alla mia in particolare, in quanto alcune storie dei protagonisti sono liberamente ispirate alle vicissitudini di alcuni miei parenti stretti o meno.

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L’autrice del romanzo, Cinzia Perrone

 

LS: Perché hai deciso di esaminare l’intera storia di una famiglia nel corso di tre generazioni?

CP: Come ho detto prima, volendo omaggiare la famiglia come punto fondamentale nella nostra società, è in essa che più si possono cogliere i più intimi aspetti delle problematiche personali e sociali che possono investire ogni individuo. L’ho vista attraverso lo scorrere degli anni, proprio per mettere in evidenza quanto conti la società del tempo per quei personaggi, nonché la differenza generazionale.

 

LS: Con quale personaggio e perché simpatizzi di più?

CP: Credo di aver posto l’accento su due personaggi in particolare dell’intero romanzo, perché rappresentano quell’indomita lotta contro il destino che alberga in ogni essere umano; sono Antonio, il primo a comparire sulla scena, e Antonia, l’ultima discendente omonima che chiude la narrazione. Entrambi rappresentano la fenice che risorge dalle sue ceneri.

 

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LS: Nel corso della narrazione fai uso di tecniche stilistiche molto diffuse quali l’ellissi, l’accelerazione, analessi (retrospezione) e prolessi. In quest’ultimo caso la prolessi consente di anticipare qualcosa, pur in maniera velata o allusa, che di lì a poco prenderà piede. Quali tra queste figure consideri più efficace nell’atto della lettura del libro per accentuare interesse verso il narrato?

CP: Sono tutte tecniche importanti che ogni autore usa, ed ognuna ha la sua funzione narrativa utile per uno specifico momento. Le adopero quasi tutte al momento opportuno per trarmi anche d’impaccio, come nel caso dell’ellissi o dell’accelerazione. L’analessi, detta anche all’anglosassone flash-back, è utile sia all’autore che al lettore, magari per ragguagliarlo su aspetti ed eventi passati di alcuni personaggi, necessari al proseguimento della narrazione. Forse la tecnica più accattivante per creare aspettative e curiosità nel lettore, in modo tale che cresca in lui la voglia di proseguire il racconto, è la prolessi; quel dare una piccola anticipazione può essere assimilato a quel che fa un buon trailer cinematografico.

 

LS: I contenuti del volume, a livello sociale, sono molti e permettono di affrontare varie tematiche che coinvolgono il nostro mondo attuale. Qual è il messaggio principale del libro che hai inteso veicolare con questa storia

CP: Le tematiche sociali affrontate nel romanzo sono davvero tante, per dare al libro un ampio respiro e al lettore un quadro di insieme sui vari aspetti della vita; ma essi ruotano intorno ad un perno principale, che come anticipato dal titolo del libro, è quello dell’imprevedibilità della vita che spesso sconvolge i nostri piani. Da qui nasce anche l’analisi di quelle che possono essere le più svariate reazioni umane a questi sconvolgimenti.

 

LS: Narrazioni come queste, tese a delineare le fortune e gli accadimenti meno felici di un ceppo familiare col trascorrere del tempo, che potremmo definire “saghe familiari”, si prestano a una prosecuzione della storia per andare a tratteggiare gli esponenti più giovani o, al contrario, riprendere più da vicino un dato personaggio e dedicargli una narrazione tutta a parte, più approfondita e circoscritta alla sua figura. Personaggi come Francesco o il fratello Vittorio morto in guerra potrebbero spalancare la possibilità a una trattazione delle loro vicende. Che cosa ne pensi di questo? È qualcosa che può incontrare il tuo interesse o navighi su altri progetti di scrittura?

CP: Quando ho terminato il romanzo non nascondo di aver pensato ad una eventualità del genere, vista più come un proseguimento della vita dei due protagonisti finali, che nel finale del libro si lanciano verso un nuovo inizio; il racconto in questo modo dei due fratelli, in tempi attuali, avrebbe coronato idealmente il messaggio di lotta e speranza già presente nel romanzo. Ma per il momento ho accantonato la cosa, e oltre ad aver appena terminato una raccolta di racconti e poesie, mi sto dedicando a un nuovo romanzo, che potrei definire di formazione; infatti è la storia di un ragazzo che cresce tra disagi, sogni, risentimenti ma sempre con tanto ottimismo dentro se stesso. 

 

Jesi, 10-06-2018

  

“Ingólf Arnarson” di Emanuele Marcuccio, breve introduzione a cura dell’autore

Ingólf Arnarson (*)

di Emanuele Marcuccio

dramma epico

 

Introduzione a cura dell’autore

La mia prossima pubblicazione sarà un dramma epico[1] in cinque atti ambientato in Islanda ai tempi della colonizzazione e sarà intitolato Ingólf Arnarson. Si tratta di un lavoro lungo, frutto di un’attenta ricerca storiografica, che sto seguendo dal 1990. Il poema, pur partendo da alcuni episodi storici documentati[2], sviluppa una trama che è prevalentemente fantastica e che non ha, dunque, nessuna pretesa di carattere cronachistico. Ingólf, personaggio da cui prende il nome l’intera opera, è un personaggio storico-leggendario del folklore islandese mentre gli altri sono frutto della mia invenzione. I loro nomi sono stati ricavati direttamente dall’onomastica islandese (lingua che non conosco ma sulla quale mi sono documentato).

Nel poema mi sono servito di una mia personale e astorica presenza in Islanda di popolazioni indigene di stirpe germanica, di credenza pagana e prossime alla conversione al cristianesimo, alle quali ho contrapposto i normanni (o vichinghi) ossia gli uomini del nord, i norvegesi che furono grandi colonizzatori del nord Europa, di fede pagana. Si tratta, ovviamente, di una mia scelta utilizzata per la caratterizzazione dei personaggi che non è motivata da fondamenti culturali-letterari né storici-documentatistici.

Nel poema definisco l’Islanda con l’antico nome di “Thule”, in riferimento al suo primo scopritore, l’esploratore, astronomo e geografo greco Pitea di Massalia  (380 – ca. 310 a.C.) che, secondo la tradizione, scoprì l’isola durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325 a.C. La decisione di ambientare un dramma epico in Islanda, genere letterario inedito nella mia produzione, è scaturita dalla fascinazione verso questo paese nata dalla visione di una brochure con meravigliosi paesaggi di quel paese. Mi sono documentato su quella realtà e ho letto l’interessante racconto ottocentesco Viaggio nell’interno dell’Islanda di Natale Nogaret. A partire dal 1990 ho iniziato la stesura del poema che, come ho già detto, è stata particolarmente lenta e difficoltosa Attualmente sono impegnato con il quinto ed ultimo atto e, benché in molti mi hanno espresso perplessità sulla difficoltà dell’opera sono estremamente contento che un caro amico compositore si è già gentilmente offerto di scrivere le musiche di scena per questo mio dramma. Il sito“freshwallpaper.eu” mi ha, inoltre, autorizzato a utilizzare una loro immagine come copertina del mio poema d’Islanda.[3] L’opera verrà pubblicata nel corso del 2012.

Per maggiori informazioni si rimanda ai contatti dell’autore:

Emanuele Marcuccio

e-mail: marcuccioemanuele@gmail.com

Blog: http://emanuele-marcuccio.blogspot.com/

Pagina Facebook: http://www.facebook.com/emanuelemarcuccio74

                         


(*) Come mi ha fatto notare il filologo Dario Giansanti, direttore e fondatore del progetto “Bifrost”, di cui ringrazio, ho preferito utilizzare la lezione onomastica dell’islandese antico “Ingólf”, piuttosto che il moderno “Ingólfur”.

[1] «In realtà, la collocazione in un genere letterario specifico, è in questo caso un’operazione quanto mai difficile e fuorviante. L’idea iniziale di Marcuccio, dopo una conversazione con il critico Luciano Domenighini, era che l’opera si trattasse di un poema drammatico. In realtà, partendo da un’analisi più attenta è evidente che l’opera ha poco del genere del poema ma condivide, invece, la struttura tipica di un’opera teatrale. L’elemento drammatico è presente, sebbene non possa essere definita una tragedia propriamente detta. Per il fatto che l’opera utilizza una serie di riferimenti e rimandi all’epica germanica, l’opera può esser anche definita come epica, sebbene Marcuccio inserisca anche numerosi elementi di sua invenzione. La catalogazione, dunque, dell’opera come dramma epico sembra a tutt’oggi essere quella più corretta» (dalla prefazione all’opera, curata da Lorenzo Spurio). L’autore ringrazia Lorenzo Spurio per i preziosi consigli nel redigere questa introduzione di presentazione al suo dramma epico e per essersi offerto di scrivere la prefazione.

[2] I riferimenti storici presenti nel poema sono: la colonizzazione dell’Islanda, con l’approdo all’attuale Reykjavík (870-874 d.C.);  l’insediamento eremitico dei Papar, monaci irlandesi (inizio del IX sec. d. C.) e la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa, per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l’edilizia.
[3] In merito a ciò, mi hanno risposto come segue: «Well you can use the image for your book cover for free, how you use it, it’s up to you. You can remove the watermark if you wish so (I prefer you won’t but it’s up to you). Good luck with your book».


 A CURA DI EMANUELE MARCUCCIO

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