Il poeta e aforista Emanuele Marcuccio lancia un contest letterario dedicato a Grazia Deledda. Adesioni fino al 10/12/2022

Contest Letterario online Grazia Deledda 150 – PLC

(Ideato e curato da Emanuele Marcuccio)

Pro Letteratura e Cultura” (“proletteraturacultura.com”) con il suo Curatore, il poeta, aforista e curatore editoriale freelance Emanuele Marcuccio che, come tanti altri poeti, ha aderito al Comitato celebrativo per i 150 anni dalla nascita di Grazia Deledda (1871 – 1936) costituito dalla Enciclopedia poetica online WikiPoesia il 10 dicembre 2021, con il Patrocinio Culturale di WikiPoesia hanno lanciato il 18 dicembre 2021 un Contest Letterario online per celebrare la grande scrittrice di Nuoro Grazia Deledda, unica donna italiana insignita finora del Premio Nobel per la Letteratura il 10 dicembre 1926 (consegnatole un anno dopo nel 1927), con la motivazione seguente:

Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

Il Comitato di WikiPoesia si inserisce alle iniziative promosse dal Ministero della Cultura (MiC) nel corso dell’Anno Deleddiano (10 dicembre 2021 – 2022).

È possibile partecipare al contest deleddiano con la pubblicazione (che avverrà previa lettura entro due settimane) sulle pagine del blog suddetto, accreditato da WikiPoesia, inviando un proprio testo in word (.doc o .docx, Times New Roman in corpo 12) dedicato a Grazia Deledda tra poesia, prosa poetica, aforismi, pensieri, dittico poetico a due voci secondo il progetto “Dipthycha” ideato e curato dallo stesso Marcuccio (con un massimo di 40 versi per ciascuna delle due poesie), critica letteraria (con un massimo di 5000 caratteri, spazi, note e bibliografia esclusi), recensione o racconto breve (con un massimo di 5000 caratteri, spazi esclusi) ispirati, dedicati alla figura o all’opera di Grazia Deledda. Restando valide le norme generali da seguire per collaborare al blog consultabili nella sua interezza a questo short-link inviare il tutto, unitamente a un’immagine illustrativa della propria opera di almeno 600 pixel di risoluzione orizzontale e a una propria breve nota bio-bibliografica in terza persona, alla mail del blog indicata allo stesso short-link entro il 10-12-2022 scrivendo nell’oggetto “Contest Letterario Grazia Deledda 150 – PLC”.

“Boghes / Voci” di Stefano Baldinu (poesie nelle lingue sarde), recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La soluzione è in qualche stanza chiusa a chiave

nella tua mente.[1] (95)

La nuova opera poetica di Stefano Baldinu, recentemente uscita, porta il titolo di Boghes / Voci ed è stata pubblicata per i tipi di Puntoacapo di Pasturana (AL). Essa segue una densa attività letteraria di Baldinu che, oltre ad averlo visto vincere numerosi e prestigiosi premi su tutto il territorio nazionale, ha fruttato, in termini di pubblicazioni in volume quattro libri (Sardegna, 2010; Scorci Piemontesi, 2012; Genova per me, 2013 e Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, 2017) e altre plaquette ottenute quali “dignità di stampa” in competizioni letterarie vinte. La particolarità di quest’opera, come ben evidenzia il titolo, è quella di raccogliere per la prima volta gran parte della produzione vernacolare in sardo di Baldinu.

La simpatica e avvincente prefazione di Laura Vargiu, altra poetessa sarda di grande interesse, ben assolve alla funzione di “apri pista” di questo corposo volume nel quale subito viene detto della grande varietà – tanto in termini semantici, fonetici e grafici – delle lingue caratteristiche della Sardegna. Baldinu, partendo dall’assunto condivisibile della non familiarità dell’italiano comune con parlate vernacolari così distanti e impermeabili rispetto a quelle dell’Italia peninsulare, ha reputato utile inserire in apertura degli apparati che facilitano il percorso di lettura al fruitore rendendoglielo ben più gradevole e al contempo formativo.

Nelle note tecniche (alle quali rimando per maggior esaustività) elaborate da Baldinu sulla scorta di studi pluriennali oltre che di una vocazione possente mai venuta meno verso il traslato linguistico in altri codici che appartengono alla sua terra ancestrale, si dà di conto dei principali gruppi linguistici o isoglosse che attraversano la favolosa terra dei Quattro mori. Baldinu le rammenta talora come “parlate” tal altra come “macro varianti”; esse sono: il logudorese (della regione del Logudoro e di cui fanno parte il logudorese settentrionale e quello centrale o comune), il campidanese (parlato nella zona centro-meridionale dell’isola, con le sue numerose varianti oristanese, ogliastrino o barbaricino orientale, barbaricino centrale e quello meridionale, il sarrabese, il campidanese occidentale, il cagliaritano e il sulcitano), il turritano o sassarese con la sua variante castellanese; il gallurese (parlato nella zona nord-occidentale noto anche come corso meridionale); l’algherese (una variante del catalano); il tabarchino (parlato in alcune isole minori del Sulcis). Insomma, un caleidoscopio misto di lingue che in molti casi non hanno particolari comunanze e forme similari nei loro dizionari. Baldinu fornisce anche indicazioni su una corretta pronuncia delle varie parole in sardo e poi il volume si apre nella sua forma bipartita e “a specchio” di testo in lingua sarda (in uno dei dialetti menzionati) e la relativa traduzione italiana che per la gran parte dei non autoctoni risulta necessaria, quando non addirittura obbligata.

Le Voci che si dispiegano nel corso del volume sono quelle che Baldinu rievoca nella mente di una memoria familiare e ambientale alla quale è ancora particolarmente legato, ma anche i discorsi della contemporaneità con le sue difficoltà, idiosincrasie, devianze e patologie sociali. Insomma, una raccolta che recupera la tradizione ma che si staglia verso l’attualità dei giorni che ci fa tutti fratelli e che ci impone spesso una riflessione attenta sulla destinazione dell’uomo, sul senso delle scelte, sulla gravità dei comportamenti e l’obbligo di responsabilità.

Il volume si articola in una breve Overture (Abbertura) e quattro sezioni prive di titolo anticipate dalla numerazione romana e da alcuni versi in epigrafe di altrettanti poeti sardi e si chiude col componimento di coda Il senso del nostro silenzio (Su sensu de sa mudesa nosta). Come osservato in una nota a mezzo stampa che ha dato a conoscere il nuovo volume “Tale struttura è stata così creata a immagine di un’opera di musica classica (ne è testimonianza l’indicazione di una overture e di una conclusione) e fornire al lettore un’immagine di struttura polifonica dell’opera rimarcata dall’utilizzo di più registri linguistici”.

Le tematiche investigate nel volume, nelle trentanove composizioni che lo formano, sono variegate ma alcune sembrano identificarsi in maniera molto netta, anche per la loro felice ricorrenza: la tradizione e la famiglia, il passato e la memoria che riaffiora, la nostalgia, ma anche l’attenzione verso il sociale, la precarietà dell’uomo, la vulnerabilità del genere umano indebolito e sopraffatto da patologie pervasive e invalidanti di varia natura, la pietas verso il sentimento collettivo, la volontà di comprensione degli accadimenti, l’introspezione, il colloquio con l’interiorità, la perlustrazione di questioni intestine alla natura transeunte dell’uomo. I limiti e la finitezza, il pensiero della morte, il tema del cambiamento e dell’insicurezza: Baldinu rasenta un’amplissima campionatura di tematiche, simboli e allegorie per mezzo di una poetica puntuale e rigorosa, che non si mostra recalcitrante nei confronti di una semantica parca e raramente inusuale, puntando sempre all’essenzialità delle immagini colte nei curiosi correlativi, nelle concatenazioni immaginifiche di sentimenti e piani emozionali che tessono una fitta trama.

Alcuni versi estratti dalle opere sembrano a questo punto necessari (citerò in lingua italiana e in nota il testo originale in dialetto con indicazione della variante impiegata): in “Dietro ad ogni parola” al termine della prima stanza leggiamo “E il sogno era più una colonna sonora d’attese / da comporre che un respiro di grafite / appena accennato fra le righe dei silenzi[2] (33).

Senz’altro da citare, per la grande forza espressiva e il sentimento di vicinanza dinanzi a una condizione patologica per chi la vive e di difficoltà gestionale per chi attornia la persona è quella dedicata a tutti i ragazzi autistici dove si legge: “È il riso della gente che non sa e coniuga / parole intraducibili a far naufragare / ogni respiro, rompere l’equilibrio sottile / di questo mio sogno di diventare adulto[3] (47). Baldinu in pochi versi parla con garbo dell’indifferenza e del pregiudizio, ma anche della difficoltà d’inclusione, dell’incomprensione del mondo e della vita che, nonostante tutto, va avanti segnata dalle sue sacche di dolore. Si associa a questo atteggiamento, teso a sondare con incisività e grande rispetto la sofferenza di intere famiglie determinata da casi patologici insanabili o degenerativi, anche la lirica “Dentro al silenzio di un altro universo” che, dopo una breve chiosa di Dino Siddi, tratta il tema del morbo d’Alzheimer (“su di un segno incerto a disperdere gli appunti / per un domani e la linea dell’acqua che circumnaviga / il bicchiere sul comodino[4], 83).

In “I crisantemi” l’Autore sembra rapportarsi, nel dialogo introiettivo, con l’alterità poderosa e ineluttabile della morte e nel suo colloquiare tendenzialmente pacificato sembra quasi sopraggiungere a una rassicurazione istintiva: “A volte i morti sono lucciole miti, / piccole galassie nell’universo infinito, / brandelli di brina sui pallidi fiori lunari. // Talvolta i crisantemi sono la voce / della terra e dormono sulle fronti dei morti / come dormono le stelle: / di uno splendido silenzio[5] (55). Tema, questo del trapasso, che viene richiamato anche nella successiva poesia “Gaetana” dove si parla di un abbandono della Terra avvenuto prematuramente: “e intanto la tua ala, in punta di piedi, / era un silenzio che generava altro silenzio, / il pigmento di un girasole adagiato sull’orizzonte / della sua stessa ombra[6] (57).

Com’è tipico di tanta poesia vernacolare anche in Baldinu vi sono molti versi – di chiara rilevanza per l’autore, ricchi di immagini, così intimi e significativi per il suo tracciato umano – che attengono al recupero della memoria familiare, alla trattazione delle vestigia, seppur per pillole, ancestrali del proprio ceppo familiare. È il caso – in particolare – di “Ricordi di nonno” dedicata all’avo Giomaria Baldino noto come “Billa” nella quale l’affettuoso nipote così annota la figura dell’uomo: “il mistero di una vita fra la polvere / e il verderame che ti colorava il vestito come ad un Arlecchino / […] / Il tempo non passava mai come / un cielo capriccioso che non vuole diventare stellato[7] (61-63). Appartengono a questo filone di poesie familiari anche “Sul mare dell’eterno” dedicata allo zio Antonio Baldino inaugurata da una citazione di Vincenzo Pisanu che recita “Quando non ci sarò più, non piangete per me…” ad intendere il percorso dell’uomo andato che va ricordato e non pianto, celebrato lietamente nella memoria e non fatto oggetto di disperazione. C’è poi una poesia che Baldinu ha voluto dedicare all’amato padre (colui che più di tutti gli ha trasmesso l’amore per la sua terra, i suoi costumi e le sue lingue), “Al di là della gioia”, nella quale tenta un confronto serrato, intessuto su un atteggiamento di raffronto e specularità con il genitore: “Da tempo ho bisogno di parlarti, / di precipitarti nell’incavo dell’anima / con l’urgenza di una pagina bianca / da riempire per scoprire quanto tutto di te mi assomiglia[8] (111).

Uno sguardo sul difficile e provato mondo della nostra attualità di certo non poteva mancare in un poeta attento e sensibile come Baldinu e ce ne rendiamo subito conto dinanzi alle liriche (solo per citarne alcune) “A pelo d’acqua” dedicata agli infanti morti in mare in qualche traversata con i loro genitori alla ricerca dell’agognato quanto mendace Eldorado costituito dall’Europa; “L’eternità della sua assenza” riferita, invece, alla condizione dei clochard vittime dell’indifferenza generale e spesso anche di violenza gratuita; il lungo componimento “Il suo non amore mi lascia senza parole” in cui è contenuto un messaggio di sdegno, riprovazione e rifiuto della logica patriarcale, di denuncia alla violenza di genere. Qui, in particolare, leggiamo: “di viola all’angolo dell’occhio / […] / la cicatrice sul ventre, cordone ombelicale / di vita abortito / […] un amore malato // […] Ma come osservare questo viso, la sua inesatta duplicazione che si abbandona / sui vetri / […] / fra le screpolature dei miei occhi / […] i contorni di una vita differente // […] assaporare il frumento di un’altra umanità[9] (147). Baldinu affronta anche il dolore di tante madri accomunate da un unico doloroso destino: quello di dover sopportare per tutta la vita la scomparsa dei propri figli. È il caso delle madri di plaza de Mayo che neppure le alte temperature argentine né l’avanzata età fa risparmiare la loro presenza assidua e convinta, disperata, nel reclamare giustizia dinanzi a una barbarie di dimensioni spaventose: “vanno con gli stessi occhi / di uno stesso cielo, con le stesse rughe di uno stesso sole / incontro allo stesso silenzio, alle parole ripetute / sotto la pioggia incessante. // La loro voce è un mare che squarcia e rovescia / i monti / […] / “Dove sono? Dove li avete lasciati cadere? Dove avete spezzato le loro matite?[10] (73). È un dolore pungente, insondabile, reiterato, continuo, che il tempo non ha silenziato né calcificato, non vi è desiderio di vendetta, né vi sono tentativi di autoannullamento. È un dolore lucido, patente, collettivo, accorato. È un dolore sempre attuale e presente, inallontanabile, una sofferenza sovrumana, di una rescissione violenta di una parte dei loro stessi corpi. È un dolore di madre.

Stefano Baldinu, autore del libro

Il libro di Baldinu si presta doppiamente come strumento utile per il possibile fruitore: oltre alla preziosità delle sue liriche, contenenti pensieri, divagazioni, visioni ed esperienze che così esterna a noi tutti, un fittissimo campionario di versi meticolosamente scelti da numerosi poeti della terra di Sardegna, richiamati e citati sia in esergo che in apertura a particolari liriche, rimembrati per la loro opera e lì posti in bella vista, come in un tabernacolo che conserva qualcosa pregiato. Sono frasi nelle quali Baldinu ritrova il senso delle cose, il possibile tracciato dove iscrivere le sue liriche, annodando analogie e richiami tra poeti che risultano curiosi e particolarmente fertili. Ed è così che Boghes / Voci finisce per contemplare, seppur in versione ridotta, anche una minima antologia della poesia sarda contemporanea. Sfilano così tanti nomi (forse poco conosciuti o che poco richiamano ai più) ma che Baldinu ci offre per una riscoperta, studio e un maggiore trattazione. Reputo, pertanto, richiamarne almeno i nomi affinché l’individuazione dei percorsi bio-bibliografici degli stessi, dopo un’eventuale opportuna ricerca, possano consentire approfondimenti utili forieri di scoperte che s’intuisce saranno significative. Li riporto secondo l’ordine cronologico di nascita: Giovanni Camboni (Pattada, 1917 – 1991, dialettale nella variante logudorese), Dino Siddi (Sassari, 1918-2020, dialettale nella variante sassarese), Giulio Cossu (Tempio, 1920-2007, dialettale nella variante gallurese), Aldo Salis (Sassari, 1925, dialettale nella variante sassarese), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925, dialettale nella variante campidanese), Ignazio Delogu (Alghero, 1928 – Bari, 2011, dialettale nella variante catalana di Alghero), Giovanni Fiori (Ittiri, 1935, dialettale nella variante sassarese), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936, dialettale nella variante campidanese), Antonio Coronzu (Alghero, 1944, dialettale nella variante catalana di Alghero), Enzo Sogos (Alghero, 1958, dialettale nella variante catalana di Alghero)[11].

LORENZO SPURIO

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1]Sa solussione est in calche istantzia cunzada a ciae / in sa mente tua” (94), variante logudorese.

[2]E su sonniu fiat pius una colunna sonora de appittos / dae cumpònnere chi un’àlidu de lapis / a izu atzinnadu tra sas rigas de sos silentzios” (32), variante logudorese.

[3]Est su risittu de sa zente chi non ischit et cuniugat / paraulas chi non si podet traduchere a faghere affundare / donzi respiru, / secare s’echilibriu sùttile / de custu sonniu meu de divènnere mannu” (46), variante nuorese.

[4]subra unu signu intzertu a disperdere sas annotaduras / pro unu cras e sa linea de s’abba chi tzircumnavigat / sa tatza subra su condominu” (82), variante logudorese.

[5]Calchi borta sos mortos sunt culeluches masedos, / budrones de isteddas piccoccas in s’universu infinidu, / chirriolos de chiddighia supra sos pallidos frores de sa luna. // Calchi borta sos crisantemos sunt s’unica boche / de sa terra e dromint supra sa frùntene de sos mortos / comente dromint s’isteddas: / d’un meravillosu silentziu” (54), variante nuorese.

[6]e intantu s’ala tua, in pittu de pe’, / fiat uno silentziu chi at gheneradu s’ateru silentziu, / sa tinta de uno girassole arrimau supra s’orizonte / de sa matessi umbra” (56), variante nuorese.

[7]su misteru de una vida tra sa pìuere / e su birderamen chi ti tinghiat su bestire comente a unu Arlecchinu / […] / Su tempu non passaiat mai comente / unu chelu bettiosu chi non volet diventare isteddau” (60-62), variante nuorese.

[8]Dae tempu apo bisonzu de faeddarti, / de prezipitarti in s’incasciu de s’alma / cun s’apprettu de una pazina bianca / da piènnere pro iscobèrrere cantu tuttu de tue m’assimizza” (110), variante lugodorese.

[9]de viola a s’angulu de s’oju / […] / sa cicatritze subra su bentre, cordone de s’imbligu / […] / un’amore malàidu // […] Ma comente abbaidare custa cara mea, / sa duplicatzione sua impretzisa chi si abbandonat / supra sos bidros / […] / iscorzoladuras de s’ojos / […] / inghirios de una vida differente // […] assaborare su trigu de un’atera umanidade” (146-148), variante logudorese.

[10]andant cun sos matessi ojos / de unu matessi chelu, cun sas matessi pijas de unu matessi sole / contra a su matessi silentziu, a sas peraulas repitidas / sutta sa pio fittiana. // S’insoro boghes sunt unu mare chi isgarrat e bortulat / sos montes, / […] / “Ue sunt? Ue ais los lassados falare? Ue ais segadu s’insoro lapisas?” (72), variante logodurese.

[11] Purtroppo non sono riuscito a recuperare indicazioni precise in merito alle date di nascita e morte e zona di appartenenza di tutti i poeti di cui Baldinu riporta versi nel suo libro. Riporto a continuazione gli altri di cui si difetta di informazioni complete: Antonio Palitta (Pattada, n.d. – 2003), Gavino Finà (Martis, 1920 – Brusaporto, 2019), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925), Pietrino Marras (n.d., 1925-1979), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936), Vincenzo Pisanu (Uras, 1945), Orlando Biddau (Fiume, 1938 – Bosa, 2014), Maria Paola Gisellu, Pietro Mellino, Fedele Carboni, Cesira Carboni Aru, Angelo Bellinzas, Antonio Manca, Francesco Manconi, Rosalba Martino Farris, Tore Silanos, Anna Fenu, Antonio Spensatello Fais, Gavino Virdis, Giovanna Elies Pecorini, Mario Sechi, Antonio Satta, Giampiero Mura, Antonello Paba.

Diario poetico ai tempi del Coronavirus: poesie e riflessioni di Antonietta Langiu

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

Con l’autorizzazione dell’autrice, che mi ha inviato in anteprima questi testi poetici (da lei definiti “pensieri”) e pagine di un diario personale, sono felice di dare diffusione sul mio blog di questi contributi della poetessa e scrittrice Antonietta Langiu che aiutano a capire il momento di disagio e di sofferenza vissute in questo drammatico momento sociale dettato dalla paura del contagio, dalle restrizioni sociali e, in linea generale, da una messa in crisi della nostro comune vivere.

Antonietta Langiu

Antonietta Langiu (Berchidda, SS, 1936), laureata in Sociologia a Urbino, vive da molti anni a Sant’Elpidio a Mare (FM), senza dimenticare la sua terra, la Sardegna, cui “ritorna” spesso con i suoi scritti. Numerose le opere pubblicate tra racconti, saggi e testi monografici: Sa contra – Racconti sardi (1992; riedito 2014), Dietro la casa, libro per ragazzi con schede didattiche (1993), Sas paraulas-Le parole magiche (1999; riedito 2008), L’amica Joyce, libro d’arte (1999), Maestre e maestri in Italia tra le due guerre (co-autrice L. Durpetti), libro di ricerca e storia orale (2004), Immagini lontane (2005), Lettera alla madre (2005), Joyce Lussu. Bio e bibliografia ragionate (co-autrice G. Traini) (2008), Lungo il sentiero in silenzio- Dalla Sardegna all’Europa: diario di vita, di viaggi e di incontri (2008), La linea del tempo (2014), Tessiture di donne (2017). Diversi racconti, corredati da incisioni e inseriti in libri d’arte, si trovano presso raccolte pubbliche e private a Fermo, Fabriano, Urbania, Ancona, Venezia, Aachen e Copenaghen. Saggi e racconti sono stati pubblicati sulle riviste letterarie NAE, l’immaginazione, nostro lunedì, Proposte e ricerche, Sardegnasoprattutto e El Ghibli.

“Confini e orizzonti: l’Alieno COVID-19”

Chi combatte

non si arrende

a un presente alienato.

Chi ha lanciato l’innesto

ha scalfito la natura umana   

malato anche lui

se ne sta in disparte.

Quando e a che cifra

tornare indietro

e come è possibile tornare?

Il tempo è corto

l’incontro è difficile

solo da lontano

possiamo salutare

chi come noi

soffre in silenzio.

L’attesa si fa sempre

più remota

ma dobbiamo ritornare

per riprendere

gli istanti perduti

per un’errata

scala di priorità.

Fermiamoci per il tempo

dell’ascolto e della lettura

separati ma vicini

in attesa di un Sempre

che non potrà essere lontano.

Ho scritto questi versi in un momento particolare… Giovedì 26 marzo, mi ha mandato un messaggio WhattsApp l’amico giornalista di Nuoro, Antonio Rojch: era preoccupato per l’invasione del Coronavirus, anche perché soffre spesso, come me, di fibrillazione atriale e le medicine che prende potrebbero, secondo lui, facilitare il contagio. L’ho tranquillizzato, perché mia figlia medico non me ne ha assolutamente parlato. Mi ha risposto, ponendomi altre domande e ciò fino all’una e mezza di notte. Non poteva dormire… e a quel punto neanche io ci riuscivo più, così ho provato a scrivere… Non credo di essere stata positiva, se non attraverso una specie di tunnel luminoso alla fine: “…separati ma vicini/ in attesa di un Sempre/ che non potrà essere lontano.” e gliel’ ho spedita.

Una riflessione è necessaria, anche se non mi sono lasciata sopraffare del tutto dalla paura: stiamo perdendo il senso della nostra esistenza in uno scenario di solitudine, nell’angoscia di un’offensiva e di un attacco decisivo per la sorte di tutti. La nostra è una vita sospesa… Fino a quando?

Niente sarà come prima: un primo passo verso un possibile ritorno alla normalità potrà essere quello di abbandonare ogni teatro di guerra e riportare a casa tutti i nostri militari impegnati in varie missioni all’estero, e utilizzare i risparmi per acquistare materiali sanitari che ci consentano di salvare molte vite umane. Le massime Istituzioni Nazionali e i rappresentanti politici dovrebbero, inoltre, fare un appello generale a tutte le nazioni per sollecitare la sospensione immediata delle operazioni di guerra in atto. Intanto il COVID 19 si espande nel mondo intero. Dobbiamo difenderci, se possibile, ma come?

Ci insegna qualcosa questa pandemia? Sì, ci sono delle precauzioni che dobbiamo assumere per l’incolumità nostra e altrui, tenere conto delle relazioni sociali che ci mancheranno, delle preclusioni negli spostamenti, della capacità di tutti e di ognuno di accettare una realtà terribile. Sono degli imperativi categorici che dovranno improntare il cammino per una rinascita, se abbiamo fatto tesoro degli errori e compiere una vera e propria rivoluzione nella nostra vita:

-rimodellare una società fatta di privilegi e di sperequazioni sociali;

-cambiare una realtà pervasa di disfunzioni ambientali, di disservizi e di inefficienze;

-recuperare una nuova coesione sociale;

-essere parsimoniosi e selettivi, rinunciare al superfluo e concentrarci sull’indispensabile;

-riconsiderare i diritti fondamentali quale la salute e l’istruzione, riconosciute dalla Costituzione come imprescindibili e irrinunciabili;

-attivare la ricerca, dando la possibilità di lavoro e di studio ai tanti giovani costretti a lasciare la propria terra d’origine.

E tutto ciò per cambiare la nostra società prima che sia troppo tardi.

“E per un tratto ancora su tutta la contrada incupì la notte. Ma l’alba non era lontana.” Si tratta della lapidaria epigrafe scritta dal parroco berchiddese, un bravissimo predicatore in tutta l’isola, e scrittore, Pietro Casu, a conclusione del suo libro capolavoro: Notte sarda (il primo romanzo che ho letto da ragazzina), quasi un epitaffio e una metafora che fotografa l’abisso nel quale siamo sprofondati, in attesa di un’aurora di speranza e di ripresa, contro il mostro alieno: incolore, inodore, insapore e allo stesso tempo feroce, aggressivo e crudele.

E per lui io resto a casa, tu resti a casa, egli resta….

Restiamo tutti chiusi a casa, che è diventata una specie di carcere. Intorno regna un silenzio enorme: non passa nessuno per la strada. Ci stiamo rendendo conto, tutti, dell’immensità di quanto stiamo vivendo, ma tanto vera è la sofferenza di questa tenebra, tanto lo è la speranza e la luce che ci porta oltre… perché la vita è più forte della morte… e bisogna crederci.

Altro pensiero

Ognuno è solo

in questo mondo in frantumi

in questo tempo senza nome

in questi momenti sospesi

dove un nemico invisibile

attenta alle nostre vite.

Bisogna stare assieme

la natura umana lo vuole

ma io sono sola

anche tu sei solo

nel silenzio assordante

che ci circonda.

Siamo tutti soli

nessuno incontra l’altro

 nella nebbia che scende

a coprire i dolori e i pianti

nell’attesa di un domani

che appare lontano

e che forse non ci sarà.

Altro pensiero…

È come se il tempo

si fosse fermato

e sei ritornato bambino.

Hai bisogno di una mano

che stringa la tua

hai bisogno di una madre

che ti accarezzi il viso

hai bisogno di spazi verdi

pieni di fiori e di profumi

quelli che ti avvolgevano

quando eri fanciullo

là tra i cespugli

di mirto e di lentisco

pieni di nidi di uccelli

che cantavano la primavera.

Altro pensiero…

Ho voglia di passeggiare

di evadere da queste

giornate murate

senza respiro.

Ho voglia di passeggiare

per fuggire all’assedio

che chiude le nostre case

e non ci fa vedere il sole

e non ci fa sentire il mare.

Ho voglia di passeggiare

per interrogare il cielo

le nuvole che fuggono alte

nell’azzurro infinito

gli alberi vestiti a festa

nella primavera alle porte.

Ho voglia di passeggiare

di partire per arrivare

senza impegno

non so dove

di vedere gli uccelli

che volano cinguettando

verso paesi lontani.

Ho voglia di passeggiare

per assaggiare l’aria

con il naso e con la pelle

per ritornare alla vita

al saluto gioioso con il vicino

al contatto nudo con gli altri

quelli che abbiamo sempre visto

e i tanti mai incontrati.

Altro pensiero…

In questo tempo crudele

in questo mondo in frantumi

dove non ci è dato di essere

tutto ci spaventa tutto ci deprime.

Chi può proteggere il nostro cuore

chi risvegliare la nostra anima

inaridita dalla solitudine

e dalla paura del mostro invisibile?

L’ansia incalza i nostri passi

ma non possiamo andare e correre

gli amici di un tempo non ci sono più.

Nel nostro vagare nel nulla

solo buio e silenzio

e mascherine sui volti

di chi passa lontano.

Non sai se recitano

o se fuggono da qualcosa

che si nasconde

vicino a te a me a noi.

Dobbiamo stare al riparo

nelle nostre case per meditare

e ascoltare nel profondo noi stessi

cambiare la nostra vita

per salvarla dall’inutilità

e dall’indifferenza.

Solo così potremo guarire

per fare scelte più giuste

acquisire nuovi modi di vivere

che possano salvare l’uomo

la sua umanità e il mondo intero.

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore.

“La mia isola” di Antonietta Langiu. Recensione di Lorenzo Spurio

La scrittrice di origine sarda Antonietta Langiu, da molto tempo nelle Marche, ha recentemente dato alle stampe una silloge poetica dal titolo La mia isola per i tipi di Grafiche Fioroni. A campeggiare nella copertina di questo volume è una foto del fratello del marito, Sergio Pierleoni, che ritrae uno scorcio suggestivo della brulla terra sarda con un primo piano di una vegetazione esile e spinosa, simile al cardo.

La-mia-isola-Antonietta-Langiu-203x300Antonietta Langiu, nata a Berchidda (Sassari) nel 1936, ha alle spalle una intensissima attività letteraria, con particolare attenzione alla narrativa. Seguiamone alcuni tracciati per comprendere la fitta trama delle sue scritture. Lasciata la Sardegna (alla quale è sempre ritornata per periodi più o meno lunghi, nel corso del tempo) si è laureata in Sociologia all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; vive a Sant’Elpidio a Mare (Fermo) assieme al marito Ottorino Pierleoni, noto pittore e incisore, autore di un libro-testimonianza, cronaca della nostra Italia del XX secolo, Tracce di un percorso. Aspettando una nuova primavera (2018).

Particolarmente legata alla sua terra natale, della quale vi è vivida e continua testimonianza nei suoi scritti (“Corre la penna/ e il mio foglio bianco/ si trasforma/ in un paesaggio/ multiforme”), la Langiu ha pubblicato varie opere, tra le quali raccolte di racconti, opere critiche di approfondimento, studio e ricerca e studi monografici: Sa contra – Racconti sardi (1992; riedito nel 2014); il libro per ragazzi con schede didattiche Dietro la casa (1993), Sas paraulas – Le parole magiche (1999; riedito nel 2008, con la traduzione a fronte in sardo); L’amica Joyce (1999), libro d’arte dedicato alla celebre scrittrice e difensora dei diritti civili di cui fu grande amica, Joyce Lussu (nata col cognome di Salvadori a Firenze nel 1912, sposa del politico e scrittore Emilio Lussu, deceduta a Roma nel 1998) da lei frequentata nella sua casa signorile di San Tommaso alle porte di Fermo e con la quale viaggiò insieme in Sardegna; il saggio, un libro di ricerca e storia orale, dal titolo Maestre e maestri in Italia tra le guerre (2003) scritto assieme a Liduina Durpetti, Immagini lontane (2005), Lettera alla madre (2005), ancora sulla Lussu l’intenso lavoro di ricerca confluito in Joyce Lussu. Bio e bibliografia ragionate (2008) scritto assieme a Gilda Traini, Lungo il sentiero in silenzio – Dalla Sardegna all’Europa: diario di vita, di viaggi e di incontri (2008), La linea del tempo (2014), Tessiture di donne (2017). Diversi racconti, corredati da incisioni e inseriti in libri d’arte, si trovano presso raccolte pubbliche e private a Fermo, Fabriano, Urbania, Ancona, Venezia, Aachen e Copenaghen. Saggi, racconti e altri testi sono stati pubblicati sulle riviste letterarie NAE, l’immaginazione, nostro lunedì, Proposte e ricerche, Sardegnasoprattutto, Euterpe, La Donna Sarda, El Ghibli. Sulla sua produzione si sono espressi, tra gli altri, il critico Giorgio Barberi Squarotti, il poeta e critico sardo Angelo Mandula, Silvia Ballestra, Maria Giacobbe, il critico e docente universitario Franco Brevini, studioso di dialetto.

 

La recensione integrale è stata pubblicata sulla rivista online Oubliette Magazine il 05/02/2020. Per leggerla è possibile cliccarla qui.

 

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“Nel finito… mai finito” di Iole Chessa Olivares, recensione di Lorenzo Spurio

Iole Chessa Olivares, Nel finito… Mai finito, Nemapress, Alghero, 2015.
Recensione di Lorenzo Spurio

Assai corposa e densa l’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, poetessa originaria di Cagliari, che vive nella Capitale da molti anni. Con l’intenzione di proseguire un percorso che la stessa poetessa ha vissuto e delineato concretamente col “fare poetico”, le liriche vengono proposte suddivise in sette sezioni i cui titoli, pur ariosi e ampi, trasmettono a grandi linee quelli che sono gli stilemi che le caratterizzeranno. Curiosa l’immagine che campeggia nella copertina del volume, un noto quadro del pittore catalano Joan Mirò dove, su una tela di un giallo pesante, campeggiano segni indistinti dalla figurazione matematica con asterischi tracciati velocemente che fanno pensare a delle stelle e grandi bolli di colore nero messi in relazione a un segno più incisivo, dalla conformazione tondeggiante e posto nella posizione centrale. Una massiccia conferenza a tinta azzurra dove, a un’accurata vista si evidenziano i tocchi di pennellatura a semicerchio, viene a rappresentare un campo quasi filamentoso e vivido, facendoci figurare una particola di una cellula vista al microscopio.

STAMPA-COP.-2-OLIVARES.jpgNon solo surrealismo e visionarietà contraddistinsero il genio spagnolo ma anche fascinazione verso l’indefinito, i limiti della ragione, la sfida verso il reale, aspetti questi che visse e concretizzò in una ricerca spasmodica e pressante nell’arte pittorica dando luogo a campionature apparentemente assurde e di difficile risoluzione ma assai d’impatto. La poetica di Iole Chessa Olivares non ha nulla che possa dirsi affine, o congruo, a un’esperienza di tipo avanguardistico o di ipnotico, ed è ben lontana dall’onirico ponendosi su un crinale ben distinto dove l’empatia verso l’ambiente, l’osservazione critica del mondo nella quale affiora il trasporto emotivo e la difesa dell’universo femminile figurano come gli emblemi principali.

Una poetica che rifugge la scelta arcana delle simbologie o delle metafore argute e intricate, per mostrarsi al lettore ricca di rimandi alla terra natia, quell’isola che vive nel suo cuore, in una comunione del ricordo che avviene imbevuta nelle acque pulite e terse dell’infanzia. Non mancano nel libro componimenti che guardano con più ampiezza a ciò che accade al di là dell’universo intimo, vale a dire che s’interessano agli accadimenti e alle situazioni che hanno dettato in maniera significativa – spesso nel Male – le sorti di una società, di un gruppo collettivo di uomini. Mi riferisco alla lirica che ricorda – mai in maniera retorica né banale, come pure ravvisa l’acuto Plinio Perilli – la tragedia dell’Ossezia avvenuta nel 2004 dove alcuni terroristi, entrati in maniera subdola in una scuola, adoperarono il gas nervino per l’ottenimento del loro scopo, quello di una strage di innocenti. Tra gli episodi meno felici che in qualche modo vengono rievocati non si può neppure celare l’attenzione di Iola Chessa Olivares, direi addirittura una sorta di premura materna, che la poetessa rivolge verso la giovane Donatella Colasanti, vittima di un rapimento e di sevizie di un gruppo di balordi romani meglio noto come massacro del Circeo, da cui riuscì a salvarsi, che negli anni ’70 destabilizzò la popolazione e infuocò la cronaca.

Mi piace sottolineare, nella lettura delle poesie che compongono Nel finito… mai finito di Iole Chessa Olivares una predilezione palese per l’ossimoro, figura retorica che impiega non con lo scopo di generare stridore e dunque una qualche forma di choc, piuttosto per permettere al lettore di leggere il messaggio che la poetessa fornisce volutamente in maniera amplificata. In queste polarità semantiche o dualità aggettivali che la poetessa spesso tipicizza in maniera assai vivida e fulgente nelle liriche è contenuto quel rapporto magmatico tra l’io e l’anima.

Figure centrali e rivelatrice nelle poesie della Nostra oltre al mare, sono le donne a cui Iole dedica molte poesie (una dedicata a Samantha Cristoforetti, un’altra alla già nominata Donatella Colasanti, ma anche una alla Madonna) riflettendo sulla loro condizione e l’importanza del loro ruolo, ma anche l’immagine chiave del margine che così spesso ritorna a intendere non una cesura né un sistema divisorio ma un ambito di coesione e di cucitura, una cerniera, un elemento che traghetta o che, al contrario, lambisce l’oggetto di interesse. Esso non ha, dunque, il significato che potevano avere gli “steccati” della poetica di Fausta Genziana Le Piane in un’edizione pubblicata con nota di prefazione di Italo Evangelisti qualche anno fa. Poetesse che, pur parlando di realtà assai diverse (il mare della Sardegna in Iole, gli scenari cavallereschi in Fausta Genziana Le Piane) sembrano – pur con i loro immancabili e ovvi distinguo – provenire da una tendenza lirica affine, da un canto che elude lo smielato e avanza una ricerca dell’animo, con le nevralgiche riflessioni sul mondo, in quell’incanto che è amore verso l’ambiente e l’altro e confessione di sé.

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La poetessa Iole Chessa Olivares

Le puntuali e arricchenti note critiche di Plinio Perilli che accompagnano singolarmente ciascuna poesia con vari rimandi colti alla letteratura, alla filosofia e alla religione, appartenenti a varie epoche e tradizioni, sembrerebbero a una prima vista asfissiare il testo poetico che dovrebbe respirare autonomamente ed essere dotato di vita propria. La loro presenza si rivela assai utile per approfondire un possibile percorso esegetico delle stesse poesie ma – a mio vedere – è raccomandabile avvalersene solo a partire da una seconda lettura, magari più meditata e approfondita, per lasciare, comunque, al lettore di assaporare i vari righi da sé, ricercandone egli stesso le melodie intime, i fragori interni, gli ansimi e i bagliori.  Tutto ciò, per ritornare ai termini della questione, affinché “nel finito” di cui parla Iole Chessa Olivares possa stabilirsi quell’indicibilità oggettiva, quella possibilità polifonica d’intesa, ovvero si realizzi una multidisciplinarità intuitiva o, in altre parole, non si raggiunga completamente quel “finito” a scapito di un “mai finito” che, invece, caratterizza noi, nella nostra effimera composizione umana, e il mondo nel suo ciclico rincorrersi dei tempi e nella metamorfosi del reale.

Le poesie di Iole Chessa Olivares hanno la forma di un’apertura, di un invito alla condivisione, di una donna che, senza remore o remissioni, elargisce con spontaneità e fierezza il suo vissuto e le sue perlustrazioni sull’esistenza, esse vengono fornite a chi avrà la volontà di leggerle e recepirle con il solo scrupolo che non sempre tutto è ciò che appare, che il messaggio è spesso contenuto nel non detto. Poesie che si attestano in una superficie aerea a noi superiore e, seppur di poco, comunque non raggiungibili del tutto, in una sospensione piacevole e reale, foriera di dilemmi e di elucubrazioni investigate secondo le predisposizioni e le inclinazioni emotive della Nostra. Poesia il cui messaggio è da ricercare perché le parole evocano, più che dire. Messaggi che sono latenti, eppure che respirano, e che al lettore è data facoltà di recuperare e di esporre al sole. Ed è così che il fulcro poetante della Nostra si potenzia nei recessi dell’invisibile, tra i “singhiozzi della mente” che spesso hanno voce in un altrove indefinito, ai margini di “una infezione/di una grande festa” dove, nella incredulità, il respiro spesso ha “l’alito [che] sa di sangue”. Si compie, così, quella disamina esoterica di un mondo dove il reale sembra il tutto e l’invisibile ha la forma di un’immagine che svanisce, ma che possiamo rincorrere perché niente è “mai finito”. Incertezza e cambiamento, sospensione e nemesi, in un colloquio  autentico e che si rinnova, “nelle possibilità infinite”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-05-2017

“Figli di terracotta” di Katia Debora Melis, prefazione di Lorenzo Spurio

Katia Debora Melis: la fragilità della poesia

Figli di terracotta, Thoth Edizioni, 2016

Prefazione di Lorenzo Spurio 

 

Oggi che tutto si può fare

che niente più stupisce

scandalosa è la poesia.

Due importanti lemmi linguistici coniugati a costituire una sembianza al contempo astratta e concreta costituiscono il titolo integrale della nuova silloge poetica di Katia Debora Melis, Figli di terracotta. Da una parte i “figli” richiamano quella corporeità di immagini legata al senso concreto dell’esistenza e di un vissuto che si tramanda nel corso delle generazioni mediante l’atto riproduttivo (una sorta di palingenesi continua dell’umanità), dall’altra, la “terracotta” quale materiale che esiste non in quanto naturale (come può esserlo la roccia lavica o lo zolfo) ma quale prodotto di lavorazione dell’uomo ci introduce immancabilmente a un universo plastico caratterizzato per la fragilità della materia, per la connaturata finezza dello stesso soggetta a un deterioro e che necessita, dunque, di una maneggiabilità attenta, se non addirittura severa e rigorosa.

A fare da apripista a questa raccolta poetica è una poesia iniziale che funziona come preludio a ciò che la Nostra andrà occupandosi nel corso del volume, non è un caso che essa sia intitolata “Genesi” quasi a voler intendere che questo libro non è che una poeticizzazione dell’atto esistenziale, di analisi di ciò che accade fuori di noi, fatta però con viva coscienza non solo della finitezza delle cose e della loro corruttibilità, ma anche dell’importanza rivelatrice di fatti prodromici, genetici, che hanno in un certo senso permesso l’avvio dell’umanità: bellissima la resa iniziale del “Sole/ [che] ha ingravidato la Terra/ […] [dalla quale] nacquero i figli di terracotta”. Colpisce da subito l’utilizzo di un linguaggio quanto mai diretto e quasi materico, cadenzato in versi per lo più brevi al fine di rendere plasticamente tanto la materialità geofisica (Terra) che celeste (Sole) a descrivere un percorso tra i due emisferi del reale e dell’aldilà, del concreto e dell’ignoto.

Si ravvisa un senso a volte più marcato altre volte meno di desolazione, ma -intendiamoci- non è quella desolazione che priva l’animo di speranze e ammorba in cupe incertezze o conduce alla noia titanica, piuttosto è una desolazione misurata, figlia di un’indifferenza sociale che sembra aver perso misura nei comportamenti e che vive -volente o nolente- in una sperequazione diffusa nei confronti del senso di civismo, una disattenzione (o piuttosto si tratta di incapacità?) nel colloquiare con il proprio ambiente, le proprie emozioni, se stessi. Ed ecco che le farfalle, più che anticipare la bella stagione e arricchire l’idillio di una giornata campestre, finiscono per risultare compromesse in quel sistema perverso della contemporaneità dove ogni cosa sembra aver perso logica e finalità e così le intuiamo volteggiare stanche o distratte anche se la Nostra non ce le indica e, piuttosto, ci parla della loro disarmante assenza: “Neanche le farfalle/ ormai/ escono di giorno”.

13466331_10209598678067163_7161364544256503490_n (1)In questa silloge Katia Debora Melis sembra aver approfondito, e di molto, le tematiche che nel corso del tempo ha trattato nelle sue varie sillogi precedenti tanto da giungere a una poetica in cui l’evoluzione matura di scelte linguistiche, sistemi poetico-architettonici e resa di immagini con relative suggestioni conoscono una espressività più diretta che nel lettore produce soprattutto in relazione a certe liriche un’empatia della quale egli stesso può rimanere felicemente impressionato.

La poetessa ravvisa una fragilità di fondo tipicamente accomunata all’età post-post-moderna nella quale siamo chiamati a vivere, fragilità che non concerne solo il tortuoso sentimento nei confronti dei propri quesiti esistenziali ma che guarda oltre, spesso con criticità anche i rapporti umani che sembrano essersi deteriorati, falsificati (c’è un riferimento al “sorridere falso” nella poesia “Suggestioni”) e plastificati, cioè resi in forma in-autentica, surrogata, sostitutiva in maniera imperfetta. Una perplessità di fondo tendente a un grigio pessimismo cuce la silloge intera dove non mancano i riferimenti a una società manchevole, disinteressata o, ancor più colpevole, tanto da far “latitare” (linguaggio della nostra) il “seme dei nostri giorni”, vale a dire il significato della nostra vita, la ricerca della nostra esistenza, la compiutezza del nostro Sé cosciente. L’utilizzo di un determinato lessico è nella Nostra di fondamentale importanza e non potrebbe trovare la stessa forza espressiva e presa sul lettore se, ad esempio, si impiegassero dei sinonimi. “Latitare” di cui si diceva appena sopra, è un chiaro esempio: il “seme dei giorni” latita, cioè manca fuggevolmente, come se l’uomo stesso fosse in fuga da sé, disorientato e fuggiasco, ma allo stesso tempo sta ad individuare qualcosa di non visto, di nascosto, di celato, che sappiamo esserci stato e che, per qualche ragione, è invisibile ai nostri occhi.

L’uomo -dai versi della Nostra- ne esce come un automa quasi irresponsabile nei confronti di quell’apparato cerebrale che, se in passato è stato in grado di usare con profitto, al presente sembra aver sofferto una qualche calcificazione tanto da renderlo “ergastolano del tempo”, cioè relegato alla spoliazione del proprio essere, indifferente ed apatico di un’apatia assordante che dà fastidio chi, invece, ha fatto dell’attivismo e della consapevolezza i suoi cavalli di battaglia. La Melis ravvisa un’inettitudine di fondo nella realtà contemporanea che non è quella inettitudine caratteristica dei protagonisti dei grandi romanzieri italiani del primo ‘900 (Pirandello, Svevo) ma che è, piuttosto, la conseguenza di un disinteresse per la vita e la società in senso generale, più che per questioni prettamente familiari o personali. Ciò talvolta prende addirittura la forma di una preoccupante manifestazione anosognosica ossia di uno stato di disaffezione o disturbo del quale si è coscienti ma che facciamo di tutto per negare ed eliminare dalla nostra mente pensando, forse, che il processo di oblio forzato possa in effetti condurre a un ritrovato stato di sanità o, per lo meno, di tranquillità. Sembra non essere così e gli uomini nella silloge della Nostra sembrano pedine mosse dalla volontà di qualcuno che ha una capacità beffardamente ipnotizzante, sono esistenze sbiadite che neppure hanno nulla di caricaturale (la caricatura, per quanto possa sfociare nel mondo dell’ironia e dell’assurdo, ha pur sempre una connotazione particolare che la identifica), spaventoso o che reclama una data verità. Ed è bene a questo punto osservare che il “ridicolo” di cui la nostra parla nella lirica “Lamentazione” non ha parentela alcuna con il mondo del paradosso o del grottesco, dove il riso ne rappresenta la manifestazione concreta di un atteggiamento di stravaganza, ma piuttosto è viva in questa terminologia una volontà accusatoria (in senso generale, la nostra non punta il dito contro nessuno in particolare) e di denuncia.

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Katia Debora Melis, autrice dell’opera

A tratti quell’oscurità della silloge che cuce le varie poesie travalica il grigio, la zona d’ombra di cui si parlava, per sprofondare in una desolazione più ampia e che sembra priva di una qualsiasi consolazione: “Regna/ il lamento/ ovunque” scrive in “Linfa nera”. All’uomo d’oggi, a cui è venuta meno anche la consapevolezza della sua esistenza e nel quale si ravvisa una debolezza attitudinale, una passività fiaccante e un’idiosincrasia nei confronti di un atteggiamento sano e responsabile nei confronti della vita, sembra che non resti altro da fare che perseverare nel nutrimento da quella “linfa nera” che degrada ulteriormente l’essere inquinandone il corpo e marginalizzando ulteriormente l’anima. Ancora una volta la Nostra contrappone l’astrattezza delle forme (la linfa) alla quale l’uomo, stolto ed ignavo finisce per essere soggetto e poi vittima, alla necessità di concretezza (di vedere, di toccare, di sapere che esiste materialmente ciò di cui parliamo) come avviene nella lirica “Berlino 27 gennaio” dove la Nostra utilizza una delle pagine più amare della storia europea in una chiusa altamente significativa e da un punto di vista etico-civile e in maniera polisemica istituendo allegorie che possiamo intuire: “La più dura realtà/ è che abbiamo bisogno/ di pietre/ per ricordare”.

Il tema della falsità connaturata nella natura umana è riproposto in maniera ancor più approfondita in una sorta di lamentazione interrogativa nei confronti di un pubblico condiviso, che è la società tutta, nel quale la Nostra senza avvisi di retorica, ma piuttosto con crudeltà, chiede: “Perché è bugiarda la vita?” per passare poi a darsi la risposta, contenuta già nella domanda, chiarificatrice di quel pessimismo concreto di cui si è sin qui parlato: “La tua mente fragile e offesa/ non lo capirà”.

Parole chiave della presente raccolta di poesie restano nero, falsità e fragilità ad individuare una esistenza depressa, incapace di colloquiare razionalmente, improntata all’ipocrisia, alla scappatoia e alla bugia rendendo ancor più l’uomo schiavo di se stesso, privo di punti di riferimento, in balia delle onde di quella incoscienza alla quale egli stesso si è votato, in quel “gorgo indefinito dell’ottundimento”, inconsapevole del pericolo e del deterioramento di tutto.

È importante soffermarsi a una disanima più attenta e circoscritta attorno alla poesia “Spudorata” che contiene quelle che sono le leggi morali della poetica della nostra. Si riscontra, nella forza e nell’urgenza che la nostra ravvede nel bisogno di sincerità della poesia, un richiamo sabiano al celebre saggio “La poesia onesta” nel quale il grande poeta parlava della poesia quale espressione di autenticità (nel bene e nel male) nelle forme d’essere dell’uomo; onestà e sincerità che debbono esser messe in campo per il benessere stesso della poesia affinché questa non diventi macchinazione edonistica o deteriorata rappresentazione della realtà già di per sé abbastanza restia al concetto di onestà. La nostra parla della “spudora[tezza] di sincerità” che deve avere la poesia. Non esiste, dunque, una scala di sincerità: o essa è presente oppure non lo è; non si può essere sinceri in parte o solo su alcune cose, ed ecco, allora, che la nostra con questa attestazione di poetica del vero non fa altro che denunciare la realtà fondata sull’ipocrisia e il doppiogiochismo. Affinché la poesia parli del vero, è necessario che nella vita ci sia il vero e si attui per ricercarlo e conservarlo. Questa necessità di realtà (e non di realismo, che è diverso) ricorda un po’ anche i crepuscolari la cui poetica era semplice, effimera, tristemente casalinga, ma quanto mai reale e concreta.

Completando la lettura di questo nuovo lavoro poetico di Katia Debora Melis di cui l’ultima sezione  è fortemente intimista e legata al ricordo, si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di estremamente fragile, addirittura friabile, che potrebbe danneggiarsi di colpo con un brusco movimento. Questa sensazione ci è data non dall’essere fisico del libro che teniamo tra le mani che ovviamente, per quanto possa essere di fattura delicata non risentirà del nostro strofinio delle pagine, ma piuttosto per il complesso delle immagini che la poetessa descrive, ci fa immaginare o alle quali allude fornendoci flash veloci, ma ricchi di suggestione.  Per rispetto a una scrittura così squisita e profonda è bene, allora, che ci approssimiamo a leggere questi versi con cautela, che non significa solo con calma ed attenzione, ma anche con quel senso di scrupolo e di riverenza verso un’esperienza poetica, immagine di un vissuto, talmente ricco e degno di analisi.  Proprio come “I passi/ [che] sempre/ devono essere leggeri/ sulla terra/ come se volassimo/ radenti/ sull’acqua”.

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-02-2015

 

XII Edizione del Concorso Letterario Anselmo Spiga

L’Associazione di Solidarietà Libera la Farfalla ONLUS e l’Associazione Nazionale Teatro Autonomo Sardo A.N.T.A.S organizzano la

XII Edizione del Concorso Letterario
Anselmo Spiga

N I G R I C A N T E

L’Associazione di Solidarietà Libera la Farfalla ONLUS e l’Associazione Nazionale Teatro Autonomo Sardo A.N.T.A.S organizzano la

XII Edizione del Concorso Letterario
Anselmo Spiga


Scadenza 20 Giugno 2015

Il Concorso è gratuito e aperto a tutti.

Sono ammesse al Concorso le opere redatte in una qualsiasi variante della lingua sarda, nelle altre lingue parlate in Sardegna e le opere in italiano.

Tutte le informazioni

www.liberalafarfalla.org
https://www.facebook.com/PremioLetterarioAnselmoSpiga

REGOLAMENTO DEL CONCORSO:

Regolamento 2015

locandina 2015

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Mariuccia Gattu Soddu, poetessa orunense con un testo-atto d’amore per la sua terra

COMUNICATO STAMPA

 

Mariuccia Gattu Soddu_coverTraccePerLaMeta Edizioni è felice di annoverare tra i suoi autori la poetessa sarda Mariuccia Gattu Soddu, nativa di Orune, città alla quale dedica l’intera opera dal titolo Ricordi di Sardegna: Orune nel cuore e nella storia. La donna traccia con attenzione e vividezza l’anima di Orune che nel tempo ha visto immancabili cambiamenti, tanto che il libro che si compone di una prima interessante parte saggistica, è anche un valido manuale di carattere antropologico per poter conoscere un territorio che vive nel cuore della donna generosamente donato con questa opera dal grande valore contenutistico e sociale.

Ad aprire un lavoro che è già ricco ed esaustivo di suo, è una nota critica del giornalista sardo Luciano Piras nella quale si legge: “Intere parti sono pensate e scritte tutte in orunese doc, patrimonio di una cultura, di una mentalità, di un mondo, agropastorale e arcaico, ricco di storia e tradizioni. È la cultura di un popolo di contadini, pastori, poeti, tenores ed emigranti. Orune era e resta il paese del vento, del vento che fischia, del vento che suona, del vento che carezza, vento che schiaffeggia. [Mariuccia Gattu Soddu] ha iniziato a “giocare” con la letteratura in lingua sarda “soltanto” nel 1993, così almeno dichiara lei stessa, anche se è chiaro che ha sempre avuto il vento in faccia, il vento della poesia, il vento del paese dei poeti”.

 

L’autrice:

Mariuccia Gattu Soddu (nome anagrafico Gattu Maria), insegnante in pensione, è nata a Orune nel 1936 e risiede a Nuoro. Dal 1993 si dedica alla letteratura in lingua sarda.

Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo premi per la prosa (Premio Montanaru a Desulo per tre edizioni consecutive: 1° premio; 2° premio; 1° premio) e segnalazioni per la

poesia (Premio Remundu Piras a Villanova Monteleone; Premio per l’Ambiente a Sarule; Premio Logudoro a Ozieri).

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Titolo: Ricordi di Sardegna: Orune nel cuore e nella storia
Autrice: Mariuccia Gattu Soddu
Editore: TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
Pagine: 112
Isbn: 978-88-98643-07-3
Costo: 10€
Link alla vendita
 

  

Info:

www.tracceperlameta.org –  info@tracceperlameta.org 

Tutti siamo l’isola – Emergenza Sardegna: l’Ass. TraccePerLaMeta ha organizzato una antologia poetica a scopo umanitario

solidarieta2_Siamo rimasti tutti, come tutti, molto male per quanto è successo in Sardegna: un ennesimo “evento eccezionale” ha provocato nei giorni scorsi un’inondazione che è stata causa di lutti e danni materiali gravi. 

I primi sono irrimediabili e partecipiamo al dolore delle famiglie con tutto il rammarico comprensibile, ma per i secondi vorremmo poter portare il nostro piccolo contributo di aiuto e di sostegno a chi vive in una regione bellissima che accoglie generosamente molti di noi per le vacanze offrendo ospitalità in luoghi unici e suggestivi.

Per questo motivo, l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” ha deciso di mettere a disposizione le sue capacità e la sua arte, per dare vita a una raccolta di testi a sfondo sociale e civile il cui  ricavato di vendita sarà devoluto alla Croce Rossa Italiana con causale “Emergenza Sardegna”.

 

La partecipazione a questa iniziativa è definita nelle modalità che seguono.

Ogni poeta potrà inviare una sua poesia di carattere sociale o civile, edita o inedita sulla quale detiene la proprietà intellettuale a ogni titolo.

La poesia non dovrà superare i 30 versi e non dovrà presentare elementi di offesa alla morale, alla religione o riferimenti che denigrino il bene comune e siano forme di discriminazione (razziale, sessuale, religiosa, politica, etc).

E’ richiesto all’autore che parteciperà di inviare la poesia indicando la propria città, a testimonianza della coralità di partecipazione.

Per partecipare è necessario inviare a info@tracceperlameta.org entro e non oltre il 7 dicembre 2013:

– la poesia

– la scheda dei dati compilata e firmata ( http://www.tracceperlameta.org/modulo_partecipazione-emergenza_sardegna.doc )

– l’attestazione del pagamento di 20€ .

 

Non è richiesto ai partecipanti alcuna tassa di lettura. La cifra di 20 € è  comprensiva del costo di stampa dell’antologia, della spedizione di una copia a casa e dell’offerta che raccoglieremo e invieremo alla CRI.

Qualora si desiderino più copie per farne omaggio e sostenere ulteriormente l’iniziativa, ogni copia in più costerà 15 €. Nessun altro costo di spedizione sarà aggiunto.

 

Il pagamento può essere fatto ricorrendo a queste modalità:

 

a) Bonifico bancario

IBAN: IT-53-A-07601-10800-0010042176 08   –  BIC (SWIFT): BPPIITRRXXX

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

b) Bollettino postale – C/C POSTALE: 001004217608

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

c) Paypal postmaster@tracceperlameta.org

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

Ovviamente l’acquisto dell’antologia è possibile per chiunque, anche non Autore, interessato a sostenere questo impegno. Il prezzo sarà di 20€ per la prima copia acquistata, per le successive il costo sarà di 15 €.

 

La Associazione invierà regolare newsletter contenente  ogni aspetto economico dell’iniziativa provvedendo a documentare la cifra che, grazie alla vendita del libro, sarà devoluta alla CRI.

 

 

Anna Maria Folchini Stabile – Presidente Associazione TraccePerLaMeta

Lorenzo Spurio – Responsabile PR Ass. e Direttore rivista “Euterpe”

 

 

 Info:info@tracceperlameta.org

 Evento FB

Di seguito la ricevuta del versamento effettuato pari a 1.441 € al CC della CROCE ROSSA ITALIANA con Causale Emergenza Sardegna:

bonifico_CRI_bn

 

“Questo foglio sottile di vita” di Donata Porcu, recensione di Lorenzo Spurio

Questo foglio sottile di vita
di Donata Porcu
prefazione di Antonella Ronzulli
Lettere Animate, Martina Franca (Ta), 2012
Collana: Phoetica
ISBN: 978-88-97801-01-6
Numero di pagine: 55
Costo: 8 €
 
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 
 
Vorrei incontrarti un giorno
dove il tempo non conosce limiti
a metà del faticoso cammino
perché non esiste un percorso compiuto.
(in “Attesa”, p. 18)
 
 

Ho avuto l’occasione e il piacere di “sperimentare” da vicino questo libro che, pur essendo abbastanza fino,  è ricchissimo di contenuto, durante la sua presentazione che si è svolta a Firenze sabato scorso. In quell’occasione ho conosciuto così l’autrice, Donata Porcu, una donna semplice, spontanea ed estremamente contenta –non solo di questa sua fatica letteraria, ma della vita in generale-. Dopo il suo esordio poetico con la silloge Dell’amore restato solo l’amore (Rupe Mutevole, 2011), Donata Porcu torna con Questo foglio sottile di vita, edito da Lettere Animate. Il titolo apparentemente discorsivo e poco stringato ci dà numerose informazioni: la vita è un foglio bianco da scrivere, siamo noi a scrivere su questo foglio, ma allo stesso tempo sono anche gli altri, l’ambiente che ci circonda, sicché il prodotto finale non è che un manoscritto a più mani, dettato cioè da più fattori. Ma non è solo questo. Quel foglio a cui Donata Porcu fa riferimento – la vita, appunto- non può essere che sottile. L’esistenza del singolo, infatti, non è che una piccolissima componente dell’universale ed è per questo ‘sottile’, ma lo è anche perché la vita è un percorso accidentato e quasi mai rettilineo. La sottigliezza sta nella difficoltà, nella precarietà, nell’incessante scorrere del tempo.

Leggendo le poesie che compongono questo libricino, ci si rende conto da subito che la poetica di Donata Porcu parte da cose semplici e comuni che, però, utilizza come elementi per poter riflettere e argomentare. Molte di esse sono strettamente legate a un passato vissuto in maniera dolorosa – come le liriche ispirate e dedicate alla sorellina morta in tenerissima età- in altre, invece, si ravvisa una innocenza e ingenuità infantile ormai andata e impossibile da ritrovare come in “Samuele”, dedicata al suo gattino.

Donata Porcu è una donna estremamente legata alla sua terra d’origine, alla Sardegna, anche se nella silloge non vi sono espressi riferimenti alla toponomastica di quella regione e neppure espressioni nel dialetto della zona, ma la sua terra natale si respira attraverso i colori, gli odori, le piante che contornano le sue liriche. Antonella Ronzulli, direttrice di collana, osserva nella prefazione all’opera: “Dirompente è il forte legame che ha con la terra, il mare, la sabbia con i suoni, profumi e colori, lei non vive l’ambiente, lei ne è parte; così come il suo amore per gli animali, la conduce a considerarli parte integrante della sua vita” (p. 11). Ed espressione di questo è in maniera evidente la lirica che apre la raccolta dal titolo “Terra” nella quale leggiamo: “Tutto il mondo è la mia terra/ […] Il mio cuore è la mia terra” (p. 12) a significare, forse, che si può essere lontani dalla terra d’origine, ma portarla comunque sempre nel proprio cuore. Ma anche quando la terra non viene evocata come “luogo d’origine”, Donata Porcu si riferisce ad essa come sostrato vitale, come entità materiale del nostro vivere nella quale è possibile riscontrare la creazione, la vita, la rinascita: “Ho baciato la terra umida di pioggia” (p. 21). C’è sempre una grande attenzione nelle sue liriche nei confronti della terra, della Terra, della Madre Terra.

Quando Donata Porcu non parla di terra, si riferisce, invece, all’altra grande entità terrestre: l’acqua, nella forma del mare. E’ noto che gli isolani hanno un rapporto tutto diverso nei confronti dei concetti di terraferma e di mare e Donata Porcu esplica il suo amore nei confronti del mare, come universo ricco di suoni, suggestioni, e di sensazioni donate. Affascinante il carosello di colori, odori e profumi che riusciamo a respirare leggendo le varie liriche di questo libro. Donata Porcu ci regala così un quadretto vivido e sensoriale del suo sentirsi “anima sarda”: “Ti stringerò sul cuore/ pensando alla mia terra,/ la mia terra piena di polvere/ e di una vita immensa” (p. 38).

 

 

Chi è l’autrice?

Donata Porcu (Cagliari, 1965) è fortemente attratta dalla poesia e dalla narrativa. Già a nove anni si esercita coi primi versi, a tredici decide che scrivere è il suo interesse primario. Si laurea in materie letterarie a Padova, ma il suo forte legame con la Sardegna la riporta alle origini. Attualmente studia Scienza della Formazione Primaria. Vive e lavora a Quartu S. Elena. Nel febbraio del 2011 ha pubblicato il suo primo libro, Dell’amore resta solo l’amore, silloge di poesie edita da Rupe Mutevole.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 01/08/2012

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