“Nel finito… mai finito” di Iole Chessa Olivares, recensione di Lorenzo Spurio

Iole Chessa Olivares, Nel finito… Mai finito, Nemapress, Alghero, 2015.
Recensione di Lorenzo Spurio

Assai corposa e densa l’ultima raccolta poetica di Iole Chessa Olivares, poetessa originaria di Cagliari, che vive nella Capitale da molti anni. Con l’intenzione di proseguire un percorso che la stessa poetessa ha vissuto e delineato concretamente col “fare poetico”, le liriche vengono proposte suddivise in sette sezioni i cui titoli, pur ariosi e ampi, trasmettono a grandi linee quelli che sono gli stilemi che le caratterizzeranno. Curiosa l’immagine che campeggia nella copertina del volume, un noto quadro del pittore catalano Joan Mirò dove, su una tela di un giallo pesante, campeggiano segni indistinti dalla figurazione matematica con asterischi tracciati velocemente che fanno pensare a delle stelle e grandi bolli di colore nero messi in relazione a un segno più incisivo, dalla conformazione tondeggiante e posto nella posizione centrale. Una massiccia conferenza a tinta azzurra dove, a un’accurata vista si evidenziano i tocchi di pennellatura a semicerchio, viene a rappresentare un campo quasi filamentoso e vivido, facendoci figurare una particola di una cellula vista al microscopio.

STAMPA-COP.-2-OLIVARES.jpgNon solo surrealismo e visionarietà contraddistinsero il genio spagnolo ma anche fascinazione verso l’indefinito, i limiti della ragione, la sfida verso il reale, aspetti questi che visse e concretizzò in una ricerca spasmodica e pressante nell’arte pittorica dando luogo a campionature apparentemente assurde e di difficile risoluzione ma assai d’impatto. La poetica di Iole Chessa Olivares non ha nulla che possa dirsi affine, o congruo, a un’esperienza di tipo avanguardistico o di ipnotico, ed è ben lontana dall’onirico ponendosi su un crinale ben distinto dove l’empatia verso l’ambiente, l’osservazione critica del mondo nella quale affiora il trasporto emotivo e la difesa dell’universo femminile figurano come gli emblemi principali.

Una poetica che rifugge la scelta arcana delle simbologie o delle metafore argute e intricate, per mostrarsi al lettore ricca di rimandi alla terra natia, quell’isola che vive nel suo cuore, in una comunione del ricordo che avviene imbevuta nelle acque pulite e terse dell’infanzia. Non mancano nel libro componimenti che guardano con più ampiezza a ciò che accade al di là dell’universo intimo, vale a dire che s’interessano agli accadimenti e alle situazioni che hanno dettato in maniera significativa – spesso nel Male – le sorti di una società, di un gruppo collettivo di uomini. Mi riferisco alla lirica che ricorda – mai in maniera retorica né banale, come pure ravvisa l’acuto Plinio Perilli – la tragedia dell’Ossezia avvenuta nel 2004 dove alcuni terroristi, entrati in maniera subdola in una scuola, adoperarono il gas nervino per l’ottenimento del loro scopo, quello di una strage di innocenti. Tra gli episodi meno felici che in qualche modo vengono rievocati non si può neppure celare l’attenzione di Iola Chessa Olivares, direi addirittura una sorta di premura materna, che la poetessa rivolge verso la giovane Donatella Colasanti, vittima di un rapimento e di sevizie di un gruppo di balordi romani meglio noto come massacro del Circeo, da cui riuscì a salvarsi, che negli anni ’70 destabilizzò la popolazione e infuocò la cronaca.

Mi piace sottolineare, nella lettura delle poesie che compongono Nel finito… mai finito di Iole Chessa Olivares una predilezione palese per l’ossimoro, figura retorica che impiega non con lo scopo di generare stridore e dunque una qualche forma di choc, piuttosto per permettere al lettore di leggere il messaggio che la poetessa fornisce volutamente in maniera amplificata. In queste polarità semantiche o dualità aggettivali che la poetessa spesso tipicizza in maniera assai vivida e fulgente nelle liriche è contenuto quel rapporto magmatico tra l’io e l’anima.

Figure centrali e rivelatrice nelle poesie della Nostra oltre al mare, sono le donne a cui Iole dedica molte poesie (una dedicata a Samantha Cristoforetti, un’altra alla già nominata Donatella Colasanti, ma anche una alla Madonna) riflettendo sulla loro condizione e l’importanza del loro ruolo, ma anche l’immagine chiave del margine che così spesso ritorna a intendere non una cesura né un sistema divisorio ma un ambito di coesione e di cucitura, una cerniera, un elemento che traghetta o che, al contrario, lambisce l’oggetto di interesse. Esso non ha, dunque, il significato che potevano avere gli “steccati” della poetica di Fausta Genziana Le Piane in un’edizione pubblicata con nota di prefazione di Italo Evangelisti qualche anno fa. Poetesse che, pur parlando di realtà assai diverse (il mare della Sardegna in Iole, gli scenari cavallereschi in Fausta Genziana Le Piane) sembrano – pur con i loro immancabili e ovvi distinguo – provenire da una tendenza lirica affine, da un canto che elude lo smielato e avanza una ricerca dell’animo, con le nevralgiche riflessioni sul mondo, in quell’incanto che è amore verso l’ambiente e l’altro e confessione di sé.

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La poetessa Iole Chessa Olivares

Le puntuali e arricchenti note critiche di Plinio Perilli che accompagnano singolarmente ciascuna poesia con vari rimandi colti alla letteratura, alla filosofia e alla religione, appartenenti a varie epoche e tradizioni, sembrerebbero a una prima vista asfissiare il testo poetico che dovrebbe respirare autonomamente ed essere dotato di vita propria. La loro presenza si rivela assai utile per approfondire un possibile percorso esegetico delle stesse poesie ma – a mio vedere – è raccomandabile avvalersene solo a partire da una seconda lettura, magari più meditata e approfondita, per lasciare, comunque, al lettore di assaporare i vari righi da sé, ricercandone egli stesso le melodie intime, i fragori interni, gli ansimi e i bagliori.  Tutto ciò, per ritornare ai termini della questione, affinché “nel finito” di cui parla Iole Chessa Olivares possa stabilirsi quell’indicibilità oggettiva, quella possibilità polifonica d’intesa, ovvero si realizzi una multidisciplinarità intuitiva o, in altre parole, non si raggiunga completamente quel “finito” a scapito di un “mai finito” che, invece, caratterizza noi, nella nostra effimera composizione umana, e il mondo nel suo ciclico rincorrersi dei tempi e nella metamorfosi del reale.

Le poesie di Iole Chessa Olivares hanno la forma di un’apertura, di un invito alla condivisione, di una donna che, senza remore o remissioni, elargisce con spontaneità e fierezza il suo vissuto e le sue perlustrazioni sull’esistenza, esse vengono fornite a chi avrà la volontà di leggerle e recepirle con il solo scrupolo che non sempre tutto è ciò che appare, che il messaggio è spesso contenuto nel non detto. Poesie che si attestano in una superficie aerea a noi superiore e, seppur di poco, comunque non raggiungibili del tutto, in una sospensione piacevole e reale, foriera di dilemmi e di elucubrazioni investigate secondo le predisposizioni e le inclinazioni emotive della Nostra. Poesia il cui messaggio è da ricercare perché le parole evocano, più che dire. Messaggi che sono latenti, eppure che respirano, e che al lettore è data facoltà di recuperare e di esporre al sole. Ed è così che il fulcro poetante della Nostra si potenzia nei recessi dell’invisibile, tra i “singhiozzi della mente” che spesso hanno voce in un altrove indefinito, ai margini di “una infezione/di una grande festa” dove, nella incredulità, il respiro spesso ha “l’alito [che] sa di sangue”. Si compie, così, quella disamina esoterica di un mondo dove il reale sembra il tutto e l’invisibile ha la forma di un’immagine che svanisce, ma che possiamo rincorrere perché niente è “mai finito”. Incertezza e cambiamento, sospensione e nemesi, in un colloquio  autentico e che si rinnova, “nelle possibilità infinite”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 01-05-2017

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“Figli di terracotta” di Katia Debora Melis, prefazione di Lorenzo Spurio

Katia Debora Melis: la fragilità della poesia

Figli di terracotta, Thoth Edizioni, 2016

Prefazione di Lorenzo Spurio 

 

Oggi che tutto si può fare

che niente più stupisce

scandalosa è la poesia.

Due importanti lemmi linguistici coniugati a costituire una sembianza al contempo astratta e concreta costituiscono il titolo integrale della nuova silloge poetica di Katia Debora Melis, Figli di terracotta. Da una parte i “figli” richiamano quella corporeità di immagini legata al senso concreto dell’esistenza e di un vissuto che si tramanda nel corso delle generazioni mediante l’atto riproduttivo (una sorta di palingenesi continua dell’umanità), dall’altra, la “terracotta” quale materiale che esiste non in quanto naturale (come può esserlo la roccia lavica o lo zolfo) ma quale prodotto di lavorazione dell’uomo ci introduce immancabilmente a un universo plastico caratterizzato per la fragilità della materia, per la connaturata finezza dello stesso soggetta a un deterioro e che necessita, dunque, di una maneggiabilità attenta, se non addirittura severa e rigorosa.

A fare da apripista a questa raccolta poetica è una poesia iniziale che funziona come preludio a ciò che la Nostra andrà occupandosi nel corso del volume, non è un caso che essa sia intitolata “Genesi” quasi a voler intendere che questo libro non è che una poeticizzazione dell’atto esistenziale, di analisi di ciò che accade fuori di noi, fatta però con viva coscienza non solo della finitezza delle cose e della loro corruttibilità, ma anche dell’importanza rivelatrice di fatti prodromici, genetici, che hanno in un certo senso permesso l’avvio dell’umanità: bellissima la resa iniziale del “Sole/ [che] ha ingravidato la Terra/ […] [dalla quale] nacquero i figli di terracotta”. Colpisce da subito l’utilizzo di un linguaggio quanto mai diretto e quasi materico, cadenzato in versi per lo più brevi al fine di rendere plasticamente tanto la materialità geofisica (Terra) che celeste (Sole) a descrivere un percorso tra i due emisferi del reale e dell’aldilà, del concreto e dell’ignoto.

Si ravvisa un senso a volte più marcato altre volte meno di desolazione, ma -intendiamoci- non è quella desolazione che priva l’animo di speranze e ammorba in cupe incertezze o conduce alla noia titanica, piuttosto è una desolazione misurata, figlia di un’indifferenza sociale che sembra aver perso misura nei comportamenti e che vive -volente o nolente- in una sperequazione diffusa nei confronti del senso di civismo, una disattenzione (o piuttosto si tratta di incapacità?) nel colloquiare con il proprio ambiente, le proprie emozioni, se stessi. Ed ecco che le farfalle, più che anticipare la bella stagione e arricchire l’idillio di una giornata campestre, finiscono per risultare compromesse in quel sistema perverso della contemporaneità dove ogni cosa sembra aver perso logica e finalità e così le intuiamo volteggiare stanche o distratte anche se la Nostra non ce le indica e, piuttosto, ci parla della loro disarmante assenza: “Neanche le farfalle/ ormai/ escono di giorno”.

13466331_10209598678067163_7161364544256503490_n (1)In questa silloge Katia Debora Melis sembra aver approfondito, e di molto, le tematiche che nel corso del tempo ha trattato nelle sue varie sillogi precedenti tanto da giungere a una poetica in cui l’evoluzione matura di scelte linguistiche, sistemi poetico-architettonici e resa di immagini con relative suggestioni conoscono una espressività più diretta che nel lettore produce soprattutto in relazione a certe liriche un’empatia della quale egli stesso può rimanere felicemente impressionato.

La poetessa ravvisa una fragilità di fondo tipicamente accomunata all’età post-post-moderna nella quale siamo chiamati a vivere, fragilità che non concerne solo il tortuoso sentimento nei confronti dei propri quesiti esistenziali ma che guarda oltre, spesso con criticità anche i rapporti umani che sembrano essersi deteriorati, falsificati (c’è un riferimento al “sorridere falso” nella poesia “Suggestioni”) e plastificati, cioè resi in forma in-autentica, surrogata, sostitutiva in maniera imperfetta. Una perplessità di fondo tendente a un grigio pessimismo cuce la silloge intera dove non mancano i riferimenti a una società manchevole, disinteressata o, ancor più colpevole, tanto da far “latitare” (linguaggio della nostra) il “seme dei nostri giorni”, vale a dire il significato della nostra vita, la ricerca della nostra esistenza, la compiutezza del nostro Sé cosciente. L’utilizzo di un determinato lessico è nella Nostra di fondamentale importanza e non potrebbe trovare la stessa forza espressiva e presa sul lettore se, ad esempio, si impiegassero dei sinonimi. “Latitare” di cui si diceva appena sopra, è un chiaro esempio: il “seme dei giorni” latita, cioè manca fuggevolmente, come se l’uomo stesso fosse in fuga da sé, disorientato e fuggiasco, ma allo stesso tempo sta ad individuare qualcosa di non visto, di nascosto, di celato, che sappiamo esserci stato e che, per qualche ragione, è invisibile ai nostri occhi.

L’uomo -dai versi della Nostra- ne esce come un automa quasi irresponsabile nei confronti di quell’apparato cerebrale che, se in passato è stato in grado di usare con profitto, al presente sembra aver sofferto una qualche calcificazione tanto da renderlo “ergastolano del tempo”, cioè relegato alla spoliazione del proprio essere, indifferente ed apatico di un’apatia assordante che dà fastidio chi, invece, ha fatto dell’attivismo e della consapevolezza i suoi cavalli di battaglia. La Melis ravvisa un’inettitudine di fondo nella realtà contemporanea che non è quella inettitudine caratteristica dei protagonisti dei grandi romanzieri italiani del primo ‘900 (Pirandello, Svevo) ma che è, piuttosto, la conseguenza di un disinteresse per la vita e la società in senso generale, più che per questioni prettamente familiari o personali. Ciò talvolta prende addirittura la forma di una preoccupante manifestazione anosognosica ossia di uno stato di disaffezione o disturbo del quale si è coscienti ma che facciamo di tutto per negare ed eliminare dalla nostra mente pensando, forse, che il processo di oblio forzato possa in effetti condurre a un ritrovato stato di sanità o, per lo meno, di tranquillità. Sembra non essere così e gli uomini nella silloge della Nostra sembrano pedine mosse dalla volontà di qualcuno che ha una capacità beffardamente ipnotizzante, sono esistenze sbiadite che neppure hanno nulla di caricaturale (la caricatura, per quanto possa sfociare nel mondo dell’ironia e dell’assurdo, ha pur sempre una connotazione particolare che la identifica), spaventoso o che reclama una data verità. Ed è bene a questo punto osservare che il “ridicolo” di cui la nostra parla nella lirica “Lamentazione” non ha parentela alcuna con il mondo del paradosso o del grottesco, dove il riso ne rappresenta la manifestazione concreta di un atteggiamento di stravaganza, ma piuttosto è viva in questa terminologia una volontà accusatoria (in senso generale, la nostra non punta il dito contro nessuno in particolare) e di denuncia.

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Katia Debora Melis, autrice dell’opera

A tratti quell’oscurità della silloge che cuce le varie poesie travalica il grigio, la zona d’ombra di cui si parlava, per sprofondare in una desolazione più ampia e che sembra priva di una qualsiasi consolazione: “Regna/ il lamento/ ovunque” scrive in “Linfa nera”. All’uomo d’oggi, a cui è venuta meno anche la consapevolezza della sua esistenza e nel quale si ravvisa una debolezza attitudinale, una passività fiaccante e un’idiosincrasia nei confronti di un atteggiamento sano e responsabile nei confronti della vita, sembra che non resti altro da fare che perseverare nel nutrimento da quella “linfa nera” che degrada ulteriormente l’essere inquinandone il corpo e marginalizzando ulteriormente l’anima. Ancora una volta la Nostra contrappone l’astrattezza delle forme (la linfa) alla quale l’uomo, stolto ed ignavo finisce per essere soggetto e poi vittima, alla necessità di concretezza (di vedere, di toccare, di sapere che esiste materialmente ciò di cui parliamo) come avviene nella lirica “Berlino 27 gennaio” dove la Nostra utilizza una delle pagine più amare della storia europea in una chiusa altamente significativa e da un punto di vista etico-civile e in maniera polisemica istituendo allegorie che possiamo intuire: “La più dura realtà/ è che abbiamo bisogno/ di pietre/ per ricordare”.

Il tema della falsità connaturata nella natura umana è riproposto in maniera ancor più approfondita in una sorta di lamentazione interrogativa nei confronti di un pubblico condiviso, che è la società tutta, nel quale la Nostra senza avvisi di retorica, ma piuttosto con crudeltà, chiede: “Perché è bugiarda la vita?” per passare poi a darsi la risposta, contenuta già nella domanda, chiarificatrice di quel pessimismo concreto di cui si è sin qui parlato: “La tua mente fragile e offesa/ non lo capirà”.

Parole chiave della presente raccolta di poesie restano nero, falsità e fragilità ad individuare una esistenza depressa, incapace di colloquiare razionalmente, improntata all’ipocrisia, alla scappatoia e alla bugia rendendo ancor più l’uomo schiavo di se stesso, privo di punti di riferimento, in balia delle onde di quella incoscienza alla quale egli stesso si è votato, in quel “gorgo indefinito dell’ottundimento”, inconsapevole del pericolo e del deterioramento di tutto.

È importante soffermarsi a una disanima più attenta e circoscritta attorno alla poesia “Spudorata” che contiene quelle che sono le leggi morali della poetica della nostra. Si riscontra, nella forza e nell’urgenza che la nostra ravvede nel bisogno di sincerità della poesia, un richiamo sabiano al celebre saggio “La poesia onesta” nel quale il grande poeta parlava della poesia quale espressione di autenticità (nel bene e nel male) nelle forme d’essere dell’uomo; onestà e sincerità che debbono esser messe in campo per il benessere stesso della poesia affinché questa non diventi macchinazione edonistica o deteriorata rappresentazione della realtà già di per sé abbastanza restia al concetto di onestà. La nostra parla della “spudora[tezza] di sincerità” che deve avere la poesia. Non esiste, dunque, una scala di sincerità: o essa è presente oppure non lo è; non si può essere sinceri in parte o solo su alcune cose, ed ecco, allora, che la nostra con questa attestazione di poetica del vero non fa altro che denunciare la realtà fondata sull’ipocrisia e il doppiogiochismo. Affinché la poesia parli del vero, è necessario che nella vita ci sia il vero e si attui per ricercarlo e conservarlo. Questa necessità di realtà (e non di realismo, che è diverso) ricorda un po’ anche i crepuscolari la cui poetica era semplice, effimera, tristemente casalinga, ma quanto mai reale e concreta.

Completando la lettura di questo nuovo lavoro poetico di Katia Debora Melis di cui l’ultima sezione  è fortemente intimista e legata al ricordo, si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di estremamente fragile, addirittura friabile, che potrebbe danneggiarsi di colpo con un brusco movimento. Questa sensazione ci è data non dall’essere fisico del libro che teniamo tra le mani che ovviamente, per quanto possa essere di fattura delicata non risentirà del nostro strofinio delle pagine, ma piuttosto per il complesso delle immagini che la poetessa descrive, ci fa immaginare o alle quali allude fornendoci flash veloci, ma ricchi di suggestione.  Per rispetto a una scrittura così squisita e profonda è bene, allora, che ci approssimiamo a leggere questi versi con cautela, che non significa solo con calma ed attenzione, ma anche con quel senso di scrupolo e di riverenza verso un’esperienza poetica, immagine di un vissuto, talmente ricco e degno di analisi.  Proprio come “I passi/ [che] sempre/ devono essere leggeri/ sulla terra/ come se volassimo/ radenti/ sull’acqua”.

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-02-2015

 

XII Edizione del Concorso Letterario Anselmo Spiga

L’Associazione di Solidarietà Libera la Farfalla ONLUS e l’Associazione Nazionale Teatro Autonomo Sardo A.N.T.A.S organizzano la

XII Edizione del Concorso Letterario
Anselmo Spiga

N I G R I C A N T E

L’Associazione di Solidarietà Libera la Farfalla ONLUS e l’Associazione Nazionale Teatro Autonomo Sardo A.N.T.A.S organizzano la

XII Edizione del Concorso Letterario
Anselmo Spiga


Scadenza 20 Giugno 2015

Il Concorso è gratuito e aperto a tutti.

Sono ammesse al Concorso le opere redatte in una qualsiasi variante della lingua sarda, nelle altre lingue parlate in Sardegna e le opere in italiano.

Tutte le informazioni

www.liberalafarfalla.org
https://www.facebook.com/PremioLetterarioAnselmoSpiga

REGOLAMENTO DEL CONCORSO:

Regolamento 2015

locandina 2015

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Mariuccia Gattu Soddu, poetessa orunense con un testo-atto d’amore per la sua terra

COMUNICATO STAMPA

 

Mariuccia Gattu Soddu_coverTraccePerLaMeta Edizioni è felice di annoverare tra i suoi autori la poetessa sarda Mariuccia Gattu Soddu, nativa di Orune, città alla quale dedica l’intera opera dal titolo Ricordi di Sardegna: Orune nel cuore e nella storia. La donna traccia con attenzione e vividezza l’anima di Orune che nel tempo ha visto immancabili cambiamenti, tanto che il libro che si compone di una prima interessante parte saggistica, è anche un valido manuale di carattere antropologico per poter conoscere un territorio che vive nel cuore della donna generosamente donato con questa opera dal grande valore contenutistico e sociale.

Ad aprire un lavoro che è già ricco ed esaustivo di suo, è una nota critica del giornalista sardo Luciano Piras nella quale si legge: “Intere parti sono pensate e scritte tutte in orunese doc, patrimonio di una cultura, di una mentalità, di un mondo, agropastorale e arcaico, ricco di storia e tradizioni. È la cultura di un popolo di contadini, pastori, poeti, tenores ed emigranti. Orune era e resta il paese del vento, del vento che fischia, del vento che suona, del vento che carezza, vento che schiaffeggia. [Mariuccia Gattu Soddu] ha iniziato a “giocare” con la letteratura in lingua sarda “soltanto” nel 1993, così almeno dichiara lei stessa, anche se è chiaro che ha sempre avuto il vento in faccia, il vento della poesia, il vento del paese dei poeti”.

 

L’autrice:

Mariuccia Gattu Soddu (nome anagrafico Gattu Maria), insegnante in pensione, è nata a Orune nel 1936 e risiede a Nuoro. Dal 1993 si dedica alla letteratura in lingua sarda.

Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo premi per la prosa (Premio Montanaru a Desulo per tre edizioni consecutive: 1° premio; 2° premio; 1° premio) e segnalazioni per la

poesia (Premio Remundu Piras a Villanova Monteleone; Premio per l’Ambiente a Sarule; Premio Logudoro a Ozieri).

 

 

SCHEDA DEL LIBRO:

Titolo: Ricordi di Sardegna: Orune nel cuore e nella storia
Autrice: Mariuccia Gattu Soddu
Editore: TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
Pagine: 112
Isbn: 978-88-98643-07-3
Costo: 10€
Link alla vendita
 

  

Info:

www.tracceperlameta.org –  info@tracceperlameta.org 

Tutti siamo l’isola – Emergenza Sardegna: l’Ass. TraccePerLaMeta ha organizzato una antologia poetica a scopo umanitario

solidarieta2_Siamo rimasti tutti, come tutti, molto male per quanto è successo in Sardegna: un ennesimo “evento eccezionale” ha provocato nei giorni scorsi un’inondazione che è stata causa di lutti e danni materiali gravi. 

I primi sono irrimediabili e partecipiamo al dolore delle famiglie con tutto il rammarico comprensibile, ma per i secondi vorremmo poter portare il nostro piccolo contributo di aiuto e di sostegno a chi vive in una regione bellissima che accoglie generosamente molti di noi per le vacanze offrendo ospitalità in luoghi unici e suggestivi.

Per questo motivo, l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” ha deciso di mettere a disposizione le sue capacità e la sua arte, per dare vita a una raccolta di testi a sfondo sociale e civile il cui  ricavato di vendita sarà devoluto alla Croce Rossa Italiana con causale “Emergenza Sardegna”.

 

La partecipazione a questa iniziativa è definita nelle modalità che seguono.

Ogni poeta potrà inviare una sua poesia di carattere sociale o civile, edita o inedita sulla quale detiene la proprietà intellettuale a ogni titolo.

La poesia non dovrà superare i 30 versi e non dovrà presentare elementi di offesa alla morale, alla religione o riferimenti che denigrino il bene comune e siano forme di discriminazione (razziale, sessuale, religiosa, politica, etc).

E’ richiesto all’autore che parteciperà di inviare la poesia indicando la propria città, a testimonianza della coralità di partecipazione.

Per partecipare è necessario inviare a info@tracceperlameta.org entro e non oltre il 7 dicembre 2013:

– la poesia

– la scheda dei dati compilata e firmata ( http://www.tracceperlameta.org/modulo_partecipazione-emergenza_sardegna.doc )

– l’attestazione del pagamento di 20€ .

 

Non è richiesto ai partecipanti alcuna tassa di lettura. La cifra di 20 € è  comprensiva del costo di stampa dell’antologia, della spedizione di una copia a casa e dell’offerta che raccoglieremo e invieremo alla CRI.

Qualora si desiderino più copie per farne omaggio e sostenere ulteriormente l’iniziativa, ogni copia in più costerà 15 €. Nessun altro costo di spedizione sarà aggiunto.

 

Il pagamento può essere fatto ricorrendo a queste modalità:

 

a) Bonifico bancario

IBAN: IT-53-A-07601-10800-0010042176 08   –  BIC (SWIFT): BPPIITRRXXX

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

b) Bollettino postale – C/C POSTALE: 001004217608

INTESTAZIONE: Associazione Culturale TraccePerLaMeta

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

c) Paypal postmaster@tracceperlameta.org

CAUSALE: Antologia “Tutti siamo l’isola” – Emergenza Sardegna

 

Ovviamente l’acquisto dell’antologia è possibile per chiunque, anche non Autore, interessato a sostenere questo impegno. Il prezzo sarà di 20€ per la prima copia acquistata, per le successive il costo sarà di 15 €.

 

La Associazione invierà regolare newsletter contenente  ogni aspetto economico dell’iniziativa provvedendo a documentare la cifra che, grazie alla vendita del libro, sarà devoluta alla CRI.

 

 

Anna Maria Folchini Stabile – Presidente Associazione TraccePerLaMeta

Lorenzo Spurio – Responsabile PR Ass. e Direttore rivista “Euterpe”

 

 

 Info:info@tracceperlameta.org

 Evento FB

Di seguito la ricevuta del versamento effettuato pari a 1.441 € al CC della CROCE ROSSA ITALIANA con Causale Emergenza Sardegna:

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“Questo foglio sottile di vita” di Donata Porcu, recensione di Lorenzo Spurio

Questo foglio sottile di vita
di Donata Porcu
prefazione di Antonella Ronzulli
Lettere Animate, Martina Franca (Ta), 2012
Collana: Phoetica
ISBN: 978-88-97801-01-6
Numero di pagine: 55
Costo: 8 €
 
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 
 
Vorrei incontrarti un giorno
dove il tempo non conosce limiti
a metà del faticoso cammino
perché non esiste un percorso compiuto.
(in “Attesa”, p. 18)
 
 

Ho avuto l’occasione e il piacere di “sperimentare” da vicino questo libro che, pur essendo abbastanza fino,  è ricchissimo di contenuto, durante la sua presentazione che si è svolta a Firenze sabato scorso. In quell’occasione ho conosciuto così l’autrice, Donata Porcu, una donna semplice, spontanea ed estremamente contenta –non solo di questa sua fatica letteraria, ma della vita in generale-. Dopo il suo esordio poetico con la silloge Dell’amore restato solo l’amore (Rupe Mutevole, 2011), Donata Porcu torna con Questo foglio sottile di vita, edito da Lettere Animate. Il titolo apparentemente discorsivo e poco stringato ci dà numerose informazioni: la vita è un foglio bianco da scrivere, siamo noi a scrivere su questo foglio, ma allo stesso tempo sono anche gli altri, l’ambiente che ci circonda, sicché il prodotto finale non è che un manoscritto a più mani, dettato cioè da più fattori. Ma non è solo questo. Quel foglio a cui Donata Porcu fa riferimento – la vita, appunto- non può essere che sottile. L’esistenza del singolo, infatti, non è che una piccolissima componente dell’universale ed è per questo ‘sottile’, ma lo è anche perché la vita è un percorso accidentato e quasi mai rettilineo. La sottigliezza sta nella difficoltà, nella precarietà, nell’incessante scorrere del tempo.

Leggendo le poesie che compongono questo libricino, ci si rende conto da subito che la poetica di Donata Porcu parte da cose semplici e comuni che, però, utilizza come elementi per poter riflettere e argomentare. Molte di esse sono strettamente legate a un passato vissuto in maniera dolorosa – come le liriche ispirate e dedicate alla sorellina morta in tenerissima età- in altre, invece, si ravvisa una innocenza e ingenuità infantile ormai andata e impossibile da ritrovare come in “Samuele”, dedicata al suo gattino.

Donata Porcu è una donna estremamente legata alla sua terra d’origine, alla Sardegna, anche se nella silloge non vi sono espressi riferimenti alla toponomastica di quella regione e neppure espressioni nel dialetto della zona, ma la sua terra natale si respira attraverso i colori, gli odori, le piante che contornano le sue liriche. Antonella Ronzulli, direttrice di collana, osserva nella prefazione all’opera: “Dirompente è il forte legame che ha con la terra, il mare, la sabbia con i suoni, profumi e colori, lei non vive l’ambiente, lei ne è parte; così come il suo amore per gli animali, la conduce a considerarli parte integrante della sua vita” (p. 11). Ed espressione di questo è in maniera evidente la lirica che apre la raccolta dal titolo “Terra” nella quale leggiamo: “Tutto il mondo è la mia terra/ […] Il mio cuore è la mia terra” (p. 12) a significare, forse, che si può essere lontani dalla terra d’origine, ma portarla comunque sempre nel proprio cuore. Ma anche quando la terra non viene evocata come “luogo d’origine”, Donata Porcu si riferisce ad essa come sostrato vitale, come entità materiale del nostro vivere nella quale è possibile riscontrare la creazione, la vita, la rinascita: “Ho baciato la terra umida di pioggia” (p. 21). C’è sempre una grande attenzione nelle sue liriche nei confronti della terra, della Terra, della Madre Terra.

Quando Donata Porcu non parla di terra, si riferisce, invece, all’altra grande entità terrestre: l’acqua, nella forma del mare. E’ noto che gli isolani hanno un rapporto tutto diverso nei confronti dei concetti di terraferma e di mare e Donata Porcu esplica il suo amore nei confronti del mare, come universo ricco di suoni, suggestioni, e di sensazioni donate. Affascinante il carosello di colori, odori e profumi che riusciamo a respirare leggendo le varie liriche di questo libro. Donata Porcu ci regala così un quadretto vivido e sensoriale del suo sentirsi “anima sarda”: “Ti stringerò sul cuore/ pensando alla mia terra,/ la mia terra piena di polvere/ e di una vita immensa” (p. 38).

 

 

Chi è l’autrice?

Donata Porcu (Cagliari, 1965) è fortemente attratta dalla poesia e dalla narrativa. Già a nove anni si esercita coi primi versi, a tredici decide che scrivere è il suo interesse primario. Si laurea in materie letterarie a Padova, ma il suo forte legame con la Sardegna la riporta alle origini. Attualmente studia Scienza della Formazione Primaria. Vive e lavora a Quartu S. Elena. Nel febbraio del 2011 ha pubblicato il suo primo libro, Dell’amore resta solo l’amore, silloge di poesie edita da Rupe Mutevole.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 01/08/2012

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