Intervista a Susanna Polimanti, a cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A SUSANNA POLIMANTI

autrice del romanzo “Penne d’aquila”

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

LS: In questo libro si ripercorrono le vicende della protagonista Virginia a partire dalla sua infanzia fino alla maturità soffermandosi in maniera particolare sulla psicologia del personaggio. C’è sempre una grande attenzione alla componente psicologica, intimista, di Virginia, e si evince la tua volontà di dirci in maniera esatta in che maniera il personaggio ha vissuto/sperimentato determinate esperienze. In questo –ma posso sbagliare- ho intuito un’ampia volontà di auto-rappresentazione, quasi come una sorta di diario trasfigurato in fiction. E’ così o sono sulla strada sbagliata?

SP: Hai colto nel segno, Lorenzo. Questo romanzo è una biografia romanzata. Affidare la narrazione ad una terza persona, la protagonista Virginia per l’appunto, è stata volutamente una mia scelta. Ritengo che Virginia possa rappresentare ogni donna, in ogni fase del suo vissuto. In realtà la vita di Virginia è semplice e complicata, esattamente come la vita di tutti noi. Il vero messaggio, l’essenziale è nascosto dietro ogni evento, in particolare “come” e “cosa” determinati avvenimenti generano nell’interiorità di ogni individuo.

  

LS: Il viaggio, inteso come momento di pausa e come intrattenimento, o come esperienza universitaria vissuta fuori di casa, o come trasferta lavorativa o, ancora, -e forse più importante di tutti- come ritorno alla città natale, sono espressioni di graduali momenti di ricerca e al contempo di forme di esperienza che consentono la crescita e l’acquisizione di una più concreta conoscenza del mondo. Quanto sono effettivamente importanti i viaggi per Virginia? E quanto lo sono per Susanna?

SP: I viaggi sono molto importanti per la protagonista Virginia, l’immaginazione si ferma laddove una valigia si posa, perché toccare le altrui realtà vuol dire divenire “consapevole” dell’esistenza di un intero universo che non si limita all’orticello di casa nostra. Io Susanna, ho sempre viaggiato molto e spero di poterlo ancora fare in futuro.

 

LS: La tua città natale, Foligno, nel romanzo è volutamente non nominata con il suo nome, ma nel riferimento al suo fiume Topino è facilmente individuabile. Conosco abbastanza bene la città dato che quando studiavo a Perugia ho spesso perso la coincidenza del treno ed ho così avuto occasione di visitarla, passeggiarci e rimanere incuriosito dal dialetto del luogo. Quanto sei legata alla tua città natale? Vivendo da molti anni nel sud delle Marche, ti senti più umbra o marchigiana?

SP: È molto difficile rispondere a questa domanda, perché le mie origini sono sia umbre che marchigiane. Mia madre è umbra e mio padre era marchigiano, eppure, senza ombra di dubbio più di una metà del mio cuore appartiene all’Umbria. Vivo nelle Marche ormai da anni, ad essere sincera di questa regione amo il suo mare e i tanti paesini dell’entroterra, in particolare il paese natio di mio padre.

 

imagesLS: Il finale del romanzo, chiaramente aperto e possibile alle interpretazioni, lascia il lettore con un velato senso di incompletezza, nel senso che si auspica un suo seguito o una sorta di chiarimento di quel paragrafo finale che –credo- hai espressamente voluto caricare di ambiguità. Parlando della metamorfosi nel temperamento avvenuta nel corso degli anni e dei vari avvenimenti vissuti da Virginia, nel romanzo concludi con un animo pacificato: “Qualcuno stava traghettando la sua zattera del labirinto della mente a quei luoghi appartati della sua anima per mostrare il coraggio, la saggezza, la consapevolezza e ogni altra risorsa interiore per superare qualunque sfida”. Mi sono arrovellato su quel “qualcuno”: esso è da intendere con Dio, con una ritrovata forza interiore o, invece, è personificato ed è rappresentato da un nuovo “ingresso” nella vita della protagonista?

SP: Quel “qualcuno” è unicamente la presenza divina nel quotidiano di Virginia, il nostro stesso io spirituale, che s’identifica con tale presenza. Dietro una finta realtà oggettiva esiste molto di più, Virginia arriva a comprendere il valore del suo vissuto complicato, si affida e continua il suo viaggio terreno, in attesa di raggiungere l’evoluzione finale che, con l’aiuto della sua fede riuscirà ad elevarla e condurla verso l’unica vera vita, dove solo il cuore e la sua anima si sentiranno finalmente liberi.

  

LS: Nella nota introduttiva al romanzo viene sostanzialmente spiegato il significato dell’aquila che hai voluto nel titolo, quale espressione di un animale maestoso ed intelligente che nelle varie culture ha avuto le più ampie accezioni. Un primo richiamo al volo è presente a pagina 23 quando Virginia afferma “ero sicura di aver volato già”. Questo “volo” io l’ho inteso anche nel tipo di prospettiva utilizzata nel tipo di scrittura che hai adottato: da una parte sembrerebbe esserci una tecnica modernista con una grande attenzione ai sentimenti e agli stati d’animo, dall’altra, invece, ho intuito una esplicita componente descrittiva, paesaggistica, ritrattistica (di città, paesi) come se la narrazione avvenisse dall’esterno e addirittura dall’alto. Aerea, insomma. Che cosa ne pensi?

SP: È esattamente come tu stesso hai interpretato: Virginia si evolve giorno dopo giorno, scopre di avere un dono che le permette di guardare ogni realtà intorno a lei dall’alto, con gli occhi della sua anima e non più con il solo sguardo umano. L’incontro con il suo più intimo io le permette di valutare gli eventi, le persone e ogni paesaggio intorno, dall’esterno. Virginia riesce a far tacere la mente affidandosi unicamente alle sue percezioni e cercando la risposta ad ogni perché, solo dentro il suo cuore. Siamo tutti troppo abituati a credere che il nostro cervello sia la chiave di tutto ma l’essere umano non è costituito di solo cervello, l’anima e lo spirito sono le parti più antiche, è lì che risiede la vera conoscenza.

  

LS: Quali progetti legati al mondo della letteratura attualmente ti vedono coinvolta? Stai lavorando a una nuova pubblicazione? E se sì, puoi gentilmente anticiparci qualcosa?

SP: Ci sto lavorando, purtroppo, vari impegni lavorativi e familiari mi concedono poco tempo per dedicarmi alla stesura del mio prossimo romanzo. Posso soltanto anticipare che si tratterà di un romanzo ambientato in un castello. Non abbandono mai la scrittura anche se finora ho soltanto scritto e terminato racconti vari. Ho molto materiale da parte e troverò senz’altro il modo di organizzarmi in futuro. 

Sono parte attiva di varie associazioni culturali e, leggendo molto, mi dedico volentieri a recensioni di vari autori. M’interessa tutto ciò che ha a che fare con cultura e tradizioni.

 

 

Grazie per avermi concesso l’intervista.

Lorenzo Spurio

06-06-2013

 

 

 

“Volti bruciati dal sole” di Shimon Adaf

SHIMON ADAF

Volti bruciati dal sole

COLLANA biblioteca dell’acqua

ISBN: 9788865640494

pp. 384 € 18,00

Atmosphere libri

miniAll’età di dodici anni Flora smette di parlare. A nulla servono le visite dallo psicologo, né tanto meno quelle da un santone. Durante una notte insonne Dio le parla attraverso il televisore e le dice di cambiare nome, che diventa Ori e da quel momento la sua vita è segnata da quest’annuncio. Riacquista la parola, scopre i libri. La scrittura diventa la sua ossessione e il suo rifugio, quando gli eventi intorno a lei fanno traballare ogni certezza. Di lì a poco la madre si ammala gravemente e l’ambiente che la circonda – Sderot, una cittadina del sud di Israele prevalentemente abitata da ebrei di origine marocchina che attraversano difficili condizioni economiche e sociali – è sempre più ostile, la schiaccia. La sua ultima risorsa è la fuga.

Ritroviamo Ori a 32 anni, sposata e con una figlia. È una scrittrice per ragazzi e l’universo fantastico cui fa riferimento è il paese delle meraviglie. La sua vita sembra aver raggiunto una stabilità, una normalità, ma solo in apparenza. Riaffiora in lei la ricerca di quella felicità suprema, indecifrabile, che ha assaporato in alcuni momenti della sua esistenza. La fiamma che le brucia dentro la porta a distruggere il suo matrimonio, a sfuggire a ogni buonsenso e a cercare ancora una volta una possibile salvezza nella scrittura e nella fantasia.

Volti bruciati dal sole, con termini realistici e poetici racconta le difficoltà non banali di essere bambina, donna e madre, in una cittadina periferica e svantaggiata di Israele, un paese oppresso da problemi politici e sociali. Questi temi sono però affrontati non in chiave attuale, bensì in funzione di una disamina dell’esistenza umana, della rivelazione, della ricerca di felicità, dello scontro con l’errore e con il dubbio e del tentativo disperato di far prevalere la fantasia sulla realtà.

 

Shimon Adaf è nato nel 1972 a Sderot in Israele, da genitori di origini marocchine; è scrittore e poeta. Nel 1996 ottiene il Premio del Ministro dell’Educazione grazie alla sua prima raccolta di poesie. Ha già pubblicato due raccolte di poesie (Icarus Monologue e What Which I Thought Shadow Is the Real Body). Alcune poesie sono state recentemente tradotte e pubblicate in Poeti israeliani(Einaudi, 2008) a cura di Ariel Rathaus e nell’antologia Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Ed. Salomone Belforte, 2007). Volti bruciati dal sole (Panim tzruve’ khamà) è il suo terzo romanzo ed è in corso di pubblicazione anche in inglese. L’autore, ha anche una passione per la musica, suona la chitarra e scrive testi di canzoni. È del 1996 il suo primo album musicale. Shimon Adaf ha vinto nel 2012 il più prestigioso premio letterario israeliano, il Sapir Prize.

“Uno tsunami anche nella cultura”, di Julio Monteiro Martins

di Julio Monteiro Martins

Cos’è quest’onda nuova che scuote l’Italia? E d’ora in poi, cosa possiamo aspettarci? Sarà il caos o al contrario sarà l’inizio dell’agognata liberazione preannunciata con passione da Dario Fo a Milano? O ancora il caos, ma transitorio, come precondizione e allestimento della liberazione?

Una cosa è sicura: a livello simbolico e culturale un sistema senile è cominciato a crollare, se non altro perché ai giovani era evidente la sua ormai malinconica inadeguatezza.

imagesCAK5X0R6Sappiamo che la storia, così come gli stessi esseri umani, non invecchia gradualmente e in modo uniforme, ma a volte sembra ferma, immobile per un lungo tempo e poi in poche ore o in pochi  giorni scende o sale un “gradino” e subito il panorama cambia, si vede con chiarezza tutto ciò che il giorno prima era invisibile, niente è più lo stesso e tutto questo sembra sin dal primo momento stranamente naturale, scontato, come se fosse sempre stato in quel modo, come se fosse molto difficile immaginarlo diversamente.

Ma il cambiamento non è, e non può essere, soltanto nell’ambito politico ed economico. Si tratta di un’intera sensibilità collettiva che ha fatto un salto di qualità, e la sfera culturale, editoriale e letteraria non può rimanere immune alle trasformazioni, fare la gnorri e andare avanti con le stesse deformazioni, contemplando soltanto la stessa “casta” collusa di prima, come se niente fosse accaduto. Anch’essa dev’essere travolta, e prima o poi lo sarà, dal tardivo tsunami che ha finalmente travolto le vecchie dighe e aperto spazio al nuovo e al giusto.

Anche in letteratura il merito legittimo, fino ad oggi volutamente oscurato, dovrà occupare lo spazio finora murato che consentiva a una manciata di scrittori e di intellettuali di poter godere di un prestigio e di una fama immeritati, promossi dai politici di destra o di centro-sinistra, che decidevano sempre e solo in favore di questi cortigiani, favorendoli nelle grandi case editrici, nella grande stampa e nelle reti televisive. Ora basta con gli escamotage per illuminare gli eletti ed eclissare tutti gli altri, basta “gialli” e “noir” di circostanza, presentatori televisivi e cantanti che si spacciano per scrittori, autori di “aforismi” da Baci Perugina, in lingua italiana o straniera, “maghi” e “profeti” da nouvelle cuisine, nullità con rapporti altolocati smerciate come maîtres a penser, opere senza stile né contenuto scritte da anonimi intercambiabili sotto pseudonimi collettivi. Insomma, basta con tutte le truffe e le furberie sostenute dal marketing di un sistema editoriale sclerosato, che per tutti questi anni ha tralasciato il valore letterario e la profondità del pensiero in favore delle strategie commerciali e della manutenzione di uno status quo oligarchico.

La cultura in Italia cambierà. E molto, perché quando muore il pachiderma muore anche la sua coda. E questo rinnovamento radicale è la cosa migliore che potrà succederci. Sarà l’equivalente di una rinascita nel secondo decennio del Duemila, riempiendo lo spazio vacante lasciato dai falsi autori di opere fasulle, ai quali i loro agganci procuravano visibilità nei talk-show, interviste e recensioni generose nella stampa, purché non venga meno la loro complicità con gli interessi della politica e lo scambio di favori clientelistici.

Arriveranno, spero bene, delle cose che da molto tempo non conosciamo: premi letterari onesti – non il condominio delle grandi case editrici di cui sono divenuti parte lo Strega, il Campiello, il Viareggio – e concorsi letterari per esordienti gestiti con correttezza e pubblicizzati con larga diffusione.

Creare nuovi sistemi di appoggio e di protezione alle piccole case editrici, alle piccole librerie, oggi in estinzione, e alle riviste culturali. Aprire finalmente l’università italiana alla creazione culturale-artistica, incorporarla nel programma accademico come avviene da decenni nelle più importanti università straniere. Ridare alla televisione pubblica la sua missione essenziale di ampliare la diffusione della cultura e aumentare gradualmente il livello culturale generale. Promuovere un intenso scambio con gli altri paesi del mondo, dai quali ci siamo allontanati a partire dagli anni ’80 – o loro da noi – come conseguenza di una politica culturale che sembrava disegnata appositamente per isolarci, e che ci ha fatto diventare sempre più provinciali. E soprattutto riconoscere infine la presenza culturale dei nuovi italiani, di quelli venuti da lontano, che hanno scelto questo paese e la sua lingua, e capire la fortuna e l’opportunità immensa che rappresenta averli tra di noi. Aprire le porte delle case editrici, dei teatri e delle gallerie alla loro esuberante creatività, un contributo che si dimostrerà fruttifero per tutti. E dire loro finalmente le due parole negate, vietate tra tante angherie e  umiliazioni culminate con le reclusioni nei terrificanti “centri di identificazione ed espulsione”: “scusateci”, e “benvenuti”.

Creare una volta per tutte una vita culturale che non tema né sfugga la verità, ma che la cerchi e l’affronti: le morti in mare, le menzogne istituzionali, le stragi senza colpevoli, i rigurgiti razzisti e xenofobi, il campanilismo taccagno ed escludente, la tentazione fascista, tutte le zone scure che coesistono con l’intelligenza, l’inventività, l’empatia, la sensibilità estetica e la sterminata tradizione creativa degli italiani.

Il nuovo sta arrivando. Arriva sempre e porta via con sé ciò che è vecchio e vizioso, ciò che è marcio. E quanto più questo arrivo è stato bloccato, tanto più grande sarà la potenza del suo impatto. È ora di dare alla cultura – al teatro, ai registi, agli attori, ai traduttori, agli scrittori, agli artisti, ai fumettisti, ai musicisti e ai compositori – il supporto e la priorità che gli sono stati sottratti durante l’orrenda stagione, ancora in corso, del neo-liberalismo oscurantista. È ora di mettere fine al nostro già annoso ritardo culturale, e di fare un tour de force storico per ripristinare la creatività e il rigore intellettuale che incantavano il resto del mondo nei nostri anni migliori.

Julio Monteiro Martins

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Intervista a Gianni Lorenzi, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Gianni Lorenzi

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

GL: Il piacere è mio. Sono un letterato per formazione e passione, laurea in Lettere con specializzazione in stilistica e metrica italiana. Nel corso dei miei studi ho approfondito la conoscenza della linguistica e della retorica e ho amato molto la letteratura latina. Dopo gli studi, molto tempo dopo averli terminati, ho cominciato a scrivere e mi sono appassionato al romanzo letterario, cioè alla letteratura non di genere.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

GL: Ritengo che lo scrittore in definitiva parli sempre di se stesso. Nel mio romanzo ci sono anche degli episodi e delle descrizioni che provengono direttamente dal mio vissuto, naturalmente nel testo compaiono filtrati dall’elaborazione letteraria. Quanto alla seconda domanda, no non sono di questa idea. Per me la letteratura, o meglio il romanzo letterario, è sì un modo (non necessariamente semplice) per raccontare storie, ma è soprattutto l’occasione per procurare delle riflessioni, degli stati d’animo, delle emozioni al lettore e per suggerire approfondimenti su qualsiasi cosa sia in relazione con la sua umanità.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

GL: Tra i miei autori preferiti cito Carlo Emilio Gadda, José Saramago, Luigi Meneghello, Italo Calvino, Laurence Sterne, Jonathan Swift. Recentemente ho apprezzato anche alcuni scrittori americani come David Forster Wallace, Don De Lillo e Rick Moody. Le correnti e i generi letterari non mi interessano di per sé, in un autore cerco sempre gli aspetti individuali.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

GL: Con grande difficoltà scelgo “La cognizione del dolore” di Gadda. È un romanzo che fa commuovere, fa sorridere, fa ridere, fa pensare. È un testo che – come tutti i testi di Gadda – non ha paragoni in letteratura per modalità di scrittura, sapienza espressiva, capacità compositiva. In molti passaggi, per non dire in ogni pagina, la scrittura è pregna di genialità e turbamento.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

GL: Gli autori che preferisco sono quelli precedentemente elencati. Non so dire quali tra questi mi hanno influenzato e in quale misura. Mi sono però divertito ad inserire dei piccoli tributi ad alcuni di loro in forma nascosta nel romanzo, ma lascio al lettore il gusto di scoprirli.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

GL: Ho pubblicato finora soltanto il romanzo “L’anno della grande nevicata”. Si tratta di un’opera letteraria che intende proporre al lettore numerosi spunti di riflessione e qualche occasione di divertimento. Dietro la finta facciata del romanzo giallo (e dintorni) vuole proporre una parodia di tutto ciò che, nella scrittura come nella cultura e nella vita, segue dei dettami precostituiti. La trama, complicata e rocambolesca, oltre ad appartenere all’intento parodistico del testo, vuole anche fungere da propellente per il lettore moderno, ormai inesorabilmente abituato alla suspense. La scrittura, a volte veloce, a volte attorcigliata, a volte armoniosamente elaborata, conosce vari livelli stilistici e lessicali, al fine di proporre al palato del lettore (che sia dotato di papille gustative) vari momenti di godimento, contrapponendosi clamorosamente alla scrittura piatta, precisa e veloce che caratterizza ormai quasi tutte le produzioni attuali.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

GL: Ritengo che la scrittura sia un fatto personale e quindi individuale.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

GL: No.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

GL: A chi cerca nel romanzo il gusto per la lettura di ogni singola parola, della riflessione, dell’emozione. Non è adatta invece a chi nella lettura cerca l’ansia di scoprire il colpevole.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

GL: In termini generali non penso niente di buono. Credo che l’editoria faccia troppo pochi sforzi per accontentare i lettori esigenti e si accontenti di pubblicare opere rivolte alle masse che riposano sotto l’ombrellone. Credo però che la colpa non sia delle case editrici, ma di un meccanismo più complesso. Avendo pubblicato sotto la forma del self-publishing, non posso rispondere alla seconda domanda.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

GL: Credo di no, almeno secondo la mia idea di scrittore.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

GL: Può essere importante, se il confronto prevede delle affinità di intenti.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

GL: Penso che il fenomeno da te descritto sia una delle componenti ineludibili della scrittura letteraria, la quale, oltre a rapportarsi con il reale e la fantasia esperiti dall’autore, trae spesso grande beneficio dal rapportarsi a tutto ciò che è stato creato da altri autori.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

“madrelingua” di Julio Monteiro Martins, recensione a cura di Lorenzo Spurio

madrelingua
di Julio Monteiro Martins
Besa Editrice, 2005
ISBN: 9788849702736
Pagine: 104
Costo: 10 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 
 
Le forme possibili d’amore nella vita adulta, all’infuori delle psicosi e delle perversioni, delle quali conosco davvero poco, potrebbero essere: l’amore suicida, l’amore assassino, l’amore genitale olfattivo, l’amore eternamente assente, l’amore scenografico, l’amore sadomasochista, l’amore complice esistenziale, l’amore disperato, l’amore alla luce del fuoco e l’amore di Carnevale.

Che cos’è madrelingua? Un romanzo breve vertente sulla lingua del paese d’origine dell’illustre autore, ossia il portoghese brasiliano? No, siamo fuori strada. Il libro parla di come si scrive un libro, ma non è un saggio. E’ un romanzo. E’ un romanzo sul romanzo. Julio Monteiro Martins, celebre autore in lingua portoghese brasiliana e in italiano e direttore della prestigiosa rivista Sagarana, non è la prima volta che affronta una tematica referenziale in un suo scritto. Referenziale senza accezioni di giudizio valutativo, ma nel suo contenuto. Ci si riferisce alla referenzialità o alla meta-letteratura[1] quando la finalità di un testo non è quella di raccontare una storia – bella o brutta che sia- ma quello di far riflettere sul testo stesso, su come esso è scritto, quali sono i procedimenti che sottendono l’intero lavoro, quali sono i legami “nascosti” tra autore e libro, tra autore e prodotto finale.

Nel preambolo di questo meraviglioso romanzo – aggettivo che non uso mai nelle recensioni, non perché non abbia trovato libri degni di tale complimento, ma perché generalmente non si attiene allo stile critico di valutazione di un testo – si affrontano queste tematiche e l’autore sottolinea subito una cosa che potrebbe sembrare banale o sulla quale non abbiamo mai riflettuto: “La storia del romanzo, così com’è stata raccontata finora, è la storia dei romanzi finiti, ossia delle opere che sono giunte alla compiutezza e alla conclusione desiderata dai loro autori. È quindi una storia parziale, che esclude e ignora quei più di due terzi di romanzi scritti e mai conclusi, abbandonati a metà strada, ingarbugliati su se stessi, troppo sconvolgenti per i nervi dei loro autori, di sbilenca architettura, ossessionati da cose che non interessano a nessuno, anacronistici, demenziali, avanguardisti all’estremo, diffidenti delle possibilità del romanzo come genere, troppo banali, o troppo poco banali per le esigenze contemporanee”. Quello che il lettore del libro percepisce come un’unita tematica, stilistica, contenutistica in un dato libro in realtà non è che la summa di vari stili, temi e contenuti che l’autore ha cercato di coniugare in una narrazione unica. Ma non solo. Il romanzo, o il libro in generale, non è fatto solo dal suo contenuto, da ciò che è presente, ma anche dal non-contenuto, qualcosa che è assente sulla carta, ma che ha rappresentato stadi intermedi della stesura dell’autore, momenti di stasi o ripensamenti, cambi di stesura, stravolgimenti, rallentamenti, ellissi e quant’altro. Sembra di parlare del nulla, ma in realtà non è così.

Un romanzo lasciato a metà, incompiuto o tralasciato, non è un qualcosa da considerare negativamente, tutt’altro. E’ affascinante – o potrebbe esserlo- indagare il motivo di quella incompiutezza, le ragioni intrinseche che hanno portato l’autore a tralasciarlo e a preferire di scriverne uno completamente diverso. Milioni sono le opere incompiute in ciascuna letteratura, ma anche queste debbono essere tenute in viva considerazione ed è forse lì – come suggerisce lo stesso Julio Monteiro Martins – che il legame tra vita-letteratura, tra l’esperienza dello scrittore in quanto essere umano e il suo impegno in qualità di letterato si mostra in maniera indissolubile.[2]

La storia della letteratura, pertanto, è  –dovrebbe, dato che nei manuali non è così- fatta anche dai libri incompiuti, dai libri perduti e dimenticati, dai libri bruciati al rogo, dai libri censurati, messi a tacere, dai libri persi per una mancata conservazione. Non è fatta solo dai libri presenti nelle nostre biblioteche, disponibili e consultabili, ma anche da tutti quegli esperimenti di scrittura che per qualche motivo non hanno qui nella nostra contemporaneità una consistenza fisica – o digitale se pensiamo agli e-book– o comunque una disponibilità di lettura.

madrelingua – notare la minuscola della lettera iniziale[3] – è un romanzo doppio o, meglio, che sviluppa due storie parallele, quella dell’autore di madrelingua e quello del suo personaggio principale. Entrambi, ovviamente, sono prodotti di Julio Monteiro Martins ed è necessario entrare da subito, già dall’inizio, nell’ottica di come è strutturato questo romanzo. Manoel Alves dos Santos, detto Mané, parla in terza/prima persona; tra parentesi quadre, invece, ci vengono date informazioni aggiuntive che non riguardano lui ma l’autore di madrelingua. Paradossalmente questi è e non è Julio Monteiro Martins. Lo è in termini semplicistici, pratici, ma non lo è nell’artifizio narrativo, nella strategia di comunicazione che ha deciso di impiegare. Uno stralcio del romanzo per comprendere questo dualismo narrativo è necessario per chiarire quanto si sta appena argomentando:

Sono lo stesso di sempre, nient’altro: Manoel Alves dos Santos, detto Mané, che ha vissuto ormai per sessant’anni [io invece ne avevo solo 46 quando ho scritto questa pagina]. Nato a Niterói [anch’io!], trasferitosi a Firenze [io a Lucca] nel periodo Craxi [nel periodo Dini]. Un bel cambiamento, senz’altro, ma sessant’anni non sono mica pochi, eh. E questa è una lunga storia, vissuta da Icaro e da Sisifo, da Teseo e da Pulcinella [caspita! povero lettore…].

Per facilitare la comprensione si riporta in grassetto la parte che concerne il protagonista del romanzo, Mané, scritta in terza persona e la parte tra parentesi quadre e sottolineata che corrisponde, invece, all’anonimo autore di madrelingua, una voce che, invece, è in prima persona.

In questa maniera praticamente leggiamo due storie in una, due romanzi in uno e ciascuna storia ha legami e riflette l’altra in modo che l’intera narrativa non è che un carosello ritmato di voci che si scambiano, si confrontano, un dialogo che si instaura tra due “monologhi ravvicinati e comunicanti”.

Continuando nella lettura ci rendiamo conto che tutti gli incisi nelle parentesi quadre non sono altro che i pensieri dello scrittore stesi sulla carta nel momento in cui è alle prese con il suo romanzo. E’ un flusso di coscienza che ci informa su cosa sta pensando l’autore, cosa vorrebbe narrare, come la pensa su certe cose. Si tratta, in effetti, del pensiero stesso dello scrittore nell’atto di elaborare le vicende del suo romanzo, le suggestioni, gli interrogativi che, curiosamente, Julio Monteiro Martins stende sulla carta perché anche quella è una componente del romanzo-prodotto finale. Vediamone un chiaro esempio:

Miranda ha conosciuto Carlo Giuliani a Genova [ho scritto questo brano e subito ho pensato di cancellarlo, perché mi sembrava una forzatura, l’inserzione di un elemento estraneo alla narrativa solo perché volevo parlare di lui. Ma poi ho deciso di lasciarlo comunque: non è del tutto inverosimile che lo avesse conosciuto, magari un po’ più giovane di lei, il giro potrebbe essere più o meno lo stesso, feste nei centri sociali, spettacoli alternativi di musica, cabaret, spiagge… dài, ce lo lascio], circa un anno prima che fosse assassinato dalle ”forze dell’ordine”..

Non mi interessa in questa sede tratteggiare quello che è il contenuto di questo romanzo breve, ma focalizzarmi, invece, su come è stato scritto. E’ affascinante il modo in cui Julio Monteiro Martins riesca a scindersi, a sdoppiarsi e ad essere presente ubiquamente in realtà, tempi ed episodi diversi. Questo, ovviamente, è il potere della scrittura. Non di una scrittura frivola e approssimativa, ma di un amore indissolubile verso la letteratura e verso i procedimenti di scrittura e costruzione della narrativa che stanno molto a cuore a Julio Monteiro Martins. Narrazioni come questa ci fanno viaggiare, tra realtà e immaginazione – sebbene non ci sia niente di fantastico-, ci spaesano un po’, ci disorientano, ma ci affascinano proprio perché l’autore, abile maestro della prosa, gioca con il lettore, richiamando la sua attenzione e coinvolgendolo a pieno nei vari squarci narrativi tanto da depistarci, illuderci, e farci confondere il confine tra realtà e scrittura, tra persona e personaggio:

[P]rima di andarmene, vorrei chiedervi:  – e non occorre che mi rispondiate – è vero o no che alcuni dei vostri migliori amici, o se non altro quelli che vi hanno deluso di meno, sono stati personaggi come me?

 

Chi è l’autore?

Julio Monteiro Martins è nato nel 1955 a Niteroi, nello stato di Rio de Janeiro (Brasile). Si dedica alla scrittura fin da ragazzo e già nel 1976 pubblica i primi racconti. Nel 1979 partecipa allo International Writing Program della University of Iowa (USA), ricevendo il titolo di Honorary Fellow in Writing, e per un anno insegna scrittura creativa al Goddard College (Vermont, USA). Continua poi l’insegnamento presso la Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro), dal 1982 al 1989, e in seguito in Portogallo, presso l’Instituto Camões di Lisbona (1994) e presso la Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro (1995). Dal 1996 insegna all’università di Pisa, dove attualmente tiene il corso di Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria. Dirige inoltre il Laboratorio di Narrativa del Master di Scrittura Creativa, presso la Scuola Sagarana di Lucca. È fondatore e direttore della rivista culturale Sagarana (www.sagarana.net).

All’attività di scrittore e docente affianca un impegno attivo in campo politico e sociale. Nel 1983 è uno dei fondatori del del Partido Verde brasiliano, e successivamente, nel 1986, del movimento ambientalista brasiliano “Os verdes”. Nel 1991, avendo affrontato studi universitari di indirizzo giuridico, è avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente (ONG), occupandosi in particolare dell’incolumità dei meninos de rua chiamati a testimoniare in tribunale, in seguito all’orrenda strage della Chacina da Candelária, nella quale una squadra di poliziotti in borghese uccise nel sonno a colpi di mitra bambini abbandonati che dormivano in strada a Rio de Janeiro.

La produzione letteraria di Julio Monteiro Martins comprende numerose opere sia in portoghese brasiliano sia in italiano, essendo quest’ultima la lingua attualmente preferita dall’autore. Pur prediligendo la forma narrativa, Monteiro Martins ha pubblicato anche poesie e pièce teatrali. Da alcune sue opere sono state tratte sceneggiature di cortometraggi. Di seguito i principali titoli.

In portoghese: Torpalium (racconti, Ática, São Paulo, 1977), Sabe quem dançou? (racconti, Codecri, Rio, 1978) Artérias e becos (romanzo, Summus, São Paulo, 1978), Bárbara (romanzo, Codecri, Rio, 1979), A oeste de nada (racconti, Civilização Brasileira, Rio, 1981), As forças desarmadas (racconti, Anima, Rio, 1983), O livro das Diretas (saggi politici, Anima, Rio, 1984), Muamba (racconti, Anima, Rio, 1985) e O espaço imaginário (romanzo, Anima, Rio, 1987); suoi lavori sono inoltre apparsi in numerose antologie.

In italiano: Il percorso dell’idea (poesie, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998), Racconti italiani (Besa Editrice, Lecce, 2000), La passione del vuoto (Besa, Lecce, 2003 ), Madrelingua (romanzo, Besa, Lecce, 2005) e L’amore scritto (racconti, Besa, Lecce, 2007); ricordiamo infine la partecipazione, assieme ad Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo, all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime (a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, Arcana Libri / L’Unità, Roma, 2002). Nel 2011 è stata pubblicata la monografia sulla sua opera Un mare così ampio: I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins, di Rosanna Morace, per la Libertà edizioni, di Lucca.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 


[1] Così viene definita nel romanzo la meta-letteratura: “L’adozione di una scrittura rivolta alla metaletteratura – lo vedo solo oggi con chiarezza – era su misura per me: senza abbandonare la letteratura e senza mentire, mi permetteva di trovare l’evasione in un genere che, allontanandomi dal dramma della vita, mi faceva immergere nella letteratura stessa. Come colui che per paura fugge incontro invece che dal nemico, io mi inabissavo sempre di più nella voragine del narrare, narrando il narrare stesso, le impalcature delle mie storie, un mondo fatto di geometrie piuttosto che di sangue”.

[2] A questo riguardo consiglio la lettura del mio saggio “La realtà e la realtà raccontata” pubblicato sulla rivista Sagarana n°48, Luglio 2012.

[3] La minuscola dell’iniziale può essere interpretata in vari modi, uno dei quali potrebbe essere che è il titolo storpiato di qualche parola iniziale che, per qualche ragione, si è persa, è stata cancellata, è stata volutamente celata.

Intervista a Lorella Fanotti, autrice di “Racconti dietro l’angolo”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a LORELLA FANOTTI
Autore di RACCONTI DIETRO L’ANGOLO
EDITRICE DONCHISCIOTTE , SIENA, 2011
Isbn:978-88-88889-37-5

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

LF: Ho scelto il titolo Racconti dietro l’angolo per anticipare velatamente al lettore le mie intenzioni. Le storie che narro sono semplici, quotidiane; ho cercato di raccontare con l’occhio di chi osserva oltre l’apparenza, che va oltre l’angolo per capire quello che si cela dietro l’evidenza e che sfugge all’osservatore distratto.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

LF: Nel mio libro ci sono storie completamente autobiografiche e storie completamente inventate. Di sicuro in tutti i racconti ci sono io, c’è la mia sensibilità, il mio modo di rapportarmi con la  vita, con i sentimenti, con gli altri. Credo che la letteratura sia un modo non semplice ma efficace di mandare dei messaggi, raccontando quelle che possono sembrare semplici novelle hai la possibilità di far riflettere il lettore su un tema che ti sta a cuore. Spero di essere riuscita a dare ai miei lettori degli input di riflessione. Quello che spero di non aver fatto è “salire in cattedra”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

LF:Non ho fatto studi umanistici e questo credo che sia un  limite importante. Però sono curiosa e se sento parlare positivamente di un autore che non conosco cerco di rimediare. Non ho autori preferiti, mi piace leggere chi parla della gente e lo fa con il cuore. Non mi piace il fantasy, trovo che la vita di tutti i giorni abbia così tanto da raccontare che non vedo la necessità di andare “oltre”. Ho appena terminato Il piccolo naviglio di Tabucchi  e credo che riassuma quello che mi fa apprezzare un libro. Storie di gente comune dentro la Storia, un pizzico di follia e di fantasia, una scrittura particolare. Per la letteratura straniera mi sono imbattuta in alcune scrittrici albanesi contemporanee: Elvira Dones, Ornela Vorpsi, Anilda Ibrahimi che mi hanno conquistato. Scritture asciutte e dirette, storie che con l’incanto narrativo ci raccontano un mondo vicino e sconosciuto. Un’altra autrice straniera che mi piace  è Irene Nemirosky, un’ebrea russa morta molto giovane in un campo di concentramento.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

LF: Invece è facile, l’ho appena tirato fuori dallo scaffale per cercare di farlo leggere a mia figlia. La Storia di Elsa Morante.  Per tutto quello che ho detto prima.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

LF: Posso solo rispondere che ho sempre letto molto, non so dirti chi mi ha influenzato di più. Posso raccontarti che ho cominciato a scrivere per avere un pretesto per conoscere una scrittrice, Elena Gianini Belotti, di cui avevo letto da ragazzina Dalla parte delle bambine. Quando nel 2001 seppi che avrebbe tenuto un corso di scrittura creativa nel mio paese mi sono iscritta per conoscerla. Ho conosciuto Elena, ho frequentato il corso, e non ho più smesso di scrivere.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

LF: Ho pubblicato solo la raccolta Racconti dietro l’angolo. In Italia il racconto non è molto apprezzato, ma è invece un genere che si  adatta al mio modo di narrare e ai miei tempi accelerati. A volte mi capita di leggere dei romanzi che potrebbero stare benissimo in un racconto, dove le frasi vengono tirate come elastici, pur di arrivare a quel tot di battute. I miei racconti sono storie quotidiane a volte autobiografiche, a volte racconti che mi hanno fatto amici, addirittura un paio  sono nati dopo aver letto articoli di cronaca. La prima lezione del corso la Belotti ci disse che quando abbiamo vicino i nonni che potrebbero raccontarci storie incredibili, non ci interessano, siamo troppo giovani per apprezzare. Quando vorremmo  scoprire quelle storie e le nostre radici, non abbiamo più chi ci racconta.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

LF: Ho partecipato a un racconto a sei mani,  dove ogni partecipante scriveva il  punto di vista del suo personaggio. Devo dire che è stato divertente e stimolante, certamente occorre un buon feeling e capacità di accettare un confronto costruttivo.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

LF: Credo che sia adatta a tutti, anche a chi non è abituato a leggere. So che conoscenti non lettori si sono avvicinati al mio libro per curiosità e qualcuno poi mi ha detto “Sono come le ciliegie, ne leggi uno e non puoi fare a meno di leggerne un altro”.  Riuscire  a far leggere chi non ha mai comprato un libro è un bel successo no?

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

LF: Bella domanda! Penso che sia una giungla dove ti dibatti per trovare la strada più semplice e meno pericolosa.  Le grandi case editrici non ti leggono, le piccole ti chiedono soldi, e l’ingenuo esordiente non sa quasi mai se il suo libro vale la carta su cui è stampato. Quando ho deciso di pubblicare il libro non l’ho fatto  perché ero convinta di aver scritto un capolavoro, è rimasto quasi dieci anni  nel pc. L’ho fatto perché volevo che restasse qualcosa di tangibile ai miei  figli, un modo per lasciare qualcosa di me, quindi non ho pensato che una buona distribuzione fosse importante.  La casa editrice è stata estremamente onesta nel dirmi cosa avrebbe o non avrebbe fatto. Ora, con il senno del poi, punterei di più nella distribuzione.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

LF: Anche i premi sono un po’ un business, sinceramente non mi sembra molto corretto dover pagare decine di euro per partecipare a un concorso. Certo sono una maniera per misurarsi, uno stimolo anche alla scrittura, ma per ora ho preferito non entrare in questo meccanismo. Ho partecipato a un solo concorso e il risultato devo dire che è stato positivo. Lo stesso per i corsi di scrittura, ho letto di corsi  con quote di partecipazione molto elevate e che non prevedevano una selezione iniziale. Si può imparare a scrivere se non c’è una dote naturale?

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

LF: A me piace molto confrontarmi con gli altri, anche se ho notato che non è molto apprezzata la sincerità. Sovente ci si nasconde dietro manierismi e recensioni che sono riassunti.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

LF: Posso comprenderlo se si tratta di satira, se l’intenzione è palesemente dichiarata, altrimenti non credo che sia utile alla letteratura. Certamente chi scrive deve documentarsi e leggerà testi che parlano di quell’argomento. Per esempio quando ho scritto il racconto “Il professore”, dove c’era un accenno alla guerra di Russia, ho letto Il sergente nella neve di Rigoni Stern, ma il lettore non deve accorgersene, altrimenti si chiama copiatura.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

Jesi, 16/07/2012

La realtà e la realtà raccontata. Dove termina la vita e inizia la letteratura. – Saggio di LORENZO SPURIO –

La realtà e la realtà raccontata. 

Dove termina la vita e inizia la letteratura.

saggio di Lorenzo Spurio

 

 

Vari studiosi e critici letterari hanno sempre sottolineato come esista una separazione tra la vita e l’arte, ossia tra la vita e la rappresentazione di essa, i due ambiti che in inglese vengono definiti con i termini reality e fiction.[1] Il romanzo, e più in generale ogni forma espressiva che provenga dall’intelletto umano, (una poesia, un componimento musicale, un quadro), non è altro che manifestazione del genio del suo creatore e il prodotto ultimo non è che un manufatto della ragione umana. Una persona che vediamo mangiare e una persona che ci viene  descritta mangiare in un romanzo, sono due cose diverse, sebbene evochino in noi lo stesso pensiero. In realtà sarebbe più opportuno parlare di una ulteriore contrapposizione di termini: quella tra persona e personaggio. Il primo siamo noi, e ogni nostro simile, che giorno dopo giorno portiamo avanti la nostra vita, il secondo, il personaggio, è invece una invenzione, una macchinizazzione della mente umana: può essere verosimile e quindi possiamo rispecchiarci in esso, ma può anche essere diabolico, fantastico, inverosimile e quindi rappresentare ambiti dell’immaginifico.

Nell’allarmante racconto che Stephen King fa dell’instabilità psichica di Annie Wilkies in Misery (1987), ci rendiamo conto di come la protagonista – causa la sua psiche malata, il suo isolamento dalla società e il suo amore-ossessione nei confronti dell’eroina di un ciclo di romanzi di Paul Sheldon – non sia in grado di distinguere la realtà dalla finzione, la vita vera da un personaggio inventato per diletto da un narratore esperto. L’incapacità di distinguere i due ambiti porta all’accentuarsi dei comportamenti maniacali della Wilkies nei confronti di Paul Sheldon che lei, dopo un incidente stradale abbastanza serio, è riuscita a portare a casa sua per tenere tutto per sé, come fosse un oggetto. Lo scrittore si renderà subito conto dell’instabilità e della pericolosità della donna ma, per evitare di animare ulteriormente la sua pazzia, cercherà di assecondarla nelle sue richieste. Quello che Paul Sheldon ha fatto – far morire il personaggio di Misery[2] nell’ultimo romanzo del ciclo è – per Annie Wilkies – uno sbaglio grandissimo, l’unica scelta che Sheldon come narratore non avrebbe dovuto fare. La stessa Wilkies ci tiene a far sapere allo scrittore: «Ma i personaggi di una storia non possono uscirsene di scena! Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, lui li crea come Dio ha creato noi e nessuno può chiamare Dio in giudizio perché si giustifichi, sicuro, si capisce, ma quanto a Misery ho qualcosa da dirti, sporca burba, ti dirò che si dà il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo…e….»[3]. Grazie alle narrazioni di Sheldon, infatti, Misery è diventata per Annie una compagna di vita, una presenza costante, una persona a lei cara, sebbene Misery sia solamente un personaggio inventato, che esiste solo sulla carta, l’esatto opposto di quanto avviene in Alice nel paese delle meraviglie dove nelle ultime battute del primo libro l’eroina nega l’esistenza d’identità delle carte di gioco parlanti, sconfessando quel mondo irreale e impossibile arrivando a dire, dinanzi alla Regina Rossa, “Non siete altro che un mazzo di carte!”. La Wilkies obbligherà Sheldon a  bruciare il romanzo nel quale la sua beniamina finiva, invece, per morire (a causa di parto, una motivazione anche molto diffusa a quel tempo, come le fa notare lo scrittore) e a scriverne uno nuovo in cui Misery, invece, segue nuove avventure, contravvenendo anche alla libera ispirazione dello scrittore che in queste condizioni, oltre che su commissione, è chiamato a scrivere sotto coercizione.

L’idea che il narratore di una storia sia una sorta di Dio, che crea, plasma i personaggi, ne decide la vita o come stroncarli è un’idea comune e che si applica alle narrazioni che hanno un narratore di III persona, esterno, che osserva e descrive tutto, che conosce tutto ciò che racconta e che proprio per questo motivo è onnipresente, onnipotente e stabilisce ogni cosa. Al termine di Espiazione, romanzo di Ian McEwan, veniamo a sapere che tutto quello che è stato raccontato sin lì è il romanzo scritto dalla protagonista stessa della storia che, consapevole di essersi comportata come un unreliable narrator e ormai anziana, decide di dire la verità. Così Briony autrice-Briony personaggio-McEwan narratore sono un’unica persona. L’anziana scrittrice conclude nelle ultime pagine con alcune asserzioni interessanti all’oggetto di questo saggio: «Come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. E’ la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere; nemmeno se fossero atei. E’ sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il punto».[4]

Il resto della storia di Misery – che non ho intenzione di svelare – è molto avvincente e perfettamente in linea con le tematiche care a Stephen King; il riferimento al romanzo era necessario per sottolineare come la confusione tra realtà e rappresentazione della realtà in un soggetto psicologicamente instabile origina una serie di avventure cariche di suspense che allettano il lettore, coinvolgendolo completamente. Quasi che l’autore abbia voluto dire, silenziosamente, che chi confonde il personaggio di un romanzo con il mondo reale è molto probabile che finisca per mettersi nei guai o lo fa perché è pazzo.

Forse la combinazione più riuscita di persona-personaggio si ha in un testo autobiografico in cui l’autore, che è anche il personaggio della storia che racconta, narra della sua vita. Si tratta di una cronistoria fedele alla sua esistenza e aggiornata fino a quel momento che, tuttavia, non può sostituire né uguagliare il suo reale e materiale percorso di vita. E’ però un esempio lampante di come l’autore sia anche protagonista della storia. Il narratore onnisciente che racconta extradiegieticamente la storia dall’esterno ha la capacità di creare un personaggio, un’entità, che, in fondo, non è altro che se stesso. E’ evidente in questo caso come la vita e la scrittura si fondano in un tutt’uno e tale discorso rimanda direttamente alla questione dell’autobiografismo. Esulando una biografia, i critici sostengono che è innegabile che in un qualsiasi testo che viene scritto ci sia qualcosa di proprio, di personale, di affettivo legato all’autore, anche se questi lo negherà. Si conclude, dunque, che uno scritto qualsiasi, sia esso biografia o non, è intessuto a partire da una serie di motivi che appartengono all’animo, all’esperienza o al comune sentire dello scrivente. Si tratta – a rigor di logica – di un procedimento passivo, che ricade cioè sullo scrittore in maniera volente o nolente. Chi racconta qualcosa (una storia, un avvenimento, una barzelletta) mette indeliberatamente qualcosa che gli appartiene (il modo, la tecnica, l’enfasi, la struttura,..) consegnando così all’ascoltatore un messaggio finale che è la somma del corpo verbale di comunicazione con l’apporto personale del parlante:

messaggio finale = corpo verbale di comunicazione + apporto personale del parlante

 

E’ su queste considerazioni che si sono sviluppati i prolifici studi su alcuni aspetti delle culture subalterne, sul loro folklore e su come la cultura popolare, legata principalmente alla forma orale di comunicazione, ha modificato nel tempo storie, leggende, racconti, sostituendo termini, inserendo dialettalismi, modificando la struttura, le desinenze, l’andamento o addirittura il significato di un componimento tanto da portare nei giorni nostri alla presenza di numerose varianti di una ballata a seconda dei dialetti regionali, locali e dei gerghi più definiti e marcati delle aree provinciali. Ad esempio si prenda in considerazione la grande quantità di varianti (non solo dialettali, ma anche tematiche) della celebre ballata di “Donna Lombarda”,  che racconta di una donna tradita che tenta di avvelenare il marito assieme all’aiuto dell’amante. La presenza e la testimonianza di varietà differenti nate per filiazione da un testo unico è esemplare di quanto l’attività orale delle classi popolari fosse potente nel rimodellare, ricreare, aggiornare e creare nuove storie. Il discorso, ovviamente, è ampio e rimanda alla nota e certificata teoria che vede nel tempo (diacronie) e nello spazio (diatopie) le categorie fondanti alla base del cambiamento di stili di vita, linguaggi (o addirittura lingue), comportamenti etc.

Riprendendo però la formula esposta sopra e tenendo in considerazione gli studi sull’intertestualità[5] e la comparativistica, è doveroso aggiungere nella formula almeno un altro elemento importantissimo, sebbene a volte sottointeso e celato, che è quello della intertestualità e della citazione. I critici e gli studiosi della letteratura postmoderna (Fredric Jameson negli Stati Uniti, Remo Ceserani in Italia, solo per citarne alcuni) hanno studiato attentamente i vari aspetti dell’intertestualità: la citazione, la parodia, l’umorismo, la satira, la riscrittura[6] mettendo in evidenza come un nuovo testo è sempre la scrittura di un qualcosa originale assieme alla presenza di temi o riferimenti noti, colti o di rimando. Il poemetto metafisico The Waste Land di T.S. Eliot, pietra miliare della poesia modernista inglese, è ad esempio un’opera complessa e che ha nella completezza delle varie sezioni un senso e un significato proprio (per il quale è uno dei testi più studiati nei settori accademici di Anglistica) ma è allo stesso tempo una elaborata cascata di citazioni e riferimenti ad altri testi letterari: a volte rimandi espliciti, altre volte un po’ più velati, compito del lettore riscontrarli. Il procedimento intertestuale, metaletterario, è spesso un fenomeno involontario e spontaneo mentre altre volte ha il chiaro motivo di voler celebrare un grande del passato. Nel mio saggio “L’edenico e il demoniaco”[7] ho accennato al fatto che ad esempio il romanzo The Lord of the Flies (1945) di William Golding è sicuramente una delle fonti che stanno alla base del romanzo breve The Cement Garden (1978) di Ian McEwan, come pure ebbe modo di riconoscere l’autore in varie interviste. Si tratta, però, di un procedimento innocuo[8] e significativo con il quale leggendo un libro di X, leggiamo anche qualcosa di Y, Z,… Quindi, tenendo conto di questo aspetto, che non ha niente di irrilevante, la “formula” enunciata sopra diventa:

messaggio finale = corpo verbale di comunicazione + apporto personale del parlante + riferimenti intertestuali (espliciti o impliciti)

Dovendo spiegare la formula su una base che utilizza il concetto di tempo, potremmo riassumere:

messaggio finale = testo + Passato/ Presente dell’autore + Passato/ Presente di altri autori

cioè, detta in soldoni,

messaggio finale = nuovo + vecchio

e questo ci riporta, dunque, all’inizio di tutta la discussione qui proposta su come, in effetti, quando parliamo non diciamo mai niente di completamente nuovo, di inedito e originale ma ricopiamo qualcuno, ci rifacciamo ad altri, rivisitiamo una formula, utilizziamo un detto, ci appropriamo di un linguaggio che non è nostro. Il risultato, come si è visto, è però fatto dalla somma di più elementi che sono onnipresenti, necessari, ineliminabili e che assieme contribuiscono alla produzione del messaggio finale.


[1] Centrale è a questo riguardo il saggio “Modern Fiction” di Virginia Woolf contenuto in The Collected Essays of Virginia Woolf (Benediction Books, 2011, pp. 192).

[2] «Non può essere morta!» gli strillò in faccia Annie Wilkes. Stringeva e apriva i pugni sempre più concitatamente. «Misery Chastain non può essere morta!» in Stephen King, Misery, Sperling & Kupfer, 1991, p. 39.

[3] Ivi, p. 41.

[4] Ian McEwan, Espiazione, Torino, Einaudi, 2001, p. 380.

[5] Si analizzi l’opera di Julia Kristeva, linguista bulgara che coniò il termine di “intertextuality” spiegandolo come  “connessione tra testi diversi”. Consigliata la lettura del manuale The Portable Kristeva scritto da Oliver Kelly (Columbia University Press, 2002, pp. 512).

[6] Il procedimento della riscrittura (rewriting), più comunemente definito in inglese americano mash-up, è una tecnica molto impiegata negli ultimi venti anni dagli scrittori contemporanei. Questi ultimi partono da un testo noto al grande pubblico (spesso un classico di grandi dimensioni), per giungere a una rivisitazione, a un adattamento, a una riscrittura, a un ri-racconto da una nuova prospettiva (facendo parlare un nuovo personaggio), secondo una nuova sensibilità (la stessa storia ambientata nell’800 convertita in una storia ambientata nello spazio) o convertendola in un nuovo genere (una storia d’amore vittoriana convertita in un macabro horror-fantasy). In un mio saggio dal titolo Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu Edizioni, 2011, pp. 102) ho analizzato da vicino come alcuni scrittori, partendo dal mother text di Charlotte Brontë abbiano elaborato nuove storie, alcune originali, altre un po’ meno, producendo una grande filiazione di questo romanzo tra riscritture, parodie, prequels e sequels.

[7] “L’edenico e il demoniaco”, Sagarana, La Lavagna del Sabato, 21-03-2012.

[8] “Innocuo” nel senso che non dà origine a problemi di licenza di diritti personali nel caso in cui il rimando viene fatto in maniera originale o velato o nel caso in cui si riporta un estratto di un altro libro con indicata la fonte. Se, invece, tale procedimento viene utilizzato in maniera invasiva e sconsiderata si pongono problemi di plagio. Il plagio non è che l’abuso indiscriminato e illegale di un testo che appartiene ad un altro. Si tratta sempre di un processo intertestuale ma lesivo e giuridicamente condannato. Ad esempio nella mia tesi di Laurea Magistrale dal titolo “Comportamenti devianti e spazi claustrofobici nella scrittura di McEwan” ho riportato la cronaca che bollò l’autore inglese come plagiarist nell’occasione dell’uscita del suo romanzo Atonement nel 2001 che, nella seconda parte, presentava riconoscibili e allarmanti assonanze con l’autobiografia della scozzese Lucilla Andrews, No Time for Romance. In quel caso l’autore mostrò chiaramente che le accuse erano infondate e che negli Acknowledgment aveva citato direttamente l’opera della stessa scrittrice alla quale si era rifatto.

a cura di Lorenzo Spurio

 

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Seminario di scrittura a Torino con Contrappunto Literary Management

Seminari di Talent Coaching
Scrittura e motivazione: il Coaching in campo editoriale

COMUNICATO STAMPA


Dal 17 al 19 febbraio Contrappunto Literary Management organizza il secondo seminario di Talent coaching, dal titolo “Scrittura e libertà: il ‘Big Bang’ della creatività e la parola come energia”.
18 ore complessive per una formazione integrata della persona come scrittore e dello scrittore come persona, intersecando le frontiere della comunicazione a quelle della motivazione, al servizio della scrittura, in una visione olistica di ciò che l’uomo sa creare intorno a sé.Per presentare questo progetto di Coaching applicato alla sfera del talento letterario Natascia Pane, ideatrice di Contrappunto e docente, affiancata da Elisabetta Garbarini, coach olistico, avrà il piacere di dare una dimostrazione in pillole di quello che sarà il secondo seminario di febbraio.
L’appuntamento aperto a tutti/e è per
venerdì 27 gennaio alle ore 18
presso la libreria Feltrinelli Express di Torino Porta Nuova.
Vi preghiamo di confermarci la vostra presenza per poter organizzare al meglio l’incontro!Inviamo in allegato il programma del seminario di febbraio e un paio di immagini; nella sezione dedicata al Talent coaching del sito www.agenziacontrappunto.com potrete trovare tutto il materiale necessario (presentazione di Contrappunto, profilo delle docenti, informazioni per l’iscrizione e rassegna stampa).
Restiamo a disposizione per eventuali richieste e informazioni.
Ufficio Stampa Seminari di Talent Coaching Contrappunto
E-mail: press@contrappuntocoaching.com
Laura Fanucci
Cell.: +39 3479739390
Alfonsa Sabatino
Cell.: +39 3470151911
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