“L’ “io introspettivo” di Eugenio Montale nell’indagine del Mistero”, saggio del prof. Domenico Pisana

Saggio del prof. Domenico Pisana

Non oserei parlare di mito nella mia poesia, ma c’è il desiderio di interrogare la vita”. Così si espresse Montale in un’intervista di Medeleine Graff-Santschi, pubblicata  nel 1965 sulla Gazette de Lusanne, che ci fornisce una linea di movimento della poetica montaliana nella sua fase iniziale.

Montale è alla ricerca di una definizione precisa e assoluta della vita, ricerca  che, sotto l’influsso delle sue letture filosofiche di impronta  contingestista, trova il suo approdo nel  dubbio, nello scetticismo e nel nichilismo. Egli ritiene che non sia possibile indicare una verità esistenziale come prospettiva verso la quale orientare il cammino della vita: non esistono mete né certezze universali. Il poeta elabora, allora, una sorta di “teologia negativa”, che trova la sua espressione più emblematica  nella lirica “Non chiederci la parola”, composta nel 1921, che costituisce quasi una norma normans da rispettare in tutte le circostanze della vita.

eugenio-montale

La struttura della lirica poggia su un “io introspettivo” tutto al negativo, come si evince dall’uso frequente della negazione “non” (“Non chiederci”….”Non domandarci..” “non siamo…” “non vogliamo..”). Il poeta dialoga con un interlocutore indeterminato, al quale mette davanti il percorso incerto, difficile, pieno di pericoli della vita; ricorre ad un registro stilistico e lessicale pienamente aderente alla sua visione desolata e negativa dell’esistenza. “L’animo informe”, il “polveroso prato”, lo “scalcinato muro”, la “storta sillaba e secca come un ramo” costituiscono la metafora di una condizione umana precaria, drammatica, amara ed incerta, messa in contrapposizione alla sicurezza di chi non avverte questa precarietà e questo grigiore della realtà. (“Ah l’uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico”).

Questo pessimismo non può essere letto, però, esclusivamente come  chiusura nel buio, perché  include, dentro l’io più profondo di Montale, anche il desiderio di infinito e di assoluto, l’apertura ad un Essere che non può farsi presente nei concetti e che non ha una collocazione nella storia; il Montale che interroga il mistero della vita, come già Leopardi, dimostra di tendere verso un Orizzonte nel quale possa essere contenuta la risposta alle tante domande che nascono nel cuore dell’uomo: “Chi può dire di vivere soddisfatto  – afferma il poeta ligure – nel mondo dei fenomeni, delle cose finite, senza farsi domande, chiedersi il perché? Paradossalmente la poesia di Montale è un canto mistico che si perde nel vuoto, un interrogare la vita per tentare di raggiungere quei risultati che il poeta cerca e che, però,  è pienamente consapevole di non potersi attendere dal mondo fenomenico. L’unica certezza della sua indagine sull’esistenza è che l’uomo deve finire: “Sappiamo che dobbiamo finire: questa certezza ci rimanda all’Essere, all’eternità”.  

L’eternità per Montale rappresenta la fine dell’inquietudine umana, la terrestrità costituisce il luogo della solitudine, dell’inganno, del malessere e della precarietà. È all’interno di questo interrogare la vita che la ratio montaliana aspira dunque a qualcosa che non riesce ad afferrare e spiegare; la sua è una  ratio che non decifra il Mistero, ma che  rivela il segno della sua Presenza in ogni esperienza umana:

Sotto l’azzurro fitto

del cielo qualche uccello di mare se ne va;

né sosta mai: perché tutte le immagini portano

scritto: ‘più in là”.

 Quel “più in là!” paradossalmente rivela l’Orizzonte verso cui tende il poetare montaliano; egli non lo vede ma lo percepisce, così come l’uomo ode il grido che c’è dentro le cose, anche se non sente la voce.  L’ “io noumenico” montaliano, pur muovendosi all’interno dei parametri propri della poetica italiana della modernità, che lanciava l’interpretazione della realtà come nichilismo, in fondo non risulta anti-religioso; anzi, si può ritenere che è connotato da una “passione religiosa”, cioè da una  espressa passione della ricerca e della eventuale affermazione di un senso alla vita, ossia di un Mistero che dia il senso delle cose, della realtà e dell’esistenza.

Quando Montale in alcuni suoi versi afferma – “Forse un mattino andando in un’aria di vetro/arida, rivolgendomi, vedrà compirsi il miracolo:/il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/di me, con un terreno ubriaco” – , egli, in fondo, non fa altro che rappresentare l’effimero delle cose che oggi ci sono e domani non più, ribadire la vanità e la nullità di ciò che esiste. Questa sua esperienza rappresentativa della realtà è sostanzialmente identica a quella del mistico religioso cristiano, il quale mentre contempla il cielo e la terra, così grandi ed evidenti nel loro spazio, sa che domani non ci saranno più, per cui capisce che la realtà è tutta segno della parola di un Altro, cioè il Mistero che sta dietro. Questo indagare il Mistero che sta dietro alle cose, agli oggetti, alla vita stessa  fa di Montale un uomo religioso senza religione, ed è la premessa alla fede come campo immediato in cui la ragione cede all’ inconoscibilità e all’ inafferabilità della “Realtà Altra”.

Se nello scavo dell’io interiore di Montale,  l’elemento religioso e l’influsso della fede sono stati poco osservati, è per un errore di approccio critico; molti hanno cercato e cercano la religiosità di Montale attraverso le sue pagine, attraverso riferimenti espliciti ad una esperienza secondo la tradizione religiosa. In questa prospettiva è facilmente intuibile che il religioso in Montale è davvero argomento difficile e controverso, non solo perché poche volte la parola “Dio” compare nei suoi versi, ma anche perché il poeta ligure rigetta ogni collocazione confessionale e ideologica.

L’approccio che occorre tentare non è quello di proiettarsi verso  la “religiosità del testo”, ma quello di verificare se il testo letterario in sé , pur non collocandosi in un espresso orizzonte teologico, sacrale e religioso, contenga “dati-testimonianza” di una specifica rilevanza religiosa.

I due moduli tematici e stilistici utilizzati da Montale nelle prime raccolte di versi, Ossi di seppia e Le occasioni, vale a dire la poetica degli oggetti da un lato e il simbolismo ermetico-metafisico dall’altro, trovano nel terzo Montale, quella di Bufera e altro, un esplicito appoggio ai termini del linguaggio simbolico e religioso. Mentre negli Ossi di seppia  è presente una cauta e generica metafora del divino, racchiusa ora nell’ombra umana, la “disturbata Divinità” dei Limoni , ora nella presenza del mare, il “divino amico” di Esterina in Falsetto, ora nella voce paterna e immensa che “afferma una legge severa” di Mediterraneo, in Bufera e altro viene,  per la prima volta, pronunciata, la parola “Dio” e l’io interiore ed intropsettivo di Montale intraprende la direzione di un lessico tratteggiato da insistenti simboli e richiami religiosi.

Entrando nella tessitura della silloge, il linguaggio lirico montaliano dà spazio ad una presenza, ambigua e per certi versi contorta, che spiega il suo affaccio inquieto al Divino in modo più esplicito rispetto alla  prima esperienza poetica. Ecco alcuni testi:   

su noi come Giona sepolti

nel ventre della balena…..

………………………….

L’iddio taurino non era

Il nostro, ma il Dio che colora

di fuoco i gigli del fosso…….

(Da “Ballata scritta in clinica”)

 

L’uomo che predicava sul Crescente

mi chiese “Sai dov’è Dio?” Lo sapevo

e glielo dissi. Scosse il capo….

(Da “Vento di Mezzaluna”)

 

Dovrà posarsi lassù

il Cristo giustiziere

per dire la sua parola…

(Da “Sulla colonna più alta”)

Dicevano gli antichi che la poesia

è scala a Dio. Forse non è così

se mi leggi……

(Da “Siria”)

 

Intorno il mondo stringe; incandescente,

nella lava che porta in Galilea,

il tuo amore profano, attendi, l’ora

di scoprire quel velo, che t’ha un giorno

fidanzata al tuo Dio …

(Da “Incantesimo”)

 

Io non so, messaggera

che scendi, prediletta

del mio Dio(del tuo forse)….

…………………………….

Il dì dell’Ira che più volte il gallo

annunciò agli spergiuri…..

(Da “L’Orto”)

I versi citati offrono indicazioni circa la presenza di un “io religioso” nella poetica montaliana a diversi livelli. C’è, anzitutto, un primo livello nel quale si configura un tratto antinomico della presenza del divino: da un lato l’ “iddio taurino”, dal quale Montale prende le distanze(“non era il nostro”) perché simbolo della violenza e del trionfo,  e che la “razza idiota degli eletti” adora, dall’altra il “Dio che colora/di fuoco i gigli del fosso”, che simboleggia l’amore sacrificato, il dono incontaminato del sacrificio destinato a perdurare nel tempo e che  riecheggia il “Dio dei fiori” della lirica  thanatos athanatos di Quasimodo.

Il secondo livello supera la precedente antinomia per dare rilievo ad una “visione relazionale e comunionale” tipica del Dio della Bibbia. Il verso montaliano sembra assumere il linguaggio personalistico della fede (il “tuo Dio”, il “mio Dio”); gli aggettivi possessivi, peraltro, non solo riecheggiano il linguaggio di Dio verso Israele (“ Io sono il tuo Dio, colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto” ) ma sembrano accorciare la distanza tra il poeta e Dio, non più percepito come realtà distante e nascosta o potenza arcana e trionfante, ma come presenza vicina e solidale all’esperienza umana. E, tuttavia, si tratta sempre un approccio titubante e timido, come si evince da quel “forse”( “del tuo forse”), che evidenzia l’ambivalenza della problematica religiosa nel poeta ligure.

In altri testi, ancora, l’accostamento al Divino si esprime ora sotto forma di domanda, ora con l’attestazione dell’attesa della parola del giudice supremo, il “Cristo giustiziere”, ora come riconoscimento dell’ontologia religiosa del verso” che, stando a quanto – scrive Montale –  “dicevano gli antichi”,  eleva verso Dio”.

Eugenio_Montale-1

In Bufera e altro l’io poetico montaliano non esclude dunque la possibilità della salvezza dell’uomo; Montale, che nella sua formazione ha visto l’accostamento a letture di ispirazione cristiana, quali i Padri apologeti, Sant’Agostino, Pascal, Dostoevskii, utilizza le categorie teologiche per inserire sul suo cammino poetico l’orizzonte sotereologico. E difatti, come  nella teologia cristiana la salvezza passa dalla donna, tant’è che l’incarnazione del Verbo si è realizzata grazie al “fiat” di una donna, Maria, divenuta corredentrice di Cristo, così vediamo che in Bufera e altro Montale riprende, sull’onda di influenze dantesche, di convergenze stilnovistiche e di echi petrarcheschi, il tema della donna-angelo, della donna salvifica.

La struttura sintattica delle liriche appare infatti dominata da quel “Tu” rivolto quasi sempre alla donna, sotto immagini e nomi diversi, la donna del  Giglio rosso, Iride, Clizia, Volpe; l’apparizione della presenza femminile ruota, al di là dell’ordine fisico e sentimentale, che pur sono compresi, all’interno di un’allegoria che ripropone temi della tradizione cristiana e figurale.    

Tillich diceva: “quello che determina il nostro essere o il nostro non essere, è il nostro interesse ultimo”. L’uomo, in altre parole, non rinuncia mai, se si cala dentro il suo io più profondo con una azione introspettiva vera e sincera, alla ricerca della conoscenza del senso ultimo delle cose e dell’esistenza; egli guarda ad un fine ultimo, che per molti è Dio, per altri un archetipo, un assoluto, una causa; in ogni caso, Dio, anche se negato, rimane l’ultimo interlocutore dell’uomo.

Se il primo Montale ha sostenuto che l’inganno e l’illusione costituiscono  i fondamenti su cui poggiano i falsi equilibri della vita quotidiana, se ha teorizzato la condanna dell’uomo ad una esistenza fortemente segnata dalla solitudine, e di tutto ciò ne ha manifestato il  rammarico, con  Bufera e altro egli  comincia a testimoniare, pur se indirettamente, l’ammissione del suo bisogno di superamento del “male di vivere”, bisogno, che proprio a partire dalla raccolta Bufera e altro, egli proietta in quel “Tu” raffigurato come emblema e portatore di salvezza. 

DOMENICO PISANA

L’autore del saggio ha acconsentito e autorizzato alla pubblicazione del testo su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Si rappresenta, inoltre, che la diffusione del presente saggiosu altri spazi, in forma integrale o parziale, non è consentita senza il consenso scritto da parte dell’autore.

 

 

E’ uscita la rivista “Euterpe” n°31 dal tema “L’ “io” nella letteratura: individualità e introspezione”

Siamo felici di comunicare dell’uscita del n°31 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe”, aperiodico tematico di letteratura online, ideato e diretto da Lorenzo Spurio e rientrante all’interno delle attività culturali promosse dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi.

Tale numero proponeva quale tematica alla quale era possibile ispirarsi e rifarsi: “L’”io” nella letteratura: individualità e introspezione”.

La prima parte è dedicata al ricordo del poeta e scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins (1955-2014) al quale il critico Lorenzo Spurio ha dedicato un excursus della sua significativa opera letteraria centralizzata, per numerosi anni, attorno alle prolifiche e prestigiose iniziative della rivista (e laboratorio) di Sagarana sua creazione, estintasi con la sua dipartita. Sebbene l’autore fosse prevalentemente narratore si è deciso, dato il taglio della rivista, di dare pubblicazione a una serie scelta di poesie del repertorio di Monteiro Martins, compreso un testo in portoghese, sua lingua madre.

Segue un ampio articolo a firma della poetessa e scrittrice Anna Santoliquido teso a tracciare l’importante percorso letterario e umano della poetessa e promotrice culturale (anima del Festival della Poesia di Francoforte) Marcella Continanza (1940-2020) recentemente venuta a mancare.

Hanno collaborato e contribuito con proprie opere a questo numero della rivista (in ordine alfabetico) gli autori: Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Bellanca Adriana, Bello Diego, Bernardo Lorenzo, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Buonomo Felicia, Bussi Alfredo, Calabrò Corrado, Carli Ballola Riccardo, Camellini Sergio, Carmina Luigi Pio, Carnovale Alessandra, Cason Elisa, Cavallo Domenico, Chiarello Maria Salvatrice, Chiarello Rosa Maria, Corigliano Maddalena, Cortese Davide, De Maglie Assunta, De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Di Salvatore Rosa Maria, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Ferreri Tiberio Tina, Fiorito Renato, Follacchio Diletta, Fusco Loretta, Gallotta Federica, Gambini Giuseppe, Giangoia Rosa Elisa, Gilioli Luca, Grasselli Denise, Izzo Lucia, Kostka Izabella Teresa, Lania Cristina, Lenti Maria, Luzzio Francesca, Mainieri Maria Francesca, Manca Sandra, Mancinelli Paola, Marcuccio Emanuele, Marrone Giuseppe, Martillotto Francesco, Marzano Roberto, Moscariello Carmen, Novelli Flavia, Paci Gabriella, Pardini Nazario, Pasero Dario, Pasqualone Massimo, Pellegrini Stefania, Pierandrei Patrizia, Piergigli Matteo, Polvani Paolo, Proia Francesca, Raggi Luciana, Riccialdelli Simona, Ridolfi Massimo, Saccomanno Mario, Santoliquido Anna, Scalabrino Marco, Seidita Antonella, Siviero Antonietta, Spagnuolo Antonio, Spurio Lorenzo, Stanzione Rita, Tarantino Mattia, Tommarello Laura, Tosetti Carlo, Vassalle Mario, Vargiu Laura, Veschi Michele, Zanarella Michela.

Il nuovo numero può essere letto e scaricato cliccando qui e, a seguire, nei vari formati:

Formato PDF

Visualizzazione in ISSUU / Digital Publishing (adatta per Smartphone e Tablet)

E-book formato Azw3 per Kindle

E-book formato Mobi

E-book formato Epub

per collage_Euterpe 31

Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

ARTICOLI        

ANTONIO SPAGNUOLO – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”

CORRADO CALABRÒ – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”

TINA FERRERI TIBERIO – “L’uomo tra smarrimento e ansia metafisica”

SERGIO CAMELLINI – “Io, super io (io lirico)”

MARIA LENTI – “Io-io, io-io, io-noi”

ALFREDO BUSSI – “Individuazione sessuale in D.H. Lawrence”

MASSIMO PASQUALONE – “Il primo Zeichen, tra individualità e introspezione (1974-1983)”

MICHELE VESCHI – “Se sono sogliole guazzeranno”

SAGGI

LUCIA BONANNI – “Semantica, espansività e pienezza in atteggiamenti di conformismo e uscita fuori dal sé”

MATTIA TARANTINO – “In difesa della morte”

ANGELO ARIEMMA – “L’”io” decadente”

MARIA GRAZIA FERRARIS – “L’”io” in letteratura. Individualità e introspezione”

CARMEN DE STASIO – “La semantica dell’esserci. Gli spazi introspettivi nella poesia di Sir George Gordon Byron”

DILETTA FOLLACCHIO – “«Abbiamo solo noi stesse»: l’io, la donna e la scrittura”

GRAZIELLA ENNA – “Ribellione e sgretolamento dell’io di fronte alla società moderna”

ROSA ELISA GIANGOIA – “Le origini dell’acquisizione dell’io”

MARIO VASSALLE – “L’io e il ruolo della sua individualità e introspezione nella letteratura”

NAZARIO PARDINI – “La filosofia dell’essere e l’arte dello scrivere”

DENISE GRASSELLI – “Luigi Pirandello: l’”io” e il suo “doppio”. Riflessioni sul concetto di identità nello scrittore siciliano”

CINZIA BALDAZZI – “L’itinerario del Sé attraverso i miti. Horkheimer e Adorno leggono l’Odissea

*

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Poeti e scrittori nascosti e dimenticati”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 25/09/2020 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html).

È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/285466152858916/

Per coloro che sono interessati, ricordiamo altresì i link per poter raggiungere:

Tutti i numeri della rivista Euterpe

Archivio storico (con la lista integrale dei contributi, disposti per ordine alfabetico degli autori)

La lista degli interventi critici per numero

I volumi monografici del progetto “Stile Euterpe” sinora pubblicati

“L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”. Le proposte dovranno pervenire entro il 20 aprile

File0003

 

Il prossimo numero della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe avrà come tema: L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”.

 

I materiali dovranno pervenire entro il 20 aprile 2020 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com

Per poter partecipare alla selezione dei testi per detto numero è richiesto di seguire le “Norme redazionali”.

Per essere informati su ogni aspetto relativo alla raccolta e invio di testi si può seguire anche l‘evento FB dedicato cliccando qui.

 

Caduta dell’io e ibridismo: nuove tendenze nella poesia post-industriale. Considerazioni del poeta Iuri Lombardi

Poesia come postindustriale e narrativa come civiltà letteraria 

di IURI LOMBARDI (*)

 

Uno degli spartiacque della storia possibilmente letta a più livelli (la realtà non è mai una sola, il tangibile stesso è linguaggio che si auto-corrompe) è certamente la questione dell’industriae il divario che intercorre tra l’età paleo-industriale e la stagione dell’avanzare di una certa industrializzazione di base. Per industria certamente non intendo quell’attività operaia e metallurgica, non intendo i grandi stabilimenti, né intendo la stagione che iniziò in Inghilterra agli inizi del XX secolo. Per industria mi riferisco all’età della edificazione dell’io – unico e possibile reale pilastro cui poter farne una storia letteraria − dell’ingegnarsi a costituire il contesto, quindi la storia. Un’età che pare nascere – almeno per quanto concerne l’Europa − dalla caduta del latino, quindi del romano e l’avanzamento di un nuovo stile all’insegna dell’io, quella industria (intesa per operatività) di poeti che scrivevano in una nuova lingua e sotto un modo di identificarsi completamente contrapposto all’età paleo-industriale o classica. Insomma a una età precedente. La nascita dell’io moderno, quindi il passaggio sostanziale tra la stagione paleo-industriale e quella dell’identità o industriale fa sì che la poesia assuma una posizione di prestigio e diventi unico genere magistris possibile; prima viene essa e dopo tutti gli altri generi. In altri termini, la poesia, o meglio la lirica, viene attorno all’io e a un nuovo modo di esprimersi, a una nuova lingua a costituire per secoli una sua civiltà. L’io presuppone quindi una scesa di un contesto spazio-temporale ben definito, determina una propria dinamica, prende coscienza della storia e al contempo, forse per un principio di imitazione come direbbe Aristotele, ricrea il tangibile, de-mistica il reale.
Tutto sommato oggi questa civiltà – che possiamo definire dell’Io e della costruzione spazio-temporale−è stata soppiantata dal romanzo, nel tempo coevo il genere per eccellenza, che ha sostituito gli altri generi, ne ha smantellato il pubblico, l’io lo ha omesso e ne ha costruito una nuova civiltà. La cosa oggi, allo stato attuale, volendo proporre una storia letteraria va letta solo mediante la lente ontologica-esistenziale e pare non colmare il divario che passa tra gli altri generi e il romanzo. 
La nuova rivoluzione, che in parte si può ricollocare verso un ritorno paleo-industriale,cioè la caduta dell’io, non è altro che il preludio di una nuova età: il post-industriale. L’io omesso, caduto, smantellato (per fortuna) propone un nuovo orizzonte. In questo nuovo universo l’io caduto, che probabilmente diventa un noi, forse un voi, il concetto di storia pare essersi eclissato perché non più demistificato per per paradosso de-costruito.
La decostruzione intesa come mistificazione della storia e dei fatti oggi nella poesia è uno degli elementi di spicco. La poesia stessa,che nel frattempo regge a stento una propria autonomia di genere, non ha più un pubblico,è diventata molto elitaria e quindi se prima era il trampolino di lancio di uno scrittore (la prova ars in cui prima si faceva poesia poi si giungeva alla narrativa e quindi alle altre scritture) oggi non è altro che una seconda possibilità artistica. Lo scrittore che per ragioni di pubblico è costretto – e forse per piacere − a esprimersi nella narrativa, usa la poesia come seconda ipotesi del proprio lavoro.
D’altronde l’attività letteraria, o quella della scrittura in  genere, presuppone un pubblico che la sorregga, che la supporti, che con essa interagisce e ne diventi complice. Questa complicità oggi nella poesia non c’è più e quindi essa diventa sempre più invisibile.

Il-sarto-di-san-Valentino.pngIn secondo luogo è anche vero che l’età post-industriale, la stagione dell’omissione dell’io, la scrittura vive fuori dal genere e i generi in sé si sono amalgamati in una unica possibilità civile e politica del termine: la narrativa. Se di fatto la poesia, essendo un esercizio di stile lo scrittore la usa quasi come fosse un’attività privata e non più pubblica, può incarnare ancora oggi ontologicamente una istantanea di momenti vari – ecco la demistificazione della storia e del tempo − la narrativa pare compiersi in un prestigio maggiore e per forza di cose:
A) ha la fortuna di avere ancora un pubblico (nonostante i gravi problemi che affliggono l’editoria e le produzioni)
B) può assumersi le capacità della poesia; il romanzo riesce a mistificare lo stesso e con ottimi risultati
C) compie da protagonista il passaggio dall’età industriale a quella post-industriale.
La facoltà di essere ancora richiesta, di avere attenzione, di avere un pubblico fa sì chela narrativa – sia contemporanea sia dei classici − trovi un canale di espressione. Un romanzo è facile che venga pubblicato in volume come è facile che trovi una collocazione on-linee quindi oltre a esprimersi con i termini di una propria capacità espressiva, quelli della nuova civiltà letteraria cui sopra, dovuti e nati tramite l’omissione dell’io, determina uno svelamento del proprio essere. Attraverso la propria duttilità il genere narrativo si svela senza grandi problemi, così un classico tramite canali telematici lo conoscono tutti anche se non letto. Cosa che per la poesia è molto più difficile.
In secondo luogo la narrativa dissimula quanto la poesia, mistica, imbroglia, ragione sull’errore storico e assembla elementi distanti apparentemente tra di loro. Questo avviene grazie alla caduta dell’io che ha permesso al genere e alla sua corrispettiva civiltà lo sviluppo di nuove tecniche e di un linguaggio sempre più ibrido.
In terzo luogo, se l’io inteso come poesia dettò le linee del passaggio dall’età pre-industriale a quella moderna, oggi la rivoluzione l’ha compiuta il romanzo. La distruzione o caduta, l’omissione dell’io avviene attraverso la narrativa all’unisono in tutta Europa da Joyce a Celine, da Zola a Verga. Se in un primo momento assume un carattere di scientificità con l’avvento del positivismo europeo, in un secondo momento il suo linguaggio si fa impalpabile. D’altronde negli ultimi tre decenni la lingua stessa è mutata diventando una identità linguistica meta-significante. Fu Pasolini stesso in un suo intervento a dire che la lingua letteraria rimane – si riferiva all’Italia − solo una questione di stile, quindi di prestigio in quanto l’italiano non è più il fiorentino ma la lingua dei grandi centri industriali e quindi quella del consumo e quella – possiamo definirla oggi − della multimedialità.
In conclusione, ben lungi da elargire un intervento storico (non più possibile come visto all’inizio) la poesia vive in un’area tutta sua, in un’isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare.
I tentativi che ci sono oggi restano isolati, spesso sommersi, non conosciuti ai più in quanto non ha più un pubblico e i poeti – gli scrittori di versi − sono spesso voci che parlano nel buio. Tutto sommato, questo non deve allarmarci né deve farci rinunciare alla poesia, ma quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa.

IURI LOMBARDI

 

(*) Questo testo è stato pubblicato in appendice nell’opera di Iuri Lombardi dal titolo Il sarto di San Valentino (Ensemble, Roma, 2018)

 

hqdefault.jpgIuri Lombardi (Firenze, 1979), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e Saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile, Lo zoo di Gioele, La religione del corpo.  Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.