“Io venditore di elefanti” di Pap Khouma, recensione di Lorenzo Spurio

Io, venditore di elefanti
di Pap Khuoma
con introduzione di Oreste Pivetta
Garzanti, Milano, 2006
ISBN: 9788811045038
Pagine: 188
Costo: 10 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

“Io sono tra i primi ad aver conosciuto l’emigrazione e la clandestinità, sono passato attraverso tempi duri e avventurosi, ho sofferto la fame e ogni genere di umiliazioni, la solitudine, la nostalgia” (p. 118).

 

$(KGrHqNHJEoE912FcOh1BPh+gdOWn!~~60_35Io, venditore di elefanti è la storia di un povero immigrato africano che, giunto nel nostro paese, finisce per fare il vucumprà con tutti i problemi che questo comporta. Seguiamo il protagonista, riflesso diretto dell’autore Pap Khouma nei suoi numerosi spostamenti: da Dakar, capitale del Senegal, fino ad Abidjan, la vecchia capitale della Costa d’Avorio dove il protagonista impara “a vendere elefanti”.  Si tratta della sua prima esperienza con il mondo del commercio e del lavoro, un’occupazione che in Costa d’Avorio rende abbastanza, ma che non è in grado di sposarsi con i desideri del giovane africano. E così, dopo aver lasciato Dakar, il protagonista giunge a Roma, poi a Rimini e al periodo trascorso nella riviera romagnola sono dedicate le pagine a mio avviso più belle del libro. Il protagonista, così come molti altri suoi connazionali, vivono in condizioni di illegalità, in sovrannumero all’interno di un appartamento, privi del permesso di soggiorno e sono dediti alla vendita ambulante. E’ per questo che la loro vita si configura come una fuga continua da quelli che l’autore chiama “gli zii”, ossia la Polizia e più in generale da tutti i “tubab”, termine impiegato in maniera un po’ dispregiativa dai neri per definire i bianchi. Ma in tutto questo l’autore regala anche pagine ricche di profumi e colori legati alla terra d’origine come quando descrive la festa del tabaski.  Il “mito europeo” presente nell’immaginario dell’immigrato si realizza anche con il viaggio in Francia anche se l’autore osserva: “Odio la Francia perché ci ha colonizzati e sfruttati” (p. 42).

Segue il racconto diaristico e dettagliato del difficile ritorno in Italia con i vari problemi di poter esser individuato alla Frontiera (la storia è ambientata, infatti, prima dell’abolizione dei punti doganali secondo quanto previsto dal Piano Schengen). Questo continuo peregrinare di Pap Khouma, metafora del povero immigrato che lascia paese e famiglia per inseguire un mondo migliore, è a tratti triste e duro da accettare, a tratti critico nei confronti di certi strati della società, e in alcuni punti è addirittura comico. Tra tanta difficoltà e povertà, l’autore ci lascia però con delle considerazioni positive: “C’è sempre qualcuno che prende le nostre difese. Tra le umiliazioni, le offese, i furti, c’è sempre qualcuno che prende le nostre parti” (p. 63).

Ci sono descrizioni che feriscono e infastidiscono, come gettare lo spirito su una ferita aperta. Ferita che, pur chiudendosi, mai si cancellerà. Sono i passi in cui Khouma descrive le ostilità, le umiliazioni e addirittura le violenze fisiche di uomini che dovrebbero essere i garanti della Legge. Pagine dolorose, ancor più se penso che quanto Khouma descrive avviene proprio nella mia zona d’origine:  Nella spiaggia di Marina di Montemarciano non ci sono quasi ombrelloni. La prima volta che mi ha portato fortuna, anche se pare poco favorevole al commercio. Ci provo e mi sembra che tutto funzioni bene. Ma ecco che compare una macchina dei carabinieri. Percorre a lieve andatura la strada, a pochi metri dalla sabbia. I carabinieri sono due. Sono di pattuglia. Non so cosa mi prende. So purtroppo che mi metto a correre come un disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano, i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali. Le collane volano a terra. Non ho speranze: da una parte c’è il mare, dall’altra l’auto dei carabinieri, alle spalle un carabiniere che mi insegue a piedi, davanti un canale, che è poi una fogna a cielo aperto, a sbarrarmi la corsa e a togliermi ogni possibilità. Mi arrendo. Mi fermo. Il carabiniere mi è addosso, rosso, eccitato, sbuffa e bestemmia: “Maledetto negro”. Non reagisco. Mi afferra per il collo e mi trascina in macchina. Sospiro: “Lasciami camminare. So camminare”. “Brutto stronzo, credi di scappare. Noi siamo militari. Noi siamo più forti, noi corriamo più veloci di voi. Vaffanculo voi del Senegal”. Lo guardo meglio. Per essere italiano è alto. Mi sbatte contro la macchina e mi stringe le manette ai polsi. Comincia a picchiarmi. Scende anche il suo socio e volano ancora pugni, calci, insulti. Qualcuno si muove dalla spiaggia. Ha assistito a tutta la scena, l’inseguimento, la cattura, le botte, e adesso protesta: “Basta. Non potete trattarlo così. Non ha fatto niente di male. Ha solo venduto le sue collane. Basta. E’ una vergogna”. “E a voi che cosa ve ne frega? Stiamo facendo il nostro mestiere con questi bastardi” (pp. 96-97).

15180726-venditori-ambulanti-sulla-spiaggia-a-piediLa nostalgia per la terra natia si respira in ogni singola parola e ancor più quando l’autore paragona gli spazi occidentali, come il Duomo di Milano, a realtà a lui locali, completamente diverse: “Le guglie [del Duomo] sembrano gli alberi delle nostre campagne e delle nostre foreste. Ma sono bianche e senza vita. Questa non è la nostra terra” (p. 81). Ed è in questa citazione che forse l’autore sottolinea questa dicotomia Europa-Africa, Italia-Senegal, Milano-Dakar, ricchezza-povertà, costruzione-desolazione, cultura-natura in maniera ineguagliabile. E dopo un anno e mezzo, dopo aver ricevuto vari fogli di via, Khouma ritorna a Dakar la cui prima immagine che ci viene data è olfattiva, “la nostra aria profumata di mandorle” (p. 106). Lì resta pochissimo perché dopo aver appurato che non ci sono possibilità lavorative e il desiderio di andare in Spagna, paese che sente in un certo senso più vicino e ospitale nei confronti della sua cultura, finisce per ritornare in Italia: “Il destino e questo misero e immobile paese mi riportano in Italia” (p. 108). Nel nostro paese le condizioni nei confronti degli immigrati migliorano, anche se non di molto, con l’introduzione nel 1987 dei famosi “permessi di soggiorno” ed è con un barlume di speranza che la narrazione-biografia si chiude: “Molti restano, lavorano, vendono, diventano operai, anche se sfruttati più degli altri. Molti restano e conoscono delle ragazze italiane. Si innamorano. Ci sono matrimoni, e poi anche separazioni e divorzi. E poi ancora altri matrimoni. Nascono bambini” (p. 141).

Il testo è arricchito nella parte finale da un compendio all’analisi e allo studio del libro che può essere uno strumento molto valido per i ragazzi della scuola media come testo che sottolinei temi centrali quali l’immigrazione, la povertà e l’intercultura.

 

Spurio Lorenzo

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 16-01-2013

 

Chi è l’autore?

Pap Abdoulaye Khouma (Dakar, 1957) è uno scrittore senegalese naturalizzato italiano. E’ immigrato in Italia nel 1984, stabilendosi a Milano, dove si occupa di cultura e letteratura. È iscritto all’Albo dei giornalisti stranieri dal 1994 ed è cittadino italiano. Ha pubblicato, firmato con Oreste Pivetta nel 1990, “Io, venditore di elefanti”, che narra la storia dello stesso Khouma alle prese con il duro destino di venditore ambulante e immigrato. Nel 2005 pubblica “Nonno Dio e gli spiriti danzanti” e nel 2010 “Noi neri italiani”. È il direttore di “El Ghibli”, rivista online di letteratura. Fondatore e direttore responsabile di una rivista online di informazione italo africana. (biografia tratta da Wikipedia)

La letteratura migrante. Alcune riflessioni sul volume “Scrittura e migrazione” – ediz. Università di Siena (2006)

Scrittura e migrazione – Una sfida per la lingua italiana

a cura di Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete

Edizioni dell’Università di Siena, Siena, 2009

ISBN: 978-88-96151-03-7

Numero di pagine: 179

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Curatore di Blog Letteratura e Cultura

“La letteratura migrante è una materializzazione, o un epifenomeno se preferisci, di una data sensibilità individuale e storica, e quando questa sensibilità si trasforma e si standardizza, come nella società globalizzata, è naturale che anche la letteratura segua questa tendenza”.

(Julio Monteiro Martins – “Letteratura migrante/letteratura mondiale”, p. 41)

 

Scrittura e migrazione raccoglie gli interventi, trascritti in forma colloquiale, che vennero pronunciati durante il seminario dell’8-9 febbraio 2006 dal titolo “Reinventare l’italiano: scrittura e migrazione”, tenuto all’interno della Scuola Dottorale “L’interpretazione” della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. La pubblicazione è curata da Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete e riporta gli interventi della due-giorni di conferenze di scrittori di nazionalità straniere che hanno, però, utilizzato la lingua italiana come idioma nella produzione delle loro opere letterarie.

Il libro è una preziosa e curiosa analisi, fatta da molteplici prospettive, sul ruolo e l’importanza della lingua che fu di Dante nella letteratura contemporanea definita migrante ossia fatta da quegli scrittori di nazionalità diverse dalla italiana che per vari motivi hanno deciso di scrivere le loro opere in italiano. Dietro questa scelta, ovviamente, possono risiedere le motivazioni più varie, alcune scontate, altre meno come ad esempio il trasferimento per lavoro o per gli studi in Italia che ha fomentato l’interesse e l’amore verso la cultura italiana o, come sostiene lo scrittore algerino Tahar Lamri semplicemente perché l’italiano nel panorama mondiale è una lingua “neutra” che non è stata impiegata nella storia come lingua dominatrice-colonizzatrice e dunque imposta (se si eccettuano i casi dell’Etiopia, della “questione abissina” e della Libia pre-Ghedaffi): “ per molti immigrati scrivere, ad esempio in francese, lingua di una ex potenza coloniale, significa essere letti da molte persone in Francia, forse suscitare dibattiti, contestazioni, condanne dai propri connazionali; mentre scrivere in italiano significa scrivere a se stessi, cioè in primo luogo ad una cerchia di amici o addirittura per attirare l’attenzione della persona amata, magari italiana” (p. 161).

La dissertazione parte dalla convinzione che la lingua –una delle espressioni dominanti di una cultura- è per sua genetica caratterizzata dall’ospitalità, definizione inaugurata da Edmond Jabès. Ma la lingua è stata spesso utilizzata anche come elemento di differenziazione, emarginazione, lotta, discriminazione, come nel caso delle comunità Rom e Sinti (quelle che comunemente definiamo in maniera approssimativa “zinagari”) come traccia Santino Spinelli nel suo intervento intitolato “Una storia lunga un viaggio. Un excursus da Baro romano drom”. Santino Spinelli, oltre a essere uno scrittore e conferenziere di origini rom, è anche docente di Lingua e Cultura Romanì all’università di Trieste, ed è conosciuto in arte con il nome di Alexian ed è un attivissimo compositore di musica rom. Nel suo intervento, Miguel Angel García osserva inoltre che una delle forme di emarginazione/razzismo linguistico-culturale –se si escludono quelle violente, le persecuzioni e le forme di sopruso- è la ghettizzazione: “la formazione dei ghetti è un rischio sempre presente nei grandi fenomeni migratori” (p. 98).

Pap Khouma, scrittore senegalese, incentra il suo discorso sullo scontro di civiltà richiamando più volte la scrittrice fiorentina Oriana Fallaci e tracciando il suo percorso di migrante in Italia nelle vesti del “vu’ cumprà”. Khouma sottolinea come –pur essendo la popolazione di un paese ospitante buona, aperta e disponibile, come appunto quella italiana- è immancabile un sentimento di allontanamento dal migrante, uno sguardo attento e lontano al migrante e la creazione di un processo di identificazione, di etichettatura, come nella creazione della categoria del vu’comprà, diventato poi sinonimo di persona disagiata, disperata e in alcuni contesti anche di soggetto sbandato, delinquente, violento. Il pensiero di Khouma in merito è forse espresso al meglio nel suo best seller Io venditore di elefanti scritto assieme a Oreste Pivetta e nella rivista on-line “El Ghibli” che lui stesso dirige.

Kossi Komlan-Ebri, scrittore originario del Togo, nel suo intervento “Pian piano maturano le banane” sottolinea nel corso della storia la supremazia di “lingue altre da quelle indigene” in territorio africano per molto tempo: inglese e francese, richiamando l’attenzione sul fatto che gli scrittori africani solo recentemente si sono appropriati della loro lingua madre, “africanizzando” anche i termini che nell’uso comune sono propriamente inglesi o francesi. E’ lo steso autore ad avere coniato il neologismo “oralitura” per far riferimento alla capacità di trasportare la forza e la vivezza dell’oralità nella scrittura.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, affronta la questione da un’altra prospettiva, in maniera teorica, leggermente manualistica ponendosi la questione: che differenza c’è – se c’è- tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”? La differenza esiste ed è vistosa: i primi conservano il loro status di scrittori –già attivi e noti nel loro paese d’origine- nel momento in cui giungono in un altro paese (in questo caso l’Italia) e lì danno vita a opere nella lingua di quel paese (in questo caso l’italiano). I “migranti scrittori”, invece, sono, come indica la definizione stessa, dei migranti che diventano scrittori solo dopo il loro arrivo nel paese di migrazione. E’ ovvio che da queste due diverse esperienze nascano scritture di differente tipo e sensibilità: “Le opere più direttamente autobiografiche sono da attribuirsi spesso ai “migranti scrittori”, mentre quelle più squisitamente letterarie, più complesse ed elaborate a livello formale, quelle con maggior presenza dell’invenzione, dell’immaginario simbolico, appartengono agli “scrittori migranti””.

Miguel Angel García, scrittore e docente di origini argentine, analizza invece il processo che si instaura a livello linguistico quando uno straniero giunge in Italia, solitamente per lavoro dato che “pochi sono i migranti per diletto, quasi tutti migrano perché ne hanno bisogno” (p. 87). Secondo lui si hanno sostanziali differenze tra il “migrare da soli” o il “migrare in gruppo”; nel primo caso, infatti, “è una prova durissima […] [il migrante individuale] deve reimparare tutto, e deve farlo mentre tenta di costruirsi lo strumento necessario per farlo, la lingua” (pp. 86-87) mentre nel secondo caso, il fatto di giungere in Italia “in gruppo” e quindi non da soli è connotato negativamente e funziona come rallentamento nel processo di acquisizione della lingua: “l’ambiente protettivo della sua conchiglia comunitaria lo scoraggia, gli toglie la volontà con la sua dolcezza” (p. 94).

Nel volume figurano estratti degli interventi anche di Ornela Vorpsi, scrittrice di origine albanese, dal titolo “Una conversazione scritta”, Jarmila Ockayova, scrittrice slovacca, dal titolo “Dalle parole di nostalgia alla nostalgia di parole”, un discorso affascinante intessuto su preziose metafore ed analogie e dello scrittore di origine iraniana Bijan Zarmandili dal titolo “Il linguaggio ibrido” nel quale affronta la questione linguistica da un’altra prospettiva, ossia quella dello scrittore italiano che si vede continuamente contaminato da lingue e culture “altre”.

Tahar Lamri, invece, nel suo intervento parla principalmente di “multiculturalità” e di “interculturalità” richiamando direttamente alcuni passi coranici esemplificativi della necessità dell’apertura e della disponibilità all’accoglienza nei confronti di altri popoli. Cita dal Corano: “comportatevi nel modo seguente: intavolate con esse [altri popoli, altra gente] un dialogo in maniera di simpatica amicizia, non badate ai soliti che si allontanano cattivi, ed esprimetevi così: crediamo a ciò che è stato rivelato a noi, crediamo a ciò che è stato rivelato a voi, il nostro dio è il vostro dio, è uno solo, e a lui noi ci affidiamo”.

Un bel messaggio che apre all’integrazione, alla convivenza e all’allontanamento da ogni forma di violenza o discriminazione. Certo è che se l’uomo l’avesse rispettato – questo è un messaggio coranico, ma si trovano equivalenze di contenuto nella Bibbia- di certo non avrebbe prodotto genocidi, violenze spietate, aberrazioni umane e degradato popoli ritenuti “inferiori” o sottoposti a una violenta colonizzazione.

 

 

a cura di Lorenzo Spurio

Curatore di Blog Letteratura e Cultura

 

Jesi, 15 Agosto 2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑