Dante Maffia su “Lamento dell’emigrante” di Guido Miano, lo storico editore milanese col sangue siciliano

Miano Guido - Lamento dell'emigrante (.JPGa cura di Dante Maffia

Il giudizio espresso da Maurizio Cucchi mi pare che sintetizzi il lavoro di Guido Miano (Lamento dell’emigrante, Milano, Miano, 2017): “…il tuo lavoro è notevole per originalità e forza espressiva, per la febbrile quasi ferocia della parola…”.

Una parola che seppure accesa da lampi e da una fede totale dei suoi effetti benefici, non si è mai incrinata e non è mai scesa a patti con le interferenze che assiduamente Miano ha dovuto scansare per evitare d’essere preso nei virgulti intricati delle sperimentazioni per lo più gratuite. Prova ne è anche l’amicizia con Mario Luzi e con Davide Maria Turoldo.

Non è stato facile lasciare la Sicilia e arrivare a Milano dove il mondo dell’editoria era prepotente e ben asserragliato nei progetti che vedevano le problematiche del Meridione come un’intrusione anomala e assurda. Miano però ha una sua idea precisa che si connota immediatamente: fare emergere la poesia dai significati densi, con una forte carica etica, con una eleganza tutta derivata dai classici e senza concessioni alle stravaganze e alla gratuità.

Questa forza, ovviamente, gli veniva dall’essere lui stesso poeta che seguiva questi principi senza deroghe e li difendeva a spada tratta.

Infatti basti leggere con attenzione e con partecipazione Lamento dell’emigrante per rendersene conto. Non c’è una sola punta di retorica e nemmeno di tendenziosità politica; non si sentono lamenti nel senso tradizionale in cui si intendono quando c’è di mezzo l’emigrazione. Non so, come è accaduto, per fare qualche esempio, con Rocco Scotellaro o con Franco Costabile. In Miano tutto è limpidamente fuori dalle convenzioni  e credo che sia un merito da sottolineare, perché, come diceva Rilke, se si vuole attrarre l’attenzione su un argomento bisogna trattarlo con leggerezza, fermo restando il come, la parola appunto, per ricordare ancora il giudizio di Cucchi, “febbrile quasi ferocia”.

E’ un vezzo dei lettori cercare sempre chi sta alle spalle del poeta, consapevolmente o soltanto per affinità, io vi ho scorto la leggerezza ariosa di Arturo Onofri, quel passo felpato che rende le immagini sinfonie, passi di musica orchestrata con sapienza e con esperienza. Infatti non è casuale il rapporto stretto di Guido Miano con la musica, così bene messo in evidenza dallo scritto introduttivo di Franco Lanza. Un rapporto che andrebbe approfondito e studiato e che ci riporta ai bei tempi,in questo senso, di Arrigo Boito ed Emilio Praga.

Ma va dato merito anche allo studio di Gualtiero de Santi che sa accompagnarci, con una profonda analisi, in questa poesia che io trovo accattivante, e direi addirittura lievitante. I versi di Guido Miano hanno qualcosa di dolcemente attraente e riescono a far emergere le emozioni più profonde nel lettore, perché non coprono mai il dettato limpido che scaturisce dall’animo. Leggiamo Il VERSO: “Nel rifugio della verde foglia / la favola si sgrana, / disperde il ritmo arcano / del richiamo fidente. / E’ ora monolitico il verbo, / struggente la voce del deserto / tra pigmei assorti sulla sabbia. / Ma la mia fede al verso, al musicale / ancora mi conforta / con la sua nota trepida, sovrana, / quasi litania perenne”.

DANTE MAFFIA

 

L’autore della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere il naturale e unico proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

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“A Taormina, alla sua anima antica” di Elisa Roccazella, nota di Gabriella Maggio

Elisa Roccazzella è nota al pubblico per le raccolte poetiche edite e per i numerosi riconoscimenti nazionali, ha pubblicato la poesia “Taormina” nell’Agenda –Antologia Tempo di poesia 2018, Armenio editore, curata da Elena Saviano.  La sua opera è caratterizzata da un timbro classico che dà ritmo ai suoi versi e armonia al suo mondo sentimentale che abbraccia con elegante levità la vita, la natura, i luoghi a cui è profondamente legata, in questo testo Taormina. Alle falde dell’Etna si stende  luminosa Taormina, tra Castelmola e il Capo che da lei prende il nome. Con occhio innamorato Elisa Roccazzella la allontana dal tempo che ne ha fatto un’importante stazione turistica nel mondo per immaginare l’alba felice dei millenni e spiegarne l’origine col mito, alla maniera dell’αἴτιον alessandrino. Dono generoso di dei che si sono amati e hanno amato con voluttà quelle terre e quel mare, cornucopia di fiori e frutti, spazio scenico di miti, Ulisse, Polifemo, Dafni, Venere, Vulcano, Eva. Echi ammalianti come d’irraggiungibili sirene riecheggiano ancora per chi riesce a intenderne la bellezza. E il poeta li coglie nel silenzio interiore che l’astrae dal rumore del tempo presente e vivo; a essi si protende con nostalgia, ricordando appena in punta di penna i popoli che vi si sono stabiliti nel tempo, conquistati da quella bellezza. Tra le loro tracce spicca la meraviglia del Teatro greco con la sua ampia scenografia marina. La storia col suo travaglio di vittorie e di sconfitte è assente. Come pure il senso drammatico del divenire e dello scorrere della vita sotto l’occhio lontano e indifferente dell’Etna sterminatore, propaggine contemporanea della natura leopardiana. Ammaliante risulta nelle sue reminiscenze classiche la poesia di Elisa Roccazzella. La scelta polita del lessico guida il suo sentimento sincero su un raffinato e ben controllato piano di medietas, governato da un ritmo placido. Il suo monologo lirico non ribalta i miti consolidatisi nella tradizione letteraria, come avviene nell’opera di Jannis Ritsos,  ma li percepisce ancora integri e vitali, avvolti nel mistero di un  tempo lontano in cui il poeta  si perde con inquietudine  lieve, appena percepita.

Gabriella Maggio

taormina_panorama_teatro_greco

 

A TAORMINA,  ALLA SUA ANIMA ANTICA

di ELISA ROCCAZELLA

 

Nelle plaghe dei silenzi primordiali

-all’alba felice dei millenni-

Gea sul Tauro ignuda

tra veli d’indaco

e ventate di salsedine

ammaliò-voluttuosa-il sole.

Abbandonato il cocchio alato

al regno delle nuvole,

sciolti i focosi destrieri

sulle pendici del monte erbose

tra le sue braccia la tenne

-innamorato-il sole

e con lei per sempre dimorò

e divinamente giacque.

 

Fiori e frutti a meraviglia

traboccarono dal suo seno:

dolce stillò la vite di Bacco

-fatale a Polifemo-

turgido maturò l’ulivo

-sacro agli eroi-

agavi –come cocci di basalto-

sull’orlo dei burroni

scrutarono incredule l’abisso,

fiori senza nome erti tra i sassi

risonarono-come arpe-

al tocco della brezza,

 limoni e aranci nell’intrigo delle valli

-come lampade -s’accesero

del fuoco di Vulcano,

meli fecondi –per incanto-

frutti d’oro porsero agli dei

-come nel giardino dell’Esperidi-

E…chissà…forse allora…

nel fitto del fogliame

oscuro frusciò l’inganno

della tentazione

ad Eva più che mai sì funesta!

 

E il mirto fiorì nell’ombra

di spelonche  appartate…

pastori s’illuminarono di ninfe

evanescenti nella gioia dell’Alcantara,

Dafni alla  zampogna

nel segreto delle gole

la magia di Pan accordava

alla dolcezza dell’idillio

finchè la zagara…

-complice il vento di marzo-

spalancò le porte dell’Eden nascente:

“figlia della Luce e dell’Amore….

…Taormina fu…”

La vita s’estasiò di celesti melodie

e incatenò le sue radici al mare:

al mare ribollente di lave

nel turbine mugghianti

urli di mostri, deliri di giganti infelici

-pietrificati in miti e leggende-

quando tra flutti spumeggianti

fiera s’avventurava la vela d’Ulisse

per sfuggire l’ira bestiale del ciclope

e  il canto struggente di sirene

nel cuore della grotta prigioniero

e nello specchio d’eoliche scogliere.

 

E sirena irresistibile-Taormina-

il suo Jonio sedusse e lo straniero

che, nella sua malia…si consumò…

Andromaco coi prodi Calcidesi

una colonia per primo vi pose

poi il Fenicio, il Greco, il Romano,

il Bizantino e il Saraceno

e via il Normanno, lo Svevo

e l’Angioino….

tutti  la vollero come sposa

-nel fasto- adorna di monili

e  più bella, alla sommità del Tauro

 

il Greco con un teatro

 

regina l’elesse d’una favola immortale.

 

 

Ormai stella del cielo di Trinacria,

 

alla terra dedicò versi

 

d’incantevoli notturni,

 

al mare confidò palpiti lunari :

 

-l’Arte sfidò stupori d’infinito….

 

-la Bellezza levò un canto divino…

 

-la Natura rabbrividì alla carezza

 

del suo Autore.

 

 

Austero e solitario nel suo Olimpo

 

l’Etna veglia- come un dio lontano-

 

estraneo al mondo prostrato ai suoi piedi,

 

….sordo al pianto di rovine,

 

…impassibile alle tragedie dei mortali

 

balenanti come folgori

 

nella paura della storia.

 

Già il cielo tende il suo braccio al mare,

 

lo scoglio di Naxos e il picco di Mola

 

paion levitare su magiche brume,

 

al tramutar dei venti…ecco

 

la grazia di Venere

 

limpida…traspare….

 

e l’eco d’irraggiungibili sirene

 

nostalgica…riaffiora…

 

da azzurre ed eterne sinfonie!

 

(Elisa Roccazzella)

 

L’autrice della poesia dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo poetico. La pubblicazione della poesia e la nota critica della sig.ra Gabriella Maggio sono consentite su questo spazio dietro concessione e autorizzazione delle autrici senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“Via Paganini, 7” di Myriam De Luca. Recensione a cura di Francesca Luzzio

Il romanzo di Myriam De Luca, Via Paganini, 7 (Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2016) possiamo definirlo un romanzo di genere psicologico, infatti Viviana, la protagonista, da narratrice omodiegetica, racconta la sua vita, la sua storia, non certo indotta da una volontà di oggettivazione narrativa del suo vissuto, quanto dall’esigenza di chiarire a se stessa le ragioni del suo esistere.  

9788894006971_0_0_1415_75.jpgGli eventi esterni della prima fase della sua vita sono stati motivo di smarrimento e sofferenza, tali da indurla a ricercare se stessa, per capire cosa vuole veramente realizzare, insomma, per esserci nel senso heideggeriano del termine, ossia vivere un’esistenza caratterizzata da un’intenzionalità verso il mondo. Ma quella di Viviana, sarà un’intenzionalità che non conduce all’angoscia della morte, come per Heidegger, ma alla gioia di vivere e morire nel dedicarsi agli altri, nel trovare, porgendo la mano a deboli e indifesi, la ragione di essere hic et nunc

Viviana vive una situazione familiare che non comprende, che determina in lei un dolore indescrivibile: la madre e in genere tutta la sua famiglia la trattano da estranea, ma tale affermazione è un eufemismo, di fatto la disprezzano e questo le procura una sofferenza tanto più grande, quanto più inesplicabili sono per lei  le motivazioni di tale comportamento, né  l’affetto patinato del suo fidanzato o quello sincero e autentico di una sua zia o di un’amica  riescono ad attenuare in lei la condizione di smarrimento che vive, il progressivo annullamento del suo ego che tutto ciò determina. 

Nasce così l’esigenza  di cercarsi, di dare una direzione alla sua vita e lo farà attraverso un  viaggio  che segni un taglio con il passato, e una nuova dimora, Torino, dove, inserendosi nel mondo del lavoro, anche quello più umile, conoscerà altra gente  e, nell’iter faticoso dei giorni, troverà nell’amore verso gli altri, verso i sofferenti, anche solo per l’età, come i vecchietti del pensionato dove alla fine lavora, la ragione vera e il senso della sua vita.  Né la morte della zia e una sua lettera rivelatrice delle ragioni del disprezzo alterano la sua serenità.   

Il viaggio pertanto, come nell’Odissea di Omero o nell’Ulisse di Joyce diventa strumento di conoscenza degli altri e di costruzione della propria identità. Socrate, d’altronde, sosteneva che l’uomo non può che tendere a scoprire quello che è e quello che deve fare per vivere nel modo migliore e conoscere il modo più adatto per essere felice e Viviana, in fondo, fa tutto questo e neppure la cruda verità (l’essere frutto di uno stupro), rivelatrice delle ragioni del disprezzo  nei suoi confronti, riesce a turbare l’equilibrio da lei raggiunto: il perdono e l’amore trionfano.

Lo svolgimento diacronico degli eventi fa sì che in genere fabula e intreccio coincidano, ma non mancano feed-back memoriali sollecitati da occasioni che, come la madeleine di Proust,  immergono nel passato; ad esempio, il vedere anche la spazzatura “vestita a festa” a causa della neve, ricorda alla protagonista, quando sua madre l’agghindò nel migliore dei modi possibili, per partecipare a una festa di gente che contava, offrendo così alla Viviana adulta e consapevole  l’opportunità per scagliarsi contro l’arrivismo della classe borghese emergente.

A livello formale, la scrittrice va alla ricerca di un linguaggio essenziale e pregnante e che nello stesso tempo trasfigura la realtà descritta (ad esempio, la già citata spazzatura “vestita a festa”), rendendola allusiva e polisemica. Ciò ha comportato in genere l’adozione di una dimensione lirica, la realizzazione di pagine nelle quali l’uso di clausole poetiche e il valore fonico delle parole danno consistenza anche emotiva alle vicende narrate e generano, di conseguenza, una sorta di intensa empatia tra lettore e narratrice-protagonista.

A pagina 101  si legge: “Amore che non ha bisogno di parole, amore che si traduce attraverso l’intenso linguaggio degli occhi…, amore che non si aspetta nulla in cambio, amore che non si accorge…, amore che non sa neanche cos’è l’amore…”. Orbene, sono numerosi i periodi che come questo, grazie alle anafore, alle allitterazioni, alle rime o quasi rime, cesellano di poesia la prosa, pertanto non si reputa erroneo sostenere che trattasi in genere di  “prosa lirica”.

FRANCESCA LUZZIO

 

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autrice senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

VIII Raduno regionale A.S.A.S. a Pietraperzia (EN) “Tra arte e tradizioni pietrine”

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VIII° Raduno regionale A.S.A.S. a Pietraperzia (EN)

“tra arte e tradizioni pietrine”

COLLETTIVA DI PITTURA – RECITAL POETICO

 Ex Convento S. Maria del Gesù – dal 20 al 24 Settembre 2017

Con la programmazione dei propri eventi l’A.S.A.S. intende recuperare le tradizioni siciliane del passato, di grande valore anche nel mondo attuale, facendo incontrare l’arte poetica e pittorica con la natura, le tradizioni e le bellezze artistiche della Sicilia e di Messina, al fine di rivalorizzare e porre all’attenzione pubblica i luoghi artistici, monumentali e naturalistici e per favorire un ulteriore interscambio culturale tra i vari poeti ed artisti, saldando nuovi legami di amicizia e conoscenza tra i partecipanti. Con l’VIII° Raduno regionale comprendente il Recital poetico dei partecipanti e la Mostra collettiva di pittura che sarà allestita con la collaborazione dell’Archeoclub di Pietraperzia dal 20 al 24 settembre 2017 nel Chiostro dell’ex Concento di S. Maria del Gesù di Pietraperzia, si visiteranno i palazzi e le chiese del borgo pietrino, il santuario Madonna della Cava ed il Castello Barresio – Branciforte, che racconta la sua storia millenaria, testimoniata da insediamenti umani sparsi nei ben 50 siti preistorici del suo territorio: come quello esistente in località di Cuddaru d’ Crastu (Tornabé-Mercato d’Arrigo), una fortezza in parte intagliata nella pietra che ha restituito ceramiche della Cultura di Castelluccio. Secondo recenti studi tale sito corrisponde all’antica città di Krastos, dove nacque il fondatore della commedia greca, il filosofo e poeta Epicarmo. L’antica Petra fu popolata dai Sicani, che controllavano i bacini dei fiumi Himera inferiore e del Salso, dalla sua “porta” di ingresso costituita da Sabucina e Capodarso, su cui Petra domina come una fortezza. In questa località fu trasferita la popolazione di una colonia di Siracusa in Calabria chiamata Caulonia. Petra è citata da Cicerone nelle Verrine. Si evidenziano i palazzi Tortorici e Deliella progettati dall’arch. Ernesto Basile e del Governatore; la chiesa S. Maria del Gesù; la Tilèdda (esposta nei locali del Teatro S. Margherita); la chiesa del Rosario con l’ex Convento dei Domenicani (Municipio); il prezioso crocifisso ligneo della chiesa della Caterva; la chiesa Madre con i sarcofagi marmorei della famiglia Barresi scolpiti dai Gagini nel 1523 e la pala d’altare di Filippo Paladini; la chiesa dedicata a Maria SS. del Soccorso detta del Carmine ove si pratica il culto di Lu Signuri di li fasci.

Si consigliano ai partecipanti al Raduno scarpe comode, necessarie soprattutto per la Visita al Castello. È possibile prenotare il cappellino Asas al costo di € 3,00 e il Pranzo presso l’Agriturismo Tornambè (anche B&B) al costo di € 18,00 a persona (Antipasti rustici; Trofie alla trapanese; Lasagne al pistacchio; Roast beef in salsa verde; patate al forno; dolce della casa; acqua, vino e caffè). I partecipanti alla Mostra collettiva di Pittura, che sarà allestita il mercoledì 20 settembre 2017, come anche gli altri partecipanti al Raduno che lo desiderino, potranno pernottare presso l’Antico Albergo Italia di via Ronchi, 2 ad un costo agevolato per l’occasione e che sarà comunicato direttamente agli artisti interessati che aderiranno all’VIII Raduno regionale Asas 2017.

(Info: anticoalbergoitalia@yahoo.it – Cell.: 329.4322080).

 

Per tutte le adesioni è necessario far pervenire all’Asas la Scheda debitamente compilata (asas.messina@gmail.com ) info whats app: 320.3780242.

REGOLAMENTO di PARTECIPAZIONE al RADUNO:

Possono aderire al VIII° Raduno Regionale ASAS del 24 settembre 2017 i Soci e gli Amici Asas, gli Artisti pittori e i Poeti in lingua italiana o in Lingua siciliana, con i loro familiari o amici come Simpatizzanti quindi senza partecipare al Recital poetico o alla Collettiva. Non possono partecipare come artisti o poeti gli ex soci Asas.

Per aderire all’ VIII° Raduno Regionale ASAS 2017 “tra arte e tradizioni pietrine” bisogna far pervenire entro il 3 agosto 2017 all’Asas per Whatsapp (320.3780242) o per e-mail: messina@gmail.com, la Scheda di Adesione debitamente compilata e la propria Poesia o l’immagine del proprio dipinto, ponendo in evidenza la partecipazione o meno, alle varie fasi del Raduno (Viaggio in Pullman; Visita dei luoghi, pranzo all’Agriturismo Tornambè a € 18,00 a persona, Recital poetico, Mostra Collettiva, Pernottamento agevolato). Non saranno accettate le schede di adesione parzialmente compilate!

Non si richiede quota di partecipazione, poiché l’ASAS non detiene né ostenta alcun patrimonio (vedi art.6 dello Statuto), ma si accettano contributi volontari, per sostenere economicamente le attività dell’Asas, versabili sulla postepay n. 4023 6006 2087 8209, intestata alla presidente Flavia Vizzari, informando preventivamente l’associazione sui propri dati, al fine del rilascio della ricevuta con codice fiscale.

La poesia dei partecipanti al Recital poetico “voci nella natura”dell’VIII° Raduno ASAS  2017 può essere in lingua italiana o in lingua siciliana e sarà recitata dall’autore e la migliore recitazione potrà essere votata dal pubblico presente e

Si organizzerà il Viaggio in Pullman con partenza da Messina e con fermate che possano favorire i partecipanti. Verranno fornite su richiesta informazioni per chi desidera pernottare a Pietraperzia.

L’opera pittorica per la partecipazione alla “Mostra Collettiva di Pittura” ASAS dal 20 al 24 settembre 2017, non deve essere superiore ai cm 50×60 e può presentare qualsiasi tecnica pittorica con esclusione di materiali di rottura (vetro; specchio…); va inviata l’immagine in jpg accompagnata dalla Scheda di adesione per via Email o Whatsapp (Art.2) entro il 3 agosto 2017. Soltanto a seguito della conferma di adesione avvenuta si potrà consegnare l’opera il giorno dell’allestimento della mostra presso il Chiostro dell’ex convento S. Maria del Gesù (potendo pernottare, anche per la durata dei quattro giorni della Collettiva, con modica spesa a Pietraperzia, presso l’Antico Albergo Italia) oppure prendere preventivamente accordi per la spedizione tramite Posta o corriere.

I partecipanti sollevano gli organizzatori da ogni responsabilità per danneggiamenti, furto delle opere, incidenti di varia natura durante l’esecuzione della manifestazione e durante l’esposizione. L’iscrizione vale quale autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi del D.Lgs.196/2003 e successive modifiche e integrazioni, aggiornamento e/o adesione associativa e invio al concorrente di materiale relativo a future iniziative che si intenderanno organizzare. Il presente Regolamento potrà essere integrato e modificato nel caso si renda necessario.

 

  PRESIDENTE   

FLAVIA VIZZARI

           

SCHEDA di ADESIONE VIII° RADUNO A.S.A.S. 2017:

 

 

COGNOME

 

 

NOME

(Se Socio Asas)

Tess. n°           ………..……………

 

INDIRIZZO:                                                                                                                                             n°                                                                                          

 

 

CITTÀ:                                           C.A.P.

 

 

                     CELL.:

 

E-MAIL

 

 

CELL. Whats app :

 

 

ADESIONE RECITAL  POETICO  Poesia dal TITOLO:     ………………………………………………………

 

ADESIONE MOSTRA COLLETT. Dipinto dal TITOLO:    ………………………………………………………  

 

Desidero prenotare a mie spese per:

 

 

Trasporto in Pullman

Acconto € 10,00 Cad. per n° pers.: …………..

 

Pernottamento B&B per n° pers.: ……Giorni.: ……

Pranzo all’Agriturismo Tornambè a € 18,00 a persona (Antipasti rustici; Trofie alla trapanese; Lasagne al pistacchio; Roast beef in salsa verde; patate al forno; dolce della casa; acqua, vino e caffè)

 

per numero di persone:      …………

 

Contributo Cappellino ASAS     € 3,00 :    ………

SI (   )   NO (   )

Richiesta Attestato Partecipazione € 3,00 :   ……

SI (   )   NO (   )

 

Contributo Volontario  di  €  …………………..

 

SI (   )   NO (   )

 

Sono venuto a conoscenza del RADUNO tramite : ………………………………………………………………

Sollevo da ogni responsabilità e autorizzo l’Associazione siciliana arte e scienza (a.s.a.s.)

al trattamento dei miei dati personali                                         

(L.31 Dicembre 1996 n.675 e D.Lgs.30 Giugno 2003 n.196)

 

 

DATA

 

 

FIRMA

“Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi” Reading poetico a Palermo il 24 giugno: come partecipare

READING POETICO

“IDIOMI POETICI: VERSI DELL’ANIMA ED ECHI”

Organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe

      REAL FONDERIA ORETEA – Palermo,  24 Giugno 2017

(Scadenza invio partecipazione: 11 Giugno 2017)

 

Immagine.jpgL’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con il Patrocinio Morale del Comune di Palermo e della Regione Siciliana, come avvenuto negli anni passati per mezzo dell’omonima rivista di letteratura, organizza per la data di sabato 24 giugno alle ore 17:00 il reading poetico dal titolo “Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi”. L’evento si terrà a Palermo presso gli spazi della Real Fonderia Oretea alla Cala (Piazza Fonderia). Alla serata di letture poetiche potranno intervenire i soli poeti che avranno inviato la loro partecipazione secondo il regolamento che segue.

  • Si partecipa con un unico testo poetico inedito a tema libero.
  • È possibile partecipare con testi in lingua o in dialetto.
  • È richiesta la presenza fisica all’evento, momento nel quale la poesia sarà letta dal rispettivo autore o eventuale altro lettore nel caso l’autore non si senta di leggerlo lui/lei stesso.
  • L’organizzazione non accetterà deleghe di lettura di poeti fisicamente assenti.
  • La partecipazione è gratuita e la serata di letture, intervallata da brani musicali, sarà aperta al pubblico che potrà assistere in vesti di ascoltatore.

Per partecipare è richiesto l’invio a mezzo posta elettronica indicando quale oggetto “Reading poetico Palermo” all’indirizzo ass.culturale.euterpe@gmail.com entro e non oltre l’11 Giugno 2017 del seguente materiale:

La mancanza di uno dei due materiali richiesti comporterà l’esclusione dalla partecipazione del reading.

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Lo spazio della Fonderia Oretea (alla Cala) a Palermo

Seguirà eventuale elenco di poeti partecipanti e la richiesta di invio dell’autodichiarazione sui propri testi da consegnare all’Ufficio Siae competente.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

“Circus” di Santi Geraci, prefazione di Francesca Luzzio

Circus di Santi Geraci

Prefazione di Francesca Luzzio

circus-325506.gifLa silloge poetica Cirus di Santi Geraci (Genesi, Torino, 2016) si divide in tre sezioni che come tessere di mosaico si combinano insieme a definire la forma e il contenuto della nuova poesia dell’autore; nuova, non solo perché successiva alle due precedenti, ma soprattutto perché rispetto a queste ultime essa si distingue per la  lingua  e in parte per il contenuto. Relativamente alla lingua è da rilevare l’abbandono del dialetto siciliano e l’uso dell’italiano che ovviamente non avvalora la qualità artistica della sua poesia, ma segna semplicemente una scelta espressiva, indica il mutamento del contenitore di un’essenza tematica che in parte resta immutata, in parte tende ad esprimere un acutizzarsi di pessimismo esistenziale e storico-sociale, che, pur presente nelle sillogi precedenti, non sembrava tuttavia spegnere un alone di speranza.                                

Il titolo, Circus, è il nome con il quale Pablo Picasso titola una serie di quadri dedicati all’attività circense e tra questi il quadro riprodotto in copertina. Tale scelta non è occasionale poiché rileva il nucleo semantico di tutta l’opera:  il sentirsi acrobata,  funambolo nel percosso  della vita e, se per Montale vivere è camminare lungo “una muraglia/che ha in cima cocci acuti di bottiglia” (da “Mereggiare pallido e assorto”, in Ossi di seppia), per Santi Geraci, come si evince dalle numerose occorrenze sparse nelle poesie delle tre sezioni, è un camminare come gli acrobati lungo un filo su cui è difficile mantenere l’equilibrio e non cadere,  sicché , come nel poeta genovese, non solo i versi, ma anche il quadro di Picasso riprodotto in copertina, diventano “correlativi oggettivi” dell’impossibilità o difficoltà a mantenere l’equilibrio, a trovare una direzione, uno scopo che dia senso e certezza ai nostri giorni.

Nella prima sezione, Memoriale da Procida, l’IO sente la bellezza della vita, metaforicamente considerata “una pesca da mordere”, ma è consapevole anche che essa è come “una scala interminabile”(in “Anche oggi” ) e difficile da salire,  per le difficoltà che si possono incontrare nella ricerca della propria identità e le difficoltà possono diventare sofferenza al punto da indurlo a chiedere disperato aiuto: “Il mio cuore è colmo/di terra e di sale/Chi nutrirà/il suo silenzio, la sua vocazione/Chi berrà la sua meraviglia,/la sua mutazione?” (in “Il mio cuore è colmo”).

Il mare, il porto e soprattutto il bisogno di approdo sono le metaforiche realtà e il desiderio concreto che il poeta, novello Ulisse, esprime nei versi  e Procida, l’isola incantata che, grazie a Circe e alle Sirene,  genera un incanto naturale, è fautrice del suo “estro vagabondo”che “strappa flauti  al caos del mondo”  (in “Ode all’isola”), è l’ambiente che meglio  riesce a fargli poeticamente esprimere il suo bisogno di approdo, che possa consentirgli di vivere un simbiotico incontro dell’io con la natura e della natura con l’io: “ed il mio cuore di fuoco/si confonde senza pudore/col mare e col cosmo (in Unico eroe superstite). Questa unione purtroppo  onirica, ma panica con la natura per cui il poeta vibra della sua vita  e la natura della vita di lui,  fa sì che anche nella fusione fisica con la sua donna, questa veda nel poeta-amante il rivelatore dei misteri della natura: “Mi chiedi/un sorriso di mare maturo…/Mi chiedi/perché il vento spira/…se in porti sperduti/cantano ancora sirene/…, ma mentre il corpo del poeta “si è fuso/come pane e vino” con quello dell’amata  (in “Profondamente muto”), il suo cuore, la sua anima rimangono muti, rivelando con il loro silenzio l’amara consapevolezza dell’indecifrabile mistero della vita cosmica. La lirica “Il mare” esprime ulteriormente tale consapevolezza, infatti esso è cantato come un immenso incunabolo in cui storia ed umanità, nel positivo e nel negativo che li caratterizzano, vivono, naufragano e si perdono in una sorta di caos universale, quale il mare “enigma degli enigmi,/libro dei libri”, in effetti è.                                                        

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Santi Geraci, autore del libro

Per quanto riguarda lo stile il poeta adotta in genere una scrittura metaforica  e si offre al lettore ancora come un novello Ulisse che viaggia nei meandri della memoria,delle emozioni, delle personali convinzioni per offrirle al lettore travestiti da simboli in genere naturalistici (“Il mio cuore è colmo/di terra e di sale”, in Il mio cuore è colmo; La notte…. \ È la tempesta che squarcia/il fegato di un poeta maledetto,/…, in “La notte”) che vivono e palpitano dello stesso sentire dell’artista. Rilevante inoltre è la tendenza anaforica che induce il poeta  a riproporre come in una filastrocca o in una  canzone l’incipit identico di strofe o versi, quasi un martellante riproporsi di azioni, atteggiamenti, paragoni, etc. (“Voce che sembra/un’anfora …/Voce di terra invasa/Voce che ricorda/…/ Voce di grotta…, in “La tua voce”) in una crescente e diversificata metaforizzazione del sentire. Rime, anafore, ma anche epifore amplificano la musicalità  che nel fluttuare del ritmo dei versi di diversa lunghezza tendono a creare una variante sinfonia. Le stesse caratteristiche formali si rivelano anche nelle due altre sezioni,dove la metaforizzazione tende ad accentuarsi, sino a rendere  quasi ermetica, la semantica di qualche lirica, anche se il pathos dell’ispirazione emerge sempre e comunque.               

La seconda sezione, I luoghi della memoria, è  un flashback, un tuffo nel passato, più o meno remoto. Così con malinconia  il poeta torna “al prode sole ruggente sui nespoli, torna, torna sempre” (in “Torno”) alle sue radici “tra i limoni e il grano” dove ha trascorso i suoi primi  anni “udendo lungimiranti sinfonie d’usignoli e di sassi” (in “Radici”). Ma la memoria non è legata esclusivamente ai luoghi dell’infanzia, infatti espandendo l’orizzonte delle sue considerazioni  dall’ego all’humanitas, torna anche a ricordare la tragedia dei migranti a Lampedusa, torna a riconsiderare la vita di Alda Merini e a rilevare l’affinità della loro condizione di artisti incompresi, così come torna a riflettere sull’assenza di senso dell’essere e del vivere per cui siamo “come pesci che galleggiano nella storia” (in “Il destino dei pesci”); forse la condizione migliore la vivono i pazzi che nell’estraniarsi dal mondo reale vivono dimensioni altre: bevono l’infinito. Così il poeta vuole vivere la loro condizione e scende nel pozzo dei pozzi, dove i pazzi “disegnano le farfalle/ pregano le fate/dove gemono i pupazzi/dove pescano i pagliacci/…”( in “Il pozzo dei pozzi”). Come si evince dai pochi versi citati, il poeta quasi a rendere omologa la forma al contenuto (“tal contenuto, tal forma “, sosteneva  F. De Sanctis) gioca con le parole, creando una sorta di omofonia espressiva, attraverso ripetizioni, anafore, rime ed assonanze.                   

L’ultima sezione ha un titolo originale, un neologismo, inventato dall’autore Ancoraria ,ossia ancora aria. Qui il metaforismo e il procedere anaforico è ancora più intenso e talvolta l’oscurità espressiva è davvero ermetica. Ciò è spesso legato all’acuirsi del pessimismo del poeta  che ormai è sfiduciato anche nei confronti della poesia e della parole, incapaci di esprimere ormai anche la vitale e consustanziale unità del poeta con la natura, pertanto rivolgendosi ad esse il poeta afferma che ormai camminano “a testa bassa/come manichini di neve” (In “Voi non dite più”), d’altronde non c’è più niente da cantare, non esistono più valori, sogni, fantasia, amore  e  pertanto “nessuno contava più le pecorelle/prima di andare a nanna/… nessuno faceva più l’inchino/ al passaggio di una donna/…, nessuno seguiva più il tragitto/ di una formica o di una gazza” (in “La festa di nessuno”), l’umanità è diventata ottusa, è incapace d’immaginare e di vedere, non sa più apprezzare il “richiamo dolce e seducente” del circo (in “Viva il circo”), non vuole più essere acrobata della vita, affrontando i rischi e le pene del vivere che anche l’impegno più costante non riesce ad evitare; l’uomo oggi  corre frenetico verso il successo , gli affari e non vive il tempo come andrebbe vissuto, pertanto al poeta non resta altro che pregare: “ Pregherò/perché i bimbi di tutto il mondo/brillino sempre come soli nella tenebra/… Perché l’amore espanda/gli immortali orizzonti dell’universo/…. Pregherò, pregherò…/non finirò mai di pregare (in “Pregherò”).

Francesca Luzzio

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

Francesca Luzzio su “Dipthycha 3” di Emanuele Marcuccio

Questo che segue è l’intervento di Francesca Luzzio (poetessa, scrittrice, critico letterario) tenuto a Palermo presso Villa Trabia il 12-6-2016 nell’occasione della presentazione del volume «Dipthycha 3. Affinità elettive in poesia, su quel foglio di vetro impazzito….» (PoetiKanten, 2016) a cura di Emanuele Marcuccio.

Dipthycha 3 è un’antologia poetica curata da Emanuele Marcuccio; ma forse, è meglio leggere il numero tre come avverbiale, ter, ossia tre volte perché è la terza volta che viene pubblicata una raccolta di poesie con questo stesso titolo, se si prescinde dal numero che ne indica la successione e da qualche variante verbale presente nel sottotitolo.

Il progetto trova la sua matrice nel manifesto dell’Empatismo nato a Busto Arsizio (VA) nel 2014. I soci fondatori considerano la poesia “come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo”; inoltre fra l’altro si legge che “i poeti empatici eleggono il dittico poetico a due voci come forma per eccellenza di empatia poetica”. Orbene in Dipthycha 3 il curatore continua a immedesimarsi “in ogni vita vivendo mille vite in una”, come si legge ancora nel manifesto, e sicuramente ad esprimere questa “corrispondenza d’amorosi sensi”, come spesso Emanuele suole dire, citando il famoso verso dei Sepolcri di Foscolo, non poteva non nascere un terzo volume, a cui sicuramente ne seguiranno altri.

Ma la corrispondenza qui i vivi non l’istaurano con i morti, ma con la natura quale amica e confidente, con la vita attuale, con il presente, con il rifiuto dei disvalori che la caratterizzano, aspetto quest’ultimo fra l’altro dichiarato esplicitamente nel manifesto programmatico di cui si è detto, non solum sed etiam i poeti comunicano inconsapevolmente tra loro perché ispirati dalla stessa realtà, dallo stesso contesto naturale ed umano in cui tutti viviamo e rivelatore di tale corrispondenza è il computer, è internet che Marcuccio chiama “foglio di vetro impazzito” e di cui i poeti del passato, certo, non potevano fruire. Grazie alla tecnologia, grazie a questo moderno dittico, quale è il portatile, possiamo corrispondere, dialogare tra noi stessi e con il mondo. Emanuele per primo ha messo in evidenza l’importanza di internet a tal fine e, in qualità di curatore delle tre antologie nei sottotitoli ne ha rilevato il ruolo e l’importanza. Così i diptycha, le tavolette cerate d’epoca romana diventano metafora della comunicazione virtuale la cui importanza viene ribadita nel sottotitolo di questa terza antologia senza l’aggiunta di avverbi, considerata l’acquisita certezza della sua idoneità alla scoperta delle affinità elettive in poesia. Ciò detto ci resta di calarci dentro il testo e vedere come Emanuele con naturalezza empatica scopre non solo affinità elettive tra lui ed altri poeti, ma anche tra poeti diversi da lui stesso, grazie a quel meraviglioso strumento di cui abbiamo testé parlato. Affinità elettive si è detto ed “elettive” deriva dal latino “eligo”che fra l’altro significa scegliere ed Emanuele ha scelto ed ha saputo alimentare, dare vita attraverso questa antologia a quella empatia che esiste tra poeti che magari senza internet, non si sarebbe scoperta.

dipthycha-3_original-cover_front_900Robert Vischer, studioso di arti figurative e problematiche estetiche di fine Ottocento definisce “empateia” la capacità fantastica di cogliere il valore simbolico della natura, sentir dentro “con-sentire”, ossia percepire la natura esterna come interna, appartenente al nostro stesso corpo, proiettare da noi agli altri e alle cose che percepiamo. Teodor Lipps pone anche lui l’empatia al centro della sua concezione estetica e filosofica e la considera quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro, cogliendone i sentimenti, le emozioni e gli stati d’animo e quindi in piena sintonia con ciò che egli stesso vive e sente. Entrambe le definizioni sono idonee a definire i dittici poetici presenti in questa antologia, dove Emanuele non propone solo corrispondenze tra sé ed altri poeti, quali Silvia Calzolari con la quale ha condiviso il primo dittico presente in tutte le tre antologie, quasi come dittico programmatico dedicato alla telepresenza (leggere), ma anche dittici di poeti diversi, dove egli ha semplicemente avuto il ruolo di rivelarne “l’empatia telematica. I primi ventuno componimenti vedono interagire Emanuele con Silvia Calzolari e altri poeti, quali Giovanna Nives Sinigaglia, Lucia Bonanni, Maria Chiarello, Ciro Imperato, solo per citarne alcuni e non fare una lunga elencazione, ma tutti profondamente ispirati nel rivelare sempre i profondi moti dell’animo e proiettarli in una natura complice ed amica o nel denunziare le problematiche sociali dei nostri giorni. Ovviamente ogni poeta pur trattando lo stesso tema, tende a proporlo secondo le proprie modalità espressive, il proprio stile. Ad esempio, Silvia Calzolari, è una delle poetesse con le quali Marcuccio ha trovato molte affinità elettive, ma se prescindiamo dall’unità tematica che ha dettato l’ispirazione, notevoli sono le divergenze stilistico-formali, infatti se da un lato Emanuele propone dei versi subito intellegibili per la stringatezza morfo-sintattica e per l’immediatezza lessicale che talvolta risente di influsso leopardiano, Silvia Calzolari talvolta adopera tecniche fono-espressive futuriste, come ad esempio nelle lirica “Marcio”, giocando sul doppio senso che le parole acquisiscono grazie alla presenza o assenza di una lettera; affinità anche in ambito stilistico invece ci pare che siano ravvisabili nelle liriche “Dormivano le stelle” di Grazia Finocchiaro e “Serena e di stelle…” di Emanuele Marcuccio, dove la natura si anima e l’io si naturalizza, in una sorta di panismo dannunziano.

La corrispondenza esistenziale e panica con la natura è sicuramente la nota distintiva della prima parte dell’antologia e persiste anche nella seconda, dove tuttavia diventano significativi e più rilevanti le tematiche sociali. Dopo i primi dittici in cui prevalgono le poesie di Giusy Tolomeo in corrispondenza con Teocleziano Degli Ugonotti e poi ancora con Maria Rita Massetti, Lorenzo Spurio ed altri poeti i cui nomi sono rilevabili anche più volte nella raccolta, è presente anche qualche dittico in cui almeno uno dei due poeti è presente solo una volta, come, ad esempio, il dittico “Al piccolo Aylan sulla spiaggia” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio. Come si è già rilevato, in questa sezione sono prevalenti tematiche attuali, legate anche alla cronaca di questo triste momento storico che stiamo vivendo, come il problema dell’immigrazione presente nel dittico testé citato o in quello di Lorenzo Spurio e Giusy Tolomeo, la violenza contro le donne, come nel dittico tra Rosalba Di Vona e del già citato Lorenzo Spurio, ma c’è anche l’esaltazione della donna, della sua capacità di vivere, di sapersi adattare alla pluralità delle sue mansioni: madre, amante, casalinga, etc., come nel dittico Tagliente – Massetti con cui si chiude la seconda sezione.

Dulcis in fundo a convalidare la corrispondenza, l’empatia eterna tra i poeti di ogni tempo, concludono la raccolta tre dittici tra autori del Novecento(d’Annunzio, Montale e Palazzeschi in corrispondenza empatica rispettivamente con Aldo Occhipinti e Lucia Bonanni.

FRANCESCA LUZZIO 

Palermo, 12 giugno 2016