XII Premio Naz.le di Narrativa “Formiche rosse”

FORMICHE ROSSE 2012-2013

XII Premio Nazionale di narrativa essenziale Formiche Rosse

organizzato da Arci Provinciale di Siena

1volantino 2012-2013 (2)) Il premio è aperto a tutti, la partecipazione è gratuita. I racconti devono essere in lingua italiana.

2) I racconti devono essere “brevi”, secondo le specifiche indicate più avanti.

3 ) Si partecipa inviando un massimo di due racconti inediti, in lingua italiana, della lunghezza ciascuno di un massimo di 10.000 battute (un po’ più di 4 pagine dattiloscritte di 35 righe per 70 battute ogni riga). I racconti potranno pervenire battuti al computer/macchina da scrivere o in cartaceo. Ogni racconto deve essere inviato in 10 copie, più una  su floppy disk o cd-rom, in un formato di scrittura facilmente leggibile                 (indicativamente  .txt, .doc, .rtf, .htm, .html, .pdf), il tutto in un plico chiuso. I racconti non devono essere firmati, ma contrassegnati da un motto in modo da poter essere forniti alla giuria in forma anonima.

4) Al plico deve essere allegata una scheda di adesione, redatta in foglio separato secondo il modello dell’allegato: in essa saranno riportate le generalità dell’autore/autrice, nonché il motto. La scheda deve essere firmata in calce dall’autore/autrice come dichiarazione che i racconti siano autentici e inediti, e vale anche come attestazione di cessione dei diritti d’autore all’ARCI Provinciale di Siena, nei limiti delle iniziative di pubblicazione relative al presente Premio. La firma della scheda implica l’accettazione esplicita delle norme del presente Bando. Qualora l’autore/autrice sia minorenne, il modulo dovrà essere firmato in calce non dall’autore/autrice ma da uno dei due genitori.

5) I racconti non verranno restituiti. I plichi devono giungere (mediante servizio postale o consegna a mano) a: Premio di Narrativa “Formiche Rosse” c/o Associazione ARCI Provinciale di Siena, Piazza Maestri del Lavoro nr. 27, secondo piano, Int. 1, 53100 Siena. I racconti dovranno pervenire entro il 30 Marzo 2013. Non fa fede il timbro postale.

6) La giuria selezionerà a suo insindacabile giudizio i racconti meritevoli, i quali saranno pubblicati sul sito Internet dell’ARCI Provinciale di Siena, e a stampa in un volume, distribuito gratuitamente a cura dell’Arci Provinciale di Siena. Il volume raccoglierà i racconti vincitori. Qualora sia possibile verrà anche allestito un cd rom contenente tutti i testi. La raccolta sarà consegnata alle/agli autrici/ori dei racconti vincitori, in 5 copie, nonché‚ spedita agli operatori culturali, ai giornali e alle biblioteche. Altre azioni di diffusione dei racconti potranno essere intraprese da ARCI Provinciale di Siena. La giuria si riserva di premiare in modo particolare, eventuali racconti ritenuti particolarmente meritevoli. Non verranno distribuiti premi in denaro.

7) L’esito del concorso sarà comunicato a tutti i partecipanti. La presentazione del volume e la premiazione delle/degli autrici/ori vincitrici/ori, avverrà a Siena nel mese di Giugno. Non sono previsti rimborsi spese di qualsiasi sorta nemmeno per la partecipazione alla premiazione.

8) La partecipazione al concorso implica l’accettazione senza condizioni di tutte le clausole del presente regolamento.

 

Il Direttore: Adriano Scarpelli
 
Per informazioni:
ARCI Provinciale di Siena, Piazza Maestri del Lavoro nr. 27, secondo piano, Int. 1, 53100 Siena.
Tel: 0577.24.75.10, Fax: 0577.28.28.32.
E-Mail: premioformicherosse@gmail.com
Per richiesta di eventuali chiarimenti sono molto graditi Fax o E-Mail.
Altrimenti collegatevi al nostro sito internet all’indirizzo www.premioformicherosse.org o alla pagina facebook  cercando Premio Formiche Rosse.

La letteratura migrante. Alcune riflessioni sul volume “Scrittura e migrazione” – ediz. Università di Siena (2006)

Scrittura e migrazione – Una sfida per la lingua italiana

a cura di Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete

Edizioni dell’Università di Siena, Siena, 2009

ISBN: 978-88-96151-03-7

Numero di pagine: 179

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Curatore di Blog Letteratura e Cultura

“La letteratura migrante è una materializzazione, o un epifenomeno se preferisci, di una data sensibilità individuale e storica, e quando questa sensibilità si trasforma e si standardizza, come nella società globalizzata, è naturale che anche la letteratura segua questa tendenza”.

(Julio Monteiro Martins – “Letteratura migrante/letteratura mondiale”, p. 41)

 

Scrittura e migrazione raccoglie gli interventi, trascritti in forma colloquiale, che vennero pronunciati durante il seminario dell’8-9 febbraio 2006 dal titolo “Reinventare l’italiano: scrittura e migrazione”, tenuto all’interno della Scuola Dottorale “L’interpretazione” della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. La pubblicazione è curata da Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete e riporta gli interventi della due-giorni di conferenze di scrittori di nazionalità straniere che hanno, però, utilizzato la lingua italiana come idioma nella produzione delle loro opere letterarie.

Il libro è una preziosa e curiosa analisi, fatta da molteplici prospettive, sul ruolo e l’importanza della lingua che fu di Dante nella letteratura contemporanea definita migrante ossia fatta da quegli scrittori di nazionalità diverse dalla italiana che per vari motivi hanno deciso di scrivere le loro opere in italiano. Dietro questa scelta, ovviamente, possono risiedere le motivazioni più varie, alcune scontate, altre meno come ad esempio il trasferimento per lavoro o per gli studi in Italia che ha fomentato l’interesse e l’amore verso la cultura italiana o, come sostiene lo scrittore algerino Tahar Lamri semplicemente perché l’italiano nel panorama mondiale è una lingua “neutra” che non è stata impiegata nella storia come lingua dominatrice-colonizzatrice e dunque imposta (se si eccettuano i casi dell’Etiopia, della “questione abissina” e della Libia pre-Ghedaffi): “ per molti immigrati scrivere, ad esempio in francese, lingua di una ex potenza coloniale, significa essere letti da molte persone in Francia, forse suscitare dibattiti, contestazioni, condanne dai propri connazionali; mentre scrivere in italiano significa scrivere a se stessi, cioè in primo luogo ad una cerchia di amici o addirittura per attirare l’attenzione della persona amata, magari italiana” (p. 161).

La dissertazione parte dalla convinzione che la lingua –una delle espressioni dominanti di una cultura- è per sua genetica caratterizzata dall’ospitalità, definizione inaugurata da Edmond Jabès. Ma la lingua è stata spesso utilizzata anche come elemento di differenziazione, emarginazione, lotta, discriminazione, come nel caso delle comunità Rom e Sinti (quelle che comunemente definiamo in maniera approssimativa “zinagari”) come traccia Santino Spinelli nel suo intervento intitolato “Una storia lunga un viaggio. Un excursus da Baro romano drom”. Santino Spinelli, oltre a essere uno scrittore e conferenziere di origini rom, è anche docente di Lingua e Cultura Romanì all’università di Trieste, ed è conosciuto in arte con il nome di Alexian ed è un attivissimo compositore di musica rom. Nel suo intervento, Miguel Angel García osserva inoltre che una delle forme di emarginazione/razzismo linguistico-culturale –se si escludono quelle violente, le persecuzioni e le forme di sopruso- è la ghettizzazione: “la formazione dei ghetti è un rischio sempre presente nei grandi fenomeni migratori” (p. 98).

Pap Khouma, scrittore senegalese, incentra il suo discorso sullo scontro di civiltà richiamando più volte la scrittrice fiorentina Oriana Fallaci e tracciando il suo percorso di migrante in Italia nelle vesti del “vu’ cumprà”. Khouma sottolinea come –pur essendo la popolazione di un paese ospitante buona, aperta e disponibile, come appunto quella italiana- è immancabile un sentimento di allontanamento dal migrante, uno sguardo attento e lontano al migrante e la creazione di un processo di identificazione, di etichettatura, come nella creazione della categoria del vu’comprà, diventato poi sinonimo di persona disagiata, disperata e in alcuni contesti anche di soggetto sbandato, delinquente, violento. Il pensiero di Khouma in merito è forse espresso al meglio nel suo best seller Io venditore di elefanti scritto assieme a Oreste Pivetta e nella rivista on-line “El Ghibli” che lui stesso dirige.

Kossi Komlan-Ebri, scrittore originario del Togo, nel suo intervento “Pian piano maturano le banane” sottolinea nel corso della storia la supremazia di “lingue altre da quelle indigene” in territorio africano per molto tempo: inglese e francese, richiamando l’attenzione sul fatto che gli scrittori africani solo recentemente si sono appropriati della loro lingua madre, “africanizzando” anche i termini che nell’uso comune sono propriamente inglesi o francesi. E’ lo steso autore ad avere coniato il neologismo “oralitura” per far riferimento alla capacità di trasportare la forza e la vivezza dell’oralità nella scrittura.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, affronta la questione da un’altra prospettiva, in maniera teorica, leggermente manualistica ponendosi la questione: che differenza c’è – se c’è- tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”? La differenza esiste ed è vistosa: i primi conservano il loro status di scrittori –già attivi e noti nel loro paese d’origine- nel momento in cui giungono in un altro paese (in questo caso l’Italia) e lì danno vita a opere nella lingua di quel paese (in questo caso l’italiano). I “migranti scrittori”, invece, sono, come indica la definizione stessa, dei migranti che diventano scrittori solo dopo il loro arrivo nel paese di migrazione. E’ ovvio che da queste due diverse esperienze nascano scritture di differente tipo e sensibilità: “Le opere più direttamente autobiografiche sono da attribuirsi spesso ai “migranti scrittori”, mentre quelle più squisitamente letterarie, più complesse ed elaborate a livello formale, quelle con maggior presenza dell’invenzione, dell’immaginario simbolico, appartengono agli “scrittori migranti””.

Miguel Angel García, scrittore e docente di origini argentine, analizza invece il processo che si instaura a livello linguistico quando uno straniero giunge in Italia, solitamente per lavoro dato che “pochi sono i migranti per diletto, quasi tutti migrano perché ne hanno bisogno” (p. 87). Secondo lui si hanno sostanziali differenze tra il “migrare da soli” o il “migrare in gruppo”; nel primo caso, infatti, “è una prova durissima […] [il migrante individuale] deve reimparare tutto, e deve farlo mentre tenta di costruirsi lo strumento necessario per farlo, la lingua” (pp. 86-87) mentre nel secondo caso, il fatto di giungere in Italia “in gruppo” e quindi non da soli è connotato negativamente e funziona come rallentamento nel processo di acquisizione della lingua: “l’ambiente protettivo della sua conchiglia comunitaria lo scoraggia, gli toglie la volontà con la sua dolcezza” (p. 94).

Nel volume figurano estratti degli interventi anche di Ornela Vorpsi, scrittrice di origine albanese, dal titolo “Una conversazione scritta”, Jarmila Ockayova, scrittrice slovacca, dal titolo “Dalle parole di nostalgia alla nostalgia di parole”, un discorso affascinante intessuto su preziose metafore ed analogie e dello scrittore di origine iraniana Bijan Zarmandili dal titolo “Il linguaggio ibrido” nel quale affronta la questione linguistica da un’altra prospettiva, ossia quella dello scrittore italiano che si vede continuamente contaminato da lingue e culture “altre”.

Tahar Lamri, invece, nel suo intervento parla principalmente di “multiculturalità” e di “interculturalità” richiamando direttamente alcuni passi coranici esemplificativi della necessità dell’apertura e della disponibilità all’accoglienza nei confronti di altri popoli. Cita dal Corano: “comportatevi nel modo seguente: intavolate con esse [altri popoli, altra gente] un dialogo in maniera di simpatica amicizia, non badate ai soliti che si allontanano cattivi, ed esprimetevi così: crediamo a ciò che è stato rivelato a noi, crediamo a ciò che è stato rivelato a voi, il nostro dio è il vostro dio, è uno solo, e a lui noi ci affidiamo”.

Un bel messaggio che apre all’integrazione, alla convivenza e all’allontanamento da ogni forma di violenza o discriminazione. Certo è che se l’uomo l’avesse rispettato – questo è un messaggio coranico, ma si trovano equivalenze di contenuto nella Bibbia- di certo non avrebbe prodotto genocidi, violenze spietate, aberrazioni umane e degradato popoli ritenuti “inferiori” o sottoposti a una violenta colonizzazione.

 

 

a cura di Lorenzo Spurio

Curatore di Blog Letteratura e Cultura

 

Jesi, 15 Agosto 2012

 

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