La poesia orale. Intervista alla poetessa aquilana Alessandra Prospero. A cura di L. Spurio

INTERVISTA AD ALESSANDRA PROSPERO

A CURA DI LORENZO SPURIO

27017936_10204150654523933_2018130459_o.jpgAlessandra Prospero, poetessa aquilana, è recensionista per diverse riviste culturali. Membro di giuria in concorsi letterari. È socia dell’Associazione Internazionale Culturale “Laudomia Bonanni” ed è fondatrice del gruppo facebook “Poesia: femminile, singolare”.   Performer dei propri testi in diversireading, fa parte del direttivo del Poetry Slam Abruzzo e ha organizzato, insieme a Dimitri Ruggeri, il primo poetry slam under 18 della regione Abruzzo e ha condotto il primo poetry slam tutto al femminile del Centro Italia, il Pink Poetry Slam. È coordinatrice, insieme a Valter Marcone, della Compagnia dei Poeti dell’Aquila con cui organizza veri e propri tourpoetici. È autrice di tre sillogi: P.S. Post Sisma (2012), Ierousalem (2013) e HaikUimia (2016); curatrice e prefatrice di vari libri e antologie. Redattrice per la rivista di letteratura online “Euterpe” per le rubriche di poesia e recensioni.

 

L.S.: Quali parole ti sentiresti di utilizzare per definire il fenomeno del poetry slam?

A.P.: Inizierei col definirlo succintamente (prima di addentrarci in virtuosismi interpretativi) un fenomeno di riappropriazione e di rinverdimento della poesia orale con il fermento che ciò comporta unitamente agli elementi tipici della competizione poetica.

L.S.: Nella tua esperienza di MC credi che esistano testi poetici più adatti a un poetry slam rispetto ad altri meno efficaci nell’arrivare? Se sì, quali caratteristiche hanno?

A.P.: In termini di efficacia, è necessario considerare sia l’aspetto prettamente stilistico del testo sia il performer, senza il quale anche il testo migliore non riesce a sfondare la barriera del non-ascolto, della noia, della eccessiva retorica, della leziosità o del pleonasmo. Vero è che noto una risposta più empatica da parte del pubblico nei confronti di componimenti metricamente più ammiccanti (e quindi sicuramente più musicali e “orecchiabili” o quantomeno di immediata memorizzazione), e di elementi come fonosimbolismi, assonanze, dissonanze e onomatopee, gerghi e stilemi confezionati ad arte e neologismi.

L.S.: Marc Kelley Smith, colui che è considerato il fondatore mondiale del poetry slam, volendo sottolineare i caratteri di democraticità e popolarità di questo atto performativo sostiene che “La poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità”. Che cosa ne pensi?

A.P.: Lo spirito democratico e inclusivo del poetry slam è indiscusso. Ma sarei ipocrita se affermassi che il poetry slam è scevro da tutte quelle dinamiche agonistiche che le competizioni generano. Sebbene l’etimologia del verbo competere ci faccia partire da un edulcorato significato di “convergere insieme verso un medesimo punto”, trattasi comunque di competizione. Non a caso nei tre mondi prodromici del poetry slam, dunque nel rap, nell’hip hop e nella breakdance le competizioni vengono definite battles e dunque battaglie, termine di certo né benevolmente omologante né generosamente livellante, che ci riporta prepotentemente nella dimensione della gara.

L.S.: A quando risale e che ricordi hai del primo poetry slam al quale hai preso parte in qualità di slammer?

A.P.: Temporalmente non devo sforzare molto la mia capacità mnemonica poiché risale a un paio d’anni fa. I ricordi oscillano tra l’imbarazzo di allora di sentirmi troppo classica per il contesto e l’adrenalina che la partecipazione all’evento mi provocava. Insopprimibili e vitali entrambi.

L.S.: A quando risale e che ricordi hai del primo poetry slam al quale hai preso parte in qualità di MC?

A.P.: Dopo pochi mesi dal mio primo slam come partecipante ebbi la mia prima esperienza da MC (nel mio caso Mistress of Ceremony). L’imbarazzo lo lasciai a casa e l’adrenalina compensò elevandosi al quadrato. Il ruolo di MC è indubbiamente impegnativo ma è una delle esperienze più vicine a un lancio col paracadute che io possa immaginare: esaltante.

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Alessandra Prospero durante il LOMAGGIO, poetry slam che si è tenuto al Parco del Castello Cinquecentesco dell’Aquila il 30-04-2017. 

L.S.: Stando ad alcune attestazioni di Lello Voce, noto performer, poeta, MC e portatore del poetry slam in Italia, “Lo slam è una sorta di termometro che misura lo stato di salute della poesia performativa”. Esistono secondo te altri canali e luoghi deputati per saggiare la sperimentazione della poesia?

A.P.: La poesia performativa non è necessariamente sperimentazione. In fondo, la poesia orale è un concetto ben poco nuovo. Al contrario, secondo il mio parere, la sperimentazione può essere ovunque, anche in altre forme.  Amo la contaminazione e ritengo che la poesia dovrebbe attingere nuova linfa trasversalmente. La poesia va “praticata” e non contemplata estaticamente come un artistico rudere senza tempo. Quando lavoravo alla stesura del mio terzo libro (HaikUimia), passavo senza soluzione di continuità dallo slam alla forma metrica orientale degli haiku, non senza proficue incursioni nell’ermetismo italiano. La sperimentazione dovrebbe partire dalle scuole, dovrebbe essere inserita nei programmi didattici o gli stessi dovrebbero essere integrati da progetti che si occupino realmente di poesia e sperimentazione. Personalmente ho realizzato dei laboratori e dei progetti all’interno di istituti scolastici (dalla scuola dell’infanzia alle superiori) e ho notato che i ragazzi ma anche i bambini hanno disperatamente bisogno di stimoli e di contenitori relazionali e creativi in cui poter “essere”. Con il mio collega Dimitri Ruggeri nel 2016 abbiamo realizzato perfino il primo poetry slam under 18 d’Abruzzo con un risultato qualitativo e partecipativo al di là delle più rosee aspettative.

L.S.: Se la poesia classica o comunque la poesia canonicamente tramandata in forma scritta ci è stata svelata nel processo esegetico e d’approfondimento per mezzo dell’intermediazione di chiosatori, critici, commentatori, una delle caratteristiche della poesia orale è che essa viene giudicata direttamente dal pubblico, che può essere colto e istruito o, al contrario, essere completamente digiuno di conoscenze culturali. Che cosa ne pensi di tutto questo?

A.P.: Il pubblico è spesso digiuno anche di conoscenze musicali ma non per questo non riconosce la buona musica da quella priva di valore o di appeal. Se la poesia è comunicazione, dobbiamo “testare” l’efficacia del messaggio che stiamo veicolando. Non solo.

Proprio perché si parla di poesia orale, è utile recuperare la dimensione del poeta arcaico (aedo o rapsodo) che aveva la funzione della memoria ma anche della trasmissione. Essi erano sicuramente investiti di una missione quasi divina ma, nel contempo, erano detentori di un’abilità professionale tale da conferire una struttura al canto e coinvolgere emotivamente il pubblico. In sintesi: la poesia non può mai essere mero esercizio retorico fine a se stesso, quindi ben venga il pubblico giudicante. Quello che invece mi desta non poche preoccupazioni è la deriva cabarettistica alla quale si lanciano alcuni slammer pur di strappare il consenso popolare.
Di certo non è alzando il tiro in termini di aggressività scenica o verbale che si difende il proprio status di “poeti”.

L.S.: Per ricollegarmi alla domanda precedente, il fatto che la poesia performativa basata sull’oralità non preveda l’intermissione di un critico che la de-costruisca, la spieghi e ne dia una lettura per facilitarne la ricezione, non può portare a una de-qualificazione della poesia in quanto tale e a un procedimento in cui non è più possibile individuare la poesia e distanziarla dalla non-poesia?

A.P.: Bisognerebbe innanzitutto capire dove finisca la poesia e inizi la non-poesia. E in base a quali criteri. Se ne facciamo un discorso meramente accademico, ecco che ci siamo già allontanati dai presupposti del poetry slam. Se invece ne facciamo un discorso meramente performativo, allora non rimane che constatare amaramente che il 90% dei poeti non sa leggere i propri testi. Un muro di gomma di incomunicabilità. Uno dei miei miti, Pablo Neurda, diceva «Quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla».

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La poetessa Alessandra Prospero durante la finale del primo Poetry Slam Under 18 d’Abruzzo nato dal progetto poetry slam scuola in collaborazione con “L’Aquila Volta la carta” assieme al co-ideatore Dimitri Ruggeri e il vincitore Carlo Carducci. L’evento si è tenuto alla Cartiera del Vetojo a L’Aquila il 08-10-2016. 

L.S.: Il poeta e performer messicano Rojo Cordova sostiene che “Il poetry slam è l’elemento quintessenziale della letteratura”. Credi che oggi chi studia e si preoccupa dei fatti della letteratura e in particolare della poesia debba necessariamente tenere da conto la presenza e la diffusione di un fenomeno come lo slam? E, ancora, riconosci al poetry slam un valore letterario?

A.P. Ritengo personalmente che il poetry slam sia indicativo anche antropologicamente di un fermento poetico e comunicativo. Sebbene esso non sia un genere letterario ma un guanto di sfida in versi, è innegabile che stia acquisendo un peculiare valore letterario. Prova ne siano anche le pubblicazioni ad esso relative.

L.S.: Per quanto si tenda a edulcorare e smitizzare la forma propria dello slam sta di fatto che esso si basa su una vera e propria competizione. Laddove essa è misurata, sana e unanimamente accettata dagli slammers allora non sussistono problematiche di particolare evidenza ma può succedere che uno slammer non accetti il giudizio della giuria o il modo di condurre dell’MC e che, comunque, non manchi di fare polemica e di manifestare una rivalità che fuoriesce dal sano agone. Ti è mai accaduto qualcosa del genere? Puoi raccontarci?

A.P.: Nel poetry slam non vige l’anomia, vi sono comunque delle regole: ad esempio, una fra tutte, il tempo di durata massima dell’esibizione. I contestatori per partito preso o per vocazione si incontrano in tutti i contesti: quando ciò accade urge buon senso e aderenza alle regole.

L.S.: Quale significato ha il sacrifice ovvero il rituale d’esordio del poetry slam nel quale l’MC testa la giuria che ha selezionato?

A.P.: La liturgia è fondamentale nel poetry slam. L’MC, da buon padrone di casa, si esibisce nel duplice intento di rompere il ghiaccio e togliere i concorrenti dall’imbarazzo di affrontare per primi il pubblico. Contestualmente, fornisce al pubblico una performance e una successiva votazione esemplificativa di ciò che sarà la gara. Il termine ricalca l’antico significato latino, infatti l’MC si “sacrifica” offrendo al pubblico un rito propiziatorio, un gesto rituale (da sacer facere: rendere sacro) proprio come i sacrifici che gli antichi offrivano agli dei. Funzione liturgica, artistica, apotropaica e paradigmatica dell’MC.

L.S.: Può capitare che a vincere uno slam sia una brutta poesia, un testo che, magari, riletto in proprio in altre circostanze si rivela sciatto e banale se non insipido. Nella macchina organizzativa in cui lo slam trova accoglimento – complice la giuria agnostica di poesia e la presa che può avere la mimica, la prossemica e una data recitazione – può effettivamente vincere una poesia che – fuori dal contesto dello slam – è assai neutra o irrilevante?

A.P.: Non si può partire dal presupposto o dalla presunzione che la giuria sia ignorante in materia o dotata di cattivo gusto lirico. È formalmente e probabilisticamente errato se non addirittura offensivo nei confronti del pubblico. Anche in competizioni poetiche meno democratiche capita spesso che vincano sugli altri componimenti triti e ritriti, privi di qualsiasi ardore o pregio poetico.

L.S.: Le considerazioni di Giovanni Fontana in merito alla pratica dello slam sono scettiche ma criticamente ben delineate. Egli, infatti, sostiene che “[Lo slam è un] pacchetto di regole precostituito nel progetto: l’organismo, insomma, sceglie di sottoporsi a certe sollecitazioni piuttosto che ad altre. […] Se un sistema è definito dalle proprie regole, significa che la poesia dello slam sarà di un certo tipo: sarà quella e non potrà essere altro che quella. Stando così le cose, però, il gioco mi sembra estremamente riduttivo”. Che cosa ne pensi a riguardo? Se dovessi contestare – in un clima di dialogo pacifico – le sue considerazioni, cosa porteresti a sostegno della tua visione?

A.P.: Mah… credo che il sistema si autodefinisca in molti contesti. Ma l’autarchia e la stagnazione mal si conciliano con il carattere di democraticità da cui è partita l’intervista e la diffusione dello stesso poetry slam.

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L.S.: Quanti poetry slam ad oggi hai condotto? Puoi rivelarci qualche aneddoto interessante accaduto in qualche iniziativa del genere in cui rappresentavi l’MC?

A.P.: Ne ho condotto un numero che oscilla tra gli “alcuni” e gli “ancora non troppi”. Al di là della risposta sempre calorosa e quasi fisica del pubblico, il ricordo indelebile che ancora conservo è quello relativo al mio privilegio di essere tra le poche MC donna ad aver condotto una finale regionale (in realtà valeva per entrambe le regioni di Abruzzo e Molise). Mi riferisco alla Finale Poetry Slam Abruzzo Centro Italia 2016-2017 del Campionato Nazionale L.I.P.S. svoltasi all’Aurum a Pescara il 27 maggio 2017.
Un altro primato di cui sono orgogliosa è quello relativo alla conduzione del primo poetry slam tutto al femminile del Centro Italia, il Pink Poetry Slam, tenutosi a L’Aquila il 5 maggio 2017.

L.S.: Affinché uno slam abbia un certo successo è necessario, oltre alla presenza di slammers che propongano testi interessanti resi con una recitazione (non ha ancora capito che nel poetry slam non si recita ma si performa) che richiama la curiosità, che ci sia un MC bravo. Non solo un conduttore che ben conosce le regole e fa in modo che vengano rispettate ma che è in grado di sondare la temperatura del pubblico, di renderlo partecipe, di non permettere che si annoi o, peggio, si assopisca. Secondo Dani Orviz addirittura “Un pessimo MC può rovinare anche il migliore degli slam”. Che cosa ne pensi a riguardo? Quali sono le capacità e le doti che l’MC deve essere in grado di mettere in atto durante tutta l’esibizione degli slammers?

A.P.: L’MC è un condottiero ma anche un Capitan Fracassa: deve “reggere” la situazione e il contesto con lo spirito di chi è pronto a tutto.

L.S.: La giuria di un poetry slam è canonicamente – e per regolamento – scelta tra il pubblico all’apertura dell’esibizione (no giurie in qualche modo pre-confezionate) e deve essere il più libera possibile da contaminazioni con gli slammers in gara. Che cosa ne pensi delle Giurie tecniche, fatte da esperti della poesia e della critica, che non di rado vengono inserite nel giudizio di un poetry slam relativamente all’assegnazione di un premio a parte, svincolato da quello ben più legittimo della Giuria popolare?

A.P.: Semplicemente non è un poetry slam canonicamente inteso.

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Foto tratta dal sito Poetry Slam Abruzzo: https://poetryslamabruzzo.wordpress.com 

L.S.: A un poeta che non ha mai tentato la strada del poetry slam gliela consiglieresti? Per quale motivo?

A.P.: Consiglierei vivamente l’esperienza. Se scriviamo per comunicare qualcosa, quale migliore occasione di uno slam che mette (quasi sempre gratuitamente) a disposizione un palco e un pubblico a cui potersi relazionare e con cui potersi misurare­­­­?

L.S.: Quali pensi che siano o possano essere le derive poco felici di un cattivo svolgimento del poetry slam o di una malsana accettazione di sé in quanto slammer nel caso di una mancata affermazione?

A.P.: Probabilmente le stesse dei poeti che si iscrivono ai concorsi letterari e rimangono preda delle stesse dinamiche non obiettive di recriminazione.

L.S.: Nel tuo caso specifico di poetessa, slammer e MC hai sentito l’esigenza di scrivere, in vista della partecipazione agli slam, testi maggiormente sperimentali, destrutturati e contemporanei, più inclini all’oralità di una competizione come questa che non alla più accademica e formale partecipazione a un concorso letterario?

A.P.: In realtà i testi che ho scritto per gli slam sono addirittura più strutturati di quelli scritti a verso libero nella mia produzione parallela, in quanto per gli slam mi è capitato di “assemblare” dei testi con strutture circolari, ripetitive, con più anafore e più epifore. Questo per il discorso che abbiamo tracciato prima e cioè che invece proprio quelli più strutturati sono quelli che più si prestano all’oralità, avendo formule e forme più memorizzabili. E mi è capitato di sperimentare più con gli haiku che nelle mie performance da slam. Quello in cui ho maggiormente sperimentato è la performance vera e propria: non sono mancate serate in cui ho inserito anche dei ritornelli musicali nell’esibizione.

Gennaio 2018

 

La riproduzione di questa intervista, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

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Intervista al poeta e performer Max Ponte. A cura di L. Spurio

Max Ponte è nato nel 1977, vive e lavora a Torino. Si è laureato in Filosofia all’Università di Torino con una tesi in Estetica. Svolge attività di ricerca presso l’Università di Parigi-Nanterre. Sue poesie e racconti sono stati pubblicati in antologie, riviste e raccolte collettive. Per la poesia ha pubblicato Eyeliner (Bastogi, 2010) e 56 Poesie d’amore (granchiofarfalla, 2016), mentre per la saggistica Potere Futurista (2015). Ha curato alcune mostre di arte contemporanea e di poesia visiva. Collabora con il blog letterario “La Poesia e Lo Spirito”. Si è occupato per anni di poetry slam promuovendo eventi poetici in tutta Italia. Nell’agosto del 2016 ha creato “L’Angelico Certame”, una gara poetica da lui ideata e realizzata in tutti i suoi particolari, dal nome al logo ad ogni aspetto del progetto e del regolamento. Il suo blog personale è http://maxponte.blogspot.it/

 

L.S.: Quando ti sei avvicinato per la prima volta alla poesia e quando hai scritto il tuo primo testo?
M.P.: Mi sono avvicinato per la prima volta alla poesia alle scuole elementari. Una maestra eccezionale, poetessa, mi trasmise il fuoco sacro per l’arte della parola e mi fece partecipare al primo evento, La Festa dell’Albero, nel quale i bambini erano invitati ad intervenire con testi poetici o disegni. Non avevo mai preso in mano un microfono fino a quel momento e tremavo.
 L.S.: Che ruolo ricopre la poesia nella tua vita?
M.P.: La poesia ricopre un ruolo centrale, essenziale, insostituibile nella mia vita, pare quasi retorico ma non lo è. Senza la poesia sarei scomparso tante di quelle volte da non ricordarmi neanche di me stesso.
L.S.: Che cosa ne pensi della poesia civile contemporanea o pseudo tale, quella gran fetta di testi poetici che, con stili e linguaggi anche molto differenti tra loro, trattano dei drammi sociali, dei casi d’inadeguatezza dell’uomo contemporaneo e dei suoi disagi, dell’allarmismo terroristico e tanto altro ancora?
M.P.: Esiste veramente un tal filone? Penso comunque che sia lodevole il tentativo di fare poesia civile, ritengo sia estremamente delicato ed è una vocazione più specifica a quella generalmente poetica che si deve avere. Le mie poesie civili sono poche, ne ricordo una contro il terrorismo, vorrei in questi giorni, dopo una lunga mobilitazione sindacale alla quale ho partecipato, scrivere un testo sul lavoro, i licenziamenti, la disoccupazione.
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Max Ponte
L.S.: Tra i tuoi maggiori interessi figura lo studio dell’avanguardia futurista alla quale hai dedicato una pubblicazione dal titolo “Potere futurista” (2015). Da cosa nasce tale interesse e in che modo si è sviluppato nel tempo?
M.P.: L’interesse per il futurismo fa parte di uno slancio vitale tutto bergsoniano che ho inseguito e ritrovato concretizzato nel movimento marinettiano. Nei futuristi c’è tutto il desiderio, tutto l’ardore e tutta l’ingenuità di chi vuole vivere e trasformare la realtà. Iniziai a studiare i futuristi autonomamente, e dopo la tesi in estetica dedicata a Marinetti e soci, ho proseguito. Del futurismo ho affrontato due aspetti: il rapporto fra l’arte e la politica trattato in Potere Futurista, dalla mia tesi in Estetica; e un argomento più circostanziato come quello performativo e competitivo della poesia futurista.
L.S.: Quali consideri gli esponenti principali della letteratura futurista? Perché?
M.P.: Mah, l’esponente principale della letteratura futurista è senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti. Certamente Govoni, Palazzeschi, Soffici, Folgore hanno goduto e godono di grande attenzione. Però tutto va riportato a chi ha definito o meglio proposto una poetica (spesso disattesa), cadendo in disgrazia per il suo stretto rapporto, seppur critico, col fascismo. Il Manifesto del Futurismo redatto da Marinetti e pubblicato il 20 febbraio 1909 su Le Figaro (ma prima su altre testate) è un capolavoro, i manifesti sono testi letterari e poetici in forma programmatica. E il genio di Effetì, come lo chiama Giordano Bruno Guerri, merita molto di più. Oltre ai manifesti ricordiamo i romanzi, la creazione delle tavole parolibere, partiture per gli occhi e per la voce. Si potrebbe iniziare dalle prime poesie simboliste per arrivare fino all’ultima opera, Il quarto d’ora di poesia della X MAS. In questa parabola alcuni vertici come Zang Tumb Tumb per la poesia e Mafarka il Futurista per la narrativa. Quando non ritrovai Marinetti in un’antologia della poesia italiana come il Mengaldo mi inalberai fortemente. Mengaldo incluse in Poeti italiani del Novecento alcuni grandi poeti futuristi ma escluse il loro maestro, colui che aveva creato l’orizzonte indispensabile a quella generazione d’autori. Scelte come questa sono dettate da una matrice ideologica e da una volontà di rimozione. La pubblicazione di un Meridiano su Marinetti da parte della stessa Mondadori diede invece in quegli anni un segnale diverso. 
L.S.: Trovi che vi sia nella poesia e nella letteratura d’oggi qualcosa che sia erede della sensibilità futurista?
M.P. Solo esperienze isolate che non stanno emergendo, dal poetry slam alla poesia elettronica, e non stanno emergendo forse per il troppo provincialismo che c’è in autori, operatori e pubblico.
L.S.: Che cosa ne pensi delle contaminazioni artistiche come ad esempio la body poetry, la visual poetry o la performance poetica? Rappresentano delle forme valide per far cultura e giungere a un pubblico poco incline alle forme tradizionali?
M.P. Forme validissime ma senza un’attività di educazione nelle scuole e sul territorio non andiamo da nessuna parte. Perché il pubblico non coglierà la parte propriamente poetica e ne vedrà solo il mero spettacolo, prendendolo come una sortita ludico-teatrale o peggio da avanspettacolo, magari la performance risulterà gradita ma decontestualizzata dalla sua matrice letteraria.
L.S.: Recentemente hai tenuto un intervento in una conferenza tenutasi a Jesi relativamente al futurismo, dove hai relazionato in merito al fenomeno del poetry slam quale possibile derivato delle rissose serate futuriste. Ti andrebbe di tracciare il collegamento analizzandone i maggiori punti di contatto tra le due realtà performative?
M.P.: Il legame è alla base della mia ricerca e della mia tesi di dottorato. Il poetry slam italiano è approdato ai lidi delle patrie lettere grazie all’onda lunga avanguardista (disegnata da avanguardie storiche e neoavanguardie). Lo confermano le appartenenze di chi lo slam l’ha portato in Italia (Lello Voce proveniente dal Gruppo 93) e altri protagonisti della scena italiana vicini al mondo di Adriano Spatola, Arrigo Lora Totino, Nanni Balestrini. La possibile connessione fra la prima avanguardia e il poetry slam è più forte di quello che si possa pensare perché nel patrimonio marinettiano ci sono anche le gare poetiche, quasi nessuno se lo ricorda ma è così. Il concetto di poesia come sport è tutto marinettiano. Ho provato a parlarne in un saggio dal titolo Poetry Slam and Futurist Poetry Competition in International Yearbook of Futurism Studies 6 (2016).
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Max Ponte durante la conferenza sul futurismo svoltasi a Jesi (AN) il 12-02-2017 assieme al critico d’arte prof. Armando Ginesi, specializzato nelle avanguardie letterarie.

 

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La slide d’apertura dell’intervento di Max Ponte alla conferenza sul futurismo tenutasi a Jesi (AN) il 12-02-2017 organizzata dalla Ass. Euterpe.

 

L.S.: Quale è lo scopo della poesia performativa?
M.P.: Dare o meglio restituire corpo alla poesia, avvicinarla ancor più alla vita da cui proviene.
L.S.: Nel 2013 hai contributo a fondare la Lega Italiana di Poetry Slam (LIPS) divenendo primo segretario e mantenendo tale carica anche nell’anno 2014. Che ricordi hai di quel periodo e in particolare quanto lavoro e collaborazione ci furono tra i vari futuri fondatori prima di giungere alla costituzione di tale ente associativo?
M.P.: La nascita della LIPS fu un evento accompagnato da grande entusiasmo, e l’idea mia e dei fondatori era quella di unire tutte le realtà italiane del poetry slam (tutte le gare e tutte gli organizzatori italiani sparsi per la penisola), cosa che avvenne per la prima volta nel 2013 a Trieste. Fu un progetto ambizioso e un risultato notevole nella grande frammentazione culturale del nostro paese. Dopo pochi mesi mi accorsi che non si poteva andare avanti in quel modo, che i contrasti e le differenze e le beghe e gli interessi di bassa lega mi stavano pesando troppo. Uno scontro nel direttivo della LIPS successivo alla prima finale nazionale fece sì che io ed altri poeti uscissimo dall’associazione. Nacque qualche mese dopo SLAM ITALIA che coordinai con Bruno Rullo per due stagioni fino a lasciare al mio socio le redini. Oggi in Italia esistono due campionati di poetry slam, uno più strutturato sicuramente, quello della LIPS e un altro, un po’ meno incisivo ma attivo, quello di SLAM ITALIA. E son felice di poter aver dato il via ad entrambi. Oggi mi occupo di poetry slam soltanto come studioso come ricercatore come osservatore, dopo tanti slam ho l’urgenza di vivere e proporre altre dimensioni poetiche.
L.S.: Nel 2016, dopo un’esperienza di collaborazione con Bruno Rullo, coordinatore di Slam Italia – Rete Italiana di Poetry Slam, hai ideato “L’Angelico Certame”, una “gara poetica realizzata in tutti i suoi particolari, dal nome al logo ad ogni aspetto del progetto e regolamento” (come si legge sul sito ufficiale: www.angelicocertame.org). Come mai l’esigenza di creare un format che provveda a organizzare poetry slam svincolato dagli enti associativi preesistenti?
logo-angelico-certame2.jpgM.P.: L’Angelico Certame, come potrai leggere dal regolamento, non è un poetry slam. Bisogna forse chiarire di che cosa stiamo parlando. Il poetry slam è una gara di poesia in cui il poeta viene votato da una giuria interamente popolare, sorteggiata o individuata sul momento. Il poeta deve presentare poesie proprie in un tempo massimo di 3 minuti e non può usare oggetti di scena, costumi. Insomma la dimensione è più che altro orale, anche se può avere degli sviluppi performativi, dipende altresì dalla bravura di occupa la scena. Il format del poetry slam inventato dal poeta-operaio Marc Kelly Smith (lanciato nel 1986 negli USA e arrivato in Italia nel 2001) è abbastanza semplice, è la scoperta dell’acqua calda. Semplice sicuramente ed efficace ma con dei limiti espressivi, valutativi e culturali. Per questo dopo un’estate di meditazioni nel settembre del 2016 ho presentato per la prima volta a Torino L’Angelico Certame, un progetto poetico differente, rivolto a chi vuole provare un altro gioco. Si tratta sempre di una gara poetica (esistono dall’antichità per altro) a mio avviso più ricca, più raffinata e certamente più complessa. Il mio obiettivo quello di avanzare una proposta tutta italiana in grado di garantire l’espressività totale del poeta performativo. Chi partecipa all’Angelico Certame deve attraversare tre prove, la prima di improvvisazione su un tema scelto, la seconda orale/performativa, la terza di carattere teatrale o artistico. Inoltre il poeta è valutato da una giuria mista (popolare e tecnica) e ha un tempo di soli due minuti per le prime due prove. Siamo arrivati al sesto Angelico Certame ad oggi e il progetto è in piena espansione.
 
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Max Ponte durante uno dei suoi eventi

 

L.S.: La presenza di una giuria popolare nel poetry slam, vale a dire non caratterizzata da professionisti della letteratura, poeti, critici, studiosi è una delle prerogative fondanti del regolamento ufficiale che tende a sottolineare l’esigenza di una popolarità e democraticità della poesia. Come mai l’idea di inserire ne “L’Angelico Certame” una giuria mista formata – in parti uguali – da membri scelti tra il pubblico e altri da una compagine tecnica?
M.P.: Ti riporto direttamente il regolamento de L’Angelico Certame: «La presenza di una giuria mista nel corso della manifestazione conferisce equilibrio alla competizione rispetto ad una giuria formata di solo pubblico o di soli addetti ai lavori. Tale formazione rispecchia a tutti gli effetti la realtà della poesia contemporanea in cui la “critica” (in senso lato) e i “lettori” sono soggetti determinanti nel futuro di un autore.» Sottolineo poi altre due cose, che i giudici sono 4 (2+2) e che il campionato ha durata biennale, non ha un rush finale ma il poeta vincitore è colui che porta a casa più gare o a parità di gare il punteggio più alto.
 L.S.: Nella terza parte di gara de “L’Angelico Certame” si dà spazio alle contaminazioni artistiche tra poesia-immagine, poesia-musica, poesia-teatro e poesia-danza, rendendo ben più ampie le possibilità esibitive ed espositive del certante (lo slammer). Da quali considerazioni personali è derivata l’esigenza dell’inserimento di questo atto performativo multidisciplinare?
M.P.:  L’Angelico Certame nasce dalla presa di coscienza dei limiti, imposti o auto-imposti, dalle gare poetiche a cui avevo partecipato. I limiti vanno superati col coraggio e questo format è rivolto a coloro che vogliono provare a staccarsi dal suolo della consuetudine. L’angelo/poeta è un messaggero che può andare ovunque ma lo deve fare con efficacia, rapidità e portando la sua novella.
 L.S.: Lello Voce parlando dell’elemento agonistico dello slam ha osservato che è “dal combattimento che può nascere qualcosa di nuovo, dal riconoscimento della nostra differenza affidato alla comunità […] Solo dal dialogo può nascere una lingua che ancora non c’è. […]  I poeti sono – tutti o quasi – ferocemente competitivi”. Che cosa ne pensi? Sei d’accordo con lui? Perché?
M.P.: Sono d’accordo, anche se poi si è soliti ripetere retoricamente che il combattimento non sia altro che un’occasione per diffondere poesia, che il punto è la poesia e altri blabla. Ma è evidente che la “scusa” della diffusione della poesia rientri essa stessa in un procedimento per trovare scuse. I poeti non sono certo dei bénévoles, sono affetti da competizione, narcisismo, individualismo, sindromi che se non volgono al meglio rendono il poeta un pessimo artista e un pessimo essere umano. Da non conoscere personalmente e da non leggere. Perché tout se tient.
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Max Ponte durante un evento de “L’Angelico Certame”
L.S.: Nella tua significativa esperienza di MC puoi sostenere che esistano testi poetici più adatti a un poetry slam rispetto ad altri? Se sì, quali peculiarità li contraddistinguono?
M.P.: Tutti i testi sono potenzialmente adatti dipende da come vengono performati. Per valutare un poeta performativo bisognerebbe avere un documento video. Detto questo, il testo lineare rivela nella maggior parte dei casi la capacità creativa del poeta e in mancanza d’altro ci si affida a quello.
L.S.: Credi che il timore dello uno slammer nell’esibirsi per primo in una competizione dovuto al pensiero di ricevere una votazione tendenzialmente bassa dalla giuria sia concreto? Perché?
M.P.: Penso sia un timore e basta, potrebbe ricevere una votazione anche alta, e comunque le gare di solito non iniziano “a freddo” ma sono aperte da un reading o da un giro in cui si simula una votazione.
L.S.: Il performer sudamericano Rojo Cordova in una dichiarazione ha avuto modo di osservare che “Il poetry slam è l’elemento quintessenziale della letteratura”. Credi che al poetry slam vada riconosciuto un qualche valore letterario?
M.P.: In se stessi i format poetici, più o meno strutturati che siano, il poetry slam, L’Angelico Certame, gli open mic, i reading, e se vogliamo pure i festival, non sono che cornici, forme, la differenza la fanno i poeti singoli. Queste cornici possono avere certamente un valore letterario, e mi auguro che ce l’abbiano, ma tale valore è fluttuante. Le “cornici” sono da assumersi come laboratori, fucine di talenti, come spettacoli in cui avere punti di osservazione privilegiati sulla poesia italiana contemporanea.
 L.S.: Sono vari gli intellettuali che non hanno mancato né si esimono dal mostrare una certa perplessità nei confronti del poetry slam. Tra di loro Jacopo Raimunda ha osservato che “[esso è] meno efficace rispetto alla lettura di un testo, lettura silenziosa o ad alta voce, ma comunque in solitudine, con più attenzione e con meno filtri. Secondo me la parola scritta è più precisa, più puntuale della parola letta e la precisione è uno degli ingredienti fondamentali della potenza”. Che cosa risponderesti a una simile osservazione?
M.P.: La poesia nasce come poesia orale non come poesia scritta, si potrebbe ribaltare tutto dicendo altresì che la poesia scritta non abbia la stessa capacità espressiva di quella orale. Si tratta di due modi diversi di poetare, che possono comunicare fra di loro, non dobbiamo cercare contrasti inutili. Oggi ci sono poeti che vivono entrambe le dimensioni e i filoni di ricerca, il contrasto è il residuo di un’eterna querelle fra partigiani dello sperimentalismo e partigiani della tradizione, ma oggi sinceramente possiamo occuparci d’altro.
 L.S.: Che cosa ne pensi degli slam in cui gli organizzatori provvedo a una pre-selezione dei poeti che attueranno quali slammers?
M.P.: Mi pare sia opportuno fare così in tutti gli eventi poetici.
 L.S.: A un poeta che non ha mai tentato la strada del poetry slam gliela consiglieresti? Adducendo quali ragioni?
M.P.: Consiglio a tutti i poeti di lavorare sulla parola, mettersi in gioco e partecipare agli slam e soprattutto a L’Angelico Certame.
L.S.: Quali pensi che siano o possano essere le derive poco felici di un cattivo svolgimento del poetry slam o di una malsana accettazione di sé in quanto slammer nel caso di una mancata affermazione?
M.P.: Derive sono presenti e attengono a quelle deficienze comportamentali e umane delle quali parlavamo prima. Deriva sommamente infelice è a mio avviso che il mondo poetico, già marginale in se stesso, diventi autoreferenziale perdendo la capacità di sedurre.
L.S.: Credi che l’indifferenza di alcuni intellettuali verso questa tendenza performativa che è lo slam sia una sciatta miopia o che abbia, invece, più i connotati di una mancanza di giudizio critico verso un fenomeno sociale agglutinante che ha diritto di essere tenuto in considerazione e studiato?
M.P.: Un intellettuale o un letterato o un ricercatore di comprovata onestà non possono e non devono trascurare i fenomeni odierni di poesia performativa. Chi li trascura coltiva solo il proprio orticello. Mi pare che sia una tendenza tutta appartenente alla nuova e supponente ignoranza quella di procedere senza una visione d’insieme, come particelle sparate nella società, sempre più povere sempre più deboli.
Grazie per il tempo che hai dedicato a rispondere alle domande.
Lorenzo Spurio
07-01-2018
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