“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Anna Maria Balzano

Sorgo Rosso di Mo Yan (premio Nobel 2012)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

8806178520Non è semplice per chi ha una visione eurocentrica del mondo, sia pure scevra da pregiudizi e aperta allo studio e all’analisi di culture diverse,  cogliere le sfumature e i significati reconditi di un’opera come Sorgo Rosso di Mo Yan.

Siamo di fronte a un romanzo epico, la cui struttura si basa sulla divisione in cinque libri, Sorgo Rosso, Vino di sorgo, Le vie dei cani, Il funerale del sorgo, Pelli di cane, ognuno dei quali è quasi un romanzo a se stante. La scelta di dividere l’opera in libri, all’interno dei quali vi è un’ulteriore suddivisione in capitoli, rispetta i canoni dell’epica classica: si pensi anche solo all’Iliade, all’Odissea e all’Eneide. D’altra parte come nei poemi greci e latini si raccontavano le gesta eroiche, i miti, le tradizioni dei popoli e delle genti, al fine di conservarne e tramandarne la storia e la civiltà, così in questo romanzo contemporaneo, si raccontano le vicende di una famiglia e dei suoi componenti  sullo sfondo di fatti storici reali, arricchiti e integrati da storie tratte dalla tradizione popolare, spesso esagerati per la presenza di superstiziose credenze e di fobie materializzate.

Il racconto è affidato all’ultimo discendente che in prima persona rievoca la vita e le esperienze dei suoi avi. La progressione narrativa non è lineare, ma si svolge attraverso numerose digressioni che riportano al passato e proiettano continuamente nel futuro. Così vediamo che personaggi di cui si descrive la morte già nei primi capitoli, ritornano continuamente, per vivere e morire di nuovo. E’ il caso dello zio Liu, scorticato vivo, o della nonna del narratore.

Più che ad una progressione temporale orizzontale, dunque, qui siamo di fronte ad una progressione verticale, come se l’autore avesse scelto di creare dei bozzetti, degli studi, con tecnica pittorica, componendo dei veri e propri quadri, delle scene, per poi poter raggiungere una sintesi finale, nell’assemblaggio delle varie parti.

Ogni parte, dunque, ha la caratteristica di un romanzo nel romanzo.

Non ci è ovviamente possibile apprezzare le sfumature linguistiche, senza conoscere la versione originale dell’opera, ma se, come lo stesso autore ha dichiarato, l’intento è stato quello di usare un cinese classico contaminato da termini derivati da lingue occidentali, l’opera di sintesi compiuta appare ancora più ardua e ambiziosa.

Tra i personaggi sono di grande spicco quelli femminili: la nonna, che appare risoluta e emancipata, pur provenendo da una società contadina arretrata, fa scelte personali autonome e dalle parole del narratore traspare tutta la sua ammirazione. Anche la seconda nonna di cui si sottolineano maggiormente le qualità estetiche appare come un’eroina ed è vittima degli avvenimenti tragici che la travolgono. 

Il bandito Yu Zhan’ao, ora eroe, ora vile, ora combattente in difesa del proprio paese, viene descritto talora con ironia, talora con tacita disapprovazione.

Sullo sfondo del racconto, o meglio dei racconti, vi è sempre l’elemento naturale: il sorgo rosso è il letto su cui si concepisce la vita, su cui si nasce e su cui si muore. La natura è vista nella sua dimensione idillica e al tempo stesso crudele.

L’elemento animale è altrettanto polivalente: il cane è il fedele amico, ma è anche il feroce attaccante pronto a sbranare, a mangiare il cadavere dell’uomo, per finire esso stesso pasto per i poveri e gli affamati e la sua pelle servirà a coprire dal freddo. Il mulo è ora il mezzo di trasporto affidabile, ora l’ottusa e recalcitrante bestia, ostacolo alla salvezza del padrone. In questa evidente complessità narrativa si innestano i riti e le tradizioni del popolo cinese: il rito del matrimonio, con il trasporto della sposa sulla portantina, e il rito del funerale, raccontato in più riprese; se si tiene conto degli sconvolgimenti sociali e politici che il popolo cinese ha subito nel ventesimo secolo, si capisce come anche questi riti siano radicalmente cambiati, a volte siano stati persino soppressi.

Ciò che colpisce in questo romanzo è come tutta l’azione si svolga prevalentemente all’esterno e non siano presenti descrizioni d’interni: questo conferisce maggiore spessore alla narrazione epica. Non mancano episodi ansiogeni e claustrofobici, come quello in cui si descrive l’esperienza di colei che diventerà la madre del narratore abbandonata con il fratello dai genitori in fondo ad un pozzo perché possano sfuggire alla violenza del nemico. Un racconto che, per l’atmosfera che crea, ricorda molto da vicino “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe.

Il premio Nobel conferito a Mo Yan è motivato dal “magico realismo che mescola racconti popolari, storia e contemporaneità”, per cui qualcuno ha voluto accostarlo a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Le due opere, però, sono, a mio avviso, molto lontane, soprattutto per la visione e la concezione del mondo totalmente diverse, visione più cruda e pessimistica in Mo Yan, più leggera e fantastica, pur nel suo profondo significato, in Marquez. 

DI ANNA MARIA BALZANO

 

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Spesso ti dicono di non arrenderti” di Santi Moschella, recensione di Anna Maria Folchini-Stabile

Spesso ti dicono di non arrenderti
di Santi Moschella
Armando Siciliano Editore, 2012
ISBN: 9788874426744
Pagine: 136
Costo: 10€
 

Recensione a cura di ANNA MARIA FOLCHINI-STABILE (poetessa e scrittrice)

copertina santi moschella_copertina definitiva perlungo.qxdIl romanzo si sviluppa intorno a un luogo sacro nella memoria collettiva degli Italiani, la stazione di Bologna, dove nel 1980 si compì la tremenda strage impunita che vide perire, tra gli altri, Onofrio Zappalà, un giovane ferroviere siciliano che casualmente si era trovato sul luogo dell’attentato e che morì insieme alle numerosissime vittime.
Dopo molti anni nella medesima stazione si ritrova un altro Onofrio,  il protagonista del romanzo che è in attesa del treno, in considerevole ritardo, che lo riporterà a casa dopo un colloquio di lavoro che gli permetterà, lasciata la sua Sicilia, di raggiungere quella stabilità economica tanto agognata  per realizzare i suoi progetti futuri di uomo e di vita professionale.
Una trama molto semplice che, peró, permette all’Autore di affrontare molti temi che costituiscono le radici stesse del vivere civile e sociale e che ben si offrono alla lettura personale , ma anche guidata nella discussione in classe, su argomenti molto sentiti e dibattuti in questi anni.
Se emerge in primo piano il dibattito sull’immigrazione e sul fatto che il lavoro delle giovani generazioni è tema scottante di questi tempi, non mancano nel corso della narrazione suggerimenti all’approfondimento del discorso sull’ambiente e sulla cura e il rispetto dovuti al contesto ambientale in cui si vive. Fortissimo è il legame tra il protagonista e i due anziani che fanno da contorno alle sue vicende, la nonna Carmela e  lo “zio” Cola Presti che rappresentano il “ponte” affettivo e di memoria tra le generazioni a testimonianza che siamo tutti figli ed eredi del passato che ci ha preceduto e che, quindi, nessun uomo può prescindere dalla sua “storia”.
Importanti momenti narrativi sono quelli dedicati al valore del volontariato e dell’associazionismo, all’impegno – anche politico e inteso come scelta di fronte – per comprendere che in nessun ambito il cittadino puó rinunciare alla capacità di maturare una coscienza propria che gli permetta di scegliere la sua posizione nella giungla degli opportunismi che condizionano il vivere nel mondo attuale.
Un libro “buono” da leggere e meditare per riscoprire quelli che sono i valori e gli ideali fondamentali che costituicono l’uomo nella sua essenza e favoriscono i rapporti tra gli uomini tutti.
“Onofrio [il protagonista] é la parte più nobile che c’è in ciascuno di noi. È l’anima che attraverso il sogno riesce a vedere una nuova realtà e si batte per costruire giorno dopo giorno uomini migliori”.
Un libro “necessario” nel momento storico in cui stiamo vivendo e in cui la superficialità dei modelli proposti dai mezzi di comunicazione tende ad abbassare le mire personali giovanili invalidando gli insegnamenti e i suggerimenti educativi oppure a ridurre il tutto a fuga dalle responsabilità personali purchè si affermi l’egoismo del singolo.
Un libro da leggere che si inserisce nella tadizione dei grandi scrittori siciliani e che di nulla manca rispetto a Sciascia e Bufalino, perchè Santi Moschella riporta il lettore al messaggio fondamentale e chiarissimo: ogni essere umano che ha in sè “valori”, è egli stesso “valore” e il vivere sociale è una ricchezza che trova fondamento nella parte positiva del cuore dell’uomo.

Anna Maria Folchini Stabile

Angera, 13 dicembre 2012

 

Clicca qui per acquistare il libro.

 

LA PRESENTE RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE O DIFFONDERE QUESTO TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Domani esce “Miele”, nuovo romanzo di Ian McEwan

a cura di LORENZO SPURIO

Esce domani in Italia presso Einaudi il nuovo libro di Ian McEwan, Sweeth Tooth, tradotto in Miele. Lo scrittore britannico, che è stato recentemente insignito del Jerusalem Prize e che è stato in Italia, a Pordenone,  per ritirare il Premio “La storia in un romanzo”, regala al lettore un “romanzo di idee”, come piacque a lui riferirsi a una nuova stagione della sua produzione narrativa a partire dal 1997, inaugurata con Enduring Love, tradotto in Italia con L’amore fatale, contenente la storia di un inguaribile erotomane.

McEwan, grande amico e collega di quel gruppo di scrittori affermatisi soprattutto a partire dagli anni ’80 tra cui Martin Amis, Salman Rushdie e Christopher Hitchens, è considerato uno dei maggiori scrittori al mondo e spesso ritenuto come papabile per il premio Nobel per la letteratura. Esordì alla fine degli anni ’70 con due raccolte di racconti, First Love, Last Rites (Primo amore, ultimi riti) e In Between the Sheets (Fra le lenzuola) con le quali presentava l’uomo contemporaneo alle prese con i danni della psiche con le sue nevrosi e manie non mancando di tratteggiare squarci di infanzia deviata e aberrazioni sessuali. Un esordio che gli valse il poco felice nickname di “Ian Macabre” dal quale, però, nel corso della sua lunga carriera è andato distanziandosi. Celeberrimo il romanzo Atonement (Espiazione) pubblicato nel 2001  e portato sulle scene da un fortunatissimo adattamento di Joe Wright. Con quell’opera McEwan è stato a ragione considerato e inserito nel filone della grande tradizione del romanzo inglese, da Jane Austen passando alle Bronte, sino a Dickens e Lawrence. Per un’analisi più approfondita sul romanzo, è consigliato il mio recente saggio dal titolo Flyte & Tallis. Cliccare qui per saperne di più.

Il nuovo romanzo, Miele, propone una detective story ambientata negli anni ’70. Non è la prima volta che l’autore inserisce le sue storie in una cornice storica precedente al nostro oggi: si ricordi ad esempio il clima pesantemente moralista e pieno di tabù degli anni ’60 in On Chesil Beach o la violenza della guerra fredda in Black Dogs (Cani neri). La protagonista del nuovo romanzo, Serena Frome, è una spia che durante la sua attività segreta si innamorerà dell’opera e poi della persona di un giovane scrittore, Tom Haley. Ci sono vari riferimenti biografici all’autore nell’opera a partire dal personaggio di Serena Frome basato, come l’autore stesso ha rivelato, su una sua vecchia ragazza, deceduta nel 2003. Nell’opera figura anche l’amico-collega Martin Amis ed è dedicata in apertura all’altro grande amico, Christopher Hitchens, recentemente scomparso per un tumore.

Niente depravazione se si pensa alle opere d’esordio dell’autore, dalle quali spesso ha preso distanza osservando che erano “lavori giovanili”, anche se pure in questo romanzo si parla abbondantemente di sesso, sessualità e relazioni. Questo aspetto costituisce un filo rosso nell’intera produzione dell’autore se si pensa ad esempio ai recenti romanzi Saturday (Sabato) dove il personaggio Henry Perowne, nonostante le varie vicissitudini di una singolare giornata di lavoro, riscopre la bellezza di fare l’amore con la moglie e in Solar dove il protagonista, il poco affidabile fisico Micheal Beard, non è altro che uno stanco collezionatore di esperienze amorose.

Ampia la critica giornalistica sul romanzo uscito in lingua inglese appena due mesi fa. C’è da augurarsi che in Italia abbia altrettanto successo. La storia, come è stato sottolineato da varie recensioni, interseca il genere spionistico con la storia d’amore, non mancando di mostrarsi al lettore particolarmente avvincente per la consueta e consolidata abitudine dell’autore di narrare facendoci entrare direttamente in scena.

a cura di LORENZO SPURIO

11/11/2012

“La bambina con la farfalla sulla testa” di Dunia Sardi, recensione di Lorenzo Spurio

La bambina con la farfalla sulla testa

di Dunia Sardi

prefazione di Gianni Cascone

postfazione di Giuliana Bonacchi Gazzarrini

Attucci Editore, Carmignano (PO)

ISBN: 9788897754008

Numero di pagine: 128

Costo: 13€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

In soli 128 pagine Dunia Sardi ci fa fare un viaggio nella storia dell’Italia contemporanea a partire dalla seconda guerra mondiale sino agli anni ’80. Questo libro, che potrebbe essere definito storico, ha solo alcune caratteristiche di questo genere: non ci sono date precise, riferimenti a battaglie, episodi politici, avvicendamenti al governo od altro, elementi che, invece, sono sempre trattati con attenzione in scritture di questo tipo. La storia ufficiale si mescola alla storia privata di Dunia Sardi a partire dalla sua infanzia, fino alla maturità in una serie di racconti in cui la scrittrice evidenzia l’attenzione verso il prossimo e l’importanza dei sentimenti. Quello che viene descritto, è un mondo che si è perso, una realtà che con il tempo è venuta a cambiare: le piccole realtà di provincia una volta dedite quasi completamente alla vita dei campi hanno visto la nascita delle prime fabbriche –soprattutto tessili nella zona pratese di cui Dunia ci parla- e questo, oltre che mutare l’ambiente fisico, ha costituito un cambiamento non di poco conto nella maniera che l’uomo ha di relazionarsi agli spazi.

Il racconto avviene in forma di flashback, si rievocano i ricordi, dei momenti che, pur lontani, sembrano ancora vivissimi nella mente dell’autrice. Si parte dal difficile periodo di guerra con riferimenti a bombardamenti, internamenti, rastrellamenti e l’Italia allo sbando nel 1943: “Poveri noi e povera Italia, ora c’è scappato anche il Re con tutta la famiglia!” (p. 14). La guerra è vista dagli occhi innocenti della giovane Dunia che non riesce a comprenderla del tutto e che vede in essa due elementi principali: la distanza del padre perché prigioniero degli inglesi e il dramma della nonna Morina che, assieme alle sue sorelle, si logorano nell’attesa del ritorno di un giovane nipote che, invece, catturato dai tedeschi, non farà più ritorno a casa.

Il secondo racconto, “La bambina con la farfalla sulla testa”, che dà il titolo all’intera raccolta, gioca appunto sull’immagine della farfalla, animale esile e particolarmente affascinante che vola e si libra nei cieli, come la libertà che la protagonista spera per suo padre e-intuiamo- del popolo in guerra. Ed è per questo che la foto di Dunia con la “farfalla in testa” una volta ricevuta dal padre al fronte viene assunta come segno vivo di speranza e di ottimismo: “Quel Natale era stato meno triste, per loro che erano lontani dalla famiglia: era bastata la fotografia di una bambina con una farfalla sulla testa, come presagio a riaccendere la speranza che certamente un giorno sarebbero usciti da quel campo di guerra per volare liberi come farfalle” (p. 20).

Il padre di Dunia riuscirà a salvarsi, ma se vogliamo dare uno sguardo più ampio sull’intera storia, dobbiamo dire che moltissimi uomini, prigionieri o al fronte, non furono altrettanto fortunati. Segue poi il racconto del ritorno a casa del babbo, la costruzione della nuova casa e l’arrivo dei fratelli. In tutto ciò è principalmente uno il personaggio su cui la Dunia pone grande interesse: la nonna Morina alla quale è dedicato l’intero libro. La nonna è una confidente e una consigliatrice e, sebbene Dunia ce l’abbia la madre, in fondo è Morina che sembra acquisire i connotati di madre e proprio per questo i genitori le vieteranno di passare troppo tempo con lei: “Il babbo non sopportava che preferissi stare insieme alla nonna Morina e andare in giro con lei invece di stare a casa con la mamma” (p. 62). La figura della madre resta un po’ nell’angolo e sbiadita. Morina, priva di cultura, era ricca però di sensibilità, come dice l’autrice, ed è per questo che la giovane Dunia amava tanto stare con lei, raccontatrice di favole e di storie, come una sorta di balia tardovittoriana.

Vari elementi nel testo che vengono richiamati come la nascita del movimento sindacale, il dualismo Coppi-Bartali, l’antagonismo De Gasperi-Togliatti o le prime vere “canzonette”, i balli nelle balere, ci immettono direttamente nel clima culturale degli anni ’50-’60. E’ un periodo in cui la morale è ancora ammorbata da tabù e pregiudizi che limitano grandemente le volontà dei giovani, pena il castigo familiare e l’etichettamento sociale: “faceva paura la maldicenza, rivolta specialmente verso le ragazze più corteggiate, come se veder parlare due ragazzi insieme passeggiando fosse già un peccato” (p. 82).

Questo libro è ricchissimo nei contenuti e credo che possa essere utilizzato con successo nella didattica della storia contemporanea, meglio di ogni altro manuale con date e lunghe descrizioni degli avvenimenti. Dunia Sardi inserisce la “sua” storia nella storia di tutti come quando narra dei soprusi nazisti, della fuga del re dall’Italia o del clima di rinascita del dopo guerra con la ripresa economica dovuta all’industrializzazione, ciò che nei libri viene definito come “boom economico” o “miracolo economico”: “Verso il 1960 la fabbrica stava andando a gonfie vele […] Il paese stava prosperando […] Il paese stava cambiando volto” (p. 79).

La lettura coinvolge e fa riflettere. Come è indicato nella nota di postfazione, non c’è nulla di inventato e la storia di Dunia può essere assunta come affidabile cronista della realtà, di un mondo che ha dovuto sopportare violenze, le lotte di affermazione della donna e la riconquista della dignità umana. E’ un libro ricchissimo, fortemente autobiografico che è anche un corposo diario di memorie, perché come osserva la narratrice: “Oltre la soglia della gioventù c’è il tempo che in un soffio si mangia il futuro, finché ti fermi a guardare indietro, cercando di ritrovare fra i ricordi, le immagini e i sentimenti di un tempo già passato, con nostalgia” (p. 88).

Il libro di Dunia è vivo, ogni elemento rimanda direttamente a un episodio vissuto ed esso a sua volta si iscrive in un tempo particolare che, come da lei, è stato vissuto da tantissime altre persone. Tutti negli anni di guerra hanno avuto almeno un morto nelle proprie famiglie, tutti hanno dovuto sottostare alla bigotta mania moralistica degli anni ’50-‘60, tutti hanno visto il proprio territorio cambiare: dalla campagna alla fabbrica fino, nei giorni più recenti, all’avanzata della manifattura cinese. Dunia Sardi è riuscita a metterlo sulla carta e a cristallizzare quei momenti che in questo modo mai saranno dimenticati. Rimarranno nel vento, a volteggiare imperscrutati, proprio come la farfalla che implorava libertà durante la guerra e il volo in deltaplano di cui leggiamo nell’ultimo racconto, ambientato negli anni ’80, dopo un’ampia ellissi.

a cura di Lorenzo Spurio

Soria, 21/10/2012

Chi è l’autrice?

DUNIA SARDI è nata a Agliana, in provincia di Pistoia, nel 1941. Da sempre ha coltivato la passione per la scrittura e dopo la pensione, vi si è dedicata. Dal 2006 scrive racconti e romanzi, con i quali, fra gli altri ha vinto il premio letterario “Pennacalamaio” di Savona (anno 2008) e si è classificata al secondo posto del premio “FENACOM” di Prato (anno 2007). Alcuni suoi racconti figurano nell’antologia del premio: “CITTA’ DI SAVONA Enrico Bonino” (anno 2008). I suoi racconti narrano, come in un novellare, l’ambiente e il tempo dell’infanzia, in un periodo segnato dalla guerra e dalla povertà, ma anche dalla ricchezza data dagli affetti delle persone care e da tante piccole cose semplici.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRLACI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑