“Lo splendore del niente e altre storie” di Maria Attanasio, recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio

 

411kfsYU87LDue anni dopo la pubblicazione del romanzo storico La ragazza di Marsiglia (Sellerio), che ricostruisce la storia di Rosalie Montmasson, l’unica donna dei Mille, moglie di Francesco Crispi dal 1854 al 1875, poi cancellata dalla storia del nostro Risorgimento, Maria Attanasio pubblica, sempre con Sellerio, Lo splendore del niente e altre storie, sette storie, già variamente edite ora riunite in un unico volume in riconoscente omaggio a Elvira Sellerio.

Maria Attanasio è ancora una volta concentrata sulle donne antiche di cui resta traccia negli archivi o nell’immaginario popolare. A queste si avvicina sempre con l’inesauribile passione di chi sente la scrittura storica come destino. In apertura del libro “Delle fiamme, dell’amore” presenta una nobile storia d’amore e morte sullo sfondo dell’incendio che a Caltagirone distrusse le baracche, costruite dopo il terremoto del 1693. Tra le conseguenze di questo evento si colloca anche la storia di Francisca, protagonista di “Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile”. Rimasta prematuramente vedova, senza figli e sostegno familiare, Francisca decide di indossare abiti maschili e così guadagnarsi onestamente da vivere, ma i sospetti dei vicini di casa suscitano l’attenzione dell’Inquisizione, che dà alla storia un esito imprevedibile.

Eziologica è la storia di Annarcangela “La donna pittora” raccolta dalla scrittrice sulla strada del Santuario del Soccorso, costruito sul luogo del misterioso ritrovamento di un crocifisso, restaurato   in una sorta di trance da Annarcangela.

Il ‘700 porta anche a Caltagirone una ventata di “ribellione” l’ostinazione inflessibile di donna Ignazia, protagonista di “Lo splendore del niente”, che dà il titolo alla raccolta, che, diversamente dalle donne protagoniste delle storie precedenti, si “ribella” alla famiglia e realizza un suo progetto di vita libero e ascetico volto alla contemplazione del niente. Ma il ‘700 è anche il secolo del popolo e delle sue rivendicazioni, tema caro alla scrittrice che con ironia tratta la rivolta degli abitanti di Procida ne “I gatti dell’isola nomade” contro la disposizione regia di uccidere tutti i gatti dell’isola, rei di cacciare i fagiani destinati tutti alla passione venatoria del re Carlo di Borbone.

E ancora venato d’ironia è l’incipit “Dell’arcano liquore e di altri odori” sull’esecuzione a Palermo di Giuanna Bonanno, la vecchia dell’aceto: “Dei tremendi rumori parigini, che in quell’ardente luglio del 1789 spalancavano a borghesi e proletari le porte della storia, poco-e a pochi-arrivava a Palermo il suono e il senso; ad accendere immaginario e conversari di nobili e plebei della felicissima città era invece lo spettacolo previsto per giovedì trenta.”

A Caltagirone ritorna l’ultimo racconto “Morte per Acqua” che trae spunto dall’invasione di cavallette del 1789 e dallo studio del caltagironese Biagio Crescimone “Osservazione sulla vita delle cavallette e sui mezzi per distruggerle”. Un cieco istinto spinge l’insetto a morire gettandosi in uno stagno a Saint-Denis, mentre “l’Assemblea Costituente proclamava la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino”. L’ampia dinamica della storia resta lontana dalla Sicilia e da Caltagirone, indifferenti e chiusi nel tempo ciclico dell’agricoltura.

Maria Attanasio si riconosce in queste esistenze esigue e dimenticate, rese personaggi dalla sua immaginazione, che si snoda sempre in uno stretto legame tra fatti e luoghi; sono delle “resistenti” e come lei non si piegano, credono e lottano.  La scrittrice dando loro respiro e sentimento, le fissa in gesti assoluti e senza ritorno: “senza vossia non ce n’è mondo! “di Catarina; “fimmina dintra e masculu fora”  di Francisca; “ cancellati i me piccati, mantiniti a menti mia” di Annarcangela; la “radicale affermazione del niente” di Ignazia Perremuto, fino all’originale leggerezza di Levia.

Tutte le storie si sviluppano con rapidità, concentrate su fatti essenziali che riempiono i silenzi del tempo in un preciso contesto locale e storico, di cui si coglie il nesso con la contemporaneità. La lingua semplice e precisa asseconda questo disegno, incisa talvolta di parole latine e dialettali; assume un ritmo poetico quando sfiora particolari autobiografici come la “salvifica cucuzza gialla c’a stimpirata ri l’acitu”.

Poetici sono stati gli inizi di Maria Attanasio in giovanissima età. Nel tempo maturando l’impegno politico per un progetto di mondo libero da ogni ingiustizia la scrittrice ha variato il linguaggio dell’io in quello del mondo e scoprendo la propria storicità si è dedicata alla narrazione.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“24 secoli di storie. Ancona in racconti” di Laura Appignanesi sarà presentato mercoledì 8 luglio

I LUOGHI E L’IMMAGINARIO, TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO è il titolo dell’evento che avrà luogo la sera dell’8 luglio nella magica cornice della terrazza di palazzo Ferretti, all’interno della rassegna “Notti al Museo”. Parole e immagini sono gli ingredienti che compongono un viaggio alla scoperta dei luoghi e delle idee che ne costituiscono la struttura invisibile. Laura Appignanesi presenterà il suo libro ” 24 secoli di storie. Ancona in racconti”, i cui personaggi ci condurranno attraverso atmosfere cangianti nel tempo. E si comincerà proprio da qui, dalla terrazza affacciata sul mare, dove la giovane Luisa vive la sua fugace, tormentata, passione. La grande storia trapela attraverso piccole storie: attimi qualunque, sublimati dentro universi letterari dove il cesello della ricostruzione storica si unisce a quello dell’introspezione psicologica. Come sempre però l’immaginario, che restituisce il mondo attraverso la fantasia, si fa medium di un messaggio che può essere scandagliato con le parole degli studiosi.
Prendendo spunto dalle riflessioni di un marchese del ‘700 che sogna strade e porti, Sergio Salustri illustrerà l’importanza dei flussi commerciali e culturali che costituiscono la base dell’evoluzione nei rapporti fra le due sponde dell’Adriatico. E la città di Ancona, che aveva rivelato i suoi mutamenti in modo sommesso, celati dietro vicende intime, manifesta adesso il suo ruolo di porta d’Oriente, che si apre, poi si chiude, e adesso sembra riaprirsi, sulla scia di contaminazioni culturali che, dalle rotte antiche, sembrano avviarsi verso orizzonti nuovi.
Dallo zoom delle relazioni interpersonali o collettive si passerà al grandangolo delle relazioni tra l’uomo e il sistema sociale, cercando, all’interno della storia, i semi di un futuro da coltivare. Partendo dalle tradizioni e dagli antichi mestieri, Ilse Maria Ratsch (Schola Nova) proporrà un modello di relazioni che tiene conto anche dell’emozione e del sogno: potrebbe essere questa la strada per costruire una società sana, che proietti l’uomo al centro del futuro.

L’appuntamento è per mercoledì 8 luglio in Ancona, sulla terrazza di Palazzo Ferretti alle ore 21.30.

Al termine dell’incontro sarà offerta la degustazione dei vini delle Cantine Moroder & Agriturismo Aiòn

La partecipazione all’evento in programma è gratuita; l’ingresso al museo è a pagamento, secondo legge.

Orario: 21.30 – 24.00
Info: tel. 071 202602

locandina ufficiale museo

“Bestiario Diplomatico” di Valerio Parmigiani

Titolo: “Bestiario Diplomatico”
Autore: Valerio Parmigiani
Casa editrice: Effepi libri
ISBN: 978-88-6002-033-8
Data di pubblicazione: febbraio 2015
Pagine: 578
 

Copertina“Bestiario Diplomatico” (prefazione di Lia Celi) è un memoir che racconta due quadrienni vissuti pericolosamente – il primo a Cipro, l’altro nel cuore dell’Africa australe – da un diplomatico molto sui generis poi auto-esodatosi alla ricerca di nuovi stimoli. L’obiettivo di spiegare ai profani che cosa accada dietro le mura di un’ambasciata viene perseguito ricorrendo all’arma dell’ironia: dopo aver fatto piazza pulita di tutte le idee preconcette tratte dall’inesauribile e fallace archivio dell’immaginario collettivo o dai film della principessa Sissi, il libro offre infatti una descrizione sbalorditiva e forse impietosa di quello che appare come un vero e proprio “universo parallelo” e della candida vacuità dei suoi abitanti.

A far da contorno a questi ultimi, un variopinto campionario di personaggi completa una galleria umana che tutto può fare tranne lasciare indifferenti: dal pornogeologo valtellinese al cuoco aspirante suicida; dall’ex pubblicitaria della “Milano da bere” che si mette in testa di raggiungere a piedi la Terrasanta incurante delle frontiere imposte dalla geopolitica alla turista imputata di strage di fronte al tribunale di un paese che non esiste; dalle guardie zambiane affette da narcolessia al Grande Impresario e la felliniana sarabanda da lui messa in campo in occasione di una sfilata di moda desinata a rimanere negli annali del trash; dai pittoreschi membri del “Circolo Italiano” più esclusivo dell’Africa Nera all’archivista convinto che il pronome relativo possieda la sola forma “de cui”.

Sullo sfondo, infine, una serie di osservazioni di costume sui luoghi molto esotici in cui si ambientano le vicende e qualche riflessione finale sugli effetti paradossali del trapianto della democrazia elettivo-rappresentativa nel Terzo Mondo o l’occupazione nella società contemporanea. Insomma, un invito a leggere con occhi nuovi questioni che troppo spesso siamo abituati a dare per scontate. Con il sorriso sulla bocca, che non guasta mai.

Lucia Bonanni su “L’opossum nell’armadio”, nuova silloge di racconti di L. Spurio

L’OPOSSUM NELL’ARMADIO 

PoetiKanten Edizioni (2015)

di Lorenzo Spurio

cover front opossum

“L’opossum nell’armadio” (2015) di Lorenzo Spurio

“Tutti abbiamo una vita interiore. Tutti sentiamo di far parte del mondo e nello stesso tempo di esserne esiliati. Bruciamo tutti nel fuoco delle nostre esistenze. Abbiamo bisogno di parole per esprimere ció che abbiamo dentro.” (P. Auster) e Spurio riesce a fissare ogni parola dei suoi racconti sulla pagina, in un miraggio, in un dubbio, in un grano di luce, nei cuori appassiti, nei silenzi del tempo, tra le spume del mare e negli sbuffi di vento per comunicare ciò che hanno dentro i personaggi delle sue scritture che altro non sono che lo specchio letterario di quelle persone in cui incontriamo noi stessi. Se ne “La cucina arancione” la dominante cromatica erano i due colori primari, il giallo e il rosso, mescolati insieme a formare l’arancione, in questa nuova fatica letteraria, “L’opossum nell’armadio”, la dominante cromatica è il bianco. Il bianco è dato dalla somma convenzionale di tutti i colori dell’iride, ma in esso tutti i colori scompaiono perché tale colore è un muro di silenzio, un non-suono, è la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale che preclude ad altri suoni. Il bianco è uniforme e immobile, ma sa addolcire i dissidi di una vita difficile; resta pur sempre un topos pauroso, incognito, vuoto, indefinito, ambiguo, rifugio anche del proprio doppio mostruoso. Colore che spaventa gli artisti perché crea l’angoscia della pagina e della tela vuota, una superficie in attesa di un segno, di una parola, di un colore. I poeti futuristi usarono gli spazi bianchi in maniera forte e visiva per dare maggior rilievo alle analogie mentre per i poeti ermetici gli spazi bianchi rappresentavano pause lunghe, attesa, silenzio. Nelle arti visive il rapporto tra vuoti e pieni crea tensione e immaginazione, infatti l’uso del chiaroscuro é finalizzato ad inserire le figure nello spazio; in letteratura il vuoto coinvolge chi legge nella narrazione. L’ambiguità del colore bianco è annullamento, quiete, riposo dall’infelicitá e precorre le maggiori opere della letteratura fantastica per cui il contrasto che si nota in una certa letteratura “perturbante” non è il bianco opposto al nero, che è un non-colore, ma che fa risaltare qualsiasi colore, ma è il bianco opposto al rosso che è il colore del sangue, figure al contempo di contenuto e di significato, rintracciabili nelle opere di M. Shelley, B. Stoker, J. Verne, E. Melville. Nell’antichità classica la bellezza era Leukos e Omero ci dice che bianche erano le braccia di Nausicaa; ma candido è anche l’abito delle spose e quello dei comunicandi; di un bianco mortale sono gli spettri, il viso e la camicia dei condannati, le solitudini glaciali e il freddo, i denti del vampiro, la pelle della balena bianca, ed anche la dentatura dell’opossum che ha denti acuminati e taglienti. Chi ama il bianco tende al fatalismo, ma non per questo è privo di idee creative e sa andare oltre il visibile. Come ho già detto, a dominare il testo di Spurio è proprio il colore bianco, dalla copertina a quelle pagine interne che fanno da spartiacque tra un racconto e l’altro , fogli bianchi a creare suspance, pausa, attesa e dove la definizione scientifica del piccolo marsupiale, l’opossum, fa da contraltare e da nota introduttiva al titolo di ogni singolo racconto. Nella narrazione il bianco è per lo più alluso, evocato e soltanto poche volte nominato come nel caso della rosa bianca, delle particole dell’ostia, della velina dei confetti, delle foto in bianco e nero… La stessa copertina è uno spazio bianco, una distesa di ghiacciai millenari, le cime innevate, una maschera veneziana, il vestito di Pulcinella e il viso di Pierrot. È anche una pagina bianca, una tela bianca su cui sono caduti i segni grafici del titolo a significare una specie di archetipo dell’assoluto, lo spazio labile ed evanescente della mente su cui si è posato il tratto grafico di un armadio in stile antico, stilizzato nelle linee, ma angosciante per i rimandi di senso; un disegno preparatorio di un quadro più ampio, allusivo, ad indicare un ingresso verso l’ignoto, il vuoto, il niente, l’illusione e l’oblio che è la mente umana. Ma è anche un richiamo ineludibile alla lettura che essa offre e riesce a mediare. Il significato intrinseco delle diverse definizioni scientifiche dell’opossum si palesa solo a posteriori con epifanie intuitive, manifeste ad una seconda lettura veramente analitica, successiva ad un primo approccio che si appoggia alla globalità della narrazione. Ogni citazione trova posto in cima alla pagina un maniera da lasciare vuoto lo spazio bianco per creare attesa e dare modo al lettore di annotare le proprie impressioni e creare un sunto introduttivo delle caratteristiche di ciascun personaggio coinvolto nella storia e completamento del titolo stesso. Quelle che Spurio enuncia sono come proporzioni matematiche del tipo 36:9 = 24:x e in cui esiste sempre un’incognita da risolvere e ciascuna caratteristica del marsupiale si rivela non solo in linea col titolo del racconto, ma ambedue si annullano e si completano a vicenda in una circolarità temporale. Ed ecco allora che la coda prensile rimanda alla corda con cui il povero Saverio pone fine alla propria vita, è un animale che patisce la luce sta a comportamenti e fatti che non avvengono alla luce del sole e sono attuati da animi scuri, è un animale opportunista rimanda al cinismo del protagonista che da bravo giovane qual era, divine un approfittatore senza scrupoli. Ancor prima dei racconti Spurio colloca citazioni letterarie a lasciar presagire le tematiche del testo: “… non avrei potuto chiederlo a qualcun altro perché dopo tutto era sangue mio” e “Il manicomio è pieno di fiori, ma nessuno riesce a vederli” sono i periodi estrapolati dalle opere di J Laughlin e M. Tobino. Quindi sangue e mente, le due essenzialità dell’essere umano , quali argomenti introduttivi e “nervatura psicologica dei personaggi”; quindi il colore del sangue, il rosso, e quello della mente, il bianco, a delineare i contenuti di un testo che si configura come una sorta di diario, scritto non dall’autore, ma dagli stessi protagonisti-persone “apparentemente slegati fra loro, ma uniti da un senso esistenziale” all’interno di quel manicomio chiamato vita. “A volte cade un nome in questo spaventoso deserto, e ogni granello di sabbia fiorisce” (E, Canetti). “Recuperare le strutture di significato, il segno cifrato dell’angoscia e dell’invisibile e dell’oltre realtà che ci circonda”(E. Borgna) richiede di attenzionare gli orizzonti tematici di ombre, contraddizioni, antinomie, speranza, disperazione, possibilià, impossibilità, angosce. deliri, naufragi, trionfi.

Lorenzo Spurio

L’uomo inserito nei rapporti con la comunità diviene consapevole della sua persona, della propria coscienza e della propria intimità per cui la solitudine come scelta personale e come libertà di scelta nei confronti di certe situazioni, smorza il sopraggiungere del disagio e favorisce la riflessione. L’angoscia è corrosiva e spesso è la solitudine che innesca comportamenti devianti ed è sempre la solitudine come lontananza e separazione dagli altri a portare solitudine interiore in cui tutto si riflette in modi ambigui e abbaglianti da cui si liberano sofferenze acute e dolorose. Ma anche”solitudine di nascondimento e come difesa dalle angosce e dalle aggressività spietate e opache”(E.Borgna). “… fuggi nella tua solitudine! Io ti vedo assordato dalla fracasso dei grandi uomini e punzecchiato dal fracasso degli uomini piccoli” sono le parole di F. Nietzsche a dire la propria condizione. Nell’isolamento l’individuo fa esperienza di vuoto che tende a riempire con forme esistenziali effimere e prive di senso. “La solitudine e l’isolamento come metafore dell’ansia. Nella solitudine il tempo interiore scorre nella sua tensione di passato, presente e futuro, nell’isolamento si frantuma e passato, presente e futuro si rincorrono inutilmente”.(E.Borgna). “Sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: il presente del passato che è memoria, il presente del presente che è visione e il presente del futuro che è attesa” dice S. Agostino. Ma nel nelle vicende dell’esistenza e nel linguaggio delle cose, l’ansia, che fa parte della vita, può far emergere possibilità nascoste e nuove negli individui che presentano sintomi di tal genere anche perchè “la sensibilità e l’intelligenza sono molto più alte e questo accresce la sofferenza”(E.Borgna) e conducono ad uno Stimmung (stato d’animo) in cui “Quando tu fissi Medusa, è lei che fa di te quello specchio dove,trasformandoti in pietra, ella guarda la sua orribile faccia e riconosce se stessa nel doppio, nel fantasma che tu sei diventato dopo aver affrontato il tuo occhio”. (J.P. Vernaut). Nel testo di Spurio ci sono le tante persone “lontane dal rumore della terra e dal silenzio del cielo”(F. Pessoa), ci sono i vagabondi dell’anima, i reitti, i derelitti, ci sono quelle fasce sociali emarginate a cui non si dà spazio in un programma di aiuto e reinserimento nel tessuto etico-sociale. Si potrebbe anche eccepire, dicendo cosa ha che vedere il discorso sull’ansia, se quella che si nota nei racconti è una gamma di comportamenti per lo più dettata da veri e propri istinti. Però c’è da dire che l’istinto, che deriva dal verbo “eccitare”, è la spinta ad agire in un determinato modo, è un impulso, un’esigenza naturale senza l’intervento del ragionamento e che determina le conseguenti reazioni. “La contemplazione del tempo è la chiave della vita umana. È il mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa”(S.Weil) e sono “Le esperienze letterarie come quelle artistiche (che) ci fanno cogliere immagini diverse e radicali dell’ansia e dei modi di viverla… e le esperienze poetiche e narrative ci consentono di viverle come condivise e come vissute da altri in una circolarità che oltrepassa la distanza del tempo e dello spazio”(E.Borgna). “Nella casa tutto rimaneva fermo ai tempi andati (e) l’olio si guastò dentro quei silos di acciaio” (da racconto Livello –1). L’immobilità del tempo che si protrae nel piano sotterraneo, ovvero nel livello –1, in cui la famiglia aveva riposto sempre cianfrusaglie; la fissità del tempo del vecchio pentolame di rame che contrasta con oggetti della modernità; lo stereotipo del tempo che rende indifferenti al dramma interiore, vissuto da Saverio allorché è costretto a licenziare del personale; l’inesorabilità del tempo che esplode nella violenza delle immagini che Manolo è costretto a vedere; la crudeltà del tempo che innesca una certa insensibilità nell’animo di Mariuccia che “pianse qualche giorno, ma poi tutto tornò come prima; le fauci spalancate del tempo “in (quella) cantina (dove) i vetri infranti non vennero rimossi e nessuno vi si recò più”. “Quando la cattiveria trova validi alleati, allora si è spacciati” e Valentina si ritrova a dove subire tormenti e offese con momenti di esclusione e profonda solitudine perché “era bastato un attimo per catapultarla nel mondo infelice delle donne, manipolate dai vigliacchi inganni degli uomini”. Lei che mai aveva incespicato a causa di quella incoerenza emotiva che contraddistingue gli adolescenti; lei che si era persa a fare una cosa senza pensare e non aveva fatto molta resistenza a Renato, suo coetaneo, che altri non era,se non un “ingannatore seriale; lei che “era stata una conquista maledettamente facile” e adesso vedeva le sue foto sui cellulari degli altri compagni; lei che aveva provato grande vergogna, ma che poi era tornata a rinascere proprio come l’Araba Fenice. (dal racconto Un paio di scatti). ”… e col ricavato me ne andai con i miei amici a Forte dei Marmi. Non riuscii a bagnarmi in quell’acqua, sapendo che la diffusione della nonna ormai era completa e che abitava ogni parte dle pianeta”. In questo racconto, Dal fiume al mare, Spurio più che trattare il tema della morte, tratta quello della sepoltura; ne “La cucina arancione” lo fa con ironia e una punta di scetticismo, parlando dell’ibernazione, ma qui affronta quello della cremazione ed il protagonista pur non avendo verso di lei un affetto profondo per “una questione di intenti taciuti, di messaggi empatici, (per) un sapersi guardare negli occhi e accettarsi per come siamo” si costruisce come persona che dimostra pietà e compassione per la nonna defunta e si distingue per “un qualcosa di indignato” verso le cugine che per mancata accortezza fanno scivolare l’urna e spargere la cenere sui tappetini dell’auto. (dal racconto Dal fiume al mare).

La definizione dello yapok acquatico richiama l’acqua, sia essa di fiume che di mare; l’uno come metafora della vita che scorre e l’altro come simbolo della vita nel suo ritmo immutabile, ma anche di nutrimento, di maternità, di misteriosità dell’animo e desiderio di entrare in contatto con le proprie emozioni. “ Di là del finestrino sfilava un mare scuro e fisso, difficile da comprendere del tutto. Alla mente non affioravano ricordi e quell’acqua oleosa sembrava pretendere alla mia coscienza una condanna spaventosa: l’annegamento”. Studente in medicina, il protagonista del racconto Due o nessuna, si impegna in ogni modo a trovare un rimedio efficace per il “riavvio del sistema cognitivo” della propria madre che ha perso la memoria, “nostra coscienza e nostra ragione”, e poi, preso dallo sconforto, la asfissia col gas, tenta egli stesso il suicidio e alla fine, pur non ricordando più nulla, cerca di “far capire al mondo che (mia) sua madre era già morta da tempo e che (io) lui non (sono) è un assassino” “ Mi ero ribellato. Qualcosa dentro di me aveva deciso di mettere fine alle caricature del mio compleanno.” E il ragazzo di buona famiglia, dalla reputazione immacolata, si defila, cerca degli escamotage per negarsi ai parenti, diviene insofferente, se ne va a vivere per conto suo e proprio mentre girovaga alla ricerca della “calma interiore” si scopre “quale animale opportunista” verso le “seducenti professioniste del lavoro più antico del mondo” mentre egli stesso le ricompensava adeguatamente. Così, per propria convenienza, convince la ragazza a “continuare il suo lavoro” cosa che a lei “sembrò una buona idea” senza minimamente pensare che “aveva solo cambiato città e padrone” mentre lui, l’uomo dabbene, lascia gli studi universitari, si trova un lavoretto e passa le ore a casa a sorseggiare birra, “visto che il buon stipendio di Klara consente (loro) di vivere agiatamente”. (da L’ultimo compleanno). “A sedici anni aveva già letto più di quaranta romanzi e non sapeva chi fosse sua madre”. La sua era una vita monotona, triste, solitaria, talmente immutabile e vuota che un giorno che arrivò persino ad immaginare che dietro al bancone del bar a servire la Coca Cola non ci fosse una vecchia arcigna, ma Luana, la bella ragazza, con la quale poteva parlare e confidarsi. Certo quella era soltanto una visione “smelancolata” come le circonferenze che cercava di tracciare a mano libera e “Le due valigie”, lasciate in eredità dalla nonna in cui si aspettava di trovare una cospicuo vitalizio che permettesse a lui e al padre di condurre una vita più rilassata. Continuò comunque gli studi e all’università non scoprì “una legge sulle circonferenze smelangolate”, ma dalla letteratura imparò molto di più. La vita è ciò che immaginiamo in essa”, dice F. Pessoa, e Spurio non dimentica di trattare l’inquietudine e il disagio in modo partecipe e accessibile per veicolare temi e contenuti quantomai attuali e lo fa con grande maestria senza mai perdere di vista il piglio felice della propria scrittura. All’interno dei dialoghi narrativi di questa silloge, “dal taglio leggermente più intimista”, non ci sono i vari Franknstein, i Dracula, le Moby Dick, le ballate dei vecchi marinai, gli spettri luminosi e neppure il gusto per l’orrido, ma tali stralci di contenuto appaiono sotto forma di ansia, solitudine, abbandono, pazzia, indifferenza, distanza, cattiveria, cinismo, violenza di genere, erotismo, sfruttamento, atti di carattere che sfociano in equilibri fugaci, tradimenti, pedofilia, suicidio, disagio giovanile, vulnerabilità, isolamento e conflitto interiore. Attraverso la connaturata sensibilità e l’attenzione alle problematiche sociali, l’autore delinea un quadro autentico del dinamismo sociale, vero nella stesura dei contenuti che talvolta possono fornire motivo di sconcerto, ma che alla fine si rivelano sempre discreti nella forma didascalica per profonda riflessione in un progetto che non è soltanto narrativo, ma anche scientifico. E non manca nelle parole di Spurio l’attenzione all’ambiente, alle città, ai luoghi, all’ecologia, ai danni ambientali, ai disastri, alle marginalità ed egli ne scrive in maniera sobria, discreta, velata, quasi accennata. Nel racconto “L’ultimo compleanno”, fa muovere i suoi personaggi in una città, associata all’immaginario collettivo per il sisma avvenuto nel corso dell’anno 2009: L’Aquila. L’autore vi richiama l’attenzione per dire che, sì, gli eventi che l’anno investita, sono stati assai disastrosi, ma che ancor più disastroso è stato il terremoto burocratico che non ne ha permesso una vera e propria ricostruzione in un “paese di pozzi, dove sempre si beve l’acqua con la paura che sia avvelenata”(da F.G. Lorca a pag. 93 del testo), “Eppure (ognuno come) l’erica resiste, rimane attaccato alla (propria) terra, sempre e comunque) (dal film Cime tempestose a pag. 45 del testo).

Onorata di questa ulteriore lettura, per richiamare ancora una volta il bianco nella simbologia della neve e in quella del mare e rendere omaggio all’autore per questo nuovo lavoro, “L’oppossum nell’armadio”, testo di grande valore scientifico, letterario e umano, termino con i versi di due poeti del ‘900, suoi conterranei: Paolo Volponi e Franco Scataglini:

Sono scesi i passeri a branchi/dai calanchi di neve;/si sono posati tutti insieme/sulle peste davanti a casa/come se la tua veste/tenessero per gli orli,/sfrenati nel volo/quasi per una pena nel cuore”.

Le case sopra un lembo/de scoio, i pini a vento;/ansava il mare,/ el grembo de l’aria in movimento”.

Ad maiora

LUCIA BONANNI

 

San Piero a Sieve 3 febbraio 2015

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione di Luigi Carmina

Ritorno ad Ancona e altre storie
di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi
Lettere Animate, 2012
Costo: 10 €
Link diretto alla vendita:
 
Recensione di Luigi Pio Carmina

 

copertina frontSuspense da teatro e colpi di scena da gialli. “Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi è un’antologia di altri tempi nell’accezione positiva del termine. Emozioni che si susseguono, incontri che cambiano la vita del lettore, perché la scrittura e la lettura dovrebbero svolgere sempre questo ruolo, soprattutto ricordare che l’amore è il motore della vita, qualunque sia essa l’età e la forma. Libro da conservare in casa e portare con sé nei viaggi quasi fosse un manuale di vita vissuta. I particolari alimentano l’acquolina della fantasia, la realtà è solo un personaggio secondario, ma complementare. La copertina, tramite la quale spesso inizio ad immedesimarmi ed intraprendere la lettura, è la conferma di tutto: un braccio dal nulla sembra trattenere il soggetto, sembra esserne estraneo, pur indossando lo stesso abito formale apparente, sembrano le righe del testo che dicano al lettore : “resta con me”.

LUIGI PIO CARMINA

-scrittore, poeta-

 

Monreale (PA), 21-08-2013

 

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

“Ritorno ad Ancona” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione di Susanna Polimanti

Ritorno ad Ancona e altre storie
di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi
Lettere Animate Editore, 2012
Link diretto all’acquisto
 
Recensione di SUSANNA POLIMANTI

copertina frontRitorno ad Ancona e altre storie di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, edito da Lettere Animate raccoglie tre racconti molto belli e di ottima qualità. I racconti sono distinti tra loro da un proprio titolo, eppure leggendoli uno dopo l’altro, sembra quasi che tra essi ci sia una continuità, senza dubbio merito degli autori, che li hanno scritti  con trascinante intensità di sentimenti. I temi trattati sono comportamenti e stati d’animo di ordinaria esistenza, quali l’amore, il dolore, le speranze, le debolezze ed ogni loro conseguenza nei confronti degli altri. Ogni racconto stimola la riflessione e il coinvolgimento del lettore, la loro narrazione si fonde perfettamente con esperienze di un vissuto comune a molti. Lo stile del libro è molto scorrevole, colmo di grazia, dolcezza e in particolare, rispetto. Si passa da momenti morbidi con precise emozioni  dei personaggi, i cui caratteri sono descritti con dovizia di particolari, a docce fredde di cruda realtà che stimolano a proseguire la lettura con vivo interesse. Sono rimasta molto colpita dallo stile dei due autori che sono stati in grado di scrivere un libro a quattro mani senza la benché minima imperfezione. Ritengo che solo due persone molto affini e profondamente amici possano riuscire in questo intento.

Il mondo delle emozioni descritto in questo libro in maniera così spontanea ed appropriata può risultare per il  lettore, lo sprone giusto per stimolarlo ad andare avanti nelle più complicate fasi di vita, rendendolo più forte e vitale. Porgo agli autori Lorenzo Spurio e Sandra Carresi i miei più vivi complimenti per il loro Ritorno ad Ancona e altre storie, auspicando altrettante opere di certo successo.

SUSANNA POLIMANTI

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