Il teatro di Iuri Lombardi in “Soqquadro”. Prefazione di Lorenzo Spurio

Iuri Lombardi, il picaro da palcoscenico

a cura di Lorenzo Spurio  

 

Sostiene che la scena sia la vita stessa:

una variazione di un motivo sempre uguale.

(La Spogliazione)

 

Il mio Dio è il piacere!

(La recita dei tiepidi)

 

Se c’è pudore non c’è libertà: la libertà

è soltanto un modo di negarsi.

(Nel nome di Giovanna)

 

A confermare che la pièce teatrale d’esordio dello scrittore fiorentino Iuri Lombardi, La Spogliazione, non fosse che un velleitario esperimento bellettristico è la recente scrittura di due nuovi drammi. Drammi in sé atipici, particolari, che difficilmente rispettano quelle che classicamente sono le norme di definizione del dramma che –manuale di storia della letteratura in mano- è codificato per mezzo di alcune peculiarità. Il termine dramma viene comunemente adottato per riferirsi a un’opera pensata per il teatro, dunque per la rappresentazione scenica e può essere di argomento estremamente diverso: può avere una dimensione comico-burlesca oppure una dimensione tragica e in questi due casi sfocerà nelle varianti della commedia e della tragedia. Caratteristiche del testo drammatico sono quelle di permettere un’interrelazione tra soggetti per mezzo di cospicue parti dialogiche e di rifiutare in via generale la prosopopea monologica, interiore, dei singoli caratteri ed ancor più è il fatto che il dramma si centralizza per porre una situazione conflittuale tra le parti (non necessariamente bellica) ossia una situazione d’incomprensione dettata da uno scontro di qualche tipo.

Iuri Lombardi  - Soqquadro
Iuri Lombardi – Soqquadro

I drammi di Lombardi, nei limiti del possibile, si avvicinano molto di più ai drammi liturgici di età medievale che non al dramma inteso nei termini dell’Antica Grecia. Dramma liturgico perché Lombardi impiega sempre caratteri che appartengono alla sfera biblica o comunque alla tradizione religiosa anche se, ed è bene che questo venga detto subito, che se ne serve non per tracciarne agiograficamente le vicende di santità piuttosto per ribaltarne i protagonisti, abbassandoli alla schiera di uomini del popolo e facendone risaltare debolezze, vizi e peccaminosità che sono del genere umano tutto. È per queste ragioni che leggendo questo libro incontreremo un San Giovanni Battista che ha perso oramai la sua aurea di cristianità per divenire un affamato pederasta che non disdegna pratiche di cross-dressing (La Spogliazione), un gesuita represso e socialmente incompreso che non ha mai superato il processo di castrazione a  cui, dandosi alla Fede, è stato relegato (La recita dei tiepidi) e una Giovanna d’Arco emblema di ribellismo femminile ma anche di immolazione per la causa comune (la donna venne proclamata Santa da Papa Benedetto XV nel 1920) che subisce negli istanti prossimi alla pena di morte su rogo un tentativo di approccio sessuale da un imprecisato ragazzo, tanto eccitato quanto irresponsabile (Nel nome di Giovanna). Chiaramente, come è facile intuire, c’è poco e niente anche del dramma liturgico del periodo medievale (mancano anche le tre unità, il coro, personaggi-comparse che incrementano il tessuto inter-dialogico) intessuto su di una profonda confessionalità e improntato alla divulgazione e all’encomio: Lombardi stravolge generi teatrali passati, ridicolizzando il classico, compiendo una coraggiosissima impresa di riscrittura popolaresca, attuale, corporea dei personaggi che nel passato sono stati elevati. Con Lombardi ci si incammina in un percorso volto alla distruzione di qualsiasi forma gerarchica al fine di ottenere un appiattimento democratico di personaggi tanto da trasferire il sacro nel perverso con un registro linguistico che non ha nulla dell’offesa né del compiacimento generale, ma è forte della difesa di una realtà inoppugnabile: la letteratura contemporanea è decodificazione e riscrittura.

Le opere teatrali di Lombardi non solo non rasentano la via “classica” del dramma che si sviluppa secondo canoni perlopiù definiti e caratterizzati, ma addirittura sembrano scostarsene con virulenza e profonda consapevolezza per almeno un paio di ragioni assai importanti: la prima è la connaturata carica ribellistica del Lombardi uomo che ne caratterizza un prototipo di intellettuale sui generis, poliedrico e imprevedibile che, seppur non dobbiamo correre il rischio di definire maudite, predilige di certo quali immagini di costruzione (non si tratta di un paradosso) proprio la rottura, l’eco indistinto, l’effetto di sorpresa e nondimeno la mera incongruenza. Elementi cementizi questi che determinano la cifra letteraria di Lombardi, prolifico poeta di tendenza civile e scrittore di narrativa breve e romanzi impegnati in un momento come il nostro in cui la letteratura sembra esser diventata poca roba e aver svilito, nel concreto, il suo significante più alto. Lo si è già visto in precedenza nella produzione breve dell’autore per la quale mi fregio l’onere di aver corredato le sue opere avanguardistiche con mie note critiche, che ciò che interessa l’autore non è tanto il mero concettismo, il viluppo contenutistico cioè la componente material-tematica degli intrecci, quanto piuttosto l’utilizzo di forme e modelli. Lombardi scrivendo ora un racconto, ora un poemetto, ora, come in questo caso, drammi in versi sciolti, dimostra di avere bene a cuore il discorso sul metro e sul genere. Si intenda bene e da subito, non si sta parlando con ciò di metrica poetica né di impiego di strutture retoriche (per la poesia) né di studiati ed ipersofisticati stratagemmi di resa delle immagini (narrativa breve) o delle scene (teatro), piuttosto del discorso interrogativo che Lombardi immancabilmente pone sulle forme di rappresentazione in campo letterario. Non è un caso che ne La recita dei tiepidi alcuni protagonisti interagiscono su tematiche quali la filosofia, la letteratura, la saggistica, la conoscenza in genere e l’ontologia, branca della filosofia cara a Lombardi che da sempre è portavoce autentico di un pensiero di risveglio della coscienza e di autodifesa di un sé personale fuori ed estraneo dall’Io soggetivizzante e iper-abusato.

Va da sé, in base a questi brevi accenni sul modus operandi del Nostro, che un’altra caratteristica dominante del Lombardi drammaturgo (anche se in realtà più che drammaturgo mi piace definirlo un “picaro da palcoscenico”) è la potenzialità di sperimentazione che in nuce ritroviamo in queste opere. L’anti-classicità, la tempestiva lettura e fruibilità, l’organicità delle forme unite alla componente dissacratoria che si nutre di messaggi subliminali da cogliere ne fa nel complesso un’opera aperta, in cui le epifanie (difficili da individuare) vengono talora denaturate e ipocaricate di significati, dunque minimizzate, tal altra trasferite da cicli di battute ad altre. Com’è nella letteratura postmodernista, di quella letteratura che ha trovato il suo terreno fertile nella società ferita e scissa del dopo 11 settembre in cui la paranoia e il delirio comunicativo ne fanno da padrona (Daniele Giglioli parla a questo riguardo della scrittura dell’eccesso[1]), Lombardi costruisce canovacci rappresentati scenicamente sulla carta e di possibile rappresentazione pratica su un palco, magari di un teatrino religioso per incentivarne la carica dirompente e blasfema, che se da una parte provvedono a fornire elementi importanti aprioristicamente (la costruzione di un incipit che dà forma a un prologo con le immancabili premesse della voce autoriale) di contro non dà tracce concrete, né segnali per l’individuazione di una conclusione auto-imponendosi di non traghettare il lettore verso determinati lidi piuttosto che altri. L’opera rimane dunque aperta, apparentemente non chiusa come magari un lettore tradizionalista la vorrebbe e lascia un sentimento di incomprensione e al contempo di nostalgia. Come i personaggi de La recita dei tiepidi rimangono sbigottiti dalla decisione finale di Bartolomeo d’Amico-alter ego di un Casanova da farsa di metter fine a quel siparietto prima tanto voluto al quale poi finisce per negarne l’importanza, il lettore condivide quel rimanere attonito sulla scena, lo stesso deluso abbandono e sconforto, una incomprensione cocente che, piuttosto che motivare una risposta corale attiva e coscienziosa di ripresa, sfocia nell’assunzione apatica di una atarassia dissonante al carattere virulento e dissacrante della trama stessa.

Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia "L'arte in versi" a Firenze nel novembre 2015, dove era parte della Commissione di Giuria
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014, dove era parte della Commissione di Giuria

Ma per non dilungarsi troppo in questo apparato critico introduttivo, convinto assertore delle tesi woolfiane[2] che la grandezza e la qualità di un’opera, se vi sono, non sono mai date né accresciute da chi ne compila una introduzione critica o di presentazione, è bene però soffermarsi su altri elementi talmente centrali e determinanti nella produzione del Nostro che in queste opere vengono alla luce in maniera tanto chiara quanto evocatrice chiamando, però, a una riflessione più attenta e circostanziata. Elementi che, per il fatto di ritornare spesso in modi e forme diverse alludendo però a sfere tematiche care all’autore e nevralgiche nella sua scrittura, prenderò qui a chiamare lombardismi con una nota anticipatoria d’utilizzo: essi consacrano e contrassegnano la presenza di Lombardi nella letteratura sin alla data attuale per mezzo delle sue pubblicazioni avute sin qui e che, nel qual caso il lettore leggerà queste opere col passare degli anni, quei lombardismi tipicizzanti la sua scrittura andranno riletti per forza di cose alla luce della sua produzione più recente dato che, essendo la sua scrittura un immenso cantiere, un working-in-progress, le asserzioni critiche che qui si fanno hanno validità concreta e diretta ma non universale, cosa che, per quanto si conosca l’autore e si possa adottare un metro il più obiettivo e analitico possibile, è irrealizzabile alla data presente. Essi concernono:

  • la questione del sé e dunque il grado di rappresentazione e di analisi della coscienza. Nel prologo di La recita dei tiepidi è impossibile non scorgere nelle attestazioni di Bartolomeo D’Amico l’anima pulsante del Lombardi uomo e pensatore, per altro già espressa con esiti impareggiabili nel racconto-manifesto Iuri dei Miracoli: «Io sono perché sono adesso, presenza che occupa/ uno spazio e di conseguenza un tempo. Altri,/ altro da me non voglio essere. E anche il passato/ a nulla vale se non il presente in cui vivo, amo,/ affermo la mia posizione blasfema o ordinaria che sia».
  • la mistificazione religiosa o dissacrazione che è congenitamente presente in tutte le opere più recenti di Lombardi. Già in Iuri dei Miracoli (un racconto) si sottolineava l’attitudine di Lombardi di ricorrere con perseveranza ad immagini e simboli legati alla confessione cristiana e l’aspetto è ancor più evidente nella Spogliazione dove il Battista è abbassato tanto da divenire un sodomita, ne La recita dei tiepidi in cui il gesuita oltre che grande studioso dei testi sacri è un approfittatore e un mistificatore e in Nel nome di Giovanna dove, invece, poco ci è detto della grandiosità dell’animo ribelle e delle ragioni del martirio della donna (già note ai più) per prediligere un canovaccio intimistico con un ragazzo che cerca di possederla. Il personaggio di Donna Pia ne La recita dei tiepidi è quello che sembra essere più staccato ed estraneo al complesso caratteriale del dramma: ogni volta che la vediamo entrare in scena è severamente vestita di nero intenta a pregare o ad invocare il bisogno di pregare tanto che nel dramma viene a configurarsi una polarità della donna nelle sue estremizzazioni di puttana (Bianca Maria) e Madonna (la vecchia perpetuamente orante).
  • l’universo sessuale. Già definito in precedenza il “Don Giovanni della letteratura”, Lombardi è profeta di un modo di vivere la sessualità che fa dell’autenticità e del rigetto del pettegolezzo la norma dominante. Le scene topiche nelle opere di Lombardi, e anche qui nei tre drammi, si realizzano proprio in circostanze in cui le pulsioni sessuali dei soggetti si accrescono in maniera imprevedibile realizzando incontri ed agnizioni scioccanti che determinano profondamente la trama. Si pensi alla sola volontà di Lombardi di riferirsi ne La recita dei tiepidi al Casanova, grande seduttore veneziano e ancor più al Don Giovanni in Iuri dei Miracoli: espressioni vigorose di una sessualità improntata all’eccesso e all’esibizione che hanno una loro tradizione teatrale molto sviluppata. Se nella Spogliazione il condom rotto del Battista in uno dei suoi fugaci amplessi con donne discutibili può dar modo alla rinascita di quel ciclo delle acque (sacre, amniotiche, ma anche stagnanti come quelle dei Navigli in cui battezza), in Nel nome di Giovanna il ragazzetto voglioso con pene eretto che offre vita nella carne alla povera Giovanna che di lì a poco andrà a morire, può rappresentare a sua volta l’esigenza di un atto fisico, salvifico solo nel mondo reale e non eternante, capace di compiere il mistero della vita.
  • il meta-teatro: la rappresentazione della rappresentazione. Già nel prologo Bartolomeo D’Amico, gesuita del Meridione del quale poco si conosce tranne che ha lasciato una serie di testi e che si sia occupato in particolare della dottrina di Epicureo, tornato di riflesso nella nostra età contemporanea di smartphones e web 2.0 ci tiene a sottolineare che la farsa che ha in mente di mettere in atto è relativa al personaggio di Casanova. Ci troviamo dinanzi a un sistema meta-letterario in cui il teatro parla di un altro teatro e in cui l’intera storia è data dalla complessa interrelazione che si istaura tra queste matriosche progressive e compenetranti l’un l’altra. Bartolomeo D’Amico, infatti, che è il personaggio principale del dramma, dunque è sulla scena della rappresentazione, con l’artificio della finzione si maschera a Casanova con l’intenzione di ricalcarne un tratto della sua esistenza e di produrne una rappresentazione giocosa. Il rapporto tra le voci è questo: Lombardi autore (ri)crea Bartolomeo D’Amico e lo consacra personaggio del dramma, Bartolomeo D’Amico a sua volta (ri)crea Casanova mediante la farsa che ha in mente di portare in scena con la sgangherata compagnia di personaggi apatici. Si tratta di una autocelebrazione del teatro in cui, però, la componente drammatica finisce per prevalere nettamente su quella comica: non ci sarà, infatti, nessuna farsa o, meglio, nessun tentativo di farsa all’interno dell’opera perché l’autore-capocomico D’Amico non sarà in grado di reggerne il progetto di «nascondersi dietro Casanova [per ottenerne]/ il riscatto voluto» perché, come confesserà tormentato nelle ultime lucide battute: «Facile è dirigere gli altri, le navi al proprio porto/ restando al posto di guida, ma quando tocca a te…/tutto è diverso».
  • la riscrittura come forma creativa. Lombardi non è nuovo a opere in cui opera la rivisitazione di personaggi religiosi adoperando uno stratagemma di riscrittura originale e molto efficace: l’abbattimento dell’aurea del personaggio, la de-sacralizzazione sino alla provincializzazione e alla marginalizzazione. Nel prologo di La recita dei tiepidi la voce fuori campo di Bartolomeo D’Amico osserva: “la storia consente di recuperare, di ritornare un altro,/ di reinventarsi uomo quale sono: solo un uomo”.

 

La recita dei tiepidi impone al cauto lettore anche una doverosa analisi del titolo: da una parte la recita ci immette subito nel mondo della finzione e della rappresentazione scenica, ossia del doppio che è tipico del teatro, dall’altra la presenza di quelli che Lombardi denomina ‘tiepidi’ consente delle riflessioni. Nella Bibbia si parla di tiepidi in relazione a coloro che difettano di un’azione pratica, di una chiara volontà di pensiero e che finiscono per mostrarsi inetti, inconcludenti, passivi, o per dirla alla Dante, ignavi. Ce ne rendiamo subito conto leggendo l’opera che tutti i personaggi sono subdolamente sottoposti alle volontà e alle decisioni di Bartolomeo D’Amico che, in pratica, li comanda a bacchetta e li gestisce come vuole tanto da costringerli ad occupare ciascuno un determinato ruolo nella farsa che ha in mente di inscenare. Sono personaggi molli, apatici e inconsistenti, privi di un temperamento proprio che finiscono per farsi maneggiare con semplicità da un uomo che è più potente di loro solamente perché ha il dono della conoscenza.

La conclusione dell’opera mostrerà però come Bartolomeo D’Amico, pur essendo un dotto, un conoscitore delle Sacre Scritture, un intellettuale e un saggista, in realtà non sia capace neppure lui di dar forma a un progetto, per altro scaturito dalla sua mente, e al pari degli altri risulterà anch’esso un manichino che non sa autodeterminarsi e decidere da sé. Per queste ragioni, Bartolomeo D’Amico, grande luminare dell’esegesi religiosa e conoscitore delle Lettere, finisce per essere il più ignavo, il più ignorante e indefesso tiepido di tutta la storia. Lo sconcerto che gli altri protagonisti nutrono dinanzi a Bartolomeo D’Amico che, di punto in bianco a causa di un senso d’oppressiva moralità che non è capace di scavalcare sentenzia la fine della farsa, è rivelatore di questa incapacità di saper coniugare lo scibile (la conoscenza, il rapporto con il mondo e gli altri) e la propria interiorità (la Fede, la morale).

Echi pirandelliani sono avvertibili distintamente nella presenza umanoide della marionetta in Nel nome di Giovanna che rimanda al mondo delle maschere e delle messe in scena travisate ma anche nell’impalcatura esistenzialista dei drammi dove le personalità, già labili e sbiadite, vengono sostituite dalle parti da recitare creando un universo intricato di prese di coscienza, sdoppiamenti e personaggi nei quali immedesimarsi.

Nella tiepidezza o ignavia che dir si voglia difficile non respirare anche il torpore di molti personaggi pesanti e inconsapevoli a partire dagli indifferenti moraviani che, un po’ meno grottescamente di quanto avviene in Lombardi, anche lì son spesso accerchiati da manifestazioni estreme e non preventivabili della sfera sessuale. Si pensi, tanto per evocare il tema del conflitto determinante nel genere drammatico di cui si diceva all’inizio di questa nota, della confusione che, di colpo, si viene a creare ne La donna leopardo di Moravia in cui una serie di segnali piuttosto evidenti di tradimento all’interno di una coppia darà vita a un fenomeno ossessivo di gelosie e ripicche con adulteri incrociati e vere e proprie unioni scambiste.

Ma se l’estraniamento derivante dall’obbligo di assumere una personalità altra («Sono stanco d’essere io!» sembra urlare D’Amico), nell’atto della finzione teatrale e per il tempo richiesto per la messa in scena salvo poi riacquisire la propria congenita identità, è visto qui come costrizione perché fa fede alla volontà di D’Amico e generalmente nel teatro comporta la creazione di intrecci interessanti e curiosi in cui nessuno sa bene chi è l’altro perché sotto mentite spoglie, il travestimento e il trasferimento d’identità è vissuto in maniera critica da parte della prostituta: «Ho paura,/ timore perché non conosco questa mia reale/identità e non vorrei che nel calarmi nei panni/ altrui perda la faccia ed il cavallo...». Proprio lei che dovrebbe essere contenta di vivere, seppur nella farsa, un ruolo diverso dalla sua vera identità di meretrice, si fa dei problemi e teme che questo mascheramento possa condurla poi a un annebbiamento della sua identità della quale, con la poca erudizione del mondo che ha, è fiera e conosciuta.

Ne Nel nome di Giovanna, infine, assistiamo alla de-costruzione del mito di Giovanna D’Arco, ribelle francese che poi venne messa a morte dagli inglesi nel corso della Guerra dei Cent’anni. Lombardi, secondo la sua tecnica oramai puntuale e chiara negli intenti opera una de-mitizzazione della donna sconfessandone le realtà insopprimibili della figura eroica. Quale “pulzella” come viene ricordata ossia sembianza di verginità e candore, Lombardi fa vorticare nella mente della donna in attesa della sua imminente morte, pensieri lubrici di desideri sessuali. La necessità di sentirsi abbracciata ed amata, riscaldata e protetta, l’esigenza di dono di quel fiore della castità sempre conservato con perspicacia e caparbietà trova spazio in una più palpabile esigenza di benessere: «Solo come ultimo desiderio nutro di darmi all’altro/ come una rondine al tetto. Solo il darsi al calore/ di un corpo, intrecciarsi ad esso, mi fa credere/ancora donna e non legno da ardere, straccio/ da bruciare/ Ho desiderio di un uomo come ogni altra donna,/ desiderio di darmi per vivere in uno sputo di tempo/ quell’ebrezza che per la verità in me ho ammutolita».

Non sappiamo se effettivamente ci sarà il giusto tempo affinché Giovanna possa unirsi sessualmente al giovane con il quale ha imbastito un dialogo sull’esistenza intimandola a cogliere l’attimo e a vivere quel momento di condivisione. Ancora una volta Lombardi mette in atto il suo stratagemma di voluta mancanza di una conclusività certa della storia. La conclusione del dramma non sta tanto nella donna arsa viva secondo quanto riporta la tradizione storiografica, piuttosto nel viluppo delle considerazioni sulla morte e sull’esigenza di una dimensione sociale dove si respiri libertà. Il nerbo fondante degli ultimi istanti da viva della donna sta allora proprio nell’incontro verbale (ma intuiamo anche carnale) che ha con il giovane, presenza ultima di una Provvidenza laica che reclama un decisivo, accorato e implorante bisogno d’amore.

Con questa trilogia drammatica Lombardi ci consegna due sacrosante realtà che hanno senso tanto nella letteratura, ossia nel mondo di carta, della finzione e proiezione del vissuto, quanto nel mondo concreto di esseri che vivono più ruoli al contempo scambiandosi maschere più o meno piacevoli e battendosi per l’osservanza dei diritti inalienabili. La prima è quella che recita «Volevo apportare qualcosa di nuovo. Un intellettuale/ se non fa i conti con il reale non vale niente. Niente» ed è quello che Lombardi ha fatto egregiamente e con onestà con la stesura di questi brani teatrali. L’altra è tutta dedicata alla fumosità e alla impalpabilità del genio creativo e artistico, impossibile da contenere e difficilmente ravvisabile se non si utilizzano le lenti del cuore: «L’ingegno il più delle volte è una scrittura sull’acqua/ del fiume». Quello di Lombardi è per nostra fortuna impresso in questo volume.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 01-04-2015

  

[1] Daniele Giglioli, Trauma, Quodlibet, Macerata, 2011.

[2] Virginia Woolf ebbe modo di parlare dell’argomento in più circostanze; ne troviamo traccia soprattutto nelle annotazioni dei suoi diari personali e in qualche epistola del suo immenso carteggio conservato, tra cui in una di esse leggiamo: «Quando anni fa Bernard Shaw si disse disposto a scrivere una prefazione a un libro di mio marito, rifiutammo; perchè se un libro è degno di essere pubblicato, è meglio che si regga sulle proprie gambe» (Estratto di una lettera di Virginia Woolf alla signora Easdale datata 8 gennaio 1935, pubblicata in Virginia Woolf, Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura, a cura di Federico Sabatini, Minimum Fax, Roma, 2014, p. 105.

Lorenzo Spurio intervista la poetessa Anna Scarpetta

 a cura di Lorenzo Spurio  

 

LS: Lei  ha  all’attivo  un vasto numero di  sillogi poetiche  e  in tempi  più recenti si è occupata anche della  scrittura  di  poesie religiose. Da  quale  bisogno nasce  la  scrittura  di  una  poesia confessionale e quale è la finalità?   

AS: Sono lieta di questa domanda che mi viene posta, non senza aver considerato che effettivamente al mio attivo ho prodotto un vasto numero  di  sillogi  poetiche; ciascuna  con  una  tematica  differente, l’una dall’altra. I titoli sono: Poesia, (esprimo in questa  silloge la bellezza  della poesia pura); Frantumi di Tempo, in cui affronto in chiave  moderna la sottile precarietà del tempo nella vita  esistenziale  coi  suoi dolori e  le sue gioie); L’Altra dimensione  della  vita, (un’altra  silloge in cui la poesia riesce a narrare, in breve, la dimensione  di  vita  vissuta, ovvero, già  trascorsa  come scorcio di  tempo-vissuto); Le voci della memoria, (una silloge in  cui  racchiudo  le voci in un  solo  afflato, per  descrivere  meglio un  nucleo  di  memoria rimasta  fortemente legata ai ricordi e all’armonia di tante  cose vissute e mai credute perdute; in versi ogni cosa descritta, a mio parere, sembra rimanere pura e intatta); Io sono soltanto un granello di  sabbia, infine, (in questa silloge il  mio   intento è  stato quello  di ringraziare  l’Iddio per il dono generoso  della  parola, profusa  in versi, in abbondanza, credo). Difatti, Marzia Carocci,  critico recensionista  molto conosciuto, in una sua breve, ma significativa, recensione, ha affermato: “Nella poesia “Io sono soltanto  un  granello  di  sabbia”, Anna Scarpetta si  inginocchia al cospetto del  Padre  ringraziandolo con  umiltà di averle  donato la capacità di esprimersi  in poesia e avvalorando il  fatto che anche un  piccolo granello  di  sabbia in   confronto   alla  vastità  di  un  deserto, può avere un  valore inestimabile” (…).

Ebbene, già da  qui  si  può  meglio  intuire come la scrittura, di Poesie religiose, in maniera costante, sia al centro dei miei reali pensieri. Tuttavia, credo che la poesia nasca, principalmente, da un forte bisogno  di  aprirsi e scaricare  ogni  tensione  o  forte emozione. E’ vero, taluni elementi esenziali,  fungono, peraltro, da motore trainante per  un  poeta  o  scrittore. Io  credo, lo stesso si  possa dire anche per gli attori o i registi di teatro. Quali siano le finalità, è chiaro, vanno arricchire un  panorama di scrittura infinita, in chiave moderna. Se il lavoro prodotto poi saprà imporsi  all’attenzione, sia  della  critica  futura  che  del pubblico   nuovo, ancora  meglio. Ogni  scrittura, penso, sia  nel  tempo destinata ad  incontrare il suo magico momento fortunato, se  piacerà, ovviamente, o  se   dirà  cose   nuove  e  interessanti.

 

10495978_612300008889959_6492116458864762745_oLS: Secondo   alcuni  la  poesia  ha  una   funzione  terapeutica; allevia i  mali e i tormenti dell’uomo, cioè è una sorta di sofferta  confessione   con   se  stessi   per   cercare   di   individuare  una consolazione o un  miglioramento alle  proprie  condizioni.  Per altri, invece, la  poesia  è  inconcepibile se slegata  dall’impegno civico, dalla sua vena sociale  ossia non può mancare di  partire dalla  lucida osservazione del mondo per  fornire poi un monito, un canto di denuncia o una attestazione di sdegno. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Quale delle  due  intenzionalità  poetiche si sposa meglio al suo far poesia?

AS: La scrittura della poesia aiuta, in effetti, ad  aprirsi meglio al mondo reale, vivendo o rievocando  la  propria sofferenza, i dolori, gli amori, le amicizie  perdute  e  ritrovate. Aggiungerei, anche  il caro ricordo dei  paesaggi e luoghi, in  cui si è vissuto, sono vivi spiragli di  luce, cari al cuore e all’anima. Rievocarli, ogni  tanto, credo,  faccia  bene. Tuttavia,  la  mia poesia, è orientata,  in  maniera  costante, verso la  lucida   osservazione del  mondo che  muta notevolmente, coi suoi  reali  problemi  e tante difficoltà sociali, ancora  forti. Ebbene, non necessariamente, la poesia  sia  davvero in  grado di tale  funzione terapeutica, ovvero, che possa  alleviare i mali o i dolori, compresi  i  tormenti  dell’uomo. Sarebbe fin  troppo bello, se fosse  reale. A mio dire, solo il tempo possiede il  vero antidoto cicatrizzante per  questi  eventi  forti; se  come  supporto  non vi è  una  fede interiore dominante, così speciale e provata, in concreto, non si  superano certi eventi o perdite di  persone care. Ne so qualcosa!

 

LS: Per interesse personale e per ascendenza  familiare, Lei ha uno strettissimo rapporto con il mondo del teatro. Può rivelarci le  motivazioni del suo grande amore verso il palcoscenico e  la rappresentazione del testo?

AS: E’ vero, il teatro è sempre stato al centro del mio personale interesse, così forte, fin da ragazza. Un amore che  il  mio  papà ha saputo trasmettermi grazie  alla sua  costante   passione. Un  amore che ho  voluto approfondire, frequentando, alcuni  anni, una Scuola di Recitazione a Napoli, studiando autori importanti: Soflocle  (Antigone); Arold  Pinter   (Il Guardiano),   Fernando Pessoa, Eduardo De Filippo (Natale   in Casa Cupiello),  Luigi  Pirandello, e altri, di  notevole  fama.

 

LS: Come  mai  non  si  è  mai cimentata   nella scrittura di un testo Teatrale?

AS: Non è assolutamente vero che io non mi sia mai cimentata nella scrittura di un testo teatrale, ho scritto diversi testi teatrali. Alcuni sono andati  smarriti  durante  il  mio  trasferimento  da Napoli a Novara. Altri  scritti, invece, li ho recuperati tra le mie numerose carte, anche  se  poi  non sono riuscita  a  pubblicare  in  seguito, qualcuno, cosa  non  facile. Ma  ciò  non  significhi che non ci sia davvero spazio, nel tempo, per decidere. Tuttavia, appena trasferita, a Milano residenza di lavoro, ho avuto la mia opportunità di conoscere  persone   appassionate di  teatro. Insieme abbiamo condiviso un testo ambizioso, dal  titolo “Una barchetta di carta sull’acqua” di Ciro Menale. Atto unico, liberamente tratto da Fernando Pessoa. Infatti, siamo riusciti insieme a mettere in scena, al Teatro Litta di Milano, un  lavoro armonioso, con la Compagnia Teatrale: I passanti. In  qualità di Aiuto Regista, per  me fu davvero un’esperienza  personale  molto gratificante e nuova, davvero  forte. Il lavoro fu  presentato, il  10 Dicembre 1992, ebbe  buoni  consensi sia del pubblico che della critica.  

 

LS: Sono  innumerevoli  le definizioni del  concetto di  cultura  che sono state   avanzate   nel   corso    del   tempo ed    esse   variano  a seconda   del   periodo   storico, della   filosofia  di  influenza  e  dei propri  convincimenti. In  particolare  colpisce  una  definizione del portoghese  Fernando  Pessoa  che,   lapalissianamente,   sosteneva “Cultura    non  è   leggere  molto,  né   sapere   molto: è  conoscere molto”. Che cosa ne pensa al riguardo?

AS: Sì, esatto, le definizioni del concetto di  cultura sono complesse. A  mio  dire, anche  innumerevoli. Esse  variano e spaziano nei loro contenuti e  nelle  dimensioni  concettuali di chi li esterna; risentite, ovviamente, delle forti  influenze dei propri convincimenti personali. La mia persuasa  riflessione, però, è che la molta conoscenza debba necessariamente camminare assieme  alla  lettura. Dunque, leggere molto  fa  bene, nutre la  mente e appaga  l’animo. Io leggo tanto, e mi piace ancora leggere.

 

LS: Nel panorama  culturale   contemporaneo   i  concorsi  letterari fioriscono   come   campi a  primavera, molti  di  essi   curano  una edizione  del   premio e poi l’anno  dopo  scompare  perché  magari viene   a  mancare  una  concreta  organizzazione  dell’ente  che   lo istituiva  o  i   fondi   per  poterlo  tenere  in  piedi.  Quale  è   il  suo giudizio personale sui concorsi letterali?

AS: Ebbene, è pur sempre meglio, orientativamente, per  un   poeta o  per  uno scrittore  misurarsi con gli  altri, accettando un giudizio critico di una giuria che lo ha  analizzato  o  valutato. Non può che essere un bene per il  suo  percorso  iniziale  o  anche  in seguito. A mio dire, occorrono, purtroppo, giudizi  di esperti e di professionisti critici  seri, se  si  vuole  davvero  porsi, umilmente, dinanzi  a   tale passione così  intensa e  seria. E,  la  crescita, può avvenire  solo se esperti in giudizi  critici  sapranno  valutare, i  lavori, serenamente.  Altre  possibili  strade, per    chi  scrive e produce lavori   di  buona scrittura, non ne conosco. E’ ovvio,  poi,  bisognerà  scegliere  bene   determinate   strade  e  i vari concorsi seri, per non inciampare in talune strade che davvero  potrebbero   rivelarsi  false, senza   un  nulla  di  fatto, in  concreto.

Tuttavia, credo, che i concorsi  letterari   siano  fondamentali   per  chi  intende,   poi,  proseguire e  approfondire questo straordinario percorso  culturale. In passato, ma ancora oggi, a  dire  il  vero, mi sono sempre  cimentata   in  concorsi  seri  e   professionali, ancora esistenti, per  fortuna. Io  bado molto  ai  nomi  dei giurati, ci tengo molto   che  siano conosciuti  e  professionisti. Forse, per  questo il mio   percorso   culturale  prosegue  la sua  corsa; oramai, da  sola, in   un  panorama  assai vasto, dove è  facile perdersi e non sapere più dove andare o come proseguire.

Invero, grazie  ai vari  concorsi letterari  rinomati  ed  efficienti, in effetti, sono stata, moltissime volte, premiata in Poesia e Narrativa.

 

LS: La letteratura in dialetto ha  vissuto  di   alti e  bassi  nel  corso della   storia  e   la  questione  dell’importanza  dell’espressione  in dialetto  negli   ultimi  decenni  è  stata avanzata e posta soprattutto da sociologi, demoetnoantropologi e  cattedratici  che  si  occupano di   linguistica. Alcuni   scrittori  che  hanno  impiegato  il   dialetto (Trilussa,    Belli)     sono    parte    integrante     della     letteratura italiana   e   sbaglierebbero  di   grosso   coloro   che negassero  tale realtà. Una   delle   motivazioni   che   viene   portata  dai  dilettanti contemporanei  o  dagli  amanti del  dialetto  in  sua difesa è che il dialetto, in quanto lingua madre  (si  impara  prima  della lingua standardizzata   dell’italiano)  è   più   diretta   ed  efficace   perché oltre  a   comunicare   un   messaggio   è    capace    di   trasmettere un’emozione,  l’enfasi   del   parlante,   il   sentimento  in  maniera genuina.  Che cosa ne pensa di ciò e del dialetto in generale? Ha mai scritto nulla in dialetto?

AS: Sì, il mio amore per  il vernacolo è  risaputo. In  effetti scrivo in  dialetto, mi  piace   parlare   correttamente   e  scriverlo anche. Ho  letto  e   leggo   taluni   autori   famosi  che  hanno  scritto  in vernacolo:  Salvatore Di Giacomo, Ferdinando  Russo, De Curtis in  arte  Totò, Eduardo  De  Filippo,  Giovanni De  Caro,  Renato De Falco  ed  altri. In  futuro, credo, di voler  realizzare  un  libro in vernacolo, su concetti ben definiti. E’ risaputo che il proprio dialetto, come quello di Trilussa e Belli siano  stati  dialetti  di  una  grande  cultura sociale e  ambientale. Ma, parlando, del vernacolo, anch’esso, non di meno, possiede in realtà  delle  forti  sfumature  espressive; specie, nella pronuncia, con l’uso corrente di vocaboli e parole veraci, direi, straordinarie, che sanno trasmettere, sin  da subito, intense emozioni, così belle, calorose, davvero, irripetibili  nell’altra  lingua, in italiano.

 

LS: Se   le   nominassi    Pier  Paolo  Pasolini,  Sandro  Penna  e Antonia  Pozzi,  tre  grandi   poeti     del   secolo    scorso,   quale sceglierebbe  e perché?

AS: Sono tre  grandi  autori, speciali,  di  straordinario  interesse culturale. Essi  hanno  saputo  coniugare al meglio i loro intensi percorsi  di  vita. La  loro  preziosa  scrittura  risalta  fortemente,  i  vari  contesti   socio-politico, ma  anche  quelli  ambientali, sia  pure in maniera differente. Infatti, le loro opere letterarie hanno risentito di quel forte impulso  espressivo dei  vari periodi di vita vissuta; proprio  come  gli  scrittori e  i  poeti  contemporanei  di questo  secolo, impegnati a scrivere o a produrre nuovi lavori. A mio  parere, li  accomuna  assieme il grande amore per l’arte: il giornalismo, la bella poesia, soprattutto. Tuttavia, la  mia sottile preferenza mi dice che Pier Paolo Pasolini  sia  stato  molto  più incisivo e  poliedrico nella varietà delle sue  straordinarie  opere letterarie  lasciate, come:  regista,  poeta, scrittore  e   narratore. Egli, dunque, è stato un sagace interprete, dei tempi, in assoluto.

 

LS: Per  ritornare alla poesia, quanto è importante il  tema del paesaggio, del  mondo naturale e popolare collegato  al  luogo delle proprie  origini, secondo Lei nella poesia in generale? E nella sua poesia in  particolare, la città  di  Napoli, con i  suoi colori e le sue tradizioni, quanto compare o quanto è presente non vista, dietro ai suoi versi?

AS: Io posso ritenermi fortunata di avere le radici napoletane di una città, a dir poco, meravigliosa, così  presente  e viva nel mio cuore. E’, ormai, risaputo  che  Napoli  è  conosciuta ed è apprezzata  in tutto  il mondo per le sue  bellezze  naturali, per la  sua  bella, profonda  cultura, così  straordinaria; vanta  un mito di  numerosi artisti, bravi attori, ottimi poeti, e  musicisti. I bei luoghi della mia città, in effetti, sono  quasi  sempre  vivi, ossia, presente, nei versi e in diversi scritti. Non  riuscirei mai a staccarmi dai luoghi che mi hanno  visto crescere, con tante belle speranze e amore per l’arte, in particolare la poesia.

 

LS: Quali  sono i  progetti letterari che attualmente la vedono impegnata? Sta scrivendo un nuovo libro? Se si, può anticiparci qualcosa?

AS: Sì, esattamente, sono  già  pronta a  presentarmi  con  un  nuovo libro, di Poesie  moderne, ci ho lavorato davvero tanto. Questa volta, mi sono immersa  con  tutta  l’anima  verso  un viaggio straordinario, di terre assai lontane. Un  viaggio che  avevo, probabilmente,  già  dentro  di  me, e potrò finalmente realizzarlo. Infine, con le sillogi  poetiche, vorrei  prendermi  una  pausa di riflessione. Ho già  in mente di  occuparmi, finalmente, di cose nuove  e  diverse che  avevo già scritto, ma  le  avevo poi accantonate nel tempo, non per pigrizia.

 

 

Anna Scarpetta

Novara, lì 21 Settembre 2014

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