“E l’uomo chiese” di Tina Ferreri Tiberio, con un commento di Lorenzo Spurio

“E l’uomo chiese”[1] di Tina Ferreri Tiberio

 

E l’uomo chiese,

scrollando il capo,

se la terra, avvolta da

invisibile, infinita

nebbia, potesse proseguire

implacabile il suo

giro, fino ai confini

dello spazio.

 

Tremolante e inquieto

Il vento si levò,

lasciò intravedere

una fuggitiva nuvola,

…come un bacio appena appena

pennellato e perduto

nel grembo rabbioso

del cuore della terra.

 

Commento di Lorenzo Spurio

La poesia “E l’uomo chiese” di Tina Ferreri Tiberio, che è raccolta nella silloge “Frammenti” che fa parte dell’opera a più voci Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa (2017), si presenta al lettore come una cauta riflessione sui sensi dell’esistenza. Il titolo, che chiarifica in merito a una condizione dubitante dell’uomo, fa da apripista a un testo bistrofico dal verso libero. L’uomo, quasi ravvedutosi dalle sue azioni sconsiderate (sembra di intuire) pare svegliarsi da un sonno turbolento e, di colpo, prendere visione dello scenario nel quale è calato: la terra ricoperta da una fiabesca e impalpabile patina di nebbie che la rende quasi irreale e al contempo gradevole alla visione. Immancabile, nelle vene di un sotto-testo che non è così difficile da estrapolare, il pensiero di salvaguardia ambientale che la poetessa intende delineare quando, con un linguaggio semplice che rifiuta volutamente la dura interrogazione, allude a un possibile futuro del Pianeta. Ci sarà tempo – o, meglio, ci saranno ancora le condizioni – affinché la terra possa “proseguire/ implacabile il suo/ giro”?

Nella strofa che segue una folata d’aria, quasi provvidenziale e connaturata come segnale benaugurante, fa la sua presenza in scena; l’energia del vento è capace di disperdere la cappa di nebbia prima formatasi. Il ripristino di una situazione di ariosità del cielo permette lo svelamento: l’occhio riacquista visibilità su ciò che prima – nelle summenzionate condizioni fisiche – non aveva accesso. Ecco che la poetessa s’interessa di cogliere una “fuggitiva nuvola” che subito, con un’estensione romantica, associa a un bacio pitturato che si costruisce con pennellate velocemente sino a diventare indecifrabile e sparire. Esso si contraddistingue proprio per la stessa fuggevolezza e transitorietà della nuvola nel suo incedere inavvertibile eppure continuo.

La chiusa provvede a un sigillo significativo, ricorrendo nelle immagini a una ciclicità ben codificata. Dopo la meticolosa attenzione riversata al mondo d’aria (nebbia, vento, nuvola) si ritorna al mondo della concretezza, alla terra, descritta nel suo “grembo rabbioso”, antro tellurico di forze e di energie magmatiche di naturale genesi ma anche di una nutrita insofferenza verso la diffusa inciviltà dell’uomo.

 

L’autrice

img_1062-fileminimizer.jpgTina Ferreri Tiberio è nata e vive a San Ferdinando di Puglia (BT). Docente in pensione. Laureata in Pedagogia, ha insegnato nella scuola dell’infanzia e successivamente Storia e Filosofia in un Liceo Scientifico. Fin da giovanissima si dedica alla scrittura di poesie. Solo negli ultimi due anni ha partecipato a vari concorsi letterari ottenendo lusinghieri riconoscimenti tra cui (solo per citarne alcuni) il Premio Speciale CEI (Ufficio Nazionale per la Pastorale, il tempo libero, turismo e sport) al 3° Premio Letterario “Città di Fermo” nel 2017 con la poesia “Ti ho cercato o Dio, ti ho cercato” e il 2° premio assoluto al VI Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi con la poesia “Dammi i colori, madre”. Suoi componimenti poetici sono presenti in varie antologie di premi letterari fra le migliori opere selezionate dalle relative giurie, altri componimenti sono inseriti nell’Enciclopedia della Poesia Contemporanea vol. VI del 2014-2015 della Fondazione Mario Luzi.Suoi saggi di carattere storico-filosofico sono presenti sulla rivista semestrale “Il Vascello”, rassegna di cultura, scuola e società dell’Istituto di Istruzione Superiore “Michele Dell’Aquila” di San Ferdinando di Puglia (BT) oltre che sulla rivista di letteratura online “Euterpe”.

 

[1] AA.VV., Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa, Aletti, Guidonia, 2017, p. 90.

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“Frammenti” di Tina Ferreri Tiberio, recensione di Lorenzo Spurio

Tina Ferreri Tiberio, Frammenti in Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa, Aletti, Guidonia, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

download.jpgLa silloge Frammenti di Tina Ferreri Tiberio è contenuta nella raccolta poetica a più autori dal titolo Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa (Aletti, 2017). Come ha osservato l’autrice in una recente dichiarazione, si tratta della sua prima raccolta di poesie che timidamente ha pubblicato, perché un po’ restia a estrinsecare i suoi pensieri.

L’elemento naturale e paesaggistico è spesso contenuto nelle composizioni della Nostra da divenire ingrediente speziato e radicato di quei brani lirici le cui tematiche riaffiorano nell’infanzia richiamando ricordi lontani che si rimembrano con letizia e un pizzico di nostalgia.

Il tono è pacato, il linguaggio rifugge virtuosismi di sorta per prediligere forme canoniche di una sintassi che trae dal linguaggio comune le terminologie. Poetica descrittiva e figurativa, cadenzata da tocchi di intimismo e di regressione a fasi del passato della donna vissute in completezza e concordia con l’amato e con l’ambiente che la circondava (“Come a vent’anni!”, 84).

L’intera dissertazione lirica gira attorno alla tematica del tempo, ricorrente con immagini e forme diverse ma sempre a sottolinearne il fulmineo tracciato e l’intransigenza del suo percorso, la Nostra parla, infatti di un “tempo caduco e crudele” (78) così impietoso da ricevere i connotati di violenza e brutalità: esso non conosce requie come nei Sonetti addolorati d’amore del Bardo inglese.

I frammenti della Nostra sono stralci di un vissuto che vengono ripescati e incastonati nella carta a eterna memoria e per un rinvigorimento continuo delle esperienze, difatti la stessa Poetessa rivela in una poesia che la sua volontà è quella di “rivivere/le storie” (78). Così i versi contengono una materia che ha a che fare col vissuto autentico della donna, vagliato dall’esperienza saggia di protagonista del mondo, al punto da poter descrivere i suoi brani come delle vere e proprie stesure di “vite narrate” (82).

Talora appaiono sporadiche tracce di criticità e insoddisfazione, oppure di perplessità che la porta a servirsi della confessione con la carta proprio per l’esternazione dei suoi pensieri che, a volte, rasentano quel “nulla fulmineo” (77) indescrivibile in quell’oscurità che può prendere forma anche se poi l’aurora non manca di succederle. Tina Ferreri Tiberio racconta in stille poetiche quelle che furono le gioie e le spensieratezze di un’età giovane e smaliziata: “Canto la giovinezza/ sognante e tenebrosa” (80): curiosa ma assai d’impatto questa costruzione ossimorica della giovinezza quale momento sognante, dunque dotato di stupore e meraviglia, ma anche tenebrosa, perché, forse, inconoscibile e dunque misteriosa.

L’introspezione, pur vagliata da una profonda conoscenza della storia, a volte assurge ad alti livelli come accade nella lirica “Dammi i colori, madre” dedicata al ricordo di Auschwitz (non contenuta nella silloge in oggetto), risultata vincitrice del 3° posto alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (2017) di cui la Commissione Giudicatrice così commentò il bel testo: “I versi semplici e puliti sono un sofferto inno d’amore e un richiamo accorato e sincero in cerca di aiuto e di amorevole sostegno. Gli orrori della prigionia ad Auschwitz divengono anche voce e ispirazione di una preghiera rivolta alla Madre Celeste, a testimoniare un affidamento e una devozione senza confini, ad alleviare la pena di un’esistenza che si avvicina al termine”.

La Poetessa – come ogni buon poeta – si interessa anche dei fatti del mondo non mancando di riferirsi alle “miserie umane” (91) e all’impassibilità dell’uomo (“Gli amici, indifferenti, vanno via”, 99) sebbene la centralità rimanga sempre attorno alla tematica del tempo, delle emozioni vissute, dei soavi ricordi che riaffiorano con piacevolezza mentre “la vita sussulta alla debole luce” (81). C’è un effluvio comunicativo anche con l’ambiente paesaggistico che contorna le vicende episodiche tratteggiate nei componimenti lirici come quando la Nostra osserva “Ho provato ad immaginare/ il vento senza la sua carezza” (85) e poi, in un’altra lirica, fa capolino una domanda impalpabile: “È possibile correre sotto/ lo stesso cielo?” (86).

Tina Ferreri Tiberio trae dall’esperienza personale la materia prima per impastare i versi delle sue liriche che si contraddistinguono per freschezza, gradevole fruibilità, carico espressionismo, rifuggendo forme arcane di stagno ermetismo o di virtuosismo performativo. Donna che appartiene alla terra e che, nella semplicità genuina dove risiede il senso di bellezza, “am[a] ascoltare il silenzio” (87); silenzio che fa pensare a versi dolci e pacificati di Giusi Verbaro o, meno efficaci all’istante, di Mario Luzi.

Così la donna ci affida le “molte avventure” (91) appartenute al suo tracciato esistenziale ferme nella convinzione che “amore è giovinezza” (92). Nell’età matura in cui la Poetessa scrive ci informa anche del suo “spossato corpo” (91), sintomo – forse – di una leggera stanchezza che non ha nulla dell’affanno ed è in linea con una più consapevole coscienza che “la vita fievolmente/ rotola” (99) verso il suo “interminabile peregrinare” (94). In tale vissuto esistenziale la Poetessa ha deciso di lasciarsi felicemente trasportare dall’emozione, valicando i continui “battiti del tempo” (94) che a volte ci pongono dinanzi a dei bivi, a delle decisioni, a delle stasi, a dei dolori invalicabili che si scoperchiano.

Con dignità e fermezza Tina Ferreri Tiberio “Ravvolg[e] i rimanenti battiti accartocciati;/ arranc[a]” (100) tra i banchi densi di “solitudin[e] e [di] indifferenza caliginosa” (103) con la virtù innata di un insegnamento morale che sa d’antico e di profonda spiritualità e che, invece, è motivo e fine del nostro ‘esserci’ al mondo: la traccia che lasciamo è estensione di noi stessi. Ecco perché “ammutoliti possiamo/ raccogliere e tessere i labili frammenti/ della nostra vita” (105).

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-01-2018

 

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