Intervista a Edoardo Monti, autore di “Vangelo del cavolo”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Edoardo Monti

Autore di Vangelo del cavolo

I libri di Emil, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: C’è bisogno di fare una premessa un po’ dotta. Anche se in genere, in questo paese, si viene educati alla fede cristiana, pochi sanno che nei primi secoli del Cristianesimo il “vangelo” era una specie di genere letterario. Esistevano diversi vangeli (non parlo solo dei famosi apocrifi), ma di essi tutti conoscono soltanto i quattro testi che furono scelti dalla Chiesa, e dunque “canonizzati”. Partendo da tale presupposto, ho voluto scrivere il mio “vangelo”: il quale, essendo mio – e parlando di gente ordinaria, debole, mediocre –, non può che essere “del cavolo”.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

EM: Rispetto a chi nega una valenza autobiografica ai propri testi, io faccio esattamente il contrario. Dirò anzi che mi “duplico” in quasi tutti i miei personaggi, nel senso che in ognuno c’è un aspetto della mia personalità. Alla fine, per far questo, la scrittura non è solo un mezzo semplice ed efficace… ma direi piuttosto che è l’unico. Siamo sinceri: in quale altro ambito possiamo esprimere pensieri meschini – o magari anche spregevoli – e affermare: “Non sono io, è il personaggio che lo dice!”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

EM: Perché, esistono ancora i generi letterari? Oggi va molto la tipologia del “libro di denuncia”… Ma quando tu, per dire, scrivi un libro contro la camorra, e poi entri a far parte della grande “mafia” italiana – non meno pericolosa – di politologi e intellettuali, non sei molto credibile; o almeno, è ciò che penso io. Quanto al Noir, ci sono autori che leggo e che stimo molto: ma sarebbe anche il caso, da parte degli editori, di spaziare in altri territori, introducendo qualche novità. Questa ossessione per il “nero” inizia a essere noiosa!

Quanto agli autori che prediligo, dato che sono parecchi, mi limiterò ai nomi che in questo momento mi vengono in mente: Pirandello, Cechov, Updike, McBain, Dostoevskij, McInerney, Scerbanenco, Leopardi… Quanto agli autori italiani di oggi, ci metterei senz’altro Ammaniti, la Parrella, e anche Loriano Macchiavelli.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Ne posso dire due? Uno solo è davvero troppo! Sicuramente la Recherche di Proust e Il Principe di Machiavelli. Perché? Il primo è un capolavoro di scrittura e di profondità, il secondo è l’analisi più terribile – e veritiera – mai scritta sul genere umano.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: Sicuramente alcuni scrittori avranno avuto maggiore influenza, ma in qualche modo preferisco non esserne consapevole, lasciando semmai al lettore il compito di “scovarli”!

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Di norma ascolto tutti i consigli di chi legge i miei manoscritti, ma una scrittura a quattro mani non l’ho ancora mai sperimentata.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: A tutti coloro cui ogni tanto, durante la giornata, viene il sospetto che la nostra vita – con i suoi riti e le sue convenzioni – sia una gigantesca presa in giro (non so se comica o drammatica). Chi mi legge, per un’oretta deve abbandonare i sentimentalismi, e in compenso saper ridere con sana cattiveria…

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Giorni fa, su un quotidiano, stavo leggendo la rubrica delle lettere tenuta da un notissimo scrittore. Rispondendo sull’argomento “piccola editoria” (di cui faccio parte anch’io), confrontandola con quella “grande”, egli affermava che per essere pubblicati dai grossi editori non c’è altra via che quella di esser “segnalati” da qualcuno; una persona, insomma, che conosca il direttore editoriale e che gli dica: “Ci sarebbe questo manoscritto…”. Ovviamente, è chiaro che il manoscritto deve poi piacergli: ma se non segue quest’itinerario, è impossibile che venga letto. Considerando che lo scrittore che tiene quella rubrica viene pubblicato da Mondadori, c’è da credergli sulla parola. Senza dubbio, il piccolo editore non ti fa seguire quell’iter. Ma in compenso, devi poi pubblicizzarti da solo, dal momento che non dispone dei mezzi che hanno i “grandi”.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Quanto ai premi, a esser sincero, ancora non l’ho capito. Per quanto riguarda i corsi di scrittura, io non ne ho mai frequentati, ma ho conosciuto – piuttosto – alcune persone che li tenevano, e devo che la loro mentalità non mi piaceva affatto. Con ciò, non voglio dire che gli insegnanti son tutti così. Ma la cosa quantomeno mi ha dato da pensare.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Lo scrittore è tendenzialmente un essere narcisista, molto geloso di ciò che scrive e sospettoso verso i “colleghi”. Anche se ciò risulta antipatico, è inutile far finta che le cose non stiano così. Non dico che tra scrittori sia impossibile confrontarsi: dico solo che è difficile bucare la loro corazza.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: C’è chi ha detto che in realtà ogni singolo scrittore dà il suo contributo alla stesura di “un unico grande libro”. Chi scrive ha la necessità principale di farsi capire, e quando un’immagine della letteratura del passato è conosciuta più o meno da tutti (ad esempio, l’insetto di Kafka), re-interpretarla – o anche parodiarla – può rivelarsi molto efficace. Specialmente se non è solo un divertissement intellettualistico, come accade nei libri di certi ‘baroni’ ormai affermati.

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Vangelo del cavolo” di Edoardo Monti, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Vangelo del cavolo

di Edoardo Monti

Emil, Bologna, 2012

ISBN: 978-88-96026-39-7

Numero di pagine: 86

Costo: 14,00 €

 

Recensione a cura di LORENZO SPURIO

 

E ti affidi, un po’ alla volta, alla calma di certe abitudini. E così il mondo va avanti, da sempre e malgrado tutto. (p. 36)

Perché un titolo così bizzarro per un libricino di nemmeno cento pagine? E’ forse questa la domanda più intuitiva – forse addirittura banale- che ci facciamo prendendo in mano questo testo che, più che un vero libro, ha l’aspetto di un pamphlet.

Inoltrandosi nella lettura, però, ci si rende ben presto conto che si tratta di un testo molto interessante. E’ una raccolta di racconti brevi – poche pagine per ognuno- attraverso i quali Edoardo Monti – che esordisce così nel campo della narrativa- ci fa conoscere personaggi e situazioni, per poi metterle a tacere e inventarne di nuove. In realtà c’è poco di “inventato” dato che da ogni pagina traspaiono chiari riferimenti alla società consumistica, spersonalizzante, a volte alienante del nostro oggi. Si tratta di un libro completamente contemporaneo che ci fornisce spaccati quanto mai realistici che –credo- molti lettori sentiranno sulla propria pelle come proprie “esegesi di vita”. L’intera raccolta sembra avere uno squarcio pessimista sulla realtà: la mancanza del lavoro, la crisi, la perdita d’identità dovuta proprio alla mancanza di un lavoro, gli attentatori islamici pronti a farsi saltare in aria. E’ un mondo stagnante, fisso, che non cambia e perpetua le sue mancanze, i suoi errori anche se nel racconto che chiude la raccolta, Edoardo Monti, ci fornisce speranza e apertura verso il futuro. E’ una riflessione sul ruolo stesso dello scrittore: quanta difficoltà per un esordiente farsi conoscere… poca meritocrazia c’è in giro e così si continua a vivere anche se è necessario un cambiamento. Quel cambiamento che, purtroppo, non arriva e la gente sfiduciata e onnipotente, porta avanti la sua solita e modesta vita.

Il libro si focalizza a mio avviso su due elementi importantissimi che fanno il curriculum vitae dell’uomo d’oggi: gli studi e il lavoro. Nel primo racconto siamo alle prese con un uomo che non trova lavoro e il fatto stesso di aver ultimato un percorso di studi poco idoneo al trovar lavoro, costituisce un aggravante: “Solo che io, con il diploma che mi ritrovo, che potrei fare?” (p.11) o nel racconto “La civiltà delle lauree”, il protagonista osserva: “Oggi anche a lui serve una laurea” (p. 21). A tutti nella società contemporanea serve un lavoro e se questo non si trova più così facilmente come poteva essere una volta, allora serve necessariamente una laurea. Una volta che hai una laurea in mano, però, non trovi ugualmente lavoro. Però, forse, sai chi sei.

La mancanza di un lavoro per l’uomo –in generale-  è spesso motivo di angoscia interiore, isolamento e depressione. Ne sono prova i tragici fatti di cronaca che purtroppo sono all’ordine del giorno. La mancanza o la perdita del lavoro funzionano in maniera così negativa sulla persona da causarne una vera e lenta spersonalizzazione, tanto che il protagonista del primo racconto si lascia andare a una frase, centrale all’intera prosa: “il fatto che non so spiegare chi sono” (p. 12). Edoardo Monti dà un finale conciliatorio in questo primo racconto che, però, non manca di essere poco realistico e, anzi, strappa un sorriso al lettore.

Nei racconti che si susseguono lenti e freschi nel libro, l’andamento è lo stesso: si parte dalla descrizione dell’ambiente circostante, difficile e ostile, per poi andar a vedere come attua in maniera particolare una persona. E’ un mondo quanto mai vario e indefinito, fatto di “provola” (p. 19), “brava gente che viene sputtanata e mascalzoni che diventano Dio” (p. 41), scrittori esordienti che cercano di mettercela tutta, ma che vengono snobbati e presi in giro, “terroristi” (p. 29) e quant’altro che permettono di concludere a Edoardo Monti che “nel mondo, purtroppo, sono tanti i mezzi scemi”.

 

Chi è l’autore?

EDOARDO MONTI è nato a Rieti nel 1977, e attualmente vive a Roma. Tra i suoi libri già pubblicati vanno ricordati Poema crudele (Sovera, 2004). Vangelo del cavolo è la sua prima opera di narrativa.

 

A CURA DI LORENZO SPURIO

 

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