“Qualche lontano amore” di Carla De Bernardi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Qualche lontano amore

di Carla De Bernardi

Ugo Mursia Editore, 2011

ISBN:  978-88-425-43701-

Prezzo: 16,00 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

 “Pensava che l’amore fosse complicato e a volte faticoso e che potesse essere coraggioso, delicato, devoto, ingenuo, impavido, impertinente, irresponsabile, irriverente, paziente, puro e naturalmente anche impuro, sincero, sfacciato… Chi più ne ha più ne metta. Ma pensava anche che fosse violento. Non perché usa la forza, ma perché esercita un potere, il potere di uno sull’altro.” (p. 101)

La narrazione si apre con un prologo in cui ci vengono narrati piccoli episodi che fanno riferimento all’infanzia della piccola Clara, una tipa ribelle, poco considerata nell’ambiente familiare, il cui unico motivo delle sue “marachelle” era quello di poter essere presa un po’ in considerazione. E’ un’infanzia difficile, fatta di privazioni e di castighi insensati (come la sadica punizione della sorella Elisabetta) e addirittura anche la sua festa di compleanno, che dovrebbe essere il giorno più bello per la ragazza, finisce per diventare una sterile e insignificante “festa di adulti” (p. 14). A questa infanzia poco felice segue un’adolescenza altrettanto traumatica, fatta di amori difficili, allontanamenti e momenti di cupa solitudine e l’autrice subito sottolinea – un aspetto che poi avremo modo di verificare noi stessi durante la lettura del romanzo – che “L’amore per lei era la cosa più importante, tutto il resto contava poco” (p. 11).

Il primo capitolo continua la retrospezione del prologo e ci conduce in Egitto, nell’anno 1959,  anno di importanti cambiamenti storico-politici che pure l’autrice tratteggia per caratterizzare la società del momento ma l’aspetto centrale di questa parte del romanzo è di certo la presentazione di Juan, “alto, sorridente, forte, ma con un’espressione piena di dolcezza” (p. 42), l’amico-amante di Clara con il quale riesce a concedersi dei momenti, pur sapendo che lui una famiglia ce l’ha già. E’ da questo punto che la narrazione prende una piega diversa per confluire su temi quali la lontananza, la mancanza dell’altro, la durevolezza dell’amore, l’adulterio, lo struggimento di chi, solo, preferisce compiere un gesto estremo. Nel romanzo, così, prendono forma due diverse forme d’amore: quello matrimoniale, cristiano, vincolo saldo di responsabilità e di doveri e quello autentico, spontaneo, senza vincoli di nessun tipo ma adultero, segreto, in contrasto con il primo che l’autrice definisce “un amore fervido, un amore di frontiera” (p. 49).

Poi man mano veniamo a conoscenza di nuovi tasselli della vita della protagonista: il suo matrimonio con un uomo più grande di lei di brevissima durata e l’arrivo nel 1978 (con tanto di riferimenti storico-politici all’anno in questione) di un figlio, Giovanni; “tutto sarebbe stato diverso, da adesso in poi, adesso che c’era Giovanni” (p. 69), osserva la protagonista quasi rinata da quel rito di passaggio che è la Vita. Istinti autolesionistici e isolamento caratterizzano la fase adolescenziale di Giovanni che reca una vera e propria pena in Clara che, in ultima battuta, fa una sorta di fioretto promettendosi di intraprendere il Cammino di Santiago. Il Cammino di Santiago è un cammino religioso che parte dal sud della Francia (il camino francés) per arrivare sino alla capitale della Galizia, Santiago di Compostela, dove il corpo dell’apostolo Giacomo è conservato in una maestosa cattedrale barocca.

La narrazione prosegue incalzante tanto da generare nel lettore solidarietà, vicinanza e amicizia nei confronti del personaggio di Clara che, dopo tante pagine, abbiamo imparato a conoscere bene ed accolto nelle nostre case. Lo stile lucido e attento, la narrativa spigliata e cadenzata nell’utilizzo di appropriati sistemi di aggettivazione, rende il romanzo avvincente e di taglio completamente contemporaneo. Durante la lettura cerchiamo di immaginarci se dietro al personaggio di Clara si celi in realtà la stessa autrice dell’opera e, senza doverci sforzare troppo a trovare la risposta, è lei stessa che nei Ringraziamenti osserva: “Spero che capiscano che Clara non sono io. Almeno, non sempre..” (p. 203). Complimenti all’autrice per aver mantenuto questa narrazione sino alla fine a metà tra vita e letteratura, tra realtà e finzione.

Carla De Bernardi scrive dell’amore: di come lo pensiamo, di come lo vorremmo, di come è in realtà, trasponendo sulla carta una serie di flussi di coscienza della protagonista Clara (che, curiosamente, è l’anagramma del nome stesso dell’autrice). L’adulterio e i momenti d’amore clandestini di alcuni personaggi che l’autrice descrive non hanno niente di amorale o di spregevole ma, anzi, sono particolarmente autentici e credo – mia personale osservazione – specchio di molte nostre storie d’oggi.

Leggendo l’opera ho avuto l’impressione che l’autrice si sia dedicata principalmente a rappresentare un mondo alto-borghese fatto di feste, incontri, aperitivi, descrivendo uno scenario di mondanità e opulenza che, di contro, poco ha a che vedere – a mio modesto parere – con l’esistenza pratica dell’uomo (il lavoro, le sue preoccupazioni, il suo impegno materiale nella vita di tutti i giorni). Ma questo è il trampolino di lancio di questa narrazione che fa del viaggio (la partenza, il ritorno, il weekend lontano da casa, la gita fuori porta, la visita di una città) uno dei temi centrali dell’intero romanzo. Con questa narrazione Carla De Bernardi ci fa viaggiare per le città italiane ed europee, assaporare vini tipici di zone regionali, respirare l’aria di mare o sentire il calore di una giornata d’estate trascorsa in compagna. Onnipresenti e interessanti i riferimenti alla storia, alla politica, al mondo della musica, della lirica, della letteratura e dei complessi architettonici italiani ed europei. Un viaggio, questo che ci propone Carla De Bernardi, che deve assolutamente essere fatto!

BOOK TRAILER:

 Chi è l’autrice?

Carla De Bernardi è nata ad Alessandria d’Egitto e ha trascorso l’infanzia a Parigi. Vive a Milano, dove svolge l’attività di fotografa specializzata in ritratti e foto di interni, esposti in numerose mostre nazionali e internazionali. Ama camminare sulle strade degli antichi pellegrinaggi medievali e ha percorso la Via Francigena, il Cammino Aragonese, il Cammino di Santiago e il Cammino di Assisi, sui quali ha pubblicato con Mursia Contare i passi (2010) e Tutte le strade portano ad Assisi (2011). Scrive di viaggi per il web magazine www.stileedintorni.it, di cui è vicedirettore, e su diversi blog della comunità dei pellegrini e dei camminatori.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONFERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Cinzia Tianetti

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione a cura di Cinzia Tianetti

 

 

Viaggiare è sempre percorrere e ripercorrere, attraverso i panorami, se stessi. E allora in “Ritorno ad Ancona e altre storie” il senso della parola ritorno, sembrerebbe possibile potere esclamare con certezza, è un viaggio, perché un ritorno non è semplice ricalcare l’orme già tracciate ma un “percorso altro” rispetto a qualunque cammino intrapreso fino a quel momento; non sovrapponibile, non totalmente e completamente riconoscibile, non determinabile.

In definitiva il messaggio del ritorno racchiude un viaggio in cui non ci sta assolutezza alcuna, né un’epigonale mummificata storia, ma alterità che genera, nei protagonisti principali, come Giada e la madre Clara, Rebecca ed Eva, stupore; non lasciandosi sopraffare dagli eventi con atteggiamenti passivi e subordinati ma, in una nietzscheana “chimica” delle idee e dei sentimenti… come pure di tutte le emozioni che sperimentiamo in noi stessi… anche nella solitudine”, capovolgendo il risultato in un suo opposto (un telefonata anonima in un sentimento non immediatamente espresso, un episodio delittuoso in un incontro, una conoscenza deludente in una consapevolezza della ricchezza e fortuna posseduta, una mancanza in forza e capacità di accoglimento, un divorzio sofferto in voglia di ricominciare, la solitudine in opportunità di aprirsi all’altro, un monumento ai caduti di guerra ad inno del primo amore, un matrimonio fallito in impegno d’amore verso due creature bisognose d’affetto e d’attenzioni) così come nelle intenzioni degli autori.

E allora si comprende insieme a Giada, in “Telefonate anonime”, come la libertà e la tranquillità dell’animo indipendente dipenda da un ritorno a casa: Ulisse e Penelope al contempo del proprio destino.

Tessere le fitte trame della propria esistenza; “immaginare, sognare” insieme a Giada è il nostro compito nel recuperare noi stessi all’oscuro buco nero dell’inconscio per non “collezionare amori a senso unico e delusioni”, per vivere la vita senza che ci sfugga nell’incomprensione. Figurativamente un ritorno a casa, perché, come Giada in fondo, “non vediamo l’ora di respirare l’aria di casa nostra” viaggiatori “soli in compagnia dei nostri pensieri e dei propri propositi”, con un senso tra le mani nuovo. Proprio come Giada che infine riesce a incamminarsi “pensierosa ma sicura verso la sua villetta a San Casciano”. Moderna Penelope che, accettando il suo passato, nell’attesa calma e speranzosa per quel che si ha e non più per quel che si è perso o non si è mai avuto, finisce di stessere il faticoso lavoro dei giorni di una donna in ogni donna che ha amore, fedele al suo cuore. 

E siccome con un buon libro è sempre necessaria almeno una domanda chiediamoci necessariamente di cosa aveva fame Giada e forse ancor più necessario, perché complementare, di cosa si nutriva Giada per alimentare la fame:

“Una volta in cucina aprì la dispensa, ma la chiuse in maniera altrettanto veloce, tanto era insoddisfatta e indecisa su cosa avrebbe voluto mangiare.”

L’insoddisfazione è la cifra, non tanto lo stato di sazietà, che spinge a tendere a quel senso di appagamento psico-fisico irraggiungibile o quanto meno non durevole; ed è intorno a questa mancanza che si muove, insieme al mondo di Giada, il mondo, e queste storie di ritorno.

E, ancora, risalendo, insieme a lei “lo stretto corridoio i cui muri erano ricoperti di foto sbiadite che raccontavano il passato della famiglia” stringendo delicatamente la mano alla radice familiare per nutrirsi di un’identità in definitiva rassicurante dall’intima paura dell’ignoto (“in quel luogo sempre profumato e poi … il cibo … Certi aromi ti rimangono addosso come un vestito leggero bagnato e basta niente per proiettarti in altri tempi, con altri affetti.”), protettivo codice interpretativo del mondo, vera saggezza introspettiva, non si può negare l’altro dei due elementi della radice, rappresentato dalla rigogliosa vegetazione che la stordiva, simbolo dell’istinto all’ aprirsi ai sensi e alle sensazioni, a ciò che avrebbe creato la personale storia (“…Il gelsomino che saliva lungo il muro la stordiva, come lalbero di magnolia, mentre dalla finestra opposta il glicine sembrava quasi voler entrare in casa, tanto era salito.”)

Nelle difficoltà della vita, simbolicamente identificabile nell’anoressico rapporto di padre e figlia, Giada riscopre l’attesa fertile dei sentimenti, costruiti non nell’attendere immobile e dubbioso di un ritorno di un padre, di un amore, ma nel viaggio personale della riscoperta, dell’affermazione di se stessa, nel riscoprire la forza delle proprie radici: “Sapere che il silenzio oltre il telefono era dovuto a dei sentimenti, a delle emozioni” che non appartengono solo all’altro ma proiezioni dei propri timori per un ignoto che si è deciso di abbracciare come si potrebbe abbracciare un fratello in un incontro reciproco all’altro, non per forza minaccioso. Auspicabile per ogni Giada dentro di noi.

E così, foss’anche nell’intervallo di un sospiro, la ricerca, alla “fioca luce delle candele” (non per caso rosse natalizie), quando “fuori il cielo” è “in subbuglio”, e  tutto intorno è buio, termina; il mistero diviene epifania della ragione, e improvvisamente “come se ne era andata, la luce tornò”.

O comprendere insieme con Rebecca, in “Ritorno ad Ancona”, quei “ma” o “oppure”, quell’incomprensibile all’improvviso che, qual “fulmine a ciel sereno”, spezza ogni apparenza e il vero quadro prende forma, la sua vita esce fuori dai colori convenzionali dell’agiatezza eppur della solitudine per ricomprendere la rassegnazione e farne orizzonte per l’albeggiare “della mente che veste con gli occhi dell’anima, della sua bellezza e del suo respiro”.

E Rebecca ritorna in una luce nuova al suo passato per un cuore nuovo; ritorna, in Vincenzo, a casa.

In “quel mare così esteso, verde-azzurro d’estate, scuro e oleoso d’inverno”, che è la vita, “le piaceva particolarmente quando veniva solcato, in lontananza, da qualche imbarcazione partita o diretta al porto”, del proprio esistere; perché anche Rebecca sa partire, come Giada sotto cieli sereni o tempestosi, col mare disteso e azzurro o scuro e minaccioso, per “ritornare” a porti sicuri. Col coraggio che la contraddistingue. E credo che non sia lasciato al caso che la seconda storia si sussegua alla prima come due facce della stessa medaglia: nell’abbandono due vite si ritrovano continuando, nell’incerto passo che non potrà mai dirsi certo per nessuno, la loro vita con coraggio.

Interessante è, infine, costatare come una delle mancanze di Rebecca diventi luogo del terzo racconto: “Un cammino difficile”.

Lì dove, nella terza storia, sembrava che si uscisse dall’impasse del travaglio per entrare nel “ricominciare a vivere”, nel quale terminano le altre due storie, si demarca, invece, la condicio sine qua non incomprensibile diverrebbe la forza e la fermezza del personaggio Eva.

Adán y Eva. / La serpiente / partió el espejo / en mil pedazos, y la manzana / fue la piedra[1].

E del felice inizio, che sembrava aprisse orizzonti nuovi, insospettabili per l’esordio e l’età dei protagonisti, non resta che la potenza del messaggio ribattezzato nel nome del coraggio, non certo ottuso, ma acuto, riflessivo, ponderato, che sa cosa vuole, e cosa è bene; che sa lottare con la pazienza e l’intelligenza che frantuma il muro infantile ed egoistico, come sembrerebbe farebbero sottendere gli autori, in un fil rouge dalle varie, nonché profonde, sfumature: la vita come l’amore e il volere sono un enigma e non può che esserci una soluzione, lo stupore curioso per un futuro prossimo che non potrà mai dirsi.

Così, come fa Eva (e prima di lei Giada e Rebecca), tutto bisogna nell’interpretazione vivere superando la dicotomia che paralizza. Chiarificatrice, in questo senso, è l’ambivalenza (nel primo racconto, chiave d’apertura per tutti e tre i racconti) tra l’azione e il ripensamento, che mette bene in luce le perplessità tra l’agire la vita e subirla, dandosene una ragione plausibile e accettabile. Mette bene in luce la complessità del moto emozionale psico-umano in un rispecchiamento, tra estroversione e introversione, continuo. “Oímos por espejos”[2] dice, García Lorca. Superato dal dramma che, per sua intima natura, inscena un’azione.

Quando qualcosa di inaspettato succede, “in quel momento allora si ripensa a tutto. Si dà importanza anche alla cosa più piccola”.

 

Nel turbinio descrittivo delle parole racchiuse in una frase, li senti le due voci femmìnea e maschile, nonché il morbido e preciso, fluido e pausale, al contempo, ritmo, in una dinamica economica efficace. Che ben si compenetra divenendo una voce che intona un canto di vite in cui è facile identificarsi, nell’andirivieni dei giorni nei giorni che scandisco un tempo d’armonia diatonica.

Vite ordinarie, che vivono, si diceva, un quotidiano riconoscibile. La Rebecca, la Giada, l’Eva che c’è in ognuno di noi si riconosce, riscoprendosi, in loro, capaci di riscatto, per cui niente è più scontato, nemmeno quando tutto sembra deciso da un destino non benevolo.

I protagonisti di questi racconti son tutti positivi, perché sullo sfondo restano la paura, l’infantilismo, l’assenza di sentimenti e intelligenze, il brancolar nel buio, incarnato in marionette manovrate da un burattinaio fatale.

“Ci sono persone che per la loro arroganza e superbia mangerebbero il mondo, pensando di essere immortali o credendo che gli eventi negativi non riguardino mai la propria persona, ma poi, quando qualcosa li tocca veramente, diventano come bambini soli al mondo”. Incapaci di ricominciare. 

Attraverso i protagonisti ci si sporge a veder il senso reale del vivere, che non sta nelle grandi imprese ma nell’essere se stessi svelandosi in nuove prospettive di vita, in nuove passioni, al meglio delle proprie forze, scuotendo l’animo per trasformare le emozioni interiori in ragioni d’amore.

E poi l’evidenza. Perché in fondo cos’è l’uomo se non la somma di singole parti in un conto che non torna mai?

Note:

[1] Adamo ed Eva. / Il serpente / ruppe lo specchio / in mille pezzi, / e la mela / fu la pietra.

“INITUM” di García Lorca.

[2] Un pájaro tan solo / canta. / El aire multiplica. / Oímos por espejos.

Un uccello solitario / canta. / Moltiplica l’aria. / Udiamo attraverso gli specchi.

“REPLICA” di García Lorca

a cura di Cinzia Tianetti

09/05/2012

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Luana Trapè

Recensione a cura di LUANA TRAPE’

 

La vita è un cammino difficile

 

La doppia composizione dei racconti scritti a quattro mani è pienamente riuscita. Sono infatti del tutto celati i punti di sutura, né lo stile dell’uno prevale sull’altro, come in una sonata al pianoforte non si distinguono le mani, quando i due esecutori sono abili ed affiatati.

Sono i viaggi, il leit motiv della narrazione: con treni e autostrade, taxi e traghetti, valigie e trolley, hotel e terme. Le protagoniste si spostano per lavoro o divertimento dalla propria città ad un’altra, ed è proprio questo spostarsi a “muovere” le loro riflessioni. Si tratta dunque, in maniera più profonda, di viaggi della psiche, di passaggi, di tappe esistenziali che traslano da un’epoca all’altra della vita. Il mutamento temporaneo dei luoghi e l’incontro con persone nuove cambiano il modo di sentire e, indirettamente, anche il fluire degli anni futuri. Ogni sosta provoca un’autoanalisi e il ritorno a casa coincide con una svolta.

Le tre donne sono descritte con un procedimento a spirale, prima lo scavo psicologico, poi man mano il mondo esterno, i compagni reali o possibili, la famiglia e l’ambiente: le stanze della casa e degli alberghi, la natura, i panorami, le città che attraversano, col passo sicuro del residente o quello curioso del visitatore. Si nota una grande cura per i dettagli più marginali, che per un attimo fanno baluginare la storia di personaggi minori, o svelano l’atmosfera segreta delle città.

Il primo racconto inizia con l’addensarsi di preoccupazioni e tensioni che culminano con la sorpresa dell’eredità di un padre mai conosciuto. Il viaggio contribuisce a chiarire un dubbio pressante, risolvendo l’impasse che si era creato; così Giada imprime con decisione un nuovo corso alla propria esistenza. Ed è un segnale minuto, la leggerezza di un colibrì dipinto su un piattino, ad anticipare lo scioglimento finale.

Nel secondo Rebecca, ferita da un recente divorzio, se ne va ad Ischia per una vacanza, scegliendo un posto di mare che le ricordi Ancona, la città dove vive. È il colore azzurro a dominare la scena, l’azzurro dell’acqua e degli occhi di Vincenzo con il quale inizia un “viaggio” affettuoso: “Era partita per un volo alto, forse pericoloso, ma non intendeva tornare indietro”. Tuttavia il ritorno a casa, alla realtà di tutti i giorni, dissolve l’illusione di poter uscire dalla solitudine. La sua personalità irresoluta la spinge a rifiutare una relazione che sembrava attraente e invece si  rivela troppo ardua da condurre.

Il titolo del terzo, “Un cammino difficile”, sembra smentito dall’inizio solare, semplice e rassicurante; ma ecco che al rientro dalla villeggiatura si manifesta una frattura insanabile in una famiglia che appariva felice. E sarà la protagonista – abbandonata dal marito – a soffrirne di più, perché appartiene alla schiera delle donne per le quali l’amore è totale dedizione e sottomissione, quasi fino al sacrificio totale; le donne che non riescono mai a distaccarsi del tutto dall’amato, e sempre perdonano indifferenza, egoismo e tradimenti. Infatti Eva, venuta a conoscenza di una grave malattia di Alberto, ricominciò a prendersi cura di lui “senza mai chiedersi se la loro vita sarebbe tornata un giorno, ad essere vita di coppia, e non lasciava a se stessa neanche il tempo di guardarsi allo specchio. Un giorno, però, lo fece, non distrattamente, ma di proposito.”

L’impatto con la propria figura, così trascurata e invecchiata, la spronerà ad iniziare un cammino di ricostruzione, di apertura al futuro, contando soltanto su se stessa.

a cura di Luana Trapè

05-05-2012

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