“Boghes / Voci” di Stefano Baldinu (poesie nelle lingue sarde), recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La soluzione è in qualche stanza chiusa a chiave

nella tua mente.[1] (95)

La nuova opera poetica di Stefano Baldinu, recentemente uscita, porta il titolo di Boghes / Voci ed è stata pubblicata per i tipi di Puntoacapo di Pasturana (AL). Essa segue una densa attività letteraria di Baldinu che, oltre ad averlo visto vincere numerosi e prestigiosi premi su tutto il territorio nazionale, ha fruttato, in termini di pubblicazioni in volume quattro libri (Sardegna, 2010; Scorci Piemontesi, 2012; Genova per me, 2013 e Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, 2017) e altre plaquette ottenute quali “dignità di stampa” in competizioni letterarie vinte. La particolarità di quest’opera, come ben evidenzia il titolo, è quella di raccogliere per la prima volta gran parte della produzione vernacolare in sardo di Baldinu.

La simpatica e avvincente prefazione di Laura Vargiu, altra poetessa sarda di grande interesse, ben assolve alla funzione di “apri pista” di questo corposo volume nel quale subito viene detto della grande varietà – tanto in termini semantici, fonetici e grafici – delle lingue caratteristiche della Sardegna. Baldinu, partendo dall’assunto condivisibile della non familiarità dell’italiano comune con parlate vernacolari così distanti e impermeabili rispetto a quelle dell’Italia peninsulare, ha reputato utile inserire in apertura degli apparati che facilitano il percorso di lettura al fruitore rendendoglielo ben più gradevole e al contempo formativo.

Nelle note tecniche (alle quali rimando per maggior esaustività) elaborate da Baldinu sulla scorta di studi pluriennali oltre che di una vocazione possente mai venuta meno verso il traslato linguistico in altri codici che appartengono alla sua terra ancestrale, si dà di conto dei principali gruppi linguistici o isoglosse che attraversano la favolosa terra dei Quattro mori. Baldinu le rammenta talora come “parlate” tal altra come “macro varianti”; esse sono: il logudorese (della regione del Logudoro e di cui fanno parte il logudorese settentrionale e quello centrale o comune), il campidanese (parlato nella zona centro-meridionale dell’isola, con le sue numerose varianti oristanese, ogliastrino o barbaricino orientale, barbaricino centrale e quello meridionale, il sarrabese, il campidanese occidentale, il cagliaritano e il sulcitano), il turritano o sassarese con la sua variante castellanese; il gallurese (parlato nella zona nord-occidentale noto anche come corso meridionale); l’algherese (una variante del catalano); il tabarchino (parlato in alcune isole minori del Sulcis). Insomma, un caleidoscopio misto di lingue che in molti casi non hanno particolari comunanze e forme similari nei loro dizionari. Baldinu fornisce anche indicazioni su una corretta pronuncia delle varie parole in sardo e poi il volume si apre nella sua forma bipartita e “a specchio” di testo in lingua sarda (in uno dei dialetti menzionati) e la relativa traduzione italiana che per la gran parte dei non autoctoni risulta necessaria, quando non addirittura obbligata.

Le Voci che si dispiegano nel corso del volume sono quelle che Baldinu rievoca nella mente di una memoria familiare e ambientale alla quale è ancora particolarmente legato, ma anche i discorsi della contemporaneità con le sue difficoltà, idiosincrasie, devianze e patologie sociali. Insomma, una raccolta che recupera la tradizione ma che si staglia verso l’attualità dei giorni che ci fa tutti fratelli e che ci impone spesso una riflessione attenta sulla destinazione dell’uomo, sul senso delle scelte, sulla gravità dei comportamenti e l’obbligo di responsabilità.

Il volume si articola in una breve Overture (Abbertura) e quattro sezioni prive di titolo anticipate dalla numerazione romana e da alcuni versi in epigrafe di altrettanti poeti sardi e si chiude col componimento di coda Il senso del nostro silenzio (Su sensu de sa mudesa nosta). Come osservato in una nota a mezzo stampa che ha dato a conoscere il nuovo volume “Tale struttura è stata così creata a immagine di un’opera di musica classica (ne è testimonianza l’indicazione di una overture e di una conclusione) e fornire al lettore un’immagine di struttura polifonica dell’opera rimarcata dall’utilizzo di più registri linguistici”.

Le tematiche investigate nel volume, nelle trentanove composizioni che lo formano, sono variegate ma alcune sembrano identificarsi in maniera molto netta, anche per la loro felice ricorrenza: la tradizione e la famiglia, il passato e la memoria che riaffiora, la nostalgia, ma anche l’attenzione verso il sociale, la precarietà dell’uomo, la vulnerabilità del genere umano indebolito e sopraffatto da patologie pervasive e invalidanti di varia natura, la pietas verso il sentimento collettivo, la volontà di comprensione degli accadimenti, l’introspezione, il colloquio con l’interiorità, la perlustrazione di questioni intestine alla natura transeunte dell’uomo. I limiti e la finitezza, il pensiero della morte, il tema del cambiamento e dell’insicurezza: Baldinu rasenta un’amplissima campionatura di tematiche, simboli e allegorie per mezzo di una poetica puntuale e rigorosa, che non si mostra recalcitrante nei confronti di una semantica parca e raramente inusuale, puntando sempre all’essenzialità delle immagini colte nei curiosi correlativi, nelle concatenazioni immaginifiche di sentimenti e piani emozionali che tessono una fitta trama.

Alcuni versi estratti dalle opere sembrano a questo punto necessari (citerò in lingua italiana e in nota il testo originale in dialetto con indicazione della variante impiegata): in “Dietro ad ogni parola” al termine della prima stanza leggiamo “E il sogno era più una colonna sonora d’attese / da comporre che un respiro di grafite / appena accennato fra le righe dei silenzi[2] (33).

Senz’altro da citare, per la grande forza espressiva e il sentimento di vicinanza dinanzi a una condizione patologica per chi la vive e di difficoltà gestionale per chi attornia la persona è quella dedicata a tutti i ragazzi autistici dove si legge: “È il riso della gente che non sa e coniuga / parole intraducibili a far naufragare / ogni respiro, rompere l’equilibrio sottile / di questo mio sogno di diventare adulto[3] (47). Baldinu in pochi versi parla con garbo dell’indifferenza e del pregiudizio, ma anche della difficoltà d’inclusione, dell’incomprensione del mondo e della vita che, nonostante tutto, va avanti segnata dalle sue sacche di dolore. Si associa a questo atteggiamento, teso a sondare con incisività e grande rispetto la sofferenza di intere famiglie determinata da casi patologici insanabili o degenerativi, anche la lirica “Dentro al silenzio di un altro universo” che, dopo una breve chiosa di Dino Siddi, tratta il tema del morbo d’Alzheimer (“su di un segno incerto a disperdere gli appunti / per un domani e la linea dell’acqua che circumnaviga / il bicchiere sul comodino[4], 83).

In “I crisantemi” l’Autore sembra rapportarsi, nel dialogo introiettivo, con l’alterità poderosa e ineluttabile della morte e nel suo colloquiare tendenzialmente pacificato sembra quasi sopraggiungere a una rassicurazione istintiva: “A volte i morti sono lucciole miti, / piccole galassie nell’universo infinito, / brandelli di brina sui pallidi fiori lunari. // Talvolta i crisantemi sono la voce / della terra e dormono sulle fronti dei morti / come dormono le stelle: / di uno splendido silenzio[5] (55). Tema, questo del trapasso, che viene richiamato anche nella successiva poesia “Gaetana” dove si parla di un abbandono della Terra avvenuto prematuramente: “e intanto la tua ala, in punta di piedi, / era un silenzio che generava altro silenzio, / il pigmento di un girasole adagiato sull’orizzonte / della sua stessa ombra[6] (57).

Com’è tipico di tanta poesia vernacolare anche in Baldinu vi sono molti versi – di chiara rilevanza per l’autore, ricchi di immagini, così intimi e significativi per il suo tracciato umano – che attengono al recupero della memoria familiare, alla trattazione delle vestigia, seppur per pillole, ancestrali del proprio ceppo familiare. È il caso – in particolare – di “Ricordi di nonno” dedicata all’avo Giomaria Baldino noto come “Billa” nella quale l’affettuoso nipote così annota la figura dell’uomo: “il mistero di una vita fra la polvere / e il verderame che ti colorava il vestito come ad un Arlecchino / […] / Il tempo non passava mai come / un cielo capriccioso che non vuole diventare stellato[7] (61-63). Appartengono a questo filone di poesie familiari anche “Sul mare dell’eterno” dedicata allo zio Antonio Baldino inaugurata da una citazione di Vincenzo Pisanu che recita “Quando non ci sarò più, non piangete per me…” ad intendere il percorso dell’uomo andato che va ricordato e non pianto, celebrato lietamente nella memoria e non fatto oggetto di disperazione. C’è poi una poesia che Baldinu ha voluto dedicare all’amato padre (colui che più di tutti gli ha trasmesso l’amore per la sua terra, i suoi costumi e le sue lingue), “Al di là della gioia”, nella quale tenta un confronto serrato, intessuto su un atteggiamento di raffronto e specularità con il genitore: “Da tempo ho bisogno di parlarti, / di precipitarti nell’incavo dell’anima / con l’urgenza di una pagina bianca / da riempire per scoprire quanto tutto di te mi assomiglia[8] (111).

Uno sguardo sul difficile e provato mondo della nostra attualità di certo non poteva mancare in un poeta attento e sensibile come Baldinu e ce ne rendiamo subito conto dinanzi alle liriche (solo per citarne alcune) “A pelo d’acqua” dedicata agli infanti morti in mare in qualche traversata con i loro genitori alla ricerca dell’agognato quanto mendace Eldorado costituito dall’Europa; “L’eternità della sua assenza” riferita, invece, alla condizione dei clochard vittime dell’indifferenza generale e spesso anche di violenza gratuita; il lungo componimento “Il suo non amore mi lascia senza parole” in cui è contenuto un messaggio di sdegno, riprovazione e rifiuto della logica patriarcale, di denuncia alla violenza di genere. Qui, in particolare, leggiamo: “di viola all’angolo dell’occhio / […] / la cicatrice sul ventre, cordone ombelicale / di vita abortito / […] un amore malato // […] Ma come osservare questo viso, la sua inesatta duplicazione che si abbandona / sui vetri / […] / fra le screpolature dei miei occhi / […] i contorni di una vita differente // […] assaporare il frumento di un’altra umanità[9] (147). Baldinu affronta anche il dolore di tante madri accomunate da un unico doloroso destino: quello di dover sopportare per tutta la vita la scomparsa dei propri figli. È il caso delle madri di plaza de Mayo che neppure le alte temperature argentine né l’avanzata età fa risparmiare la loro presenza assidua e convinta, disperata, nel reclamare giustizia dinanzi a una barbarie di dimensioni spaventose: “vanno con gli stessi occhi / di uno stesso cielo, con le stesse rughe di uno stesso sole / incontro allo stesso silenzio, alle parole ripetute / sotto la pioggia incessante. // La loro voce è un mare che squarcia e rovescia / i monti / […] / “Dove sono? Dove li avete lasciati cadere? Dove avete spezzato le loro matite?[10] (73). È un dolore pungente, insondabile, reiterato, continuo, che il tempo non ha silenziato né calcificato, non vi è desiderio di vendetta, né vi sono tentativi di autoannullamento. È un dolore lucido, patente, collettivo, accorato. È un dolore sempre attuale e presente, inallontanabile, una sofferenza sovrumana, di una rescissione violenta di una parte dei loro stessi corpi. È un dolore di madre.

Stefano Baldinu, autore del libro

Il libro di Baldinu si presta doppiamente come strumento utile per il possibile fruitore: oltre alla preziosità delle sue liriche, contenenti pensieri, divagazioni, visioni ed esperienze che così esterna a noi tutti, un fittissimo campionario di versi meticolosamente scelti da numerosi poeti della terra di Sardegna, richiamati e citati sia in esergo che in apertura a particolari liriche, rimembrati per la loro opera e lì posti in bella vista, come in un tabernacolo che conserva qualcosa pregiato. Sono frasi nelle quali Baldinu ritrova il senso delle cose, il possibile tracciato dove iscrivere le sue liriche, annodando analogie e richiami tra poeti che risultano curiosi e particolarmente fertili. Ed è così che Boghes / Voci finisce per contemplare, seppur in versione ridotta, anche una minima antologia della poesia sarda contemporanea. Sfilano così tanti nomi (forse poco conosciuti o che poco richiamano ai più) ma che Baldinu ci offre per una riscoperta, studio e un maggiore trattazione. Reputo, pertanto, richiamarne almeno i nomi affinché l’individuazione dei percorsi bio-bibliografici degli stessi, dopo un’eventuale opportuna ricerca, possano consentire approfondimenti utili forieri di scoperte che s’intuisce saranno significative. Li riporto secondo l’ordine cronologico di nascita: Giovanni Camboni (Pattada, 1917 – 1991, dialettale nella variante logudorese), Dino Siddi (Sassari, 1918-2020, dialettale nella variante sassarese), Giulio Cossu (Tempio, 1920-2007, dialettale nella variante gallurese), Aldo Salis (Sassari, 1925, dialettale nella variante sassarese), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925, dialettale nella variante campidanese), Ignazio Delogu (Alghero, 1928 – Bari, 2011, dialettale nella variante catalana di Alghero), Giovanni Fiori (Ittiri, 1935, dialettale nella variante sassarese), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936, dialettale nella variante campidanese), Antonio Coronzu (Alghero, 1944, dialettale nella variante catalana di Alghero), Enzo Sogos (Alghero, 1958, dialettale nella variante catalana di Alghero)[11].

LORENZO SPURIO

Note: La riproduzione del presente testo, sia in formato integrale che di stralci e su qualsiasi tipo di supporto, non è consentito se non ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’autore. E’ possibile, invece, citare dall’articolo con l’apposizione, in nota, del relativo riferimento di pubblicazione in forma chiara e integrale.


[1]Sa solussione est in calche istantzia cunzada a ciae / in sa mente tua” (94), variante logudorese.

[2]E su sonniu fiat pius una colunna sonora de appittos / dae cumpònnere chi un’àlidu de lapis / a izu atzinnadu tra sas rigas de sos silentzios” (32), variante logudorese.

[3]Est su risittu de sa zente chi non ischit et cuniugat / paraulas chi non si podet traduchere a faghere affundare / donzi respiru, / secare s’echilibriu sùttile / de custu sonniu meu de divènnere mannu” (46), variante nuorese.

[4]subra unu signu intzertu a disperdere sas annotaduras / pro unu cras e sa linea de s’abba chi tzircumnavigat / sa tatza subra su condominu” (82), variante logudorese.

[5]Calchi borta sos mortos sunt culeluches masedos, / budrones de isteddas piccoccas in s’universu infinidu, / chirriolos de chiddighia supra sos pallidos frores de sa luna. // Calchi borta sos crisantemos sunt s’unica boche / de sa terra e dromint supra sa frùntene de sos mortos / comente dromint s’isteddas: / d’un meravillosu silentziu” (54), variante nuorese.

[6]e intantu s’ala tua, in pittu de pe’, / fiat uno silentziu chi at gheneradu s’ateru silentziu, / sa tinta de uno girassole arrimau supra s’orizonte / de sa matessi umbra” (56), variante nuorese.

[7]su misteru de una vida tra sa pìuere / e su birderamen chi ti tinghiat su bestire comente a unu Arlecchinu / […] / Su tempu non passaiat mai comente / unu chelu bettiosu chi non volet diventare isteddau” (60-62), variante nuorese.

[8]Dae tempu apo bisonzu de faeddarti, / de prezipitarti in s’incasciu de s’alma / cun s’apprettu de una pazina bianca / da piènnere pro iscobèrrere cantu tuttu de tue m’assimizza” (110), variante lugodorese.

[9]de viola a s’angulu de s’oju / […] / sa cicatritze subra su bentre, cordone de s’imbligu / […] / un’amore malàidu // […] Ma comente abbaidare custa cara mea, / sa duplicatzione sua impretzisa chi si abbandonat / supra sos bidros / […] / iscorzoladuras de s’ojos / […] / inghirios de una vida differente // […] assaborare su trigu de un’atera umanidade” (146-148), variante logudorese.

[10]andant cun sos matessi ojos / de unu matessi chelu, cun sas matessi pijas de unu matessi sole / contra a su matessi silentziu, a sas peraulas repitidas / sutta sa pio fittiana. // S’insoro boghes sunt unu mare chi isgarrat e bortulat / sos montes, / […] / “Ue sunt? Ue ais los lassados falare? Ue ais segadu s’insoro lapisas?” (72), variante logodurese.

[11] Purtroppo non sono riuscito a recuperare indicazioni precise in merito alle date di nascita e morte e zona di appartenenza di tutti i poeti di cui Baldinu riporta versi nel suo libro. Riporto a continuazione gli altri di cui si difetta di informazioni complete: Antonio Palitta (Pattada, n.d. – 2003), Gavino Finà (Martis, 1920 – Brusaporto, 2019), Faustino Onnis (San Gavino Monreale, 1925), Pietrino Marras (n.d., 1925-1979), Francesco Carlini (Vallermosa, 1936), Vincenzo Pisanu (Uras, 1945), Orlando Biddau (Fiume, 1938 – Bosa, 2014), Maria Paola Gisellu, Pietro Mellino, Fedele Carboni, Cesira Carboni Aru, Angelo Bellinzas, Antonio Manca, Francesco Manconi, Rosalba Martino Farris, Tore Silanos, Anna Fenu, Antonio Spensatello Fais, Gavino Virdis, Giovanna Elies Pecorini, Mario Sechi, Antonio Satta, Giampiero Mura, Antonello Paba.

Lucia Bonanni a fondo nella poetica del palermitano E. Marcuccio

TRE POESIE DI EMANUELE MARCUCCIO

Una lettura a cura di Lucia Bonanni

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900Le poesie di Emanuele Marcuccio “Mare della Tranquillità”, “Di seta” e “Per una strada” per il loro costrutto e i loro contenuti necessitano di una lettura accurata e di uno studio approfondito. Sintetiche ed essenziali nella forma come nella sintassi, sono dense di significati nascosti che occorre ricercare nello stile come nelle diverse possibilità di senso che si offrono all’analisi testuale. In tali componimenti si denotano continui richiami e rimandi ad altre liriche dell’autore in una circolarità espressiva che lega i versi, letti ed elaborati in maniera del tutto originale. Volendo stilare un’analisi comparata, c’è da dire che l’impalcatura di tali componimenti poggia su riferimenti culturali ben precisi, quelli della cultura classica secondo la quale lo stesso autore con destrezza e disinvoltura fa uso tanto degli aggettivi sostantivati e le licenze poetiche quanto delle figure retoriche, compresi gli spazi bianchi, che delle mappe concettuali e dei campi semantici. Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono «liriche “cosmiche”», liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali. Efficaci i verbi di movimento che conferiscono alla scrittura dinamismo espressivo, modalità che va a creare connessioni logiche con aggettivi e sostantivi che danno il senso dell’ampiezza e di superficie mentre altre forme portano al componimento levità, grazia e leggerezza. La matrice concettuale su cui si snodano i versi, è quella dei contrari, dell’ossimoro, della sineddoche e della metonimia in accezione quantitativa e qualitativa senza dimenticare l’apocope e le licenze poetiche. Luogo caro al poeta è la strada; la strada con le sue moltitudini e le sue solitudini, i suoi passi svelti e il suo andare silenzioso, la vucciria[1] affollata dei mercati e le voci disperse, i bordi multicolori e le fronde sfiorite. È per strada che l’autore maggiormente si sofferma ad osservare, a riflettere, a trarre ispirazione, a fermare la scintilla creativa su uno scontrino della spesa oppure in piedi su un autobus di città. “Sul selciato profondo”, “Perché la tue strade stridono luttuose”, “Per una strada d’un’alba d’autunno”, “Vecchie strade”, “Per una strada”, ma io direi anche “investe il verso” che dà quasi l’idea che il verso sia un pedone investito dalle parole in corsa, “verga/ veloce il rigo” in cui sembra vedere un passante trafelato che corre verso chissà quale meta.

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità

In “Mare della Tranquillità”[2] l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.

di seta

la parola

 

di poesia

l’anima mia

 

investe il verso

e para

i colpi

 

verga

veloce il rigo

leggero

 

pieno

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio
Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio

Ad apertura della lirica “Di seta” originale e ben calibrato il complemento di materia che nel dipanarsi dei versi va a confluire in quello “di poesia” in modo che la parola sia così lieve e leggera da essere di serica essenza mentre l’anima si eleva e si libra, divenendo di poesia. Ma alla stregua di un tessuto di seta la parola sa essere forte e tenace e nella sua corsa sulla pagina bianca crea il verso e riesce a parare i colpi che giungono dall’esterno. Così, onde evitare che l’ispirazione possa svanire nella modulazione dell’attimo, riempie veloce il rigo che è al contempo “leggero e pieno”; leggero perché l’anima ne è rasserenata e pieno perché le sillabe danno corpo ad ogni singolo verso. Qui la parola rigo, parte per il tutto, sta ad indicare anche il foglio bianco che talvolta incute timore mentre il verbo vergare può essere assimilato col verbo arare ed è un’azione forte, decisa, veloce, ma ferma, quella che compie la mano nel riempire il rigo di sillabe e suoni. I due aggettivi leggero e pieno, intercalati dallo spazio bianco, sembrano formare una scia spumeggiante mentre i riverberi di luce guizzano e saltellano tra uno spazio e l’altro. Con i due distici, le due terzine, e il verso formato da una sola parola, il tutto separato dalla pausa, il componimento sembra essere un sonetto caudato, rivisitato in chiave moderna. L’uso del verso isolato e formato da una sola parola, è abilità di Marcuccio che sa forgiare neologismi assonanti fino “all’invero limite” della prassi poetica anche con l’uso sapiente della lingua latina.

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l'Arno.
La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l’Arno.

Determinante nel componimento “Per una strada”[3] è l’articolo indeterminativo “un” anteposto alla parola strada. Come ho già avuto modo di scrivere, se Marcuccio avesse usato l’articolo determinativo, l’intero componimento avrebbe perso quell’aura di mistero e indeterminatezza che lo distingue e lo rende enigmatico per cui il lettore è portato perciò a domandarsi di quale strada possa trattarsi e in quale luogo la stessa strada sia collocata. Potrebbe trattarsi di una strada cittadina come di una strada di campagna, di un tratturo di montagna o di un percorso della via Francigena. Anche le fronde, come la strada, sono elemento ricorrente nella poetica di Marcuccio e in certi casi assumono una connotazione diversa dal significato intrinseco della parola. La strada è luogo privilegiato nei versi del poeta e prende le sembianze di luogo dell’anima, di spazio interiore, di topos emotivo, di cellula di identità, un sito di memorie in cui l’inconscio si muove a passo svelto, guardingo, timoroso persino di essere scoperto. Pertanto non staziona, non si adagia, non si ferma, ma continua la propria corsa verso qualcosa di indefinito e di infinito, simile ad un Kairos fuggente che neppure Cronos riesce a fermare. Dal canto suo l’autore non può far altro che prendere coscienza di questo stato aereo che sfugge e sguscia via, lontano dalla penna che vorrebbe trattenerlo sul rigo e spesso non lascia traccia del suo passaggio e alla fine “non si sa dove mai sia”. Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura metre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[4], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire, fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La sua poesia è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura. È un respiro ampio di vita che “ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[5].

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 24 settembre 2015

[1] In siciliano, confusione, baccano; dal cui termine prende nome il famoso mercato palermitano.

[2] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 38.

[3] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 77.

[4] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.

[5] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

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