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:: Stupeus: La festa e la lontananza – Recensione-intervista a Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli, curatrici dell’antologia “Poeti della lontananza” (Marco Saya, 2014) a cura di Federica D’Amato

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poeti_lont_copertinaPoeti della lontananza è il titolo – felicissimo – che le critiche letterarie Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli hanno scelto per un’antologia appena pubblicata dalla Marco Saya Edizioni. Titolo felice perché evocativo non solo il piglio acustico e originario della tradizione poetica occidentale, ma nello specifico perché riferito a un’alterità che tra le pagine si fa tema e metodo: principio agglutinante la lingua d’esilio dei poeti antologizzati, e vera e propria “festa della critica” a cui Sonia ed Antonella fanno approdare il lettore con le loro ricognizioni ermeneutiche. Sette i poeti che tra queste pagine si scambiano il testimone della lontananza, in quell’”atletica dell’esilio” forgiata dal fuoco vivo del dialetto, dal fuoco calmo del ricordo. Omar Ghiani, Domenico Ingenito, Francesco Terzago, Antonio Bux, Ianus Pravo, Michele Porsia, Alessandro De Francesco declinano così una eterogenea fenomenologia dell’assenza, espressa da esperienze scrittorie certo cangianti, sebbene accomunate da un compatto principio di distanza…

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“Borghi, città e periferie: l’antologia poetica del dinamismo urbano”: come partecipare

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Scopo della antologia è selezionare e raccogliere un congruo numero di poesie di autori appartenenti alle varie realtà geografiche nazionali e internazionali in cui i testi siano incentrati, ispirati o abbiano degli elementi di rimando al mondo della vita cittadina, riferimenti all’universo delle nostre strade, piazze, giardini pubblici e alla ricchezza architettonica o, al contrario, all’indagine dei casi di disagio, rischio, condizioni di marginalità,…

Modalità di partecipazione

 

1. La partecipazione alla antologia è gratuita; coloro che verranno selezionati saranno tenuti ad acquistare un tot di copie a un prezzo fisso secondo le modalità di seguito elencate.

2. Ogni poeta potrà inviare un massimo di 4 poesie in formato Word (ciascuna poesia non dovrà superare i 30 versi di lunghezza) accompagnate da un proprio profilo bio-bibliografico di massimo 20 righe Times New Roman pt. 12 e un file contenente i propri dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza, numero di telefono, mail e l’autorizzazione contenuta al punto 3. del presente bando).

3. L’autorizzazione da includere nella scheda dei dati è la seguente:
“Dichiaro che i seguenti testi sono frutto del mio ingegno e che sono l’unico autore”.

4. I materiali dovranno essere inviati a mezzo posta elettronica a lorenzo.spurio@alice.it entro il 31 dicembre 2014.

5. L’antologia finale verrà pubblicata da Agemina Edizioni (Firenze) e presenterà un numero di autori non inferiore a 30. La curatela del progetto sarà dello scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, al quale si rimanda per eventuali richieste di informazioni sull’iniziativa.

6. Gli autori che verranno selezionati per questo tipo di progetto verranno contattati a mezzo mail a Gennaio 2015 e agli stessi verrà richiesto di sottoscrivere un modulo di liberatoria per l’impegno all’acquisto della antologia: 3 copie dell’antologia a prezzo definitivo di 35 € (comprese le relative spese di spedizione del plico con sistema di spedizione raccomandato).

7. E’ richiesto di inviare materiale moralmente responsabile, ossia che non offenda la morale, la religione e che non sia portavoce di discriminazione di ciascun tipo.

8. L’antologia, essendo dotata di regolare codice identificativo ISBN, sarà messa sul mercato e diffusa anche attraverso i siti di vendita di libri.

9. A seconda della disponibilità dei vari autori antologizzati è in cantiere una presentazione del volume da farsi nella primavera del 2015.

Scarica il bando di partecipazione in formato pdf: https://drive.google.com/file/d/0BxDDJYZuD_i8Rm9PYnNNclVQdE0/view?usp=sharing

Evento FB

Info: lorenzo.spurio@alice.it

Manuela Mancini su “Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta” di Francesco Dezio

Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni OttantaStorie di provincia e di altri mali (Stilo 2014)

di Manuela Mancini

 

copertina dezio FRONTE OKIn Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Stilo, Bari 2014, pp. 128, euro 12), Francesco Dezio raccoglie otto storie di precarietà lavorativa e affettiva: i protagonisti appartengono tutti al proletariato della provincia pugliese degli anni Ottanta (Molfetta, Melpignano, Sansevero, ma soprattutto Altamura, città natale dell’autore). Un proletariato ora sbandato (Storia di un punk di provincia, cronache di tossicodipendenza e di AIDS ai margini della malavita e delle sue faide), ora vessato e sfruttato dai tirannelli locali (gli imprenditori del distretto del divano Santeramo – Altamura – Matera: Storia di Mino; Storia di Mimmo). Si passa, poi, al ceto medio proletarizzato degli anni Novanta e Duemila, talmente impoverito che passeggia negli ipermercati senza comprare, drogandosi di merci anche così (sottili i richiami interni al primo racconto), in un’allucinazione artificiale tra l’incubo e il fiabesco: straordinarie le descrizioni d’ambiente in L’Outlet di Molfetta e Appuntamento al Pianeta (il Pianeta è un ipermercato ormai dismesso della provincia di Foggia).   

    Ciò che tiene insieme queste storie è la tempra comicamente eroica dei personaggi, giovani e meno giovani che hanno ancora voglia di lottare mentre tutto va male, mentre la nazione si va irrimediabilmente sfasciando, mentre il paesello natale sfibra definitivamente l’illusione di essere nido, placenta protettiva (Storia di Carla). Una voglia di lottare che è furiosa, alla Tom Joad di Furore, ed è steinbeckiana nella certezza dell’imminente, ennesimo fallimento, che tuttavia non piega i personaggi: per esprimere questa furia disarmonica, stridente, che genera attrito quando incontra l’indifferenza degli indifferenti, Dezio mobilita tutti gli strumenti espressivi a sua disposizione.

     Innanzitutto la musica, che è la passione prima dei personaggi di queste storie, il loro stesso respiro: Lingomania, Sex Pistols, Pink Floyd, Joy Division, Subsonica, Arab Strap, Afterhours, Cure, U2, Church, Died Pretty, Simple Minds, Led Zeppelin, AC/DC, Clash, CCCP, Underage, Wretched, Ramones, Orda, Ultravox, Not Moving, Chain Reaction, Kranio, Negative Disarcore, Rich Fish in Hands, Delgados. Sono più di settanta i gruppi punk, rock, post-punk, post-rock e grunge citati nel testo in carattere rilevato, a formare un trattatello asistematico (perché narrativo), ma completo (ri-ordinato nell’ultima pagina, da cui è scaricabile con apposita applicazione l’intera playlist), un ‘commentario’ della storia della penetrazione delle controculture musicali di tutti i continenti in un’Italia provincialissima: “Prendiamo il ragioniere, quando ho capito che tipo era gli ho preso le misure e non è che gli concedessi tutta ’sta confidenza. Con lui era sufficiente parlare della Juventus e basta. C’era stato anche il tentativo di parlare di musica. Ma era a giocare. Perché si parlava di Toto Cutugno” (p. 67).   

    Dezio porta alle estreme conseguenze lo sperimentalismo del precedente romanzo, capostipite della narrativa ‘precaria’, Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004). Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta non è né un romanzo né un racconto né un saggio musicale. Abolendo completamente la voce del narratore, con il suo filtro letterario e la sua funzione di raccordo nei fili della trama, Dezio lascia la parola direttamente ai personaggi, con la loro lingua imperfetta, sgrammaticata, nevrotica, con tutti le idiosincrasie del parlato, che rendiconta drammi individualissimi. L’effetto di verticale e profondissimo realismo è prorompente. Eppure i personaggi si muovono in un ambiente omogeneo, ruminano storie di provincia che appartengono a un immaginario collettivo: così, attraverso una sorta di discorso indiretto libero, piegato alla prima persona e contiguo al monologo, l’autore ricompone insieme le storie con un superiore risultato di unità, tutta affidata allo stile e non all’intrigo romanzesco. Questa è la vena autentica di Dezio, autore schivo e scarno, che non ama operazioni letterarie facili e preferisce farsi dimenticare piuttosto che ripetersi.

      Anche i bozzetti disegnati dall’autore (disegnatore e grafico precario) lasciano intravedere il tentativo di percorrere vie nuove. E persiste il ricordo delle due pagine post-dadaiste di Nicola Rubino è entrato in fabbrica, con la sintassi distrutta, con l’ingorgo di parole in libertà (oggetti in enumerazione casuale, cose della catena di montaggio, parole iperspecialistiche, metaletterarie, pezzi di anatomia femminile, nomenclatura di desideri e azioni sessuali…). Resta la quasi-certezza che l’autore scriverà non necessariamente più spessodi più, ma di cose nuove dette ancora in modo nuovo. Intanto aspettiamo.

Giovanni Chiellino su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio,  NEOPLASIE CIVILI

Edizioni Agemina FIRENZE  2014  € 10,00

 

Recensione di Giovanni Chiellino

 

cover front (1)Molti anni fa mi divertivo a scrivere Haiku e fra i tanti, alcuni pubblicati, uno recitava: “ Buca la neve /il fiore delle Alpi / e guarda il sole. 

Mi è venuto in mente leggendo i versi  di Lorenzo Spurio, un giovane poeta  che affronta il testo poetico guardando spesso con ironia o amaro sarcasmo la cruda realtà del vivere: “ Un camion betoniera m’occultò/ la vista verso il parco//  L’intonaco fradicio dalla recente pioggia / 

sembrava una spugna di sangue //gridai senza voce una qualche ballata/

dal ritornello enigmatico” (Giù la serranda) e chiudendo a volte, ma raramente, la composizione o restando nella consistenza di un realismo lucido e per questo razionale o abbandonandosi a una fuga nel sogno, a una speranza, a un’illusione di felicità o, spesso, a un realismo che supera i limiti della stessa realtà: “Le lacrime di un popolo/ scivolano copiose, per un momento;/ quelle di una madre/ non trovano fine.” (A una madre) per aprirsi a una intuizione di vita altra. Come il fiore delle alpi buca il gelido strato delle nevi per offrirsi al sole, Spurio attraversa la realtà del vivere per seguire una traiettoria di sogno, una proiezione nell’oltre , mentre è chiaro nei suoi versi il peso del reale, per cui la vita altra si coglie qua e là, s’intuisce  come una presenza di confronto: “ e quel cuore indomito,/ calamita a quello dei deboli/ non aveva perduto la carica” (Verde per sempre);  “I bambini rubavano il mare/ con gli occhi bagnati” (Piazza Tahrir)  e, a volte,  come una frustata di amara  ironia: “Alla fiera della vanità/ un viados comprava / caramelle alla fragola per suo figlio./ Io le presi al limone    (Verità talmente vere …)  o, ancora, come dura presa di coscienza che anche la bellezza e il profumo di un fiore possano nascondere un seme di tristezza: “Ho odorato ancora il fiore /accorgendomi che esalava tristezza/ e bisogno d’amore” (Il fiore giallo). Anche “un gatto senza coda/ (che) correva baldanzoso/zampettando felice” può aprire finestre di una trattenuta, o del tutto inconsapevole, malinconia.

Ed è un amaro rigurgito di sconforto e sofferenza osservare che: ”I bambini giocavano addolorati/ fra le pozzanghere nere/ senza fine”.

(Polvere e sangue) mentre il divino si piega sull’umana violenza incapace di redimerla per cui si abbandona al più umano dei sentimenti: il pianto “e Dio piangeva a fiumi,/genuflesso sui carboni ardenti.”.       (Ritornato sei !)  La grande sensibilità umana di Spurio si allarga e avvolge, in un abbraccio fraterno, i tanti profughi che affrontano le insidie del mare per fuggire da un mondo per loro inospitale.

Si emoziona il poeta a vedere “Polpastrelli dalle impronte/ slavate dal mare/ e stinti per sempre/ (che) affioravano ora qui, ora là” (Ora qui, ora là) o come ne (Il laido timoniere) , dove un maldestro e incosciente Capitano provocò per una errata manovra, il ribaltamento della nave e la morte di moltissimi giovani studenti in gita scolastica.

Da composizione a composizione, di verso in verso, l’autore snocciola pene e misfatti che sconvolgono l’umanità finché l’annoiata Atropo non decide di tagliare “senza pietà”  il filo della vita.

Si chiude, a questo punto, il canto amaro e realistico di Lorenzo Spurio che, avvalendosi di un linguaggio scarno ma sommamente efficace e di uno sguardo intellettivo penetrante e rivelatore del male nel cui Humus trovano nutrimento le radici di una umanità spesso disorientata e allo sbando, ci racconta dell’uomo e del suo viaggio.

Solo uno sguardo chiaro sull’esserci e un atto d’amore verso il “terreno” che ci sostiene e ci nutre, può rigenerarci.

“M’inginocchiai e baciai la terra / chiedendole scusa; /impastai terriccio e saliva/ e nel mentre dall’alto/ una pioggia acuminata/ m’infilzò dappertutto/ e mi rigenerò.” (Colloquio). Il poeta, e quindi la Poesia, riproduce in piccolo l’atto creativo di Dio.

 

Giovanni Chiellino

15-10-2014   

I Premio Letterario “Città di Fermo” – il bando di partecipazione

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La Libera Associazione Culturale ARMONICA-MENTE di Fermo presieduta da Nunzia Luciani, con il Patrocinio della Regione Marche, della Provincia di Fermo e del  Comune di Fermo, indice la Prima Edizione del Premio Letterario “Città di Fermo” regolamentato dal presente bando di concorso.

 

 

  1. Il Premio letterario è articolato in due sezioni:

Sezione A – Poesia a tema libero

Sezione B – Racconto a tema libero

Non verranno accettati testi in dialetto o in lingue diverse dall’italiano.

Il genere letterario dell’haiku non verrà considerato collocabile all’interno della sezione A.

Si potrà partecipare con poesie e racconti –sia editi che inediti- ma nel caso degli editi non dovranno aver conseguito un 1°, 2°, 3° premio in precedenti concorsi letterari.

 

  1. Per la sezione Poesia si potrà partecipare inviando un unico testo poetico munito di titolo, che non dovrà superare i 35 versi di lunghezza (senza conteggiare le spaziature tra strofe).

 

  1. Per la sezione Racconto si potrà partecipare inviando un unico testo narrativo munito di titolo che non dovrà superare le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute spazi inclusi).

 

  1. Quale tassa di partecipazione è richiesto il pagamento di 10€ per partecipare ad un’unica sezione e 15€ per partecipare ad entrambe le sezioni. Il pagamento dovrà avvenire secondo una delle modalità descritte al punto 6 del presente bando.

 

  1. Il partecipante dovrà inviare il testo che propone al concorso in 6 copie cartacee, tutte rigorosamente anonime, assieme alla ricevuta del pagamento e la scheda contenente i propri dati personali per via cartacea entro la scadenza del 30 gennaio 2015 all’indirizzo del Presidente di Giuria, indicando quale indirizzo il seguente:

 

Premio Letterario “Città di Fermo”

c/o Dott. Lorenzo Spurio 

Via Toscana 3

60035 –  Jesi (AN)

 

  1. Il pagamento potrà avvenire con una delle seguenti modalità:

Postepay

Numero tessera: 4023 6006 6599 3632  

Intestata a Nunzia Luciani         –        CF: LCNNNZ54H48G920P

Causale:  I PREMIO LETT. “CITTÀ DI FERMO”

 

Bonifico bancario 

IBAN: IT24X0538769660000000553815

Intestato a Armonica-Mente     

Causale: I PREMIO LETT. “CITTÀ DI FERMO”

 

  1. Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, denigratori, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza e alla discriminazione di ciascun tipo.

 

  1. La Commissione di giuria è composta da esponenti del panorama culturale e letterario legato alla Regione Marche:

Sezione A – Poesia –

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Lella De Marchi – Componente

Asmae Dachan – Componente

Renata Morresi – Componente

Cinzia Franceschelli – Componente

 

Sezione B – Racconto-

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Susanna Polimanti – Presidente del Premio

Marco Rotunno – Componente

Fabiano Del Papa – Componente

Cesare Catà – Componente

Luca Rachetta – Componente

 

Il giudizio della Giuria è definitivo e insindacabile.

 

  1. Saranno premiati i primi tre poeti vincitori per ciascuna sezione. Il Premio consisterà in:

Primo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 150€

Secondo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e 100€

Terzo premio: targa o coppa, diploma con motivazione della giuria e libri.

La Giuria inoltre procederà ad attribuire Menzioni d’Onore e Segnalazioni a vario titolo quali ulteriori premi, a discrezione del giudizio della Giuria.

 

  1. La cerimonia di premiazione si terrà nelle Marche, a Fermo (in un luogo che verrà indicato con precisione in un secondo momento) in un fine settimana di Maggio 2015. A tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

  1. I vincitori sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione per ritirare il premio. In caso di impossibilità, la targa/coppa e il diploma potranno essere spediti a casa dietro pagamento delle spese di spedizione, mentre i premi in denaro non verranno consegnati e saranno incamerati dall’Associazione per future edizioni del Premio.

 

  1. Tutti i testi dei vincitori, dei selezionati e dei menzionati a vario titolo saranno pubblicati nel volume antologico che sarà dotato di regolare codice ISBN e che sarà presentato nel corso della premiazione.

 

  1. La partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutti gli articoli che compongono il bando.

 

 

NUNZIA LUCIANI – Presidente Ass. Culturale ARMONICA-MENTE

SUSANNA POLIMANTI – Presidente del Premio

LORENZO SPURIO – Presidente di Giuria

 Scarica il bando in formato PDF

Evento FB 

Info: premiocittadifermo@gmail.com

                     

              

                                   Scheda di Partecipazione al Concorso

 

 

La presente scheda compilata è requisito fondamentale per la partecipazione al concorso. Alla scheda va, inoltre, allegata l’attestazione del pagamento della relativa tassa di lettura per posta entro il 30-01-2015.

 

 

Nome/Cognome _______________________________________________________________________________

Nato/a ______________________________________________ il _______________________________________

Residente in via ______________________________________Città______________________________________

Cap _______________________ Provincia _________________________Stato____________________________

Tel. ___________________________________Cell.___________________________________________________

E-mail ________________________________________Sito internet: _____________________________________

 

Partecipo alla sezione:

□ A –Poesia                                           □ B – Racconto

 

con il/i testo/i dal titolo/i__________________________________________________________________________

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_____________________________________________________________________________________________

 

 

Data____________________________________ Firma __________________________________

 

 

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) e solo relativamente allo scopo del Concorso in oggetto.

 

 

□ Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.

 

 

 

 

Data_____________________________ Firma ____________________________

Giorgio Bàrberi Squarotti sulla poetica di Ninnj Di Stefano Busà

LA SCRITTURA di Ninnj Di Stefano Busà come risulta all’indagine esegetica della forma

saggio critico (a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti)

                                                                                               

La parola di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dal linguismo sopra le righe, già assai forte, delle prime opere, fino a raggiungere il sublime della sua ultima produzione: che va dalla ricerca del significato dell’esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che talvolta sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, aggiungerne le sconfitte e le tensioni, l’esemplarità e l’inquietudine. La luce è quella della parola incomparabile: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo. La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e un testo che è incluso nel libro ne è la prova evidente, poiché si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di linguismo e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni, lacerazioni e suggestioni. Ecco, il programma scrittorio dell’autrice è di una totalità estrema, appartiene al mondo: non può disgiungersi da esso, tutto ciò che può essere sperimentato con l’anima e con i sensi, è dono di una grazia trascendente, perché la parola è dunque l’infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le esperienze, le capacità, gli stati d’animo del poeta, di mostrarne l’antica sua eco e la nuova scoperta. La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudini, allegorie, usi e interpretazioni della parola che non mancano mai di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un’emozione, di una suggestione che la natura, la stagione o quant’altro trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta lo sente ingannevole e denso di incognite, caotico, contraddittorio, e non è mai ingenua e sentimentale la poetica che origina da una sensibilità extra, quasi in interiore, scavando nelle ambiguità dell’essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto. La poesia, quando c’è va al di là degli oggetti e delle apparenze visibili, è costituita da exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. 
La natura si rivela, allora, come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li mostra pressoché quali rivelazioni di malessere, di disagio, pur con le dovute aperture d’ali, pur con aureole solari, nel segno di luce o di tenebra esplicita la speranza, non è mai succube dell’oscuramento, mai refrattaria al cielo. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, (il male di vivere montaliano), però, esistono in questa scrittrice. Penso al suo ultimo romanzo, alle sue ultime opere in poesia: “la giovinezza se n’è andata.” Sono i dati di un giorno di vita, che per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visioni metaforiche di trafitture, di disagio, di pena, che l’anima coglie in piena consapevolezza del suo status, e ne esce profondamente turbata. La metafora assume la sua forma perfetta e mirabile non solo la realtà in sé conclusa. Continua la rappresentazione della parola alta, potente: “………..” sia in versi che in prosa. Vi è l’incrinarsi dell’essere, della vita, il trasfigurarsi nell’altro cielo, quello pacificato e rasserenato che è poi l’aspirazione frequente nel discorso poetico dell’autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza della caducità, del dolore e della fatica del quotidiano, in ogni momento la razionalità e l’intelligenza del cuore (come elle stessa le definisce). C’è in questo impegni di scrittura l’aspirazione a un labile conforto, a un’apertura d’ala, a un cielo più sereno. L’allegoria è particolarmente grandiosa e rivelatrice: il nostro corpo è l’abito minimo, come la conchiglia che vagamente aspira alla grandezza del mare aperto. E lo spirito è partecipe del divino, e l’ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre minimi episodi di chiarezza, pochi modelli di perfezione per il conforto del cuore. Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all’esemplarità dei concetti. Intorno c’è il turbinare delle apparenze, delle contraddizioni che appaiono forme e vicende della natura, degl’innumerevoli episodi o esperienze umane, e di fronte, ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore. Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione più logica della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l’anima nella violenza confusa delle situazioni e il volo verso l’infinito, cui l’anima “semplicetta” di ogni individuo e di cui parla Dante è orientata.
Ma è la tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita a drenare nell’autrice il privilegio della parola. La costruzione linguistica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all’altro, e da un libro all’altro, gli aspetti e le forme dell’esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, (bontà della parola quando è vera!) con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini, di indizi che anelano alla profondità dell’anima. Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono del tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori, e quasi privi del tutto del sacro e del sublime: versi….., che iniziano da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all’evocazione emblematica e naturalistica del mondo, come analogia con l’umano, e proprio con quella stagione che preannuncia il germoglio  della rinascita.
Questo romanzo: Soltanto una vita, è, allora, un supremo modello di varianti che si commisura con l’abbondantissima logica del pensiero e delle proposte, uno spartito denso di concetti e di immagini, di indagini e scavi intorno all’esistente e all’assente. La scrittura di questa autrice è ben riconoscibile; è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso, che dà esiti felicemente raggiunti, ma è anche una lezione alta di letteratura per le molteplici varianti che adotta nell’elaborazione, le quali a seconda dell’esigenza del discorso, a volte, si contraggono o si prolungano, altre si armonizzano e si allineano ad atmosfere intensa, di grandissime aperture che fanno molto riflettere. Tutta la produzione di Ninnj Di Stefano Busà è un impianto straordinario, una costruzione verbale di grande afflato che stabilisce in modo forte e deciso la verità della poesia indefettibile, straordinaria, forte e potente. Questa scrittrice, lo andiamo ripetendo da anni ormai, è giunta a segnali altissimi di linguismo.

 

Giorgio Bàrberi Squarotti

“Volo dell’anima – Poesie dell’ombra” di Augusta Tomassini, recensione di Lorenzo Spurio

VOLO NELL’ANIMA – POESIE DELL’OMBRA

DI AUGUSTA TOMASSINI

Commento di Lorenzo Spurio

 

 

downloadQuesta di Augusta Tomassini è una silloge poetica nata ed ispirata a una persona speciale per la Nostra, il marito scomparso che come lei riconosce all’interno del testo “ha saputo far volare la [sua] anima dall’ombra alla luce”.

Augusta è una donna impegnata attivamente nel sociale: ha parte attiva da varia anni all’interno della Commissione Pari Opportunità della Regione Marche e fa parte dell’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti di Pesaro.

Il libro è composto da una serie di liriche fortemente descrittive che rievocano il passato tra ricordi più o meno belli che la Nostra nutre e rivive ancora oggi al presente.

Le tematiche della silloge sono prevalentemente circoscrivibili attorno a due sfere concettuali:

  1. il contrasto tra il mondo di luce e il mondo di ombra
  2. la solitudine e il dolore per la perdita dell’amato

Tematiche che spesso finiscono per contaminarsi e congiungersi in quello che la Tomassini propone come un meticoloso percorso nel recupero della memoria. Alcune poesie celebrano e rendono immortali certi momenti vissuti dalla donna con grande partecipazione ed entusiasmo: la nascita di un figlio, le esortazioni a una nipote, bambina, ormai donna, a mantenersi sempre fedele alle leggi del proprio cuore,..

Quelle assenze assordanti, quei silenzi che fanno male, la desolazione e la solitudine che qua e là si respirano nella silloge sono in parte colmate da un grande fascino e amore verso la natura (numerose sono le descrizioni paesaggistiche, sia marine che campestri) con i suoi colori, rumori, gli abitanti della fauna e le varie espressioni vegetali. Augusta scrive: “Da tante cose belle/ sono circondata,/ la natura va amata” (92); in questa citazione ravvisiamo anche un monito ecologico. I colori, le tinte, la componente estetico-visuale degli elementi e degli ambienti è una caratteristica comune delle liriche di Augusta.

Vi sono liriche in cui la Nostra mostra difficoltà (è una difficoltà consapevole) nei confronti della distinzione tra un mondo reale e concreto nel quale è chiamata a vivere e uno illusorio, dominio del sogno e proiezione dell’inconscio. Mondi che si configurano distanti e in sé inconciliabili, forse, proprio perché dominati l’uno da una dimensione di ombra, l’altro di luce e dalla spensieratezza.

Augusta Tomassini ci parla di “ombre del silenzio” (55), di solitudini e di “pensieri [che] seguono percorsi sconosciuti,/ [che] imboccano vie deserte o affollate”, passando in rassegna ricordi indelebili nella mente come quello del ricordo della neve o di una giornata al mare, a quello del giorno del matrimonio o a quello meno felice della dipartita dell’amato.

C’è molta tristezza in queste liriche ma è una tristezza che non pesa, che non sfocia nella delusione né ammorba la nostra nella cupa depressione perché il dolore è vissuto e interpretato, contemplato e rimembrato, in un certo modo fronteggiato con forza, soprattutto in quelle liriche dove la nostra esalta la natura o colloquia con il suo amore.

Poesie d’amore, sul ricordo dell’amore e su un legame che si conserva contro spazio e tempo, contro le leggi della fisica, un sentimento puro che mai decresce e che anima la nostra ad andare avanti con la certezza che il colloquio intimo con l’altro sia non solo possibile ma fonte di protezione e custodia.

Riverberi, fasci di luce, bagliori, cromatismi accentuati o smorzati, ci insegna la Nostra, sono percepibili benissimo anche da chi, come Lei, non ha la facoltà di vedere il mondo che la circonda, poiché è nella profondità d’animo e nella ricchezza interiore e morale che la luce, come il sorgere e il calare del sole, può compiere i suoi intervalli di illuminazione e calore.

 

Lorenzo Spurio

 

Urbino, 08.10.2014

“Venere storpia” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio

Venere storpia
di Sunshine Faggio
Montedit, Milano, 2014
Pagine: 31
ISBN: 9788865874219
Costo: 6,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Ma ancora la
poesia mi salverà
ancora
fino a
l’indugiata
morte. (16)

 

2433Dopo una prima silloge poetica dalle tematiche dure e acuminate dal titolo “Infezione”[1] nella quale Sunshine Faggio poneva l’attenzione sia su una serie di espressioni di violenza, tanto nel privato quanto nel pubblico, mediante il recupero di una lirica tagliente e viscerale, la poetessa ritorna con una plaquette dal titolo “Venere storpia”, pubblicata per i tipi della Montedit di Milano.

La costruzione oppositiva del titolo di questa nuova raccolta (Venere è comunemente assunta quale emblema di femminilità, bellezza e risorgenza, mentre qui viene detto che è storpia, dunque il risultato di un processo di violenza, malattia o comunque di una invalidità motoria) è accompagnata da una immagine a carboncino dove intravediamo una donna nuda, ad eccezione degli slip. Della donna non ci è dato conoscere il volto (si tratta di un bozzetto e non di una foto) e soprattutto il volto della ragazza è stato espressamente sezionato dalla Nostra tanto che non possiamo che scrutarne solo la porzione inferiore. Di questa si avverte una sorta di smorfia innaturale della bocca, pure spaventosa o implorante; ad aggravarne l’immagine di non-attrazione è l’evidente clavicola che sporge distintamente e che, più che donarle un fascino della secchezza che tanto è in voga, fa pensare a una denutrizione non sana, a un impoverimento della carne e dunque a uno stato di malattia.

Nella raccolta il lettore non farà difficoltà a ritrovare le suggestioni carnali che ha già incontrato in “Infezione” esacerbate qua e là da una meticolosità disarmante nella descrizione di spiacevoli dettagli o incomprensibili caratterizzazioni che, congiuntamente, finiscono per donarci una poetica tendenzialmente stringata, caparbia e tumultuosa nelle immagini, violenta (di una violenza che, però, non ferisce, semmai chiama in causa una riflessione), minimale anche se non completamente minimalista, una scrittura che nutre un piacere quasi macabro verso il deperimento, il sangue e la patologia.

La poetessa riflette sulla propria anima, quasi come se adoperasse una divisione corpo-anima e potesse vedersi in questa maniera, sotto le due varie sembianze: quella della forma e quella del contenuto. Curioso è il fatto che l’anima sia sottoforma di una “gelatina rosa” (5) e che questo momento di riflessione avvenga in una circostanza forse fortuita e veloce, non preventivata e oltretutto in una condizione scomoda che dimostra un senso di malcelata auto-sufficienza: “su uno sgabello senza una gamba” (5). E in effetti l’elemento anticipatorio ha il suo naturale decorso quando veniamo a conoscenza nella seconda strofa che nell’attimo di ricerca di sé, la Nostra è poi finita per perdere quell’equilibrio instabile e cadere a terra. Una caduta precipitosa che non porta dolore, ma che decreta la rottura degli arti, “sono morti” (5) ci confessa la nostra.

Nella seconda lirica della raccolta che porta il titolo di “Le gole dei nostri polsi erano gigli coraggiosi” è presente una citazione in esergo alla poetessa americana Sylvia Plath famosa per i suoi versi concentrati e di difficile comprensione che decise di darsi la morte giovanissima. Sunshine Faggio non è nuova a intessere rimandi e riferimenti a quella che può essere considerata a ragione una delle sue scrittrici preferite, dacché anche in “Infezione” (il cui titolo rimanda a una stessa lirica della Plath) erano presenti vari cameo ed omaggi alla poetessa americana. La Nostra utilizza l’elemento generazionale, la data di morte della Plath, per instituire una sorta di riflessione sulla sua esistenza: “A trenta tu sei morta/ Io rinata” (7). Incipit che sembra voler costruire in maniera antipodale i due destini: la giovinezza distrutta dal suicidio della Plath e la riscoperta del bello e la rinascita della Faggio, ma a complicare il tutto è il verso che segue in cui leggiamo: “Entrambe sepolte sotto la neve di Londra” (7). L’universo concettuale della sepoltura presuppone una morte, un decesso, al quale farà seguito il deperimento del corpo, la polverizzazione e l’estinzione. La lirica serve invece alla Faggio  per tracciare le caratteristiche di un “ritorno alla vita” e una più concreta riappropriazione della propria volontà di donna.

Il linguaggio, com’è comune nella poetessa trapiantata a Londra da vari anni, di fonda su terminologie dure e dolorose, tendenzialmente non concepibili figurativamente nell’universo poetico: aborti, sangue, muco, pipì,tumori e quant’altro. Elementi che la rendono una poesia drammaticamente concreta e realistica, pulsante e vitale con i suoi immancabili recessi nella malattia e nella degenerazione (“nani mongoloidi/ giganti deformi”, 12).

Qua e là non mancano pensieri sofferti, considerazioni amare, delusioni e punti di vista che sembrano distorti e allucinati, la solitudine (“Anche se la libellula che mi teneva compagnia è morta”, 8), contenuti meramente scatologici (“feci la pipì e svuotai il cervello”, 8), addii imprevisti e teatralmente impressionanti (“ti accomodai su di una barca a remi/ abbandonandoti alla corrente”, 9), azioni deleterie contro sé stessi (“legavi i capelli con dell’ortica”, 10), tragiche risultanze di un amore che, come una febbre da 40° lascia senza difese e molto spossati (“E dall’amore uscivo/ massacrata e afasica”, 17), amplessi dalla forza devastante (“Mi scavi./ Mi svuoti”, 22) e aporie di impossibile risoluzione: “Bianca ed azzurra/ ancora non so/ se eri la Madonna/ oppure la Fata Turchina” (10).

Una maggiore attenzione necessita la poesia che dà il titolo alla raccolta, la più incisiva e dissacrante, quella in cui si sente con più forza quell’energia propulsiva insita nella Sunshine donna e poetessa. E’ opportuno riportarla per intero per poi passare ad aggiungere un breve commento.

 

 

Venere storpia
 
Osso per osso
ve lo sputo a dosso
il vostro canone storpio,
quella femminilità di plexiglass tanfante
cucitami sul dorso a mo’ di buccia.
Affetta dalla malattia
di quest’universo ammalato
con le mie mani m’ammalo,
vomito l’opulenza che mi circonda.
Sfuggo alla vostra depravazione
facendomi del male.

 

Una poesia di violenza e dolore dove la Nostra si scaglia contro il fenomeno della moda che incita le ragazze ad osservare supposti canoni di bellezza in cui la femminilità viene degradata e offesa dall’eccessiva riduzione delle taglie, da una magrezza disarmante emblema di in-sanità. L’asciuttezza ossessiva del corpo, la sua resa filiforme, è rifiutata dalla nostra in quella “ossificazione” del corpo che perde carne e tessuti e mostra sempre più in vista (come abbiamo detto accade nella immagine di copertina) la conformazione spigolosa (ossuta) dell’apparato scheletrico. Questa ossessiva rincorsa alla magrezza e la mercificazione del corpo a un “canone storpio”, stupido e incosciente, brutto e degenerante  che trasforma la natura femminile in un surrogato banale, in un artificialità plasticosa che è addirittura “tanfante” perché puzza di morte e ha l’olezzo della putrefazione.

La Nostra non si esime dal denunciare con una profonda violenza e stanchezza dinanzi a una realtà indecorosa come questa e punta il dito sulla società che è essa stessa “ammalat[a]” e in quanto tale non è in grado di produrre niente di sano né di benefico. La Nostra rincara la dose nei confronti di un universo collettivo che ha eretto la depravazione dei costumi e l’emarginazione del corpo a sistemi di pensiero e con un linguaggio tagliente come una lama, rifiuta l’assoggettamento alla “norma” denunciandone la pericolosità: “vomito l’opulenza che mi circonda”. Un fervido atto d’accusa, sdegnato e ben reso, su una situazione logorante e insidiosa quale è l’offesa al corpo e il soggiogamento delle menti.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 09.10.2014

 

 

[1] La mia recensione a questo volume è presente al seguente link: http://blogletteratura.com/2012/12/14/infezione-la-nuova-silloge-di-poesie-di-sunshine-faggio/

Neoplasie civili

Blog di Letteratura e Cultura:

La bellissima recensione dell’amica poetessa e scrittrice Valentina Meloni al mio libro di poesie “Neoplasie civili” (Agemina, Firenze). Buona lettura!

Originally posted on valentinameloni:

Neoplasie civili di Lorenzo Spurio

Recensione a cura di Valentina Meloni

cover front (1)

Neoplasie civili” si presenta come un affresco moderno  della sostanza civile contemporanea: “piccoli colpi di pennello di un impressionista”, come definisce Corrado Calabrò le immagini poetiche di Lorenzo Spurio, e un’attenzione al reale, precisa  Iuri Lombardi  nei risvolti di copertina, che fanno di queste poesie un “flash rapido, quasi fossero una fotografia, delle vicissitudini umane e del dolore”.            Le pagine si tingono di tinte accese, colpi d’occhio e squarci quotidiani nitidi e sfrontati, sventolanti come panni tesi al sole. Non ci sono fingimenti, persino i vicoli vengono smascherati da una “ipocrita cucina casereccia”[1]; l’io poetico qui dichiara guerra ad ogni ipocrisia “L’inchiostro strillava indomito/ l’indomani del velato non detto”[2] e poiché “la battaglia  si vince solo intentandola”[3] Spurio si arma di parola e sdegno e reagisce alla storia, alla cronaca, alle…

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Susanna Polimanti su “Le voci della memoria” di Anna Scarpetta

Le voci della memoria di Anna Scarpetta è una silloge del 2011 editaIsmecalibri (Bologna) per la collana Omero Serie Oro. Leggendola con estrema attenzione, ho percepito la sensazione di essere direttamente a confronto con la poetessa, mentre i suoi versi scorrono in una poesia dialogata di un’immediata universalità del “sentire”, in ogni parola un suo personale messaggio. La poetessa svela al lettore un partecipe senso di pietà, in un linguaggio condiviso che attraversa il tempo e diviene artefice brillante di un’eredità memorabile, tradotta attraverso valenze di voci che “conoscono l’arte del narrare” le sole connaturate nella memoria del cuore, scevra da qualsiasi menzogna. Fantasia e immaginazione s’intrecciano con la realtà effettiva, creando la parte creativa di una poetica che s’incontra nell’esperienza di un itervitae, plasmato dalla risolutezza, dalla sensibilità e dalla grande umanità della poetessa. Anna Scarpetta utilizza “Lo scalpello del pensiero” per rivolgersi alla poesia, che è sua amica e confidente, ad essa affida la propria filosofia di vita, “Ci vorrebbe un’altra vita/per capire cos’è la vita [.]/ Me lo dico spesso con sincerità [.]” A ogni visualizzazione di vissuto si associano evidenze antiche e universali dei sensi, veri elementi trainanti per condurci dentro tematiche di spessore, il lessico impiegato fa scattare inevitabilmente un’attenta riflessione, richiama e riattiva un ricordo.

Lo stile della silloge è svolto con ritmo vivace, cattura la curiosità e l’impegno del lettore, scuote dal torpore ogni animo, risvegliando con rinnovata vitalità ogni coscienza sopita. Le strofe composte di versi lunghi, si susseguono per la maggior parte in terzine e quartine in un “parlato” che cela una forza prodigiosa di effetti dal più teso e fervido, al più dolce e sofferente. Persino le figure retoriche, che siano esse allusive, reiterate o termini anaforici, vengono elegantemente inserite a dar maggiore risalto, rendendo il verso più incisivo. La poesia di Anna Scarpetta coinvolge e sottintende una complessità intellettuale, è pervasa di una particolare carica religiosa e carismatica, segnata dall’alternarsi di voci in un coro di profonda e disperata consapevolezza nonché di una fiduciosa attesa di un mondo migliore. L’abbinamento degli aggettivi qualificativi precisa il pensiero, lo rende più efficace, esprime sfumature rilevanti ed evidenzia un dato interiore, che si esplica in pura potenza fonosimbolica.

scarpetta-susanna

(Nella foto Anna Scarpetta e Susanna Polimanti in una recente premiazione di un concorso,
nel Maggio 2014, nelle quali erano entrambe nella Commissione di Giuria)

In una ricerca spasmodica del significato del dolore e del perché della sofferenza, il richiamo della memoria si snoda in una sequenza di espressioni dalle quali si avverte uno strappo con ciò che è consueto, con ciò che la poetessa ama e ha amato “Nostalgia, stringimi forte e portami via/in un mondo che tu sola sai di vera magia [.] Sfoglia adagio le pagine più belle di questa vita/e leggi di me, ancora divertita, ogni cara emozione

Sensazioni, stati d’animo, serendipità, persone vicine e lontane, luoghi e considerazioni sociali, il tutto visto con gli occhi curiosi di una donna che “Sulle ginocchia del tempo” ritorna ragazzina attenta verso quegli affetti e quei luoghi della sua infanzia che mai ha dimenticato, pur vivendo ormai lontana e con alle spalle un percorso consolidato.

Invocazione ed evocazione a un tempo, una poetica particolarmenteequilibrata, educativa, morale e civile nonché personale e introspettiva a tal punto, da rievocare la poetica del vero manzoniana.

In ogni sua poesia si evince una tenace solidarietà per la sofferenza degli uomini tutti, per i perdenti consapevoli e inconsapevoli, tra loro per primi i bambini “erranti nel mondo” ai quali lei rivolge dei versi ricchi di pathos e di intensa umanità in assoluta condivisione, nonostante “l’indifferenza del tempo” ove le solitudini dell’infanzia si trascinano nell’esistenza, disponendosi a un confronto più drammatico con la realtà. I sentimenti evocano il ricordo del passato e sottolineano, vigorosamente, le incertezze del futuro.

Straordinaria e intensa la poesia che Anna Scarpetta dedica al suo Angelo Custode con il quale intrattiene un dialogo più aperto e cordiale, soffuso di umana pietà, rimanendo però fedele al suo rigore, al suo stile di religiosa e pacata contemplazione.

La memoria del cuore è per la poetessa un dono, lei ci ricorda che “Il tempo è di Dio”, il suo cammino è lento e segreto, dalla terminologia utilizzata percepiamo l’assoluta impotenza di fronte a una più matura consapevolezza del proprio valore individuale e collettivo.

Le voci della memoria, una silloge colma di versi che si traducono in un grido di amore, stimolano a essere sempre sé stessi, a ritrovare le proprie origini e ravvivarne le radici. Sento di dover rivolgere ad Anna Scarpetta un degno plauso per essere riuscita a farci rivivere quei valori autentici che rendono gloriosa e benefica la nostra presenza in quello “strano luogo” che è il mondo, con la viva speranza di poterlo ancora osservare “con gli occhi curiosi della vita “.

SUSANNA POLIMANTI

Cupra Marittima, 27 settembre 2014

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