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Lucia Bonanni su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

LA CUCINA ARANCIONE di LORENZO SPURIO

Recensione di LUCIA BONANNI

 

cover_frontArancione: né rosso, né giallo.

Arancione: un miscuglio di rosso e di giallo

Rosso il colore della passione. Giallo il colore della follia.

I colori sono la manifestazione dell’energia e l’arcobaleno rappresenta sia il flusso di energia della terra sia quello del corpo umano. Nell’arcobaleno umano esistono colori fisici e chimici, equilibrio, cromatismo, mescolanza, fissazione, trasmissione.

Nella teoria sull’uso del colore Kandinskij dice che il colore può avere effetti sullo spettatore: un “effetto fisico”, basato su sensazioni momentanee, e un “aspetto psichico”, dovuto alla vibrazione che tocca le corde dell’interiorità. Sempre secondo il pittore, l’energia del giallo è prorompente, irrazionale e indica eccitazione mentre l’energia del rosso è consapevole e può essere incanalata.

A sua volta l’arancione esprime energia, movimento e più è vicino al giallo e più è superficiale.

Nella logica delle cinque W che riguardano la narrazione, nel who dei racconti di Spurio, oltre ai vari personaggi, può essere annoverato anche  il colore nelle sue allusive accezioni e simbologie e figure di significato: l’arancione della cucina, il nero dei capelli e dell’abbigliamento di Stella, l’ocra del cappotto della vecchia, il blu del desktop del computer, il carminio del rossetto, il bluette dei fili elettrici, quello del muro scrostato che l’autore lascia solo immaginare, il rosa acceso della casa al mare, il giallo della camicia dell’uomo di colore, il bouquet di fiori blu e gialli, quello dei vetri rotti della bottiglia, la tonalità “abbaiante” dei capelli e della carnagione del bambino…
Come afferma il personaggio principale del racconto “L’alfabeto numerico”,”La vita è un’espressione algebrica che può essere risolta in varie maniere”. Ma dico io!come si fa a vivere in una cucina arancione! In un ambiente dove, anche per gli arredi, non esiste altro colore, se non quello  enunciato e la gamba stecchita del tavolo non serve soltanto a sostenere il piano su cui si appoggia un vassoio con la zuccheriera e una tazzina da caffè, di color arancione, naturalmente!

Secondo J. Lacan l’inconscio è strutturato come un linguaggio; esso è una combinatoria di elementi discreti. La struttura di tale linguaggio emerge nelle funzioni dell’inconscio e, se manca un significante, allora il linguaggio divine espressione di trauma in quanto il linguaggio dell’inconscio si svolge su due assi: l’asse della sincronia che è quello della metafora, e l’asse della diacronia che è quello della metonimia. Esistono quindi vari registri: reale, simbolico, immaginario come esistono lo stadio dello specchio e quello simbolico.

“La cucina arancione” non è altro che un grande contenitore, uno scatolone in cui sono riposti tutti i disagi dell’affettività in relazione a comportamenti devianti, ansie, paranoie, allucinazioni, ossessioni, alienazioni, fissazioni, perversioni, manie, che i personaggi come le persone incontrano nel loro essere tali. Come afferma G. Bufalino, “Molti diventano personaggi perché non sanno essere persone” e i personaggi di Spurio sono persone reali e incarnano quella realtà che si dimostra la più abile dei nemici con i suoi attacchi inattesi e sorprendenti dove anche  “Il diavolo è un ottimista, se pensa di peggiorare gli uomini”.  

La sessualità è energia che si esprime sotto forma di pensiero, di movimento, di sentimento, di passione perché “C’è qualcosa di profondo e terribile nelle potenzialità della sessualità che costringe la società a tenerla separata dalle altre sfere in quanto sembra ed è puro gioco, ma scatena razioni che si svolgono sul registro del tutto e del nulla, della vita e della morte. Anche un semplice sguardo può mettere in moto desideri sfrenati, amore, odio, vendetta” ( F. Alberoni).

La women in dark, e forse avrebbe fatto meglio ad essere una women in red, “eccentrica, non particolarmente bella”, dallo sguardo smorto e le labbra tinte di carminio, se ne va in giro con un paio di scarpe così fuori tempo da risultare desuete anche nella vetrina di un punk o di un metallaro. E poi quel nome a richiamare brillantezza e fissità, persino affidabile ed attraente, una vera calamita come le sue forme arrotondate, si rivela un ossimoro col suo modo di essere. L’ingenuo avventore la crede la “Morte in persona” mentre al bancone del bar già chiede un “generoso rabbocco” non  solo di Jim Beam, il suo whisky preferito, insieme ad atteggiamenti ambigui e   parole frammentate.

“La fascinazione è sempre un invito e un rifiuto, in definitiva una sfida. Per questo (il personaggio) ha un effetto conturbante, inquietante, perché fa intravedere una modalità di esistenza beata” ( F. Alberoni). Ed anche quella volta la foga di Stella aveva avuto la meglio come pure il colore arancione. “È stata colpa dell’arancione della cucina”. Si scusò l’uomo, quando Stella gli disse che doveva andarsene da casa perché  come il suo primo marito “aveva superato i limiti della violenza”. Il poveretto, oltre alle sbronze,  le lasciò  i quadri, l’assegno di mantenimento, i soldi ricavati dalla vendita della casa, come risarcimento per quella carenza di stile e di gusto che l’aveva condotto alla violenza. Prese a fare il barbone e non fece alcun reclamo perché era certo che lei l’avrebbe denunciato per stupro. (dal racconto La cucina arancione).

La numerologia è una scienza esatta. Ogni numero ha un significato ben definito. E come il sette, somma del tre e del quattro, diviene tratto d’unione tra la Terra e il Cielo, il ventisei identificava una vecchia. Anche la smorfia napoletana parlava chiaro. Occorreva giocare subito quel numero a lotto! “… il coltello nella mano destra. Glielo infilai più volte nel petto. La lama entrò dentro come quando si taglia un formaggio molle”.  L’ossessione onirica si era trasformata in delitto, ma il protagonista del sogno piombò nel più cupo sconforto allorché si rese conto che si era soltanto illuso di averla uccisa e di essersi finalmente liberato di quegli incubi che lo  tormentavano. Quando si avvicinò al portone di casa ebbe soltanto il tempo di “vedere (la) moglie dietro la finestra che piangeva e singhiozzava.” (da racconto La vecchia col cappotto ocra).

“Crescendo e imparando a conoscere anche la famiglia di qualche sua amica, aveva capito che non erano le famiglie degli altri ad essere strane o preoccupanti, ma era la sua che non si uniformava alla Normalità. La povera Mariastella “allora cominciò a vergognarsi” e “saltuariamente le (sue) emicranie si presentavano con dei dolori lancinanti” e “pesante senso di vertigine. “Il grande armadio si stava spostando verso di lei, baldanzoso, con le ante aperte e ciondolanti per fagocitarla”. Ancora una volta vaneggiava e  sperimentava una “realtà distorta, irreale, frutto di un’alterazione psichica”.

A Michele non piaceva “sporcarsi le mani”. Lui  “era il dio del computer”. “All’aspetto non era brutto… era da escludere che avesse una relazione seria con una donna… e varie volte aveva preso delle  ferie abbastanza lunghe per andare in vacanza in sud America…”. “ Michele accese il computer e sorrise al bambino che si era seduto sulla poltrona per vedere la tv. Mentre era impegnato a diagnosticare il problema del computer, gettava sguardi interessati verso il bambino e… fu in grado di vederlo sotto un’altra prospettiva”Quando gli agenti suonarono alla porta per arrestarlo” pensò che “la gravità dell’episodio non stava in ciò che aveva commesso, ma nel suo dover  fare a meno del  pc”. Quando gli fu chiesto cosa avesse fatto al bambino,  rispose semplicemente che “doveva installare un software di base”. ( dal racconto Software di base).

E se nell’espressione poetica Spurio va dritto al cuore di chi legge, offrendo come sunto una forma didascalica come chiave di lettura del componimento, nell’espressione narrativa lo spiazza del tutto, lo disorienta e lo lascia persino dubbioso con i possibili significati di senso, lasciati all’ultima riga del racconto. Il metodo usato è sempre lo stesso: mostrare ciò che in effetti non è e sorprendere con ciò che in effetti è. Oppure disseminare indizi, ravvisabili anche negli stralci d’autore, tra cui I. McEwan, D. Campana, J. Josè Millás, C.M. Pemán, G. García Marquéz,   inseriti nella prima pagina del racconto,  per sorprendere e lasciare nel lettore anche un senso di incalzante smarrimento di fronte ad avvenimenti che talvolta destano stupore,  sdegno  e raccapriccio. “Quegli agenti erano stai una benedizione, tutto sommato”, “Ora la zia aveva una vita rovinata”, “L’indomani se ne andò a comparare un altro manichino”, “telefonai al sarto dicendogli di non dimezzare più gli altri indumenti”, Di sicuro anche lui è un fedele compagno di Alex Portnoy”.

Un libro di non facile lettura, quello di Spurio, considerando i dinamismi della personalità, il rapporto che essi hanno  in rapporto al modo con cui l’individuo si relaziona con il mondo, permettendo, se pur in forma narrativa,  un’analisi comparativa di casi clinici in cui si notano cambiamenti evidenti di comportamento rispetto ai così detti comportamenti “normali”.

Non c’è nulla di magico o di divinatorio nei racconti di Spurio. Solo realtà. Realtà cruda, realtà di personaggi che sono persone e come persone soffrono quel “male di vivere” che spesso sfocia in patologie conclamate, conflitti e devianze, del tutto avversi alla vita  e alla sua stessa natura.

Non c’è nulla di magico… solo un’approfondita conoscenza da parte dell’autore, non solo per quanto concerne i generi letterari, ma anche per quelle che sono le scuole psicologiche come la Gestalt ed altre per cui il testo “La cucina arancione”, oltre che letterario può essere considerato un vero e proprio saggio narrativo. 

Ad maiora

Lucia Bonanni

 

San Piero a Sieve, 10/11/14

A Firenze la premiazione della III edizione del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” (2014)

Sabato 15 novembre 2014 a Firenze presso la Sede Provinciale dell’Arci in Piazza de’ Ciompi 11 si è tenuta la serata di premiazione della terza edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato dalla Ass. Culturale Poetikanten in collaborazione con la rivista di letteratura “Euterpe” e Deliri Progressivi. L’iniziativa concorsuale è stata patrocinata dai Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN). Durante la serata si è data lettura alle motivazioni che la Giuria ha stilato per la selezione delle opere vincitrici, menzionate e segnalate.

La Giuria presente era costituita da: Lorenzo Spurio (Presidente del Premio – Direttore della Rivista di lett. Euterpe, scrittore e critico lett.), Marzia Carocci (Presidente di Giuria, scrittrice, poetessa, recensionista), Michela Zanarella (poetessa, giornalista), Annamaria Pecoraro (Direttrice di Deliri Progressivi, poetessa e scrittrice), Iuri Lombardi (Presidente Ass. Poetikanten, poeta e scrittore), Salvuccio Barravecchia (poeta).

La Giuria era costituita inoltre da altri giurati che non sono intervenuti fisicamente durante la premiazione: Martino Ciano (Scrittore), Giorgia Catalano (poetessa, scrittrice), Ilaria Celestini (poetessa, scrittrice), Emanuele Marcuccio (poeta e aforista), Luciano Somma (poeta) e Monica Pasero (poetessa, scrittrice).

Ad allietare la serata sono stati i ballerini di tango Giuseppe e Cristina Salerno della Scuola Pasion de Tango di Firenze accompagnati dal poeta Luis Algado e dalla attrice Elisa Zuri.

I proventi derivanti dalla vendita dell’antologia, edita da Poetikanten Edizioni, saranno devoluti -come da bando del concorso- alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).

Di seguito alcuni scatti della serata (per i quali ringraziamo la bravissima Deborah Larocca) e…. ci auguriamo di ritrovarci alla prossima edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”!

 

LA COMMISSIONE DI GIURIA

giuria7(Da sinistra Michela ZANARELLA, Annamaria PECORARO, Iuri LOMBARDI, Salvuccio BARRAVECCHIA. Marzia CAROCCI e Lorenzo SPURIO)

 

VINCITORI

 

MENZIONI D’ONORE

 

SEGNALATI DALLA GIURIA:

 

MOMENTO DANZANTE: Giuseppe e Cristina Salerno

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“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio. Commento di Gabriella Pison

Nota critica a Neoplasie Civili di Lorenzo Spurio

A CURA DI GABRIELLA PISON

 

Featured Image -- 7051Credo che gli uomini abbiano perso la capacità di sperare, di incrociare gli sguardi per guardarsi vicendevolmente negli occhi, per sentirsi meno soli, così nei versi di Lorenzo Spurio:

si aspettava una folata di fumo
come un segnale tribale
e intanto il mondo lottava
e la gente si dava la morte
in ogni angolo del pianeta

 

Come ne “Il fiore giallo” se gli uomini riuscissero a sintonizzarsi sulle emozioni degli altri, per farle proprie, per armonizzarsi con l’universo e sentirsi una scintilla nel microcosmo, godrebbero del privilegio di sentirsi parte di un tutto e non un elettrone sfuggito al alle casualità del fato:

 

Di colpo mi son chinato a terra
e al margine di un marciapiede
ho colto un fiore giallo
cresciuto lì, forse per sbaglio

 

e con timore sospetto che il Cielo sia vuoto di rassicuranti convinzioni, Spurio affida al capriccio del destino, tra disperazione e speranza, l’anelito ad una visione di trionfo del Bene:

 

Ho odorato ancora il fiore
accorgendomi che esalava tristezza
e bisogno d’amore

 

anche se profetizza l’impossibilità a vedere una luce in “Ridicolous Job Act”

o  quando con il comandante oceanico
rabbuiato per la sua colpa
accoltellava l’umanità di angoscia
con il traghetto-catafalco
ricorda il tragico ed evitabile naufragio al largo della Corea del Sud.

 

Il misurarsi con le tragedie delle quotidianità gli consente forse di esorcizzarne i tratti, pur conservando la drammatica consapevolezza di trovarsi di fronte a laceranti geometrie, crepuscolari deliri nella solitudine che annichilisce e che ricorda Primo Levi in Se questo è un uomo:” L’uomo, ogni singolo uomo, è solo. Nessuno lo può aiutare. I legami di sangue sono svaniti, le amicizie non sussistono. Dio, in un momento tale, non esiste. O è molto lontano”

Così il nostro poeta, in Neoplasie civili, riscopre la sconfitta dell’uomo inerme di fronte alla certezza della sopraffazione, come in

Quando nel mondo si spara,
Gea si occulta la vista
e corre ad occhi serrati
verso rovi e sterpi acuminati
per accecarsi

 

 Alla fine forse solo l’affermazione del  proprio io su tutto ciò che sta intorno, garantisce  la propria inviolabilità, in un gioco di apparenti contrasti, dove la fuga ritaglia lacerti di salvezza, sia un sogno o una speranza: la morte come avventura della ragione, certezza metafisica di chi comprende quanto tutto sia incerto:

 

Sconvolto correvo per le vie,
allungavo la falcata
e correvo
sempre più veloce,
correvo…
 
…la vita mi scorciò per sempre.
Ora son gl’altri
a cantar le mie pene.
Forse

 

Una freschezza adolescenziale nei versi di Spurio calibrati da una scelta originale delle parole e dei contesti, vibrati da una emozione che cerca di mascherarsi nella penombra di riferimenti nietzschiani, dove l’uomo si libera da ogni forma di trascendenza, arrendendosi al non senso oltre l’essere

 

Riflettei sulla storia
che raggruma cancrene
e che defluisce in sbocchi
e che mai riporta la vittoria

 

e l’avventura della ragione sembra proteggere l’assurdo del non voler alzare gli occhi al cielo per paura di dover credere

 

inghiottivo veloci preghiere
sconclusionate, sorte per caso
e affinché non prendessero il sopravvento,
m’aggiravo per la casa
bestemmiando un qualcuno

 

Ma si tratta di vivere e pensare con questo strazio: per Lorenzo che con l’acutezza della luce intellettuale sembra surrogarsi nel pensiero di Camus quando ipotizza che il senso delle cose sia  irrimediabilmente perduto e che  l’uomo sia solo con il proprio desiderio di comprensione è un attimo in cui si smarrisce, in cui le immagini si dissolvono una nell’altra, esiste la possibilità di dare un senso all’esistenza

 

La battaglia si vince solo intentandola.

 

anzichè

 

Il mondo, un luogo di transito in cui la voce del ribelle deve farsi corale, anche se non si attende risposte

 

Negli interstizi della realtà che continua a scorrere, si avverte il tormento, che va oltre la monade della materia, e che si spinge verso un regno dove qualcosa salva dal disfacimento e dalla finitezza umana, con impressa nell’adynaton la tensione verso l’elevazione dello spirito:

Cristo si stropicciava gli occhi
in un Golgota di cartapesta,

 

ma “In cattedrale si suicida uno scrittore”

per sdegnare il tormento
di gravosi e disoneste leggi
contro-natura, che spaccano
la Sacra Famiglia
e demoralizzano il tragicomico
della vita d’oggi
passando per la farsa
e riducendo tutto in burle

 

ispirandosi allo scrittore francese Dominique Venner, suicida in Notre Dame, che annotava disperato come per scuotere il mondo dalla la letargia siano necessari e vitali gesti capaci di scuotere le coscienze risvegliando la memoria delle nostre origini, Lorenzo Spurio entra nell’anima, nelle sue galassie, nelle sue tensioni profetiche e quella che appare una fuga dalla speranza si fa catarsi del marchio di Caino:

 

Lo sprezzante
caudillo
era stato messo in ginocchio
non da armi o minacce,
ma dall’inesorabile esistenza.
 

Così Lorenzo gioca la sua poetica tra dirompenze metonimiche, intonazioni solenni,  lucide e crude esegesi, con analisi abbaglianti come squarci di sole nel Kali yuga della ragione: illuminazione caravaggesca prestata alle parole.

 

Gabriella Pison

Trieste, 19/10/2014

A Firenze la premiazione del III Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”, sab. 15.11.2014

PREMIAZIONE III PREMIO NAZIONALE DI POESIA

“L’ARTE IN VERSI” – Edizione 2014

Sabato 15-11-2014, ore 17:30

FIRENZE

Sede provinciale ARCI – Piazza de’ Ciompi 11

Info:  arteinversi@gmail.com 

 

COMUNICATO STAMPA

Sabato 15 novembre ci ritroveremo a Firenze presso la Sede Provinciale dell’Arci sita in Piazza de’ Ciompi 11 per l’attesa premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” organizzato da Euterpe Rivista Di Letteratura, Deliri Progressivi e dalla Associazione Poetikanten onlus, quest’anno con il Patrocinio Morale dei Comuni di Roma, Brescia, Jesi (AN) e Dronero (CN).

Vincitori
Sezione A – Poesia in italiano
1° – Anna Barzaghi
2° – Luisa Bolleri
3° ex aequo – Lorenzo Poggi
3° ex aequo – Nunzio Buono

Sezione B – Poesia in dialetto
1° – Luciano Gentiletti
2° – Nino Pedone
3° ex aequo – Katia Debora Melis
3° ex aequo – Nicolina Ros

Premio alla carriera poetica
Sandra Carresi

Verranno conferiti inoltre medaglie e diplomi alle Menzioni d’Onore e ai Segnalati le cui poesie saranno pubblicate nella antologia del premio.
I proventi derivanti dalla antologia del Premio saranno donati alla Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM).

La giuria del Premio era composta da Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Marzia Carocci (Presidente di Giuria),Salvuccio BarravecchiaMartino Ciano, Emanuele Marcuccio Somma Bis Luciano Ilaria CelestiniGiorgia Catalano Monica Pasero Annamaria Dulcinea Pecoraro Iuri LombardiMichela Zanarella Bis

 

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La presentazione del volume “Dolce terra di marca” domenica 9 nov. ad Agugliano (AN)

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“Dolce terra di marca, fiabe popolari marchigiane”
 
 
Le fiabe popolari mantengono nel nostro tempo la capacità di incantare. Le innumerevoli trasposizioni e trascrizioni, le opere teatrali, multimediali, i film, in cui vengono continuamente riproposte, testimoniano la loro vitalità. La fiaba parla all’immaginario degli uomini, apre alternative alla realtà quotidiana con un linguaggio schietto, immediato, essenziale. Dolce terra di Marca raccoglie le fiabe marchigiane nel dialetto con cui sono state trascritte dalla viva voce del popolo da parte di studiosi quali Antonio Gianandrea, Guido Vitaletti, Luigi Mannocchi, con accanto una trascrizione nell’italiano corrente per la comprensione di termini dialettali inusitati, a volte sconosciuti. Ogni fiaba è corredata da note di lettura, proposte per cogliere con immediatezza contenuti originali, suggestioni, aspetti di contesto territoriale.
Ad illustrare i testi, le immagini curate dagli studenti della Scuola Internazionale di Comics di Jesi che hanno interpretato i racconti con una prospettiva di lettura originale e contemporanea.
 

 
 
Laura Borgiani, Flavia Emanuelli, Mirella Mazzarini, marchigiane, hanno collaborato, per una specializzazione post-laurea, ad uno studio di analisi sulla fiaba popolare delle Marche. A distanza di anni si sono ritrovate dopo esperienze di lavoro differenti, a lavorare intorno alla fiaba di tradizione marchigiana per riscoprirne il valore e la vitalità. Ne è nato il progetto di favorire la conoscenza e la diffusione di un patrimonio di memoria legato all’identità del territorio.

L’antologia di autrici marchigiane “Femminile plurale” presentata a Jesi sabato 15.11.2014

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Jesi

 Galleria degli stucchi – Palazzo Pianetti

sabato 15 novembre ore 17

 

Femminile plurale

Le donne scrivono le Marche 

 un’antologia a cura di Cristina Babino

Con il patrocinio del Comune di Jesi e la collaborazione della Casa delle Donne di Jesi, Palazzo Pianetti riapre le porte a un nostro libro. L’antologia a cura di Cristina Babino sarà infatti presentata nella splendida cornice della Galleria degli stucchi; saranno presenti alcune delle diciassette autrici e introdurrà Tullio Bugari, dell’Arci Jesi-Fabriano.  copertina “Femminile plurale” raccoglie prose di Cristina Babino, Maria Angela Bedini, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Elena Frontaloni, Maria Lenti, Enrica Loggi, Maria Grazia Maiorino, Franca Mancinelli, Caterina Morgantini, Renata Morresi, Natalia Paci, Anuska Pambianchi, Daniela Simoni, Eleonora Tamburrini, Lucia Tancredi, Luana Trapè. Il progetto sostiene l’attività dei centri antiviolenza delle Marche cui devolve parte del ricavato. http://www.vydia.it/femminile-plurale-le-donne-scrivono-le-marche/. Dalla introduzione di CRISTINA BABINO, curatrice dell’antologia: “ Totale libertà è stata lasciata a ciascuna autrice per quanto riguarda il tema da affrontare, lo stile e l’approccio (chi più analitico, chi più narrativo, chi più intimista e introspettivo) con cui interpretarlo. Con l’obiettivo di riflettere nelle scritture che compongono l’antologia il carattere composito della regione, la sua complessità identitaria, il suo eclettismo dissimulato e minimale, si è inteso affidarsi completamente all’estro, al talento e all’autonomia creativa di ognuna: per questo il volume presenta un assortimento ricchissimo di generi e di voci, dal racconto al saggio letterario, dalla prosa d’arte alla scrittura di attualità. Una molteplicità di stili e contenuti che costituisce il punto di forza di questa pubblicazione, esattamente come la pluralità è carattere peculiare della regione Marche.

Lorenzo Spurio intervista il poeta Rodolfo Vettorello

LS: Nella poesia “Il mio Moleskine”, che contiene una sorta di manifesto della sua poetica, scrive: «La poesia/ se mi cerca mi trova/ di certo/ perché sono in attesa»[1]. Questo evidenzia quanto l’atto creativo non possa né debba avvenire su committenza o con ragionevolezza, mettendosi a tavolino per scrivere qualcosa. La poesia, l’inspirazione, arrivano velocemente come una folata di vento –sembra dirci- ed è pertanto importantissimo avere i mezzi e le facoltà per coglierla e saperla trasmettere. Le è mai successo di aver percepito un’idea, una sensazione che poi, al momento della stesura sulla carta era già svanita e la poesia si è persa nell’aere? Può spiegarci qual è il suo rapporto con l’atto di scrittura?

RV: Scrivere poesia è come mettersi all’ascolto, si dice. Una bella metafora che però non è la verità. Nessuno regala nulla, la poesia è sedimentazione della propria esperienza personale e ciò che ci pare arrivare dall’ignoto è frutto di ciò che abbiamo costruito nel tempo. La poesia non è solo flusso di coscienza, è anche lavorio paziente e metodico perché ciò che viene dall’inconscio prenda la forma adatta. La spontaneità della poesia va costruita. Sembra un paradosso, ma è una verità o almeno la mia verità.

   

2234170_origLS: Nella Sua produzione ci sono varie liriche ispirate a delle città che ha avuto modo di visitare, come quella dedicata a Teramo, a Orvieto da lei descritta come «quella dama ingioiellata»[2]e Tivoli. Non ho trovato delle poesie chiaramente ispirate alla città di Milano di cui è figlio adottivo e dove vive da moltissimi anni anche se in varie liriche si notano chiari riferimenti come quando in “Il gioco a Monopoli” scrive: «A Milano ogni cosa è diversa,/ così stretto lo spazio che resta/ tra una casa e una casa./ Tutta gente che passa/ ma nessuno che bussi alla porta. Non conosco il vicino/ di quell’uscio qui accanto»[3] o quando in “Crete senesi” osserva «[la] città che pare/ l’anticamera angusta dell’inferno,/ una bolgia dantesca/ come di api dentro un alveare».[4] In altre parole Milano è affrescata come una città spersonalizzante, che non favorisce i contatti tra persone, alienante, quasi egoistica nei suoi fiorenti affari e commerci, poco attenta alla riscoperta dell’animo autentico e dello spirito di convivialità che, invece, ha sempre connotato le campagne, rumorosa, accalcata, in grado di rendere l’uomo una sorta di automa. E’ giusta questa mia lettura oppure c’è dell’altro? Come considera Milano nel nostro oggi?

RV: Milano è una presenza limitata nella mia poesia perché Milano è la realtà concreta e la poesia preferisce alludere quasi sempre a un altrove. Un luogo e un tempo irraggiungibile e impraticabile dove immaginare possa esistere quello che sogniamo. E’ un po’ la stessa sorte che tocca a un amore vero e concreto che ti vive accanto, rispetto ad amori sperati, sognati o evocati. Milano, oggi come ieri, ha una sua poesia. La poesia colta così bene da Jannacci che sono andato a salutare poche settimane fa al Teatro Dal Verme.

 

 

 LS: In molti poeti e scrittori è spesso evidente e a volte palese il riferimento e l’ispirazione ad alcune correnti letterarie e ad alcuni artisti. Leggendo la sua poesia, invece, non ho notato chiari rimandi a letterati, né vi sono citazioni in esergo, dediche, poesie d’encomio o celebrative e quant’altro. Quali sono i poeti –sia vivi che scomparsi- che Lei considera i più grandi e che molto hanno significato nel suo percorso di fare poesia? Ha avuto l’occasione di conoscere personalmente qualcuno di essi?

RV: Non esisterebbe la poesia moderna senza Leopardi ma senza scomodare l’Empireo, ho fatto molto spesso citazioni specie di Montale di cui condivido la disperazione quieta e l’espressione poetica. Amo Luzi per la sua classicità luminosa e abbagliante, amo la Spaziani, che ho conosciuto, per il suo rigore formale. Ho per amici Davide Rondoni che amo per le sue tematiche e la limpidezza lessicale e Paolo Ruffilli, un fratello, che ha riconosciuto alla mia poesia una certa consonanza con i suoi temi e le sue modalità espressive. Di lui condivido l’idea che la poesia è l’arte del “togliere” per arrivare a una concisione che, secondo le intenzioni del poeta, può sconfinare in un controllato ermetismo.

   

LS:  Corrado Govoni (1884-1965) fu amico di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), padre del futurismo, e collaborò a varie riviste letterarie di spessore tra cui le celebri Lacerba (diretta da Soffici e Papini, a Firenze) e La Voce (fondata da Prezzolini e Papini, a Firenze). Della sua produzione si distinguono varie fase poetiche tra cui quella crepuscolare, quella futurista (si ricordi le “poesie visive” come “Il Palombaro”) e quella di un personalissimo “ritorno all’ordine”.[5] Le propongo la lettura di “Crepuscolo ferrarese”[6] tratta dalla raccolta I fuochi d’artifizio (1905) dove si respira, già dal titolo, l’atmosfera mesta e crepuscolare di cui Govoni fu caposcuola fiorentino. Che cosa ne pensa di questa poesia? Può darci un suo commento?

 

Il mao si stira sopra il davanzale
sbadigliando nel vetro lagrimale.
 
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
 
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
 
I ritratti, che sanno tante storie,
son disposti a ventaglio di memorie.
 
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
 
Sul tetto d’una prossima chiesuola,
sopra una pertica, una ventarola
 
agita l’ali, come un uccelletto
che in un laccio pel piede sia stretto.
 
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano fantastici aquiloni.
 
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo, dentro l’orto, fa il suo strido.
 
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra, come un insetto canoro.
 
Dentro lo specchio, tra giallastre spume,
ritorna a galla il polipo del lume.
 
La tristezza s’appoggia a una spalliera,
mentre le chiese cullano la sera.

  

RV: Una modalità espressiva delicata che trova il suo apice nei due bellissimi versi finali: «La tristezza s’appoggia a una spalliera/ mentre le chiese cullano la sera». Per il resto mi intriga l’insistenza ossessiva delle rime baciate, a tratti con una valenza ironica che è tipica di molto decadentismo. Per la mia cura maniacale della forma mi devo soffermare sul verso «la terra, come un insetto canoro». Rilevo che avendo accenti tonici, oltre che alla decima, anche alla quinta e settima sillaba, il verso si configura come endecasillabo non canonico. Da qui la sua sonorità non del tutto gradevole.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un commento è “I poeti vanno”[7] del poeta palermitano Lucio Zinna[8], direttore della rivista “Quaderni di Arenaria”:

 

I poeti vanno
lungo le strade della poesia
se il vento li accompagna
arrivano ovunque
vanificando transenne.
 
I poeti sanno
di altre strade e altro vento
di percorsi sghembi
dai fossati impraticabili
e li attraversano
perché sia tutto tentato
ogni viaggio sempre
nel verso del verso.

 

RV: Non mi piace la retorica dei poeti che “vanno lungo le strade della poesia”. La scrittura verticale poi non fa di un pensiero prosastico una poesia. Il risultato non è nemmeno “versificazione”, perché le frasi poetiche sono versi solo se la loro musicalità è sostenuta da corrette accentuazioni. E non paia questa considerazione una forma di nostalgia passatista; Montale, Caproni, Quasimodo, Ungaretti, Luzi, Raboni, Ruffilli e tutti i più grandi hanno elaborato contenuti poetici con versi liberi ma versi, come testimonia la musicalità della loro espressione. Parlo di questa singola poesia e senza pregiudizio alcuno per la produzione poetica generale di Lucio Zinna, poeta affermato.

  

  

LS: La sua poetica, molto evocativa, parte dall’analisi del quotidiano e naviga tra la semplicità e la purezza di ricordi inamidati e il presente, spesso troppo rumoroso e spersonalizzante. Ci sono liriche in cui parla dell’inquinamento, altre in cui affronta, invece, episodi della cronaca che fanno della sua scrittura una poesia molto reale, vivida e attaccata al mondo di tutti i giorni. Che cosa ne pensa, invece, della poesia ermetica, mi sento di dire tendenzialmente estranea al suo modo di poetare?

RV: La mia poesia, come la mia vita, è in evoluzione e i miei interessi poetici come quelli esistenziali sono molteplici e determinati dal momento contingente. Considero importante per me una crescente apertura verso il sociale o più specificatamente la sofferenza degli altri. Amo infinitamente la poesia ermetica e spesso anche la mia poesia nasce con una profonda cripticità, dettata dal mio vissuto che non vorrebbe rivelarsi più di tanto. Poiché poi considero la poesia una forma superiore di comunicazione esercito le mie capacità lessicali e critiche per rendere più comunicabili le mie emozioni e sensazioni. Ritengo corretto arrivare a un ermetismo controllato o a una espressività contenuta attraverso il lavorio del dire e del togliere, come ho precisato più sopra, affinché la comunicazione avvenga senza equivoci ermetici ma anche senza prolissità contrarie alla poesia stessa.

 

 LS: Purtroppo puntualmente la cronaca ci informa di desolanti casi d’ingiustizia sociale: forme di prevaricazione, bullismo, violenza sulle donne, episodi di xenofobia, imposizioni di organizzazioni malavitose, tratta dell’essere umano e tanto altro che rendono palese quanto la mente umana possa essere fautrice di reati che, analizzati da un punto di vista cristiano, si configurano anche come dei gravi peccati. Di fronte ad omicidi, abusi e violenze e dinanzi alla constatazione della inefficacia della giustizia dei popoli, spesso si invoca la giustizia di Dio, sicuri che nell’aldilà sarà Lui a garantire eguaglianza ed equanimità. Che cosa ne pensa di tutto ciò? Lei è credente e condivide questo pensiero?

RV: Affrontare temi di forte emotività è una grande sfida per la poesia. Il rischio è di cadere nella retorica o  peggio ancora nell’enfasi declamatoria. Ho corso diverse volte questo rischio trascinato da emozioni vere dettate da un fatto di cronaca o di tipo personale. Ho fortunatamente avuto dei riscontri positivi quanto a trasmissione dell’emozione con modalità misurate, controllate e rispettose del dolore altrui. Citerò solo la poesia “Rajm-Lapidazione”. Ho chiamato spesso in causa il Creatore davanti a episodi inaccettabili per la nostra coscienza e mi sono dato la sola risposta possibile per la mia fede incredula. Sono un credente problematico che aspira a una fede senza domande.

 

 LS: Il poeta dialettale romano Giorgio Carpaneto (1923-2009) parlando della poesia, in una intervista ha definito le caratteristiche e le prerogative del poeta d’oggi sostenendo: «Il poeta deve recepire gli stati d’animo, le aspirazioni, le incertezze, le ansie degli uomini che vivono intorno. Deve interpretare, comprendere, consolare, confortare le creature umane del suo tempo con i suoi versi, veri messaggi fraterni; mai abbandonarle, perché sarebbe un rinnegare la sua vera missione».[12] Che cosa ne pensa a riguardo?

RV: Il poeta non deve nulla, non gli è stato affidato nessun compito o missione esplicita da nessuno. Ho scritto da qualche parte che i poeti non servono a nulla, in fondo come le farfalle e l’arcobaleno. Si scrive poesia perché non si sa fare niente altro che ci sembri “bello” anche se inutile.

   

LS: Lei è presente come  membro di giuria in numerosi concorsi letterari nazionali di ampia caratura, tra cui il premio Thesaurus ideato proprio da Lei che ha cadenza annuale. In molti, anche scrittori che possono dirsi fuori dal canone di “esordienti”, non amano partecipare ai concorsi perché li reputano un’insulsa competizione  che non serve all’autore e hanno addotto che ciò che è meritevole nel curriculum di un autore sono le pubblicazioni e la loro diffusione, piuttosto che la presenza in antologie del premio. Quanto è importante la partecipazione ai concorsi letterari per l’esordiente secondo Lei? Quali sono le ragioni per le quali un esordiente dovrebbe “giocarsi” anche questa carta?

RV: Al Premio Cattolica, trenta e più anni orsono, erano insieme in giuria Montale, Quasimodo e Ungaretti, (almeno si dice), in molti premi più attuali sono in giuria i grandi del momento: Rondoni, Piersanti, Ruffilli, Spaziani, Calabrò, De Signoribus e tanti altri e questi stessi sono a loro volta concorrenti in tanti premi letterari e questo la dice lunga sull’interesse dei Concorsi. La competizione e il confronto fra gli autori sono una sfida che ha valore in tutti campi. Di grande interesse i Concorsi che offrono al vincitore, come premio, la pubblicazione. Una raccolta di poesia che derivi da questa selezione ha sicuramente più valore di un’opera pubblicata a spese dell’autore. Il narcisismo di molti produce una mole infinita di cattiva poesia che autori di nessun valore e incapaci di confrontarsi con la realtà, immettono in tanti piccoli e insignificanti circuiti anche attraverso presentazioni e pubblicità ossessiva.

La poesia che ottiene riconoscimenti ha normalmente anche dei lettori, per via della sua leggibilità. La poesia che alcuni impropriamente chiamano “difficile” si muove nel ristretto ambito degli addetti ai lavori, si fa forza dell’autoreferenzialità e del voto di scambio e si trincera dietro il velario della poesia d’elite.  Di fatto deprime la domanda di poesia e allontana i possibili lettori dalla già ristretta nicchia degli amanti della materia.

 

 

Milano, 10 maggio 2013

 

[1] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 59.

[2] Ivi, p. 56.

[3] Rodolfo Vettorello, Contro il tempo, il tempo contro, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[4] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 79.

[5] Nella sua fase futurista il poeta si convertì in convinto nazionalista e sostenitore del regime mussoliniano, dedicando anche un poemetto al duce. La perdita del figlio in guerra, però, lo lasciò profondamente addolorato e rivide il suo pensiero politico. Al figlio dedicò Aladino (1946) dove si ravvisa un animo sofferto a tratti duro e polemico.

[6] cit. in Francesco Grisi, I crepuscolari, Roma, Newton e Compton, 1999, pp. 137-138.

[7] Lucio Zinna, Stramenia, Salerno, L’arca felice, 2010, p. 4.

[8] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[12] cit. in Fausta Genziana Le Piane, Interviste a poeti d’oggi, Comiso, Edizioni Eventualmente, 2010, p. 23.

“La scrittura, bisogno costante di ricerca”. Elisabetta Bagli intervista Lorenzo Spurio

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Lutto a Macerata per la morte di Gian Mario Maulo

Gian Mario Maulo (Montecosaro, MC, 1943) , ex Sindaco della Città di Macerata e poeta finissimo, è venuto a mancare lo scorso 01.11.2014.

Qui la notizia diffusa sul Corriere Adriatico

L’uomo era solito inviare a me e ad altri contatti a mezzo mail le sue poesie che negli ultimi mesi erano marcatamente contraddistinte da un tono cupo e un senso vicino della morte. Ci ha lasciati ieri e l’ultima poesia mi è giunta per mezzo di un messaggio di Sua figlia che, pure, ne annunciava la dipartita.

Questa l’ultima poesia di una grande anima sensibile al prossimo, di un letterato lucido e dalle grandi doti umane e solidali.

 

La poesia che papà aveva deciso di inviarvi oggi.
I funerali si terranno lunedì alle 15 alla Chiesa Santa Madre di Dio. Non fiori, ma opere di bene.

braccia da orante e radici immense

ALBERO  DI  VITA
 
Non amo il vento in cima alla collina
e novembre gravido di nebbia nella tomba
né i crisantemi densi di paura
sbocciati ai vivi e subito recisi:
 
 
vorrei per manto di riposo un prato
e un albero di ulivo con le braccia
da orante e le radici immense;
 
 
non abito parole di bronzo
e loculi in cemento armato:
 
 
la mia casa è una lingua di fuoco
attinta al cero della pasqua
                              a primavera
quando la morte
non recide la vita ma la compie.

“Deltaplano” di Michele Miano. Recensione di Lorenzo Spurio

Deltaplano
di Michele Miano
Introduzione di Davide Foschi
BastogiLibri, Roma, 2014
ISBN: 9788898457595
Pagine: 43
Costo: 8€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
 
Un oceano di silenzio è muro
di queste illusioni
cassa ridondante di echi ormai lontani. (14)
 

Se è vero che qua e là nella poetica di Miano si ravvisano immagini in qualche modo funeste, collegate a un cupo sentire il dolore e la morte, come avviene nella lirica “Primavera” in cui la nuova stagione che si caratterizza per la rinascita dell’ambiente è collegata a immagini dure quali i “morsi di gelo”, le “profonde solitudini” e il tagliente “filo di vento”, non è mai un dolore che deprime o che angoscia il Nostro né il lettore che ne sperimenta la lettura perché mitigato dall’esperienza e fautore della costruzione di immagini. Michele Miano è un maestro nel plasmare la materia; ed è così che l’infinità della volta celeste diventa un mare in cui le stelle finiscono per annegarsi, per perdersi, fluttuare un po’ difficilmente, prima di inabissarsi completamente in quel blu denso e fagocitante (“Verso sera”, p. 7)

Il vento nelle liriche del Nostro non è mai portatore di una forza distruttiva o di un soffiare imperterrito, ma piuttosto è un residuo di vento, una ventilazione languida come il “filo di vento” (8), “un alito di vento” (9), “l’aria tiepida” (9) che ne caratterizza la mitezza degli ambienti e descrive questo aerare come lieve, appena percettibile. Gli spazi vengono descritti sempre da chi li abita, ed ecco allora che si incontreranno colombi, farfalle, ma anche germogli che lentamente crescono, proprio come le strilla di un ragazzino che gioca.

L’impiego nel lessico di una dimensione dicotomica o ossimorica è prevalente nella scrittura di Miano dove, come già detto, troviamo primavere di dolore, o “amaro miele” (11) ed ancora la sonnolenza di un’esistenza vissuta (s)regolatamente (“in bilico sul baratro”, 13) alla quale segue una nuova alba, fonte di un rinnovato auspicio e motivo di compiacimento con la natura tutta.

Non c’è nelle liriche di Miano la criticità che ci si aspetterebbe in un autore erudito che osserva il mondo e lo descrive vagliato dalla sperimentazione di certi sentimenti; ne consegue che non è propriamente esatto parlare di ermetismo della sua poetica perché non vi ravvedo il pessimismo di fondo; le immagini, laddove sono gravate di un sentimento esistenziale che potrebbe essere improntato alla desolazione, finiscono invece per essere impiegate come da contro-canto allo sviluppo della lirica e delle suggestioni sulle quali essa si regge.

La temporalità degli eventi nella poesia di Miano sembra essere sospesa e pare che l’autore l’abbia volutamente tale poiché non ci si sofferma mai con precisione e si configura come una sospensione del tempo; il Nostro è convinto che quando il ricordo è vivido e quando il sentimento è eternante, allora le categorie temporali non esistono e c’è un interscambio continuo ed efficace tra passato e presente: “E il giorno è come la notte/ la notte è come il giorno” (15).

Nel volume c’è anche spazio per un Miano indignato che denuncia le ambiguità del presente, le storture della vita contemporanea dove il Natale, emblema di pace, condivisione e speranza, ha una doppia natura: felice e agiato per i “ricchi e i grassi” e indecente e una giornata sventurata come tante per i “poveri e [i] reietti” (10). Il poeta è anche espressione del tempo in cui vive del quale non manca di osservare una certa delusione nei confronti della disagiata condizione sociale del presente, tanto morale quanto economica (parla di “clienti insolventi”, 20; di “paese di morti di fame”, 24; di “[persone] aggrovigliat[e] nella lotta per il boccone quotidiano”, 25). Non è sufficiente –sembra dirci Miano sussurrando all’orecchio- perseguire alacremente solo i propri interessi personali e fondare una ideologia del sé quando il mondo è società, senso di comunità e bisogno di condivisione. E’ così che dedica dei versi anche a tutti coloro che per mille ragioni non hanno voce –vuoi perché silenziati o censurati, vuoi perché perseguitati, massacrati od uccisi-: “Per frantumare il silenzio/ è necessario il coro degli angeli,/ grido senza voce dei condannati,/ gemito dei non nati./ Filastrocche mai cantate dagli uomini” (22).

Nella mente dell’io lirico c’è vita in tutto e per queste ragioni è possibile percepire la voce anche delle cose, dell’immateriale e dell’astratto, laddove siamo capaci di costruire un saldo legame con l’atto esperenziale e l’epifania del sentimento e vivificare in questa maniera immagini (illusorie) ed emozioni (evanescenti); il poeta è in grado di cogliere il “mormorio delle cose e dei ricordi” (18).

E’ così che Miano afferra e viviseziona il “nervo delle cose” (17) e istituisce quel necessario patto con il concreto, con la vita di tutti i giorni, fatta di intervalli di pace e delusioni che lui consacra sinteticamente nell’ “armistizio con la realtà” (26). Armistizio che è possibile solo laddove si abbia reale coscienza del proprio stato e una confidenza con se stessi che renda capaci di osservare il mondo che ci circonda con giustizia e curiosità nelle sue tante disparità e degenerazioni. Solo in questo modo è possibile, allora, scoprirsi uomini e donne completi che posseggono la fioca fiamma di una lanterna per svelare il difficile “sillogismo dell’esistenza” (17).

Un libro che offre validi spunti di riflessione e di autoanalisi, assieme a un insegnamento profondo che arricchisce la coscienza e la denuda nei confronti del reale: “Questa strada senza sole/ afflitta di nubi, dal frastuono della sera” (31) che è la vita, è il percorso che ci è stato dato e che dobbiamo onorare a chi ci ha voluti nel mondo, in questo “tempo balordo” (35) dal quale l’autore spera si risolleverà.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28.10.2014

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