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La premiazione del XXV Premio Città di Porto Recanati (dom. 28-09-2014)

Alcuni scatti della Premiazione del XXV Premio Città di Porto Recanati fondato e diretto dal professore Renato Pigliacampo.

Giuria: Lorenzo Spurio (Presidente), Susanna Polimanti (Componente), Lella De Marchi (Componente), Renato Pigliacampo (Componente)

Premiazione svoltasi domenica 28 settembre 2014 alle ore 17:00 al Castello Svevo di Porto Recanati (MC)

Le foto sono di Pietro Carenza (Turi – BA)

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Uno sposalizio di cultura e impegno sociale: l’antologia di “Autori e Amici di Marzia Carocci”

L’antologia “Autori e Amici di Marzia Carocci” contiene i testi (poesie, aforismi, racconti) e i materiali grafici (foto, foto di sculture e pitture) che tanti amanti dell’arte hanno inviato nell’occasione del 12° evento di Autori e Amici di Marzia Carocci, celebre poetessa e scrittrice fiorentina che annualmente raccoglie attorno a sé artisti che provengono da tutta Italia.

Quest’anno l’iniziativa si ingrandisce ulteriormente prevedendo un’intera giornata dedicata a questo lodevole evento poiché unisce l’amore per la cultura e il desiderio di aiutare l’altro: i ricavi che ci saranno dalla vendita dell’antologia promossa e pubblicata da TraccePerLaMeta Edizioni, infatti, verranno donati alla Lega del Filo d’Oro, ente assistenziale importantissimo per l’aiuto ai pluriminorati sensoriali.

Il volume, che si apre con una lettera aperta di Marzia Carocci ai suoi amici ed autori, è seguito da una nota di prefazione del critico letterario Lorenzo Spurio che ha curato l’intero volume e che domenica 12 ottobre assieme alla promotrice, Marzia Carocci e le poetesse Laura Faucci e Annamaria Pecoraro, presenterà la serata. Per l’occasione il direttivo dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (Anna Maria Folchini Stabile – Presidente; Sandra Carresi – Vicepresidente; Paola Surano – Tesoriere; Lorenzo Spurio – Responsabile PR; Laura Dalzini – Art Director) sarà presente al completo.

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L’evento, che avrà luogo a Sesto Fiorentino (FI) domenica 12 ottobre, presso il Centro “Querceto” (Via Napoli) con il Patrocinio Morale del Comune di Firenze, si svolgerà secondo il seguente programma: ore 11:00 – Presentazione della Antologia e Vendita; ore 13:00 – Pranzo conviviale; ore 15:30 – Inizio evento con la chiamata dei vari artisti.

Sarà presente il Presidente del Consiglio di Firenze, Eugenio Giani,  e per la Regione Toscana, Massimo Rollino; i musicisti Andrea Gamanossi e Fabrizio Innocenti allieteranno la serata con intermezzi musicali.

I testi presenti in questa antologia tematica, testimone di un grande e raffinato lavoro editoriale, saranno declamati durante la serata, momento nel quale l’antologia potrà essere acquistata.

Per quanti non saranno presenti, l’antologia sarà disponibile a partire dal giorno successivo dell’evento, sullo Shop online di TraccePerLaMeta Edizioni o mettendosi in contatto con l’Associazione alla mail info@tracceperlameta.org

Alla riscoperta del rispetto: L’ regul di Edda Baioni Iacussi – a cura di Lorenzo Spurio

Alla riscoperta del rispetto: L’ regul di Edda Baioni Iacussi

di Lorenzo Spurio 

 

[T]u p.r campà npò mej
in puisia hai da p.nsà…[1] (40)
 
Scrivo perché
la penna non trema
come la mia voce.
[…]
Scrivo perché
poi mi rileggo
per riuscire a capirmi. (75)

 

Ho scoperto la poetessa dialettale senigalliese Edda Baioni Iacussi recentemente, meno di due mesi fa quando, presso la Biblioteca Antonelliana della sua città, ho preso un volume in prestito dal titolo “Na manciata d’calcò” corrispondente per l’esattezza, alla sua prima silloge poetica pubblicata nel 1998 e alla quale è seguita a distanza di dieci anni “Ch.l mors d’mela”. L’ho conosciuta poi direttamente lo scorso Agosto a Marzocca di Senigallia durante la presentazione del suo terzo volume, “L’ regul”, libro del quale ho intenzione di parlare qui, in questa circostanza.

cover eddaCom’era stato nei precedenti volumi, la poetessa ha dedicato una prima parte del libro alle poesie in dialetto (quelle che a mio modo di vedere trasmettono in una maniera ineguagliabile sentimenti, emozioni e la forza del dialogato) e una seconda parte di liriche in lingua. Propedeutica e fonte di riflessione è la nota di prefazione firmata dal critico letterario Giuliano Bonvini in cui traccia a largo del tempo una sua ri-considerazione dell’utilizzo del vernacolo in poesia.

Edda Baioni Incussi è una donna che dona senza veli né riserbo le sue idee sul mondo, recuperando sia i momenti dolci del passato, sviscerando ricordi curiosi che sono resi indelebili nella sua mente e nel suo cuore e al contempo proponendoci pagine di analisi sulla società contemporanea, tanto diversa da quel ieri in cui –leggendo tra le righe- la Nostra localizza un età di splendore fatta di rispetto per gli altri, di riconoscenza e di solidarietà, oltre che di un vissuto votato all’autenticità.

La comprensione del dialetto senigalliese è per me qualcosa, se non di scontato, di estremamente facile (vuoi per la mia vicinanza fisica a Senigallia, vuoi per frequentarla) e laddove si presentano termini che possono sembrare leggermente criptici, nella maggior parte dei casi sono comunque intuibili. Con questo va subito fatta una piccola precisazione nel dire –come già hanno sostenuto in tanti, più o meno noti- che il dialetto di Senigallia è tipico e caratteristico del suo territorio (sono addirittura possibili dei sotto-dialetti, delle varianti, nel caso delle zone di Marzocca e Montignano) e non assimilabile in quello della Provincia a cui appartiene (non esiste un dialetto della Provincia di Ancona) né tanto meno a quella con la quale è più prossima al confine (Pesaro-Urbino) sebbene ci siano qua e là degli elementi che l’avvicinino al fanese (ma non al pesarese), molto di meno di quanto sia avvicinabile all’anconetano o allo jesino.

Ciò detto, il libro in questione è stato voluto da Edda Baioni Incussi per parlare di una società che cambia nel tempo e che nel presente osserva il suo stato di evoluzione (in tante cose quali l’industria e l’informatica), ma al contempo di involuzione (nei sentimenti, nel rispetto). Il titolo non poteva essere più chiarificatore di questa necessità di andare a riscoprire vecchi modelli per renderli attuali, di tenere a mente quelle che sono le regole semplici, del buon uso, del sano convivere, affinché non si maltratti l’ambiente, non si offenda l’altro e non si legittimi la violenza. Le regole esistono –ha osservato la poetessa nel corso della sua presentazione- il problema è che non le osserviamo, che non le facciamo nostre, che non le contestualizziamo nel giusto spazio o momento. E’ un annuncio questo che non intende gettare nella paranoia, ma che si nutre semplicemente di una osservazione cauta e scrupolosa di quanto avviene attorno a lei dove indifferenza, sconsiderazione, maltrattamento e iniquità sembrano essere gli attributi di una legge morale degradata alla marginalità. Per questo la Poetessa titola il libro con ‘L Regul come per dire che questo dovrebbe ritornare ad adoperarsi, ad essere osservato, denunciandone nella lirica d’apertura il rispetto nei confronti di queste leggi che l’uomo si è dato per il suo bene comune: “a risp.tall/ nun c’ pensa nisciun[2] (15). Ed ancora, nella chiusa della poesia la Edda incalza, sottolineando con audacia il deleterio menefreghismo dei più: “L’ regul c’enn tutt/ ma enn butat al vent/ p.rchè… ma no’ italiani/ nun c’ n’ frega gnent![3] (15).

eddaLe componenti concettuali di questo libro che ha molto da insegnare sono tracciate brevemente da Bonvini nella prefazione: dall’amore al sociale, dalla cronaca all’esigenza della fede, dal ricordo alla speranza, dalla natura incontaminata alla città cementificata. Partirei allora dalla cronaca, che la Edda ha voluto segnare sulla carta per mettere in evidenza, in particolare quel sentimento di ripudio di norme civili, morali e umane sulle quali dovrebbe garantirsi non solo la buona convivenza, ma anche dar concretezza allo spirito cristiano d’apertura, amore e solidarietà verso gli altri. Colpiscono alcuni dei fatti di cronaca sui quali la Edda ci offre squarci lirici, ben intuendo che sono stati eventi traumatizzanti e dolorosi da conoscere e da rielaborare come quello di una ragazza che, per non si sa quale ragione, viene colpita in strada da un uomo con violenza (mi ricordo a proposito un fatto del genere accaduto in una metropolitana di Roma pochi anni fa, ma non so se la Edda si riferisca proprio a questo) e, una volta caduta a terra priva di vita, dato che poco dopo la poetessa la chiamerà “’na donna […] murent[4] (18), la Poetessa, incredula e offesa dalla malignità umana, osserva lapidaria: “La gent passa/ i da’ na guardata/ s’ scansa ‘m tantin/ ma nun s’è curata…”[5] (18). La cronaca nera ritorna nella lirica dal titolo “La pr.s.ntatric” in cui la Edda si riferisce alla visione di un telegiornale tipo dei nostri giorni dove non fanno che abbondare le notizie crudeli di stupri, offese, aberrazioni e violenze di vario tipo; la Poetessa cita un caso di omicidio stradale (reato, ahimè, ancora non contemplato dalla nostra Giurisdizione Penale), il caso di un infanticidio commesso dalla madre, calamità naturali quali una valanga in montagna e un grave sisma che “distrugg ‘l paes[6] (43). La domanda finale, pulita e perentoria, è chiaramente retorica, ma la facciamo nostra perché tutti ogni giorno ne condividiamo il contenuto: “Arivarà ‘n giorn/ che ncora lia/ trasmett ma no’/ un po’ d’al.gria?[7](43).

La componente sociale del libro è molto amplia e densa; è un appello accorato al Signore affinché i mali del mondo vengano ridotti ed annullati: “Vuria ved la gent s.rena/ né mafiosi, né drugati/ mai più populi in miseria/ e l’ cursi(e) sensa malati[8] (34), un mondo nel quale vengano messe al bando la violenza e la spregiudicatezza (le organizzazioni criminali), la piaga dell’abuso di droghe, la miseria e le patologie. La Edda donna è irreprensibile nei confronti di atteggiamenti disumani, deleteri alla dignità, offensivi ed usuranti come la prostituzione e la mafia e non fa sconti alla prepotenza e alla indifferenza di ricchi e meno ricchi che perpetuano ed esasperano il divario tra abbienti e disperati tanto da farsi paladina del reietto o del dimenticato affinché possa godere del giusto rispetto e sia trattato con umanità: “Il povero si assistito/ come il ricco/ che il vecchio/ abbia ancora speranza…” (140). 

Il passaggio degli anni non si identifica solo nell’invecchiamento fisico della nostra al quale ella stessa fa riferimento (“J anni nun pes.n/ si tu nun j conti[9], 53), ma soprattutto nella metamorfosi dei comportamenti umani (l’abbiamo già detto abbondantemente) e degli spazi fisici in cui la Poetessa vive e ai quali è legata. E’ così che la Marzocca natale, quella sorta di eden di pace, spensieratezza e felicità, ci viene oggi consegnata diversamente come una spiaggia che sembra essere stretta, piena di persone, vocii e confusione, mentre una volta era un luogo ancora non preso d’assalto dai villeggianti e completamente naturale: “Prima d’ st svilupp/ al mar nun c’ s’ andava/ arivava ‘l cuntadin/e vacch e pegur c’ lavava.// P.nsè ch’è ‘na caulata/ ma è la v.rità/ chi l’ha s.ntita dai vecchi/ v’ l’ pol sempr arcuntà…[10] (67).

Le liriche ci trasmettono l’immagine di una donna sensibile, molto consapevole della sua condizione, che ha vissuto con profondità le varie vicende della sua esistenza, felice della sua famiglia e grata dell’ambiente attorno a Marzocca dominato dal mare nel quale è nata ed è vissuta. In tutto ciò, se da una parte la Poetessa avanza spesso dei pensieri sull’anzianità, dall’altro troviamo una donna molto giovane internamente, che ha tanto da rivelare e donare a tutti noi; con questo libro ci invita in maniera poetica a riscoprire quelle piccole condizioni che l’uomo stesso nel tempo si è messo, autogestendosi, per salvaguardare se stesso e la natura, per garantirne un futuro. E se la parola “regole” può sembrare troppo dura e sanzionatoria, allora è bene ricordare che la Edda parla delle regole non come ne parlerebbe un vigile, né un giudice, ma piuttosto come ne parlerebbe una persona che ama la sua terra in maniera sanguigna, riversando in queste piccole “prescrizioni” delle avvertenze la cui osservazione e concretizzazione non costano né tempo né soldi. E’ in questa maniera che la Poetessa tratteggia una società d’oggi caratterizzata dal caos dove l’uomo è sempre in corsa contro il tempo, tanto da divenire una sorta di caricatura o addirittura un automa, dove le nuove generazioni, caparbiamente fedeli alla scienza dell’informatica e dell’ultratecnologia, sembrano aver perso la consuetudine della considerazione di sé e degli altri, il rispetto e, dunque, anche quel livello di educazione basilare nel gestire la propria vita. Non è una questione di cultura, secondo la Edda, perché si può studiare tanto, essere laureati e poi non possedere il “regul” e allora, forse, diventa un problema non tanto del singolo, ma di una società tutta che è sempre meno attenta ai momenti di socialità, di sana convivialità e di apertura, di condivisione compartecipata senza finalità meramente legate a istinti egoistici o merceologici. Il rispetto allora non è che sia morto completamente, ma va in qualche modo incentivato e riscoperto, riattualizzato nella sua validità, fatto conoscere, un po’ come quelle regole delle quale ci parla Edda che, esistono, ma è come se non ci fossero perché nessuno le rispetta: c’è chi le dimentica, chi finge di sapere che non esistono, chi invece opportunisticamente le aggira.

I tre imperativi morali allora nei quali la Edda mostra che coesiste quell’attitudine sana e solidale stanno forse in tre concetti di fondamentale importanza sui quali uno stato democratico, sia esso rappresentato da una metropoli, da una città capoluogo o da una zona di provincia, dovrebbe fondarsi: “Fed, Amor e Lib.rtà[11] (19). Ciò che preme sottolineare ad Edda in quella necessaria e tumultuosa ricerca dell’approdo del rispetto, è una delle sue forme più sacrosante: l’onestà che è poi una manifestazione privata di rispetto che abbiamo nei confronti di noi stessi. All’onestà, a questa nobile virtù che non è di tutti[12], la nostra dedica una poesia in cui conclude: “L’un.stà è ‘na cumpagna/ ch’ nun t’ha da lasà mai/ si tu la tieni stretta/ la vita tua… è prutetta[13] (61).

La parte più interessante e vivida del libro secondo me è proprio quella in dialetto perché questa lingua ha la forza di trasporre sulla carta non solo un concetto, ma di darne anche l’estensione emotiva, la carica di coinvolgimento, l’empatia dei parlanti o del soggetto che osserva una realtà cogliendola dalla sua prospettiva. Ritroviamo, com’è nella tipica consuetudine della letteratura in vernacolo, anche poesie più dichiaratamente dal gusto comico e altre nelle quali un’ilarità di fondo è presente nei rapporti dialogici che si intrattengono tra più protagonisti (soprattutto marito e moglie, ma anche un uomo e i suoi amici) dove non manca un certo risentimento da una o più parti, un intento di “attaccar briga” o di punzecchiare l’altro con la battuta più spontanea e diretta, come avviene tra marito e moglie in “Fortuna la dota!” in cui i due, in camera da letto non riescono a prender sonno e finiscono per parlare di varie cose tanto che alla fine –non si sa come, né perché- finiscono per discutere su qualcosa. Quella cagnara che spesso si configura tra le stereotipate conversazioni marito-moglie nelle costruzioni poetiche in vernacolo è interessante e degna di una maggiore osservazione: la donna accusa l’uomo di qualcosa che non ha fatto, che ha fatto male o di non ricordarsi qualcosa, dall’altra la donna mostra un atteggiamento troppo irruento e quasi di dominazione sull’uomo che alla fine finisce per apparirne come la vittima della situazione. Questi siparietti di vita domestica descritti dalla Edda con insaziabile generosità e un linguaggio pungente che ne trasmette la vitalità delle battute sono senz’altro ben riusciti e ci tramandano immagini di un’età provinciale, domestica, votata alla semplicità di decenni fa che ora abbiamo perso, proprio come il pregare assieme a tutta la famiglia dinanzi al caminetto dove il nonno sgrana il Rosario e tutti recitano le preghiere mentre “La tremula fiamma/ scoppietta serena/ da un caminetto/ che ha i segni del tempo” (143).

 

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 25.09.2014

 

 

[1] Tu per vivere meglio/in poesia devi pensare…

[2] A rispettarle/ non ci pensa nessuno.

[3] Le regole ci sono tutte/ ma noi le buttiamo al vento/ perché… noi italiani/ non ce ne frega niente!

[4] Una donna […] morente.

[5] La gente passa/ dà una guardata/ si scansa un tantino/ ma non se ne cura…

[6] Distrugge il paese.

[7] Arriverà un giorno/ che sempre lei/ci trasmette/ un po’ d’allegria?

[8] Vorrei vedere la gente serena/ né mafiosi né drogati/mai più popoli in miseria/e le corsie senza malati.

[9] Gli anni non pesano/ se tu non li conti.

[10] Prima di questo sviluppo/ al mare non ci si andava/ arrivava il contadino/ e ci lavava le vacche e le pecore.// Penserete che è una stupidaggine/ ma è la verità/ chi l’ha sentita dai vecchi/ ve lo può sempre raccontare.

[11] Fede, Amore e Libertà

[12] A questo proposito c’è una lirica nel libro intitolata “C’era ‘na volta la… DC” in cui la Poetessa annota la sua delusione dinanzi a un vecchio mondo politico che si sfalda (La Prima Repubblica, nel 1994) a seguito di un sistema di devianza e di corruzione portato avanti dal processo a Tangentopoli. In questo caso, in particolare, la fine (o lo smembramento) della DC viene a significare nella nostra una sorta di salto nel buio nel quale è difficile potersi fidare delle nuove facce (con i loro nuovi partiti) che si propongono sulla scena.

[13] L’onestà è una compagna/ che non ti deve lasciare mai/ se tu la tieni stretta/ la tua vita… è protetta.

“Dipthycha” di Emanuele Marcuccio, recensione di Giorgia Catalano

DIPTHYCHA
di Emanuele Marcuccio e AA.VV.
Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Poesia/Antologie
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 

 Dipthycha_original_front_cover_600Non mi è mai successo di recensire un libro che mi vede tra gli autori, ma colgo con interesse questa opportunità meravigliosa: esprimermi guardando l’opera da un’altra angolazione.

Emanuele Marcuccio, poeta, aforista, attento e sensibile critico letterario, ideatore di questa non solita antologia -come egli stesso ama definirla- ha raccolto in questo volume (che, già a guardarne nel dettaglio la copertina, profuma di storia, quindi, di qualcosa di importante ed incisivo) ventuno dittici poetici, per un totale di quarantadue diverse ispirazioni. Accomunate tra loro da uno stesso tema, abbracciano la Poesia nella sua accezione più estesa e più nobile.

Si parla di sentimenti, di stagioni, di sguardi introspettivi rivolti verso la società, la guerra, di eventi a volte anche non piacevoli, penso, ad esempio, al terremoto in Abruzzo (vedi il dittico, composto da “Distacco terreno” di Rosa Cassese e “Per i terremotati d’Abruzzo” di Emanuele Marcuccio) per mezzo di linguaggi diversi e diverse espressioni, attraverso il vissuto interiore -e non soltanto- dei singoli autori.

Riuniti in un’unica stretta di mano, i poeti, tutti, hanno elevato una voce corale, collettiva, rivolgendola a coloro che si nutrono di emozioni e che non potranno non ritrovarsi tra i versi indelebili racchiusi in questo scrigno prezioso.

Il Poeta parla del mondo, di quello fuori e dentro di sé, mettendo a nudo la propria anima senza vergogna, perché -come si evince dalla lettura di Dipthycha, opera unica nel suo genere- esistono sentimenti ed emozioni universali che non conoscono confini, né limiti di sorta.

Dipthycha: voci sussurrate, mai prepotenti.

 

Giorgia Catalano

 

Torino, 28 agosto 2014

Giorgia Catalano su “Per una strada” di Emanuele Marcuccio

PER UNA STRADA
di Emanuele Marcuccio
Ravenna, SBC Edizioni, 2009, pp. 100
ISBN: 978-88-6347-031-4
Poesia
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 
 
“[...] il colore e la vita/ si adagia, si sospende,/ si abbatte,/ e non ti chiedi nulla,/ e non richiedi il perché,/ e avanti, avanti…”
 
emanuele marcuccio - per una stradaAlcuni versi estrapolati dalla lirica intitolata “Filo”, componimento ancora giovanile del nostro autore, Emanuele Marcuccio, per evidenziare con quali importanti metafore ci stiamo confrontando – oltretutto, rafforzate dalla sillessi di numero che gli permette di adottare verbi riflessivi al singolare con un soggetto plurale “il colore e la vita si adagia (…)”.
Il filo è la nostra vita con i suoi eventi frustranti, o gioiosi, che si attorcigliano tra loro ferendoci, od innalzandoci senza poterne comprendere le più intime ragioni.
Ciò che conta è proseguire il proprio cammino su quella strada che ci vede viandanti, talvolta senza meta, inconsapevoli della nostra destinazione.
È proprio “Per una strada”, per una strada senza fronde -come recita il nostro autore- (e quindi, senza la possibilità di ripararsi, almeno in parte, dalle intemperie) che noi siamo tenuti a camminare per affrontare la vita.
Questo, soltanto uno dei temi trattati da Marcuccio in questa sua prima silloge poetica che ritrae molto bene, attraverso metafore ed immagini nitide rese forti, molto spesso, dall’uso di un linguaggio prevalentemente “classico”, la fragilità umana e quelle paure che accompagnano, seppure in modo diverso, ogni età.
Il rispetto e la passione che il nostro Poeta nutre nei confronti dell’Arte in ogni sua accezione e, soprattutto, della Letteratura e dei Grandi che l’hanno rappresentata, sono bene evidenziati dalle numerose poesie a loro dedicate (penso a Chopin, a Vittorio Alfieri e a diversi altri noti ed intramontabili artisti) che accompagnano Marcuccio nella sua evoluzione.
Sono, per lui, esempi importanti, riferimenti dai quali attingere linfa ed ispirazione.
Emanuele Marcuccio libera i suoi malanimi, le sue angosce giovanili, con pennellate di tristezza dal sapore di inquietudine per un futuro sconosciuto.
È ottimo osservatore della realtà che lo circonda e, come è proprio di un vero poeta dall’acuta sensibilità, respira ogni sfumatura, ogni attimo, ogni piccolo dettaglio di ciò che vive, di ciò che vede (penso, per esempio, alle liriche: “Al mio piccolo pappagallino” e “Il grillo col violino”).
Instancabile nella ricerca di termini sempre appropriati, che bene si fondano tra loro, riesce a creare una musicalità che ricorda i canti antichi.
Forse, in questa raccolta, la Poesia di Marcuccio potrebbe apparire fuori dal tempo, legata a stilemi arcaici, ma, a mio parere, è proprio tra il sapore d’altri tempi che è nascosto il fascino dei suoi scritti, perché sapientemente costruiti, senza inutili orpelli linguistici e mescolanze di stili.
 
 
Giorgia Catalano
 
Torino, 9 settembre 2014

Marzia Carocci su “Neoplasie civili”, silloge poetica d’esordio di Lorenzo Spurio

“Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Agemina Edizioni, Firenze, 2014

Recensione a cura di Marzia Carocci

copertina-Lorenzo-Spurio-weNessun titolo, poteva essere più indicativo di questo: “neoplasie civili”, tumori e metastasi di una civiltà malata, contorta, deviante.
Lorenzo Spurio, attraverso questo suo itinerario poetico, mette in evidenza l’osmosi di un tempo dove l’umano è fautore dell’errore, del male, dell’ingiustizia.
Ogni sua lirica ci indica quelle piaghe che rendono il nostro modo di vivere, cicatrici di egoismi e di soprusi, di illegalità e di crudeltà.
Spurio non si allontana mai da una verità che al lettore può far male perché vera e vissuta come spettatori di un tempo fuorviante dove non c’è spazio per l’onestà, per la solidarietà e per la comprensione.
L’uomo si inerpica da sempre per predominare e da sempre si concentra su l’ egocentrismo dove mai da spazio al sentimento se questo non fa parte del proprio io, anzi schiaccia il debole, il dimenticato, l’emarginato.
Lorenzo Spurio sottolinea con pathos di forte coinvolgimento, gli eventi del nostro tempo facendone cronache/poetiche dove la parola ben scelta, avvalora ed esalta le particolarità, sia che si tratti di razzismo, di guerra, d’immigrazione, di violenza, di pedofilia, di mala/politica; egli non abbassa mai il proprio rammarico, anzi, lo urla, lo intensifica, lo evidenzia attraverso un linguaggio poetico dove la metafora porta in alto l’essenza di un pensiero ben ancorato che piano piano, attraverso un’attenta lettura, entra nel nostro stesso corpo dove la rabbia, l’impotenza e la vergogna ci fanno partecipi e spettatori di un mondo che ci appartiene e che si ritorce contro noi stessi attraverso quella freddezza che è ormai diventata parte del nostro vivere quotidiano. Le poesie di questa silloge, parlano e rigettano quelle neoplasie che si estendono a macchia d’olio dove l’uomo ha ormai deciso di sopraffare e di stuprare ogni bene, ogni giustizia, ogni buona causa; cancri maligni che bruciano ogni cellula di costruzione, di pace, di condivisioni sociali dove il potente decide e l’ultimo, il diverso, l’umile, si piega .
Lorenzo Spurio, non è solo un buon narratore ed un ottimo critico letterario, ma un poeta che dell’idioma coglie l’importanza e ne fa mezzo d’informazione mantenendo comunque, l’emozione e la sensibilità che è parte di un cammino letterario/ poetico stesso.
Una lettura che si fa riflessione, analisi e ragionamento dove la poesia parla, informa e diventa forza e stimolo ad un cambiamento, ad una rivoluzione pacifica ma allo stesso tempo incitazione a una ribellione di pensiero, di metamorfosi affinché vi sia positivo cambiamento e che ciò diventi cura dell’uomo e dei suoi mali dove ogni neoplasia si sciolga e si disperda per sempre! 

Marzia Carocci

 

Firenze, 21-09.2014

“Respiri violati” di Luana Fabiano, recensione di Lorenzo Spurio

Respiri violati
di Luana Fabiano
prefazione di Antonio Spagnuolo
Collezione Letteraria – puntoacapo Editrice, 2014
ISBN: 9788898224227
Pagine: 76
Costo: 10 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Oh, anime cieche
destatevi dal trono del sonno
e contro il governo dell’abulia insorgente. (33)
 

2014062418387359900Respiri violati è il titolo della seconda opera poetica di Luana Fabiano che nel 2013 aveva dato alle stampe una prima silloge dal titolo I covoni della speranza (Lepisma, Roma – con prefazione di Dante Maffia) e corrisponde a una serie di liriche che appartengono alla seconda parte della silloge, quelle che in maniera più centrata fanno riferimento a un universo di disperazione e soggiogamento dove la sopraffazione e la violenza sono i motivi principali.

Lo stile di questa raccolta è equilibrato, affezionato, cordiale e non scaturisce mai in forme estreme di trasposizioni del sentimento; le varie sensibilità che si possono intuire della poetessa attraverso i suoi testi poetici racchiudono uno spettro vasto di possibilità che va dall’attenzione meticolosa e compartecipata alla realtà del presente a un più vigoroso canto di denuncia contro il sopruso e l’endemicità di certe situazioni. Nulla di superficiale è contenuto nelle liriche della Fabiano dove, tutto ciò che è presente, sia l’evocazione di uno sprazzo di ricordo, che un’aggettivazione calzante volta a una resa concreta del vissuto, sono necessari per ragioni concettuali e interpretative.

Per quanto concerne una possibile pista ecdotica su questa silloge si farà bene ad osservare che la Fabiano parte da intuizioni differenti per arrivare a dare la sua visione, profondamente lirica e “magica” ai contesti dei quali ha deciso di occuparsi. In alcune poesie predomina un andamento leggermente prosaico, avvertibile dall’uso di una certa narratività; più in generale prevale un linguaggio personale, che la poetessa ha deciso di riscrivere secondo le sue intenzioni e necessità dove non raramente opera una contestualizzazione nuova del reale, una ri-definizione dei correlativi aggettivi con la conseguente creazione di uno spazio poetico inedito, un luogo della mente e del pensiero.

Curiosa è l’organizzazione dei sintagmi rotti dai vari versi dove però si pone particolare attenzione alla denotazione qualificativa o attributiva degli oggetti, sempre all’interno di questo processo di rivisitazione in chiave poetica. Ed ecco che l’utilizzo della partizione (a livello retorico delle figure della sineddoche e della sinestesia) finisce per fornire esiti interessanti ed incisivi come le “scorie di vita” (13), segno di un’esistenza ridottasi ormai a dissipazione e perdita di senso, ai “brandelli delle lingue” (16) in cui l’universo degli idiomi atti alla condivisione e all’interazione tra gruppi sociali non sono che “sfilacciamenti”, elementi residuali di un passato glorioso in cui la lingua era assunta a espressione di identità.

Ci sono poi una serie di avvicinamenti di termini che, più che creare stridore com’è tipico nell’ossimoro (figura retorica di solito facilmente identificabile), trasmettono a una prima vista un’immagine di distonia o incongruenza ma che, analizzati a livello analogico e simbolico, sono rivelatori di significati che la Fabiano ha concentrato e avviluppato in maniera egregia. Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma citerò i più interessanti: le “pozzanghere di indifferenza” (17) in cui l’indifferenza è ridefinita concretamente nell’entità di un liquido che, se versato, è in grado di diffondersi capillarmente, ma che in questo caso è isolato in pozze più o meno estese dove il fenomeno (l’attitudine all’indifferenza) sembra in qualche modo circoscritto, se non addirittura arginato. I “brandelli di respiri” (19) non è che una forma “di scarto” della condivisione di idee (nei respiri è da intendere non solo l’atto del respirare, ma anche un’attività collegata al cerebro) e il fatto che i respiri/idee si trovino a brandelli è motivato, ancora una volta, da questo processo di concretizzazione dell’astratto che l’autrice adopera. Per rimanere, poi, sul discorso acquoso/piovano la Poetessa parla di “piatti di pioggia” (24) quasi fosse questa una nuova unità di misura o di contenimento di un liquido; “sorsi di gelo” (24), istituendo qui un’antinomia tra acqua/liquido e gelo/solido, con uno stravolgimento delle fasi di condensazione/liquefazione e i “morsi di sole” (24), le “pergamene d’acqua” (35), i “grumi di lacrime” (37) in cui abbiamo, al contrario rispetto all’esempio precedente, un’improbabile sedimentazione del liquido lacrimale; le “virgole di felicità” (38) poiché esse cadenzano, dividono e danno il passo alla felicità e alla mancanza di felicità in un intervallo continuo del quale è fatto la nostra esistenza; i “vagoni delle anime” (43) in cui la corporeità (la fisicità del corpo) sembra ormai perduta e le anime, i loro spiriti, vagano su una locomotiva pesante e rumorosa; i “grappoli di rugiada” (45) in cui ancora una volta la Nostra istituisce un invertito passaggio tra gli stati di aggregazione della materia. Nei “lividi di assenza” (69) si evidenzia, invece, una sorta di ossimoro un po’ più criptico essendo il livido una traccia di un’aggressione e di contro l’assenza sinonimo di silenzio da intendere come annullamento della coscienza. Costruzioni, queste, da un punto di vista curiose e singolari, dall’altra che fanno pensare un po’ alla forma del kenning dell’epica germanica in cui un concetto (ad es. la nave) viene sostituita con una perifrasi (in questo caso “il legno del mare”). La funzione di queste costruzioni sulle quali s’impernia l’intera poetica di Luana Fabiano è forse –per citare ancora la Poetessa- quello di produrre un effetto simile a uno “squarcio di immagini mondane” (18) attraverso percorsi più o meno illuminati della nostra esistenza nel mondo e dove spesso è necessario inoltrarsi nei “sottoboschi dell’anima” (20) per poter comprendere meglio non solo noi, ma gli altri e i meccanismi che sembrano governare le leggi su cui si basa lo svolgimento delle attività umane.

La Poetessa parte spesso dall’esplicitazione di elementi nella loro quantità ridotta o residuale per garantire al lettore una considerazione sul contesto delle relative liriche; i concetti che pervadono le varie liriche sono pressoché due: da una parte il senso di (auto)sufficienza e il ricorso alla corrosività dell’organico (“ruderi di corpi”, 26), dall’altra la fobia per lo chiuso nelle varie accezioni (la clausura, lo scatolone, etc.) che, uniti assieme, descrivono l’idea di un universo ridotto, frammentato e asfissiante. 

La seconda parte della raccolta è quella che va sotto la definizione di “Respiri violati” e qui ci si discosta leggermente dalla tendenza della perifrasi che ha dominato nella prima parte per affrontare il mondo della violenza sessuale, della dominazione e della sofferenza psicologica che ne deriva equiparando le vittime a persone che hanno perso ormai le caratteristiche vitali (“scheletr[i] di terrore”, 52). Dura è la condanna –e senza riserve- nei confronti degli omertosi, degli insensibili,   di coloro che non si interessano e se ne fregano, in un mondo in cui “lo scafandro dei passanti fodera le urla” (58) e dall’altra parte, nel tormento delle vittime, “la bocca è incrostata dal silenzio” (60). Silenzio che nasconde una paura di discredito e un processo di vergogna per quei dolorosi episodi di “stupro della paura” (66).

Un insegnamento sul valore della poesia come arte e disciplina ci è offerto dalla lirica “Fame di bellezza” nella quale leggiamo: “la poesia,/ orcio vi verità e di armonia/ che tinteggia o affumica il mulino/ in un esercizio a morire/ nel suo letto di carne ed ossa/ alla ricerca di nuove labbra da medicare” (33).

Poesie in cui si avvertono lievi squarci di speranza e che non ci consentono, proprio per questa ragione, di parlare di una poetica tiepida, sostenuta dal riverbero e dal gioco delle parole, semmai di un verseggiare artificioso (nel senso di costruito, in linea con il significato stesso di “poesia” che sta per “costruire”), coscienzioso e concreto, attento a mettere fine una volta per tutte a quell’ “affanno che inciampa in una piramide di quiete” (30) affinché la Nostra e tutti coloro che ne condividono le prospettive, possano ergersi fieri al vertice della piramide. Una speranza che è bene nutrire per impedire che nel nostro oggi o nel futuro possano ripresentarsi le sconcertanti condizioni che traghettano l’uomo alla violenza e alla follia come ricordato in “Memoria”: “la vagina/ terra mitragliata da stivali di guerra” (75) e si comprenda –grazie a questo efficacissimo compendio poetico che tratta della vita- che: “Niente può sfamare il dolore/ di chi porta nel cuore/ persiane scardinate” (75).

 

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.09.2014

“Aculei spilli” di Raffaella Amoruso, recensione di Lorenzo Spurio

 Aculei spilli
di Raffaella Amoroso
The Writer, Milano, 2014
ISBN: 978-88-97341-60-4
Pagine: 117
Costo: 13 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

1c6c813bb9d5494160041c1c4ee2fb70_XLLa recente pubblicazione poetica di Raffaella Amoruso, Aculei spilli, pone il lettore cauto dinanzi a una primaria esigenza di sviscerare il significato, tanto quello esplicito ed oggettivo, quanto quello implicito e recondito del titolo. Chiaramente una simile volontà si sposerà molto meglio alla lettura completa dell’opera in modo da poterne trarre gli eventuali elementi che sostengano la tesi. Comincerò col dire che Raffaella Amoruso è un’artista a tutto tondo, nel senso che non è solo poetessa, ma anche scrittrice, recensionista, pittrice e fotografa; abbraccia, cioè, una vasta serie di diramazioni delle espressioni artistiche e la stessa copertina del volume non è che una sua riuscita “sovrapposizione” di pittura e fotografia. Questo per dire che Raffaella Amoruso ha un rapporto con l’arte molto saldo e al contempo esteso che le consente di arrivare a opere concettuali nelle quali ha adoperato un’impressionante strategia di sintesi che si esplicita con la resa unica finale.

Aculei spilli –per ritornare al titolo- sembra proporre un’immagine molto chiara e ben definita nella mente del lettore, quella che fa riferimento a qualcosa di pungente, acuminato, affilato e che, se toccato inavvertitamente, potrebbe provocare dolore o addirittura causare una ferita. Il titolo, che gioca su un’esplicita intenzione di voler iper-contestualizzare il tema di rimando, è estremamente diretto, vivido e concreto: gli aculei sono delle propaggini lunghe e acuminate di certi mammiferi di piccola taglia tra cui i ricci e gli istrici e gli spilli sono degli oggetti che hanno grossomodo le stesse caratteristiche: una struttura bastoncellare e rigida con all’estremità una porzione molto affinata e affilata che rende l’oggetto pericoloso o da impiegare con la giusta attenzione. Gli aculei, dunque, sono spilli animali, mentre gli spilli sono degli aculei oggettivizzati.

Inoltrandosi nella lettura del libro si scopre un mondo per lo più inedito anche a chi, come me, legge numerose sillogi poetiche a settimana poiché Raffaella Amoruso con uno stile sicuramente innovativo e riuscito, ci trasmette una serie di sue “vedute” su alcune realtà (di interesse privato o sociale) o piccoli episodi con un linguaggio che rifiuta espressamente orpelli affabulatori, la retorica e la costruzione barocca o per lo meno “romantica” dei testi. Al contrario, il contenuto linguistico impiegato dalla Nostra è molto ampio dal punto di vista lessicale e rimanda principalmente a un’attenzione meticolosa nei confronti delle aggettivazioni (correlazioni soggetto-aggettivo) che ne denotano con una particolarità –a tratti addirittura spasmodica- l’intera poetica. Le poesie si offrono al lettore come lamine di un qualche materiale che si sfalda perché sottoposto a un peso eccessivo, sono tutte per lo più brevi e costituite da un’unica strofa; in linea con l’entusiasmo nei confronti del mondo aggettivale, risulta impoverita la componente verbale proprio perché queste liriche forniscono delle immagini (che vanno denotate, qualificate) e che non necessitano, invece, di una narrazione step-by-step.

Raffaella Amoruso non descrive né narra (per questo credo che si avvalga del racconto) e la sua poesia fornisce immagini molto chiare, che si stendono sulla tela in modo molto pratico, immagini che portano con loro un universo concettuale (a volte anche esistenziale) definito, tanto da apparire come impressionanti prove artistiche dall’incommensurabile talento pittorico. A livello semantico si osserva una ricorrenza a tematiche e immagini che si avvicinano al mondo dello splatter, se non del macabro, con riferimenti ricorrenti ad uccisioni, sangue e quant’altro.

Le tematiche che qua e là affiorano sono molteplici e generalmente non completamente unite tra loro, a ulteriore testimonianza di come il momento di ispirazione e il conseguente atto creativo siano frutto di un istante, di una suggestione, di un’associazione di idee, di un profumo o di un colore, elementi che la Nostra è in grado di cogliere in maniera molto attenta per poi giungere ad ampliarne i significati. Si accenna alla libertà, all’importanza di saper(si) riconoscere la propria femminilità, ma anche di sentimenti meno edenici e più aggressivi come quando si fa riferimento a una situazione di acredine (Sfogherò l’odio/ Giurando vendetta., 23) o si contrappone la violenza delle fauci alla spensieratezza del cuore nella lirica che viene introdotta da un verso lapidario e concretamente vero: “Non c’è saggezza/ Dove il dolore è padrone”, 25).

Sfogliando le varie pagine, la Nostra ci dona micro-cosmi diversi dove domina a volte la sincerità e la necessità di confessarsi, altre volte la rabbia, altre ancora la spregevole situazione del mondo. Quest’ultime non assurgono alla forza vera e propria delle poesie civili anche se ne condividono il punto di partenza: una riflessione amara sui tempi che corrono e la necessità della poesia di occuparsi anche di ciò che accade fuori dal nostro cervello e dal nostro cuore. Nelle categorie logiche che descrivono questa attualità del presente si sottolineano i punti di sutura di quel mondo dove domina l’ipocrisia o la falsa convinzione nelle idee assieme a un “menefreghismo opprimente” (27).

La consapevolezza di vivere in un mondo che non va esattamente come ci si augurerebbe (la Nostra non fa riferimenti diretti alla politica, né alla società né a particolari realtà nello specifico) è chiarificata dalla Nostra da quella sciaguratezza e insieme pazzia dell’essere umano, metaforizzata ancor meglio in quegli “aculei spilli” del titolo, sintomo di un male minuto, non visto, ma che produce lentamente un senso di tormento e di dissanguamento, inteso come perdita delle energie e della lucidità.

Molti termini impiegati dalla Nostra richiamano un mondo di dolore e di angoscia (bestia, satanico, perversità, putredine, sangue, pozza di sangue, tenebre, disordine, l’acqua torbida, spirito del male, …)  che si fondono a una vena poetica che nutre un certo gusto per il truculento e per la vivisezione delle vicissitudini. Ecco perché anche una stagione florida e piacevole come la primavera viene avvilita e stuprata da un linguaggio duro per intuire una partizione della stagione in “uno squarcio di primavera” (61) quasi che quello squarcio fosse una ferita aperta dalla quale sgorga sangue o, per ritornare al mondo della pittura materica, un taglio concettuale alla Fontana. Se è vero che non è possibile individuare un filo rosso alle varie poesie, di rosso c’è senz’altro molto: le varie gradazioni del colore che vediamo in copertina e il tanto sangue che scorre tra i versi, in un certo senso legittimato da una lirica di vendetta: “Sangue si paga con sangue” (71).

Il contemporaneo conduce una vita che tra rituali (che sono degli automatismi) e lo svilimento del lavoro (la durezza del lavoro per chi ce l’ha, la nera disperazione per chi non lo trova) che ne minano lo stato di salute rendendolo con un’ “anima alienata” (53), priva di un reale progetto, di una destinazione, di una finalità perché soggiogato da tempi beffardi dove l’ipocrisia sembra ammorbare ogni ambito (“[l’]irreale imbroglio”, 53). Ma non tutto è perduto; anche se la speranza sembra in un certo senso bandita dalle liriche qui contenute, da quel carico di truculento che descrive la parabola del sangue è anche vero che la poetessa non si rinchiude in un pessimismo che degraderebbe l’anima, rimanendo, invece, una profeta dei tempi presenti e una conoscitrice dell’animo umano dove anche nelle più gravi situazioni sociali  gli “inganni [possano] svela[rsi]” (93) per affidare al cittadino ligio al bene e solidale, una più approfondita comprensione del mondo e dei suoi meccanismi.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.09.2014

Sandra Carresi su “Neoplasie civili” di Lorenzo Spurio

Neoplasie Civili – poesie – di Lorenzo Spurio

 

                    –    Edizioni Agemina -

 

copertina-Lorenzo-Spurio-weElegante questo nuovo libro di – poesie – denuncia – di Lorenzo Spurio, giunto alla sua prima silloge di poesie civili.

Un grido sull’attuale periodo storico, o meglio, sulla nostra esistenza: guerre osservate da occhi distratti, vite stroncate, valori inesistenti, egoismi personali e universali, lassismo, ingiustizie.

Riflessioni amare che una penna chiara esterna con onestà lasciando amarezza e profonda riflessione al lettore.

  • Il fango a volte può diventare cemento.  –

Il  fango si può faticosamente ancora togliere, per il cemento occorre la distruzione. Possiamo ancora riflettere e decidere.

 

Firenze, 14 Settembre 2014                                                         Sandra Carresi

“Passaggi minimi” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Passaggi minimi
Katia Debora Melis
Thoth Edizioni, 2014
ISBN:  978-88-98025-33-6
Pagine: 64
Costo: 8 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 

Katia Debora Melis non è affatto una novizia della poesia cioè è ormai distante –per mezzo delle sue numerosi sillogi- da una qualsiasi persona che si affaccia al mondo poetico. Ne ha data ampia testimonianza in una serie di raccolte con le quali negli ultimi anni ha effettuato un percorso oserei direi di analisi e di ricerca, offrendo suggestioni al lettore e mondi aperti sui quali disquisire con molteplici piste interpretative. Conosco varie di queste sillogi alle quali faccio riferimento perché in altre circostanze ho avuto lo stesso piacere che ho oggi, di recensire un suo lavoro.

senza-titolo-2Il nuovo libro della Nostra, “Passaggi minimi”, si apre trasmettendo quella curiosità, ingrediente necessario quando ci si avvicina a un testo con un intento volto a una lettura critica e tale curiosità e interesse non sono che amplificati dalla stupenda immagine di copertina, una foto in gradazione seppia nella quale si intravede uno scorcio di un vicolo di un qualche centro abitato dove a dominare sono le numerose –e irte- scale che conducono a vari livelli delle abitazioni. Questo vicolo, volutamente ritratto in penombra e privo di presenze umane, è in fondo un “passaggio minimo”, un percorso iniziatico al mondo della Melis, che non è altro che una proiezione di un vissuto rimaneggiato da un profondo processo di autocoscienza e ri-analisi. Non è dunque una semplice raffigurazione di quello che può essere un mero angolo recondito del nostro villaggio, ma uno spazio della mente, un elemento di congiunzione necessario tra le esperienze e le emotività in esse contenute.

Sfogliando il libro ciò che si nota tempestivamente è la struttura snella delle liriche dotate sempre di una strofa unica di pochi versi; la punteggiatura, pure, è ridotta all’osso anche se si conservano ancora i punti di fine concetto e di demarcazione tra una frase e l’altra. Le virgole (quasi sempre), i punti sospensivi e i punti esclamativo-interrogativi sono banditi dalla poetica di “Passaggi minimi” dove lo stile, asciutto ma sostenuto da una forte concretezza concettuale, è percepito dal lettore come bastevole e adatto a quanto la Melis dipinge con il suo versificare.

Le poesie sono in via generale pervase da un animo di fondo nel quale è difficile non percepire un tratto di malinconia che mai si solidifica in vera e propria tristezza e allo stesso tempo che non degenera nell’agrodolce; è, piuttosto, una tiepidezza di emotività nella quale le eccessività sono state messe al bando. Ed è questo un ulteriore punto a favore di una poetica liscia e pulita come questa dove i concetti, pure condensati in virtù della brevità delle liriche, sono a tratti impliciti (dunque da ricercare), altre volte maggiormente visibili, intuibili e fruibili ai più. Le poesie partono da un interesse particolare nella rielaborazione dei pensieri, delle vicissitudini, delle esperienze contaminate dal ricordo e da una realtà pregressa in quell’unicum che non è altro una metamorfosi del tempo e dello spazio identificabile nella sua espressione di “passaggio di vita” (13). La visione magica (e non fantastica) della luna, col suo carico di mistero e le sue sfumature favolose, è in grado di suscitare nella nostra un pensiero sospeso, di sana speranza che si nutre di giocosità e surrealtà al tempo stesso. Le dimensioni “sospese” nella silloge sono molteplici con il richiamo ai “voli sacri” (15) e lo stesso verseggiare secco, laconico e diretto pone in fondo questa poesia in una posizione di difficile catalogazione nella quale nella lettura ci troviamo afferrati da questo canto di interpretazione del mondo.

Colpiscono alcuni versi come ad esempio nella lirica dal titolo “Non ho voglia” leggiamo: “Non ho voglia/ di impegnarmi a vivere/ troppo” (20) fornendo poi una valida considerazione sull’esistenza e sul senso dell’esserci a questo mondo. La consapevolezza di un’esistenza che si arrovella di domande, dubbi, che si mette in gioco è quella di una persona intelligente e pratica, che ama sognare ma che sa sempre riconoscere dove il sogno termina e inizia la realtà e trovo la poesia di Katia Debora Melis, soprattutto di questa ultima silloge, molto consapevole non solo del tempo che corre con i suoi vizi e virtù (anche se i vizi sembrano padroneggiare), ma anche di un’utilità pratica, per quanto la poesia possa dirsi “utile” in termini materiali. Nel senso che la Melis esterna una sua considerazione e ce la dona, con il suo linguaggio, chiedendo intuitivamente al lettore di partecipare a quel “gioco”, a prender parte a quel patto di consapevolezza verso se stessi e il mondo, da rendere possibile al lettore di riflettere lui stesso su una serie di immagini e concetti.

Intimoriscono –e molto- anche le “lacrime/ di cristallo/ di un bambino/ spaventato” (30) e ci domandiamo, del motivo della paura provata da quel bambino e se siamo in grado, poi, con la poesia e la nostra predisposizione emotiva a saper in un certo senso rassicurare quel ragazzo che nulla è successo o che quel che di brutto è accaduto non si ripresenterà. Una poesia che non è solo consolazione di sé e degli altri, ma che è principio di vicinanza e motivo di conoscenza di quel mondo in cui viviamo che non è così semplice e buono come saremmo portati a pensare: “Fare un giro nel mondo/ è sofferenza,/ né molta né poca,/ma sempre più profonda/ […]/ ci seppellisce il cuore” (40). Stesse considerazioni sul nostro Pianeta emergono dalla lirica “Sguardo” dove leggiamo “[T]ra i colori del mondo/ a volte così pieni/ di malinconia o di ricordi/ di sogni o di paure” (41); e ritorna –come si è visto- il tema della paura, del timore che si prova intuiamo per i mali del mondo, le ingiustizie sociali e la disperazione per i dolori fisici.

La nostra non s’incanala nella poetica solidaristico-sociale né abbraccia tinte di populismo dove la coralità delle inquietudini diventa proclama di battaglia, ma interiorizza questi stati di malessere per rifletterci e per offrirli a noi lettori affinché, con rispetto e attenzione, anche noi possiamo interpellare la nostra coscienza, sin troppo assuefatta dal caos del mondo.

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 18.09.2014

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