“Il Natale trafitto d’amore di Alda Merini”, articolo di Marco Camerini

Articolo di Marco Camerini 

Alda Merini, nata il ventuno a primavera del 1931, anima folle, circonflessa, circonfusa di santa sanguinaria e ipocrita, [1] guadagnò palmo a palmo i giorni di una vita segnata dalla malattia mentale e da una travagliata esperienza poetica che, avviatasi negli anni ’50 grazie anche all’attenzione di G. Manganelli, G. Spagnoletti e P.P. Pasolini, culminò, dopo le raccolte d’esordio “La presenza di Orfeo” e “Tu sei Pietro”, nella silloge “La Terra Santa (1984) e nella definitiva consacrazione letteraria degli anni ’90 da parte di editori e critici, fra cui G. Raboni e M. Corti che ne curarono autorevolmente le antologie “Testamento” (1986) e “Vuoto d’amore” (1991).

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Tra i due fondamentali poli dialettici della sua poetica, l’inappagato desiderio d’amore – di volta in volta sensuale vento selvaggio che assalta come lupo nella notte e lacerante anelito sanguinante verso braccia che mi rifiutano,[2] ma anche accorata richiesta/confessione di fedeltà e comprensione (Ti debbo parole come l’ape/deve miele al suo fiore, perché t’amo/caro, da sempre, prima dell’inferno/prima del paradiso e i toni echeggiano la Dickinson) in nome solo del quale la zingara Alda si fermerà al chiarore di una saffica luna per un unico bacio – e un’ansia religiosa reborianamente inquieta che monda ogni pulsione terrena e la proietta verso un Dio di giacenza e di dubbio dalle mitiche forze, capace di leggere negli occhi, spegnere gli ardori di folli pupille, ascoltare il fiducioso richiamo di chi dispera derisa, l’esperienza del dolore e dell’internamento. La dirompente angoscia che trattiene la poetessa nelle sue unghie e spande il proprio colore/dentro l’anima buia precipita verso l’esperienza drammatica del manicomio, parola assai più grande/delle oscure voragini del sogno, oscuro tranello – con le sue barriere inferocite di fiori e il tempo perduto in vorticosi pensieri – in cui cade come in un pozzo acquitrinoso. Ma (ancora) la luna si apre nei tetri giardini di un inferno decadente e folle, sorge il mattino azzurro fra sbarre e fascette torride e se la linea oscura del silenzio è grande si deve tentare il riscatto, perché da una stazione imbrattata di fango/si può partire verso le vie del cielo:[3] Spazio, datemi spazio/ch’io lanci un urlo inumano/quell’urlo di silenzio negli anni/che ho toccato con mano. Così la voce altissima di una donna avida di dire ripara le ali e trova rinnovate, vitali conferme: nel mai domo anelito ad un assoluto in cui viaggiare, fra il vento e il sole, per giungere alla bellezza che [mi] incalza e, superato ogni timore, annullarsi nel vigore degli alberi/il frastuono puerile dei colori/l’aroma del frutto e nella strenua adesione alle parole della Poesia, terrore del chiaroscuro/giorno e notte, amore/rimorso e perdono. E se i poeti usurai pieni di croci, soli come bestie somigliano ad una muta di cani alla periferia della terra pure, usignoli dal dolcissimo canto, non latrano invano e fanno ben più rumore/di una dorata cupola di stelle. La Merini, oste senza domande, riceve tutti solo che abbiano un cuore e orgogliosa, accorta seminatrice colma il foglio bianco – mallarmeana dismisura dell’anima – di versi i quali, brandelli di carne o polvere chiusa di un tormento d’amore, si sciolgono ungarettianamente in un canto mai facile, percorso da frequenti, efficaci sinestesie (spesso ossimoriche) ed espressionistica, a tratti violenta, tensione che rinvia a Dino Campana e, come già sottolineato, alla cifra stilistica di Rebora (putrefatto, ebbro, grondante, schianto, aggrumare solo alcuni fra i lessemi più ricorrenti nei suoi testi).

 

Buon Natale

A Natale  non si fanno cattivi

pensieri ma chi è solo

lo vorrebbe saltare

questo giorno.

A tutti loro auguro di

vivere un Natale

in compagnia.

Un pensiero lo rivolgo a

tutti quelli che soffrono

per una malattia.

A coloro auguro un

Natale di speranza e di letizia.

Ma quelli che in questo giorno

hanno un posto privilegiato

nel mio cuore

sono i piccoli mocciosi

che vedono il Natale

attraverso le confezioni dei regali.

Agli adulti auguro di esaudire

tutte le loro aspettative.

Per i bambini poveri

che non vivono nel paese dei balocchi

auguro che il Natale

porti una famiglia che li adotti

per farli uscire dalla loro condizione

fatta di miseria e disperazione.

A tutti voi

auguro un Natale con pochi regali

ma con tutti gli ideali realizzati.

****

Natale 1989

 

Natale senza cordoglio

e senza false allegrie…

Natale senza corone

e senza nascite ormai:

l’inverno che già sfiorisce

non vede il suo “capitale”,

non vede un tacito figlio che forse un giorno d’inverno

buttò i suoi abiti ai rovi.

Marina cara,

la giovinezza ti lambisce le spalle

ed è onerosa come la poesia:

portare la giovinezza

è portare un peso tremendo,

sognare fughe e fardelli d’amore

e amare uomini senza capirne il senso.

Il divario di una musica

 

Il divario della tua fantasia

non possono che prendere spettri,

perciò ogni tanto te ne vai lontana

in cerca di una perduta ragione di vita

in cerca certamente della tua anima.

 

Comune alle due liriche la visione di un Natale privo di ogni esteriore gioiosità e concessione agli aspetti più convenzionali, consolatori, finanche liturgici dell’evento. Nella prima, scandita da un ritmo di litania prosastica e dimessa, gli auguri, in ripresa anaforica, vengono formulati solo dopo l’iniziale, programmatico riferimento alla solitudine disperata di chi tale giorno “non” lo vorrebbe vivere e i dedicatari risultano immediatamente quanti vivono nel disagio, nella sofferenza, nella povertà affettiva, prima e oltre che materiale. Così, se da un lato i piccoli mocciosi vicini al cuore della poetessa assumono il volto disperato di orfani privi del calore di una famiglia e non quello lieto di bambini spensierati, protagonisti canonici della ricorrenza, dall’altro il topos del regalo è ricondotto, da oggetto materiale scintillante e superfluo, a dono tutto interiore di solidarietà e fede in ideali realizzati, attese esaudite, mai rimosse speranze di letizia.

Più complessa sul piano formale e contenutistico, la splendida “Natale 1989” – dopo un incipit connotato negativamente dall’insistito, perentorio senza che sottrae alla celebrazione ogni valenza festosa e vanifica fiduciose aspettative di nuove nascite, tanto più quella del tacito Figlio che redime – ripiega, sin dal nono verso, verso un fantasma femminile, di fatto vero protagonista/dedicatario della lirica ben più del Natale, alla fine relegato a ricorrenza/data in cui il testo è stato composto.[4] Proiezione leopardiana precocemente pensosa e non lieta, la donna vive il peso di una giovinezza nella quale l’amore, fardello di incomprensioni, disinganni, ansie irrisolte, incombe oneroso (l’eufemistico lambisce attenua solo parzialmente l’insidia) come i minacciosi vent’anni sull’Esterina montaliana di “Falsetto”, cui la poesia ci sembra rinvii anche sul piano lessicale: lontana l’avventura cui è proteso il volto della leggiadra amica del Mare, lontana va Marina – dopo aver sperimentato la ribelle diversità della propria fantasia, espressa nei dissonanti vv. 16-18 – in cerca di un possibile “varco”. Le guardiamo noi, della razza di chi rimane a terra.

Marco Camerini

 

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

[1] Vengono riportati in corsivo i versi liberamente tratti dalle diverse raccolte dell’autrice citate nel testo.

[2] Emblematico il topos del sangue – nelle varianti nominali, attributive e avverbiali – che, insieme ad altri aspetti tematici e formali, avvicina significativamente la lirica della Merini a quella di Rebora.

[3] Al di là del riferimento al tema dell’elevazione, di origine baudelairiana, il verso ricorda da vicino l’annaspare nel fango occhieggiando le stelle di Elio Pecora in “Rifrazioni”, Mondadori 2018, p. 24 (non marginali e tutti da indagare i contatti fra i due poeti).

[4] Il componimento è tratto da Le briglie d’oro. Poesie per Marina 1984-2004, pubblicato nel 2005 da V. Scheiwiller. La Marina citata – “come Cerere e Proserpina un po’ la terra del mio canto” (A. Merini) – è M. Bignotti, curatrice della raccolta.

Una “Yerma” attualizzata. L’atteso adattamento di Pepa Gamboa sulla celebre opera lorchiana

Articolo di Lorenzo Spurio

Il quotidiano spagnolo online El País in una notizia a firma Margot Molina pubblicata il 12 dicembre 2019[1] informa dell’imminente rappresentazione teatrale – l’ennesima – di una delle principali opere di Federico García Lorca, Yerma. Pièce centrale della nota trilogia drammatica, venne scritta e pubblicata nel 1934 ed estrenada (messa in scena per la prima volta) al Teatro Español di Madrid il 29 dicembre 1934 dalla Compagnia “La Barraca” con la catalana Margarita Xirgu nel ruolo principale. In America Latina sarebbe stata rappresentata poco dopo presso il celebre Teatro Odeon di Buenos Aires, sempre per la compagnia di Margarita Xirgu. La prima rappresentazione nel nostro paese sembra risalire al maggio 1948 quando, al Teatro Biondo di Palermo, venne inscenata per la regia di Anton Giulio Bragaglia e scenografia di Enrico Prampolini.

Non va dimenticato che l’opera venne condannata duramente dalla stampa reazionaria e cattolica l’indomani dell’estreno finendo per bollare con i peggiori epiteti lo stesso autore e l’attrice principale – noti per le loro vicinanze con gli ambienti della sinistra – avendo intuito il carattere sovversivo implicito nell’opera, il suo tessuto direttamente civile, il suo messaggio di velata – eppure così profonda – critica sociale. Yerma, da donna vulnerabile e affranta di un dolore tutto personale, finisce per scagliarsi contro il marito, simbolo di quel dominio patriarcale da difendere. È il segno distintivo di una crepa nella società maschilista del periodo (che la Spagna non può permettere e avallare), in quel dominio austero di autorevolezza, che è poi la tirannia di Bernarda Alba dell’altra sua celebre opera drammatica. Nel mettere in risalto la condizione depressa e subalterna della donna, indirettamente si lancia il messaggio che è necessaria e urgente (con qualsiasi mezzo, al fine di raggiungere lo scopo) la presa di coscienza, un intervento di qualche tipo, la rivendicazione, la protesta. Yerma è, al pari di Mariana Pineda e di Adela, – le altre eroine lorchiane[2] – il simbolo di un sopruso che viene posto non per una facile commiserazione generale ma con lucide intenzioni di rivincita, atte all’eliminazione dei soprusi e delle nefandezze dell’uomo per la conquista della democrazia, della libertà e dell’equità tra i sessi.

L’opera pone manifestamente uno dei temi più cari al poeta granadino, ovvero quello della frustrazione amorosa, declinata, in questo caso, nelle forme della grettezza culturale della provincia spagnola, della secchezza della donna, vale a dire la sua supposta sterilità e del dramma intimo, che nasce e si sviluppa nel chiuso delle quattro mura domestiche. Suo marito Juan, infatti, sembra essere poco propenso, se non addirittura disinteressato, ad esaudire la grande necessità della moglie – da ella vissuta come vero dramma da derivarne poi una straniante ossessione – ovvero quella di poter divenire madre. Come già osservato dalla critica l’autore non dà indicazioni inequivocabili atte a fugare le ombre di una possibile sterilità della donna, piuttosto che del marito, sta di fatto che è la donna che si carica di questa grande pena nel corso della storia. Così pronuncia la derelitta Yerma, carica del suo dramma personale che non trova compatimento che l’ha, nel corso del tempo, fatta sprofondare in una grave depressione: “Io sono un campo arido dove potrebbero arare mille paia di buoi […] Quello che ho è un dolore che è dilagato perfino oltre la mia carne”.

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Questa nuova opera, dal titolo La pasión de Yerma, sarà prodotta da Pepa Gamboa, fondatrice e direttrice dell’Academia de las Artes Escénicas de España, per un progetto sollecitato e sostenuto dal Centro Federico García Lorca e vedrà il suo debutto venerdì 13 dicembre a Granada presso la sede dell’Istituzione e diretta da Lola Blasco, giovanissima, nata ad Alicante nel 1983 e già vincitrice del Premio Nacional en Literatura Dramática nel 2016. Il testo di Lorca è stato rivisto, riletto e viene proposto con un guión actualizado, vale a dire con una storia non più calata, come nell’opera originale, nei primi decenni del Secolo scorso, ma in una società coeva alla nostra, quella dei giorni che viviamo.

Al centro dell’opera (e non potrebbe essere diversamente vista la rilevanza, anche nello stesso nome di Yerma, del motivo della secchezza) è la disperazione di una donna che non può diventare madre ma, come si legge dall’articolo, vi sono anche applicazioni a questioni sociali d’interesse contemporaneo. In questa maniera Lola Blasco attualizza la storia di un donna sola, infertile, abbandonata al proprio delirio, rendendola ancor più viva e palpabile. Più affine e simile alle donne di oggi. La contestualizza in un’età che non è più la retrograda e austera vita di provincia del Secolo scorso, ma in una società forse meno fosca, cosmopolita e caratterizzata dal progresso: “[L’opera parla anche] di tutti quei desideri che non si realizzano”[3]. Per tali ragioni l’articolo titola con una “Yerma libérrima”, vale a dire liberissima: ciò che, nel suo contesto originario, non poteva assolutamente essere.

Si tratta, dunque, non di una vera e propria riproposizione dell’opera lorchiana, semmai di una rivisitazione, di una pièce che è figlia del grande testo madre, sebbene mantenga un forte legame con i contenuti della trama dal poeta andaluso che, come si sa, fu motivata da un fatto di cronaca locale del quale era venuto a conoscenza.

Quella di Lola Blasco, per sua stessa ammissione, è una “opera più intima dell’originale, un’opera contemporanea”; la stessa ha rivelato: “Credo che questa versione piacerebbe molto a Lorca, è stata cambiata la struttura, però rimane abbastanza del suo testo e, senza dubbio, permane il suo spirito”.

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Tra gli attori presenti figurano María León (nel ruolo di Yerma), Críspulo Cabezas, Lucía Espín, Diego Garrido; la regista ha operato una riduzione del variegato impianto di personaggi, dai ventiquattro presenti nell’opera di Lorca a soli cinque nei quali riesce a far emergere i dissidi, le problematiche di fondo, le insoddisfazioni motivo di tormento. La pasión de Yerma potrà essere vista dal 13 al 15 dicembre presso il teatro del Centro Lorca di Granada. L’opera, che appare particolarmente interessante, volendo far emergere anche gli altri aspetti della vulnerabilità di Yerma rispetto al più evidente della mancata maternità, verrà portata sulle scene;  a gennaio prossimo approderà al Espai Rambleta di Valencia e al Teatro Lope de Vega di Sevilla.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

 

NOTE

[1] L’articolo al quale mi riferisco è reperibile al link: https://elpais.com/cultura/2019/12/10/actualidad/1575995998_133611.html

[2] Per un maggior approfondimento rimando al mio saggio: Lorenzo Spurio, “Donne che lottano. Del civile nel teatro lorchiano”, La Macchina Sognante, n°2, Marzo 2016, http://www.lamacchinasognante.com/donne-che-lottano-del-civile-nel-teatro-lorchiano-lorenzo-spurio/

[3] Le citazioni dall’articolo, rese in italiano, si riferiscono a traduzioni fatte dal sottoscritto.

“Vita e guerriglia: introduzione alla lettura di Ernesto Guevara” a cura di S. Bardi

Articolo di Stefano Bardi  

Ernesto Guevara, detto il “Che”, nacque a Rosario nel 1928 e morì a La Higuera nel 1967;  simbolo della ribellione sociale nel nome di una società che concepisca gli uomini vedendoli come fratelli, di un’economia che sappia valorizzare il prodotto interno di una politica che sappia disfarsi delle retoriche per scendere in mezzo al popolo. Un rivoluzionario che ancora oggi è richiamato e impiegato come una bandiera socio-politica senza, però, capirne il significato che va rintracciato nei discorsi inerenti alla guerra di guerriglia, al suo diario boliviano e del diario della rivoluzione cubana.

Una prima opera da considerare è il saggio La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari (1967) in cui la rivoluzione popolare si basa sul nemico con il suo esercito militare statalista e sul suo avversario rappresentato dal popolo, costituito da contadini, operai,  pescatori. Guerrigliero da Ernesto Guevara considerato ancor di più del semplice brigante, poiché è rappresentato dal contadino che ben conosce le sofferenze sociali che vive in prima persona, sulla sua pelle, i soprusi del potere dittatoriale. Angherie che spingono il guerrigliero a ribellarsi al potere totalitario; il rivoluzionario è il Salvatore delle masse, che deve trionfare nella lotta di guerriglia dove la sconfitta non è prevista. Vita, quella del guerrigliero, che si carica di un significato trascendentale, poiché la sottrazione della Vita del guerrigliero da parte del nemico. Elemento importante della lotta di guerriglia è la strategia operativa. Pianificazione caratterizzata dalla capacità d’azione del combattente che gli consente di fuggire da un contrattacco difensivo nemico, di muoversi meglio durante la notte, di prendersi gioco tatticamente dell’avversario, di attaccare improvvisamente il fronte nemico, di sfruttare a suo favore ogni fallimento del nemico e di conquistare la vittoria nel più breve tempo possibile. Strategia che, però, non può sussistere senza il boicottaggio che a sua volta non deve essere rivolto alle coltivazioni e alle lavorazioni mezzadre, ma, verso le centrali di energia elettrica, le centrali idroelettriche e le centrali di gas che simboleggiano il potere totalitario. Boicottaggio che deve avvenire attraverso un attacco aereo poiché è l’unico strumento in grado di creare danni irreparabili e perché consente di colpire precisamente le principali vie di comunicazione. Tattica e boicottaggio vanno affiancate alla cura dei feriti e al rispetto della popolazione civile. Il rivoluzionario è inteso da Guevara in due modi: educatore sociale e combattente. Educatore sociale che deve eliminare un organismo ingiusto (la dittatura) per sostituirlo con uno nuovo (la democrazia) che deve basarsi sulle sue conoscenze militari e sociologiche personali, ma anche sulle azioni e sui precetti da insegnare agli altri guerriglieri durante un determinato momento di lotta. Accanto all’educatore sociale c’è il combattente che deve essere originario del luogo in cui si sta svolgendo la guerriglia perché gli consente di usare a suo piacimento tutti i vantaggi del terreno. Combattente che deve essere coraggioso, avere una perfetta strategia bellica e deve trovare la luce anche nelle situazioni più sfavorevoli.

Non scordiamoci, inoltre, della figura del medico che è di vitale importanza; non si limita solo a curare le ferite causate dalla lotta, ma sostiene il guerrigliero eticamente e gli si mostra come un “divino protettore” che lo proteggerà fino alla fine. Accanto a guerriglieri ci sono le loro compagne, da Guevara viste pari ai loro compagni, in grado di usare le armi e di combattere, ma anche di organizzare la comunicazione segreta fra i vari gruppi guerriglieri. Operazione che consente di trasportare munizioni, armi, soldi, informazioni e di essere più libera dalla sorveglianza nemica perché ritenuta un soggetto non pericoloso. Un secondo e ultimo ruolo di vitale importanza è l’educazione dei bambini che gli consente di inculcare nelle nuove generazioni l’ideologia rivoluzionaria.

Importante è la propaganda della guerriglia che deve essere messa in atto attraverso i giornali locali e la radio, poiché sono in grado di diffondere i discorsi dei guerriglieri, gli attacchi nemici e di avvisare indirettamente il popolo alleato.

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Una seconda interessante relativamente agli argomenti da me trattati è il Diario del “Che” in Bolivia o più semplicemente Diario in Bolivia (1968, postumo) la cui edizione completa e definitiva è da considerarsi quella del 2005. Questa opera contiene il resoconto guerrigliero di Guevara contro la dittatura di René Barrientos Ortuño nelle foreste boliviane, dal 7 novembre 1966 al 7 ottobre 1967, ovvero fino al giorno prima della sua dipartita. Diario dove il nemico non è visto come un avversario da eliminare ma come un alleato da recuperare e convertire. Operazione che può riuscire solo seguendo una determinata linea politica, da Guevara intesa come l’unica via da perseguire perché il non rispettarla significava esporsi gratuitamente al fuoco nemico. Altro fattore che risalta da questa pagine è l’accampamento, dal rivoluzionario argentino inteso come uno spazio vitale e dai toni mistici da proteggere, poiché lì risiede la linfa esistenziale del guerrigliero. Accampamento in cui viene attuata la condivisione degli alimenti e degli oggetti fra i vari guerriglieri, che simboleggia la fratellanza e attesta la fedeltà dei guerriglieri alla causa per cui stanno combattendo. Esercitazioni e azioni guerrigliere sono viste, infine, come le principali vie per diventare guerriglieri.   

25326455.jpgUna terza e ultima opera è il Diario della rivoluzione cubana (1996, postumo), ristampato nel 2002, dove leggiamo le fasi della rivoluzione fino al giorno cruciale di Santa Clara ovvero la conquista di Cuba e la caduta del regime dittatoriale di Fulgencio Batista y Zaldívar che porta alla nascita della dittatura di Fidel Castro. Opera dove leggiamo altri aspetti non meramente bellico-militari: l’igiene intima e l’alimentazione giornaliera, dal rivoluzionario visti come dei fabbisogni vitali in grado di mantenere i guerriglieri in ottima salute e di mutarli in esseri sovrumani, imbattibili e immortali; la cura dei nemici feriti per ordine di Fidel Castro, da lui visti sì come nemici, ma, ancora prima come Uomini da rispettare e da lasciar liberi di scegliere se arruolarsi nelle milizie ribelli o vivere come Uomini liberi. Accanto alla cura dei feriti nemici c’è la cura dei feriti ribelli che non sono visti come dei compagni d’armi ma come degli educatori che, dopo la vittoria su Batista, devono educare socialmente, civilmente e politicamente le nuove generazioni alla ideologia castrista. Un ultimo aspetto riguarda l’esecuzione dei traditori, da Ernesto Guevara intesa come una giusta punizione per il tradimento della fiducia dei propri compagni d’armi e come una punizione per l’infedeltà verso la causa della rivoluzione cubana.              

 STEFANO BARDI

 

Bibliografia di Riferimento:

GUEVARA ERNESTO, Diario del “Che” in Bolivia, Feltrinelli, Milano, 1968 e 1969, 1972, 1977, 1973, 2005.

GUEVARA ERNESTO, Diario della rivoluzione cubana, Newton, Roma, 1996 e 2002.

GUEVARA ERNESTO, La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari, Feltrinelli, Milano, 1967.

 

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“Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori” di Anna Manna Clementi, la nuova opera omnia della poetessa romana fondatrice del Premio “Rosse Pergamene”

Articolo di Lorenzo Spurio 

È uscito il nuovo libro di poesie della poetessa e scrittrice romana Anna Manna dal titolo “Ebbrezze d’amore, dolcezze e furori” per i tipi di Nemapress di Roma, Collana Poesie, che sarà presentato ufficialmente giovedì 12 dicembre a Roma presso l’Aula Magna di Palazzo Sora (Corso Vittorio Emanuele II n°217) in un evento tenuto presso il Sindacato Libero degli Scrittori Italiani.

79083015_2591622101066809_2234781216228245504_n.jpgAnna Manna Clementi ha pubblicato molti libri di poesia e racconti, tutti risultati pluripremiati in vari contesti letterari in numerose regioni italiane. Tra di essi i prestigiosi “Premio Teramo” e “Premio Alghero”, il “Premio Scrivere Donna” (Tracce Editore), il Premio “Sinite Parvulos” in Vaticano, Premio “Francesco Grisi”, “Calliope” e tanti altri ancora. Ha ideato, fondato e presiede il Premio Letterario “Le Rosse Pergamene” con sede a Roma, il cui nome è nato a partire da una delle sue numerose pubblicazioni. Per la poesia ha pubblicato Migranti (2016), Le poesie di Monteluco (2016), Maree amare mare e amare, Umili parole e grandi sogni. Cinque poesie per tre pontefici; per la narrativa ha pubblicato il romanzo A largo della polveriera (2002); per la saggistica Europa e cultura del Nuovo Umanesimo e L’Illimite . Incontro con il poeta Corrado Calabrò (2015). Sue poesie sono presenti in numerose antologie. È Presidente Fondatrice del Premio “Europa e Cultura” che si svolge presso il Centro di Documentazione europea “Altiero Spinelli” alla Facoltà di Economia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Pluripremiata anche a livello istituzionale per la sua attività di cultural promoter. I suoi saggi sono stati presentati anche presso la Biblioteca della Camera dei Deputati e presso Casa Menotti a Spoleto. Si sono occupati della sua scrittura e della sua instancabile attività di promozione culturale i maggiori critici letterari e giornalisti del nostro Paese.

Prenderanno parte alla presentazione, oltre all’autrice del libro, Francesco Mercadante (filosofo del diritto, saggista, Presidente del Sindacato Libero Scrittori italiani), con un saluto di indirizzo che aprirà poi agli interventi di Neria De Giovanni (Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari) e Daniela Fabrizi (poetessa, con la quale Anna Manna nel 2016 pubblicò il libro a quattro mani Migranti, con prefazione di Dante Maffia e postfazione di Lorenzo Spurio). Ospiti d’onore saranno Diana Cavorso Caronia, Sabino Caronia e Mario Narducci. Ad arricchire il pomeriggio poetico saranno lette e commentate le poesie di Anna Manna presenti nel volume da parte di Fabia Baldi, Luisa Bussi, Jole Chessa Olivares, Tiziana Marini, Ruggero Marino, Artemide Napolitano, Antonella Pagano ed Eugenia Serafini.

78896107_576314213183830_1613542187163713536_n.jpgMondadori-Store così presenta, in forma sintetica, i contenuti di questo volume: “Il libro raccoglie le poesie di oltre vent’anni, rappresentando quasi un’opera omnia di una scrittrice e poeta molto nota in campo nazionale. Ne è la prova, non soltanto le liriche antologizzate, ma soprattutto l’ultima parte del libro, in cui numerosissimi saggisti e critici letterari si cimentano nell’analisi di singole poesie, scelte per empatia e vicinanza di tematiche tra saggista e poeta. Il libro è la sintesi di poesie d’amore e anche d’amore per l’arte e la bellezza. Si chiude con un omaggio poetico alla città di Roma”.

La scrittrice Neria De Giovanni, che ha curato la prefazione, così parla della nuova opera di Anna Manna: “è il resoconto di una vita di riflessioni, emozioni, immagini letterarie e realtà vissute. [Il volume] è composito e ricchissimo, con una voce poetica che a volte diventa anche preludio e presentazione critica per guidare, all’interno del volume, tra versi e prose critiche, illuminando un percorso sempre più accattivante e misterioso insieme. Anna Manna è certamente poeta, ma anche critico letterario e ideatore-coordinatore di eventi di alto spessore culturale. Pertanto ha voluto racchiudere in questo volume non soltanto le sue poesie migliori con un ordito rigoroso e motivato, ma anche testi critici di approfondimento e lettura dei suoi versi, da parte di lettori d’eccezione, critici militanti”.

Tra di essi figurano gli scomparsi Giorgio Carpaneto, Vittoriano Esposito, Pasqualino Fortunato, Gilberto Mazzoleni, Raimondo Venturiello, Mauro Milesi, Nino Piccione e Mario Mazzantini e viventi quali i contemporanei Renato Minore, Luigi Tallarico, Marianna Bucchich, Mario Narducci, Ruggero Marino, Franco Campegiani, Giuseppe Nasca, Liliana Biondi, Diana e Sabino Caronia, Fabia Baldi, Lorenzo Spurio, Michela Zanarella, Daniela Fabrizi, Jole Chessa Olivares, Fausta Genziana Le Piane, Lidia Popa, Luisa Bussi, Tiziana Grassi, Elisabetta Bagli, Romano Maria Levante, Carmelita Randazzo, Antonella Pagano, Tiziana Marini, Anita Napolitano. Le conclusioni critiche sono di Carmelo Aliberti e Giuseppe Manitta mentre i rapporti tra la poesia della Manna e la pittura sono analizzati e sviluppati dalla scomparsa Mines Preda De Carolis e dai contemporanei Stefania Camilleri ed Eugenia Serafini.

LORENZO SPURIO

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“Ti sogno, terra 2 – Il lungo viaggio dei sognatori” di Laura Margherita Voltante. Il 12 dicembre la presentazione nel capoluogo dorico

Articolo di Lorenzo Spurio

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Giovedì 12 dicembre in Ancona, presso la Biblioteca del Consiglio Regionale (Piazza Cavour n°23), si terrà la presentazione al pubblico del volume “Ti sogno, terra 2” ideato e curato dalla professoressa Laura Margherita Volante, nota poetessa, scrittrice e aforista originaria di Alessandria ma da molti anni attiva nel capoluogo dorico. L’iniziativa, che trova accoglimento all’interno della rassegna “Libri fuoriteca – conosciamo gli autori marchigiani”, si terrà presso la Biblioteca del Consiglio Regionale delle Marche alle ore 16.30 e vedrà la presenza della stessa autrice. “Ti sogno, terra” vol. 2 è la nuova raccolta di scritti della professoressa Volante che hanno come oggetto o rimando la complessa e variegata situazione poetico-culturale-musicale della regione Marche, ma non solo. Esso è la continuazione ideale e pratica del progetto editoriale omonimo nato nel 2017 che diede vita al primo tomo, opera nella quale sono contenute recensioni, interviste e commenti critici sull’opera di numerosi poeti della Regione e di intellettuali di spicco del panorama letterario nazionale, a evidenza degli importanti scambi e apporti, delle relazioni culturali e collaborazioni continuative con un panorama ampio di intellettuali, studiati con acribia nei suoi vari interventi.  A fare da apripista a questo 295esimo volume dei “Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche” sono alcuni versi di rara caratura e di forte presa impressionistica di Pavese; a seguire una nota d’apertura di Mastrovincenzo, Presidente dell’Assemblea Legislativa delle Marche.

Il primo volume, che la professoressa Volante aveva dedicato con un sentimento di stima profonda e di amicizia a “Noce”, ovvero la poetessa camerte Rosa Berti Sabbieti (1924-2009), è stato presentato in varie eventi dedicati tra cui a Pesaro e Osimo, riscuotendo successo e ampliando interesse attorno al prismatico e approfondito lavoro di ricerca, studio, critica e confronto condotto dalla Volante.

Ricchissimi i contenuti all’interno del secondo tomo dove si trovano approfondimenti di carattere sociologico, letterario e poetico, con incursioni interessanti anche nel mondo della pedagogia e del mondo dell’infanzia, finanche della musica, ambiti che la Volante tesse in maniera suadente in un volume che, pur avendo ripartizioni interne per consentire un possibile percorso da prendere, si presenta assai compatto, dall’intelaiatura stretta, su un tessuto che è particolarmente fine.

Ci sono duetti poetici, a testimonianza di quella sintonia che nell’arte riesce davvero a imporsi come tale, quale spontaneo gesto di scambio e di mutuo arricchimento; c’è uno studio sulla poesia della giovane Lucia Paola Marcucci Pinoli (di cui la Volante tratta in relazione a una ravvisata “nostalgia romantica”), gli aforismi di Fabio Strinati di Esanatoglia (MC), apprezzato compositore oltre che poeta e tanti altri ancora. Seppure le Marche rappresentano quella tessera intermedia di mosaico, centrale per reggere l’intero impianto e garantire la completa bellezza dell’affresco, non mancano relazioni e ricordi in merito ad altre esperienze regionali, dal Piemonte alla Liguria. C’è l’Umbria di Emanuela Aureli, la Calabria del cosentino Angelo Gaccione e la Sicilia di Marco Scalabrino, noto poeta dialettale di Trapani, fresco della vittoria al Premio “Ignazio Buttitta” di Favara. Merita una nota di attenzione anche la presenza di un testo sul celebre fotografo Roberto Villa, che lavorò con Pier Paolo Pasolini.

Nella sua introduzione al volume la Volante annota: “Lo spirito, quindi, che mi ha spinto a sviluppare questo percorso editoriale, sostenuto dal Consiglio Regionale Marche, con un “viaggio” itinerante attraverso varie stazioni regionali, è per una presa di coscienza di valori altamente civili e sociali, attraverso vari linguaggi espressivi del tessuto culturale nazionale. Talenti di alto profilo letterario e artistico, ma sovente emarginati da una società corrotta, mediatica, clientelare emergono con tutta la loro forza morale, poetica e umana. Il progetto intende altresì veicolare ideali di Bellezza attraverso Arte, Scienza e Cultura in ogni sua espressione, divulgando conoscenza di questa bella Italia, sconosciuta agli stessi Italiani, nella dimensione di appartenenza e di comunità mondiale sia per motivazioni spirituali sia evidenziando le circostanze del contesto e il clima culturale dove si è vissuti: tradizioni, usi e costumi, nei quali ci si è formati”.

LORENZO SPURIO

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A Cupramontana il 14 dicembre la finale della gara poetica “Ver Sacrum”

Il 14 dicembre a Cupramontana (AN), con il Patrocinio del Comune di Cupramontana e della Provincia di Ancona, con la collaborazione della Pro Cupra, del MIG e delle Tre ciutte su comò, presso i locali dei Musei in Grotta (MIG) terremo l’evento conclusivo di questo ricco anno di iniziative, incontri, presentazioni, mostre e tanto altro. […]

via A Cupramontana il 14 dicembre l’evento pre-natalizio e la finale della gara poetica “Ver Sacrum” — Associazione Culturale Euterpe

“Turismo DOC” di Luciana Censi, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio 

download.jpgL’incontenibile effervescenza e la più piacevole spontaneità di Luciana Censi, scrittrice di Foligno, pluripremiata in vari contesti letterari in tutta Italia, sono ben contenute nella sua ultima opera, Turismo DOC, edita da Pegasus Edizioni di Cattolica – Sezione Saggistica – nel 2019. Un “saggio personale”, come ben anticipa la primissima pagina del volume, e non avrebbe potuto essere diversamente essendo Luciana così originale, caratteristica, difficilmente descrivibile, sicuramente peculiare in un modo tutto suo, ovvero personale. Uno stile proprio che le è congeniale e che la fa sicuramente distinta nel panorama vasto e spesso lamentoso degli scrittori contemporanei.

Luciana Censi è stata una insegnante di matematica e in ogni suo intervento, pur modesto che sia in termini di spazio, ciò non può non essere esternato. Ce ne rendiamo conto anche dal titolo di uno dei suoi precedenti lavori ovvero L’assioma della completezza (Pegasus, 2017) che è seguito a La tirannia della memoria (Gelsorosso, 2015), il cui titolo, che richiama l’assioma, rimanda a concetti d’importanza capitale oggetto di studio della logica.

Quando mi dona il suo volume di Turismo DOC (dove il Doc – avremmo dovuto intuirlo – non ha nulla a che fare con una possibile “Denominazione di Origine Controllata” ed è, invece, “Denominazione di Origine Censi”, definizione coniata da Carla Barlese) in un recente incontro letterario a Foligno mi fa osservare, con espressione convinta e occhi birichini che le varie immagini che compaiono in copertina, sistemate in superfici quadrate, sono collegate – o distanziate – tra loro per la presenza di triangoli rettangoli. La concatenazione di immagini, che rappresentano l’impressione su carta di alcuni momenti tratteggiati nelle storie narrate all’interno, viene a costruire una sorta di collana vorticante che intuiamo mobile, fluttuante su quel cielo con lievi nuvole che fa da sottofondo, ed in effetti è una curva frattale, come mi spiega l’autrice.

Dopo un ricco testo della professoressa Carla Barlese posto come prefazione che è una summa di acuta analisi critica dell’opera unita, in maniera sinergica, a un profondo sentimento di amicizia e stima verso l’autrice del volume, si dispiegano venticinque racconti che, in realtà, non sono dei veri racconti o che, al contrario, sono racconti ma sono anche dell’altro. Si tratta senza ombra di dubbio di narrazioni, in alcuni passi anche particolarmente meticolose, senz’altro suggestive e incalzanti, dotate di tutti gli ingredienti sapienziali che rendono un libro interessante e pregno di curiosità che ne animano una lettura-fiume, ricorrente e continuativa, per scoprire realmente dove, questo “narratore non affidabile” intende andare a parare.

Le storie raccontate sono cronache, vale a dire episodi realmente accaduti a Luciana Censi nel viaggiare in varie regioni d’Italia, dove ci parla con franchezza di bellezze paesaggistiche e architettoniche, ma anche della fatica che si fa per raggiungere un posto, la prelibatezza più caratteristica di un dato luogo, con echi che abbracciano la storia (Federico II), trapassano stili (il Liberty del villino Ruggeri di Pesaro, poco distante dalla famosa “palla” di Pomodoro), lasciano tracce (le “impronte sulla sabbia” dell’omonimo racconto) e tanto altro ancora. Ci sono sonorità che la scrittrice è in grado di esaltare con la sua penna, con tecniche efficaci che permettono, pur nella loro semplicità, di coinvolgere il lettore e di trasportarlo nel possibile contesto di cui sta leggendo. Si è detto della non affidabilità della narratrice – che poi è anche il personaggio delle varie vicende – per un fatto molto semplice: l’atteggiamento imperscrutabile da lei adottato, in comunione con le dissertazioni e l’approccio pervaso di ilarità e autoironia, ne fanno un personaggio non solo “a tutto tondo”, ma praticamente lontano da una qualsiasi classificazione. La sua spensieratezza e naturalità sono i tratti distintivi che più si apprezzano e che sono – banale aggiungerlo – tratti di quella pervicace libertà espressiva dell’autrice, quel suo dire aperto, tendente alla condivisione e alla felice compartecipazione dei suoi stati, sentimenti.

Questo libro, che si compone di poco più di cento pagine, ci permette di viaggiare pur restando fermi. Non solo nei luoghi (Spello, Assisi, Pesaro, Erice, Cingoli, Ostia Antica e la Roma dei Fori imperiali, Catania, Pesaro, il lungomare di San Benedetto del Tronto, Dozza e altri luoghi ancora) che Luciana descrive e impiega per permettere alla sua protagonista, suo alter ego, di compiere le sue azioni, ma anche – e soprattutto – nei flussi emozionali, negli sguardi verso il mondo, nella lettura dell’altro, nei dialogici con terzi, nelle riflessioni condotte in privato e generosamente a noi donate per mezzo del dettato del verbo.

Ci sono parchi archeologici (Ostia Antica), saline (Trapani), chiese (la chiesa dell’Ara Coeli di Roma poco distante dal Vittoriano, con la sua “infinita” scala, la cattedrale normanna di Monreale con i mosaici dorati), le piazze, i monumenti (il Tempio di Segesta, Villa d’Este di Tivoli, la reggia di Caserta, il Castello dei Conti Guidi a Poppi nell’Aretino, il Kursaal di Grottammare), le acque del mare di Policoro (Basilicata) e del Po a Torino, città nella roccia come la celebre Matera, musei (il Museo Egizio di Torino) e così via.

Mi confida che l’idea di questo volume: il raccontare storie personali, di viaggio e di vita, in giro per l’Italia dove si è recata man mano per ritirare premi che ha riscosso in varie competizioni letterarie, è stata molto apprezzata al punto tale da aver ispirato altri autori a tenere questa sorta di “libro di bordo”, per tracciare momenti trascorsi con zaino in spalla, poi in una caffetteria dopo la premiazione e, ancora, a pedalare, fino allo stremo, assieme al paziente coniuge. Non solo l’idea creatrice che sta alla base di questo volume (e delle tante storie che continua a narrarci e condividere con noi su Facebook) è originale e riuscita, ma presuppone un tipo di scrittura che reputo non facile: non è la semplice trascrizione di ciò che si è fatto in maniera asettica, seguendo un ordine cronologico o di causa-effetto, ma necessita la giusta decantazione dei momenti, il recupero degli istanti anche per mezzo delle foto che fedelmente fa accompagnare al testo. Sono frammenti di una sorta di autobiografia che la Nostra scrive a puntate, come una soap opera letteraria dove la protagonista è sempre la stessa, cambiano gli spazi, la meteorologia, gli alberghi nei quali ha soggiornato, il cibo e, soprattutto, le persone incontrate: tra amici ritrovati, nuove conoscenze, persone lambite con lo sguardo, visi noti in Facebook che finalmente prendono vita. Ed in fondo la ricchezza delle immagini che Luciana Censi tratteggia nel volume e la felicità che si respira degli attimi vissuti in sana condivisione, sono proprio gli elementi principe di questa narrazione speziata, mai prevedibile, che ci informa e ci rende edotti, istruendoci anche fornendoci informazioni di carattere storico-geografico-archeologico e di altre scienze. Un turismo letterario che, di riflesso, potrebbe essere letto, oltre che come narrazione di un picaro d’oggi in un percorso di continue partenze e ritorni, come una vera e propria guida che l’ipotetico turista si appresta a far sua per compiere il tracciato suggerito dalla Nostra. Un viaggio nel Belpaese che Luciana è in grado di esaltare, rendendo merito a tante bellezze diffuse, più o meno note e celebrate, ma che hanno senz’altro ragione di una visita e una condivisione con i nostri cari.

Lorenzo Spurio

04-12-2019

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