“In del nòm del pader” di Maurizio Noris, recensione di Gian Piero Stefanoni

Recensione di GIAN PIERO STEFANONI

In del nòm del pader (Tera Mati Edizioni, Bergamo, 2014), pur nella brevità di soli dieci testi, può esser considerata più che significativa ed esemplificativa della produzione e della poetica di Maurizio Noris, autore tra i più affermati e validi della nostra poesia in dialetto. Nella scrittura in bergamasco della media Valle Seriana, poeta più che attento anche alla risonanza civile del mondo, dei mondi di suo riferimento, formatore e promotore socioculturale nell’ambito delle professioni sociali e delle politiche giovanili, ci restituisce in questi versi tutto l’affidamento e il volto di una terra la cui fatica è una fatica d’amore, e di passaggio, di consegna alla luce di generazioni che pur nella distanza, o nel dolore del distacco continuano a guardarsi ad invocarsi nel riferimento reciproco. Centrale, come da titolo, la figura del padre nella dilatazione e nella sacralità verso un padre più alto come già avuto modo di rilevare nella bella postfazione Giulio Fèro.

Il bergamasco Maurizio Noris, autore de “In del nòm del pader”

E nella tensione dicevamo d’apprendimento della terra stessa, affrontata, lavorata e curata e restituita infine all’incanto di una rinascita cui l’uomo può solo riconsegnarsi e affidarsi dopo una lotta che proprio per questo è anche lotta d’assenso dove lo stesso “segà”, il falciare, appare in divenire caduta e aderenza (“dal còr de la téra/l’èrba udurusa/per creansa la scalmana//sentùr de sfacia spusa”-“”dal corpo della terra/l’erba odorosa/ trasuda per creanza/sentore di sfatta sposa”), come da immagine l’erba quietamente ubbidiente ad accovacciarsi a file. File sì come la schiera di cari scomparsi che pare avanzare a buon passo “olce a gröp/ch’ i par màgher fó/o murù per sò cönt/largh cóme imbràss” (“alti a gruppi/che paion magri faggi/o gelsi da soli/larghi come abbracci”) a rammentare quella fratellanza di occhi e di poche parole che viene proprio da tanta disputa, tanto ardore condiviso, anche loro adesso sottoterra a ritornare piante. Dietro tanta luce Noris però, come è, come sa, intreccia il buio di nodi raschiati, vegliati, gridati; quei nodi per cui viene da imprecare anche e chieder pietà per una “éta/de pelagra” (“per una vita da pellagra”) nel riflesso di un chiarore maestro rivolto “fò sö la crùs” (lassù sulla croce”), e per cui ogni sera ritrovarsi sotto al noce del padre a riseppellirlo in scarabocchio, e tenerezza di sguardo. Dispute, nodi che sono gli stessi del lavoro della lingua, la sua quella “dei genitori, dei fratelli, del paese, della valle (oggi periferia nord della città infinita), il parlato di sempre”, la “lingua prima” come da lui raccontato. “Una parola irruente e lavorabile come un codice sonoro (..) in cui c’è tutto lo spazio per re-inventare le parole” facendosi la poesia immagine nel racconto del suono dialettale, della sua forza “e gusto per la delicatezza espressiva che è capace di sollecitare” Ed in cui ben riesce a far “risuonare in una lingua montanara, di per sé aspra e rugginosa, quale è il bergamasco delle valli, le più sottile e sensibili essenze delle cose” (Franco Loi). Cose che sono dell’universo umano da sempre, che lo compongono in una veglia e una custodia che ha sempre, e non potrebbe essere altrimenti, del femminile come da ultimo testo nella intensità di un ritorno, eterno, di madre nel bisbiglio di preghiera dai loro letti ai figli, finché porteranno “il segno/e il loro cantare slegato/sul colmo/dei tetti” (” l segn/ e ‘l sò cantà desligàt/ sö la culma/ di tècc”). Un canto non dissimile allora a quello del contadino, “cantore”, in una voce “ariusa de pórtech/desligada/ che và” (“ariosa di portico/slegata, /che va”). E allora grazie Noris.

GIAN PIERO STEFANONI


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“Decimo Dan” di Marco Plebani – segnalazione opera

Marco Plebani (Jesi, 1978), insegnante di Lettere, dopo l’opera prima Un giorno qualsiasi (OTMA, 2011) ha recentemente pubblicato Decimo Dan (Ediz. La Gru, 2022). Il titolo dell’opera fa riferimento metaforico al massimo grado delle arti marziali inteso come il più alto livello di consapevolezza che la poesia fa raggiungere. C’è molto ritmo in Decimo dan, molta musica, molta creatività. Quello di Plebani è uno stile decisamente anticonvenzionale, tagliente e profondo.Nella prefazione, a firma di Pier Marino Simonetti, si legge: “Mentre scrivevo la lettura ha trasformato l’ansia per la prefazione in un cammino senza ostacoli. Questa silloge di versi dispari (per la maggior parte settenari ed endecasillabi da decifrare, talvolta, secondo forme e figure dei miti) scorre leggera, a tratti pacata, a tratti oscura, ma senza la necessità di ricorrere a manuali. Come tutte le sorprese l’interpretazione stava proprio lì, dietro un angolo. La brezza mossa dallo sfogliare delle pagine odora di fresco aliseo che spinge l’equilibrata velatura di questo libro verso porti di piacevole soggiorno. Bastano quattro o cinque versi per entrare dapprima intimoriti per uscirne poi soddisfatti, col gradito mistero di un racconto. Piccole ebbrezze d’incursioni corsare nel mito, grazie alle quali non si staziona nel genere, ma si gode della commedia umana. Con Decimo Dan ho trascorso la stessa scansione temporale del giorno vissuto da l’Ulisse di Joyce, ma senza quel dedalo di significati che disperde il lettore”.


Due poesie estratte dal libro:

Chenobyl

Non ho pianto quando Chernobyl

sotto forma di nube al cancro

rubò i miei giochi esposti

in terrazzo.

Né quando mia madre

la serenità perse e non fece finta di nulla.

Né quando mio padre si è sigillato,

chiuso per sempre nel suo dolore

e nel trafitto silenzio: “Addio fratelli dispersi”.

Né quando,

per giorni,

mia sorella si è sentita

completamente sola

sotto un sole ripieno di sorrisi.

Né soprattutto

sopr’ogni cosa,

quando nell’87 gli infermieri mi hanno chiesto

di “gonfiare un palloncino”

in una sala operatoria.

Anestesia totale.

Mi svegliai burattino nei legni dolente.

Ho pianto ogni volta che qualcuno è morto

ed una parte di me ha camminato

per sempre nei cortei funebri.

Troppo preziose e troppo rare

le lacrime di un uomo.


Postcard notturna

Da tempo non vedevo falci di Luna

appoggiarsi sui paesi, quasi a

ricordarmi che di tutto questo

vagabondare assorto due cose

trattengo:

l’iniezione di alcool leggero

nel corpo e l’alone atmosferico

che dalla tua pelle chiara deriva.

Sabato 19 novembre poesie, racconti e musica con l’autrice jesina Marinella Cimarelli

Si terrà sabato 19 novembre a partire dalle ore 17:00 presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni (Corso Matteotti) a Jesi (AN) l’atteso evento interamente dedicato all’autrice locale Marinella Cimarelli, nota poetessa in lingua e dialetto e non solo. L’iniziativa – a firma di Euterpe APS – si tiene con il Patrocinio morale del Comune di Jesi, della Provincia di Ancona e la collaborazione della Scuola Musicale “G.B. Pergolesi”.

Sarà l’occasione per conoscere da vicino l’attività poetica di Marinella Cimarelli, collaboratrice del quotidiano locale “Vivere Jesi” con poesie scanzonate e versi ritmati in dialetto jesino che, sulle tracce dei grandi padri del vernacolo locale, negli ultimi anni mai ha fatto venire meno il suo autentico amore per la sua città natale.

A intervenire durante l’evento ci sarà il dott. Franco Burattini (psicologo, psicoterapeuta e artista) che parlerà di Marinella Cimarelli nel suo impegno professionale di assistente sociale, permettendo di avere una visuale completa sui vari aspetti preponderanti di questa frizzante donna. La Cimarelli nel 2011 ha pubblicato un libro anche relativamente alla sua branca professionale, un manuale dal titolo

“Preparazione agli esami di stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di Assistente sociale. Casi complessi: percorsi e strategie”.

A seguire si aprirà la presentazione della pregevole e ampia produzione letteraria dell’autrice. Il critico letterario Lorenzo Spurio – dopo la presentazione della biografia dell’autrice a cura dello scrittore Stefano Vignaroli – interverrà parlando del percorso letterario della Cimarelli, che si snoda tra prosa (raccolte di racconti e romanzi brevi) e poesia (in lingua e in dialetto jesino, tra cui il corposo volume “Mi diletto in dialetto” pubblicato nel 2015).

Ad arricchire la serata saranno i divertenti sketch dialettali della Cimarelli (estratti dalla sua opera “Botte e risposte” del 2021) nei quali frequentemente presenta con grande capacità e uno spirito di forte immedesimazione apprezzate scene domestiche della vita di ieri in comici siparietti tra coppie di personaggi ciarlieri e lamentosi.

Il poeta e artista Cristiano Dellabella proporrà alla poetessa alcune domande che consentiranno di conoscere più approfonditamente l’eccentrica e simpatica autrice jesina.

Gli interventi musicali saranno a cura di due ragazzi della Scuola Musicale “G.B. Pergolesi” di Jesi: Valentina Rossini e Riccardo Lunardi.

INFO:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com