N.E. 02/2024 – “(esercizi di minduflness)”, poesia di Alessandra Carnovale


fermare il pensiero
l’assillo del tempo, il confronto
che rende perdente

due respiri profondi
poi segui il tuo ritmo

un nuovo ciclo

e ancora        inspira                espira

             radicarsi nel presente

diventare albero
imparare dal gatto
guardarsi intorno
concentrarsi sul paesaggio 

sollievo, per un attimo 

ultimo espediente
prima del farmaco


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.




N.E. 02/2024 – “Attesa”, poesia di Maddalena Corigliano

Trovato ha il dilucolo l’errabondo mio andare.

La pena del giorno morta è con l’onda debole…

Passata pare la tempesta.

Un soliloquio quieto strappato ha l’anima al pensiero corto

e si è inondata d’ampi respiri.

Un chiarore di luna, tra le frondose chiome,

radiare ha voluto la luce?

E tu anima mia, perduta nel silenzio, non temi più perigli?

Grande è la mano del Signore che accompagna l’attesa.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Algamemoria” e “Il mosaico del nulla”, due poesie di Marco Colletti

Algamemoria

E se le anime invece che in cielo

volassero in mare? E se fosse

questo il vocio delle onde,

un sommesso richiamo e disperato

di chi ci vuole parlare, di quelle

luci spente negli abissi e di quei

morti che ancora ci bagnano i piedi

al fulgore della gibigiana. Tra

le bolle della spuma, i gusci spezzati

e taglienti, quel tutto affannarsi

di minuscoli granelli che fasciano

le dita, nel fruscio di un mantello

che corre oltre ogni orizzonte.

Che siano le gocce e non le nubi

a tremare di vite millenarie, di chi

abbiamo amato e di chi si è odiato,

ora forzati, in un liquido compatto,

a scivolare dal tepore dei raggi

nel buio inconoscibile. Oceano

mi spacca la mente e a brandelli

scende tra le alghememorie, lenta

come il peso dei relitti, lo strappo

delle vele ancora al sole e il forziere

della vita che già muore.


*

Il mosaico del nulla

Che cos’è Dio se non questo zampillio

della vita nonostante la morte?

Ostinati al respiro e fantasmi del tempo,
attraversiamo le onde dell’assetata quiete,

mentre la vita scorre verso mete

che non vogliamo, come un papavero

rosso che, colto, muore lo stesso giorno.
Li incrociamo davvero gli altri destini

o quella strada sterrata è una sola

e solitaria? Di ciottoli dolorosi e bianca

polvere sotto i passi feriti, sferzo l’inganno

che il vento mi impone, di sentire il mio
corpo e il brivido dell’anima carne,
che brucia senza meta come incenso

svanito. A un passo dal nulla, ma ancora

immagine incerta, mi ancoro figura

vibrante di un altrove, che può essere

ovunque e chiunque di qualcosa.

La accolgo tra le mani questa apparenza

di vita, che scivola come sabbia dell’ultima

clessidra. Allora mi vedo e dentro me

tutto il mondo mi assale, verso un mosaico

alato che adagio prende il volo.


Questi testi vengono pubblicati nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionati dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Dall’oblio dell’essere al naufragio nell’essere”, articolo di Guglielmo Peralta

Secondo Heidegger, il pensiero metafisico da Platone in poi avrebbe determinato l’oblio dell’essere.  Ritengo, tuttavia, che Nietzsche con la dottrina del nichilismo lo abbia ancora di più condannato alla sparizione. Dopo Nietzsche, è venuto meno quell’aspetto positivo del «nichilismo attivo»: la pars costruens della sua concezione filosofica, secondo la quale al senso del vuoto, generato dal crollo delle illusioni, e alla disperazione «passiva», sarebbe subentrata la presa di coscienza del nulla come perdita di tutte le certezze, la quale avrebbe dovuto condurre a riscoprire le potenzialità della natura umana e a migliorare l’uomo elevandolo all’essere superiore annunciato, all’Übermensch, creatore di valori “al di là del bene e del male”, dotato di «volontà di potenza», capace di  pronunciare il suo ‘diktat’, di dire  «sì» alla vita.

In questo nostro tempo di profonda crisi spirituale, morale, sociale, in cui il mondo sembra avviarsi alla deriva, con la sua umanità al tramonto, minacciata dalla fantatecnologia con la creazione dell’umanoide, del ‘superuomo’ tecnologico, urge la domanda sull’essere, su come salvarlo dall’oblio. Come fare ce lo ha suggerito Leopardi negli ultimi due versi dell’Infinito, dove l’essere è il mare dell’immensità in cui “naufragare” dolcemente. Questo ‘naufragio’ è l’approdo all’essere ed è la sua rivelazione mediante la poesia, quella vera autentica, la quale ha questo potere epifanico, illuminante. Per questo Ungaretti poté dire: “M’illumino d’immenso” condensando, riassumendo in quest’unico verso i due versi del Recanatese sintetizzandone il senso. Illuminarsi d’immenso, infatti, significa immergersi nella luce dell’essere, approdarvi, rivelarlo. Questo ‘svelamento’ ad opera della Poesia è possibile perché la Poesia, come asserisce ancora Heidegger, è la dimora dell’essere e, in quanto tale, la sua natura è ontologica. La poesia ontologica, o l’ontologia poetica, allora, deve prendere il posto della metafisica. Perché essa è la sola in grado di “manifestare” l’essere, di salvarlo dal naufragio nell’oblio. Ed è l’utopia necessaria per contrastare la realtà distopica e l’intelligenza artificiale con la quale la natura umana è ‘trasvalutata’ e sostituita dalla ‘natura’ artificiale, annunciante la morte dell’uomo, il quale può ‘risorgere’ se si lascia illuminare dall’immenso, se intraprende il cammino verso l’illuminazione.  La scrittura, il processo creativo è questo cammino, è obbedire (obaudire), dare ascolto alla voce interiore, al carpe lucem: l’imperativo, l’invito a cogliere l’essere, ad approdare nella sua luce salvifica. 


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Alba struggente”, poesia di Annella Prisco

Dimensione sospesa nell’attesa,

bagliori di stelle cadenti,

metafora di sogni per sempre infranti.

Un addio senza se e senza ma,

l’ineluttabile cavalca il palcoscenico.

Dalla fessura di un uscio sulla vita

pochi, vaghi sprazzi di flebile luce,

e il silenzio dominante

di un rimpianto senza confini,

la mente tristemente s’annebbia,

tra effluvi lontani e schegge di rabbia,

in una sinfonia di ricordi

riporta la mente ai primordi.

Il flusso inarrestabile della Vita

prosegue il suo andamento sordo,

ignaro, indifferente, beffardo,

in un alternarsi ritmico di ore e momenti,

estranei al dramma e agli eventi.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “La religiosità spirituale nelle opere delle poete lucane: da Isabella Morra ad Anna Santoliquido”, saggio di Francesca Amendola

L’opera di un poeta è fusione totale tra parole e immagine, che origina quello che Bachelard chiama retentissement, ossia  la capacità della poesia di creare una sorta di “vicinanza”  tra poeta e lettore, che mette in moto l’attività di comprensione e interpretazione. Petrarca scriveva che «la poesia, in quanto vera poesia, è sempre sacra scrittura» poiché nasce da una commistione tra ispirazione e sentimento del divino. Anche quando il poeta non tratta esplicitamente il tema religioso (qualsiasi sia la sua confessione) vi è sempre una fortissima tensione spirituale, non a caso «nel tempo della notte del mondo i poeti, cantando, insegnano il sacro» (Heidegger). Proprio Heidegger parlava della funzione della poesia come forma di conoscenza. Infatti nell’antica Grecia il poeta era l’hermeneutès, ossia l’intermediario tra gli uomini e l’Olimpo ed era l’interprete dei presagi degli Dei. La poesia perciò era parte integrante della religione e della vita spirituale.  Nasce dal “fondo profondo” (E. Montale) e nel silenzio interiore il poeta coglie il senso del mondo e lo porta in superficie attraverso la parola. Ma «i poeti non accendono che lampade essi poi spariscono» (Emily Dickinson) nel senso che il poeta non parla per sé ma per gli altri. Ne segue che l’attività poetica dà volto alle cose e rende libera la mente, aprendola alla conoscenza del mondo e alla verità dell’Essere Supremo, che è Dio, inizio e fine di ogni cosa creata.

La vita è amore e se «l’amore è movimento», secondo il pittore E. Tomiolo, verso gli altri, verso se stessi, verso la natura, verso Dio, è proprio l’amore negato che spinge la lucana Isabella Morra[1](vissuta nel Cinquecento) ad alzare un grido straziante contro l’universo per il padre lontano,[2] contro il «Torbido Siri»,[3] contro i «fieri assalti di crudel Fortuna».[4] Crollati tutti i miti: il desiderio di trovare un amore o una ragione per vivere nelle lande solitarie e ostili di Valsinni, trovò conforto in Cristo e nella Vergine. Non a caso Il Canzoniere di Isabella Morra, come quello di Petrarca, si conclude con la canzone alla Vergine. Isabella delusa e ormai libera dalla zavorra della vita, abbraccia il mistero di Cristo e in Lui proietta i suoi desideri identificandosi nella peccatrice Maddalena, redenta e pentita e con «la mente rivolta «a la Reina del Ciel, / con vera altissima umiltade»[5], l’anima si porge alla contemplazione di Dio. L’incontro con la dimensione religiosa, metafisica, le dà certezza che esiste un mondo alternativo a quello nel quale vive.  La sua poesia è parte integrante del suo breve percorso di vita, che la guida e la sostiene nella solitudine sia nel dialogo con la natura aspra e selvaggia, sia con l’unica amica: Antonia Caracciolo, moglie di Diego Sandoval De Castro, ritenuto a torto dai fratelli, suo amante.

Ben diversa è la poesia di Aurora Sanseverino[6] (vissuta nel Settecento), una delle poche donne, che fece parte dell’Arcadia con il nome di Lucinda Coritesia. Le sue poesie non vanno al di là di una pura esercitazione letteraria; in esse la spiritualità e la religiosità sono improntate dall’esteriorità. Non analizza l’angoscia e la ricerca della pace contro «gli aspri martiri»[7] non nasce dal senso vertiginoso di vuoto, che distende la sua poesia fino al grido, allo spasimo, al pianto. Non c’è vera sofferenza e il “male di vivere” è una finzione, espressa in moduli leggeri, musicali appena increspati di malinconia. Il sentimento è distaccato e astratto e si apre a un gioco di parole secondo i modelli dell’Arcadia. Le lande sconfinate dell’entroterra lucano, che fanno da sfondo ai suoi sonetti e canzoni, appaiono irreali e artificiosi; uno scenario perfetto per una narrazione idilliaca di un mondo fiabesco, e il concetto di solitudine è ben lontano da quello straziato di Isabella Morra.  Le poesie utilizzano un linguaggio semplice, musicale a tratti lezioso, in obbedienza al tòpos classico del «luogo ameno». Figlia del secolo e della cultura dei Lumi, Aurora non sente la tematica del trascendente e Dio è inteso semplicemente come un Essere Supremo, secondo il dettame del sensismo. Gran parte della sua produzione di liriche, ballate, melodrammi è andata perduta e i pochi sonetti conosciuti hanno portato la critica letteraria a dire che il suo lavoro è «non godibile e sostanzialmente artefatto».

L’isolamento e l’essere “figlia di una regione derelitta” qual era la Basilicata, dominio per secoli di “ignominioso servaggio”, porta la potentina Laura Battista[8] (Ottocento) a una consapevolezza dei problemi politici, sociali e storici della sua regione. Colta e raffinata al pari del Leopardi, del quale fu seguace, ebbe per opera del padre uno studio «matto e disperatissimo», che la portarono giovanissima a scrivere di greco, di latino, di tedesco e di francese. I Canti[9], ottanta componimenti in tutto, si muovono dalla sfera pubblica a quella privata. La passione politica spingeva la Battista a partecipare agli avvenimenti della nazione, dall’altro premeva il suo disagio esistenziale, soprattutto per la sua relegatio a Tricarico. La sua è una poesia d’occasione, legata agli avvenimenti, espressi spesso con un linguaggio religioso e enfatico, infatti usa per Garibaldi i termini «Redentore dei popoli», «Divino». I sonetti, ben costruiti tra retorica celebrativa e patriottica nell’esaltazione del momento, si spiegano come un brindisi e perciò risentono di una certa monotonia. Diventa la sua spiritualità autentica nelle liriche soggettive e private, che toccano i sentimenti di donna e di madre, che vive una condizione di solitudine in una casa senza amore e in un paese senza prospettive.

Poche son le donne che assurgono agli onori della gloria letteraria, come scrive in una lettera Laura Battista, ma «la donna o villipesa o trascurata presso le nazioni rozze di qualsivoglia età […]  non poteva[…] rimanere addietro, quasi non fosse anch’essa creatura di Dio».[10]

Poete e scrittrici da ogni parte del mondo e, dalla Basilicata, terra negletta e isolata, faranno sentire nel Novecento, la loro voce a cominciare dalla compianta Giuliana Brescia[11] definita la “Saffo lucana”. La sua poesia altalenante tra male di vivere, angoscia e senso ineluttabile della morte, abbraccia temi che la collocano molto vicina a Isabella Morra per il senso profondo d’inquietudine. In una poesia pubblicata postuma vi è tutta il dolore del male di vivere, che nasce da una sorta di prigionia psicologica, manifestatasi fin dall’adolescenza. Scriveva: «Passata la vita per me / finito il domani / le porte son chiuse / serrate / mi resta soltanto nel fianco / lo spasimo acuto di un male che è ancora / la vita». Una religiosità laica e mai confessionale contraddistingue le sue poesie, che nascono dai sogni che si scontrano con una realtà dura e problematica. Il linguaggio è semplice ma musicale e armonico fin dalle poesie giovanili. Si chiude nella sua “tela di vagheggiamenti” nei silenzi assordanti, nelle illusioni del vivere quotidiano, dove i «sogni si son persi / nel deserto desolato della realtà». Le liriche (Poesie del dubbio e della fede, Versi affiorati dai cassetti) delicate e ricche di forza interiore, diventano a tratti tenere proprio quando si chiude nell’intimismo, che riverbera su una natura umanizzata alla Pavese, al quale è accomunata dalla scelta del tragico destino. Nell’angoscia esistenziale àncora è la parola poetica, adulata, blandita, ricercata, che accende la speranza; ma essa è illusoria e non riempie quel vuoto straziante, che la porterà a porre fine alla sua breve vita.

Per  la poesia di Lorenza Colicigno[12]sono appropriate le parole di Montale «ogni volta che trovo in questo mio silenzio una parola, scavata è dentro di me come un abisso», perché le sue  liriche nascono da un profondo silenzio interiore, dove trova il senso religioso del mondo. La poesia si dispiega come preghiera perché indaga nel fondo delle cose e porta a galla l’inesprimibile.  Ma il poeta è colui che più degli altri porta nell’anima la propria terra. Si parla di poeta come del cantore di una geografia umana. Egli erige modelli, mappature, carte del proprio luogo per affermarne l’appartenenza, creando una sorta di «paesologia» (Franco Arminio) che è una forma di etnologia del paesaggio, di cui il poeta ne dà espressione. Il bello è che la paesologia non studia un paese, l’annusa, l’ascolta proprio come fa Lorenza con la sua città, Potenza: ne rende l’energia della case arroccate sulle montagne; s’immerge nella vita della città, nelle scale mobili, che salgono quasi fino al cielo; canta la «debolezza / dei vecchi e la baldanza degli adolescenti» (in Ritorno); si chiude, solitaria spettatrice, dietro una finestra o un terrazzo a scrutare l’orizzonte, che si allarga sulla valle dove il «Basento insegue albe e tramonti / e ascolta il brusio della città che lo stringe / nell’abbraccio schiumoso della sua / modernità di ciottoli e lattine»[13] e scorre sonnolento e acquitrinoso. Contempla la città da un cantuccio solitario, dove l’«aria natia», per dirla con Saba, o la «matria»[14] è pregna di gioia e dolore insieme.

Anche per Amalia Marmo[15] il compito della poesia è scavare nel profondo dell’anima ed enunciare attraverso la parola la verità. «Vedere il mondo in un granello di sabbia» per dirla con William Blake, è questo il senso dell’estro creativo. La ricerca del ‘meraviglioso’, tanto caro a Novalis»[16] che porta a Dio, così presente nell’universo, è la missione del poeta. Le sue liriche nascono dal «sapore della terra» e dal «la salsedine del mare»[17]. La parola poetica c’immette nel ‘mistero’, che è simile all’”Inconoscibile” di Spencer: una realtà assoluta che la ratio umana non può raggiungere. Il genio creativo ci fa immergere nelle acque del subconscio e riemergere “illuminati” di una verità da divulgare. La poesia per la Marmo «altro non è / che ignara ispirazione. / Un eterno aiutante / un profeta o un indovino / senza mete o ragione».[18]  La poeta sarà sempre «sentinella costante» della «memoria lirica»[19]. Filtra la ragione con il cuore, intessendo una poesia che è «distillato di vita, quasi peccato / d’intelletto tolto al tempo / per stupire se stesso e l’universo /e chiuderlo in un pugno di mistero»[20]. Il mistero non è quello religioso ma qualcosa che supera l’umano intendimento. Crede in Dio e nell’immortalità dell’anima. Ha certezza in una vita futura. Il mondo, la natura, gli accadimenti sono aspetti diversi dell’universale mistero.

L’acuta sensibilità e lo scavo interiore di Rosalba Griesi[21] danno origine a quell’inquietudine esistenziale, ordita su interrogativi ontologici, che si mescolano ai sogni quasi invisibili, alle luci lievi della speranza. L’atmosfera spirituale si riverbera sullo spettacolo della natura, sui suoi colori cangianti: dagli «spruzzi di giallo»[22] delle mimose al «bianco immacolato» delle zagare; dall’arancione delle margherite al verde dei campi, simili al mare. Il dettato lirico fluisce a volte delicato e sinuoso, altre prorompente e impetuoso nello scandagliare gli oscuri anfratti o gli abissi o i campi brulli per comprendere la sofferenza e riemergere rinnovato e dispiegare «parole taciuta / parole serrate / parole nel cuore posate / […] parole donate»[23]. Rosalba si eleva dal paesaggio naturale della terra a una riflessione escatologica, che richiama il senso della vita e la tensione dell’uomo verso l’Assoluto, che è Dio-Provvidenza di manzoniana memoria. La sua religiosità è priva di fronzoli e si distende in note scarne, quasi epigrammatiche.

Le liriche di Rosa Pugliese[24] s’inseriscono nella poesia civile, poiché sono denunzia, accusa contro l’umanità “liquida” e l’io lirico sembra arrestarsi fiaccato dagli avvenimenti della storia, dal tempo, che vorrebbe fermare nelle scatole di latta, dove trovare «una carezza materna»[25]. Le poesie nascono dall’incanto e il superamento e il dominio del dolore lo trova nella contemplazione di armonie cosmiche e naturali. La letizia travalica il vortice dell’angoscia nella magia dell’infanzia o dei luoghi amicali; nel gioco della vita; nello scorrere del tempo in stagioni e in ore, e nella Bellezza, che ancora una volta salverà il mondo. Scriveva Pablo Neruda «La poesia è un atto di pace / Di pace è fatto il poeta come di farina il pane» e la poesia per Rosa Pugliese è un atto di pace, poiché prende tutto il dolore del mondo e lo placa proprio come il fiume che s’infratta tra dirupi e forre per sfociare lento e placido nel mare. La Nostra trae dalla sofferenza l’energia creativa e la elabora superando lo stretto orizzonte provinciale per cantare il dolore della gente costretta a emigrare nei barconi. La poesia è voce dell’anima e noi diventiamo «tratturi di campagna / solcati dalla terra che li ha generati», o fiori di malva, germinati nella terra, crepata dal gelo.

Il testamento letterario e umano di Anna Santoliquido[26] è tutto racchiuso nelle sue numerose raccolte: da I figli della terra del 1981, nella quale la poesia nasce dalle vallate di ginestre e malvarose, dai campi biondi di grano e rossi di papaveri della sua Forenza, fino a Profetesha / La Profetessa, pubblicata in Albania nel 2017, dove sperimenta la dolcezza e la generosità della gente, che le riportano alla memoria i luoghi e le donne della sua infanzia. I versi limpidissimi e rigorosi aprono al lettore una nuova percezione dell’uomo, che sente l’altro non più nemico ma fratello. È questo il grande dono della poesia. «Che cosa può dare / agli altri un poeta?» si chiede la Santoliquido. Egli dona il cuore per amare, gli occhi per vedere, gli sguardi sereni, un pugno di pace.  Ed è la speranza che non l’abbandona, impegnata in una continua analisi e ricerca interiore. Sa che oltre le esperienze e le prove della vita, in fondo c’è sempre un raggio di luce, che illumina e dà forza.  Ricompone il conflitto che è alla base dello smarrimento spirituale della nostra società, alla quale manca quel “sapere dell’anima”, che oltrepassa e fonde umano e soprannaturale, sapere scientifico e visione poetica. È sorretta nel cammino elegiaco dalla fede, è questo il varco (Montale), che cancella la distanza dalla trascendenza e immanentizza l’ebbrezza ontologica e, come Sant’Agostino, supera la lacerazione tra materia e spirito. Il poeta attinge all’Assoluto e «offre parole / parole incarnate». È simile al Demiurgo platonico, creatore della realtà, che ci porta fuori dal “caos primordiale”. Diventa divulgatore di pace nel mondo e nell’anima, ma è anche colui che «muore da solo». È la forza eternatrice della poesia, di foscoliana memoria, che lo ferma «al limitar di Dite», ad afferrare la luce e liberare il canto. Il suo lavoro è simile a quello della Sibilla, il mito di cui ci parla Virgilio nell’Eneide. La profeta ispirata da Apollo, trascrive le profezie del Dio sulle foglie, che il vento disperde. Il rito rivela la missione di intermediario del vates, spesso inascoltato, tra il mondo della verità e quello degli uomini. Egli è il porto sepolto, come diceva Ungaretti, e nel profondo scopre l’inesauribile segreto, i misteri inenarrabili che il soffio del vento disperde anche se le parole sono portate dall’angelo. Anna è poeta sempre, sotto il cielo di Puglia e della Lucania, ma anche «a Belgrado e a Zagabria». I versi scaturiscono dalla sua capacità di andare dal vicino al lontano, dal microcosmo al macrocosmo. L’ispirazione nasce perché, «è l’angelo a portarmi le parole / le lascia nei vasi rotti / il vento le disperde […]»[27] e lei come una sacerdotessa vaticinante le raccoglie in «una forma di preghiera» (Kafka). Ci introduce in un mondo d’incanti quando scrive «Com’erano / piene / le mani / nodose / di mio nonno / quando / con voce roca / ma gentile / mi donava /un pugno / di noci / o di castagne»[28] o quando tratteggia in un distico toccante il ritratto della madre «Se solo potessi catturare / il sorriso delle sue rughe!»[29]. La poesia della Nostra colpisce per la forte empatia con il lettore, poiché è sempre aperta alla speranza, all’adesione con il mondo in cui vive, a nutrire attese per il futuro sulla rievocazione delle bellezze di un passato vissuto e assaporato. Il ruolo del poeta nella società è di pace perché come lei stessa scrive «è colui che porta in tasca l’universo». Egli parla una lingua nuova, toccante, rivelatrice: quella dell’anima. Per la Santoliquido valgono le parole del poeta dell’invisibile, Rilke, «Noi siamo le api dell’invisibile. Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’invisibile»[30].


[1] Isabella di Morra, conosciuta come Isabella Morra, nata a Favale nel 1520. Visse in solitudine sotto la prepotenza dei fratelli e segregata nel proprio castello, dove scrisse l’opera letteraria, Il Canzoniere, formato da dieci sonetti e tre canzoni. La sua breve vita si concluse con il suo assassinio, nell’inverno del 1545 o 1546, da parte dei suoi fratelli a causa di una presunta relazione clandestina con il barone Diego Sandoval de Castro, poeta di origine spagnola e barone della vicina Nova Siri, anch’egli qualche mese dopo subì la stessa fine. Quasi sconosciuta in vita, Isabella di Morra acquistò una certa fama dopo la morte, grazie agli studi di Benedetto Croce, e divenne nota sia per la sua tragica biografia sia per la sua poetica, tanto da essere considerata una delle voci più autentiche della poesia italiana del XVI secolo, nonché una pioniera del Romanticismo. Non si conoscono notizie inerenti alla sua vita precedente e alla biografia della famiglia Morra, dal titolo Familiae nobilissimae de Morra historia, pubblicata nel 1629 da Marcantonio, figlio del fratello minore Camillo.

[2] Giovan Michele di Morra riparò a Parigi, accusato di una congiura contro la corona, affidando la moglie, Luisa Brancaccio, e i cinque figli, Decio, Cesare, Fabio, Porzia e Isabella, a Marcantonio il fratello maggiore, uomo violento e rissoso.

[3]  I. Morra, Torbido Siri, in Isabella di Adele Cambria, edizione Osanna, Venosa 1996, pp. 65/64.

[4]  Ivi, I fieri assalti, pp. 45/46.

[5]  Ivi, XIII Quel che gli giorni a dietro, pp. 87/92.

[6] Aurora Sanseverino nacque a Saponaria nel principato di Citra (l’odierna Grumento Nuova, in Basilicata) nel 1669 e morì a Napoli nel 1726, da Carlo Maria principe di Bisignano e conte di Saponaria e Chiaromonte e Maria Fardella contessa di Paco.  All’età di 11 anni, sposò il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, ma il matrimonio durò solo pochi anni per la morte prematura del marito. Ritornò a Saponaria per un breve periodo e compì diversi viaggi con il padre, a Palermo e Napoli. Un secondo matrimonio avvenne il 28 aprile 1686 con Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona, conte di Alife, duca di Laurenzana e principe di Piedimonte. Dopo il matrimonio, si trasferì nella dimora del marito a Napoli, città all’epoca caratterizzata da un’intensa vita culturale. Nella sua casa napoletana ospitò vari poeti, musicisti e pittori, dando così vita a un noto salotto letterario. Oltre alla letteratura, fu un’abile cacciatrice, partecipando a battute di caccia al cinghiale sui monti del Matese. Fece parte dell’Arcadia con il nome di Lucinda Corinesia.

[7] Aurora Sanseverino, Ben son lungi da te, vago mio nume, in Scrittori lucani, Consiglio Regionale della Basilicata.

[8] Laura Battista nacque a Potenza nel 1845, figlia di Raffaele Battista di Agrigento e di Caterina Atella da Matera. Il padre fu un insegnante di lettere e segretario perpetuo della Società Economica di Basilicata e consigliere provinciale di Matera. Raffaele insegnò Latino e Greco presso il Real Collegio di Basilicata a Potenza, dal quale fu espulso a causa del suo orientamento Liberale, poiché l’istituto fu affidato alla direzione dei Gesuiti. Egli poté riprendere a insegnare solo dopo l’Unità d’Italia e, quindi, dopo la scomparsa del regime borbonico. Nel 1871, in seguito la famiglia si trasferisce a Matera, per le persecuzioni di cui fu oggetto il padre per le sue posizioni politiche, divenne consigliere provinciale della Basilicata. Autore di studi e inchieste sullo stato dell’economia agraria della provincia, era un fine latinista e autore di traduzioni e fu il primo e, per molto tempo, l’unico maestro di Laura. Ella insegnò per breve tempo nel convitto femminile di Potenza. Ben presto abbandonò l’insegnamento sia per la salute cagionevole sia per aver sposato il conte Luigi Lizzadri di Tricarico, dove si trasferì.

[9]  G. Caserta, Laura Battista, Canti, per i  tipi di Conti, Matera 1879.

[10]  G. Caserta, cit. L. Battista, Potenza 22 marzo 1875 Direzione Della Scuola Normale Femminile di Basilicata, p. 153.

[11]  Giuliana Brescia nacque a Rionero in Vulture nel 1945 e morì suicida a Bari dove viveva con il marito e la figlia, nel 1973. Nel 1962 le fu assegnato a Napoli il premio La maschera d’oro. Le sillogi sono state pubblicate postume: Poesie del dubbio e della fede, Versi affiorati dai cassetti.

[12]  Lorenza Colicigno nasce a Pesaro nel 1943 e vive a Potenza. Insegnante di Lingua e Letteratura Italiana, ha lavorato in radio e televisione a Roma e Potenza. Ha pubblicato: Questio de silentio (1992) Canzone lunga e difficile (2004), Matrie (2017), Cotidie (2021). I suoi scritti si trovano in antologie e pubblicazioni.

[13]  Lorenza Colicigno, Potenza e velo, in Cotidie, Manni Editore, Bari, 2021, p. 5.

[14]  Il termine è tratto dal latino mater matris, terra madre, termine utilizzato per la prima raccolta.

[15]  Amalia Marmo nata a Miglionico (MT) nel 1948, vive a Marconia di Pisticci (MT). Laureata a Napoli in Lettere classiche. Ha avuto molti riconoscimenti letterari. Ha pubblicato raccolte di poesie e romanzi.

[16]  Novalis affermava «La nostra vita non è ancora un sogno, ma sempre più deve diventar tale».

[17]  Amalia Marmo, Indenne paradiso perduto,  in Il vento leggerà Gradita Sinfonia, Edizioni Setac, Pisticci, 2015, p. 30,

[18]  Ivi, Visione furtiva, p. 27.

[19]  Ivi, Sentinella, p. 25.

[20]  Ivi, un pugno di mistero, p. 34,

[21]  Rosalba Griesi nasce a Palazzo San Gervasio, dove vive e lavora, nel 1958. Ha pubblicato: Il viaggio (2004), Nel mare del tempo (2011), Natale e dintorni (2014), Nicol ali di farfalla (2015), I racconti di nonna Peppa (2017). Le sue liriche e racconti sono stati inseriti in diverse antologie.

[22]  Rosalba Griesi, Mimose, in Nicol ali di farfalla, LuogInteriori, Città di Castello (PG), 2015, p. 39.

[23]  Ivi, p. Le mie parole, p.79.

[24]  Rosa Pugliese nasce a Zurigo nel 1965 e vive a Venosa (PZ). Si laurea in Lingue Straniere. Ha pubblicato due raccolte di poesie: La strategia della formica (2019) e La tana del riccio (2022). I suoi lavori sono pubblicati in varie antologie.

[25] Rosa Pugliese, Colleziono scatole di latta, in La strategia della formica, scatole parlanti edizioni, Reggio Calabria, 2019, p. 21.

[26]  Anna Santoliquido, nata nel 1948 a Forenza (Potenza), vive a Bari. Ha pubblicato le raccolte di poesia: I figli della terra (1981 – Premio Città di Napoli), Decodificazione (1986), Ofiura (1987), Trasfigurazione (1992), Nei veli di settembre (1996), Rea confessa (1996), Il feudo (1998), Confessioni di fine Millennio (2000), Bucarest (2001), Ed è per questo che erro (2007), Città fucilata (2010), Med vrsticami/Tra le righe (2011), Quattro passi per l’Europa (2011), Casa de piatrǎ/La casa di pietra (2014), Nei cristalli del tempo – poesie per Genzano (2015), Versi a Teocrito (2015), I have gone too far (2016). Ha pubblicato anche un volume di racconti e ha curato diverse antologie, tra le quali Zgodbe z juga – Antologija južnoitalijanske kratke proze (2005). È autrice dell’opera teatrale “Il Battista”, rappresentata nel 1999. Ha fondato e presiede il Movimento Internazionale “Donne e Poesia

[27] Anna Santoliquido, Incontri, in  Ed è per questo che erro, Smederevo, 2007, p. 9.

[28]  Anna Santoliquido, Mani nodose, in Figli della terra, Fratelli Laterza editore, Bari, 1981, p. 27.

[29]  Ivi, Mia madre,p.38.

[30] R. M. Rilke, dalla lettera al suo traduttore polacco Vitold von Hulevicz del 13 novembre 1925


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Io resto in ascolto di te”, poesia di Tina Ferreri Tiberio

Mi perdo nell’incanto del ruscello,

nel frinire baldanzoso delle cicale,

nel ronzio sordo e vibrante delle vespe.


Sei stato fronda di quercia

traboccante amore e desiderio.

Sei stato linfa turbinosa e balenante.


Ti ho amato nel bagliore dell’aurora

nel brivido serpeggiante dell’istante,

ti ho amato nel bisbiglio

peregrino e disarticolato.


Io resto in ascolto di te,

 dei complici abbracci inebrianti,

   e dei sogni

 nelle notti sfrontate e solitarie.


Infine mi perdo nell’amenità

del mattino, nell’umbratile mistero

del mondo e nella luce sbiadita

 del tramonto.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Adagio BWV 974”, poesia di Alessandro Monticelli

Esisto quando fatico a trovarti

Esisto quando tocchi il mio viso.

Nelle dita un adagio picchiettato

Sul bancone di marmo consumato.


Negli occhi l’icona di un cristo deriso

Sommessamente, un presagio

Un santo pennuto

In un triangolo di luce improvviso.


Io che coltivo rimpianti

Per l’illusione di aver vissuto

Mi chiudo di sera

In un tabernacolo privato

Pregando di non essere trovato.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autore ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Io sono essenza”, poesia di Maria Benedetta Cerro

Voglio provare le mie sacre origini

e la scelta giustificare

                         della cieca moltitudine umana.

So l’essenza e il divino

la sua contraddizione / d’essere fermezza

                 e transizione

di abitare l’eterno e l’effimero

                                 con indecifrato amore.

So l’involucro dei corpi 

che si lasciano incarnare

                        lo slancio della vita che serpeggia

la bellezza selvaggia

dell’istinto di conservazione.

                                            Io sono essenza 

fedele a questo guscio che mi prese.

Attraverso l’attesa / che mi lasci tornare

                                 al sacro immobile e lontano.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

N.E. 02/2024 – “Il lungo viaggio”, poesia di Eleonora Bellini

Il lungo viaggio, le notti

orfane di voci e di fuochi,

la stella maliarda

che gioca e che ammicca,

i giorni e le dune, la sabbia e la sete

ora

non sono più nulla al cospetto

del bimbo di carne, di latte, di fasce.

I tre re si mutano in padri e l’oro,

l’incenso e la mirra sembrano

futili, sono riposti in un angolo.

Ora

è la carezza che conta, il braccio

che regge, la voce che scalda.

L’inerme fiducioso bambino, il figlio,

ha distrutto gli orpelli. Il suo fragile

minuscolo corpo avvolge

di tenerezza quei duri

corpi maturi, scioglie i pesanti mantelli,

nasconde gli scettri, infonde

respiro all’affanno. I padri

giocano, fanno un inchino e il bambino

dona smorfie, vagiti e sgambetti. I cuori

volano e la madre sorride. Epifania.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.



N.E. 02/2024 – Due aforismi di Maria Pellino

La pace è nella contezza del tempo, quando l’animo raccoglie la virtù della pienezza e ne assapora l’autenticità.

La frenesia dilegua la ragione, ne aggroviglia l’esultanza. Sentire tutta quella tensione avvolgere corpo e cuore risveglia lo sguardo sull’eternità.


Questo testo viene pubblicato nella sezione “Rivista Nuova Euterpe” del sito “Blog Letteratura e Cultura” perché selezionato dalla Redazione della Rivista “Nuova Euterpe”, n°02/2024. L’autrice ha autorizzato alla pubblicazione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

“Poscienza” di Roberto Maggiani. Recensione di Lorenzo Spurio

Roberto Maggiani ha dedicato la sua intera produzione letteraria all’investigazione dei rapporti tra scienza e poesia. Lo testimonia il suo portfolio di pubblicazioni dove spiccano le sillogi poetiche Scienza aleatoria (2010), La bellezza non si somma (2014), Angoli interni (2018) e il saggio Poesia e scienza: una relazione necessaria?[1] (2019).

Si tratta di un argomento importante che ha affascinato studiosi e scienziati dalla notte dei tempi e che ha una sua letteratura, cresciuta cospicuamente nel corso dell’ultimo secolo. Laureatosi in Fisica a Pisa, Maggiani è apprezzato poeta e promotore culturale, dal momento che, in qualità di editore, la poesia è il suo pane quotidiano.

La poetessa e critico letterario Rosa Elisa Giangoia in “La poesia della matematica”, recensendo il volume Duet of Formula (2016) di Laura Garavaglia e Mariko Sumikura, ha sostenuto: «Tanto la matematica quanto la poesia indagano gli aspetti problematici della realtà come l’inizio, la fine, la vita, la morte, avendo come obiettivo un oltre indefinito, anche perché entrambe investigano il dilemma dell’infinito, dell’incommensurabile, dentro e fuori l’uomo e la realtà»[2].

Interessante risulta anche il saggio del fermano Marco Rotunno dal titolo Temistocle Calzecchi. Tra scienza e poesia (2014) dedicato allo scienziato marchigiano Temistocle Calzecchi Onesti (1853-1922), grande studioso delle onde elettromagnetiche e creatore del coesore. Esempi di menti illuminate, contraddistinte da un dato scientifico e uno artistico-letterario, come Calzecchi Onesti, sono abbondanti nella nostra storia e contemporaneità. Leonardo Sinisgalli (1908-1981) con il suo sapienziale Furor mathematicus (1944) ne è testimonianza viva. Per un ampliamento sul tema rimando a un intero capitolo (il nr. XIII) del mio saggio Inchiesta sulla poesia (2021)[3] anticipato da due citazioni che mi sembrano illuminanti e che riporto: il romanziere francese Gustave Flaubert (1821-1880) scrisse «La poesia è una scienza esatta come la geometria»; dall’altra parte il matematico “dell’infinito” John Barrow (1952-2020) ebbe a dire «Nessuna descrizione non poetica della realtà potrà essere mai completa».

Poscienza – come recita il titolo – è la curiosa commistione dei due mondi: quello tecnico-scientifico della sperimentazione e della ricerca (la desinenza “scienza” appunto) e quello della creazione poetica, da cui il suffisso del neologismo proposto dall’autore.

Maggiani è della schiera di coloro che sostengono che i due ambiti non sono distanti e chiusi ma, al contrario, contaminanti e interagenti. Nella poesia c’è una dimensione matematica così come nell’osservazione del reale vi è immancabilmente una suggestione empatica ed emozionale che riconduce al dominio del poetico.

Maggiani mostra come i codici delle due “discipline” siano dotati di elementi di comunanza al punto tale che vi sono implicazioni che possono pervenire a soluzioni interpretabili come sinonimiche. Dall’analogia del linguaggio poetico si passa alla formula algebrica; la metafora – fiamma ardente della poesia – è una sorta di legge – frutto di sperimentazione e accorgimenti tecnici – della scienza. La poesia, che si nutre della natura e ne è forma, si rispecchia nella scienza quale macchina che, invece, legge, interpreta, studia, decodifica e razionalizza le manifestazioni del creato. Il dato di mistero che la poesia connaturatamente custodisce, non cozza neppure con l’esigenza di realtà che la tecnica e ogni elaborazione cerebrale ricerca.

Le poscienzìe sono testi che, pur presentando motivi ispirativi diversi, nascono da questo ambito liminare tra i macro-universi (gli insiemi, per ricorrere al linguaggio impiegato in termini grafici in copertina) della scienza e della poesia. Sono circostanze – spesso molto curiose, altre volta addirittura enigmatiche – di colloquio interdisciplinare, tentavi di raffronto che si realizzano con riscontri pratici, quasi automatici e assai diretti, non privi di implicazioni autocritiche.

Abbondano sulle pagine di questo libro i simboli caratteristici di un dire matematico, algebrico e geometrico, relativi a una semplificazione codicistica che ha nella cifratura e nella convenzione i principi primi. Non mancano apici ed espressioni elevate alla data potenza, insiemi, funzioni e moduli, equazioni stringhe e matrici di vario tipo. L’algoritmo diviene una sorta di sillogismo o perifrasi che, in ambito poetico, ha una sua valenza distintiva eppure anche altra, al di là dell’evidenza concreta e dell’istintività del ragionamento. I pensieri del Nostro si strutturano sull’onda di frazioni algebriche, di quantità o distanze, all’interno di determinati (dati o lasciati inespressi) campi d’esistenza.

Tipograficamente assistiamo anche a delle vere e proprie poesie visive, ben caratterizzate per i segni grafici e la loro disposizione, la direzionalità di frecce e il rimando a una simbologia standardizzata. Teoremi, corollari, radici quadrate e logaritmi fanno il resto nel costruire un linguaggio iconico e crittografato, eppure codificabile mediante i mezzi dell’esperienza e lo studio. L’io lirico sembra in alcune circostanze assuefatto dal sistema volto all’automazione, il linguaggio matematico porta anche a un processo di completa oggettivazione del reale in chiave ultramoderna e digitale dove il monitor è inteso come santuario di una religione che non è più dell’uomo in quanto tale ma dell’umanoide nella società meccanizzata dell’informatica avanzata e della definita intelligenza artificiale. Curioso, a tal riguardo, è il componimento titolato “Propongo di fare del mio monitor un santuario” dove leggiamo[4]: «La madonna è apparsa_ / _nel monitor del[mio]computer / :ha scritto molti post / {ma nessuno ci crede ↓ // […] // {ebbè[dico-io]: la madonna / non potrebb(e_e) essere una hacker(?)» (pag. 39).

Ad argomentare la convinzione di Maggiani, in merito alla concordanza e sinergia di poesia e scienza («Sono due sguardi diversi sul reale e sul possibile e non esiste una divisione preliminare o invalicabile di temi», pag. 7), sono alcune citazioni scelte che, nel corso del volume, vengono proposte al lettore, tratte sia da letterati sia da scienziati. Tra loro figurano chiose di Galileo Galilei e Giacomo Leopardi e, in chiusura, un’avvincente frase di Benjamín Labatut[5] tratta dal volume Quando abbiamo smesso di capire il mondo (2021) che riconduce, in chiave sinottica, il discorso alla tesi di Maggiani: «Il fisico – come il poeta – non deve descrivere i fatti del mondo, ma creare metafore e connessioni mentali» (pag. 119).


Bibliografia

“Temistocle Calzecchi Onesti”, «Echos», Notiziario della Società Italiana degli Storici della Fisica e dell’Astronomia (SISIFA), n°9, Equinozio d’autunno, 23 settembre 2022.

Giangoia Rosa Elisa, “La poesia e la matematica”, «Xenia», AGF Edizioni, Genova, n°3, 2009.

Maggiani Roberto, Poscienza, Il ramo e la foglia, Firenze, 2024.

Maggiani Roberto, Poesia e scienza: una relazione necessaria?, e-book, La Recherche, 2019.

Rotunno Marco, Temistocle Calzecchi. Tra scienza e poesia, Andrea Livi, Fermo, 2014.

Spurio Lorenzo, “Inchiesta sulla poesia. Forme, contaminazioni e codici linguistici, tra atrofia della critica e pressappochismo versificatorio”, «Blog Letteratura e Cultura», 24/12/2019.

Spurio Lorenzo, Inchiesta sulla poesia, Placebook Publishing, Rieti, 2021.


[1] Questo agevole libello di Roberto Maggiani si chiude con una breve riflessione di Eugenio Nastasi sul saggio stesso, il tema nevralgico è quello delle intersezioni tra i due campi oggetto di studio: poesia e scienza. Nastasi afferma: «Se è vero che la fisica quantistica “cerca di spiegare quello che accade a una particella prima che entri in gioco l’osservatore”, lo stesso procedimento può essere esteso all’ologramma poetico prima di concretizzarsi, nella mente del poeta, in sintagma del poiein».

[2] Rosa Giangoia Elisa, “La poesia e la matematica”, «Xenia», AGF Edizioni, Genova, n°3, 2009.

[3] Lorenzo Spurio, Inchiesta sulla Poesia, Placebook Publishing, Rieti, 2021.

[4] Osservare l’eterogeneità dei simboli matematici e non impiegati. In tutto il libro vi è una grande ricchezza di tali scelte a rappresentare una campionatura vasta che fa riferimento a varie branche delle discipline tecnico-scientifiche.

[5] Benjamín Labatut (Rotterdam, 1980) è uno scrittore cileno considerato come autore “visionario” che ha esplorato i confini delle conoscenze scientifiche mediante i suoi libri-esperimenti. Tra le sue opere: La Antártica empieza aquí (2009), Después de la luz (2016) e Un verdor terrible (2020) tradotto in italiano con Quando abbiamo smesso di capire il mondo (2021), dal quale Maggiani ha tratto la citazione.


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