La particolareggiata nota critica di lettura di Valentina Meloni al mio libro di racconti “L’opossum nell’armadio” edito da PoetiKanten Edizioni nel 2015.
Grazie Vale!
“Nelle situazioni di pericolo, l’opossum adotta come mezzo di difesa la tanatosi, ossia finge di essere morto”[i]
L’opossum nell’armadio è l’ultimissima raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita per Poetikanten Edizioni: ventuno racconti brevi che hanno come denominatore comune l’opossum. L’opossum è un animale che patisce la luce[ii]: questa è una delle primissime citazioni scientifiche che aprono ogni racconto della raccolta. L’opossum è un alter-ego e quindi non il vero personaggio narrativo dei racconti anche se presenzia alla scrittura e alla lettura degli stessi. In realtà l’opossum è un espediente letterario che vorrebbe mimare il comportamento della nostra psiche mettendola in relazione attraverso l’armadio-Io con la coscienza morale che si trova all’esterno e che freudianamente possiamo considerare il Super-Io. Almeno… io l’ho inteso così.
fotografia di Gregory Colbert (opossum)
Viene spontaneo il paragone con il famoso scheletro nell’armadio, che ci fa immaginare la psiche come qualcosa…
«Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini dagli occhi azzurri. (Come io non sono) un settentrionale. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia- Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva ereditato da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo” e per indicare un’amicizia strettissima si parla di “due teste in una stessa sciascia”. Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale. Imparò a leggere e scrivere e fino a qualche anno fa molti lo ricordavano per le sue collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. “Tu sei Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta».
(in Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora).
La copertina dell’antologia “Stile Euterpe vol. 1 – Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” curata da Martino Ciano e pubblicata da PoetiKanten Edizioni (2015)
La figura del nonno, quell’onestà, “gran virtù soffocata di molti siciliani”, il rifiuto a scendere a patti con la criminalità organizzata sono punti fermi nel racconto “Nient’altro” in cui “eroe d’altri tempi” per gli uomini onesti è un uomo stanco e solo, un anziano con “radi capelli canuti, lisci” che si considera “un niente mischiato con nessuno”, ma che in realtà è un personaggio di spicco nella trama del racconto e persona degna di gran rispetto nella realtà vissuta.
“Mio nonno dice che a vossia dovrebbero fare il monumento; io lo metterei al centro di questa piazza… ma perché mio nonno dice che vossia è stato un eroe di altri tempi?”. Una moltitudine di ricordi agitò la mente di zi Ni mentre un’immagine si mescolava ad altre immagini in un crescendo di pathos emozionale. La promessa fatta al ragazzo s fece idea avvolgente dei suoi pensieri. “Cosa gli racconto?”, pensò l’anziano, “a me sembra di essere nato ieri o di non essere nato affatto” E forse era vero! La sue vicissitudini di uomo e di libero cittadino potevano essere raccontata con poche parole. Quello della sua vita era un racconto breve. Una narrazione con pochi personaggi e fatti scarnificati come parole messe ad essiccare nelle saline dei pensieri nel “paese del sale/che frana/dall’altipiano a una valle di crete”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese) Alla luce degli accadimenti non c’era “Nient’altro” da raccontare, se non che dopo mezzo secolo di detenzione era tornato in libertà , una libertà duramente conquistata e che onorava suo nonno, ucciso per non aver voluto cedere a nessun tipo di ricatto. “Nell’inventar storie vere” è qualità innata di Sciascia ed egli ricerca, insegna, investiga, partecipa attivamente alla vita culturale e sociale italiana e soprattutto scrive libri di denuncia, mostrando il “baratro della storia”. “A ciascuno il suo”, titolo in cui è palese quella figura retorica, detta ellissi, nell’avere di ciascuno “traspare un dolore sommerso”.
“I bambini poveri si raccolgono silenziosi/sui gradini della scuola/addentano il pane nero/gli altri se ne stanno chiusi/ nel bozzolo caldo delle sciarpe” (L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). E se il sale “diventa morte,/ pianto di donne nere nelle strade,/fame negli occhi dei bambini?”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). Povertà, disuguaglianze di classe, abusi di potere, corruzione, marginalità, omicidi, rapine, attività lecite e illecite si consumano e si reiterano, come scriverà il giudice Giovanni Falcone come “Non frutto abnorme del solo sotto- sviluppo, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo”. E nel corso del tempo e nel ripetersi degli eventi “quella piovra/dal giorno della civetta/alla scomparsa di Majorana” continua, come scrive Bufalino, nella logica della “liturgia scenica (e) fra le sue mille maschere, possiede anche l’alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra” e “uocchiu d’e gghenti”, l’occhio della gente, è anche l’occhio della civetta, animale dallo “sguardo scintillante”, dal grido acuto e stridulo ed anche simbolo di denaro. I glauks erano le monete ateniesi e la civetta di Minerva, dea della sapienza, è simbolo della conoscenza e della saggezza; gli occhi e il becco ricordano la lettera dell’alfabeto greco “fi”, ma è anche immagine controversa e contraddittoria perché, essendo un uccello notturno, richiama l’idea di morte, isolamento, solitudine, oscurità, come di miseria, di malefici, disgrazie e cattivi presagi.
Leonardo Sciascia
“Ridono gli altri uccelli tra le fronde/per la strana presenza del rapace/notturno in pieno giorno”, ossimorica presenza, antitesi tra buio e luce, contrasto tra suono e silenzio in una perifrasi narrativa che rimanda all’omicidio del sindacalista ad opera della mafia. Ma nel “giorno che irrompe ciarliero” gli uomini vanno verso i campi, obliando tutte le facoltà dei sensi e “con scarse propensioni di dignità” si chiudono nel più aspro silenzio. Intanto “i morti vanno, dentro il nero carro/incrostato di funebre oro, col passo lento dei cavalli” (L. Sciasci, I morti) mentre le donne al loro passaggio chiudono le imposte e i negozianti lasciano appena aperto uno spiraglio per poter spiare il dolore dei parenti. “Le cose dei morti, i pupi, la frutta di pasta di mandorle che i bambini la mattina del due novembre cercano e trovano in qualche angolo della casa . I morti che portavano i doni; i vivi che tra loro, a catena si ammazzavano” (L. Sciascia, Novembre a Palermo).Qua e là nei versi degli autori presenti in antologia, echeggiano i versi di Quasimodo “ride la gazza, nera sugli aranci”, “tra muschi grami, a supplizio/splende la pietra livida”, “dove mi hai posto/amaro pane a rompere”, come echeggiano quelli di Sciascia, “il silenzio è vorace sulle cose./S’incrina, se flauto di canna/ tenta vena di suono, e una fonda paura dirama” ma echeggiano anche quelli di Pavese “sei la terra e la morte./La tua stagione è il buio/ e il silenzio”. Il silenzio… parlare a cenni è arte che i siciliani inventarono a seguito della proibizione fatta da Jerone che, temendo qualche congiura, vietò ai siracusani di parlare fra loro. “Il parlar co’ cenni, con un moto del capo, della bocca, delle spalle, e soprattutto delle mani, è arte propria dei Siciliani che senza profferir parole, anche a notabil distanza, con un sol cenno spiegano i concetti della mente” scrive A. Mongitore in “Parlare a cenni”, “Il signor padre tutto fici per farti parlari portandoti cu iddu perfino alla Vicaria che ti giovava lo scantu ma non parlasti perché sei una testa di balata, non hai volontà…” dice D. Maraini in “Il silenzio di Marianna”. E di queste cose io stessa mi meravigliai, quando ancor bimbetta per volere del destino, passai dalle mie montagne innevate all’isola “arsa dal sol fecondo”. Fu allora che iniziai a respirare aria siciliana, che nacque la mia predilezione per le piante grasse, che imparai a sbucciare i frutti dei fichi d’India, che volli gustare ‘a manciata ‘i ricotta, la colazione di ricotta, che ascoltai quei “suoni greci arabi latini”e ancora adesso mi piace acquistare gli agrumi con le foglie e tenerli nel paniere di castagno come usano intrecciare in terra di Mugello.” Ci vuol coraggio a sbucciarli (i fichi d’India), rischiando di ferirsi con le spine”. Ricordo che gli uomini passavano intabarrati nei loro mantelli neri, con la coppola tirata sugli occhi, salutavano con un cenno del capo e i loro cavalli lasciavano impronte sulle trazzere assetate e nei vigneti . Spesso sentivo raccontare di brigantaggio e morti ammazzati e soltanto negli anni della mia autoformazione imparai il significato del termine “separatismo” e seppi della “rivolta del pane”, della tragedia dei carusi, “giovani fiori gialli tra pietre vendute ai padroni”, e dei fatti di Portella della Ginestra. Anni dopo i media mi mostrarono immagini crude e mi sentii derubata dall’usura del tempo lineare e dallo scempio del tempo ciclico. Sentivo la libertà quale elemento fondante di ciascun uomo; per questo anch’io volli contare i miei 100 passi e scrivere versi di pace mentre in via Notarbartolo lasciai un biglietto insieme ad altri biglietti su quell’albero, emblema di legalità e voglia di cambiamento. Ma di cosa è fatta quella “sicilitudine” di cui parla Sciascia in una realtà storica dove popoli diversi, non dissimili dai rapaci che volano “Sotto le rocce di Tindari”, si spartirono le bellezze dell’isola e la paura “storica” divenne paura “esistenziale”. Certo la posizione geografica dell’isola al centro del Mediterraneo è un punto strategico che la rende aperta ad ogni azione di conquista e come scrive ancora Sciascia “lo sbarco degli eserciti anglo-americani nell’isola, il 10 luglio del 1943, avveniva in condizioni quasi identiche a quelle dello sbarco degli arabi il 6 giugno dell’827 con l’isola come sempre sguarnita di difese, lo spirito pubblico prostrato da un’amministrazione rapace e corrotta”. E, se è vero che “a furca è fatta p’o poviru”, la forca è fatta per il povero, è anche vero che l’isola è chiusa nel guscio di se stessa e si lascia travolgere da idee che non affermano nessuna verità ed è sempre più assetata di certezze, sempre più affascinata dalle contraddizioni e dalla sofferenza come dalla simulazione e dalla maschera. Le fonti della sua passione intellettuale sono da ricercarsi in Demetra, Core e Aretusa, in Ciullo d’Alcamo e Giacomo da Lentini, nella pietra lavica del maestoso Etna, nei mosaici di Monreale e nel mito della roba come nelle “grotte aride (dove a volte) vengono rinvenuti corpi privi di anima”.
Bandiera e stemma della Trinacria (Sicilia)
“Già. Le due donne hanno reagito. Non sanno che da queste parti non si scherza…” perché in questa terra “più si fa finta di non sapere e meno si rischia la pelle” come è successo al notaio Manni, alla maestra Livato e a Michele che è tornato a casa , interrato in un vaso di fiori. “ma lo sguardo di Sciascia andava oltre” così tanto oltre da scrivere che “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma”. In quelle “Isole nell’isola” esiste una radice di tristezza e quel senso tragico della vita che talvolta sfocia nel sentimento di solitudine che fa sentire stranieri in patria. “Diciam dunque che l’isola di Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezze… e vengono da tutte le parti i viaggiatori e ad una voce la esaltano” (Edrisi, Della Sicilia) e en esaltano ance la fiera bellezza delle donne, ne lodano il ruolo in seno alla famiglia, ne ammirano la posizione centrale nelle responsabilità sociali, donne che osano parlare con voce rude e misurarsi con gli uomini nel dramma popolare delle faide tra famiglie, del delitto passionale e gli amori impossibili, amori incarnati nel verismo di Alfio e Mena, di Gesualdo e Diodata.
Tuttavia c’è anche da dire, come ebbe a scrivere Gramsci, che “la Sicilia conserva una sua indipendenza spirituale e questa si rivela più spontanea e forte nel suo teatro (che) è vita, è realtà, è linguaggio che coglie tutti gli aspetti dell’attività sociale, che mette in rilievo un carattere di vitalità.
Della “questione” meridionale si continua ad avere l’impressione di una carte-souvenir e a prenderne nota a margine della pagina della partecipazione sociale.
“Sto a far camorra sulle cose, seduto/ al sole d’aprile che in me torna/a un suo azzardo di sentimenti e di inganni/Il paese, non lontano, sembra affondare/ nel verde: di là di questo gioco/pieno di voci, è solo un paese di silenzio” (L. Sciascia, Aprile). Scrive Lorenzo Spurio a riguardo delle “Favole della dittatura”: “Simile attestazione alle “favole” sciasciane secondo me vale di più di ciascun saggio, libro, studio, o guida di lettura sul testo in questione in quanto Pasolini con strepitosa chiaroveggenza e una disarmante predisposizione ermeneutica ne affresca il contenuto con onestà, connotandone anche la forma… Pasolini gioca con le parole “favole” e “dittatura” chiamando il lettore alla riflessione”, “Ecco allora che la scrittura rafforza l’amore per la democrazia, se pur ammalata da sistemi corrotti e devianti e non di ordine piramidale bensì di natura reticolare (in) un carnevale di maschere che dividono quell’esserci ontologico tra il subire e il fare, tra protagonismo e antagonismo”, conclude Iuri Lombardi nel suo saggio antologico mentre per Martino Ciano, curatore del volume, “c’è chi costruisce progetti che magari non finiranno sui tavoli dei baroni ma che danno testimonianza ai posteri che c’è altro.”
“Leonardo Sciascia. Cronista di scomode realtà”, sono convinta che si è sempre cronisti di scomode realtà allorché si coltivano idee di libertà, giustizia e uguaglianza e il potere della scrittura si fa denuncia; quando si dà ampio respiro a idee di vera fraternità, non si seguono mode e si diventa voci fuori dal coro; quando si ha paura e non si cede a vessazioni e ricatti; quando si è in stretto contatto con la nostra solitudine di Uomini reclusi nel gorgo dell’indifferenza; quando i nostri ideali sono macigni sul cuore per chi cuore non ha e le speranze fino allora coltivate sembrano svanire; quando si è lasciati soli nel presente; quando si è ben consapevoli che per la fede di onestà anche altri prima di noi sono stati lasciati soli e altri dopo di noi lo saranno ancora perché “la verità è (sempre) ai margini dove pochi la cercano”.
Ammetto di non aver mai avuto un gran rapporto con la matematica….Tra amore e odio, la bilancia ha sempre virato, senza troppe incertezze, verso l’odio. I conti non mi sono mai tornati e i numeri, di per sé, mi sono sempre sembrati troppo rigidi: sbarre robuste dentro cui ingabbiare formule apparentemente semplici e concretamente complicate.
Tutto il contrario rispetto alle parole che, invece, ho sempre percepito come entità libere, fluide, mobili, fluttuanti corsi d’acqua percorribili in modi diversi e tutti creativi.
Le parole erano i continenti del mio mondo; i numeri forse solo alcune disparate isolette su cui approdare in caso di emergenza o per un atto di estremo coraggio. Su una di queste isole però, scoprii che abitavano i numeri primi.
I numeri primi, nella loro gamma di specificità e particolarità, non nascondo che mi fecero un certo effetto. Mi affascinava la loro esclusività, la loro intrinseca capacità di non essere divisibili altro che per sé stessi e per uno. Mentre gli altri numeri potevano trovare molti modi per essere frazionati, divisi, scomposti e poi ricompattati, loro no: se ne stavano lì, tronfi e sicuri di sé nella loro interezza. O tutto o niente insomma. In più, erano anche prevalentemente numeri dispari e, dovendo scegliere, questi erano senza dubbio la categoria con cui simpatizzavo di più.
I numeri primi mi sembrarono per la prima volta, assolutamente interessanti. Forse perché descrivevano un modo diverso di essere numero: una maniera particolare di distinguersi dal resto, pur condividendo le caratteristiche basilari. Erano un po’ come le parole palindrome: un’eccezione che interrompeva e rendeva interessante uno schema altrimenti troppo ripetitivo e perfetto.
I numeri primi mi piacevano, decisi.
Forse perché anch’io mi sentivo (e mi sento ancora) un po’ un numero primo. Qualcuno di poco compatibile con il resto, che sa bastare a sé stesso. Qualcuno poi, che è dispari per natura: senza alcuna possibilità di scelta né di scampo. I numeri primi, spesso, sono solitari e erranti come l’ebreo del quadro di Chagall. Compaiono così, un po’ a random nella serie di numeri che tende a più infinito, come lo special di una canzone. I numeri primi sono la variazione alla regola ed è per questo che sono solidale con loro.
Mi piacciono le variazioni, i cambiamenti, mi piacciono le mosche bianche e le pecore nere. Mi piace ciò che è atipico, distinto, differente, alternativo, strano, originale. Mi piace chi colora fuori dai bordi, per crearne di nuovi. Mi piace chi, con un dettaglio fuori posto, racconta sé stesso e il suo modo di essere.
Perché ci sono davvero infiniti modi di essere diversi e di essere, appunto, numeri primi. Essi restano individuali anche quando sono in gruppo: sé stessi, assoluzione e condanna al contempo.
Tra loro non si cercano quasi mai ma, se qualche volta per sbaglio si incontrano, allora tirano un gran sospiro di sollievo: capiscono di essere primi ma non unici. Non soli. Basta scorrere un po’ avanti nella serie per scovare, nascosto in mezzo a noiose e ripetitive cifre ben meno interessanti, un altro numero primo. D’altronde la sequenza dei numeri è infinita, come l’elenco di tutte le possibilità possibili anche se poco probabili. Ecco, perfino la matematica non è una scienza del tutto esatta: prevede sempre una variazione allo schema. Per fortuna.
Alla Biblioteca comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (AN) il 29 maggio scorso si è tenuta la presentazione della silloge poetica “Respiri di vita” di Elvio Angeletti.
Il libro, edito da Intermedia Edizioni, è il terzo libro di poesie dell’autore senigalliese; il volume è stato presentato da Lorenzo Spurio (Scrittore e critico letterario) che ha svolto una disanima delle principali tematiche del testo e ha intervistato l’autore su una serie di questioni legate al mondo della poesia e l’atto creativo.
Hanno allietato, inoltre, la serata gli intervalli musicali alla pianola del maestro Carlo Palestro mentre le letture sono state affidate a Francesco Capricci.
A coronare la serata sono state le opere intimiste e profonde dell’artista siciliano Angelo Monterrosso che per l’occasione ha esposto numerose sue creazioni caratterizzate da una tecnica pittorica basata sul contrasto di nero-bianco.
Ampio il pubblico in sala tra cui vari amanti della poesia: i poeti locali Marinella Cimarelli, Augusta Tomassini, Fiorina Piergigli, Matilde Avenali, Maria Pia Silvestrini, Franco Patonico, la professoressa Francesca Bianchini l’attore Mauro Pierfederici.
Si è svolta, come da programma, nel pomeriggio di domenica 31 maggio 2015 la cerimonia di Premiazione del I Premio Letterario “Città di Fermo”. Il luogo della Premiazione è stato la sontuosa Sala dei Ritratti presso il Palazzo dei Priori, nella centralissima Piazza del Popolo.
Il concorso, bandito dalla Libera Associazione Armonica-Mente di Fermo presieduta da Nunzia Luciani e con il Patrocinio Morale della Regione Marche, della Provincia di Fermo e della Città di Fermo ha visto una partecipazione di circa 500 elaborati per le due sezioni a concorso: poesia e narrativa breve.
Ad aprire la Premiazione è stato l’intervento musicale di Eleonora De Angelis che, al pianoforte, ha stemperato la tensione emotiva di premiati e segnalati giunti da varie parti d’Italia per la consegna dei premi. A seguire si sono avuti i saluti e i ringraziamenti di Susanna Polimanti (Presidente del Premio) e i saluti di Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) che brevemente ha presentato la Commissione di Giuria.
Tra i Giurati presenti: Marco Rotunno (per la sez. narrativa), Fabiano Del Papa (per la sez. narrativa) e Cinzia Franceschelli (per la sez. poesia).
Assenti i Giurati Renata Morresi (sez. poesia), Lella De Marchi (sez. poesia) e Luca Rachetta (sez. narrativa), impossibilitati per ragioni proprie ad intervenire.
Partendo dalle segnalazioni, si è passati poi a consegnare le menzioni d’onore che, oltre al diploma, hanno ricevuto una coppa e poi i premi da podio per entrambe le sezioni. I presidenti del premio hanno dato di volta in volta lettura alle motivazioni della Giuria per il conferimento del Premio. Consegnati anche dei Premi speciali del Presidente di Giuria.
A chiusura dell’evento le dita di Eleonora De Angelis al pianoforte hanno suggellato la chiusura di questo entusiasmante, emotivo e partecipato premio letterario il quale si spera potrà ricevere altrettanta considerazione e stima nelle future edizioni.
La commissione di Giuria
La commissione di Giuria: da sinistra Marco Rotunno, Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria), Susanna Polimanti (Presidente del Premio), Cinzia Franceschelli e Fabiano De Papa
Vincitori da podio – sezione Poesia
1° Premio Sezione Poesia – NUCCIA MARTIRE Riceve il Premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio)2° Premio Sezione Poesia – ENZO BACCA Riceve il Premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio)3° Premio Sezione Poesia – ROBERTO BORGHETTI Riceve il Premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio)
Vincitori da podio – sezione Racconto
1° Premio Sezione Racconto – ANTONIO GIORDANO Riceve il Premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio)2° Premio Sezione Poesia – GLORIA VENTURINI3° Premio Ex-Aequo Sezione Racconto – ELISA MARCHINETTI Riceve il Premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio)3° Premio Ex-Aequo Sezione Racconto – ARMIDO MALVOLTI Riceve il premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Marco RotunnoPremio del Presidente di Giuria Sezione Racconto – DANIELE DONATI Ritira il premio da Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio) la madre del premiato
Menzioni d’Onore – sezione Poesia
Chiara Cappuccini riceve il premio dal giurato Marco RotunnoGiorgia Spurio riceve il Premio dal Presidente di Giuria Lorenzo SpurioMaria Grazia Tomassini mentre legge la sua poesia premiata con menzione d’onoreElisabetta Ghiselli legge la sua poesia premiata con la menzione d’onoreManuela Giacchetta legge la sua poesia premiata con la Menzione d’onore
Segnalazioni – sezione Poesia
Lorenzo Carmine Curti riceve il premio da Susanna PolimantiLa segnalazione per la poesia di Renato Pigliacampo. Ritira il premio l’amica Rosanna Giovanditto, consegnato da Lorenzo Spurio e Susanna Polimanti
Segnalazioni – sezione Racconto
Andrea Mauri riceve il premio dal Presidente del Premio Susanna PolimantiFrancesca Costantini riceve il premio dal Presidente del Premio Susanna Polimanti
Si terrà oggi domenica 31 maggio nella città di Fermo la premiazione del I Premio Letterario “Città di Fermo” indetto dalla Libera Associazione Armonica-Mente guidata da Nunzia Luciani con i Patrocini della Regione Marche, della Provincia di Fermo e del Comune di Fermo.
L’evento si terrà presso la Sala dei Ritratti del Palazzo dei Priori nella centralissima Piazza del Popolo ed inizierà alle ore 17:00.
Lorenzo Spurio (Presidente di Giuria) e Susanna Polimanti (Presidente del Premio) presenteranno la serata e premieranno i vincitori, i menzionati e i segnalati a vario titolo che si sono distinti nelle due sezioni di partecipazione: la poesia e il racconto in lingua italiana.
La serata sarà allietata da Eleonora De Angelis al pianoforte e durante l’evento verrà presentata e diffusa l’antologia del Premio che raccoglie le opere di vincitori e segnalati.
“La luna e il faro” di Teoclaziano Degli Ugonotti e “Lʼonda e lo scoglio” di Giusy Tolomeo (dittico poetico)
“Creiamo dittici poetici a due voci, qualora individuassimo corrispondenze sonore, emozionali, di significanti in un’altra poesia dal tema simile, affinità elettive, oltre le distanze e il tempo, e così proporlo all’amico/a poeta o poetessa. Sì, infrangiamo questo cliché letterario sulla solitudine del poeta, come ho già fatto tante volte io creandone più di quaranta e due Antologie.”
Emanuele Marcuccio
LA LUNA E IL FARO
DI TEOCLAZIANO DEGLI UGONOTTI
Cosa racconterà
la luna al faro se non il canto delle sirene, la profondità degli oceani, gli orizzonti sconfinati e la lucentezza degli astri, i viaggi delle comete, l’immensità dell’universo; ogni sera, per ogni istante, nel transito notturno, sussurrando l’eternità del loro amore ai piedi dello stesso scoglio.
E s’abbatte l’onda sullo scoglio… Cos’altro potrebbe fare? Lo scoglio aspetta da millenni l’onda lo segue da più secoli. Lo scoglio aspetta che il mare si agiti l’onda vuole infrangersi senza catene… Vede la roccia vi s’appoggia la sente forte e coraggiosa pensa: “Saprà custodire la mia schiuma”… nel suo cuore, sotto il sasso. Lo scoglio l’attende giorno e notte, si lascia piano piano corrodere un pochino. Diventa meno scoglio, meno sasso… quell’onda cosa mai potrà cambiare? L’onda arriva, s’infrange, non chiede che lambire il suo scoglio e, intanto… passano i secoli in un continuo andare e ritornare in un abbraccio senza fine. Lo scoglio è forte, l’onda leggera…
25 luglio 2011
«Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico a due voci?
Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.»
(Emanuele Marcuccio, dall’esergo a Dipthycha 2)
[1] Il dittico poetico a due voci viene definito da Emanuele Marcuccio, come una composizione di due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.
[2] Giusy Tolomeo, Davide e Betsabea, Albatros il Filo, 2012.
Il volume fotografico “Ahi” (2011) di Rita Vitali Rosati
Un corposo catalogo fotografico del quale si apprezza l’eterogeneità delle tematiche, la forza espressiva delle immagini nonché le “pose” e dunque le inclinazioni della macchina da presa.
Rita Vitali Rosati nel volume Ahi propone un percorso inconsueto e attrattivo all’interno del mondo della rappresentazione, non tanto artistica e dunque meramente intessuta su di un impeto ispirativo, ma quella della vita contemporanea dell’uomo improntata alla riproduzione seriale, all’accumulo e all’utilizzo di beni che hanno un uso e consumo limitato nel tempo. L’artista in questo excursus nel mondo dell’immagine, stampa diapositive continue di scene, figure e presenze che si stagliano per lo più nel piccolo schermo, siano esse di fatti di cronaca, di politica, di intrattenimento generale. L’istantaneità del momento è colto dalla Vitali Rosati in maniera spontanea e al contempo precisa e trasposto accuratamente dal supporto video a quello cartaceo, acconsentendo quindi a una fruibilità maggiore e più pratica.
La copertina del volume predispone l’interessato al lavoro della Nostra a un mondo fatto di tinte chiaroscurali, di bianco-nero, e lo introduce in una dimensione di difficile resa dal punto di vista critico che assomma, però, una dimensione chiaramente scenico-agnitiva (rappresentata dalla maschera che cela l’identità vera e al contempo produce la mistificazione del soggetto) e una dimensione che si erge sul fascino dell’ignoto e che si nutre di una spietata incomprensione del soggetto da happening chiamando in causa anche il dubbio, il gusto noir e rammentando alla nostra mente qualche immagine di un film horror. Nel complesso l’immagine trasmette inquietudine sebbene produca uno spavento moderatamente attenuato dal fatto che il tema della maschera chiama non solo in causa il tema del travisamento dell’identità, ma anche quello del conscio sdoppiamento ed estraniamento adoperato in ambito teatrale. Dunque l’immagine chiama sicuramente il lettore a domandarsi non solo che cosa rappresenti, ma perché la Nostra l’abbia scelta quale biglietto da visita del presente volume. A ciò è da aggiungere che la quarta di copertina riporta la stessa immagine della cover iniziale sebbene sia rappresentata a specchio tanto che, se dispiegassimo liberamente la sovraccoperta del libro, ci troveremmo dinanzi a due maschere che, pur dallo sguardo attonito o sbigottito, sembrano interagire tra loro.
A completamento, anzi ad intervalli ben congegnati dalla Nostra, troviamo scatti che immortalano pose o dettagli in cui è la stessa fotografa l’oggetto privilegiato delle foto. Si intenda, non ci si riferisce con ciò a foto archetipiche ossia che conservano in sé una classicità nell’organizzazione, quelle che potremmo definire “paesaggistiche” o “da cartolina”, piuttosto Rita Vitali Rosati preferisce l’elemento inatteso, il dettaglio indistinto, la particolarità smussata, l’angolo recondito della stanza e con esso tutti i relativi elementi che ne contraddistinguono l’esperienza del vissuto. La stessa Rita è presente in numerose immagini piuttosto che con primi piani, foto tessere o comunque scatti organici che delineino la sua figura, con degli elementi marginali, siano essi i capelli leggermente arruffati e mai, comunque, appositamente pettinati con rigore (si veda a riguardo anche l’immagine di copertina) oppure parti del corpo che trasmettono aggressività e indignazione (i denti digrignati) o espressioni apparentemente deliranti (bocca spalancata che urla) o catatoniche (viso assopito in pose altroché convenzionali). Le mani, quando sono ritratte, assumono un ruolo importante tanto da venir a rappresentare gli elementi raffigurati in primissimo piano che non di rado divengono indistinti filtri protettivi per gli occhi ed il viso tutto.
Dal mondo personale di Rita Vitali Rosati, del suo corpo, della sua casa, prende poi il posto la vera indagine del libro che credo di non sbagliare nel dire che è mossa da un intento chiaramente di denuncia sociale. Le immagini della televisione (le riconosciamo perché sono chiaramente rigate come quando si fotografa un’immagine video e per la presenza dei relativi marchi dei canali o delle trasmissioni) salgono sul teatro dell’esistenza ed acquistano forza propria. Sono immagini di morte e di dolore, di sacrifici umani che denigrano l’umanità nella sua interezza (la ragazza uccisa da colpi di armi da fuoco delle prime pagine, con la testa reclinata in maniera innaturale contro il muro alle sue spalle, il ragazzo pieno di escoriazioni al viso che non sappiamo se essere vivo o morto).
Nella maggior parte dei casi ci è possibile rintracciare tempo e luogo, ossia i riferimenti diretti di quelle immagini, in altri casi, invece, non ci è possibile, ma credo che l’importanza di questo lavoro fotografico di Rita non stia tanto nell’andare a recuperare con precisione i vari momenti immortalati (in questo caso avrebbe potuto benissimo inserire delle didascalie, ma in questo caso sarebbe diventato un reportage o addirittura un libro storico), piuttosto l’effetto –sia esso positivo o negativo, di indignazione o commiserazione- che l’uomo può maturare dinanzi a queste foto. Foto che, è bene ricordarlo, non sono mistificazioni della realtà o invenzioni ad hoc, ma sono direttamente rappresentazioni concrete di fatti, accadimenti, vissuti, episodi ed eventi più o meno felici da ricordare.
Alle rappresentazioni di dissacrante violenza fa eco l’urlo infinito di Rita ritratta in immagini volutamente sfocate dove la bocca, grande spazio nero, diviene il simbolo della lotta, il luogo d’espressione e di rivendicazione di diritti, libertà e giustizia dinanzi alle odiose atipicità e cinismi del genere umano. Bocche che urlano in maniera continua, che denunciano e le cui urla, come nel famoso quadro di Edvard Munch, sentiamo rimestarsi nella nostra mente, finendo per non darci più tregua.
Immagini di morti in casa, ospedale, per la strada, in spazi non meglio identificati a testimoniare che la vita è fragile ed estremamente corruttibile dinanzi a tutte le intransigenze del mondo. Esistenze che sembrano cessare nel momento in cui la Nostra le “eternizza” nello scatto fotografico prima e sulla carta poi. Un catalogo di stinti corridoi d’obitorio dove è la Morte, in tutte le sue beffarde manifestazioni, a strappare le espressioni rilassate e comuni dai visi di donne, uomini, di razze diverse tra loro. Ai morti si inframmezzano feriti, persone gessate agli arti ma dai visi contriti dal dolore forse per aver perso i propri cari in una qualche calamità naturale o piuttosto in una delle tante guerre all’ordine del giorno negli scenari geopolitici a noi più distanti e, dunque, meno vicini empaticamente.
Ragazzi di etnia africana visibilmente denutriti e dagli sguardi persi nel vuoto, immagini di realtà povere e in pericolo che vivono nell’impossibilità di raggiungere una pur labile calma apparente sfilano dinanzi ai nostri occhi per mezzo della televisione, quell’occhio sul mondo che ci consegna tutto: il bello e il brutto, il quiz con un goloso montepremi e l’insensata azione stragista di qualche eversivo in giro per il mondo. Noi occidentali siamo orami assuefatti da queste immagini, sia quelle di mero intrattenimento e di goliardico spasso, sia quelle di cronache vive e spietate che scuotono le esistenze di intere famiglie, città, popoli, regioni. Con altrettanta facilità facciamo zapping da un canale all’altro, da una tragedia all’altra, con una naturalezza talmente disarmante per il fatto che a noi tutto è servito quale prodotto televisivo, dunque quale rappresentazione di qualcosa che è da vedere e consumare. Finito il telegiornale, per noi la guerra in Siria è come se si fosse estinta, spenta la televisione è come se gli eserciti dei bambini soldato nel cuore dell’Africa non venissero più reclutati, così, come per un tocco di bacchetta magica.
L’artista e fotografa Rita Vitali Rosati
Occhi spalancati, espressioni di paura, mani ritratte nel loro veloce vorticare dinanzi al viso finendo per oscurarlo o maldestramente ricoperte di guanti in lattice, bocche urlanti all’infinito, bambini impauriti in campi profughi o in collocazioni di fortuna protetti da coperte di lana che intuiamo esser dono umanitario di qualche paese meno povero, militari con fucile imbracciato in qualche zona di guerra in uno scenario apocalittico e poi macerie e carri armati, auto distrutte e fatte saltare in aria, proiettili e marce per la difesa dell’ambiente, fedeli cattolici che pregano commossi e islamici piegati su se stessi in una moschea all’aria aperta in una via di qualche città europea.
Squarci di notizie sottolineate nei maggiori quotidiani nazionali in momenti di rassegna stampa dove campeggiano i nomi dei grandi del mondo tra cui Obama impegnato in un imprecisato tentativo di pacificazione che solo nell’occhiello si capisce riferirsi nei confronti di Guantanamo; manifestazioni e sit-in, lotte armate, feriti e dissanguati, corpi inermi che rimangono sul lastricato di strade non lontano da gruppi di forze dell’ordine trincerate dietro all’obbligo di non acconsentire alla tregua né all’utilizzo della violenza nei manifestanti.
Ci si sposta dall’Italia a Gaza, dall’America all’Africa, e si viaggia anche dal punto di vista temporale: foto di Hitler e Simon Wiesenthal[1] sino alla dolorosissima ecatombe che ha dilaniato il cuore dell’Occidente: l’11 settembre 2001 nel momento delle angosciose “breaking news” e poi ancora edifici che crollano, macerie di cemento e calcestruzzo che distruggono vetture e annientano la vita dell’uomo trasformando le città in cimiteri.
Sul viso predomina lo sbigottimento, il dolore e il pianto, la perdita di entusiasmo e di speranza e poi ancora i funerali blindatissimi alla presenza dei capi di stato (forse quello di Papa Giovanni Paolo II?) ed altri meno austeri in cui i congiunti si abbracciano straziati per darsi la forza, urlano e si disperano per quanto di doloroso accaduto: omicidi stradali, suicidi impensabili, violenze di genere, vendette trasversali mafiose e di altro tipo, morti bianche, malattie fulminanti e tanto altro. Le decine di bare allineate su una superficie vasta e qualche mazzo di fiore è ciò che resta dell’avventata traversata di disperati che a bordo di barconi fatiscenti hanno giocato la propria vita.
Foto tratte dal libro “Ahi” di Rita Vitali Rosati
Note che stonano o che da un altro punto di vista contribuiscono a testimoniare l’ampiezza della forbice tra povertà e benessere, tra guerra e concordia, tra disperazione e speranza sono gli scatti fatti su popolari programmi tv: Alda Merini e Cristiano Malgioglio, la monarca della poesia d’amore e del disagio esistenziale, e un qualunque vip nostrano immortalati al Chiambretti Night Show e poi ancora una carrellata di personaggi pulp della nostra televisione: Signorini, Giurato, Brooke, Ridge ed Erik della soap opera più amata (ormai non è più sufficiente lo spesso strato di trucco per renderli floridi trentenni!) e ancora, per scadere nel trash più assoluto, il marchio del Grande Fratello, l’ingombrante Gabibbo, gli “amici” della Filippi di qualche edizione passata, la Maionchi in una posa mussoliniana che, sorniona, sorride per poi (intuiamo) massacrare verbalmente qualcuno e una schiera abbastanza nutrita di politic(anti) del Belpaese: da Casini a Di Pietro, passando per Bossi e Bersani, chiaramente con rispetto della sacrosanta par condicio.
Foto tratte dal libro “Ahi” di Rita Vitali Rosati
Non manca neppure lo zio Michele in questa caleidoscopica e labirintica mostra fotografica, messo a conclusione dei fenomeni dei quali il popolo può sentirsi meno orgogliosamente italiano. La sua presenza è lì a ricordarci ciò che è accaduto e forse a rammentarci con una particolare efficacia che la violenza e la tragedia non sono ingredienti che appartengono a mondi a noi lontani, come alcuni di quelli fotografati in precedenza, ma che la follia, la desertificazione dei sentimenti e la mancanza di istruzione e di sistemi formativi, sono realtà talmente diffuse anche nel nostro Paese. Essere accolti allora a casa di Misseri (nello scatto che lo ritrae sta piangendo mentre è intervistato a casa sua ancor prima della confessione quale omicida) non è solo l’atto più conturbante e ossessivo che la Nostra abbia potuto realizzare dopo le foto di Beautiful, ma dà testimonianza, pure nel paradosso e nella sua veste più iperbolica, di quel controsenso stesso che è la vita nella quale, consapevoli o no, siamo continuamente sottoposti alla violenza e propensi a consumarne le relative notizie, da spettatori.
“Ahi”, come recita il titolo del volume, potremmo interpretarlo con il dizionario di spagnolo in mano (con la minima e sola differenza che la Nostra non accentua la vocale finale) con “lì” ossia “in quel luogo” che, diversamente da “aquí” (ossia “qui”) è un avverbio con il quale localizziamo un qualcosa che sta distante da noi o che percepiamo a noi lontano. Ed ecco allora che la spettacolarizzazione del mondo che i mezzi di comunicazione ci approvvigiona continuamente quasi da diventare maniacali voyeur diviene monito di riflessione e comprensione nell’opera fotografica della Nostra.
LS: Sensualità, poesie d’amore e d’amare, tua silloge poetica pubblicata nel 2011, affronta il tema dell’amore in maniera molto intima. Quanto di personale, di riferimenti autobiografico c’è?
MZ: Considero Sensualità una raccolta poetica molto intima e personale. Ho racchiuso in versi tutta la mia sensibilità femminile, mettendomi a nudo davanti al lettore, senza paure. Questo libro nasce come promessa d’amore al mio compagno. Ho voluto gridare al mondo tutta la purezza e l’autenticità di un sentimento forte e prorompente. Ogni poesia rappresenta un frammento di vissuto; ogni espressione appartiene ad emozioni profonde e reali.
LS: Nelle liriche c’è una presenza fissa che è quella del destino. Come dobbiamo intendere questo concetto, in maniera religiosa come “disegno provvidenziale” oppure come semplice casualità?
MZ: Secondo me ogni situazione avviene per un disegno già tracciato; gli stessi incontri che facciamo nel corso della nostra esistenza non sono e non possono essere casuali. Vedo la poesia come un dono che mi è stato affidato, una sorta di concessione divina. Ogni istante è un bene unico e prezioso che Dio mi offre per renderlo speciale. Scrivere è dunque salvezza e protezione per mente e spirito.
LS: Alcune scene che dipingi magistralmente nella tua poesia sono cariche di erotismo. Credi che a tutt’oggi nella cultura letteraria italiana o mondiale ci siano tabù nel trattare un certo tipo di scene e se si perché?
MZ: Trattare temi legati alla sessualità e all’amore fisico in letteratura non è semplice, infatti ancora oggi ci sono tabù e paure quando si affrontano certi argomenti. Non dobbiamo però dimenticare che negli scritti antichi ci sono chiari riferimenti all’amore sensuale, esempi concreti sono i miti greci con Saffo ed i racconti di Le mille e una notte. Lo stesso Cantico dei Cantici contenuto nella Bibbia viene considerato “poesia erotica”. Nel terzo millennio ancora si fa fatica ad accettare la letteratura erotica; uno scrittore cinese, Yan Lianke, ha visto mettere al bando la sua opera, Servire il Popolo, perché narrando il periodo della Rivoluzione Culturale del 1966-76 parla di sesso. La società odierna non è del tutto educata al sesso come concetto naturale e spontaneo dell’individuo. Ho scelto di scrivere d’amore e di sensualità, per liberarmi da pudore e timidezza. Spero di aver creato un libro dalla buona intensità emozionale.
LS: Ci sono autori in particolare ai quali ti sei rifatta nella stesura di questa silloge? Quanto pesano per te i classici della letteratura? Qual è il tuo poeta preferito?
MZ: Non mi sono rifatta ad altri autori per la stesura della silloge, ho cercato di mantenere un mio stile, fatto di immagini, suoni, colori ed odori. I classici della letteratura sono sicuramente una guida per la scrittura, anche se devo ammettere che provo ad essere indipendente dai grandi maestri. Tra i poeti che preferisco ci sono Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Alda Merini. Leggo anche poeti meno noti ed emergenti. Sono molto legata alla figura di Pasolini, ho fatto uno studio approfondito sulla sua scrittura e sulla sua vita. Non a caso è stato una figura intellettuale che ha anticipato i tempi. Pasolini ha condotto un’inchiesta dove per la prima volta si parlava di sessualità, alla telecamera furono intervistate persone comuni che esprimevano il loro pensiero su prostituzione, divorzio, rapporti sessuali.
LS: Uno degli elementi che ho notato ricorrere spesso nella silloge è il continuo riferimento a una materialità liquida, sia in relazione al paesaggio (ruscelli, mare) che ad esempio alle lacrime versate. Che senso dai a tutto questo?
MZ: L’acqua è l’elemento primordiale, dalla genesi dell’uomo alla natura che lo circonda. È come se mi sentissi legata in modo indissolubile a questo elemento, che ha dato vita a numerose tradizioni spirituali. Il mio segno zodiacale è un segno d’acqua, quindi credo che questa simbiosi non sia casuale. L’acqua è ciò da cui tutto nasce. Nella sua imprevedibilità possiede la calma, la gravità e la profondità, ha il potere di fecondare, è segno generatore nell’universo femminile, dal liquido amniotico alle lacrime.
“L’estetica dell’oltre” di Michela Zanarella
LS: Com’è maturata l’idea di scrivere questa raccolta di poesie? C’è stata una genesi particolare?
MZ: Questa raccolta è nata come dedica alla persona che amo, l’ho custodita per mesi, fino a quando ho trovato una casa editrice, la Sangel Edizioni, che mi ha accompagnato nella realizzazione di questo piccolo sogno. L’amore è diventato una sorgente a cui abbeverare la mente ed il cuore quotidianamente. Raccogliere in un libro tutte le poesie d’amore dedicate al mio compagno mi sembra la migliore promessa per l’eternità.
LS: Per i giovani autori è spesso importante l’originalità e non ripetere temi e formule che si sono già adoperate per evitare il rischio di incorrere in critiche poco positive. Credi che un autore debba continuamente rinnovarsi nel suo stile e nei suoi temi o che possa mantenere un suo personalissimo e comunque originale “marchio di fabbrica” che lo contraddistingua?
MZ: Penso che un autore debba seguire un suo stile, non tralasciando comunque la possibilità di tentare altre forme espressive. Uno scrittore può essere sempre originale, anche non abbandonando le caratteristiche di formazione. Per quanto mi riguarda, posso dire che sono sempre alla ricerca di nuove frontiere, ma tengo ben salde le particolarità stilistiche che mi identificano.
LS: Nella nostra contemporaneità sono tutti scrittori. È un dato di fatto che ci sono più scrittori che lettori. La silloge poetica sembra conoscere, come genere, una grande diffusione e, forse, una minore attenzione critica. Pensi sia difficile per un nuovo autore oggi imporsi sulla scena? Se si perché? Quali sono gli ostacoli maggiori?
MZ: È davvero difficile imporsi nel panorama letterario attuale, come tu stesso hai detto, ci sono più scrittori che lettori. L’importante penso sia scrivere perché si crede in se stessi e nel contenuto del libro che si propone, indipendentemente da un buon successo editoriale o meno. La poesia è un genere poco commerciale, è raro trovare un poeta emergente che riscuota consensi dalla critica e dal mercato librario.
LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?
MZ: Amo Alda Merini e Pier Paolo Pasolini, sono due figure che hanno segnato il mio percorso di scrittura. Vivo a Monteverde, il quartiere in cui Pier Paolo ha vissuto ed ha ambientato Ragazzi di vita. Ripercorrere quotidianamente le strade dove anche lui è stato, mi porta ad essere ancora più legata alla sua figura, lo considero l’ intellettuale del sociale. E’ comunque una mia ispirazione l’opera di Henry James, alla quale ancora tutti attingono per la letteratura e il cinema moderno. Logicamente Baudelaire, Rimbaud, Verlaine sono gli angeli custodi della mia penna.
LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
MZ: Il libro che più amo è Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, perchè la sua scrittura è visiva, riesce a coinvolgermi e mi fa vedere le situazioni descritte dall’autore. Ambisco ad una scrittura del genere.
Michela Zanarella e Lorenzo Spurio durante la Cerimonia di premiazione del 3° Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014
LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?
MZ: Ho pubblicato sette raccolte di poesia, una raccolta di racconti, un romanzo, sono presente in più di cento antologie. La prima silloge è Credo ed. MeEdusa nel 2006, sono seguiti Risvegli ed. Nuovi Poeti nel 2008, Vita, infinito, paradisi ed. Stravagario nel 2009, Convivendo con le nuvole ed. GDS nel 2009, Sensualità Sangel Edizioni nel 2011, Meditazioni al femminile Sangel Edizioni nel 2012, L’Estetica dell’oltre ArteMuse Editrice nel 2013, Le identità del cielo Lepisma Edizioni nel 2013 e Nuova identità. Il segreto. Twins Edizioni nel 2015. Ho pubblicato la silloge Una farfalla in volo nel libro Creare Mondi edito da Fara Editore nel 2011. Credo ha segnato il mio ingresso nel mondo della poesia, la scrittura in versi è molto semplice, dettata dall’istinto. Risvegli è una raccolta intrisa di ricordi, la considero molto descrittiva, meno acerba rispetto al primo volume. Vita, infinito, paradisi è un libro a cui tengo molto, le poesie sono quasi tutte vincitrici di premi letterari e lo considero un volume di qualità. Convivendo con le nuvole è una raccolta di brevi racconti, ha avuto una buona diffusione nel web e devo ammettere che mettermi alla prova in narrativa è stato stimolante. Sensualità è un libro di poesie d’amore, tutto rivolto ai sentimenti. Meditazioni al femminile è un volume di maturazione dello stile e di forte intensità per il contenuto. L’Estetica dell’oltre raccoglie cinquantatre poesie ed è la mia visione di ciò che va oltre la vita, è una silloge molto spirituale dove è forte la simbologia ed il riferimento alla religione. Le identità del cielo è un proseguimento del mio percorso di riflessione sull’esistenza, sempre con chiari rimandi alle mie origini, alla famiglia, a quei valori che considero indispensabili e di respiro universale. Nuova identità. Il segreto è la biografia della giovane cantautrice Linda d, racconto la sua storia, un percorso di vita non facile, dove ogni scelta diventa atto di coraggio per crescere.
LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?
MZ: Ho seguito dei corsi di scrittura creativa per affinare lo stile e per migliorare il linguaggio. Conoscere la lingua italiana è fondamentale e studiare non è mai abbastanza.
Ho scritto solo qualche poesia a quattro mani, può risultare stimolante per un confronto diretto, ma preferisco comunque gestire in modo autonomo la mia ispirazione. Sono una solitaria in scrittura.
LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
MZ: L’editoria italiana è molto vasta, ci sono tante possibilità, bisogna saper valutare bene a chi affidare la propria opera. Personalmente ho cambiato diversi editori, con tutti però ho mantenuto un rapporto di rispetto e di fiducia. Non è solo l’editore a determinare il “successo” di un libro, conta molto l’impegno dell’autore stesso. Sapersi promuovere nel mondo editoriale è sicuramente un vantaggio.
LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
MZ: I premi e i riconoscimenti sono importanti, ottenere dei buoni risultati nei concorsi letterari può sicuramente dare una diversa visibilità.
LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?
MZ: Il confronto con gli altri autori è un ottimo metodo per valutare e comprendere le proprie capacità. Tutto è utile per migliorare.
LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?
MZ: Sicuramente chi scrive apprende o fa riferimento a qualcosa di già noto ed esistente, l’abilità di un autore sta nel saper rendere originale ciò che propone.
Michela Zanarella
LS: Quali sono i progetti, tanto editoriali quanto concorsuali e impegni e collaborazioni poetico-musicali che ti vedono coinvolta in questo periodo e nel prossimo futuro?
MZ: Tantissimi progetti, promuoverò il romanzo Nuova identità. Il segreto la biografia di Linda d, presto uscirò tradotta in Romania, è in programma anche una nuova raccolta di poesie che include il monologo teatrale con l’attrice Chiara Pavoni “Tragicamente rosso”, continuerò ad essere nella Giuria di diversi concorsi letterari, proseguirà l’attività con la mia associazione di promozione sociale “Le Ragunanze”, sto lavorando attivamente nella redazione di Laici.it e Periodico Italiano Magazine, diciamo che gli impegni non mancano e spero di portarli a termine passo dopo passo con lo stesso entusiasmo di sempre.
LS: Cosa ne pensi di questa brevissima poesia di Alda Merini intitolata “A volte Dio”
A volte Dio
uccide gli amanti
perché non vuole
essere superato
in amore
Potresti commentare per noi questa poesia?
MZ: L’amore di Dio per l’umanità è unico e Lui lo ha dimostrato su quella croce, forse Alda voleva proprio mettere in evidenza la forza e la potenza dell’amore di Dio verso i suoi figli, lei scrive infatti “a volte”, quindi non sempre, l’amore che finisce è degli amanti, non di Dio, quell’ ”uccide” non credo voglia essere di condanna, ma solo una manifestazione della grandezza del Padre che ci ama incondizionatamente. Rimane comunque una delle tante interpretazioni date dalla poetica di Alda Merini.
LS: Che cosa è secondo te la poesia? Come la definiresti o come la spiegheresti a un neofita dalla letteratura?
MZ: La poesia per me è prima di tutto essenzialità, è attenzione nella scelta di immagini e parole, purezza del linguaggio, considero la poesia una sorta di rituale che necessita di silenzio, pazienza, ed impegno. Non ci si può improvvisare in nessuna forma di scrittura, chi ci ha preceduto insegna bene cos’è la poesia, cosa significa scrivere. Leggere è un buon inizio per chiunque voglia avvicinarsi al mondo letterario.
Roma, 6 Maggio 2015
[1]La presente intervista si compone di parti di due interviste precedenti fatte all’autrice (rispettivamente l’intervista in occasione dell’uscita della silloge Sensualità, poesie d’amore d’amare, fatta il 7 Luglio 2011 e quella fatta in occasione dell’uscita della silloge Meditazioni al femminile, fatta il 14 Agosto 2012). Alle domande di queste due interviste ne sono state aggiunte alcune nuove che sono rispettivamente le ultime tre dell’intervista qui pubblicata.
Quanti qui presenti hanno cambiato le proprie idee, gli ideali e i pensieri pur di appartenere od ottenere qualcosa? (17)
Marco Squarcia, giovane promettente scrittore marchigiano, con il libro d’esordio L’attimo in più ci fa viaggiare nel mondo delle possibilità accompagnati, però, mano per la mano da un coscienzioso narratore che ci dà le linee da seguire.
Si tratta di una raccolta di racconti per ragazzi, delle favole addirittura, che però hanno una presa anche sull’uomo maturo e se ne spiegherà il perché.
Partendo dallo scenario cittadino immerso nel verde che è contraddistinto dalla città di Amandola, piccolo centro del fermano che diviene di volta in volta palcoscenico delle varie storie, si dipanano storie nelle quali è l’occhio critico di Squarcia ad indagare manchevolezze, storture e vere e proprie sperequazioni che si realizzano nella società tutta. Se da una parte i più piccoli possono restare felicemente avvinghiati a queste storie di animali parlanti (che parlano, però, con ragione e non secondo costrutti bizzarri e infondati come avviene ad esempio in Alice del Paese delle Meraviglie), dall’altro è chiaro il monito sociale dello scrittore basato su una indignazione nei confronti di fenomeni sociali obliati, incongruenze e vere e proprie catastrofi create dall’uomo come quelle dell’inquinamento e dalla massiccia cementificazione.
Un libro, dunque, che come ogni favola, intesa secondo il senso più antico ed autentico del termine, pone in essere un quadretto di vita in sé bucolico, per lo meno nelle intenzioni e nell’incipit, dove sono esseri animali di razze diverse a interagire: mai si assiste al tema della lacerazione delle carni di un animale più forte nei confronti degli altri per prediligere, invece, un senso di coralità tra razze diverse in comunione con l’ambiente che si aiutano e nell’agorà che è un polmone verde del nostro centro Italia, ragionano, pensano e dibattono sui problemi di tutti che l’uomo, invece, sempre troppo stanco e propenso a seguire le logiche del portafoglio, non vede. O finge di non vedere.
Ecco perché allora bisogna prendersi “un attimo in più” nella vita di tutti i giorni: per mettere un freno a quelle componenti, pure naturali, che portano l’uomo a concepire se stesso come essere produttivo e in quanto tale portatore di un vantaggio o di un valore, per riscoprire invece il benessere del pensiero incontaminato, la fresca libertà di saper ascoltare con il cuore piuttosto che con le orecchie.
Un mondo nuovo forse è impossibile averlo, ma uno leggermente migliore sì, sembra dirci Squarcia con questo volume. Sarà necessario concedersi più tempo per sé e per riscoprire quel legame autentico con la propria terra. Non si vedrà il sole e i fiorellini sorridere all’unisono, ma si sarà orgogliosi di esser parte attiva di un progetto più grande volto alla costruzione e alla sana cooperazione.
Credo che Cosa Nostra sia coinvolta in tutti gli avvenimenti importanti della vita siciliana, a cominciare dallo sbarco alleato in Sicilia durante la seconda guerra mondiale e dalla nomina di sindaci mafiosi dopo la Liberazione.
Non pretendo di avventurarmi in analisi politiche, ma non mi si vorrà far credere che alcuni gruppi politici non siano alleati a Cosa Nostra – per un’evidente convergenza di interessi – nel tentativo di condizionare la nostra democrazia, ancora immatura, eliminando personaggi scomodi per entrambi.
(Giovanni Falcone)
Ricordando Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta – Capaci, 23 Maggio 1992 –
A confermare che la pièce teatrale d’esordio dello scrittore fiorentino Iuri Lombardi, La Spogliazione, non fosse che un velleitario esperimento bellettristico è la recente scrittura di due nuovi drammi. Drammi in sé atipici, particolari, che difficilmente rispettano quelle che classicamente sono le norme di definizione del dramma che –manuale di storia della letteratura in mano- è codificato per mezzo di alcune peculiarità. Il termine dramma viene comunemente adottato per riferirsi a un’opera pensata per il teatro, dunque per la rappresentazione scenica e può essere di argomento estremamente diverso: può avere una dimensione comico-burlesca oppure una dimensione tragica e in questi due casi sfocerà nelle varianti della commedia e della tragedia. Caratteristiche del testo drammatico sono quelle di permettere un’interrelazione tra soggetti per mezzo di cospicue parti dialogiche e di rifiutare in via generale la prosopopea monologica, interiore, dei singoli caratteri ed ancor più è il fatto che il dramma si centralizza per porre una situazione conflittuale tra le parti (non necessariamente bellica) ossia una situazione d’incomprensione dettata da uno scontro di qualche tipo.
Iuri Lombardi – Soqquadro
I drammi di Lombardi, nei limiti del possibile, si avvicinano molto di più ai drammi liturgici di età medievale che non al dramma inteso nei termini dell’Antica Grecia. Dramma liturgico perché Lombardi impiega sempre caratteri che appartengono alla sfera biblica o comunque alla tradizione religiosa anche se, ed è bene che questo venga detto subito, che se ne serve non per tracciarne agiograficamente le vicende di santità piuttosto per ribaltarne i protagonisti, abbassandoli alla schiera di uomini del popolo e facendone risaltare debolezze, vizi e peccaminosità che sono del genere umano tutto. È per queste ragioni che leggendo questo libro incontreremo un San Giovanni Battista che ha perso oramai la sua aurea di cristianità per divenire un affamato pederasta che non disdegna pratiche di cross-dressing (La Spogliazione), un gesuita represso e socialmente incompreso che non ha mai superato il processo di castrazione a cui, dandosi alla Fede, è stato relegato (La recita dei tiepidi) e una Giovanna d’Arco emblema di ribellismo femminile ma anche di immolazione per la causa comune (la donna venne proclamata Santa da Papa Benedetto XV nel 1920) che subisce negli istanti prossimi alla pena di morte su rogo un tentativo di approccio sessuale da un imprecisato ragazzo, tanto eccitato quanto irresponsabile (Nel nome di Giovanna). Chiaramente, come è facile intuire, c’è poco e niente anche del dramma liturgico del periodo medievale (mancano anche le tre unità, il coro, personaggi-comparse che incrementano il tessuto inter-dialogico) intessuto su di una profonda confessionalità e improntato alla divulgazione e all’encomio: Lombardi stravolge generi teatrali passati, ridicolizzando il classico, compiendo una coraggiosissima impresa di riscrittura popolaresca, attuale, corporea dei personaggi che nel passato sono stati elevati. Con Lombardi ci si incammina in un percorso volto alla distruzione di qualsiasi forma gerarchica al fine di ottenere un appiattimento democratico di personaggi tanto da trasferire il sacro nel perverso con un registro linguistico che non ha nulla dell’offesa né del compiacimento generale, ma è forte della difesa di una realtà inoppugnabile: la letteratura contemporanea è decodificazione e riscrittura.
Le opere teatrali di Lombardi non solo non rasentano la via “classica” del dramma che si sviluppa secondo canoni perlopiù definiti e caratterizzati, ma addirittura sembrano scostarsene con virulenza e profonda consapevolezza per almeno un paio di ragioni assai importanti: la prima è la connaturata carica ribellistica del Lombardi uomo che ne caratterizza un prototipo di intellettuale sui generis, poliedrico e imprevedibile che, seppur non dobbiamo correre il rischio di definire maudite, predilige di certo quali immagini di costruzione (non si tratta di un paradosso) proprio la rottura, l’eco indistinto, l’effetto di sorpresa e nondimeno la mera incongruenza. Elementi cementizi questi che determinano la cifra letteraria di Lombardi, prolifico poeta di tendenza civile e scrittore di narrativa breve e romanzi impegnati in un momento come il nostro in cui la letteratura sembra esser diventata poca roba e aver svilito, nel concreto, il suo significante più alto. Lo si è già visto in precedenza nella produzione breve dell’autore per la quale mi fregio l’onere di aver corredato le sue opere avanguardistiche con mie note critiche, che ciò che interessa l’autore non è tanto il mero concettismo, il viluppo contenutistico cioè la componente material-tematica degli intrecci, quanto piuttosto l’utilizzo di forme e modelli. Lombardi scrivendo ora un racconto, ora un poemetto, ora, come in questo caso, drammi in versi sciolti, dimostra di avere bene a cuore il discorso sul metro e sul genere. Si intenda bene e da subito, non si sta parlando con ciò di metrica poetica né di impiego di strutture retoriche (per la poesia) né di studiati ed ipersofisticati stratagemmi di resa delle immagini (narrativa breve) o delle scene (teatro), piuttosto del discorso interrogativo che Lombardi immancabilmente pone sulle forme di rappresentazione in campo letterario. Non è un caso che ne La recita dei tiepidi alcuni protagonisti interagiscono su tematiche quali la filosofia, la letteratura, la saggistica, la conoscenza in genere e l’ontologia, branca della filosofia cara a Lombardi che da sempre è portavoce autentico di un pensiero di risveglio della coscienza e di autodifesa di un sé personale fuori ed estraneo dall’Io soggetivizzante e iper-abusato.
Va da sé, in base a questi brevi accenni sul modus operandi del Nostro, che un’altra caratteristica dominante del Lombardi drammaturgo (anche se in realtà più che drammaturgo mi piace definirlo un “picaro da palcoscenico”) è la potenzialità di sperimentazione che in nuce ritroviamo in queste opere. L’anti-classicità, la tempestiva lettura e fruibilità, l’organicità delle forme unite alla componente dissacratoria che si nutre di messaggi subliminali da cogliere ne fa nel complesso un’opera aperta, in cui le epifanie (difficili da individuare) vengono talora denaturate e ipocaricate di significati, dunque minimizzate, tal altra trasferite da cicli di battute ad altre. Com’è nella letteratura postmodernista, di quella letteratura che ha trovato il suo terreno fertile nella società ferita e scissa del dopo 11 settembre in cui la paranoia e il delirio comunicativo ne fanno da padrona (Daniele Giglioli parla a questo riguardo della scrittura dell’eccesso[1]), Lombardi costruisce canovacci rappresentati scenicamente sulla carta e di possibile rappresentazione pratica su un palco, magari di un teatrino religioso per incentivarne la carica dirompente e blasfema, che se da una parte provvedono a fornire elementi importanti aprioristicamente (la costruzione di un incipit che dà forma a un prologo con le immancabili premesse della voce autoriale) di contro non dà tracce concrete, né segnali per l’individuazione di una conclusione auto-imponendosi di non traghettare il lettore verso determinati lidi piuttosto che altri. L’opera rimane dunque aperta, apparentemente non chiusa come magari un lettore tradizionalista la vorrebbe e lascia un sentimento di incomprensione e al contempo di nostalgia. Come i personaggi de La recita dei tiepidi rimangono sbigottiti dalla decisione finale di Bartolomeo d’Amico-alter ego di un Casanova da farsa di metter fine a quel siparietto prima tanto voluto al quale poi finisce per negarne l’importanza, il lettore condivide quel rimanere attonito sulla scena, lo stesso deluso abbandono e sconforto, una incomprensione cocente che, piuttosto che motivare una risposta corale attiva e coscienziosa di ripresa, sfocia nell’assunzione apatica di una atarassia dissonante al carattere virulento e dissacrante della trama stessa.
Iuri Lombardi durante la Premiazione del III Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014, dove era parte della Commissione di Giuria
Ma per non dilungarsi troppo in questo apparato critico introduttivo, convinto assertore delle tesi woolfiane[2] che la grandezza e la qualità di un’opera, se vi sono, non sono mai date né accresciute da chi ne compila una introduzione critica o di presentazione, è bene però soffermarsi su altri elementi talmente centrali e determinanti nella produzione del Nostro che in queste opere vengono alla luce in maniera tanto chiara quanto evocatrice chiamando, però, a una riflessione più attenta e circostanziata. Elementi che, per il fatto di ritornare spesso in modi e forme diverse alludendo però a sfere tematiche care all’autore e nevralgiche nella sua scrittura, prenderò qui a chiamare lombardismi con una nota anticipatoria d’utilizzo: essi consacrano e contrassegnano la presenza di Lombardi nella letteratura sin alla data attuale per mezzo delle sue pubblicazioni avute sin qui e che, nel qual caso il lettore leggerà queste opere col passare degli anni, quei lombardismi tipicizzanti la sua scrittura andranno riletti per forza di cose alla luce della sua produzione più recente dato che, essendo la sua scrittura un immenso cantiere, un working-in-progress, le asserzioni critiche che qui si fanno hanno validità concreta e diretta ma non universale, cosa che, per quanto si conosca l’autore e si possa adottare un metro il più obiettivo e analitico possibile, è irrealizzabile alla data presente. Essi concernono:
la questione del sé e dunque il grado di rappresentazione e di analisi della coscienza. Nel prologo di La recita dei tiepidi è impossibile non scorgere nelle attestazioni di Bartolomeo D’Amico l’anima pulsante del Lombardi uomo e pensatore, per altro già espressa con esiti impareggiabili nel racconto-manifesto Iuri dei Miracoli: «Io sono perché sono adesso, presenza che occupa/ uno spazio e di conseguenza un tempo. Altri,/ altro da me non voglio essere. E anche il passato/ a nulla vale se non il presente in cui vivo, amo,/ affermo la mia posizione blasfema o ordinaria che sia».
la mistificazione religiosa o dissacrazione che è congenitamente presente in tutte le opere più recenti di Lombardi. Già in Iuri dei Miracoli (un racconto) si sottolineava l’attitudine di Lombardi di ricorrere con perseveranza ad immagini e simboli legati alla confessione cristiana e l’aspetto è ancor più evidente nella Spogliazione dove il Battista è abbassato tanto da divenire un sodomita, ne La recita dei tiepidi in cui il gesuita oltre che grande studioso dei testi sacri è un approfittatore e un mistificatore e in Nel nome di Giovanna dove, invece, poco ci è detto della grandiosità dell’animo ribelle e delle ragioni del martirio della donna (già note ai più) per prediligere un canovaccio intimistico con un ragazzo che cerca di possederla. Il personaggio di Donna Pia ne La recita dei tiepidi è quello che sembra essere più staccato ed estraneo al complesso caratteriale del dramma: ogni volta che la vediamo entrare in scena è severamente vestita di nero intenta a pregare o ad invocare il bisogno di pregare tanto che nel dramma viene a configurarsi una polarità della donna nelle sue estremizzazioni di puttana (Bianca Maria) e Madonna (la vecchia perpetuamente orante).
l’universo sessuale. Già definito in precedenza il “Don Giovanni della letteratura”, Lombardi è profeta di un modo di vivere la sessualità che fa dell’autenticità e del rigetto del pettegolezzo la norma dominante. Le scene topiche nelle opere di Lombardi, e anche qui nei tre drammi, si realizzano proprio in circostanze in cui le pulsioni sessuali dei soggetti si accrescono in maniera imprevedibile realizzando incontri ed agnizioni scioccanti che determinano profondamente la trama. Si pensi alla sola volontà di Lombardi di riferirsi ne La recita dei tiepidi al Casanova, grande seduttore veneziano e ancor più al Don Giovanni in Iuri dei Miracoli: espressioni vigorose di una sessualità improntata all’eccesso e all’esibizione che hanno una loro tradizione teatrale molto sviluppata. Se nella Spogliazione il condom rotto del Battista in uno dei suoi fugaci amplessi con donne discutibili può dar modo alla rinascita di quel ciclo delle acque (sacre, amniotiche, ma anche stagnanti come quelle dei Navigli in cui battezza), in Nel nome di Giovanna il ragazzetto voglioso con pene eretto che offre vita nella carne alla povera Giovanna che di lì a poco andrà a morire, può rappresentare a sua volta l’esigenza di un atto fisico, salvifico solo nel mondo reale e non eternante, capace di compiere il mistero della vita.
il meta-teatro: la rappresentazione della rappresentazione. Già nel prologo Bartolomeo D’Amico, gesuita del Meridione del quale poco si conosce tranne che ha lasciato una serie di testi e che si sia occupato in particolare della dottrina di Epicureo, tornato di riflesso nella nostra età contemporanea di smartphones e web 2.0 ci tiene a sottolineare che la farsa che ha in mente di mettere in atto è relativa al personaggio di Casanova. Ci troviamo dinanzi a un sistema meta-letterario in cui il teatro parla di un altro teatro e in cui l’intera storia è data dalla complessa interrelazione che si istaura tra queste matriosche progressive e compenetranti l’un l’altra. Bartolomeo D’Amico, infatti, che è il personaggio principale del dramma, dunque è sulla scena della rappresentazione, con l’artificio della finzione si maschera a Casanova con l’intenzione di ricalcarne un tratto della sua esistenza e di produrne una rappresentazione giocosa. Il rapporto tra le voci è questo: Lombardi autore (ri)crea Bartolomeo D’Amico e lo consacra personaggio del dramma, Bartolomeo D’Amico a sua volta (ri)crea Casanova mediante la farsa che ha in mente di portare in scena con la sgangherata compagnia di personaggi apatici. Si tratta di una autocelebrazione del teatro in cui, però, la componente drammatica finisce per prevalere nettamente su quella comica: non ci sarà, infatti, nessuna farsa o, meglio, nessun tentativo di farsa all’interno dell’opera perché l’autore-capocomico D’Amico non sarà in grado di reggerne il progetto di «nascondersi dietro Casanova [per ottenerne]/ il riscatto voluto» perché, come confesserà tormentato nelle ultime lucide battute: «Facile è dirigere gli altri, le navi al proprio porto/ restando al posto di guida, ma quando tocca a te…/tutto è diverso».
la riscrittura come forma creativa. Lombardi non è nuovo a opere in cui opera la rivisitazione di personaggi religiosi adoperando uno stratagemma di riscrittura originale e molto efficace: l’abbattimento dell’aurea del personaggio, la de-sacralizzazione sino alla provincializzazione e alla marginalizzazione. Nel prologo di La recita dei tiepidi la voce fuori campo di Bartolomeo D’Amico osserva: “la storia consente di recuperare, di ritornare un altro,/ di reinventarsi uomo quale sono: solo un uomo”.
La recita dei tiepidi impone al cauto lettore anche una doverosa analisi del titolo: da una parte la recita ci immette subito nel mondo della finzione e della rappresentazione scenica, ossia del doppio che è tipico del teatro, dall’altra la presenza di quelli che Lombardi denomina ‘tiepidi’ consente delle riflessioni. Nella Bibbia si parla di tiepidi in relazione a coloro che difettano di un’azione pratica, di una chiara volontà di pensiero e che finiscono per mostrarsi inetti, inconcludenti, passivi, o per dirla alla Dante, ignavi. Ce ne rendiamo subito conto leggendo l’opera che tutti i personaggi sono subdolamente sottoposti alle volontà e alle decisioni di Bartolomeo D’Amico che, in pratica, li comanda a bacchetta e li gestisce come vuole tanto da costringerli ad occupare ciascuno un determinato ruolo nella farsa che ha in mente di inscenare. Sono personaggi molli, apatici e inconsistenti, privi di un temperamento proprio che finiscono per farsi maneggiare con semplicità da un uomo che è più potente di loro solamente perché ha il dono della conoscenza.
La conclusione dell’opera mostrerà però come Bartolomeo D’Amico, pur essendo un dotto, un conoscitore delle Sacre Scritture, un intellettuale e un saggista, in realtà non sia capace neppure lui di dar forma a un progetto, per altro scaturito dalla sua mente, e al pari degli altri risulterà anch’esso un manichino che non sa autodeterminarsi e decidere da sé. Per queste ragioni, Bartolomeo D’Amico, grande luminare dell’esegesi religiosa e conoscitore delle Lettere, finisce per essere il più ignavo, il più ignorante e indefesso tiepido di tutta la storia. Lo sconcerto che gli altri protagonisti nutrono dinanzi a Bartolomeo D’Amico che, di punto in bianco a causa di un senso d’oppressiva moralità che non è capace di scavalcare sentenzia la fine della farsa, è rivelatore di questa incapacità di saper coniugare lo scibile (la conoscenza, il rapporto con il mondo e gli altri) e la propria interiorità (la Fede, la morale).
Echi pirandelliani sono avvertibili distintamente nella presenza umanoide della marionetta in Nel nome di Giovanna che rimanda al mondo delle maschere e delle messe in scena travisate ma anche nell’impalcatura esistenzialista dei drammi dove le personalità, già labili e sbiadite, vengono sostituite dalle parti da recitare creando un universo intricato di prese di coscienza, sdoppiamenti e personaggi nei quali immedesimarsi.
Nella tiepidezza o ignavia che dir si voglia difficile non respirare anche il torpore di molti personaggi pesanti e inconsapevoli a partire dagli indifferenti moraviani che, un po’ meno grottescamente di quanto avviene in Lombardi, anche lì son spesso accerchiati da manifestazioni estreme e non preventivabili della sfera sessuale. Si pensi, tanto per evocare il tema del conflitto determinante nel genere drammatico di cui si diceva all’inizio di questa nota, della confusione che, di colpo, si viene a creare ne La donna leopardo di Moravia in cui una serie di segnali piuttosto evidenti di tradimento all’interno di una coppia darà vita a un fenomeno ossessivo di gelosie e ripicche con adulteri incrociati e vere e proprie unioni scambiste.
Ma se l’estraniamento derivante dall’obbligo di assumere una personalità altra («Sono stanco d’essere io!» sembra urlare D’Amico), nell’atto della finzione teatrale e per il tempo richiesto per la messa in scena salvo poi riacquisire la propria congenita identità, è visto qui come costrizione perché fa fede alla volontà di D’Amico e generalmente nel teatro comporta la creazione di intrecci interessanti e curiosi in cui nessuno sa bene chi è l’altro perché sotto mentite spoglie, il travestimento e il trasferimento d’identità è vissuto in maniera critica da parte della prostituta: «Ho paura,/ timore perché non conosco questa mia reale/identità e non vorrei che nel calarmi nei panni/ altrui perda la faccia ed il cavallo...». Proprio lei che dovrebbe essere contenta di vivere, seppur nella farsa, un ruolo diverso dalla sua vera identità di meretrice, si fa dei problemi e teme che questo mascheramento possa condurla poi a un annebbiamento della sua identità della quale, con la poca erudizione del mondo che ha, è fiera e conosciuta.
Ne Nel nome di Giovanna, infine, assistiamo alla de-costruzione del mito di Giovanna D’Arco, ribelle francese che poi venne messa a morte dagli inglesi nel corso della Guerra dei Cent’anni. Lombardi, secondo la sua tecnica oramai puntuale e chiara negli intenti opera una de-mitizzazione della donna sconfessandone le realtà insopprimibili della figura eroica. Quale “pulzella” come viene ricordata ossia sembianza di verginità e candore, Lombardi fa vorticare nella mente della donna in attesa della sua imminente morte, pensieri lubrici di desideri sessuali. La necessità di sentirsi abbracciata ed amata, riscaldata e protetta, l’esigenza di dono di quel fiore della castità sempre conservato con perspicacia e caparbietà trova spazio in una più palpabile esigenza di benessere: «Solo come ultimo desiderio nutro di darmi all’altro/ come una rondine al tetto. Solo il darsi al calore/ di un corpo, intrecciarsi ad esso, mi fa credere/ancora donna e non legno da ardere, straccio/ da bruciare/ Ho desiderio di un uomo come ogni altra donna,/ desiderio di darmi per vivere in uno sputo di tempo/ quell’ebrezza che per la verità in me ho ammutolita».
Non sappiamo se effettivamente ci sarà il giusto tempo affinché Giovanna possa unirsi sessualmente al giovane con il quale ha imbastito un dialogo sull’esistenza intimandola a cogliere l’attimo e a vivere quel momento di condivisione. Ancora una volta Lombardi mette in atto il suo stratagemma di voluta mancanza di una conclusività certa della storia. La conclusione del dramma non sta tanto nella donna arsa viva secondo quanto riporta la tradizione storiografica, piuttosto nel viluppo delle considerazioni sulla morte e sull’esigenza di una dimensione sociale dove si respiri libertà. Il nerbo fondante degli ultimi istanti da viva della donna sta allora proprio nell’incontro verbale (ma intuiamo anche carnale) che ha con il giovane, presenza ultima di una Provvidenza laica che reclama un decisivo, accorato e implorante bisogno d’amore.
Con questa trilogia drammatica Lombardi ci consegna due sacrosante realtà che hanno senso tanto nella letteratura, ossia nel mondo di carta, della finzione e proiezione del vissuto, quanto nel mondo concreto di esseri che vivono più ruoli al contempo scambiandosi maschere più o meno piacevoli e battendosi per l’osservanza dei diritti inalienabili. La prima è quella che recita «Volevo apportare qualcosa di nuovo. Un intellettuale/ se non fa i conti con il reale non vale niente. Niente» ed è quello che Lombardi ha fatto egregiamente e con onestà con la stesura di questi brani teatrali. L’altra è tutta dedicata alla fumosità e alla impalpabilità del genio creativo e artistico, impossibile da contenere e difficilmente ravvisabile se non si utilizzano le lenti del cuore: «L’ingegno il più delle volte è una scrittura sull’acqua/ del fiume». Quello di Lombardi è per nostra fortuna impresso in questo volume.
[2] Virginia Woolf ebbe modo di parlare dell’argomento in più circostanze; ne troviamo traccia soprattutto nelle annotazioni dei suoi diari personali e in qualche epistola del suo immenso carteggio conservato, tra cui in una di esse leggiamo: «Quando anni fa Bernard Shaw si disse disposto a scrivere una prefazione a un libro di mio marito, rifiutammo; perchè se un libro è degno di essere pubblicato, è meglio che si regga sulle proprie gambe» (Estratto di una lettera di Virginia Woolf alla signora Easdale datata 8 gennaio 1935, pubblicata in Virginia Woolf, Spegnere le luci e guardare il mondo di tanto in tanto. Riflessioni sulla scrittura, a cura di Federico Sabatini, Minimum Fax, Roma, 2014, p. 105.