“La via uruguagia alla felicità”: il resonconto di Frank Iodice del suo viaggio in Uruguay e l’incontro col Presidente Mujica

Di seguito riporto dietro concessione dell’autore, FRANK IODICE, un suo resoconto sul recente viaggio in Uruguay dove ha avuto modo di parlare con il Presidente della Repubblica, Mujica e nel quale ci offre una lucida e interessante analisi di uno dei paesi più lontani da noi (e più poveri):

 

La via uruguagia alla felicità

(di Frank Iodice)

 

 

Da qualche tempo un piccolo Paese latinoamericano incastrato tra l’Argentina e il Brasile è al centro dell’attenzione mediatica internazionale. L’Uruguay misura circa tre volte la Svizzera, conta poco più di tre milioni di abitanti, dei quali un milione e mezzo a Montevideo, la capitale. Le ragioni della sua notorietà sono riconducibili alla figura anticonformista del Presidente della Repubblica, José Mujica, responsabile di progetti innovativi a favore delle famiglie prive di reddito; oppure per le leggi di approvazione dell’aborto e del matrimonio gay; o, ancora, per la recente regolarizzazione dell’uso e del commercio della marijuana.

barrio palermo 3Durante il suo discorso alle Nazioni Unite a Rio de Janeiro nel 2012, José Mujica cattura l’attenzione mondiale parlando di felicità come scopo ultimo dell’Essere Umano. «Per essere felici dobbiamo fare ciò che a noi piace», dice il Presidente Mujica, «e per fare ciò che a noi piace bisogna avere tempo». Concetti tanto semplici quanto dimenticati nella nostra società di consumo iniziano a fare il giro del mondo e passano di bocca in bocca; Mujica diventa innovatore del linguaggio politico, rinuncia al 90% del suo stipendio e lo cede al progetto a favore delle famiglie senzatetto. Dimostra quindi col suo stile di vita ai limiti della povertà che ciò che racconta è realizzabile.

Questo è un sunto degli articoli che possiamo leggere su importanti testate di ogni Paese, da El País al Financial Times, da Il Mattino a Al Jazeera, a firma di voci autorevoli, addirittura di premi Nobel come lo scrittore Mario Vargas Llosa.

 

La ragione per cui scriviamo questo articolo è la necessità di raccontare quanto riscontrato a Montevideo durante una breve ricerca durata tre mesi, pur consapevoli che per favorire lo sviluppo dell’economia di una nazione sarebbe preferibile descrivere i possibili investimenti e tutto ciò di cui si può ampliamente leggere nei giornali di cui sopra. Conoscere la parte povera della città, i cosiddetti cantegriles, ci ha invece fatto sentire in dovere di dare un quadro più completo della realtà uruguagia, una realtà per certi aspetti molto dura, un’economia reduce da anni e anni di dittatura, un Paese, infine, che lotta per godersi la tanto agognata democrazia ottenuta solo nel 1985, a seguito delle leggi sull’impunità che invitavano i cittadini a dimenticare quanto di atroce era accaduto durante quegli anni e a guardare al futuro.

Siamo anche consapevoli che superare ciò che si è vissuto durante la dittatura non è stato affatto facile e ha lasciato nello spirito degli uruguaiani una certa quantità di vendette incompiute. Oggi a Montevideo si cerca di dimenticare, dunque, ma non senza dare dignità al passato che tre quarti dei cittadini hanno in comune.

 

Nel lato povero della città, nella zona dell’Ippodromo, le strade non sono asfaltate, non c’è sistema fognario, le case sono fatte di mattoni e lamiere che d’estate ardono come padelle sul fuoco e d’inverno si congelano. I bambini che vivono in questi quartieri, di mattina, non riescono ad alzarsi perché si svegliano intirizziti dal freddo, e quando verso le undici il sole incomincia a riscaldarli, finalmente escono a giocare. Non tutti sanno scrivere, molti sanno a stento parlare, per far rispettare i loro spazi usano pugni e morsi. L’umidità raccolta sotto i bassi soffitti durante la notte si trasforma in gocce ghiacciate che cadono sui loro letti per tutto il giorno, e di sera sono costretti a coricarsi nelle lenzuola umide. D’estate, invece, quando le temperature raggiungono quaranta gradi all’ombra, le lamiere scottano e in quegli stessi letti ci si scioglie in una pozza di sudore.

el diario espanolNelle bidon-ville vivono i cosiddetti selezionatori, che vanno in giro su carri di legno trainati da muli malnutriti per raccogliere plastica e carta dal fondo dei bidoni dell’immondizia; vederli mentre si tuffano nei bidoni non è bello come vedere i ricchi turisti argentini e brasiliani che si tuffano in acqua a pochi chilometri di distanza, sulle spiagge di Punta del Este. Montevideo è una città piena di contraddizioni. La maggior parte degli uruguaiani non vive a Punta del Este o a Pocitos, ma in condizioni di vera e propria miseria, vale a dire in condizioni che in Europa non siamo in grado di immaginare.

Rispetto ad altre capitali sudamericane, Montevideo è ritenuta una città sicura, benché la delinquenza, soprattutto quella minorile, non abbia nulla da invidiare a quella degli altri Paesi.

In particolare, ricordiamo che la legge vieta di arrestare i minori di diciotto anni. Ci sono istituti di recupero per i minori, dove per un omicidio si prevedono tre anni, che diventano due se ci si comporta bene, e ancora meno se ci si comporta benissimo. Questi istituti si chiamano INAU, ce ne sono tre a Montevideo, ognuno funziona in una maniera diversa. Quello che abbiamo visitato è una specie di carcere, ci sono le sbarre alle finestre e bisogna dividere i ragazzi con la forza per non farli sbranare a vicenda. Gli impiegati hanno dovuto frequentare persino un corso di autodifesa prima di essere assunti; ce lo rivela Pablo Lopez, uno dei cinque educatori che gestiscono quasi cento bambini e adolescenti. «In altri istituti per minori – ci ha raccontato Pablo – si usano droghe o sonniferi, e i ragazzi passano il giorno rintontiti nel loro letto».

Il tasso di criminalità giovanile è molto alto, soprattutto perché gli adulti che vogliono rapinare un negozio o commettere reati anche peggiori usano i ragazzini, per cui si creano piccole bande di un adulto e tre minori per esempio, in quartieri pericolosi come Marconi o Casavalle. Pablo ci racconta che non è facile resistere a lungo nell’INAU, gli educatori restano al massimo un paio d’anni; lo stesso vale per le educatrici, se non subiscono prima violenze gravi.

Ci sarebbero tante cose di cui parlare, basta sedersi in un bar e osservare le persone, e le loro storie ci arrivano nelle mani senza fare alcuno sforzo. Montevideo è una città piena di storie; l’Uruguay è un paese di gente libera, sparsa nelle immense praterie, gente che non accetta compromessi; ma è anche un paese di donne sole e povere, abbandonate nei cantegriles, che si realizzano soltanto rimanendo incinta, gravidanza dopo gravidanza dopo gravidanza, talvolta con uomini diversi, e a vent’anni hanno già tre figli; appena il più grande incomincia a camminare ne vogliono un altro, e poi un altro ancora, perché, senza, non sarebbero nulla, soltanto povere e anonime passanti.

Riguardo alla dittatura militare, c’è un aspetto in particolare che non possiamo fare a meno di trattare: in un Paese relativamente piccolo come l’Uruguay si può incontrare la stessa persona più volte in un giorno; ma cosa succede se questa persona è la stessa che ti ha violentato vent’anni fa?!

In un bar di Calle Canelones, sotto l’ombra fresca della parrocchia di San José, incontriamo la signora Titi, che chiameremo così perché Titi è un bel nome e perché le abbiamo promesso di scegliere un bel nome. Non ci rivela la sua età, ma allo stesso tempo non nasconde né le rughe né i capelli bianchi, porta una camicetta gialla con i girasoli, in fondo alla strada in discesa, a due quadras dal bar, c’è il mare.

Titi ci racconta che negli anni Settanta finivano tutti in carcere, chi a lungo, chi solo per un giorno, «eravamo prigionieri politici, anarchici, ribelli, fanatici, eravamo tutti pazzi perché non avevamo altra scelta – ci racconta – la dittatura ti rende pazzo!» Molte sue coetanee sono state torturate in quegli anni, fino all’Ottantacinque, «fino all’altro ieri!» Quello che in Europa non immaginiamo è che oggi le amiche di Titi sono costrette a incrociare per strada i loro carnefici, gli stessi che quando erano ragazze hanno abusato di loro più e più volte, senza giustificazione se non quella della crudeltà lecita quando eri dell’Intelligenza, i Servizi Segreti. In generale erano loro quelli specializzati nelle torture, formati in Panama dai militari francesi. Titi confessa di odiare i francesi, ha le sue ragioni, non possiamo darle torto. Ci racconta che al supermercato puoi incontrare l’uomo che ti ha picchiata quando eri in carcere, puoi incrociarti con lui in ascensore o vederlo seduto al bar a prendere un caffè e godersi una pensione molto più consistente della tua, dopo una brillante carriera militare!

Le chiediamo come possa sopportare una cosa del genere, Titi ride forte, a Montevideo tutti ridono forte, e ci risponde: «mi hijo, qui si è fermato il tempo per la metà di noi, siamo tutti in attesa che gli orologi riprendano a funzionare». Sui polsi dei politici ci sono buoni orologi?, le chiediamo. «Molto buoni», risponde Titi con un sospiro. Il nostro caffè è già finito, lo abbiamo bevuto bollente perché quando ti abitui al mate perdi la sensibilità della lingua, Titi ci guarda con la premura di una madre lasciata tante volte e altrettante volte ritrovata in giro per il mondo. Ci spiega che ricominciare dai brandelli della propria dignità per diventare di nuovo donna non è stato facile, e che qualche volta avrebbe voluto uccidere con le proprie mani quell’uomo che ha riconosciuto nel supermercato o nell’ascensore del suo stesso palazzo, ma poi, saggiamente, aggiunge: «non servirebbe a niente, dopo aver introdotto la cosiddetta legge dei due diavoli – una sorta di patto grazie al quale quanto era accaduto durante la dittatura doveva essere dimenticato per non generare una nuova guerra fatta di vendette – abbiamo dovuto rinunciare alla prima metà della nostra vita». Qual è stato il momento più difficile?, le chiediamo. «Quello in cui ho deciso di raccontarlo ai miei figli».

La seconda testimonianza è quella del signor Manuel, vecchio proprietario di un bar del Barrio Sud. Chiacchieriamo con lui davanti a una buona Malta, bevanda simile alla birra molto diffusa in Sud America; alle nostre spalle c’è una grande fotografia di Alfredo Zitarrosa, famoso cantante montevideano. Parlare con gli anziani del Barrio Sud ci ha permesso di conoscere il punto di vista dei cittadini riguardo alle recenti manovre politiche così ben viste dai Media internazionali. Manuel fa riferimento a ciò che sui giornali non è stato scritto, naturalmente, e ci racconta che «il progetto Un techo para todos, nonché il piano regolatore che sta permettendo di ridare una casa alle ragazze madri senza alcun reddito, è stato ben pubblicizzato e ha dato all’Uruguay  la possibilità di distinguersi rispetto agli altri Paesi sudamericani. Per realizzarlo – continua Manuel – sono state scelte diverse imprese edilizie, attraverso un processo simile alle cosiddette gare d’appalto e, infine, l’intero progetto è stato ceduto a un’impresa venezuelana per venti milioni di dollari, venti milioni pagati alla Presidenza dell’Uruguay per permettere a un altro Paese di costruire nel dipartimento di Montevideo e Canelones». Se analizziamo la realtà uruguayana dal punto di vista politico, le contraddizioni saltano subito all’occhio; scopriremmo che, a seguito di un controllo del conto bancario in dollari del signor Presidente e degli altri leader dei partiti principali, quello di Mujica è risultato essere il più cospicuo. Risparmi messi da parte con la sua attività di floricoltore? Può darsi, ma a noi non interessa, innanzitutto perché preferiamo non credere a quello che si racconta nelle strade di Montevideo, e in secondo luogo perché il nostro approccio, come abbiamo avuto il piacere di dire a lui in persona, è stato di tipo filosofico.

Abbiamo incontrato il signor Manuel mentre rientravamo dal Barrio del Cerro, un quartiere a venti chilometri dal centro, dove vive il Presidente Mujica. Volevamo vedere la sua gente per descriverla in queste pagine: le descrizioni più belle sono quelle che sopravvivono nel ricordo.

José Mujica e Frank

Frank Iodice con il Presidente uruguayano José Mujica

Il Presidente José Mujica è un uomo sobrio, non ha alcuna scorta e veste sempre con abiti semplici, talvolta si è presentato alle riunioni presso la sede della Repubblica in sandali e con il thermos per il mate sotto il braccio. «Non avrebbe senso iniziare ad accumulare denaro adesso, a 79 anni», commenta spesso. Ecco perché ha deciso di aiutare i più bisognosi e, nei limiti che il suo stesso partito, il Frente Amplio, gli ha concesso, mette in pratica la sua etica di vita dando un esempio a tutti coloro che sappiano coglierlo.

Dopo diverse settimane di attesa, grazie all’intercessione della signora Adriana Gutierrez, addetta alla comunicazione presso il Ministero della Cultura e dell’Educazione, riusciamo a incontrare il Presidente, il quale si è ritagliato una pausa tra una riunione e l’altra. Consapevoli che si tratti di un evento irripetibile per un autore e un editore pressoché sconosciuti, ci accontentiamo dei pochi minuti che ci sono concessi*. Bere un caffè in compagnia di un Presidente della Repubblica non capita certo tutti i giorni!

Dopo aver esposto l’idea di realizzare un testo ispirato alla sua filosofia di vita, con lo scopo di diffonderlo tra i giovani pensatori delle scuole italiane, e avergli regalato un libro di Seneca che ha molto apprezzato, stringiamo la mano a un uomo che merita tutta la nostra ammirazione. Come lui, centinaia di uruguaiani sono reduci da anni di reclusione, come ci ha raccontato la signora Titi, ma non tutti hanno avuto la fortuna di potersi prendere una tale rivincita nei confronti della vita stessa, che, per usare le sue parole precise, «è fatta di riprese; nella vita – dice José Mujica – ciò che conta è la capacità di ricominciare dopo essere caduti».

E riguardo alla felicità? Abbiamo imparato grazie alle parole di quest’uomo semplice che per essere felici basta molto poco: quanto più ci circondiamo di beni materiali, tanto più ne saremo schiavi e sarà più pesante il carico di cianfrusaglie che dovremo portarci addosso. Un’esperienza, questa di Montevideo, che ci ha insegnato molto e ci ha ricordato la fortuna che abbiamo avuto a nascere in Italia, un Paese che, al di là di tutte le critiche che possiamo sollevare, ci ha permesso di scegliere liberamente quale destino costruirci.

 

*In realtà sono partito da solo, per realizzare un saggio sulla felicità ispirato alla filosofia del Presidente Mujica, a sua volta ispirata alle tesi di Seneca e di Erich Fromm; ma mi piace immaginare che con me ci fossero l’editore Cosimo Lupo e la filosofa Ada Fiore, i quali mi hanno sostenuto dall’Italia.

FRANK IODICE è  scrittore. Numerosissime le sue opere pubblicate tra cui Le api di ghiaccio (Lupo Editore, 2014), La femme robot (testo teatrale in francese), Articoliliberi (raccolta di articoli pubblicati online), Kindo, La folle vita di uno scrittore (Voltare Pagina, 2011, e-book), Racconti del veilleur de nuit (racconti brevi apparsi su varie riviste), Epigrafi (Di Salvo Editore, 2005 – poesie), Lo scopritore dell’America (Poligraf, 2002 – romanzo), L’ultima partita (Sergio Capozzoli Editore, 1999 – romanzo). 

“Soltanto una vita” di Ninnj di Stefano Busà, recensione di Rina Accardo

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Mi sembra incredibile che io abbia trovato pezzi di vita mia in un romanzo. Non circoscrivibili agli avvenimenti, ma alle sensazioni provate e mirabilmente descritte dall’autrice, Ninnj Di Stefano Busà. Non ho potuto fare a meno di visualizzare i posti incantevoli visitati dai protagonisti nelle foto scattate da mia figlia che si è trovata per un gioco del destino a visitarli. Mi sono ritrovata poi a tirar fuori merletti, lenzuola di lino, sete dimenticate in bauli antichi. E ancora, servizi in porcellana finemente decorati. Avevo forse bisogno di questo bagno di bellezza per godere di quanto altrimenti sarebbe rimasto sommerso da tovagliato plastificato, tazzine smaltate …tutto all’insegna del modernariato. Pescare nel passato, viverne la bellezza in ogni fattura, può essere di ristoro. Questo è successo a me, ed è tutto merito di chi, con tratti pari a pennellate, ha saputo condurmi in una magnificenza che mi ha reso grata ai miei cari così come nel libro – dove tutto si dipana quasi in un procedere obbligato, dai protagonisti della storia ai loro figli, ai viaggi, ai patemi d’animo, ai momenti sofferti, e ad altri di squisita felicità – è tangibile una grande gratitudine al Cielo. L’accostamento personale è dovuto alla mia immersione involontaria nell’intreccio, individuabile, con fili penduli cromatici, che anima “Soltanto una vita”. Non svelo la trama, mi soffermo a sottolineare che i dettagli, in questo romanzo, hanno sublimato luoghi e stati d’animo descritti nei minimi particolari, suggellando la presa di coscienza così come il coinvolgimento totale nei vari eventi di ogni ‘protagonista’. Non ci sono figure anonime/comparse infatti, l’autrice ha permesso che ogni ruolo ricoperto divenisse parte integrante, nessun soggetto comprimario. Dalla lettura si desume che capillare è l’Amore, per poter aver occhi che permettano di vedere compiutamente ogni sfumatura della natura così come ogni risvolto dell’animo. Sentimenti opposti in base agli avvenimenti, ora dolorosi ora di assoluta gioia, che portano di volta in volta o all’accettazione o a vivere con passione quella che è “SOLTANTO UNA VITA”. Libro che porta ad apprezzare il bello che già ci appartiene, riscoprendo e portando alla luce valori sommersi, o forse solo sopiti. La consapevolezza di grandi ricchezze che tacciono in noi, che ignari ospitiamo, un obiettivo. Ci troviamo di fronte a un regalo di cui non si può fare a meno di essere grati all’autrice, per questo fantastico volume, il cui valore non si può restringere al linguaggio aulico che vi ritroviamo, ma si estende, diventandone fulcro. È un canto, un ossequio alla vita. Un oceano di emozioni, che trovano la matrice in quello stesso oceano in cui è ambientato “Soltanto una vita”, e qui elemento trainante che conduce il lettore, quasi per mano, in spazi infiniti. L’arte della scrittura qui si impone nelle pagine al pari dell’arte del volo in un’aquila reale.

Rina Accardo

 

Lorenzo Spurio intervista il partenopeo Luciano Somma

LS: A che periodo della sua vita risale la prima poesia e quando si accorse che la letteratura era una buona chiave di volta per confidare i suoi pensieri?

LS: Ho iniziato a scrivere i miei primi versi a 13 anni, un po’ ingenui ma comunque dettati dall’ispirazione che non mi ha mai più abbandonato. Mi sono accorto della chiave di svolta qualche anno più tardi.

 

LS: Il suo curriculum letterario è molto ampio e in esso si ravvisano interessi diversi che spaziano dalla narrativa, alla poesia, fino alla canzone. Negli ultimi anni è stato considerato come uno degli artisti italiani più presenti in rete –soprattutto in Youtube- con un’intensa attività di letture poetiche. Quanto secondo Lei è importante Internet nella nostra società? Si può prescindere da esso o il suo utilizzo è necessario?

LS: Ritengo internet un veicolo ormai indispensabile per arrivare al grande pubblico, comunque la  mia presenza sul web risale alla fine degli anni ‘90 e già nel 2000 Il Giornale aveva, in un suo articolo specifico, sottolineato ed evidenziato che ero il poeta più presente in internet. Appena venti anni fa sarebbe stato impensabile farsi conoscere in tutto il mondo attraverso un mezzo di diffusione che negli anni si è centuplicato ed ormai si può dire che non c’è famiglia che non abbia almeno due pc collegati…

 

 

LS: La sua ultima opera, Da Napoli con amore (Photocity, 2013), curata da Gioia Lomasti e Francesco Arena, è una ricca antologia della sua produzione divisa in due parti: una prima sezione dedicata alle poesie in napoletano e una seconda parte sotto il titolo di “Brividi di ricordi” che si compone di poesie in italiano e prose. Solo negli ultimi anni anche i concorsi letterari stanno mostrando un certo interesse nei confronti della letteratura in dialetto. Quanto è importante secondo lei la poesia in vernacolo e perché?

LS: Ho pubblicato quest’opera spinto dalla collaborazione grafica di Gioia e Francesco. Negli anni ‘70 ho partecipato a molti concorsi di poesia napoletana classificandomi spesso al primo posto. Per me la parlata della città, o paese, di nascita è molto importante, sono però del parere che la napoletana è una lingua e non si può classificare come dialettale per il semplice motivo che si parla un po’ in tutto il mondo grazie al fenomeno emigratorio iniziato nei primi anni del secolo scorso. Non dimentichiamo poi le canzoni napoletane, come ad esempio “ ‘O sole mio”, che hanno contribuito, in modo determinante e moltissimo alla diffusione del napoletano nel mondo.  

 

 

LS: Dario Bellezza (1944-1996), poeta controverso e osteggiato, fu esponente di spicco di una poesia romana degli anni ’70 caratterizzata dall’irriverenza e dalla trasgressione. Nella sua poesia si ravvisa un certo mal di vivere e una desolazione che deriva dalla pesantezza degli sguardi/opinioni della società su una serie di condotte da lui attuate che per i tempi erano fortemente stigmatizzate (l’omosessualità, la dedizione alla droga). Le presento una sua lirica dal linguaggio particolarmente potente che farebbe pensare a sprazzi di avanguardismo; in realtà Bellezza fu un fenomeno raro nella sua eterogeneità che rende impossibile una qualsiasi collocazione poetica di riferimento. Le chiedo un suo commento su questa lirica intitolata “Andiamo a rubare”[1]:

 

Andiamo a rubare: il furto si addice a un poeta!
Nessuno veramente sa che cosa sia, intero,
un poeta! Un grande sapiente o veggente?
Magari! O soltanto un criminale! Un ladro
di lumi, di vite clandestine vissute
nel silenzio dei giorni tutti uguali.

 

LS: Dario bellezza è morto a 52 anni. Più che poeta io lo considero un verseggiatore, la differenza è abbastanza riscontrabile, non è stato tanto osteggiato per la sua manifesta omosessualità bensì per osannare il suo status, che sarebbe stato più tollerato se vissuto senza enfasi, e lo stesso dicasi per la dedizione alla droga. Comunque alcuni versi sono interessanti anche se non condivisi. Deve anche molto alla sua popolarità per alcune trasmissioni televisive che lo hanno fatto conoscere  al grande pubblico.

 

 

LS: Il giovane poeta svizzero Oliver Scharpf[2] in uno dei suoi uppercut presenti in una recente opera antologica dal titolo Di soglia in soglia[3] sulla poesia si esprime in modo innovativo e dissacratorio:

 

non se ne può più della poesia
ma anche della poesia autentica
se è per questo
non si può più fare della poesia, con la poesia
basta con i libri di poesia
se proprio si vuole
allora deve essere qualcosa che si avvicini
a un nome scritto sull’inguine di una spiaggia
un attimo prima che la lingua di spuma
lo lecchi via.

 

LS: Come spesso accade ad alcuni giovani la volontà di farsi comunque conoscere li porta fuori dai canoni  e purtroppo non sempre in maniera brillante e razionale. Più che in modo innovativo io direi molto dissacratorio è il suo modo di esprimersi e di porsi, basta leggere l’inutilità contenutistica degli ultimi versi, ritiene vano scrivere poesie ma se proprio qualcuno volesse continuare a farlo, ma intento lui lo fa,  scriva ciò che pensa su una spiaggia così il mare lo porterà subito via, ma allora caro Oliver Scharp, pseudo poeta Svizzero, che cavolo scrivere a fare se ciò che fai viene cancellato dall’onda? Tanto vale che te li tieni nella mente i tuoi pensieri e ti risparmi così di partecipare a premi, vorrei veramente conoscere le motivazioni dei giurati del premio Montale per farmi una ragione, sul premio a lui assegnato nel 1997, e capire quali sono stati i valori di ciò che ha scritto e che messaggio ha lasciato quale orma da seguire…    

 

 

 LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Un carillon”[4] di Franca Alaimo:

 

Adesso abito uno spazio incenerito
dove ogni cosa è quel che era prima di esistere,
dove si può dire “fonte”, prima che la sua goccia iniziale
le dia il nome che l’inchioda all’acqua.
Là io, non questa me, navigo
come il primo uccello dell’Eden stupito dell’aria
e del mistero delle sue ali.
Ho sempre con me un giocattolo dorato
che è stato il primo dono di Dio:
un carillon di suoni che giorno e notte
mi distrae dal domandargli
com’è che cominciato tutto questo dolore.

 

LS: Indubbiamente in questi bei versi, molto profondi e di alta caratura, vi sono oltre a delle belle immagini poetiche anche qualcosa che suscita nel lettore un desiderio di riflessione su questa nostra condizione umana spesso afflitta ed appesantita da un doloroso bagaglio, il suo interrogativo a Dio è pienamente da me condiviso.  

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 LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia di chiaro intento sociale scritta dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio[5] intitolata “L’inquinamento”[6], sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Forse, quando l’inquinante
all’aere duro involverà
tutto il suo cielo,
l’umana terra,
unico lustro fra i pianeti,
non potrà più vivere,
non ci sarà più vita:
e il sole non sparmierà
i suoi dardi infocati,
sulle umane genti
la sua collera piomberà;
per il suo agire insensato
le terrestri cose spariranno:
gli animali e le piante.
Sì ché dal nucleo si sprigioneranno
funeste vampe,
ché alla lava dei vulcani
non scemeranno
il funesto errare.

 

LS: Al di là dell’intento sociale, da meditare, vi è però in questi versi arcaici un’apocalittica visione del futuro, un pessimismo senza ombra di speranza, come un tunnel buio dal quale non si uscirà più. Funeste vampe, scrive l’autore, funesto errare, io aggiungo funesti versi. Il poeta anche se vede tutto scuro da qualche parte dovrà pur trovare almeno un barlume di luce, dove c’è l’ombra da qualche parte ci deve essere il sole o viceversa, se vede tutto nero allora vi è qualcosa nel suo “io” che sicuramente non vive in sincronia col resto del mondo.  

 

 

 LS: Nella poesia “Perdonateci”[7] individua l’animo ribelle che contraddistingue o che dovrebbe contraddistinguere il poeta: colui che non ha paura ed osa, colui che non si assoggetta alla norma e spesso “alza la voce”, ma egli è anche l’unico sensibile a cogliere le sottigliezze della realtà che lo circonda per costruire sogni e svelarli al lettore. Lei scrive, infatti:

 
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controcorrente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro osare.

 

Perché il poeta sente il bisogno di inginocchiarsi e chiedere perdono per questo suo fare-osare che lo contraddistingue dalla massa? Perché parlando con il cuore in mano si finisce per dire la verità, anche quando essa può nuocere o infastidire?

 

LS: Il poeta resta sempre, e comunque, un po’ bambino anche se arriva ad un’età avanzata, purtroppo chi non ama la poesia, o addirittura la ignora, non potrà mai capire il dramma esistenziale che spesso è dentro a chi scrive, per fare un elementare paragone è come chi vive sempre in ottima salute non riesce a capire né a compenetrarsi, MAI, nelle sofferenze d’un malato. La corrente dell’umanità è sempre andata, e viaggia, alla conquista del denaro e della vita facile ed agiata. Ecco perché il poeta va spesso controcorrente, lui non scrive per denaro, mi riferisco alla quasi totalità, bensì per esternare i propri sentimenti d’amore, di voglia di serenità, di malessere, di dolore, e dunque è chiaro che non ha paura di ciò che possono pensare gli altri ed allora osa, chiedendo però perdono se magari questo suo modus operandi non è parzialmente o totalmente condiviso.   

 

 

 LS: Lei figura come membro di giuria nel Premio di Poesia “L’arte in versi” giunto quest’anno alla seconda edizione. Trovandosi a leggere e a valutare molti testi poetici e avendo quindi una panoramica generale delle varie tendenze ed espressioni poetiche, che cosa ne pensa del livello qualitativo della poesia che oggigiorno circola? Essere un poeta significa semplicemente scrivere un testo in versi?

LS: Ho letto e valutato centinaia di poesie anche in questo concorso. A parte poche eccezioni la maggior parte degli elaborati erano monotematici e presentavano rarissime originalità sia di stesura che contenutistiche. Chi scrive un testo poetico, a mio avviso, non può certamente essere considerato un poeta, non basta conoscere la metrica o mettere una parola sull’altra, che abbia o meno sonorità per potere essere considerato un poeta. La poesia è un’elevazione, è qualcosa che deve, una volta scritta, coinvolgere i fruitori, i recensori i quali se saranno colpiti emotivamente dai contenuti e dalla forma allora potranno apprezzarne e determinarne la validità. E’ seminare poesia che sarà poi raccolta come spunto per i posteri,  in mancanza vi è non solo  il vuoto assoluto ma assenza completa d’arte poetica.     

 

 

 LS: La città partenopea e la Campania in generale hanno dato i natali ad altri indiscussi poeti della seconda metà del Novecento e della nostra contemporaneità tra cui Ugo Piscopo, Antonio Spagnuolo, Tina Piccolo ed altri. E’ in contatto con alcuni di essi o con altri da me non citati e quanto è importante secondo Lei la collaborazione tra artisti?

LS: Conosco Ugo Piscopo di nome, con Antonio Spagnuolo vi è stato qualche volta, uno scambio di messaggi via e-mail. Con Tina Piccolo ho collaborato una sola volta essendo stato chiamato ad esprimere un mio giudizio su un concorso, da lei bandito, sulla poesia napoletana. Confesso che non credo nelle scuole di poesie, nessuna scuola potrà mai insegnare i sentimenti da esternare, potrà magari suggerire delle forme, più o meno innovative, ma io resto consolidato nella  mia opinione sull’unicità delle caratteristiche poetiche individuali e non credo nelle collaborazioni. Ben diverso è invece un testo musicale laddove sono spesso accettati dei coautori perché più idee potranno senz’altro migliorare il prodotto, rendendolo magari più  popolare, ma questo è naturalmente tutto un altro discorso.          

 

 

Napoli, 11 Luglio 2013

 

 

 

[1] Dario Bellezza, Poesie 1971-1996, Milano, Mondadori, 2002.

[2]Oliver Scharpf è nato a Lugano nel 1977. Premio Montale nel 1997 per le poesie inedite, poi pubblicate nell’antologia del premio da Scheiwiller. Diploma in scrittura drammaturgica alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. Ha scritto tre libri. Collabora con una rubrica bimensile per il settimanale Azione.

[3] AA.VV., Di soglia in soglia. Venti nuovi poeti della Svizzera italiana, a cura di Raffaella Castagnola e Luca Cignetti, Lugano / Lusone, Biblioteca Comunale di Lugano / Edizioni Le ricerche, 2008, p. 135.

[4] Franca Alaimo, La Recherche, 31-10-2011.

[5]Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974. Ha pubblicato la raccolta di poesie Per una strada (SBC Edizioni, 2009) e di aforismi Pensieri minimi e massime, (Photocity Edizioni, 2012). Ha curato l’antologia poetica Diphtycha. Anche questo foglio di vetro impazzito c’ispira (Photocity Edizioni, 2013). Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda. Collabora alla rivista di letteratura online Euterpe; ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori emergenti ed è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie. E’ membro di giuria nel Premio di Poesia “L’arte in versi”.

[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC, 2009, p. 14.

[7] Luciano Somma, Da Napoli con amore, Pozzuoli (NA), Photocity, 2013, p. 51.

Il bando del Premio “Dante Alighieri” (EA Editore)

Il premio Dante Alighieri è organizzato da EA Editore in collaborazione con il’Artistic Club Casa di Dante Alighieri (Firenze).

Il concorso è aperto agli Autori di qualunque età, nazionalità, genere (editi e inediti, poesia e prosa, romanzi e saggi).

Tutti i partecipanti avranno diritto alla pubblicazione sul prestigioso volume “I nuovi eredi di Dante Alighieri” e all’inserimento sul sito dell’evento:www.premiodantealighieri.comin più verrà conferito un attestato di partecipazione.


Il vincitore riceverà il Trofeo Personalizzato raffigurante Dante Alighieri e lapresenza gratuita all’evento (spese di viaggio e hotel per 2 persone per il giorno della premiazione). 

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La premiazione e la presentazione del libro si terrà all’interno della Casa di Dante Alighieri, Firenze nel mese di Febbraio 2015, nell’ambito di un’importante Mostra d’Arte dedicata agli Artisti Internazionali.

E’ possibile partecipare scegliendo tra due opzioni: 

PROPOSTA A – costo 60,00 euro – comprendente: pubblicazione su 1 pagina del libro “I Nuovi Eredi di Dante Alighieri” , 1 copia del volume, attestato di partecipazione, inserimento sul sito. 

PROPOSTA B – costo 100,00 euro – comprendente: pubblicazione su 2 pagine del libro “I Nuovi Eredi di Dante Alighieri” , 2 copie del volume, attestato di partecipazione, inserimento sul sito.

Aggiungendo 20,00 euro, Potrà essere aggiunta una recensione personalizzata redatta dalla Dott.ssa Letizia Lanzarotti realizzata esclusivamente sul materiale fornito per la pubblicazione.

 

PER PARTECIPARE L’AUTORE DOVRA’ INVIARE


. Materiale per la pubblicazione a scelta tra: 

PROPOSTA A

– (per POETI) 2 poesie + recensione, presentazione e/o biografia Autore; il tutto non deve superare mezza cartella.
– (per INEDITI) racconto, riassunto o estratto del proprio racconto, raccolta di testi o poesie, saggio o manoscritto + recensione, biografia autore; il tutto non superiore a mezza cartella.
– (per EDITI) foto della copertina del proprio libro di poesia o prosa edito + recensione, riassunto e/o biografia autore; il testo non deve superare 10 righe.
 

PROPOSTA B

– (per POETI) 4 poesie + recensione, presentazione e/o biografia Autore; il tutto non deve superare 1 cartella.
– (per INEDITI) racconto, riassunto o estratto del proprio racconto, raccolta di testi o poesie, saggio o manoscritto + recensione, biografia autore; il tutto non superiore a 1 cartella.
– (per EDITI) foto della copertina del proprio libro di poesia o prosa edito + recensione, riassunto e/o biografia autore; il testo non deve superare  mezza cartella

 . Copia della scheda di adesione compilata e firmata. 

 

Scadenza: 15 Luglio 2014

 

INVIARE LA SCHEDA DI ADESIONE CON IL MATERIALE VIA E-MAIL O VIA POSTA A:  

Dott.ssa Letizia Lanzarotti  

Via Giuseppe Donati 58 sc. B int.4  

00159 Roma  

 

letizia.lanzarotti@gmail.com 

 

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Lorenzo Spurio intervista la poetessa anconetana Fulvia Marconi

LS: In che modo ha scoperto che aveva bisogno di mettere sulla carta i suoi pensieri e le sue emozioni, cioè quando è nata la sua prima poesia? La pubblicazione dei suoi primi testi avvenne in concomitanza alla loro scrittura oppure ci fu un tempo di sedimentazione e pausa prima che decise di renderli pubblici?

FM: Sin dall’infanzia, magicamente attratta dalla poesia. A 15 anni, forte del benestare paterno, sostengo e supero l’esame alla Soc. S.I.A.E. onde ottenere la qualifica di autore di parte letteraria per testi riguardanti canzoni di musica leggera. Naturalmente, essendo molto giovane, prediligevo scrivere testi dedicati ai bambini che il Maestro Quinto Curzi, di Ancona, divertito musicava. Sono stati incisi due dischi che ottengono discreti risultati nei vari concorsi musicali. Con l’età adulta, mi sono allontanata sia dalla musica che dallo scrivere, in quanto il lavoro occupava gran parte del mio tempo. Poi, sei anni or sono, casualmente, provo a dialogare con un foglio, ed è proprio così che comincio a percorrere la tortuosa strada della poesia. La prima lirica scritta: “Canta o bella Madre’’, dedicata alla Madonna, viene subito pubblicata nella rivista dell’Associazione Cattolica e Culturale ‘’Maria Bolognesi’’ di Rovigo con la motivazione: «Incantevoli versi che avvolgono il lettore tanto da sembrar di udire il canto della Madre».

 

LS: Lei figura quale membro di giuria in vari concorsi letterari nazionali e internazionali. Qual è la sua opinione sull’importanza del premio letterario nella carriera dello scrittore? I grandi scrittori debbono “per forza” passare attraverso quale premio per ricevere visibilità e attenzione da un pubblico più ampio?

FM: Il premio letterario può rappresentare un trampolino di lancio: è il modo più rapido per far parlare di sé. Inoltre, elemento che ritengo estremamente gratificante, in un’ottica di crescita artistica ed umana, permette il confronto con altre “penne” e l’instaurarsi di rapporti sociali stimolanti. È una scelta, non una tappa obbligata, infatti illustrissimi esponenti del mondo della letteratura non hanno mai partecipato a premi.

 

LS: In America e in Inghilterra le riviste letterarie vengono tenute da sempre in maggior conto rispetto ai paesi mediterranei e per l’ampia caratura di redattori e perché veicolo di una critica seria di nuove pubblicazioni tanto che spesso quelli che sono diventati grandi scrittori tradotti in tutto il mondo sono passati tramite la pubblicazione di pezzi giovanili su alcune riviste mondiali. Perché ciò in Italia in via generale non avviene e perché si continua a vedere la rivista di letteratura come qualcosa di troppo ostico e forse accademico quando, invece, è essa stesso mezzo primario del fare letteratura?

FM: Come precedentemente asserito ho iniziato il percorso poetico proprio pubblicando in una rivista cattolico/culturale, quindi, ritengo la pubblicazione dei testi in antologie o riviste altrettanto importante come la partecipazione ai concorsi letterari. Viviamo in un mondo nel quale la pubblicità dice sempre l’ultima parola.

fulvia

LS: Sebbene Leonardo Sciascia (1921-1989) sia principalmente noto per la sua intensa attività narrativa e saggistica, per la prosa, scrisse anche delle poesie. Alcune di esse, che sottolineano il suo attaccamento per la terra d’origine e ne concretizzano alcune tipicità tradizionali, sono contenute in La Sicilia, il suo cuore (1952). Le propongo per un commento la poesia “I morti”[1] in cui il poeta descrive come avviene in terra di Sicilia e ai suoi tempi il rito del funerale:

 

I morti vanno dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l’inganno delle imposte chiuse.

 

FM: Versi che assumono l’aspetto di una spontanea testimonianza e di un preciso modo di interpretare le immagini circa gli usi e le emozioni scaturite dalla terra di Sicilia. Descrizioni accurate che si annodano e si incastrano con la partecipata sofferenza di chi ricerca, attraverso i vari eventi, di risvegliare sensazioni e dimostrare la partecipazione e l’attaccamento alle tradizioni.

«Finestre e porte chiuse, ad implorarli/ di passare oltre, di dimenticare», questi sono versi accorati e spietati, malinconici e sensibilmente reali che impediscono ogni anelito di speranza. Evocano una presa di coscienza di un evento sofferto per il quale non esiste via d’uscita. Tutto continua anche quando la morte stende la propria ombra e, quelle imposte chiuse, rappresentano l’ipocrisia di un dolore solo parzialmente condiviso. La morte come la vita è l’eterno gioco che circuisce e, subdolamente, inganna.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Sipario”[2] di Mia Lecomte[3], poetessa, e scrittrice che per la saggistica si è molto occupata di “letteratura migrante”.

 

Mi scrivi che laggiù ritrovi le luminarie
 
al mare quest’autunno
l’ho visto io stessa
trascinavano sassi sulla spiaggia
dentro a una sporta bucata
 
fuori vanno morendo le palme
una ad una a destra
dal marciapiede in fondo
sull’altro lato a sinistra
come se fossero vive
siamo in pochi ad accorgercene
in una loro idea di realtà
si fermano
 
e muore il sacchetto nella teiera
lo spago morsicato dal gatto
carta straccia nello zaino di scuola
il cappotto destinato al suo gancio
 
per solidarietà di cose
apparente

 

FA: I versi appaiono inquieti, dove i fantasmi del dolore e della rassegnazione giocano il ruolo fondamentale. Immaginifiche metafore si condensano in sensazioni sempre più incalzanti.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Michela Zanarella[4]  intitolata “Fango e radici”[5],  sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Affoghiamo le nostre miserie
con le lacrime.
Siamo spiriti di un secolo
che divora le memorie.
Giochiamo con il destino
come fosse una palla
da infilare nella rete.
Cerchiamo il giudizio
di Dio,
la Sua voce affascinante
per una rivelazione
di vita eterna.
L’amore è la pioggia
che non aspettiamo.
Accettiamo il dolore
e ci completiamo
col sollievo di altri.
Ci vediamo acque
di mari diversi,
figli di burrasca.
Ci incontriamo
nel petto della stessa terra,
fango e radici
per un nuovo germoglio.
 

FM: L’arte è il “parlare” delle sensazioni e, anche in questa lirica, si dipana un percorso costellato di sofferenza. Il tracciato esistenziale pieno e la difficoltà dell’umano vivere sono rese con caparbia efficacia. I sentimenti, espletati nella loro interezza, mettono in primo piano lo stile intimistico dello scritto. Il verso finale lascia trapelare un raggio di speranza ad illuminare l’ultima possibilità all’uomo di conoscere e (ri)conoscere sé stesso.

 

LS: Nel secondo ‘900 i filoni della poesia italiana sono diversissimi: ci sono i continuatori di una poesia dall’impianto classico, con riferimenti alla mitologia e una particolare attenzione alla metrica, c’è chi, invece, fece suoi i dettami della poetica asciutta dell’ermetismo e chi, invece, abbraccia le avanguardie con la loro rottura di schemi e di formalismi per dedicarsi a manifestazioni singolari ed originali. Oggigiorno è quanto mai difficile, se non addirittura impossibile, cercare di dare una mappa concettuale dei vari modi di far poesia anche perché le varie sensibilità si mescolano spesso tra di loro. C’è una tendenza, però, che vede nella poesia minimalista caratterizzata dall’asciuttezza del verso, dall’abolizione della punteggiatura e dal linguaggio altamente analogico ed evocativo che sembrerebbe oggi molto diffusa. Che cosa ne pensa di questa maniera di “far poesia”?

FM: Strana domanda, a me, che scrivo prevalentemente in endecasillabi… Ogni epoca è caratterizzata da una corrente letteraria determinata prevalentemente dal pensiero sociale, politico e anche filosofico dell’uomo: abbiamo, infatti, il Decadentismo, il Simbolismo, l’Ermetismo, Futurismo etc, fino ad arrivare agli anni ’30-‘40 con Ungaretti e all’Ermetismo. Per quanto mi riguarda, apprezzo ogni stile perché, prevalentemente, la poesia è emozione e non vi è un’unica strada per arrivare al cuore. Ben venga anche l’abolizione della punteggiatura, purché lo scritto non abbia a soffrirne. Non sarà certamente la lunghezza di un testo a determinare la sua validità. La poesia è suggestione del pensiero, quindi, sono aperta ad ogni stile poetico pur di lasciarmi “suggestionare’’.

 

LS: Che cosa ne pensa degli adattamenti cinematografici di romanzi più o meno noti? E’ un buon modo per rivitalizzare la letteratura? Ce ne è qualcuno che per la sua fedeltà al testo si sente di consigliare in modo particolare?

FM: Tradurre in immagini un romanzo e trasmettere in toto le sensazioni e le emozioni che le parole scritte sono in grado di suscitare non è una operazione facile, ma, se riesce, può essere un mezzo efficace per trasformare lo spettatore in lettore. Se pensiamo al film Il nome della rosa (1986) del regista Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco, la trama è stata semplificata ed “alleggerita’’, determinando la perdita dello spessore storico-filosofico che l’autore voleva sottolineare, ma lo svolgimento della vicenda, l’ambientazione e i personaggi ben delineati possono essere di stimolo ad approfondire la conoscenza con lo scrittore e con le sue opere. Suggerirei anche film tratti dai romanzi di Jane Austen, fedeli ai testi ed allo spirito ironico e soavemente pungente dell’autrice (Ragione e sentimento del 1995 di Ang Lee; Emma del 1996 di Mc Grath,…).

 

downloadLS: Le avanguardie di primo ‘900 diedero impulso[6] alla poesia visiva o poesia figurale che si caratterizzava per un completo scambio e interazione tra parola ed icona, tra verso ed immagine. Ne sono esempi le opere visuali di Apollinaire contenute nella sua opera magistrale, I calligrammi (1918) e le poesie visive di Govoni. Negli anni ’60 in Italia nacque un gruppo di “poesia visiva” al quale presero parte vari autori, tra cui Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, Ketty La Rocca, Mirella Bentivoglio, Emilio Isgrò ed altri, in cui, oltre alla combinazione parola-immagine, venne introdotto il linguaggio a tratti violento a tratti potente della società con riferimenti a quotidiani e mezzi di comunicazione. Tali opere, più che vere e proprie poesie, finiscono per apparire come collage. Le propongo “Sera 1964” di Eugenio Miccini per un suo commento personale.

FM: Come detto poc’anzi, la poesia al mio modo di vedere è emozione e, sinceramente, di fronte a quest’immagine non riesco a suggestionarmi.

 

LS: Lei che ha pubblicato molte opere nel corso della sua ampia carriera, quale è il suo commento personale sul mondo dell’editoria italiana che, come sappiamo è fatta da pochi grandi e inarrivabili marchi e moltissimi editori di media-piccola dimensione?

FM Non posso fare di tutta un’erba un fascio: sono stata trascurata da un paio di editori e presa in grande considerazione da altri. Purtroppo viviamo in un mondo dove la griffe ha la sua importanza, ma se un lavoro è buono, resta valido anche se edito da una casa editrice minore. Non mi sono mai lasciata incantare dalle apparenze.

 

Ancona, 14 Agosto 2013

[1] Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Milano, Adelphi, 2003, p. 13.

[2] Mia Lecomte, Intanto il tempo, Milano, La Vita Felice, 2012, p. 31.

[3] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[4] Michela Zanarellaè nata a Cittadella (PD) nel 1980. Vive e lavora a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e, animata da personalità di cultura e poeti locali che vedevano in lei una promessa della poesia, ha cominciato a partecipare a sfide letterari. Ha da subito ottenuto buoni risultati, convalidati da premi nazionali e internazionali e varie pubblicazioni di suoi testi in antologie. Ha pubblicato le sillogi poetiche Credo (Ass. Culturale MeEdusa), Risvegli (Ed. Nuovi Poeti), Vita, infinito, paradisi (Ed. Stravagario, 2009), Sensualità (Sangel, 2011), Meditazioni al femminile (Sangel, 2012) e L’estetica dell’oltre (D&M, 2013). Ha pubblicato anche una raccolta di racconti dal titolo Condividendo con le nuvole (GDS, 2009). Partecipa a reading, eventi letterari ed è membro di giuria in vari concorsi di poesia.

[5] Michela Zanarella, Meditazioni al femminile, Sangel, 2012, p. 28.

[6] Non è, infatti, giusto sostenere che “inventarono” questo tipo di poesia, dato che esistono attestazioni di questo utilizzo congiunto di parola-immagine addirittura nell’antica Grecia: Simmia di Rodi, infatti, ci ha lasciato vari “carmi figurati” tra cui la celebre “Ascia” dove, appunto, il contenuto testuale è disposto specularmente in due porzioni arrotondate di disegno che stanno a rappresentare la doppia lama dell’accetta.

“Il dubbio sulla parola imperversa nei tempi del postmoderno”, di Ninnj Di Stefano Busà

Il Novecento è stato il secolo dei dubbi sulla parola. I poeti hanno spesso dubitato della forza della parola poetica: dagli Ossi di Seppia con il continuamente citato “Non chiederci la parola” alle litanie nietzschiane di Mariangela Gualtieri di fine millennio in Fuoco centrale: “io non ho abbastanza parole, le parole mi si consumano, io non ho parole che svelino, io non ho parole che riposino… io appartengo all’essere e non lo so dire, non lo so dire”.

L’assenza della parola è direttamente da addebitare alla mancanza di dialogo: tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratelli, tra parenti e amici, e andando sempre più ad analizzare si avverte una forte carenza di dialogo anche tra le genti, tra i popoli.

È una fenomenologia che investe ogni categoria umana, ci porta inevitabilmente all’isolamento, ci precipita in un solipsismo cupo, ed è davvero inquietante vivere vicino agli altri e qualche volta morire, senza che nessuno se ne accorga.

La vita di oggi tumultuosa e indifferente ci ha resi sterili, anabolizzati e incapaci a intrattenere rapporti sociali, interpersonali aperti e sereni.

Viviamo questi anni in una inquietudine che ci respinge dal lato umano e ci proietta su fatti che non ci restituiscono felicità e pacificazione dello spirito.

imagesSiamo distratti, tristemente affrancati da valori, compromessi da rapporti schizofrenici, contraddittori che non ci permettono la comunicazione col nostro prossimo. Vi è una sorta di svilimento nei rapporti con gli altri, perchè si è sperimentato un sistema di vita all’insegna della fretta, dell’indifferenza, della malafede. Ogni rapporto è viziato da un difetto formale o intrinseco che lo proietta oltre l’intenzione, rafforzandone l’offesa, la menzogna, la viltà. Siamo zavorrati da orari di ogni genere, lavoro, studio, figli, sport, che non ci consentono di aprire l’anima alla luce, respirare un volontario atto di clemenza, di buona volontà, di ossigenzazione.

Restiamo inchiodati al nostro perimetro di spazio/temporale, senza levare lo sguardo al vicino, al più bisognoso, all’indigente.

In un tale contesto è difficile il rapporto con gli altri, anche perché ci porta a rinchiuderci in noi stessi, ad avvalorare l’ansia e l’indignazione per il bilancio del ns. esistente sfibrato, frantumato.

L’inquietudine spesso ci divora, ci disorienta.

E’ bene fermarsi, riflettere, riprendere a camminare con la schiena dritta, fortemente intenzionati a cambiare: direzione, azioni e comportamenti della nostra vita che ci umiliano.

Non è mai troppo tardi per iniziare un percorso a ritroso che ci permetta di ritrovare noi stessi, l’umanesimo che ci ha abbandonati e contare sulle nostre forze per migliorare lo stato della nostra umanità compromessa, fortemente degradata e delusa nella coscienza dell’essere, che è divenuta un bussolotto-contenitore, di molte nequizie, inadempienze e contraddizioni.     

 

NINNJ DI STEFANO BUSA’  

“La diversità da un punto di vista multiculturale” di Miriam Luigia Binda

di MIRIAM LUIGIA BINDA

In considerazione al tema della “diversità” mi sembra interessante proporre una breve riflessione sul pluralismo che prende spunto da un libro, molto interessante, scritto da Giovanni Sartori.

Un testo che ha già compiuto qualche anno ma  fa capire molte cose sulla diversità e sul concetto di cultura  differenziata. Il libro, o meglio il saggio,  si intitola: Pluralismo, multipluralismo e estranei: Saggio sulla società multietnica (edito da Rizzoli, saggi italiani).  Giovanni Sartori,  l’autore del libro, come molti sanno  è un politologo italiano tra i più  conosciuti ed accreditati anche a livello internazionale. In questo suo saggio,  egli  esamina  ed approfondisce  il difficile tema dell’integrazione  tra una cultura ospitata e l’altra ospitante e,  fin dalle prime pagine,  il  lettore capisce che  il problema delle differenze  tra  usi  e costumi diversi, stili di vita anche religiosi  non  è  piatto o scontato, come qualcuno vuol fare credere,  anzi tali differenze sono molto “forti” per cui non  è  facile  l’integrazione anche nei paesi democratici  e multi-etnici.   Più le differenze  socio-culturali  sono discrepanti, più  è difficile, secondo il politologo, affrontare  l’acculturazione degli stranieri. Dal punto di vista antropologico  (non quindi, da quello religioso, morale, politico,economico, ecc.) il problema della convivenza multiculturale consiste nell’individuare, su entrambi i suoi versanti, il limite fisiologico di promiscuità tra le diverse  culture, oltre il quale non si dovrebbe andare per non scatenare o fagocitare reazioni  fra i suoi adepti.   Da parte dell’ospite straniero si tratta di sapere fino a che punto,  egli deve e può lasciarsi assimilare dalla diversa cultura ospitante,  per poter interagire al meglio, senza rinunciare ai tratti fondamentali della propria cultura materna (ovviamente nel caso in cui egli intende restarvi fedele).  Di conseguenza, da parte della società ospitante si tratta di riconoscere il limite di compatibilità tra i suoi principi fondanti e i valori di vita perseguiti da chi proviene da un’altra cultura. Se  ogni uomo è figlio della sua società – si può dunque aggiungere – anche la  società è il frutto della sua cultura ma il fatto, oramai verificato, di un continuo flusso migratorio costituito da gente  che si sposta da una nazione e l’altra ha  infranto tali confini e si può quindi affermare  che la società etnica o mono-culturale, è finita.  E’ finita per effetto di una metamorfosi che ha trasformato la  società mono-culturale  a  società “aperta” che  per Giovanni  Sartori,  trova il suo limite nella moderna Babele, in cui l’affollarsi di culture differenti rischia di distruggere la stessa  città. Questo particolare lato della questione porta a formulare la seguente domanda: posto che una buona società non deve restare chiusa, quanto aperta può essere davvero una società aperta? S’intende aperta senza autodistruggersi senza esplodere o implodere? Secondo l’analisi di Sartori, la società ospitante  “aperta”  alle differenze culturali  ha   comunque bisogno di un codice genetico  rappresentato dal pluralismo.  [1]

giovanni-sartoriMa che cosa significa pluralismo? Sartori chiarisce il suo punto di vista, ricorrendo alla forma  più retorica di un altra importante domanda:  In quale misura il pluralismo slarga e diversifica la nozione di comunità? Una comunità può sopravvivere se spezzata in tante sotto-comunità differenti che sono poi, in concreto comunità che arrivano a rifiutare le regole che istituiscono un convivere comunitario?  Queste  domande sul pluralismo e la convivenza civile trova risposta nel pensiero, più volte citato dallo stesso Sartori,  del  Cardinale Biffi di Bologna il quale asserisce che tutti i Governi (Italia compresa) devono stare attenti  a considerare  le diverse culture,  non solo facendo leva su  fattori economici  o politici  in quanto, bisogna soprattutto considerare e tutelare un’identità nazionale.  L’ Italia per esempio,   non è  landa deserta o semi abitata è una società con una storia e delle tradizioni vive,  con un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che, per il Cardinale bolognese,  non può e non deve essere  perduto.[2]  Parlando  dell’Italia  per esempio, è possibile dare diritto alla poligamia dei  mussulmani ?  Giovanni Sartori non ha dubbi, le considerazioni del Cardinale Biffi  aprono la riflessione sulla teoria etica  weberiana della responsabilità.  Max Weber distingueva l’etica  della responsabilità (una moralità che mette in conto  le conseguenze delle nostre azioni) in contrasto con l’etica dei principi (nella quale la buona intenzione è tutto. In questo caso il buono ed il cattivo viene ignorato).  L’etica della responsabilità è pilotata da un capire i bisogni e le necessità  mentre, l’etica dei principi è più ottusa perché applica i  principi morali  in una maniera così pura che non vuole vedere  altro da se.  L’etica dei principi quindi per Sartori, si  dimostra irresponsabile perché rifiuta di capire e di vedere determinate situazioni che  richiedono riflessioni molto scrupolose  da caso in caso.  Lo studio sulle diverse culture non può far altro che  fronteggiare eventuali situazioni di insostenibilità  soprattutto quando si celano  pregiudizi anche di tipo razziale.  L’indifferenza, di chi  rifiuta di  vedere questi  problemi  in quanto ritiene che sia giusto convivere  senza “troppo questionare” sulle  differenze di fatto,  impedisce di  affrontare delle scelte  (difficili talvolta) che possono contribuire a migliorare la   convivenza tra i cittadini di diversa cultura.   Per  Giovanni Sartori  è dunque importante, anche sul piano politico,  affrontare  la conoscenza oggettiva delle differenze  al fine di proporre  soluzioni possibili, nel rispetto della diversità  culturale  dei gruppi  stranieri,  compatibilmente alla salvaguardia dei valori  della società ospitante. Infatti conclude Sartori, ogni cultura ha i suoi valori irrinunciabili ma, bisogna anche tenere conto che alcuni   soggetti non si adeguano agli altri modelli, come nel caso degli integralisti musulmani.   A tale proposito, evidenzia il politologo,   la società occidentale non può  rinunciare  alla religione cristiana; può eventualmente  riconoscere la libertà  di culto  ai seguaci di altre confessioni religiose, grazie al fatto che essa riconosce, nella libertà di culto un proprio valore basilare che comunque non deve  stravolgere la nostra libertà.   Per esempio nella  società islamica si accetta  la diversità  assoluta tra un uomo e una donna; addirittura la ribellione della donna musulmana è vista come un oltraggio che la  legge islamica, talvolta punisce  con  pene corporali violente.     Per citare qualche fatto di cronaca, anche in Italia, nel 2011,  Amal una  ragazza marocchina, veniva picchiata dal padre perché voleva frequentare una comunità cattolica,  grazie all’intervento dei carabinieri  oggi la ragazza vive in una comunità protetta.  Oppure chi si dimentica il  caso della giovane diciottenne che abitava in un paese vicino a Pordenone, ammazzata dal padre perché la giovane donna di nazionalità pachistana,  desiderava  sposarsi con un  ragazzo italiano non di fede musulmana?  Inoltre i tanti casi di  infibulazione clandestina  praticati a titolo di purificazione religiosa può essere tollerato,  nel nostro paese?  E’ una pratica così incivile e pericolosa  per la salute della donna che è impensabile riconosce l’infibulazione come un  sacramento  religioso da  praticare in Europa o   in Italia.  Una  visione “farisaica” per dirla con Sartori, in nome della tolleranza   non da peso  a  questi casi di violenza,  molti dei quali  non vengono neppure denunciati e quindi non emergono attraverso la cronaca dei giornali, eppure si verificano  e non si può dire che sono casi  normali che fanno parte del  “calderone” di una società  pluralista e multi-etnica.  Ovviamente non c’e’ solo il peggio,  le differenze culturali non sono, come nei casi citati sempre violenti e drammatici, per fortuna no, grazie al modello etico  della responsabilità  è possibile cogliere delle differenze per cercare una convivenza pacifica e soprattutto regolata anche dalla legge che tutela  la dignità ed il rispetto reciproco.  Nel saggio di Giovanni Sartori: Pluralismo, multiculturalismo e estranei   si capisce benissimo che la questione non è banale  anzi è una questione complessa che accetta e vuole conoscere  le differenze  senza annullarle;  invece chi non le vuole vedere e da per scontato che al mondo  “siamo tutti uguali”  non fa altro che serrare  la questione come se in questo universo tutto  e tutti  possono  vivere tranquillamente e per loro  volontà,  in una società multietnica ed occidentalizzata. Una visione così semplificata non capisce che tale convivenza ha bisogno della partecipazione continua della popolazione e dell’aiuto  delle istituzioni che in qualche modo devono, con i propri mezzi, cercare anche di  arginare il fenomeno della clandestinità.  A pochi passi dall’Europa ed a ridosso dei nostri  confini territoriali,  infatti  esistano, ancora  oggi,  situazioni completamente diverse e  più arcaiche, d’emergenza per le  guerre  civili e carestie  che causano  flussi  migratori clandestini, difficili da controllare  per tutelare (anche da intenzioni malavitose) le tante  persone in prevalenza giovani uomini, donne e bambini  che  chiedono  “umanamente” di poter  essere accolti  ed ospitati nel nostro  paese che, ai loro occhi  appare ancora ricco di lavoro, bello, moderno e soprattutto civile.

 

 

Miriam Luigia Binda  

/edito  riferimento: guerrAnima 2014

 

[1][1] Giovanni Sartori –  Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica pag. 16-17

[2] Giovanni Biffi – la città di San Petronio nel terzo millennio.  Bologna pag. 23-24.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà intervistata da Lorenzo Spurio

LS: Secondo molti il poeta non può essere anche un critico, perché ogni ambito presuppone una diversa prospettiva nei confronti dell’atto di scrittura e, nel caso della critica letteraria, una approfondita e propedeutica conoscenza della storia della letteratura o del testo/autore che si sta analizzando. In altri termini la poesia è istintuale, intimista, diretta, spontanea, irrazionale, mentre l’attività di critico (saggista, recensionista) presuppone una profonda conoscenza di quello che si sta trattando, spirito critico, profondità del ragionamento, circostanzialità, categoricità e organicità nel reperimento dei materiali cognitivi, capacità ermeneutiche e tanto altro. Questa polarità, però, finisce per risultare un’asserzione di poco conto, dato che la storia ci ha consegnato eccelsi poeti che furono al contempo anche dei critici letterari: si pensi, ad esempio a Eugenio Montale, Elio Vittorini e anche Leonardo Sciascia che ci ha lasciato una intensa attività saggistica sulla Sicilia e i suoi problemi sociali.  Qual è il procedimento che adotta quando si “sveste” del suo ruolo di poeta per indossare, invece, gli abiti di critico letterario, dato che il suo curriculum è amplissimo di testi critici, recensioni, saggi e studi monografici?

NDSB: Sono punti di vista contrapposti. Secondo la mia personale opinione, il poeta soprattutto può essere un ottimo critico, perché porta in sé le capacità ermeneutiche, le sigle, le caratteristiche proprie della Poesia, sicché, ne sa eviscerare i contenuti, interpretare le connessioni, le concomitanze scrittorie, le sinestesie, le prospettive circostanziali di un linguismo particolareggiato e insondabile, sapendo, attraversare l’esegesi critica con una variegata visione d’insieme e, infine, visitarne e penetrarne i meandri più insondabili di una lingua particolarmente disorganica e misteriosa, quale quella poetica, per penetrarvi in misura circostanziata e istintuale, quasi per induzione come nei “vasi comunicanti” o per simbiosi oserei dire, in quanto i contenuti e i modelli non gli sono estranei e ogni sentimento/suggestione riesce a integrarsi consolidando la categoria fondante della sua ragione critica, in un confronto che risulti al contempo esegesi/poetica, ma che si potrebbe definire in modo più esatto: combinazione attitudinale tra le due categorie, poiché le due posizioni determinano “affinità” nei confronti della scrittura e delle sue articolate manifestazioni intellettuali.

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LS: Lei ha all’attivo ventidue sillogi poetiche, oltre che libri di saggistica, di esegesi letteraria che sono state ampiamente apprezzate dalla critica, tanto che sulla sua produzione hanno scritto i nomi più altisonanti del panorama letterario degli ultimi trenta anni. Scorrendo i titoli delle sue opere: (Lo spazio di un pensiero, La parola essenziale; L’attimo che conta (pref. Vittorio Vettori); ma poi ancora: Tra l’onda e la risacca, (pref. Marco Forti);  L’arto-fantasma, (pref. Giovanni Raboni), solo per citarne alcuni) si respira il senso del “non definitivo”, dell’incompiuto, una sorta di evocazione ad indagare, ad andare oltre quelle realtà sconosciute, misteriose e impossibili da scrutare con l’utilizzo della ragione. In che cosa si concretizza quella “parola essenziale” della sua silloge del 1990 e quell’“attimo che conta” dell’omonima opera pubblicata nel 1994 con prefazione di Vittorio Vettori?

NDSB: La prima si riferisce alla necessità di non debordare mai dall’alveo in cui si colloca l’eccellenza della combinazione lirica, perché l’evento deve necessariamente essere raggiunto, attraverso una singolare cernita dei termini e non solo. In seconda istanza, inoltre, va eseguita una marcata esclusione del “superfluo” che se insistesse ad usurpare spazi non richiesti, guasterebbe il senso estetico del verso e tracimando in eccesso, potrebbe devastare e offendere il valore intrinseco della Poesia che, deve essere raggiunta da un’anoressica ed esclusiva opera di essenzialità: “non una parola di più”, come afferma, da sempre, Giorgio Bàrberi Squarotti riguardo alla mia poesia.

L’attimo che conta” poi, in Poesia, è   –quello e, nessun’altro–  la parodia della perfezione (che non esiste sulla terra) è tutta concentrata in quell’attimo eccezionale, ma se proprio non è dato raggiungerlo, si può cercare il perfettibile, volendo assegnare all’accezione quel meraviglioso tempo <dell’infinità> che ogni poeta tenta, per dare alla sua scrittura il miracolo della Storia, la memoria inconfutabile dell’essere che si trasforma in divenire, diventando fattore cognitivo di una palingenesi eternante.

  

LS: Il poeta romagnolo Tonino Guerra (1920-2012), celebre anche per la collaborazione di scenografia con il grande Fellini, ha dedicato un’ampia produzione alla poesia nel dialetto romagnolo. Le propongo qui una sua lirica in dialetto, con relativa traduzione in italiano, per chiederLe un suo commento. Nel caso abbia avuto l’occasione di conoscerlo personalmente, può descriverci come fu il vostro incontro?

 

I sacriféizi[1]

Se mè ò studié
l’è stè par la mi ma,
ch’la fa una cròusa invéci de su nóm.

S’a cnòss tótt al zità
ch’u i è in chèva e’ mònd,
l’è stè par la mi ma, ch’la n’à viazè.

E ir a l’ò purtèda t’un cafè
a fè du pas, ch’la n’ vàid bèla piò lómm.
– Mitéiv disdài. Csa vléiv! Vléiv un bignè?

I sacrifici

Se ho potuto studiare
lo devo a mia madre
che firma con una croce.

Se conosco tutte le città
che stanno in capo al mondo
è stato per mia madre, che non ha mai viaggiato.

leri l’ho portata in un caffè
a far due passi
perché quasi non ci vede più niente
– Sedetevi, qua. Cosa volete? Un bignè?

 

NDSB: Mi dispiace, non ho avuto la fortuna di conoscerlo e me ne rammarico moltissimo, deve essere stato un poeta umanamente e profondamente capace d’instaurare con la poesia un dialogo e saper parlare a tutti in modo istintivo e universale… La Poesia deve essere colta da tutti.

 

 LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “Perdonateci”[2] del poeta napoletano Luciano Somma[3]:

Perdonateci
questa dannata voglia
di vivere in un mondo
a forma di colomba
e non tra fiori finti
perdonateci
se rifiutiamo limiti e frontiere
e trasformiamo
fili spinati in palpiti d’amore
non ci è concesso forse d’impazzire?
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controcorrente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro osare.

 NDSB: Entrambi propongono una bella poesia, pur se diversificata nei modelli e nei moduli scrittori. L’uno è il poeta consolidato, conosciuto, l’altro il poeta che spunta fuori dalla quotidiana ricerca della Poesia e si fa apprezzare per i contenuti. Hanno in comune la lingua poetica che sgorga spontanea da un’ispirazione che in un periodo di ristagno culturale, ridà vita a quell’idea di letteratura che caratterizza il lavoro del critico, soprattutto basato su uno sperimentalismo che è ricerca del linguaggio in ogni suo itinere.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Date a me”[4] del poeta fiorentino Lenio Vallati[5], risultata vincitrice in numerosi e prestigiosi premi letterari:

 

Date a me le sofferenze del mondo.
Le porterò lontano, le disperderò
come pulviscolo
tra strade affollate di gente.
Date a me l’odio, lo avvamperò
alla fiamma del puro amore
che non resti altro che memoria.
Date a me la guerra.
Caricherò i fucili
di fiori e gli spari
diventeranno abbracci
nella stagione nuova del cuore.
Date a me la paura.
La fonderò con l’alba
dissolvendo le tenebre
oscure della notte.
Date a me la morte.
Le racconterò una storia
che parla di noi due,
e alla luce del nostro amore.

 

NDSB: Anche in questo testo si evince la ricerca di universalità della poesia che affianca ai vari livelli la più ampia fenomenologia linguistica sollecitando la voglia di aprirsi al “sogno” alimentando le varie espressioni sperimentali dell’oggetto poetico.

 

 LS: Recentemente ha curato assieme al poeta napoletano Antonio Spagnuolo un Archivio Storico dal titolo L’evoluzione delle forme poetiche[6] circa 800 pp. che contiene parte della immensa produzione poetica degli ultimi due decenni 1910-2012. Quando si cura un’opera antologica di questo tipo si rischia sempre di incorrere in “fastidiose dimenticanze” nel senso che è opinabile la scelta degli autori e dei testi fatta dai curatori e si potrebbe criticare la mancanza nel testo di poeti ritenuti “grandi” e che, dunque, appaiono scartati (nel caso non siano stati scelti) o assenti (nel caso non abbiano saputo dell’iniziativa o non abbiano voluto prenderne parte). Può raccontarci come è nata l’idea di questa antologia poetica, quanto lavoro c’è stato dietro e attraverso quali canali verrà diffusa?

NDSB: Archivio Storico, così l’ho definito è un lavoro di ristrutturazione e coordinamento della poesia di oggi “inteso nel complessivo articolato di un ventennio”. Da tempo lo avevo in mente e lo programmavo, ma ben consapevole che l’operazione fosse di quelle molto impegnative, vi ho voluto dedicare tutta la mia attenzione e il mio interesse. Ci sono voluti ben due anni di cura e, nonostante ciò, il lavoro non è completo. L’opera ha voluto essere un consuntivo, una mappatura, un censimento, una vetrina variegata di poeti che, a diversi titoli e con la massima preparazione in campo poetico, possono essere traguardati al futuro per essere storicizzati. Raccoglie una vasta configurazione critica, ma non è un traguardo concluso, perché nelle mie intenzioni c’è e resterà un tracciato differenziato delle varie forme scrittorie, che non possono essere inglobate né circoscritte ad un solo tomo. La ricerca in campo poetico è un percorso significativo sempre in progress che varia a seconda l’evoluzione del linguaggio e delle sue varie forme o connotati linguistici: i diversi contesti caratteriali che ne coinvolgono i tempi e le strutture ne sono la prova evidente, un riscontro e uno strumento adeguati alle mode e agli stilemi propri di un’evoluzione che, avendo attraversato i vari ismi delle avanguardie, ritorna e si annuncia diversificata nelle forme strutturali di linguismo. Era necessario uno spartiacque, un rendiconto, una configurazione che ne rappresentasse la situazione di oggi. Malgrado taluni inevitabili difetti o defezioni, spero di aver fatto un buon lavoro, il discorso degli esclusi non è esatto. Sono stati contattati quasi la totalità di quegli autori che hanno avuto un peso, una rappresentazione, un curriculum tali da essere inseriti dignitosamente dentro una produzione che abbracci l’attività poetica a cavallo di due secoli (un ventennale appunto di Poesia)…ebbene, non tutti sono stati disponibili all’operazione, taluni con miserrime e puerili giustificazioni si sono defilati, altri hanno sottovalutato appieno l’operazione storica. Dovrebbe essere chiaro a chiunque un principio: da qualunque fonte editoriale di alto o medio livello provenga un tale progetto debba essere bene accetto. Purtroppo, anche chi ha intelletto di ampia levatura culturale, miseramente fallisce nei giudizi fondanti o nei criteri di valutazione della realtà… Se fosse stata iniziativa programmata da alte sfere editoriali (per non fare nomi) tanti, forse tutti si sarebbero strappate le vesti pur di rientrarci. Così non è stato, e la Storia ne dovrà prendere atto. La responsabilità dell’esclusione né dell’incompiutezza non è da addebitare ai curatori.

  

LS: Oltre a dedicarsi alla poesia si è interessata molto di scienza dell’alimentazione. Poesia e nutrizionismo, versi e cucina possono avere una combinazione pratica oppure restano due mondi distanti tra di loro? Quanto è importante all’interno del suo fare poesia l’elemento nutrizionale, le suggestioni che possono derivare da una prelibatezza vista, agognata o pensata?

NDSB: Le due parti della medaglia non sono in competizione, vanno in abbinamento e l’una non esclude l’altra: mens sana in corpore sano. Ebbene, la verità è presto detta, la soddisfazione del palato dinanzi al buon cibo è la stessa che un grande poeta mette in poesia, stessa “apoteosi”, stessa sublimazione che, combinando espressioni superlative di carattere intellettivo l’uno e olfattivo l’altro, riescono a combinare la simbiosi dei sensi: armonizzarli si può, anche con un eccellente cibo.

  

LS: Nella sua recente silloge L’eros e la nudità (Tracce, 2013) a proposito dell’amore scrive[7]:

 

L’amore non è né comodo né facile,
ci arde solamente dentro come scintilla vitale,
ci scorre tra le pieghe come istante perfetto
nell’arroganza di solitudini abissali.

 

Non è questa una visione troppo “cupa” dell’amore che sembrerebbe essere vissuto in maniera poco entusiasta («non è comodo») e che si delinea per le sue difficoltà («né facile») perché alla minaccia delle «solitudini abissali»? Qual è la sua idea sull’amore?

NDSB: In altri testi della stessa opera affermo: «dalla nostra carne sboccerà l’aurora» oppure: «siamo uccelli che sforano il cielo/ e si accendono di vivido sole»; «Come uccelli di fuoco sorvoliamo il caos». Non è nel significato che le attribuisce Lei che ho inteso porre l’attenzione! Troppe volte si abusa dell’amore, si eseguono acrobazie, equilibrismi, di cui l’amore non ha necessità. Il vero grande amore ha funzione in sé, vive di luce propria, emette segnali di armonia che nessun’altro sentimento può eguagliare. Il pericolo, il rischio è solo di stravolgerlo, di mistificarlo, di confonderlo. I versi di tutta l’opera si susseguono con ritmo suggestivo-emozionale, cogliendo la voce dell’Eros come la sola in grado di dar vita al soggetto amoroso. Trovo che l’opera vada oltre il quotidiano, non bisogna imprigionarla nei soli due versi che definiscono l’amore: non comodo né facile. In realtà non lo è. Eppure ardito si leva il sogno, ardito il concetto di volerlo determinare in spore di felicità, oltre il dubbio e le limitazioni dell’umano sentire, oltre la ferita e l’offesa delle miserie umane.

   

LS: Tutti giorni alla tv sentiamo parlare di Europa o, meglio, di Unione Europea, quale organismo politico-economico che è frutto di decenni di incontri, convegni, trattati tra i padri politici che intravvidero in un sistema federativo e comunitario di stati una via da perseguire perché sinonimo di forza, prestigio e solidità economica. Ora, a più di dieci anni dall’introduzione della nuova moneta, in molti –da più parti politiche e, soprattutto la gente comune- stanno chiedendosi se non sia auspicabile un ritorno alla Lira. L’insoddisfazione nei confronti del sistema economico europeo è palpabile un po’ in tutto il Vecchio Continente, per motivi di diversa natura. Che cosa pensa Lei dell’Europa? Qual è l’idea che le sale alla mente quando sente nominare la parola “Europa”? Esiste, secondo Lei, un retroterra culturale condiviso tra i vari popoli che “abitano” questa Europa?

NDSB: Una grande tragedia per gli stati più deboli della U.E. Questa è la mia personale impressione, ma è avvalorata dai giudizi di grandi economisti e geni della finanza globale che intercettano il rischio di una defaillance del mercato delle nazioni facenti capo alla U.E. Nessuno si sforza di capire la situazione che si verificherà nell’eurozona manipolata dalla politica speculistica e truffaldina della UE che ci sta portando allo sbaraglio. Le nazioni più forti economicamente vogliono soppiantare quelle più deboli, in modo da avere meno bocche da sfamare nel 2015/2020. E succederà un cataclisma. Non vuole essere allarmismo, ma semplice considerazione dei fatti. La prima ad uscire sarà la Grecia, seguita dalla Spagna e da altre, per non fare il nome dell’Italia che è all’osso, ridotta ai minimi termini da una politica troppo rigorista, sotto l’egida merkeliana, fatta di tasse e balzelli alla maniera di Monti. È la teoria dell’economista Charles Robertson di Reinaissance, dove c’è il massimo rigore, si comprime lo sviluppo, l’incremento del peso fiscale riduce sul lastrico un popolo e ne sentenzia il fallimento economico – default – Ma c’è anche chi si spinge oltre, come il gestore di fondi speculativi Kyle Bass, secondo cui il destino dell’Europa è già segnato. Ma a dare dichiarazioni shock è Reuters. La recessione non avrà breve durata, la crisi andrà molto oltre le previsioni e non avrà lieto fine, sfocerà in una guerra mondiale ha concluso Bass, Fondatore di Hayman Management Capital (Dallas). Bass è convinto che assisteremo a guerre sanguinose e rivoluzioni, un vero dramma per le popolazioni e gli stati che non potranno stare al pari con le speculazioni di un sistema capitalistico da guerra “stellare”. Lo stallo sarà un’immensa perdita di capitali che sotto forma ingannevole e fatti passare per diminuzione del debito pubblico lasceranno sul campo morti e feriti. Il fenomeno potrà nel tempo allargarsi fino a provocare una riduzione drammatica sugli stati sovrani che dovranno uscire dall’euro. Ma non è molto lontano questo pericolo, anche se nessuno ne parla, e proprio per questo, avverto il rischio incombente e prossimo a succedere. A dare il primo segnale è stata l’Inghilterra, cui potranno seguire altri stati in grave affanno economico. Mi lasci aggiungere che la  politica e la poesia sono due poli opposti, si trovano agli antipodi del genere umano, non vi è capacità di armonizzarli, perché inevitabilmente l’una esclude l’altra: il poeta vive nel suo limbo perfettibile, il politico esclude tout court la ragione dell’omologazione, perché lontano anni luce dalla verità e dal bene comune. Vi è una profonda ragione speculativa nella spartizione politica, che esula dai principi e dalle essenzialità della palingenesi evolutiva. Il politico è (e resterà) uno strumento per “configurarsi” un potere sugli altri simili, il poeta no, vive di idealismi, forse di utopie. Le due posizioni sono fondamentalmente diverse e non associabili tra loro. 

  

LS: Oggigiorno le collaborazioni tra più autori e le scritture congiunte o “a quattro mani” sono molto diffuse, sia nella narrativa che nella poesia. Sinceramente troppo difficile, se non addirittura inconcepibile, che una poesia possa essere scritta insieme da due persone, nonostante la loro vicinanza, amicizia e parità di visioni perché la poesia, per come la concepisco io, è un atto estremamente personale che non può realizzarsi nella spartizione della creazione tra un attacco scritto da una persona e una seconda parte scritta dall’altra. Credo che in questo modo l’atto stesso di far poesia possa essere considerato morto e la lirica finisca per essere un misero collage di frasi di persone, incollate a puntino, con esiti che non possono che risultare desolanti. Che cosa ne pensa Lei a riguardo?

NDSB: L’incompatibilità tra i vari “individui” esclude “ a priori” una realizzazione a quattro mani che possa armonizzarsi in perfetta sintesi. Saranno sempre due o più modi di sentire, di avvertire la visione dell’esistente, diversificate le aspirazioni, le idealità, le emozioni. È come voler accoppiare un cane e un gatto, snaturandoli entrambi, i due mondi confliggono e non vi può essere sintesi tra le due realtà. Il risultato non può che essere desolante, una sorta di puzzle, o un collage eseguito a freddo, a tavolino, le percezioni sono altre in ognuno, molto distanti dall’armonia che può realizzare una sola voce. L’esito a mio parere non può che essere inferiore.                                                  

                                

Segrate (MI), 3 giugno 2013 

[1] Tonino Guerra, I bu. Poesie romagnole, Milano, Rizzoli, 1972.

[2] Luciano Somma, Gocce nell’acqua, CITTà, Fabula Edizioni, p. 10.

[3] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[4] Lenio Vallati, La vita nell’osmosi del tempo, Firenze, Edizioni Agemina, 2013, p. 17.

[5] Lenio Vallati è nato a Gavorrano (GR) nel 1954 e risiede a Sesto Fiorentino. Svolge il lavoro di Capostazione presso l’impianto di Firenze – Castello. E’ poeta e scrittore. Di poesia ha pubblicato: Alba e tramonto (Bastogi, 2007) e La vita nell’osmosi del tempo (Edizioni Agemina, 2013). Di narrativa ha pubblicato: Soggiorno a Bip Bop (L’Autore Libri Firenze, 2003), Un criceto al computer (Ibiskos, 2004), Desiderio di volare (Bastogi, 2006),  e Gaffio d’Alba (Bastogi, 2011). Ha vinto molti primi premi sia per i racconti che per la poesia ed è presente in numerose antologie.

[6] AA.VV., L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio 1990-2012, curatori Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo, Napoli, Kairòs, 2012.

[7] Ninnj di Stefano Busà, L’eros e la nudità, Pescara, Edizioni Tracce, 2013, p. 27.

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