Lorenzo Spurio intervista la poetessa anconetana Fulvia Marconi

LS: In che modo ha scoperto che aveva bisogno di mettere sulla carta i suoi pensieri e le sue emozioni, cioè quando è nata la sua prima poesia? La pubblicazione dei suoi primi testi avvenne in concomitanza alla loro scrittura oppure ci fu un tempo di sedimentazione e pausa prima che decise di renderli pubblici?

FM: Sin dall’infanzia, magicamente attratta dalla poesia. A 15 anni, forte del benestare paterno, sostengo e supero l’esame alla Soc. S.I.A.E. onde ottenere la qualifica di autore di parte letteraria per testi riguardanti canzoni di musica leggera. Naturalmente, essendo molto giovane, prediligevo scrivere testi dedicati ai bambini che il Maestro Quinto Curzi, di Ancona, divertito musicava. Sono stati incisi due dischi che ottengono discreti risultati nei vari concorsi musicali. Con l’età adulta, mi sono allontanata sia dalla musica che dallo scrivere, in quanto il lavoro occupava gran parte del mio tempo. Poi, sei anni or sono, casualmente, provo a dialogare con un foglio, ed è proprio così che comincio a percorrere la tortuosa strada della poesia. La prima lirica scritta: “Canta o bella Madre’’, dedicata alla Madonna, viene subito pubblicata nella rivista dell’Associazione Cattolica e Culturale ‘’Maria Bolognesi’’ di Rovigo con la motivazione: «Incantevoli versi che avvolgono il lettore tanto da sembrar di udire il canto della Madre».

 

LS: Lei figura quale membro di giuria in vari concorsi letterari nazionali e internazionali. Qual è la sua opinione sull’importanza del premio letterario nella carriera dello scrittore? I grandi scrittori debbono “per forza” passare attraverso quale premio per ricevere visibilità e attenzione da un pubblico più ampio?

FM: Il premio letterario può rappresentare un trampolino di lancio: è il modo più rapido per far parlare di sé. Inoltre, elemento che ritengo estremamente gratificante, in un’ottica di crescita artistica ed umana, permette il confronto con altre “penne” e l’instaurarsi di rapporti sociali stimolanti. È una scelta, non una tappa obbligata, infatti illustrissimi esponenti del mondo della letteratura non hanno mai partecipato a premi.

 

LS: In America e in Inghilterra le riviste letterarie vengono tenute da sempre in maggior conto rispetto ai paesi mediterranei e per l’ampia caratura di redattori e perché veicolo di una critica seria di nuove pubblicazioni tanto che spesso quelli che sono diventati grandi scrittori tradotti in tutto il mondo sono passati tramite la pubblicazione di pezzi giovanili su alcune riviste mondiali. Perché ciò in Italia in via generale non avviene e perché si continua a vedere la rivista di letteratura come qualcosa di troppo ostico e forse accademico quando, invece, è essa stesso mezzo primario del fare letteratura?

FM: Come precedentemente asserito ho iniziato il percorso poetico proprio pubblicando in una rivista cattolico/culturale, quindi, ritengo la pubblicazione dei testi in antologie o riviste altrettanto importante come la partecipazione ai concorsi letterari. Viviamo in un mondo nel quale la pubblicità dice sempre l’ultima parola.

fulvia

LS: Sebbene Leonardo Sciascia (1921-1989) sia principalmente noto per la sua intensa attività narrativa e saggistica, per la prosa, scrisse anche delle poesie. Alcune di esse, che sottolineano il suo attaccamento per la terra d’origine e ne concretizzano alcune tipicità tradizionali, sono contenute in La Sicilia, il suo cuore (1952). Le propongo per un commento la poesia “I morti”[1] in cui il poeta descrive come avviene in terra di Sicilia e ai suoi tempi il rito del funerale:

 

I morti vanno dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l’inganno delle imposte chiuse.

 

FM: Versi che assumono l’aspetto di una spontanea testimonianza e di un preciso modo di interpretare le immagini circa gli usi e le emozioni scaturite dalla terra di Sicilia. Descrizioni accurate che si annodano e si incastrano con la partecipata sofferenza di chi ricerca, attraverso i vari eventi, di risvegliare sensazioni e dimostrare la partecipazione e l’attaccamento alle tradizioni.

«Finestre e porte chiuse, ad implorarli/ di passare oltre, di dimenticare», questi sono versi accorati e spietati, malinconici e sensibilmente reali che impediscono ogni anelito di speranza. Evocano una presa di coscienza di un evento sofferto per il quale non esiste via d’uscita. Tutto continua anche quando la morte stende la propria ombra e, quelle imposte chiuse, rappresentano l’ipocrisia di un dolore solo parzialmente condiviso. La morte come la vita è l’eterno gioco che circuisce e, subdolamente, inganna.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Sipario”[2] di Mia Lecomte[3], poetessa, e scrittrice che per la saggistica si è molto occupata di “letteratura migrante”.

 

Mi scrivi che laggiù ritrovi le luminarie
 
al mare quest’autunno
l’ho visto io stessa
trascinavano sassi sulla spiaggia
dentro a una sporta bucata
 
fuori vanno morendo le palme
una ad una a destra
dal marciapiede in fondo
sull’altro lato a sinistra
come se fossero vive
siamo in pochi ad accorgercene
in una loro idea di realtà
si fermano
 
e muore il sacchetto nella teiera
lo spago morsicato dal gatto
carta straccia nello zaino di scuola
il cappotto destinato al suo gancio
 
per solidarietà di cose
apparente

 

FA: I versi appaiono inquieti, dove i fantasmi del dolore e della rassegnazione giocano il ruolo fondamentale. Immaginifiche metafore si condensano in sensazioni sempre più incalzanti.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia dall’impronta speranzosa e profetica della poetessa Michela Zanarella[4]  intitolata “Fango e radici”[5],  sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Affoghiamo le nostre miserie
con le lacrime.
Siamo spiriti di un secolo
che divora le memorie.
Giochiamo con il destino
come fosse una palla
da infilare nella rete.
Cerchiamo il giudizio
di Dio,
la Sua voce affascinante
per una rivelazione
di vita eterna.
L’amore è la pioggia
che non aspettiamo.
Accettiamo il dolore
e ci completiamo
col sollievo di altri.
Ci vediamo acque
di mari diversi,
figli di burrasca.
Ci incontriamo
nel petto della stessa terra,
fango e radici
per un nuovo germoglio.
 

FM: L’arte è il “parlare” delle sensazioni e, anche in questa lirica, si dipana un percorso costellato di sofferenza. Il tracciato esistenziale pieno e la difficoltà dell’umano vivere sono rese con caparbia efficacia. I sentimenti, espletati nella loro interezza, mettono in primo piano lo stile intimistico dello scritto. Il verso finale lascia trapelare un raggio di speranza ad illuminare l’ultima possibilità all’uomo di conoscere e (ri)conoscere sé stesso.

 

LS: Nel secondo ‘900 i filoni della poesia italiana sono diversissimi: ci sono i continuatori di una poesia dall’impianto classico, con riferimenti alla mitologia e una particolare attenzione alla metrica, c’è chi, invece, fece suoi i dettami della poetica asciutta dell’ermetismo e chi, invece, abbraccia le avanguardie con la loro rottura di schemi e di formalismi per dedicarsi a manifestazioni singolari ed originali. Oggigiorno è quanto mai difficile, se non addirittura impossibile, cercare di dare una mappa concettuale dei vari modi di far poesia anche perché le varie sensibilità si mescolano spesso tra di loro. C’è una tendenza, però, che vede nella poesia minimalista caratterizzata dall’asciuttezza del verso, dall’abolizione della punteggiatura e dal linguaggio altamente analogico ed evocativo che sembrerebbe oggi molto diffusa. Che cosa ne pensa di questa maniera di “far poesia”?

FM: Strana domanda, a me, che scrivo prevalentemente in endecasillabi… Ogni epoca è caratterizzata da una corrente letteraria determinata prevalentemente dal pensiero sociale, politico e anche filosofico dell’uomo: abbiamo, infatti, il Decadentismo, il Simbolismo, l’Ermetismo, Futurismo etc, fino ad arrivare agli anni ’30-‘40 con Ungaretti e all’Ermetismo. Per quanto mi riguarda, apprezzo ogni stile perché, prevalentemente, la poesia è emozione e non vi è un’unica strada per arrivare al cuore. Ben venga anche l’abolizione della punteggiatura, purché lo scritto non abbia a soffrirne. Non sarà certamente la lunghezza di un testo a determinare la sua validità. La poesia è suggestione del pensiero, quindi, sono aperta ad ogni stile poetico pur di lasciarmi “suggestionare’’.

 

LS: Che cosa ne pensa degli adattamenti cinematografici di romanzi più o meno noti? E’ un buon modo per rivitalizzare la letteratura? Ce ne è qualcuno che per la sua fedeltà al testo si sente di consigliare in modo particolare?

FM: Tradurre in immagini un romanzo e trasmettere in toto le sensazioni e le emozioni che le parole scritte sono in grado di suscitare non è una operazione facile, ma, se riesce, può essere un mezzo efficace per trasformare lo spettatore in lettore. Se pensiamo al film Il nome della rosa (1986) del regista Annaud, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco, la trama è stata semplificata ed “alleggerita’’, determinando la perdita dello spessore storico-filosofico che l’autore voleva sottolineare, ma lo svolgimento della vicenda, l’ambientazione e i personaggi ben delineati possono essere di stimolo ad approfondire la conoscenza con lo scrittore e con le sue opere. Suggerirei anche film tratti dai romanzi di Jane Austen, fedeli ai testi ed allo spirito ironico e soavemente pungente dell’autrice (Ragione e sentimento del 1995 di Ang Lee; Emma del 1996 di Mc Grath,…).

 

downloadLS: Le avanguardie di primo ‘900 diedero impulso[6] alla poesia visiva o poesia figurale che si caratterizzava per un completo scambio e interazione tra parola ed icona, tra verso ed immagine. Ne sono esempi le opere visuali di Apollinaire contenute nella sua opera magistrale, I calligrammi (1918) e le poesie visive di Govoni. Negli anni ’60 in Italia nacque un gruppo di “poesia visiva” al quale presero parte vari autori, tra cui Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti, Ketty La Rocca, Mirella Bentivoglio, Emilio Isgrò ed altri, in cui, oltre alla combinazione parola-immagine, venne introdotto il linguaggio a tratti violento a tratti potente della società con riferimenti a quotidiani e mezzi di comunicazione. Tali opere, più che vere e proprie poesie, finiscono per apparire come collage. Le propongo “Sera 1964” di Eugenio Miccini per un suo commento personale.

FM: Come detto poc’anzi, la poesia al mio modo di vedere è emozione e, sinceramente, di fronte a quest’immagine non riesco a suggestionarmi.

 

LS: Lei che ha pubblicato molte opere nel corso della sua ampia carriera, quale è il suo commento personale sul mondo dell’editoria italiana che, come sappiamo è fatta da pochi grandi e inarrivabili marchi e moltissimi editori di media-piccola dimensione?

FM Non posso fare di tutta un’erba un fascio: sono stata trascurata da un paio di editori e presa in grande considerazione da altri. Purtroppo viviamo in un mondo dove la griffe ha la sua importanza, ma se un lavoro è buono, resta valido anche se edito da una casa editrice minore. Non mi sono mai lasciata incantare dalle apparenze.

 

Ancona, 14 Agosto 2013

[1] Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore – Favole della dittatura, Milano, Adelphi, 2003, p. 13.

[2] Mia Lecomte, Intanto il tempo, Milano, La Vita Felice, 2012, p. 31.

[3] Per maggiori informazioni sulla poetessa si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lei dedicato.

[4] Michela Zanarellaè nata a Cittadella (PD) nel 1980. Vive e lavora a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e, animata da personalità di cultura e poeti locali che vedevano in lei una promessa della poesia, ha cominciato a partecipare a sfide letterari. Ha da subito ottenuto buoni risultati, convalidati da premi nazionali e internazionali e varie pubblicazioni di suoi testi in antologie. Ha pubblicato le sillogi poetiche Credo (Ass. Culturale MeEdusa), Risvegli (Ed. Nuovi Poeti), Vita, infinito, paradisi (Ed. Stravagario, 2009), Sensualità (Sangel, 2011), Meditazioni al femminile (Sangel, 2012) e L’estetica dell’oltre (D&M, 2013). Ha pubblicato anche una raccolta di racconti dal titolo Condividendo con le nuvole (GDS, 2009). Partecipa a reading, eventi letterari ed è membro di giuria in vari concorsi di poesia.

[5] Michela Zanarella, Meditazioni al femminile, Sangel, 2012, p. 28.

[6] Non è, infatti, giusto sostenere che “inventarono” questo tipo di poesia, dato che esistono attestazioni di questo utilizzo congiunto di parola-immagine addirittura nell’antica Grecia: Simmia di Rodi, infatti, ci ha lasciato vari “carmi figurati” tra cui la celebre “Ascia” dove, appunto, il contenuto testuale è disposto specularmente in due porzioni arrotondate di disegno che stanno a rappresentare la doppia lama dell’accetta.

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