“Timidi zampilli” di Mara Spoldi, recensione di Lorenzo Spurio

Timidi zampilli
di Mara Spoldi
Montag, Tolentino, 2013
Pagine: 227
ISBN: 9788897875598
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
Scorre lentamente
il paesaggio circostante,
scenografie sfuggenti
in questo set che mi dà vita. (67)

9788897875826gPoesie ricche di pathos e dense di mistero quelle di Mara Spoldi raccolte nella sua opera prima dal titolo Timidi Zampilli (Montag, 2013). La raccolta, molto corposa, contiene liriche scritte in un periodo di tempo abbastanza esteso che va dal 2002 ad oggi, quasi a voler marcare il percorso poetico (e direi stilistico) di una penna giovane e fresca che ha tanto da dire e da vergare sulla carta.

Timidi zampilli è un canto alla vita dove la poetessa si riscopre meravigliata nei confronti della natura e del suo inesplicabile meccanismo; si ritroveranno nostalgici pensieri a un passato familiare ormai lontano (“il paesaggio dell’infanzia/ ad un tratto più non c’era”, p. 23), ma sempre vivo e presente nella sua vita, liriche chiaramente d’amore e di costruzione dello stesso come quella che si intreccia al Cammino di Santiago del quale, come in un bozzetto, affresca il percorso di crescita spirituale, morale con il felice raggiungimento della meta agognata.

La punteggiatura sembra essere debole per chiara volontà dell’autrice che, probabilmente, non ama intervallare il verso in segni di articolazione sonora e, al contrario, risultano frequenti i segni di interrogazione che sottolineano la presenza di parti interrogative e chiare porzioni dialogiche ed i segni esclamativi, impiegati, invece, per accentuare la carica espressiva del suo poetare. La poetessa ricorre con frequenza all’arte dell’elisione, sia in sistemi nominali che verbali e addirittura nei connettivi relativi, che trasmette a tratti l’idea di una poesia un po’ fuori dal tempo e d’impianto classicheggiante (a motivare ciò è anche il frequente ricorso all’inversione); la sonorità, tendenzialmente fluida per questo accorpamento di parole, altre volte finisce per soffrirne. Il verseggiare è variegato: alcune liriche sono molto corte, altre invece, come quelle dedicate al “Camino de Santiago”, per la loro lunghezza sembrano essere poemetti dotati di vita propria; completano l’opera poi degli acrostici.

Si riflette sulla vita, sul silenzio, sulla bellezza, sull’importanza dei valori, sull’amore, sulla natura. La poesia di Mara Spoldi è universalistica proprio perché rifugge tematicismi particolari per dare, invece, uno sguardo completo e dall’alto su ogni aspetto dell’umano meditare:

Io son sognatrice
inconscia del fatto
che anche una stella
è immersa nel niente. (21)

E’ una poesia possibilista e intrisa di vitalismo, che affronta i problemi e i disagi del mondo, prevedendo un rimedio o uno sviluppo felice degli accadimenti come quando in “Inerzia” osserva: “Si può sempre contrastare/ la passività del mondo” (p. 85). Un messaggio chiaro e avvincente che può aiutare il lettore e l’uomo d’oggi a sgravare il suo senso di tormento, tanto umano quanto sociale, ed un invito a leggere questa raccolta che loda la vita e chi l’ha creata.

Le bellissime immagini che accompagnano ciascuna lirica rendono questa silloge anche una piacevole e azzeccata “mostra di momenti” che si sposano con i versi di Mara.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-10-2013

Lampedusa: per non dimenticare i poeti si uniscono in una singolare antologia poetica

Nasce il contenitore poetico “Per i morti di Lampedusa annegati da respingimento”            

 Il contenitore poetico “Per i morti di Lampedusa annegati da respingimento” nasce dalla volontà di poeti e poete di far sentire in maniera pubblica, tramite i propri versi, l’orrore per quanto accaduto al largo di Lampedusa il 3 ottobre, che fa parte di un quadro più ampio di oltre 16,000 morti per annegamento negli ultimi 15 anni, nonché esprimere solidarietà con le persone costrette a fuggire da situazioni di guerra, dittatura e condizioni di miseria provocate da neocolonialismi e un’ignobile distribuzione delle ricchezze.
La proposta lanciata inizialmente da 100 Thousand poets for Change-Bologna, e appoggiata da varie associazioni e dal sito GLOB011 che ci ospita, ha dato vita a questo contenitore che accoglie oltre quaranta interpretazioni e angolature poetiche diverse, alcune poesie sono nate in reazione all’orrore per gli annegamenti più recenti e la risposta dello Stato e altre invece testimoniano fenomeni simili negli ultimi 15 anni. Il contenitore poetico è inteso non solo come strumento per mantenere viva l’attenzione su quanto è accaduto a Lampedusa una volta che si saranno spente le luci delle ribalta ma anche per contrastare il processo di militarizzazione del Mediterraneo che sta procedendo a grandi passi sulla scia degli ultimi tragici eventi. A Bologna e a Modena, per esempio a inizio novembre le poesie verranno utilizzate in eventi pubblici che con un misto di poesia e di interventi informativi mirano a mantenere vivo il ricordo dei morti, trovare modalità concrete di aiutare i superstiti e aprire un dibattito su come trovare insieme modi umani di accogliere rifugiati, migranti, creare le condizioni per la libera circolazione degli umani e non solo delle merci e dei capitali.
Vi incoraggiamo a utilizzare le poesie come beni comuni; se avete bisogno di assistenza per organizzare eventi con i poeti e le poesie contenute nel contenitore potete contattare Pina Piccolo, del comitato promotore 100Thousand Poets for Change-Bologna all’indirizzo    piccolop56@gmail.com
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E’ necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

Il contenitore poetico “Per i morti di Lampedusa annegati da respingimento”: http://www.glob011.com/lampedusa

Massimo Acciai sull’antologia poetica “Diphtycha” curata da Marcuccio

Dipthycha
Di Emanuele Marcuccio
Photocity, 2013
 
Commento di Massimo Acciai

 

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Dipthycha, in italiano “dittico”, dal greco “dis” (due) e “pthyche” (piega): era – come ci informa wikipedia – una tavoletta formata da due assicelle riunite a libro da un lato, con una cerniera e un legaccio di cuoio. Era in origine usata dagli antichi romani per scrivervi con lo stilo, nel medioevo il termine è poi passato ad indicare dipinti su tavola costituiti da due parti affiancate. L’idea alla base del libro del poeta palermitano Emanuele Marcuccio riprende l’idea del dittico riadattata in chiave poetica; due poesie gemelle – una di Marcuccio ed un’altra di un altro autore – unite dalla tematica affine. Si tratta infatti di un’opera a più mani, non nel senso di poesie scritte in collaborazione tra due o più poeti, ma di poesie di diversi poeti accoppiate secondo una tematica. I temi sono i più disparati: la morte, l’amore, l’umana condizione, la vita. Abbondano i rimandi letterari, perfino fantascientifici, e le dediche ai vari autori chiamati a collaborare. A proposito dei poeti che hanno collaborato, sparsi sull’intero territorio nazionale e spesso uniti da un vincolo di amicizia con Marcuccio, sono molti ed è giusto nominarli tutti (in fondo al libro c’è una breve biografia di ciascuno): Silvia Calzolai (di Bergamo), Donatella Calzari (dal lodigiano), Giorgia Catalano (di Ventimiglia), Maria Rita Massetti (di San Benedetto del Tronto), Raffaella Amoruso (piemontese), l’amica Monica Fantaci (concittadina di Marcuccio, fondatrice insieme a Lorenzo Spurio e a me della rivista Euterpe), Rosa Cassese (pugliese), Rosalba di Vona (di Sora), Giovanna Nives Sinigaglia (veneta), Michela Tarquini (di Arnara), Francesco Arena (da Latina). Ultimo ma non ultimo il caro amico Lorenzo Spurio, che ha dedicato un intero saggio a Marcuccio, edito recentemente da Photocity Edizioni. Completano il volume un’introduzione di Marcuccio, una prefazione di Cinzia Tianetti (poetessa e critico letterario), una postfazione di Alessio Patti (poeta, scrittore e commediografo) e diversi giudizi critici finali a cura di vari scrittori, poeti e critici (tra cui le amiche Sandra Carresi e Marzia Carocci). Insomma un’opera davvero corale, a cui hanno preso parte moltissimi nomi della scena letteraria contemporanea; e questo mi sembra il vero valore aggiunto di un libro come questo, un dialogo che supera le distanze geografiche, l’età e le differenze di stile creando un qualcosa di armonico basato su un’idea geniale ed originale.

 

MASSIMO ACCIAI

Kogoi Edizioni presenta “Il peccato” di Giovanni Boine a cura di Roberto Mosena

I1382382_587204308004412_879481567_nn occasione del centenario dalla sua prima pubblicazione, la KOGOI EDIZIONI presenta “Il peccato” di Giovanni Boine a cura di Roberto Mosena, in libreria dal 28 ottobre 2013 e in tutti i digital store.

“Il peccato”, è un dialogo tra anime: Giovanni Boine accompagna il lettore nella scoperta della vita interiore del personaggio senza alcun intervento del narratore; il lettore è partecipe del pensiero del protagonista!

Un testo che, grazie ad una serie di studiate soluzioni narratologiche, si avvicina e spesso anticipa la narrativa di Schnitzler, Svevo, Mann, Joyce, e dove la narrazione è specchio delle riflessioni del protagonista.È qui l’innovazione della scrittura che Giovanni Boine ha apportato per la grande stagione del romanzo del Novecento, andando contro il romanzo verista di Giovanni Verga e contro il romanzo decadente di Antonio Fogazzaro.

 

Il libro

 “L’avventura cominciò qualche anno dopo che egli se n’era, finiti gli studi, tornato a casa…”

“Il peccato”, ambientato nelle atmosfere della costa ligure, dove il paesaggio sembra essere tutt’altro che passivo e innocuo sfondo dell’azione, uscito a puntate tra il 1913 e il 1914 sulla rivista «La Riviera ligure», è un breve romanzo dove un giovane, perdigiorno e provinciale, intraprende una relazione proibita con una novizia, Maria, che abbandonerà il convento per vivere con lui.

Il monologo interiore è la chiave del successo di questo autore che con “Il peccato” indica la strada da seguire alla nuova narrativa del Novecento.

… “Che m’avvisi, sì, gliel’ho detto io. Ma la cosa…” si fece calmo, freddo d’un tratto come gli succedeva nei mali casi sovente; pensò: “Ma la cosa diventa romantica qui. Perché non ha detto lei stessa decisa ai suoi superiori, al confessore, che so io, a chi deve che vuol uscire senz’altro? L’inquisizione non esiste più. Ha ventun’anni, è maggiorenne”…

È un romanzo breve che va letto tutto d’un fiato per assaporare con maggior vigore le speranze di una Europa e le tensioni psicologiche dei vari personaggi.

 

 L’autore

Giovanni Boine (1887 – 1917) scrittore e critico letterario italiano. Ligure per nascita, studiò a Milano dove s’iscrisse alla Regia Accademia scientifico-letteraria ed ebbe, come compagni di corso, Clemente Rebora e Antonio Banfi. Soggiornò anche a Parigi dove approfondì gli studi filosofici.

Si espresse soprattutto come saggista, scrivendo riflessioni religiose e filosofiche: in quegli anni passò da una posizione di simpatia verso i cattolici modernisti ad una di decisa polemica.

Si avvicinò al gruppo dei modernisti lombardi fin dal gennaio 1907 collaborando alla rivista “Il Rinnovamento”. Nel 1908 iniziò la sua collaborazione a “La Voce” dove portò il contributo di una personale riflessione religiosa vissuta intensamente anche se in modo contraddittorio.

Nel 1912 collaborò a “La Riviera Ligure”, e su questa rivista tenne, dal marzo 1914 all’ottobre 1916, una rubrica di critica militante “Plausi e botte”, e sulla stessa pubblicò i suoi scritti più importanti.

Nel 1909 si manifestarono i primi sintomi della tisi ed egli si stabilì ad Imperia dove trascorse il resto della sua breve vita tra esperienze intense, amori turbolenti e attività culturali significative. Alla vigilia della guerra egli pagò il suo contributo agli entusiasmi interventisti con i Discorsi militari (1914).

 

 KOGOI EDIZIONI ha pubblicato “Il peccato” nella collana “La stanza della lettura” diretta da Roberto Mosena.

ISBN: 9788898455010

Pagine: 109

prezzo: € 11,00

Kogoi Edizioni

 

 

Ufficio Stampa

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A Firenze poeti, scrittori e artisti da tutta Italia attorno a Marzia Carocci, per il suo decimo evento culturale

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La poetessa e scrittrice fiorentina MARZIA CAROCCI ha organizzato il decimo evento-incontro denominato “Autori e amici di Marzia Carocci” che raccoglierà il prossimo 16 novembre a Firenze poeti, scrittori, artisti e musicisti da tutta Italia.
La serata si svolgerà nell’Arena Cinecittà, Via Baccio da Montelupo a partire dalle ore 15:00
E sarà condotta dalla stessa Marzia Carocci assieme a Fabio Fratini (Bieffe Musica); al pianoforte ci sarà Stefano Dei (Presidente di Bieffe Musica).
Di seguito la lista dei poeti, scrittori, pittori, attori, musicisti e amanti dell’arte che interverranno, seguiti dal loro luogo di origine.
 
 
1.Valerio Vescovi Firenze
2. Gennaro Battiloro Sesto F.
3. Riccardo Vecellio Segate Peschiera del Garda (Verona)
4. Il Bottega (A.Biagini) Pisa
5. Massimo Acciai Firenze
6. Graziella Cappelli Empoli
7. Luisa Bolleri Empoli
8. Tea Cordovani Firenze
9. Lorenzo Spurio Iesi
10. Andrea Berti Firenze
11. Daniela Nutini Firenze
12. Alessandro Pesci Lastra a Signa
13. Serena Pesci Lastra a Signa
14. Alberto Lovisi S. Croce s.A
15. Patrizia Mattoni Sieci
16. Davide Rocco Colacrai Arezzo
17. Alberto Gamannossi Firenze
18. Emanuele Marcuccio Palermo
19. Catello Di Somma Piacenza
20. Andrea Marchetti Roma
21. Hazem Kamal Firenze
22. Anna Scarpetta Novara
23. Sante Peduzzi Firenze
24. Andrea Bagnai Firenze
25. Alfredo Betocchi Firenze
26. Umberto De Vita Firenze
27. Sandra Carresi Bagno a Ripoli
28. Iuri Lombardi Firenze
29. Isabella Grieco Firenze
30. Claudia Piccini Firenze
31. Carla Conti Prato
32. Laura Borghesi Rimini
33. Carla Meotti Firenze
34. Cecilia Rubini Firenze
35. Flora Gelli Firenze
36. Emiliano (grande) Buttaroni Calenzano
37. Laura Faucci Firenze
38. Fabio Fratini Sesto F
39. Lenio Vallati Sesto F
40. Andrea Aterini Firenze
41. Stefano Mancin Fornacette
42. Deborah Larocca
43. Francesco Moglia
44. Daniele Larocca
45. Rossella Nuti
46. Sara Fratini
47. Laura Ceccherini FI
48. Cherì De Rossi Firenze
49. Carla Meotti Firenze
50. Massimo Grilli Ancona
51. Grazia Finocchiaro Firenze
52. Maria Gilda Cozzolino Firenze
53. Alessandro Meschini Montecatini Terme
54. Patrizio Pacioni Roma
55. Vincente Stone Napoli
56. Silvia Cammarata Mestre
57. Alessandra Parrucchieri Firenze
58. Maria Piras Sassari
59. Paola Lepore Firenze
60. Rita Barbieri Firenze
61. Veronica Petinardi Novara
62Rosario Lupo Sesto F.no
63Antonio Sabatino Lastra a Signa
64Iolanda Conti
66 Nadia Boccacci
67 Giorgia Bascucci Rimini
 
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“Poesie del sabato senza villaggio” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie del sabato senza villaggio
Di Katia Debora Melis
GDS, 2012
Pagine:93
ISBN: 978-88-6782-043-6
Costo: 10€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

Gli scrittori si alzano presto al mattino
per descrivere un treno in movimento
che parte dalla gola di un vulcano
così come la pioggia che scende
quando la butta il cielo. (34)
 

Smelisxweb-3908_200x238ubito dopo la silloge Solo ali di farfalla (GDS, 2012) della poetessa Katia Debora Melis da me recensita, ho l’occasione di leggere anche la sua ultima opera. Si tratta di Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013), una nuova ampia raccolta di poesie dove si ritrovano i temi cari alla Nostra.

La poetica di Katia Debora Melis è profondamente intrisa di una sensibilità panica che fa della natura il suo punto di partenza, la sua felice ispirazione, la sintassi per la costruzione del pensiero e  spesso il punto d’arrivo nella consacrazione di versi spesso rapidi, ma che non lasciano indifferente il lettore. Il titolo, oserei osservare ardito e di forte rimando, non può che sottolineare ulteriormente quanto l’elemento naturale, campestre, di quella vita popolare e autentica vissuta con spensieratezza e forte coscienza, sia pregnante pagina dopo pagina. Per uno strano caso del destino mi è capitato di leggere queste poesie proprio di sabato pomeriggio, ma non credo che sia propriamente questa l’intenzione del titolo della poetessa.

Ci si bea di fronte alla bellezza e imperscrutabilità del mare come avviene nella lirica d’apertura: “Quanto è bello/ ogni suono che giunge/ dal fiore dell’onda” (5), ed è qui interessante osservare la peculiarità della poetica di Katia Debora Melis, che non solo è profondamente visuale e visiva, ma che ripone una grande attenzione anche nei suoni della natura, in tutte quelle manifestazioni acustiche che la grande macchina della Natura produce. Solo all’uomo attento e in pace con il mondo è dato percepire questi labili sospiri, questi afflati insondabili, queste nenie intramontabili di cui la Natura è madre.

Ed è di certo il mare, l’ecosistema che assume una posizione primaria in queste poesie, sinonimo di uno spazio aperto e libero, incontaminato, indifeso ma controllato a vista dalle onde che impetuose lambiscono la battigia come un dolce abbraccio. La vista di ciò è per la poetessa motivo di riflessione sul suo stato malinconico che la porta a immedesimarsi in quell’accadimento della natura: “Vorrei tornare/ indietro/ come le onde fanno/ dalla sabbia” (7). L’ingrediente per poter trovare nella vita quotidiana una forza di ragione che ci consenta di affrontare con serietà e forza tutte le cose belle e meno belle che accadono all’uomo è forse proprio quello di non prendersi troppo sul serio e di permettere al nostro io di sguinzagliarlo da ogni legame con la realtà come la poetessa confessa in “Al calar della sera”:

 

Penso che farò finta
che niente esista
per poter pensare,
al calar della sera,
a quanto è bello il mondo. (9)

 Per capacitarsi della magnificità dell’esistenza e del Creato è necessario distanziarsi dalla propria condizione “umana”, fisiologica, governata da malinconie, tristezze e dolori di varia natura.

In altre liriche si dà sfogo alla ricchezza dell’autenticità, al piacere di stupirsi di fronte al non-visto, al non-conosciuto, come avviene nella lirica “Bambini” (11): al bambino è dato meravigliarsi, all’uomo maturo rimembrare la sua meraviglia di bambino che “rivive” nel sogno. Si respira una velata criticità nei confronti del difficile presente sociale, del dramma lavorativo e delle incertezze dell’uomo che svia dai dettami della legalità come quando la poetessa denuncia: “nessuno garantisce/ che un domani sarà meglio” (46). Completano la silloge alcune liriche in sardo, cultura di appartenenza della poetessa orgogliosamente dipinta come “terra di robusta dignità” (67).

Per concludere, mi sento di dire che Katia Debora Melis è intimamente a conoscenza che il Poeta non è solo colui che mette sulla carta ciò che pensa o ciò che elabora pensando al suo vissuto o a un accadimento sociale, ma è anche colui che spesso non riesce a concretizzare ansie e sentimenti sulla carta, tanto che molte poesie –pure nate e create a livello inconscio- non avranno mai il loro supporto cartaceo: “Ci sono poesie che non ho scritto” (18). Esse esistono perché sono state pensate e create, ma resteranno in custodia dell’autrice per sempre.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 21-10-2013

 

 

KATIA DEBORA MELIS è nata a Milano nel 1973. Vive e lavora a Cagliari. Ha pubblicato saggistica, racconti e apprezzati libri di poesia tra cui: Penombra (2007), Oceano stretto (2008), Yggrasil (2010), Solo ali di farfalla (2012), Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013).

Ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per la sua attività ed è stata la vincitrice della XIII Edizione del prestigioso “Premio Letterario Gramsci”.

L’antologia poetica “Dipthycha” recensita da Nazario Pardini

Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…[1] di AA.VV.
Curatore: Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Prefazione: Cinzia Tianetti
Postfazione: Alessio Patti
Prezzo: 10 €
 
Recensione a cura di Nazario Pardini

 

Dipthycha_cover_frontAntologia, questa curata da Emanuele Marcuccio, pensata e assemblata con intenti estetici e ispirativi ben precisi. Con una scelta accurata di autori che incidano, con le loro pièces, per novità e pluralismo propositivo. Stilemi vari e degni d’interesse; molteplicità di architetture, di modi di essere e di dire. A guidare la compagnia, per numero di poesie e di partecipazione alla pagina, il curatore della stessa opera che io ho avuto occasione di conoscere per avere recensito una sua silloge. E già a suo tempo ebbi a dire della vocazione all’introspezione e al panismo esistenziale della sua poetica; capace di coinvolgere per emozioni, fattesi, con naturalezza, impennate creative di effetto immaginifico ed espansivo. E qui ne abbiamo la conferma.

13 gli autori di varia caratura tecnico-intimistica; 12, ciascuno con una propria poesia; e fra l’una e l’altra, a ripetizione, si inseriscono le composizioni del Nostro curatore.

Bisogna riconoscere che ci si trova di fronte a poeti in possesso di una parola vergine e suasiva, di strumenti metrico-allusivi capaci di fasciare impulsi vitali; di accenderli in immagini di evidente impatto visivo ed emotivo. E il tutto si conclude con un apparato biobibliografico abbastanza illuminante sulla storicità dei singoli, sul loro percorso artistico. Pur giovani, hanno all’attivo pubblicazioni, inserimenti online e antologici che evidenziano la loro frequentazione letteraria. Un caleidoscopio, quindi, complesso e variegato per plurivocità; per diversi stili, molteplici indirizzi, che, anche se rivelano stilemi sperimentali per linguaggi nuovi, lo fanno ben nutriti di rimandi evocativi e di nessi letterari personali e, anche, storico-umanistici. Lo fanno con ritorni a figure e costruzioni di tale fattura tecnico-fonica da richiamare ad un classicismo rivisitato; a significanti odissaici d’intonazione leopardiana, o montaliana. E non è certamente male fare della memoria storica un trampolino di lancio verso l’innovazione. Da apprezzare, fra gli inclusi, voci che slargano il canto verso orizzonti di inquietudini esistenziali molto vicine alle ultime congetture post-montaliane, post-luziane. A quelle di un tempo, il nostro, dove più che mai si sente il bisogno della ricerca di un verbo che soddisfi la dicotomica avventura del nostro essere umani. Dove la pascaliana diatriba fra la nostra “terrenità” e lo strappo a staccarsene è motivo di sconforto e di quiete, di subbuglio e di spinta all’eccelso.

C’è anche, in comune, una richiesta di complicità della natura; una richiesta di collaborazione, di disponibilità a che si faccia patologico polemos fra gli opposti; strumento di concretizzazione adouble face: una: colore e figura che simboleggi il male di vivere; l’altra: idillica contemplazione per un riposo, quasi annullamento dell’ego in nirvana edenico.

Già l’impatto con la copertina (colonne e resti di età classica) ci avvia ad una lettura secondo cui la poesia non ha età. E secondo cui le tante distinzioni che si fanno fra classicismo e modernismo, al fin fine, non sempre corrispondono al vero. Soprattutto quando si vuole dare un segnale di autenticità ad un tipo di poièin che si nutre, per cultura e euritmia, di ritorni storici che ci hanno preceduto. Vincolarci al passato e restarne imbavagliati, no!, ma farne un solido e basilare fondamento significa dare linearità e sub/stantia all’ars poetandi. In questo caso per fare un’esegesi filologica più attenta sulla individualità di ciascun componente bisognerebbe riferirci alle singole loro composizioni. Farne un’analisi critica precisa. Sarebbero indicative di una poetica, anche se ridotto il materiale. Noi abbiamo voluto allargare lo sguardo ad un discorso generale, che tratteggi un po’ le linee peculiari di questa antologia. D’altronde lo spazio a noi concesso è questo ed è limitato. Lasciamo al lettore il resto dell’indagine, perché “saper leggere” vale di più che “saper giudicare”.

 

 

Nazario Pardini

 

 

Arena Metato (PI), 6 giugno 2013


[1] D’accordo con tutti gli autori, l’intero ricavato delle vendite del Volume sarà devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

Si procederà però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro. AISM riceve tantissime richieste simili, ringraziando hanno quindi risposto che non hanno il tempo materiale per esaminarle tutte.

[2] Nell’antologia figurano le poesie dei seguenti autori: Emanuele Marcuccio, Silvia Calzolari, Donatella Calzari, Giorgia Catalano, Maria Rita Massetti, Raffaella Amoruso, Monica Fantaci, Rosa Cassese, Rosalba Di Vona, Lorenzo Spurio, Giovanna Nives Sinigaglia, Michela Tarquini e Francesco Arena.

“Solo ali di farfalla – Anima mia” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Solo ali di farfalla – Anima mia
di Katia Debora Melis
GDS Edizioni, 2012
Pagine: 61
ISBN: 978-88-97587-78-1
Costo: 8 €
 
Recensione di LORENZO SPURIO
 
 
 
Il poeta cammina
dentro una fiamma e pensa
ai vertici del male,
pensa alla pioggia e a voi. (38)
 

NZOSolo ali di farfalla (GDS, 2012) è una ricca raccolta di poesie della scrittrice Katia Debora Melis, che ha altre valide e premiate opere alle spalle. La raccolta è da me definita “ricca” sia per una giudizio meramente quantitativo solitamente avulso al critico (la raccolta conta cinquantacinque poesie), che per ragioni di carattere estetico, qualitativo e di forte carica espressiva. Le poesie qui presenti sono difficilmente contraddistinguibili in un genere sia per la tematica che per lo stile impiegato (la gran parte di esse sono molto corte tanto da non superare i dieci versi, ma ve ne sono alcune più lunghe e dal metro leggermente descrittivo).

Il linguaggio impiegato è spesso forte e denso di pregnanza di immagini incisive nella mente del lettore (“Il cuore a tempesta/ usa una scure disperata”, 7; “Come un ago nelle vene,/ nel cervello come un tarlo”, 8; “il caldo criminale”, 27, “omeri scoperti”, 52; “palpebre sgomente”, 52; etc.) che permette alla poetessa di dare al suo poetare una certa concretezza materica, addirittura plastica. Le immagini che Katia Debora Melis evoca e che consegna al lettore sono chiare, prive di offuscamenti e di zone d’ombra: la poetessa ci presenta il mondo che la circonda per come lo vede senza particolari formalismi aneddotici, vagliandolo dal suo sentire di donna e di persona coscienziosa.

Alcune poesie sono un tentativo di mettere sulla carta un ricordo, un evento del passato che si è perduto dal momento stesso in cui si è concluso e che è possibile rivivere solo con armandosi di speranza e fiducia:

 Su carta bianca
dilaga
la speranza
dell’introvabile via d’uscita
se cerco di vedere oltre il muro
uno dei miei tramonti persi. (12)

 

Chiaramente quel “tramonto perso” a cui la poetessa si rifà non è uno qualsiasi, ma corrisponde a un momento peculiare e cruciale del suo passato e della sua intera vita del quale non ci è dato sapere di più. Al lettore non viene chiarito il motivo della fissazione del ricordo proprio perché la poesia s’insinua in un tempo-senza tempo dove passato, presente e futuro possono coesistere. Ed è per questo che il sogno (proiezione inconscia dell’essere, non congetturabile) diventa qualcosa che può addirittura essere governato dalla razionalità: “Conosco le immagini dei miei sogni/ che abitano nel ricordo:/ posso tracciarne la cartografia” (15), ma che a volte perderanno la loro lucidità e vitalismo: “Quei sorrisi/ che rimarranno nei sogni/ e, purtroppo,/ sbiaditi” (26). Ci sono poi poesie più naturalistiche: un chiaro interesse nei confronti della natura animale è ravvisabile nel continuo riferirsi ad animali che appartengono ai vari livelli della catena alimentare, ma anche al paesaggio (il mare soprattutto) o il bosco, come in “Piromani”, dove la poetessa non può che denunciare, tra le righe, l’atto ignominioso di chi si è reso responsabile dell’appiccamento di un “fuoco famelico” (33).

Altre liriche danno spazio, invece, a un misto di apatia e insoddisfazione che aleggiano intorno a una tristezza più ampia dalla quale trasuda sofferenza per delle persone perdute e delle quali si cerca di rivivere l’amore attraverso il ricordo e il pensiero, a volta con scarsi risultati:

 

Cerco immerso nell’acqua
un volto perduto e
si affacciano limpide
lacrime indifferenti,
pioggia vuota dei sorrisi che non vi ho trovato (47).

 

Un messaggio di speranza, di pace e di apertura all’altro (“guizzo di lingue diverse”, 51) è contenuto nella lirica “La libertà delle emozioni” che dovrebbe essere presa come manifesto di un modo pratico di pensiero e di comportamento: “Ogni voce che non conosco in queste parole/ che non ho mai ascoltato/ è un momento per camminare insieme/ nella libertà delle emozioni”. (51)

E la raccolta è anche e soprattutto un fermare sulla carta, come se fosse un diario personale, momenti di vita, esperienze, incontri e attimi di quegli “anni verdeggianti” (13) che sono parte stessa della donna che Katia Debora Melis è oggi tanto da costruire in maniera meticolosa il suo percorso come in un’accurata e rigorosa “cartografia” (15). E questo procedimento di continuo ripensamento al passato, ai momenti che hanno segnato significativamente una svolta nella vita della scrittrice può essere colto in maniera egregia nei versi finali della poesia “La via dei fiori”:

 

[T]ornavo a quelle strade

cercando frammenti di luce. (21)

  

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 16-10-2013

 

KATIA DEBORA MELIS è nata a Milano nel 1973. Vive e lavora a Cagliari. Ha pubblicato saggistica, racconti e apprezzati libri di poesia tra cui: Penombra (2007), Oceano stretto (2008), Yggrasil (2010), Solo ali di farfalla (2012), Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013).

Ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per la sua attività ed è stata la vincitrice della XIII Edizione del prestigioso “Premio Letterario Gramsci”.

“Punte”, poesia di Emanuele Marcuccio, con vari commenti critici

PUNTE
(poesia di Emanuele Marcuccio)

la punta di un albero in piazza
espande
propaggini
profumi
 
 
nella notte
 
 
 
la punta di un iceberg nel glaciale
propaga
bufere
 
 
all’aurora

4 settembre 2013

Commento a cura di Luciano Domenighini

Bipartita, perfettamente simmetrica, in due brevi strofe raccordate dall’incipit comune, dal predicato (“espande propaggini” è sinonimo di “propaga”) e dalla coda in monoverso. La forma dicotomica, anaforico-oppositiva, si realizza nella puntuale corrispondenza degli elementi (“albero in piazza”/ “iceberg nel glaciale”, “profumi”/“bufere”, “nella notte”/“all’aurora”) riferiti al comune soggetto iterato (“la punta”) e opera una “variatio” netta, definendo due paesaggi, due climi, fisici e psicologici, totalmente differenti se non antitetici. È anche questa una lirica declinata lungo spazi immensi, che mette in relazione luoghi lontanissimi e diversissimi contenendoli in una struttura verbale sobria e sintetica. Sono solo le parole a sostenerne le corrispondenze e a suggerirne la magica analogia poetica. “Punte”, nella sua essenzialità, nel suo ammirevole rigore formale, rappresenta un ulteriore passo in avanti in quell’“ermetismo cosmico” che sembra essere il nuovo approdo poetico della più recente produzione di Marcuccio.

LUCIANO DOMENIGHINI

Travagliato (BS), 8 settembre 2013

Commento a cura di Lorenzo Spurio

foto per Punte MarcuccioAltra lirica del Marcuccio sintetico dal titolo curioso e affilato, “Punte”. Chiaramente ci si riferisce ad altitudini, a elementi che rimandano nel nostro vivere quotidiano a una sensazione di altezza, di prominenza, di piano superiore nel quale ci troviamo comunemente noi mortali. È la natura ad assumere questa posizione di risalto, di rilievo, quasi come se salisse su un piedistallo e da lì dominasse onnipresentemente l’uomo che, pure, è parte di essa. La poesia dal taglio asciutto e a tratti incalzante va letta in maniera veloce per assaporarne l’andamento serrato che miscela nei versi il contenuto di un pensiero ricco ed elaborato. Marcuccio, giunto ormai a quella che anche lui definisce una fase poetica sintetica, o addirittura ermetica, dà prova con questa poesia di sapersi misurare con un metro nuovo dettato principalmente dall’accostamento di suoni che contribuiscono ad armonizzare, seppur in maniera ridotta, la lirica. Si noti ad esempio il suono della bilabiale “p” che si ripete in tutta la prima parte della lirica (punta, piazza, espande, propaggini, profumi). A livello tematico i nuclei concettuali, che vengono posti su una sorta di bilancia a doppio piatto, sono due: l’escrescenza di un albero che si eleva verso l’alto, il Cielo e Dio diffondendo un profumo vegetale che possiamo ipotizzare sia quello di qualche odorosa conifera e poi nella seconda parte uno scenario completamente diverso: la location un ecosistema boreale o comunque artico dove è l’iceberg con la sua punta di gelo che invece assiste a marosi e bufere.
Marcuccio dà inoltre al lettore una più precisa caratterizzazione della temporalità in cui queste due istantanee vengono colte: di notte la prima (possiamo figurarci un cipresso ai margini di un cimitero se decidiamo di interpretare i versi in maniera neogotica) e l’aurora che, appunto, ricalca l’idea già espressa di una dimensione boreale e che, come da contraltare si oppone all’idea della notte, proiettando colorazioni tenui di un giorno alle porte. Niente di superfluo è aggiunto e la lirica, priva di una determinazione sonora data dalla punteggiatura, continua a volteggiare impetuosa tra due scenari che si danno l’un l’altro il turno per salire sul palcoscenico della natura inviolata.

LORENZO SPURIO

Jesi (AN), 7 ottobre 2013

Commento di Rosa Cassese

Per Emanuele Marcuccio tutto può divenire poesia, basta saper cogliere l’essenza naturale; un albero con le sue punte, guardato da un’angolazione atta a cogliere la “salita” verso alte cime, può determinare un momento di pura osservazione o di “estasi”, fantasticando un parallelismo del tutto diverso di due paesaggi lontanissimi. Leggo nella “punta di un albero” del primo paesaggio, l’orgoglio di una piazza di paese o città, che “espande” profumi mentre si “erge” maestoso e quasi imponente nella notte in cui, smesso il vociare, si nota solo il fruscìo delle sue propaggini. Una punta diversa, quella del secondo paesaggio, in un ambiente glaciale, come dire, la “punta” dell’iceberg umano che, invece, “propaga bufere” in un’aurora boreale. Le due “visioni” di punte contrapposte tra notte ed aurora, tra una piazza ed un iceberg, denotano la vastità di voler spaziare mentalmente, effetto che solo un acuto indagatore della natura può fare. Poesia sempre piacevole alla lettura, nella sua essenzialità profonda.

ROSA CASSESE

18 ottobre 2013

 

Commento a cura di Susanna Polimanti

Bellissima poesia di Emanuele Marcuccio che sintetizza in versi molto brevi il significato sacro dell’albero, quale maestro di vita, con le sue punte dona valore energetico e si dirige verso le altezze, verso dunque una vera e propria evoluzione. Tuttavia, l’evoluzione di un individuo spesso viene bloccata da circostanze contrarie che come un iceberg ne impediscono il potenziale e la forza. Complimenti al poeta Marcuccio che riesce sempre a nascondere dietro i suoi versi, le difficoltà e gli impedimenti del nostro vivere quotidiano.

Susanna Polimanti

Cupra Marittima (AP), 18 ottobre 2013

Commento a cura di Marzia Carocci

Il poeta, sincronizza il tempo dove  l’albero/vita procura profumi e olezzi che espande nel tepore notturno, quindi rimbalza al lettore un senso di calma, di osmosi di verde dove la punta/apice è visibile nel buio circostante.

Per contro la punta/apice di un iceberg ci porta alla sensazione visiva di bianco, di freddo di nebbia e luce abbagliante mentre il  tutto si fa neutro e aurora d’intorno.

Le punte determinano la visione astrale di chi guardando “oltre”, ferma l’immagine e delimita l’istante. In questo caso il tempo/periodo visto da due angolazioni completamente opposte: la notte e il giorno.

Marcuccio un’altra volta gioca con le parole e ne fa oggetto in costruzione fino alla completa  formazione di un concetto vedibile sui riflessi dei suoi stessi  idiomi.

 Marzia Carocci

Firenze, 22 ottobre 2013

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

Il poeta e critico Nazario Pardini uscirà con un ricco volume di critica sugli autori contemporanei

N. PARDINI: “LETTURA DI TESTI DI AUTORI CONTEMPORANEI”

QUESTI DI SEGUITO GLI AUTORI CONTEMPLATI

 

p. 9      Prefazione [Pasquale Balestriere]

p. 13     Prolusione

p. 17     Dedica                                    

p. 19     Citazione

                                                                                                       

PREFAZIONI                                  

p. 23     Nina Amarando: Le stelle del cielo e del mare                       

p. 26     Armando Alciato: Dentro i libri                                      

p. 31     Armando Alciato: Fuga d’attimi

p. 38     Maria Ebe Argenti: C’era una volta il bozzolo                     

p. 41     Rosario Aveni: Fiamme tremule                

p. 48     Pasquale Balestriere: Del padre e del vino                

p. 52     Carla Baroni: Il treno corre

p. 57     Carla Baroni: Canti d’amore per San Valentino

p. 60     Piero Bartalena: Be’ mi’ tempi

p. 65     Miriam Luigia Binda: Guerranima

p. 73     Adriano Bottarelli: Incontro a te

p. 77     Ada Bufalini Pericoli: A mio padre

p. 80     Ninnj Di Stefano Busà: La distanza è sempre la stessa

p. 85     Ninnj Di Stefano Busà: Ellittiche stelle

p. 91     Giorgina Busca Gernetti: Echi di memoria                         

p. 95     Vera Cantini: In urna di memorie                                      

p. 98     Ester Cecere: Gusci d’uovo

p. 106   Luciana Cerne: Lunario                                                 

p. 110   Mercedes Chiti: Stelle di vetro                  

p. 114   Mercedes Chiti: Foglie di vento                 

p. 118   Filadelfio Coppone: Voci sparse nell’anima                        

p. 121   Annarosa Del Corona: Avvisi di cose cadute           

p. 123   Rosanna Di Iorio: Sono cicala: mi consumo e canto                

p. 129   Vanes Ferlini: Ritratti                             

p. 130   Enzo Gaia: A metà strada                                              

p. 132   Patrizia Giovannoni: La vela                                          

p. 136   Luana Innocenti Lami: Mitologie di metamorfosi                   

p. 141   Luana Innocenti Lami: Così per illusione                            

p. 148   Anna Magnavacca: Il colore dei giorni

p. 156   Egizia Malatesta: Il gioco delle nuvole                      

p. 163   G. Manzoni di Chiosca: Credere e amare                           

p. 168   G. Manzoni di Chiosca: Il tempo, le cose, i sentimenti            

p. 172   Fulvia Marconi: Un cesto di more e di fiori               

p. 175   Licia Mariotti: Pensieri come farfalle                                       
p. 177   Ines Betta Montanelli: L’assorta tenerezza della terra

p. 185   Nazario Pardini: Linguaggio e natura, natura e vernacolo         

p. 188   Nazario Pardini: Il gioco delle equivalenze in “Radici”              

p. 192   Maria Adelaide Petrillo Ciucci: Meduse opalescenti               

p. 194   Pier Cesare Pierini: Graffiti di sogno                                  

p. 198   Lida De Polzer: Il grido della luce  

p. 201   Lida De Polzer: A volte una farfalla

p. 207   Mara Santoni: Lampi di sole fra la pioggia                           

p. 209   Giovanni Sbrana: L’amore è spina lieve                              

p. 214   Pierangelo Scatena: Ricordi del presente                   

p. 219   Giuseppe Silvatici: Graffiti                                             

p. 222   Luciana Tagle: La casa sulla collina

p. 223   Luciana Tagle: Un polso ferito

p. 224   Dino Traina: Là dove finiscono le case                                

p. 227   Giovanni Tavčar: Oltre la nebbia del quotidiano

p. 233   M. Luisa Daniele Toffanin: Iter ligure      

p. 240   Umberto Vicaretti: Inventario di settembre

p. 247   Maria Chiara Zippel: Amalia                                         

 

RECENSIONI E NOTE CRITICHE

p. 255   Sandro Angelucci: Chiedo cerchi e amalgama                       

p. 257   Sandro Angelucci: Verticalità                             

p. 258   Mina Antonelli: La luce della luna                                    

p. 259   Maria Ebe Argenti: Scacco al re 

p. 260   Maria Ebe Argenti: Non tramontate stelle

p. 263   Lucianna Argentino: L’ospite indocile

p. 268   Articolo su “La Nazione”: Poesie a Antonio Tabucchi

p. 271   Articolo su “il Giornale”: Essere italiani

p. 272   Articolo su “il Giornale”: Il Risorgimento

p. 273   Adriana Assini: Il mercante di zucchero

p. 275   Adriana Assini: I racconti dell’ombra                                  

p. 279   Autori vari: Percezioni dell’invisibile            

p. 283   Alberto Averini: All’alba della sera                                   

p. 284   Pasquale Balestriere: Prove d’amore e di poesia                      

p. 288   Pasquale Balestriere: Il sogno della luce        

p. 291   Pasquale Balestriere: Del pane, del vino                              

p. 292   Carla Baroni: Rose di luce            

p. 295   Carla Baroni: Rose di luce

p. 296   Carla Baroni: Su “La poesia”                                          

p. 298   Carla Baroni: Su alcune poesie       

p. 301   Carla Baroni: Versi d’ottobre

p. 302   Pierubaldo Bartolucci: 39 Carte                          

p. 303   Giuseppina Luongo Bartolini: Album                             

p. 304   Paolo Bassani: I miei racconti per televideo                            

p. 305   Paolo Bassani: Nel bianco greto della valle

p. 308   Michele Battaglino: Radici e ali    

p. 309   Ines Betta Montanelli: Lo specchio ritrovato

p. 309   Ines Betta Montanelli: Il chiaro enigma                              

p. 313   Patrizia Maria Bianchi: All’azzardo dei giorni          

p. 314   Miriam Luigia Binda: Economia e arte                              

p. 317   Miriam Luigia Binda: Argento 47 e altre poesie

p. 317   Miriam Luigia Binda: Improvviso profondo  

p. 319   Miriam Luigia Binda: Gemme

p. 320   Antonio Bitti: Quelli come noi                                           

p. 321   Adriano Bottarelli: S’incontrano i sogni       

p. 322   Adriano Bottarelli: Sul mio cammino                                 

p. 322   Lucia Bruno: Main kind (Bambina mia)                 

p. 324   Lucia Bruno: Poesie. Racconti. Recensioni                             

p. 326   N. Di Stefano Busà: L’assoluto perfetto (Meditando in Cristo)         

p. 328   N. Di Stefano Busà: L’assoluto perfetto (Meditando in Cristo)         

p. 331   N. Di Stefano Busà: Quella luce che tocca il mondo            

p.  333  N. Di Stefano Busà: Il sogno e la sua infinitezza              

p. 336   N. Di Stefano Busà e A. Spagnuolo: L’evoluzione delle forme poetiche           

p. 338  Ninnj Di Stefano Busà: La traiettoria del vento                                 

p. 343   Ninnj Di Stefano Busà: Oggi è l’antico una preghiera             

p. 346   Franco Campegiani: Ver Sacrum                         

p. 351   Franco Campegiani: Recensione a “Alla volta di Lèucade”      

p. 352   Sandra Carresi: L’ombra dell’anima

p. 352   Sandra Carresi: Le ali del pensiero

p. 356   Fulvio Castellani: Oltre il sipario dell’eco

p. 360   Giannicola Ceccarossi: Aspetterò l’arrivo delle rondini           

p. 361   Giannicola Ceccarossi: Casa di riposo       

p. 364   Ester Cecere: Come foglie in autunno

p. 364   Ester Cecere: Burrasche e brezze                           

p. 367   Umberto Cerio: Solitudini                      

p. 368   Umberto Cerio: Diario del prima                                    

p. 370   Umberto Cerio: Antigone           

p. 381   Nadia Chiaverini: I segreti dell’universo

p. 386   Nadia Chiaverini: Poesie sulla società

p. 390   Commento: Agape di vino e poesia

p. 391   Carmelo Consoli: L’ape e il calabrone                   

p. 393   Nicoletta Corsalini: Di fronte al destino                                 

p. 395   Franco Daleffe e Roberto Marchi: L’orrore di Hiròshima   

p. 397   Elisabetta De Fanti: Storie lungo il fiume                

p. 398   Domenico Defelice: Poeti e scrittori d’oltre frontiera             

p. 399   Domenico Defelice: Resurrectio                          

p. 400   Domenico Defelice: Alberi?                                          

p. 404   Annarosa del Corona: Mosaico dell’infanzia

p. 405   Liana De Luca: La poetica                      

p. 407   Rosanna Di Iorio: Donna                                              

p. 410   Sandra Evangelisti: Cuore contrappunto      

p. 411   Ezio Felisa: Il pittore della natura                                      

p. 413   Franca Olivo Fusco: Ho ucciso parole        

p. 414   Benito Galilea: Certezza minima                                       

p. 415   Luigi Gasparroni: Qualcosa che vale                      

p. 416   Luigi Gasparroni: Tempo fuggitivo                                    

p. 419   Ignazio Gaudiosi: Antinomie       

p. 420   Giulio Dario Ghezzo: I miei pensieri impazziti                    

p. 421   Giulio Dario Ghezzo: Il viaggio impossibile                        

p. 422   Giulio Dario Ghezzo: Uno spiraglio d’azzurro                   

p. 423   Giancarlo Interlandi: Un sangue che ubriaca                                   

p. 423   Giancarlo Interlandi: Il pane dei ricordi      

p. 424   Maria Teresa Landi: Segreti                                

p. 425   Aristide La Rocca: Teodora                                            

p. 428   Domenico Lombardi: Carteggio                          

p. 429   Domenico Lombardi: Diplopie                                      

p. 430   Alfredo Lucifero: Epigrammi per Lesbia               

p. 431   Dante Maffia: Poesie torinesi                                            

p. 431   Dante Maffia: Abitare la cecità                                        

p. 431   Dante Maffia: Ultimi versi d’amore            

p. 434   Alda Magnani: Ombre e bagliori                                       

p. 435   Anna Magnavacca: Spiccioli di latta e altre poesie      

p. 435   Anna Magnavacca: Soste                                               

p. 435   Anna Magnavacca: Poesie in forma di lettera                        

p. 438   Anna Magnavacca: Oltre la siepe di sambuco e altre poesie

p. 442   Anna Magnavacca: Le promesse dei giorni e altri versi

p. 449   Giacomo Manzoni di Chiosca: Cristalli di ghiaccio             

p. 450   Giacomo Manzoni di Chiosca: Sterpi                 

p. 450   Giacomo Manzoni di Chiosca: Le rane nude                    

p. 452   Fulvia Marconi: Le insidie della luna                                  

p. 453   Emanuele Marcuccio: Per una strada                               

p. 455    Emanuele Marcuccio: Dipthycha. Antologia poetica

p. 457   Franco Martini: Asimetria           

p. 459   Pasquale Martiniello: Acktis                                           

p. 461   Pasquale Martiniello: Le faine

p. 462   Pasquale Martiniello: Il formichiere                        

p. 464   Pasquale Martiniello: La cavalletta                                   

p. 466   Stefano Massetani: Fiore di vetro              

p. 470   Mario Meola: Ancora mi canta nel cuore                             

p. 471   Riccardo Minissi: Diario di bordo           

p. 472   Ivano Mugnaini: Il tempo salvato                                      

p. 473   Lorella Nardi: I fiori che non vissero

p. 474   Luciano Nota: Poesie

p. 476   Luciano Nota: Tra cielo e volto

p. 477   Luciano Nota: Dentro

p. 480   Luciano Nota: Poesie dedicate alla madre

p. 481   Emanuele Occhipinti: Ci sono tempi

p. 482   Poesia e non poesia: Sugli autori nuovi della poesia contemporanea

p. 517   Paolo Polvani: Gli anni delle donne

p. 520   Lida De Polzer: Sulla seta del cuore

p. 521   Lida De Polzer: A volte una farfalla

p. 522   Gianluca Presutti: Composizioni e notturni   

p. 524   Giacono Puccini: Turandot

p. 531   Luisa Puttini Hall: Isole e terre

p. 532   Daniela Quieti: Francis Bacon (La visione del futuro)

p. 533   Daniela quieti: Echi di riti e miti

p. 538   Mario Richter: La poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin

p. 540   Diego Repetto: Tramonto all’alba 

p. 541   Gianni Rescigno: Nessuno può restare

p. 546   Gianni Rescigno: Sulla bocca del vento

p. 551   Giacomo Ribaudo – Giovanni Dino: Nuovi Salmi

p. 555   Aldo G. B. Rossi: Versi per Irene e altre poesie

p. 556   Paolo Ruffilli: L’isola e il sogno

p. 557   Maria Rizzi: Anime graffiate

p. 562   Saggio: Vivere la poesia. Gianni Rodari e la didattica

p. 564   Gianna Sallustio: Labirinti

p. 565   Paolo Sangiovanni: La grande attesa

p. 566   Vittorio Sartarelli: Cara Trapani

p. 568   Pierangelo Scatena: Nelle parole   

p. 570   Pierangelo Scatena: Ricordi del presente

p. 571   Pierangelo Scatena: Per prova e per errore

p. 572   Silvana Serafin: La poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin

p. 575   Serena Siniscalco: Il poesiario VIII

p. 580   Maurizio Soldini: In controluce

p. 585   Antonio Spagnuolo: Misure del timore

p. 586   Antonio Spagnuolo: Misure del timore       

p. 592   Antonio Spagnuolo: Il senso della possibilità

p. 595   Lorenzo Spurio: Cemento

p. 598   Francesco Tassinari: Ultime poesie 

p. 599   Francesco Tassinari: Poi venne una zazzera d’oro      

p. 600   Francesco Tassinari: Il silenzio del tempo

p. 600   Giovanni Tavčar: Bisognerà presto voltare pagina

p. 601   Giovanni Tavčar: Quel poco che ancora avanza         

p. 602   Beniamino Todaro: Gli uomini il mondo e Dio. Meditazioni minime

p. 603   Maria Luisa Daniele Toffanin: Fragmanta

p. 606   Maria Luisa Daniele Toffanin: Dell’azzurro ed altro

p. 607   Maria Luisa Daniele Toffanin: Per colli e cieli insieme mia euganea terra

p. 608   Maria Luisa Daniele Toffanin: E ci sono angeli

p. 610   Maria Luisa Daniele Toffanin: Appunti di mare

p. 611   Imperia Tognacci: Nel bosco, sulle orme del pastore    

p. 612   Imperia Tognacci: Il richiamo di Orfeo       

p. 616   Flavio Vacchetta: La sala luminosa

p. 619   Flavio Vacchetta: Convivio

p. 621   Silvia Venuti: La visione assorta

p. 624   Giuseppe Vetromile: Percorsi alternativi

p. 627   Rodolfo Vettorello: Passi perduti

p. 628   Rodolfo Vettorello: Contro il tempo Il tempo contro

p. 630   Vittorio Vettori: In ricordo

p. 635   Edda Ghilardi Vincenti: Tre poesie

p. 636   Luigi Zadi: L’albero cavo

p. 637   Vladimiro Zucchi: A più dimensioni

  

INTERVISTE

 p. 641   Lorenzo Spurio

p. 650   Miriam Luigia Binda

p. 660   Fulvio Castellani

  

LA POESIA DI NAZARIO PARDINI

(note critiche 2012-2013)

 p. 689   Sandro Angelucci: Su I miti che verranno

p. 715   Sandro Angelucci: Sulla recensione a Anime graffiate di Maria Rizzi

p. 719   Sandro Angelucci: Sulla poesia Luglio

p. 729   Sandro Angelucci: Su “A colloquio con il padre. Il sogno

p. 680   Adriana Assini: Su Si aggirava nei boschi una fanciulla

p. 681   Adriana Assini: Su D’Autunno” 

p. 682   Adriana Assini: Su “Alla volta di Lèucade

p. 671   Pasquale Balestriere: Su La poesia di Nazario Pardini

p. 689   Pasquale Balestriere: Su I miti che verranno

p. 675   Paolo Bassani: Su Alla volta di Lèucade

p. 690   Miriam Luigia Binda: Su Dicotomie

p. 700   Miriam Luigia Binda: Su Nel regno delle Eumenidi

p. 707   Miriam Luigia Binda: Su Adriade

p. 676   Ninnj Di Stefano Busà: Su “La poesia di Nazario Pardini

p. 695   Ninnj Di Stefano Busà: Su Dicotomie

p. 717   Ninnj Di Stefano Busà: Sulla poesia “Luglio

p. 708   Ninnj Di Stefano Busà: Su “Adriade

p. 720   Ninnj Di Stefano Busà: Prefazione a “I simboli del mito

p. 731   Ninnj Di Stefano Busà: Su “A colloquio con il padre. Il sogno

p. 736   Ninnj Di Stefano Busà: Su “A colloquio con il padre. Il sogno

p. 737   Ninnj Di Stefano Busà: Sulla poesia “Non chiedermi perché

p. 701   Franco Campegiani: Su “Nel regno delle Eumenidi”

p. 706   Franco Campegiani: Su Adriade”          

p. 718   Franco Campegiani: Sulla poesia “Luglio

p. 730   Franco Campegiani: Su “A colloquio con il padre. Il sogno

p. 678   Marisa Cecchetti: Su Alla volta di Lèucade

p. 677   Carmelo Consoli: Su “La poesia di Nazario Pardini”          

p. 734   Domenico Defelice: Postfazione a “I simboli del mito

p. 701   Maria Grazia Ferraris: “A proposito di Adriade

p. 724   Maria Grazia Ferraris: Su “A colloquio con il padre. Il sogno

p. 678   Brunello Gentile: Su La poesia di Nazario Pardini

p. 716   Liana De Luca: Su La poetica di Nazario Pardini

p. 686   Riccardo Minissi: Su Alla volta di Lèucade

p. 687   Ugo Piscopo “Premio Tulliola”: Su Alla volta di Lèucade

p. 683   Premio “Leandro Polverini”: Su Scampoli serali di un venditore di arazzi

p. 684   Premio “Libero De Libero”: Su Colloquio con il mare e con la vita

p. 684   Premio “Portus Lunae”: “Premio alla carriera per alti meriti letterari”

p. 713   Premio “Scriviamo insieme”: Su Scampoli serali di un venditore di arazzi

p. 713   Premio “Città di Abano Terme”: Su Scampoli serali serali… 

p. 734   Premio “Pomezia-Notizie”: Su “I simboli del mito

p. 674   Daniela Quieti: Su “La poesia di Nazario Pardini

p. 698   Daniela Quieti: Su Dicotomie

p. 687   Antonio Spagnuolo: Su Dicotomie”        

p. 685   Silvia Venuti: Su Alla volta di Lèucade

p. 709   Giuseppe Vetromile: Su “Dicotomie

p. 732   Umberto Vicaretti: Sulla prefazione a Inventario di settembre

p. 739   Nazario Pardini: Recensione di chiusura a “Aprile di fiori” di M. Grazia Ferraris 

 

Notizia tratta dal sito dell’autore: http://nazariopardini.blogspot.it/2013/10/n-pardini-lettura-di-testi-di-autori.html 

Notizia tratta dal blog personale dell’autore:

“La spirale della perfezione”, articolo di Rita Barbieri

LA SPIRALE DELLA PERFEZIONE

DI RITA BARBIERI

Recentissima l’uscita di un brano, composto dalla rock band femminile “Le rivoltelle”, che affronta  nel testo il tema dell’anoressia e dei disturbi alimentari.

Il titolo, di per sé, è già una provocazione: “Taglia 38”, l’obiettivo-ossessione di molte, troppe donne.

La canzone si ispira alla vicenda della ballerina solista Maria Francesca Garritano (in arte Mary Garrett) che, dopo aver rilasciato un’intervista all’Observer in cui parlava dei problemi alimentari legati al mondo della danza, è stata licenziata dal Teatro La Scala con la motivazione che le sue dichiarazioni avevano leso l’immagine del teatro: «il Teatro si è visto costretto a risolvere il rapporto di lavoro con la signorina Maria Francesca Garritano in seguito alle interviste e dichiarazioni pubbliche da lei rilasciate ripetutamente in un ampio arco di tempo; dichiarazioni nelle quali si è concretizzata una lesione dell’immagine del Teatro e della sua Scuola di Ballo, nonché la violazione dei doveri fondamentali che legano un dipendente al suo datore di lavoro, facendo venir meno il necessario rapporto fiduciario che è alla base di tale legame»

Maria Francesca aveva raccontato semplicemente la sua storia e quella di molte altre sue colleghe: donne per le quali il corpo è il principale mezzo di espressione, almeno sul palco. La danza, oltre che un’arte o una passione, è una disciplina ferrea che impone ore e ore di allenamento intenso, una cura ossessiva di sé e del proprio fisico che deve arrivare quanto più vicino possibile, in un infinito e perverso asintoto, alla perfezione.

anoressia-allo-specchio-thumbHo studiato danza anch’io per un periodo e, se c’è una cosa che ricordo bene, è la frustrazione vulnerabile del non essere perfetta. In mezzo a quegli enormi stanzoni completamente disseminati di specchi che riflettono e proiettano ovunque immagini e pezzi di te, con indosso nient’altro che un misero body pensato appositamente per rivelare il più possibile centimetri di muscoli, fibre, pelle. Vicino a altre ragazze costituzionalmente più adatte, a un’insegnante votata alla danza letteralmente anima e corpo. Ballare con movimenti innaturali, perfino dolorosi a volte, sotto gli occhi esigenti di maestre e colleghe che da te si aspettano sempre il massimo e anche di più.

Fintanto che gli occhi più esigenti, alla fine, diventano i tuoi. Giudici severi e assolutamente parziali, sono lì per registrare ogni fallimento,  imperfezione,  mancanza. In questo, ancora, non c’è nulla di patologico ma il passaggio può essere davvero molto breve.

“Sogno la perfezione
le mie ossa un manifesto
il mio corpo un’ossessione
questo mondo mi sta stretto
come quel vestito addosso
devo essere perfetta
perfezione maledetta”

Così recita il testo della canzone, mentre la protagonista del video si scruta e si misura di fronte allo specchio. E  dentro lo specchio, anche se non ce ne accorgiamo, c’è tutto un coro di voci che urla.

Sono le voci dei nostri echi passati: gli scherzi da bambini, le battute poco divertenti degli amici, le critiche affilate dei fidanzati e dei datori di lavoro, i commenti poco gentili dei passanti per strada. Tutte voci che ci sembra di non udire, ma che ci entrano in testa come una musica orecchiabile che torniamo a canticchiare quasi inavvertitamente.

E in più ci sono le immagini: corpi magnifici, scultorei, mozzafiato. Pelli che non rivelano nessun segno: né dell’età, né della stanchezza, né di nessun tipo di espressione. A volte mi sono chiesta come facciano certe attrici, modelle e anche ragazze comuni a sorridere senza che si formino segni… Sarò strana io ma a me, quando sorrido, il viso cambia completamente e diventa una cartina fatta di fossette, rughe agli angoli degli occhi e delle labbra e, per di più,  mi si notano tutte quante… Sempre in tema di stranezza: io quando sono stanca, ho le occhiaie come i panda, la pelle spenta e la faccia tesa. E mi chiedo perché mai dovrei vergognarmene o nasconderlo. Sono un essere umano qualunque:  mi emoziono, piango, rido, mi stanco, mi arrabbio e mi indigno. E tutta questa umanità mi si disegna sul viso come  un quadro che tutti possono osservare e, eventualmente, interpretare.

Se analizziamo il linguaggio pubblicitario dei prodotti di bellezza restiamo colpiti da quanto spesso troviamo parole come ‘nascondere’, ‘coprire’, ‘mascherare’ e addirittura ‘eliminare’ o ‘cancellare’. Termini che, di fatto, rimandano  linguisticamente a concetti come magagne, errori, sbagli da correggere e colpe da emendare.

Colpe. Da quando la stanchezza, la gioia, la fatica, l’età sono colpe socialmente perseguibili? Da quando e perché devo coprire, mascherare, correggere ciò che non è sbagliato ma semplicemente umano e normale?

Pochi giorni fa, in uno di quei giorni che definire ‘non certo dei migliori’ risulta un vano tentativo di sdrammatizzare,  il barista da cui prendo il caffè ogni tanto ha disegnato con la cioccolata un cuore sul mio solito macchiato. “Si vede signorina che è triste oggi…” Ho ringraziato: il mio stato d’animo era evidente persino a un perfetto sconosciuto. Probabilmente dovrei cambiare correttore. O forse stato d’animo, ma per quello un caffè non basta, anche se aiuta…

In un sorprendente studio degli anni ’30 Kracauer osserva che : “la corsa ai numerosi istituti di bellezza è anche determinata da una preoccupazione per la propria esistenza, l’uso dei cosmetici non è sempre un lusso. Per la paura di essere dichiarati fuori uso come merce invecchiata le signore e i signori si tingono i capelli, e i quarantenni praticano lo sport per mantenersi snelli. Come devo fare per diventare bello?

Siamo ormai abituati a sentirci consumatori, più o meno critici, di una globale società di consumo; siamo abituati anche a sentirci target di un meccanismo di marketing sempre più pervasivo che innesta  volutamente (o, a seconda dei casi, esaspera) un senso di colpa, di inferiorità per spingerci a comprare sempre di più, dando il nostro contributo al proliferare di mercati e giri di affari che coinvolgono settori come quello della cosmesi, della moda, della chirurgia.

Ma quali conseguenze ha tutto questo nel nostro quotidiano? Almeno una: il senso di disagio. L’idea di avere delle lacune, delle mancanze che possono essere colmate a suon di diete, palestre, trattamenti, cosmetici e affini. Questo può portare da un lato a un processo costruttivo di miglioramento di sé, dall’altro però, nel peggiore dei casi, anche a un processo distruttivo:  la pericolosa spirale della perfezione, un labirinto di specchi nel quale perdersi è fin troppo facile.

“Devo essere perfetta. Perfezione maledetta”.  La perfezione non esiste, verrebbe da dire. In realtà la perfezione esiste in quanto perfetta strategia di mercato che ci vede non solo consumatori (acritici) ma anche merce: un prodotto che deve essere il più possibile capace di acquisire clientela e creare domanda, sfruttando competitività e concorrenza.

Di tutto questo, troppo spesso, ne siamo passivamente inconsapevoli. E, alcune volte, vittime.

Servono nuovi occhi per guardarsi allo specchio: occhi che non siano solo giudici pronti a condannare,  metri con cui misurare, magazzini e depositi di immagini preconfezionate ad arte.

Servono occhi  vigili e allo stesso tempo benevoli. Per essere belle non bisogna soffrire. E non bisogna soffrire per essere belle.

 Rita Barbieri

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