Autenticità, fedeltà e vocazione umana in ‘Casa di bambola’ e ‘L’anitra selvatica’ di Henrik Ibsen – saggio di Lucia Bonanni

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in Casa di bambola e L’anitra selvatica di Henrik Ibsen

Saggio di Lucia Bonanni

Con la produzione letteraria del drammaturgo norvegese Herik Ibsen (1828-1906) prende avvio quella che viene definita “drammaturgia borghese” e che troverà conclusione negli scritti di Čecov e Pirandello.

Nella stesura delle opere lo scrittore predilige la saga, la fiaba e la storia con cui esplicita impegno sociale e intenzione pedagogica. L’esperienza in qualità di direttore artistico presso i teatri di Bergen e Christiania favorisce la sua formazione culturale e gli offre la possibilità di dare alla Norvegia una drammaturgia di stampo nazionale. Durante i quattro anni di soggiorno in Italia scrive Brand e Peer Gynt, ma la mancata accoglienza, riservata al secondo dramma, porta Ibsen verso quei dissidi interiori che successivamente daranno vita a una produzione assai feconda con le pièce: Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Casa Rosmer, Hedda Gabler e Il piccolo Eyolf.

In tutte le opere di Ibsen i nuclei tematici sono soggetti a mutamenti e sviluppi, usati dallo scrittore come critica verso la società contemporanea e analisi psicologica degli individui. Uno dei temi costanti nella scrittura ibseniana, oltre a quello del potere, è la vocazione umana e secondo il suo pensiero il peccato consiste nel mancato conseguimento di aneliti vocativi a causa di atteggiamenti di ipocrisia, egoismo e viltà che ne impediscono la fattiva realizzazione. Di conseguenza i suoi personaggi sono sempre tridimensionali e non restano fissi nel presente, ma sono orchestrati in un arco temporale labile e suscettibile di cambiamenti e che ne rivela la storia interiore anche in merito a un simbolismo incentrato sul retaggio sociale.

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Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

 

Le figure femminili del drammaturgo norvegese sono eroine che, pure anelando alla libertà, vivono soggiogate dal dissidio tra vita e intelletto. Il potere a cui devono sottostare è quello che prende corpo nella cerchia sociale, nel nucleo familiare e nelle manifestazioni amorose. È la solitudine interiore che porta l’uomo a prevaricare sulla donna nel binomio prepotenza-rinuncia, dovere-piacere e la cui ubicazione ideale può essere rintracciata nelle strade di una città, la quiete di una stanza o nelle vie del cuore. Nora, Edvig, Rebecca, Hedda, Helene, Gina sono creature che vivono in forzata cattività e che reagiscono in maniera differente per liberarsi da quella condizione angusta che ne svaluta anche il sentire.

«Così tradisci i tuoi più sacri doveri?»,«Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?/Credo di essere prima di tutto una creatura umana»[1]. Dopo otto anni di matrimonio Nora trova il coraggio di ribellarsi al proprio stato di soggezione intellettuale e affettiva e nella ferma convinzione di poter realizzare se stessa ed affermare la propria dignità, abbandona la casa coniugale.  Fin dalle prima rappresentazioni il dramma di Ibsen costituisce l’evento teatrale più clamoroso  e chiacchierato nella seconda metà dell’Ottocento che, suscitando polemiche e talvolta anche scandalo, decreta la fama dell’autore. La storia dei due protagonisti è causa di turbamento per il conformismo borghese tanto che negli inviti a feste e ricevimenti diventa consuetudine aggiungere la postilla “Si prega di non discutere di Casa di bambola”. Proprio in quegli anni trovano campo le prime battaglie femministe, eventi che negli scritti del Nostro rappresentano soltanto uno degli aspetti non sostanziali della realtà mentre il “nucleo vivo” dell’intera vicenda permane il tema ibseniano per eccellenza della “fedeltà alla vita”. L’aspirazione verso un assoluto morale conduce i suoi protagonisti verso un tipo di fedeltà che non esclude la catastrofe e rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Nella scrittura drammaturgica di Ibsen Nora risulta essere un personaggio inflessibile, però non sono i sentimenti negativi quali egocentrismo, ambizione, avidità e vendetta a determinare il suo agire, al contrario la sua indole è di natura tenace, lungimirante, e combattiva perché lei si sente in trappola e sa che in gioco ha qualcosa di vitale. Nel suo desiderio di espressione Nora racchiude in sé altre figure femminili, accumunate dalla medesima prontezza di spirito e determinate a perseguire i loro ideali per dare una svolta di senso alla loro vita anche a costo di percorrere strade tortuose e giungere a tristi conclusioni.

Casa-di-bambola-di-Henrik-Ibsen.jpgAdela, Yerma, Mariana Pineta nei drammi rurali di Federico García Lorca, Madame Bovary nel romanzo di Flaubert, Sibilla nel racconto autobiografico della Aleramo sono donne che vanno incontro al proprio destino dopo aver scardinato i codici vincolanti del potere, un tipo di autoritarismo esercitato da una madre dominante, un marito totalmente insensibile al desiderio di maternità della donna, un patriota interessato a salvare soltanto se stesso, un uomo che conduce la propria amante verso il suicidio e una madre che, dopo aver subito una violenza carnale, si ribella alle costrizioni della vita sociale. Nei momenti di crisi nessun essere umano è in grado di comportarsi normalmente per cui in un contesto drammatico il suicidio, l’omicidio, il tradimento e l’abbandono non sono veri e propri atti di debolezza ovvero di crudeltà, ma conseguenze di uno stato mentale di forte conflitto fuori e dentro di sé.

«È la mia Lodoletta che trilla là fuori?/È lo scoiattolo che ruzza?/Il passerotto sventato che se n’è andato di nuovo in giro a sciupar denaro?»[2]. Fin dalle prime battute con cui l’avvocato Helmer si rivolge a Nora, sua moglie, già si può intuire la premessa che sarà poi confermata dal climax dei due personaggi. Nel clima soffocante del rapporto coniugale Nora, che secondo l’idea canzonatoria del marito, è “proprio una donna”, cerca la realizzazione del Sé nell’ambiente familiare, una realtà alienante la libertà, il futuro e l’armonia. «Io? Io non conosco…?/Nessuno mi crede capace di agire seriamente…/Anch’io sono buona a qualche cosa, no?»[3]. Vezzeggiata prima dal padre e poi dal marito come una bambola con cui poter giocare, Nora sviluppa una sorta di teoria di inferiorità comportamentale secondo la quale si atteggia a persona dai tratti infantili, sempre bisognosa d’affetto, subalterna al volere e  alle indelicatezze del marito.

Helmer è un uomo vanitoso ed egocentrico, la sua lungimiranza si conclude al limite del suo impiego in banca e del denaro che dispensa alla moglie con visibile parsimonia. Spesso l’uomo si mostra irascibile e poco comprensivo, critico nei confronti degli altri e autoindulgente verso se stesso. «Una Lodoletta deve avere il becco pulito per poter cinguettare; niente note false»[4]. Il conflitto tra i due coniugi deflagra nel momento in cui Helmer, dimostrando “virile coraggio”, spalanca la porta della propria camera da letto, tenendo ben aperta in mano la lettera del procuratore Krogstad. «Che cos’è questo? Sai cosa dice questa lettera?»[5]. Nora vorrebbe dire, vorrebbe poter dichiarare tutta la propria onestà, tutto il suo amore, il marito, però, le rivolge accuse infamanti, giungendo persino a sollevarla dal compito educativo verso i figli. «Sì, adesso incomincio a capire perfettamente»[6]. La meschina ipocrisia dell’uomo raggiunge il proprio apice, quando la cameriera consegna un’altra lettera contenente la ricevuta a saldo del debito contratto in buona fede da Nora.

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L’indimenticata attrice Mariangela Melato nella messa in scena di “Nora alla prova”, rilettura contemporanea di “Casa di bambola” per la regia di Luca Ronconi (2011)

 

Nel più completo egoismo, «Sono salvo», Helmer cambia totalmente l’approccio dialettico con la moglie. Ma ormai l’unità degli opposti e l’evoluzione del personaggio, Nora, sono già in atto mentre egli resta circoscritto nella sua mancanza di intuizione e all’interno di un movimento statico, uniforme e immutabile. «Non ti accorgi che noi due, oggi per la prima volta, stiamo parlando di cose serie?»[7]. La donna che non si è mai sentita così lucida e sicura come in quel momento, afferma di aver atteso con incrollabile speranza il meraviglioso, prodigio della comunione spirituale e della convivenza che diventa matrimonio. La positività di Nora non è semplice esame di coscienza, essa si connota di impegno eroico, motivo educativo e dovere morale, un modo che dietro di sé lascia semi fertili di verità e saggezza. “Gli elementi di un’emozione costituiscono le basi della vita. L’emozione è vita. La vita è emozione. Dunque l’emozione è dramma. Il dramma è emozione”[8].

Vera emozione desta la lettura de L’anitra selvatica, dramma la cui dimensione del non-tempo non è altro che uno stato di irrealtà dove vive al piccola Edvig, l’unica in grado di provare vere emozioni e patire la falsità dell’altrui non-vita. La tenerezza e la generosità della ragazza sono obliate dai contorti influssi dell’esistenza; dei suoi sentimenti resta comunque speranza di libertà  e amore. «Mi rallegro tutta nell’attesa che il babbo ritorni a casa. Perché mi ha promesso di chiedere alla Signora Sörby qualcosa di buono per me»[9]. Con la dichiarazione di Edvig il drammaturgo getta i primi indizi sulla struttura di base di Hjalmar, il padre della giovane. Insoddisfatto, conformista, privo di fantasia e spirito di osservazione, l’uomo non si esime dal deludere le attese della figlia che lo aspetta con ansia affettuosa. «Pensa, torni già, babbo!/Stai bene in abito da sera, babbo!»[10].

Disattento alle affettuosità della figlia, egli prende a discutere col vecchio Ekdal, suo padre, e neppure si ricorda di quanto ha promesso ad Edvig prima di uscire. «Ma che è dunque?», «Lo sai, le cose buone che m’hai promesse», «me ne son dimenticato. Ma aspetta un po’!Ho qualcosa per te, Edvig»[11]. Con fare meschino e quasi sarcastico, senza alcun senso di colpa e preoccupazione,  Hjalmar si allontana dalla figlia che intanto salta e batte le mani, fruga nella tasca della marsina e le porge qualcosa. «Questo qui? Non è che un foglio di carta»,«Leggi la lista, e io ti descriverò poi il gusto dei piatti. Su, via, Edvig»[12]. La piccola Edvig, ricacciando le lacrime, si siede delusa vicino alla tavola. Non legge il “menu”. Osserva il padre che passeggia per la stanza e si lamenta della tristezza che si è dipinta sul volto di Edvig e di Gina, sua moglie, poi si ferma vicino al vecchio. «Hai dato un’occhiata là dentro, stasera babbo?», «Sì, puoi immaginarlo. È andata nella cesta», «No, è andata nella cesta! Comincia dunque ad abituarsi?»[13].

downloadIl vecchio Ekdal nel solaio della casa con abeti rinsecchiti, qualche coniglio, dei piccioni e alcune galline ha ricreato un “falso bosco” per poter ricreare di andare ancora a caccia nelle foreste del Nord insieme a suo figlio. Anche l’anitra selvatica vive nella soffitta e trova riparo in una cesta. Ferita dal vecchio Werle durante una battuta di caccia, l’anatra si era tuffata sott’acqua per aggrapparsi alle alghe e morire. Era stato il cane da caccia dell’industriale a trarla in slavo, era sopravvissuta per merito degli Ekdal che si erano presi cura dell’animale. «No , Signor Werle; non è un’anitra turca; ma un’anitra selvatica»,«Ma davvero? Un’anitra selvatica?», «La mia anitra selvatica. Perché è mia./È stata colpita sotto l’ala e così non poteva più volare»[14].

Nelle parole di Jalmar e in quelle di Edvig si annuncia la catastrofe, si insinua il dubbio e si presagisce il punto di svolta dei personaggi. Secondo un’interpretazione di senso la ragazza può essere identificata con l’anitra selvatica e in questo scrive una sottotrama percepibile nel dissidio, nella negatività e nel conformismo degli altri personaggi. Come la sua anitra selvatica, ovvero il suo germano reale, anche Edvig soffre di una menomazione, un difetto visivo che nel tempo le potrà fiaccare la vista.

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L’attrice Anne Marit Jacobsen nel ruolo di Edvig in “L’anitra selvatica” (titolo originale “Vildanden”, 1970)

 

Sempre educata, gentile e premurosa, la giovane volentieri si presta ad aiutare il babbo e la mamma nel ritocco delle fotografie e nelle piccole faccende domestiche. E i libri illustrati, la pendola dell’orologio in disuso, il silenzio che regna nella soffitta sono per lei “quel fondo dei mari” dove trova rifugio e promesse di serenità. Nella propria insoddisfazione e nel desiderio di fama per una “grande invenzione” non meglio specificata, Hjalmar non esita a mostrarsi rancoroso, inumano e pronto a danneggiare anche i propri cari. Egli attua la fuga dalla realtà nel togliere a Gina la gestione delle entrate familiari e l’occupazione del lavoro fotografico. «A quella maledetta anitra selvatica avrei voglia di tirarle il collo»[15]. La piccola Edvig trasale, manda un grido, quasi vede un presagio, soffre e si mortifica,.

Ad innescare l’esplosione della catastrofe è la lettera, consegnata dalla Signora Sörby nelle mani di Edvig, in cui il vecchio Werle stabilisce una donazione per la ragazza proprio nel giorno del suo compleanno. «In seguito questa donazione passerà a te per tutta la vita».[16] Corroso dalla gelosia e dal dubbio che Edvig non sia sua figlia, Hjalmar decide di lasciare la propria casa. «Che dici! Babbo, babbo!», «Vattene via, lontano. Non ti posso vedere. Oh. Quegli occhi… Addio».[17] Consapevole di non essere “la vera figlia del babbo”, Edvig giunge a pensare che sia una trovatella, ma che le si può voler ugualmente bene giusto come lei stessa fa con l’anitra selvatica. In un gesto estremo d’amore verso il padre, la ragazza chiede al nonno di sparare all’anitra, facendosi spiegare bene come tirare il colpo. Umiliata e di nuovo allontanata dal genitore con gesti e parole offensivi, la piccola Edvig “resta immobile un istante, con aria sgomenta si morde le labbra per soffocare il pianto; poi stringe i pugni  convulsamente e dice piano -L’anitra selvatica- si avvicina furtivamente e prende dallo scaffale la pistola, chiude la porta della soffitta, vi scivola dentro e poi richiude la porta”[18]. Edvig uccide da sola l’anitra selvatica. Adesso non vive più. Giace nel fondo di quei mari dove l’umiliazione subita, la disillusione e la morte sono stele funeraria per chi è vittima della vita. Peccato che a sua memoria resterà soltanto la falsa pietà di chi è sopravvissuto allo scempio degli spettri ed alla vuota insensibilità che non vede luce.

Nello svolgimento del dramma Nora e la giovane Edvig sono personaggi cardine la cui evoluzione è orchestrata sul movimento della loro forza di volontà , effetto che trova origine sia nell’ambiente che nell’azione dei loro antagonisti. Al comportamento di Nora come al gesto di Edvig, se esaminati in un contesto asettico, sono da attribuire accezioni negative, ovvero, se visti nella loro tridimensionale realtà, nella faticosa transizione e nella sperimentazione della crisi conflittuale, allora c si può affermare che in quel tipo di agire la sventura non è semplice artificio, ma racchiude un forte messaggio d’amore. Nora si allontana dalla famiglia nella speranza di poter realizzare se stessa e Edvig offre in dono la propria vita. Sono il marito e il padre, due figure omologate e complementari, che non sanno o non vogliono dare ascolto al bisogno di espressione di chi li ama, che sono aridi  e ripiegati su se stessi, statici nei loro stereotipi morali e freddi nel recepire la sottile energia insita nella vocazione umana e la bellezza illuminante di un raggio di sole.

Lucia Bonanni

Gennaio 2017

 

Questo saggio viene pubblicato in esclusiva anteprima su “Blog Letteratura e Cultura” di Lorenzo Spurio per gentile concessione dell’autrice che nulla ha a chiedere al momento della pubblicazione né in futuro al gestore dello spazio on-line. 

E’ severamente vietato riprodurre il saggio in formato parziale o integrale su spazi digitali o su supporti cartacei senza il consenso scritto da parte dell’autrice, eccettuati i casi di citazione con opportuni riferimenti al titolo del saggio, al nome dell’autrice e allo spazio dove è stato pubblicato. 

 

 

[1] Herik Ibesen, Casa di bambola, Einaudi, Torino, 1963, pag. 86.

[2] Ivi, pag. 12

[3] Ivi, pag. 21-24

[4] Ivi, pag. 39

[5] Ivi, pag. 79

[6] Ivi, pag.80

[7] Ivi, pag. 84

[8] Lajos Egri, L’arte della scrittura dramamturgica, Audino Editore, 2003, pag. 17.

[9] Herik Ibsen, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Rosmersholm, Garzanti, Milano, 1976, pag. 243.

[10] Ivi, pag. 245

[11] Ivi, pag. 249

[12] Ivi, pag. 249

[13] Ivi, pag. 249

[14] Ivi, pag. 258

[15] Ivi, pag. 289

[16] Ivi, pag. 303

[17] Ivi, pag. 305

[18] Ivi, pag. 317

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In uscita “Un perfetto idiota” di Frank Iodice

copertina-low-2Uscirà nel mese di Febbraio il nuovo romanzo di Frank Iodice, Un perfetto idiota.  

Frank Iodice è uno scrittore e giornalista freelance, collabora con diversi giornali e riviste e insegna italiano presso la Florida State University. È autore di Anne et Anne, lanciato sulla rivista Nuova Antologia da Massimo Carlotto. 10000 copie del suo Breve dialogo sulla felicità con Pepe Mujica sono state distribuite gratuitamente nelle scuole.

SINOSSI:

Marsiglia, un gruppo di minori affidato a un custode notturno, totalmente inesperto; sua moglie, che resta sveglia ogni notte ad aspettarlo; una bambina di sei anni, che si affeziona a lui e farà di tutto per restargli accanto; una giovane educatrice, che decide di cambiare vita e si lascia coinvolgere in un riciclaggio di denaro e azioni bancarie; e una vecchia prostituta argentina, che rivive la sua storia d’amore con il suo primo fidanzato, nel frattempo diventato parroco. Un romanzo sul peso del giudizio: una storia d’amore tra un uomo, una donna e una bambina.

ESTRATTO:

“Lo zainetto di Odette era uno zainetto da grandi, non c’erano dinosauri, balene, né tutta quella roba per bambini, e lei lo sapeva perché lo trattava come una donna adulta tratta la sua borsa, con la noia verso qualcosa da trascinarsi sempre addosso e la devozione per un oggetto magico che contiene tutti i suoi segreti. Era bianco, si chiudeva con un laccio, quindi dovevi anche saper fare il nodo, e non un nodo qualsiasi che si impara a cinque anni, con le due farfalline che si incrociano, ma uno abbastanza forte da allacciare e slacciare tutte le volte che ti pare senza che si ingarbugli. E comunque, anche quando si ingarbugliava e si creavano più nodi uno dentro l’altro, Odette aveva la sua tecnica per scioglierli tutti. A me, non l’ha mai spiegata.”

Info/Contatti:

www.frankiodice.it –  frankiodice@hotmail.com 

“Ad Astianatte”, poesia di Emanuele Marcuccio

AD ASTIANATTE[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

 

«Non giunga Menelao al suo focolare, con la sua sposa malvagia, vergogna dei Greci, rovina di Troia. Disgrazie sopra nuove disgrazie. Cumulo di sciagure sopra questa terra. Spose, guardate là il corpo di Astianatte, il suo povero corpo gettato giù dalla rocca». (Dal Coro de Le Troiane di Euripide, scena XI)

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Corpicino…

che non hai

vissuto abbastanza

per mostrare

il tuo valore…

ti diruparono

crudeli assassini

dall’ampia rocca di Ilio…

rosso  vermiglio

ti sprizzò il sangue,

e tua madre,

impotente all’atto

esecrabile…

rossore  tremendo

non vi rode,

non vi avvampa

d’orrore

la faccia ferrigna!

E che cosa volete pensare,

voi crudeli… assassini!

Vi schiaccerà il rimorso,

v’inabisserà…

vi squarcerà…

vi frantumerà

le corde del petto!

Pensate al fato…

al delitto…

pensate al mare…

 

 

[1] Ispirato da un episodio de Le Troiane di Euripide. Astianatte, secondo la mitologia greca è figlio di Ettore e Andromaca, precipitato dagli Achei dalla rocca della città di Troia. Rimane come archetipo di ogni bambino o minore, sottoposto ad ogni genere di violenza. Scritta il 9 febbraio 1996, poi edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, viene qui presentata in una seconda versione da me rivista tra il 4 e il 5 dicembre 2016. [N.d.A.]

“Ferite del tempo”, l’antologia in beneficenza per i terremotati ha donato i ricavi

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Sono stati versati, per un importo di settecentocinquanta euro (€ 750), alla Protezione Civile – Emergenza Terremoto, i ricavi derivanti dal Progetto antologico Autori Vari ideato e curato dai poeti Gioia Lomasti e Emanuele Marcuccio «Nelle Ferite del Tempo. Poesia e Racconti per l’Italia» a pochi mesi dall’uscita.

Realizzazione progetto locandina a cura dello scrittore Gaetano Cuffari. Ringraziamo per l’acquisto e la promozione dell’opera o tutto ciò non sarebbe stato possibile.

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Come il web ha cambiato il nostro modo di apprendere le lingue

 

Articolo del Team di Fazland

La società contemporanea è molto cambiata rispetto al passato; grazie all’abbattimento delle frontiere, e ai nuovi mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione, la multiculturalità è diventata una realtà che influenza moltissimi aspetti della vita quotidiana. Il mondo del lavoro è forse uno dei settori che maggiormente ha subito delle modifiche, sia per la creazione di nuove professionalità, sia per l’esigenza sempre più diffusa, da parte del lavoratore, di essere in grado di colloquiare con persone provenienti da ogni parte del mondo. In tempi di crisi occupazionale, dunque, conoscere una lingua straniera oltre alla propria madre lingua è fondamentale, e spesso può fare la differenza tra due curricula di pari importanza.

Per un italiano, quali potrebbero essere le lingue più importanti da apprendere per trovare lavoro all’estero? Al primo posto, ovviamente, bisogna mettere l’inglese. Per quanto l’inglese, contrariamente a quello che comunemente si pensa, non sia in assoluto la lingua più parlata al mondo, di certo è quella più usata, anche perché è quella più diffusa nel web. Ma essere bilingue, al giorno d’oggi, non è sufficiente: l’inglese, per così dire, è dato per scontato. Oltre alla madrelingua e all’inglese, sempre più scoprono l’esigenza di conoscere una terza o anche quarta lingua per motivi professionali. Il francese è molto ricercato, poiché viene parlato all’interno degli organismi afferenti alla Comunità Europea. Da non trascurare, oltre ai canonici tedesco e spagnolo, anche le lingue orientali, come il cinese mandarino. Il cinese mandarino è la lingua più parlata al mondo, ed è molto richiesta nel mondo del lavoro, insieme al russo e all’arabo.

Naturalmente il modo migliore per apprendere una lingua che non è la nostra nativa sarebbe quello di cominciare a studiarla fin dalla più tenera età; purtroppo non tutti hanno questa fortuna, anche se nelle scuole italiane finalmente ha cominciato a diffondersi la consapevolezza dell’importanza dell’insegnamento di una seconda lingua fin dalle classi primarie. In età adulta apprendere una lingua che non è la propria è molto più difficile, ma non impossibile. Il metodo più efficace consiste nel recarsi in un paese straniero, soggiornando lì per qualche tempo, ma non tutti hanno questa possibilità o il tempo necessario. In alternativa ci si può contentare di un corso di lingua.

Esistono infatti molti istituti per adulti che forniscono un servizio di lezione frontale con insegnanti madrelingua che permettono di apprendere la grammatica e la pronuncia della lingua desiderata. Questi corsi però spesso sono molto costosi e richiedono un impegno che chi lavora spesso non può permettersi di affrontare. Grazie alle nuove tecnologie, però, al giorno d’oggi esistono molte valide alternative, poco costose ed estremamente snelle da seguire, che permettono anche a chi ha poco tempo e poco denaro di imparare velocemente e in modo soddisfacente una lingua straniera.

Ecco dunque che si ricercano metodi di apprendimento e corsi di lingua sempre più personalizzati. Alcuni infatti hanno necessità di imparare la lingua molto in fretta per non perdere un’occasione di lavoro, altri invece devono imparare lo specifico linguaggio tecnico del loro settore in una lingua diversa per cui un semplice corso base nella lingua straniera non è sufficiente per loro.

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Tutto è iniziato grazie alla grande rete che ha rivoluzionato le nostre vite in molteplici aspetti: internet. Il world wide web parla per lo più inglese : conoscere questa lingua è fondamentale per poter avere accesso ad un numero assai più elevato di informazioni rispetto a chi conosce solo l’italiano. Così, era praticamente inevitabile che sul web venissero aperti dei siti internet come Fazland.com, il cui scopo fosse proprio quello di permettere di accedere a corsi per lezioni di lingue su misura per tutte le esigenze, grazie alla possibilità di confrontare più preventivi online prima di scegliere.

La metodologia di apprendimento grazie al web può anche essere di diverso genere. Ci sono alcuni siti che consentono di scaricare delle vere e proprie lezioni con esercizi da svolgere e moduli didattici che spiegano le regole sintattiche e grammaticali. Ce ne sono altri, per utenti più esperti che vogliono solo allenarsi nel parlare una lingua che già conoscono, che permettono di colloquiare o chattare con persone madrelingua. Alcuni di questi servizi sono gratuiti, altri sono a pagamento.

L’ultima evoluzione che c’è stata nell’ambito dell’apprendimento delle lingue straniere tramite web si è avuta con la diffusione dei dispositivi portatili, smartphone e tablet. La maggior parte dei siti web che un tempo potevano essere consultati solo tramite computer desktop o laptop si sono infatti dotati di una relativa app, che può essere scaricata su un device mobile. Installando sul proprio telefonino di ultima generazione un’applicazione linguistica è possibile esercitarsi e imparare davvero in qualunque momento: mentre si è sull’autobous e si sta andando al lavoro, o mentre si fa la fila all’ufficio postale.

La tecnologia ha dunque ovviato ad uno dei maggiori ostacoli che un tempo incontrava chi voleva apprendere una lingua straniera: la mancanza di tempo. Con le app infatti si possono usare i pochi momenti liberi che si hanno a disposizione per perfezionarsi nella conoscenza di una lingua, migliorando così le comprensione e la dizione, e soprattutto garantendosi la possibilità di poter inserire nel curriculum una nuova abilità, fondamentale per poter trovare lavoro all’estero ma anche in patria.

Il Team di Fazland

2°ediz. Concorso Nazionale “Una Poesia per il futuro”

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CentroInsieme Onlus
PROGETTO VELA: RENDERE CONSAPEVOLI
2^ Edizione – Concorso Nazionale di Poesia
“Una Poesia per il futuro”

Il motivo per il quale nasce questa iniziativa è abbattere le barriere dettate dal pregiudizio e mettere a braccetto realtà differenti tra loro. Il nord, il centro e il sud uniti per rappresentare l’Italia in quelle rare manifestazioni a sostegno della creatività, dell’amore per lo scrivere, in modo che le parole rappresentino la libertà di pensiero, l’evolversi e l’arricchirsi.Il concorso “Una poesia per il futuro” vuole essere un sostegno alla cultura in una terra messa in penombra, è uno sprono per i giovani affinché trovino quel coraggio per affacciarsi alla finestra che porta sul mondo. E’ la scoperta che il tempo può essere racchiuso tra le pagine più belle del vissuto.

REGOLAMENTO E MODALITA’ D’ISCRIZIONE ALLA GARA:


1 – Possono partecipare al concorso tutti gli autori residenti nel territorio nazionale, l’iscrizione è aperta anche agli alunni delle classi quarta e quinta delle scuole elementari, e a quelli che frequentano le scuole medie e superiori.
Le sezioni:
A. ADULTI, tutti gli autori Over 18 potranno partecipare con un massimo di n.4 opere;
B. SCOLARI, tutti i bambini iscritti alla quarta e quinta classe delle scuole elementari e gli alunni delle scuole medie, per questa sezione è possibile la partecipazione collettiva delle classi e/o singolare degli alunni.

2 – L’opera dovrà avere le seguenti caratteristiche:
– Essere redatta in lingua Italiana;
– Non ha limiti di lunghezza;
– Il tema è libero;
– L’opera potrà essere edita o inedita;
– L’opera deve essere originale e non deve violare in alcun modo i diritti d’autore o di proprietà intellettuale di terzi.

3 – La quota di partecipazione è di Euro 5.00 (Euro Cinque) per ogni opera iscritta, eccetto le classi e/o gli alunni delle scuole dell’obbligo (elementari e medie).
Il ricavato, detratte le spese di organizzazione, sarà devoluto all’associazione CentroInsieme Onlus che opera sul territorio di Scampia ponendosi come obiettivo di portare ai bambini e ragazzi delle possibilità reali, cerca un modo diverso per intrattenerli e con loro sperimenta le vie più ambiziose affinché nessuno abbandoni il percorso scolastico.L’associazione impronta le proprie attività sulla legalità affinché i bambini possano fare di essa il pane quotidiano, cerca con autofinanziamenti a volte limitati, di portare gli occhi oltre le mura grigie del quartiere; un’azione educativa che porterà loro a conoscere il mondo, è importante che ognuno di quei bambini conosca le scelte che una vita può offrire per maturare in loro l’idea che tutti possono scegliere cosa fare da grandi e cosa essere per la propria famiglia, per la propria vita.

4 – Inviare la propria partecipazione indicando nell’oggetto: Concorso “Una poesia per il futuro” e nel corpo della e-mail i dati anagrafici, residenza e recapiti, allegare alla stessa copia della ricevuta di pagamento – entro e non oltre il 30 Aprile 2017 all’indirizzo email centroinsiemeonlus@gmail.com
Le quote di partecipazione dovranno essere inviate contestualmente all’opera con le seguenti modalità di pagamento:
– Ricarica Postepay sulla carta n. 5333 1710 2135 3830, intestata a Monfregola Vincenzo, ma si può ricaricare anche con bonifico bancario sull’IBAN: IT 63 X 0760 1051 3823 3922 633925
– Bonifico bancario sul ccb di CentroInsieme Onlus Progetto Vela: Rendere Consapevoli sull’IBAN IT 72 H033 5901 6001 0000 0101127
– Conto PayPal: centroinsiemeonlus@gmail.com

5 – La Giuria verrà resa nota il giorno della premiazione.
Le opere saranno valutate, a insindacabile giudizio della commissione, dal giorno successivo alla scadenza del concorso.

6 – Premi
I° premio – Diploma e Opera dello scultore di fama Internazionale Riccardo Dalisi
II° premio – Diploma e Targa
III° premio – Diploma e Targa
Dal IV° al X° posto – Diploma e Box Made in Scampia – La scatola contiene prodotti tipici, libri e cd musicali

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“Ai piedi del faro” di Maria Lenti, recensione di Lorenzo Spurio

Maria Lenti, Ai piedi del faro, La vita felice, Milano, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

ai-piedi-del-faro-386282.jpgSono dal gusto e dall’andamento vario le liriche di Maria Lenti raccolte nel nuovo libro che porta il titolo di Ai piedi del faro. Una promessa o una sorta di invito. Un appuntamento segreto a ritrovarsi lì, in quello spazio che nella sua verticalità scruta il mare e si protende al cielo, un aedificium che assiste alla tormenta e presiede all’infinità del cielo dove è possibile ri-trovarsi in un percorso di congiunzione che non è la semplice collocazione, lì, ai piedi del faro di woolfiana memoria, ma un recupero di memorie e il punto d’apertura a un belvedere sulle emozioni.  La poetessa urbinate, nota anche per la produzione saggistica, dove spicca una recente pubblicazione sul rapporto tra lingua e dialetto in terra di Romagna[1], ha espressamente voluto organizzare questo nuovo percorso poetico in sei tracciati in sé indipendenti che vengono offerti come normale prosecutio in quello che possiamo definire un percorso poetico rigoglioso, mai privo di perlustramenti su questioni anche di carattere etico e di interesse collettivo.

Una citazione di Edith Wharton sulla facile e al contempo complicata fruizione della felicità apre la raccolta poetica. Stilisticamente si notano in maniera distinta il ricorso ad allitterazioni e consonanze, nonché l’impiego di un versificare spesso secco e perentorio con veloci “a capo” in poesie come “Semaforo verde” dove le immagini vengono fornite in una icastica elencazione. La cronaca dei nostri giorni è ravvisabile mediante alcune liriche come “Frutti e fiori” nella quale si parla di “acqua che sommerge corpi” con riferimento alla tragica alluvione del Polesine del 1951 che, pure, è in grado di evocare il disastroso avvenimento del Vajont. In questa poesia la Lenti parla della “melma del non senso” vale a dire di quell’impasto fangoso che si crea quando si cerca di parlare di questioni dove è la Madre Terra a dettare sovrana il corso, spesso in maniera spavalda contro le umani genti com’era per il Genio Recanatese. In “Cronaca” la poetessa sembra fornisce una diapositiva di un infelice episodio (per altro ricorrente) di grettezza culturale nella forma dell’austerità di un patriarcato che non si può derogare in nessun modo, pena una condanna violenta. È il caso di quelle ragazze appartenenti a qualche paese mediorientale che, giunte in Europa, rincorrono l’edonistica filosofia del gusto o semplicemente vogliono godersi la vita incorrendo nell’immoralità di ricercare una “libertà pericolosa”. Ecco così che “l’impronta parentale” si manifesta quale sanzione reputata illegittima da un padre/marito retrogrado e illiberale per mezzo dell’applicazione della violenza che tenda a colpevolizzare e rendere esecrabile la condotta di chi insegue “troppa modernità occidentale”. Non solo una violenza che si realizza in chi, in terra straniera, cerca di perpetuare una tradizione negligente alle libertà umane ma anche un esplicito rimando agli esecrabili casi di violenza domestica, di abuso psicologico e fisico, di reiterata sottomissione coniugale, di femminicidio. 

La poesia “Colomba” potrebbe sembrare ad una prima occhiata una sorta di elaborazione del waka, poetica istantanea di tradizione orientale, ma dopo un veloce computo delle sillabe ci rendiamo conto che non lo è, non osservando la partitura sillabica 5-7-5-7-7. La forma scelta dalla Lenti nelle varie poesie che compongono questa raccolta è per lo più in verso libero vale a dire scevro da qualsiasi legame di tipo metrico, di studio sillabico; l’universo poematico non risulta, però, soffrirne, rendendosi assai malleabile ad ogni avvenimento, tema, possibilità, costruzione creativa. Ricorre una metafora verde o giardiniera ben cadenzata ne “Icone fiorite”, una sorta di flautato passo di danza con l’universo floreale che, in piccolo e secondo l’ordine dell’uomo, ricrea quella parte di wilderness più felice e colorata.

Nella sezione dedicata alla Città Ducale si apprezzano gli squarci visivi di una delle città del Rinascimento più belle che l’Italia possa conservare. La Lenti, più che approssimarsi a una commemorazione figurativa e partecipata degli spazi, si proietta verso una denuncia, pure dai toni mai concitati, nei confronti di alcune scelte –apprezzabili o meno- della Amministrazione comunale quali appunto il taglio di nerboruti tigli per far posto alla costruzione di un parcheggio per un supermercato. L’immagine di questa perla marchigiana è ben resa negli scarni versi contenuti in “Mia città” dove Urbino diviene luogo dell’anima che abbraccia il presente e addolcisce il ricordo.

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Maria Lenti, autrice del libro Ai piedi del faro

L’ultima sezione, “Occasione”, come osserva la stessa autrice in una nota in appendice, è nata su invito di Franca Battista, autrice di poesie giocose che s’imperniano su una destrutturazione simpatica del linguaggio. Di particolare impatto la resa visiva di “Goccia a goccia”, prima lirica di questa sezione  in cui l’immagine dell’olio è resa per mezzo di una descrizione meticolosamente attratta al colore e alla composizione: “Verde-giallo e simil-oro/ odorante e trasparente/ in cerchi concentrare/ un filino sgocciola/ gustar-assaporare” in una sorta di invito alla degustazione. In “Scoperta e silenzio” il tracciato di sviluppo sessuale di una donna attraverso lo scorrere del tempo visto attraverso la comparsa e la cessazione del ciclo mestruale. Anche questa poesia è, a suo modo, un affresco di una “occasione”, di una vicissitudine terrena, di una partizione dell’esperienza umana, di una vicenda personale vissuta con sorpresa prima e quieto accoglimento poi.

Dopo la curiosa esperienza di narrativa breve di Giardini d’aria[2], la Lenti ritorna con un volume ricco di suggestioni, mai completamente interpretabile in senso unico, dai percorsi multipli e dalle letture intricate che chiamano a riflettere, a percepire collegamenti, parole-chiave e, soprattutto, a cercare di entrare con rispetto nell’intimità di una prolifica autrice che spazia tra immagini, tematiche e sorvola con un piglio deciso, intendimenti diversi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 24-01-2017

 

1] Maria Lenti, Cartografie neodialettali. Poeti di Romagna e altri luoghi, Pazzini, 2014.

[2] Maria Lenti, Giardini d’aria, Marte Editrice, 2011.