“Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi” Reading poetico a Palermo il 24 giugno: come partecipare

READING POETICO

“IDIOMI POETICI: VERSI DELL’ANIMA ED ECHI”

Organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe

      REAL FONDERIA ORETEA – Palermo,  24 Giugno 2017

(Scadenza invio partecipazione: 11 Giugno 2017)

 

Immagine.jpgL’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con il Patrocinio Morale del Comune di Palermo e della Regione Siciliana, come avvenuto negli anni passati per mezzo dell’omonima rivista di letteratura, organizza per la data di sabato 24 giugno alle ore 17:00 il reading poetico dal titolo “Idiomi poetici: versi dell’anima ed echi”. L’evento si terrà a Palermo presso gli spazi della Real Fonderia Oretea alla Cala (Piazza Fonderia). Alla serata di letture poetiche potranno intervenire i soli poeti che avranno inviato la loro partecipazione secondo il regolamento che segue.

  • Si partecipa con un unico testo poetico inedito a tema libero.
  • È possibile partecipare con testi in lingua o in dialetto.
  • È richiesta la presenza fisica all’evento, momento nel quale la poesia sarà letta dal rispettivo autore o eventuale altro lettore nel caso l’autore non si senta di leggerlo lui/lei stesso.
  • L’organizzazione non accetterà deleghe di lettura di poeti fisicamente assenti.
  • La partecipazione è gratuita e la serata di letture, intervallata da brani musicali, sarà aperta al pubblico che potrà assistere in vesti di ascoltatore.

Per partecipare è richiesto l’invio a mezzo posta elettronica indicando quale oggetto “Reading poetico Palermo” all’indirizzo ass.culturale.euterpe@gmail.com entro e non oltre l’11 Giugno 2017 del seguente materiale:

La mancanza di uno dei due materiali richiesti comporterà l’esclusione dalla partecipazione del reading.

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Lo spazio della Fonderia Oretea (alla Cala) a Palermo

Seguirà eventuale elenco di poeti partecipanti e la richiesta di invio dell’autodichiarazione sui propri testi da consegnare all’Ufficio Siae competente.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

“Bambini” di Anna Vincitorio, recensione di Francesca Luzzio

Anna Vincitorio, Bambini, Blu di Prussia, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

 

AAA IMMA....pngIl titolo della plaquette di Anna Vincitorio, Bambini, induce il lettore a sorridere perché naturalmente si è portati a pensare a delle poesie ricolme di tenerezza e affetto, ma  basta  volgere lo sguardo all’immagine del bimbo in copertina, al suo sguardo perso nel vuoto, alle sue labbra inarcate per sospettare che la discrasia presente tra titolo e immagine nasconda qualcosa.  Infatti già il titolo della prima lirica, “Bambino in guerra”, spegne ogni illusione di vivere liete emozioni.  La  drammatica bellezza dei versi anzi accresce progressivamente la sofferenza di chi, dotato di sensibilità e di sani principi etico-morali, legge di tanta glaciale indifferenza  degli adulti di fronte ai deboli, ai piccoli che non possono, né sanno  difendersi.

Dopo la poesia sui bambini-soldato, l’autrice volge lo sguardo ai bambini del terzo mondo, malati di AIDS, invisibili agli occhi dell’opulento mondo occidentale che, sordo alle immagini, si limita a “interrompere il video/e spegnere la luce” e “tutto torna normale” (in “Bambini invisibili”, pag.18). Ma la poetessa non demorde e continua nella sua amara denuncia per cercare di scuotere le coscienze, così utilizza la sua sapienza versificatrice per esprimere la sua profonda pietà nei confronti dei bambini abbandonati, abusati dai pedofili, dei bimbi migranti che vedono le loro umili tende, i loro rifugi distrutti, o ancora vittime di cruenti riti tribali. Forse il colore della pelle è indice d’inferiorità? Forse Gesù aveva gli occhi azzurri? E Maria Maddalena che Gesù perdonò non aveva i capelli neri?                                          

Una denuncia forte, lancinante che, se da un lato ci pone di fronte alla profonda umanità e sensibilità della poetessa, dall’altro fa emergere l’insensibilità, i vizi di tantissimi adulti che abusando dell’innocenza, uccidono il futuro dell’umanità.

La poetessa ci pone di fronte ad una realtà ossimorica: infanzia sinonimo di gioia, tenerezza, sogno e amore, quale di fatto dovrebbe essere; infanzia sinonimo di violenza, abbandono, privazione, quale di fatto è per molti bambini.  Così  indirettamente evidenzia anche la drammatica condizione socio-economica del mondo che, oggi come ieri, vede le nazioni divise in ricche e povere, in sfruttatrici e sfruttate, condannando comunque, sempre e in ogni luogo, i poveri e i diseredati a un perenne sfruttamento e alla miseria.

La poetessa nella sua commossa e partecipe denunzia si serve di versi liberi, pur non mancando assonanze: “…compimento/….mistero” (in “Cronaca”, pag.25) o consonanze  e quasi rime: “…silente/ …radiante” (idem), anche tra versi lontani fra loro, quale l’urgere del suo sentire progressivamente le ha suggerito;  adopera ora un linguaggio schietto, semanticamente pregnante, al di fuori di ogni allusività, quasi a voler mettere il lettore di fronte al fatto, quale esso realmente è: “l’ascia vibra/ e pesante colpisce/ per abbattere tutto./ Alberga ancora/in alcuno pietà?”(in “White Christmas a Coccaglio”, pag.23); tal’altra un linguaggio metaforico che trova spesso nella natura e nei suoi elementi il correlativo intuitivo-alogico che meglio ne rende la pienezza semantica, così gli eserciti dei bambini-soldato sono “campagna coltivata a grano./Ancora non maturo il tempo/per la sua chioma d’oro” o ancora “girasoli [che] hanno reclinato/la testa” (in “Bambino in guerra”, pag.13) .

A volere ulteriormente rimarcare la gravità e la persistente attualità del drammatico argomento, si potrebbe citare molta della produzione saggistica e narrativa che nel tempo lo ha affrontato, ma in fondo basta concludere sostenendo quanto diceva Dostoevskij: “offendere un bambino è il peccato più grave di cui un adulto si possa macchiare”.

Francesca Luzzio

 

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

“Scritti marchigiani” di L. Spurio il 7 maggio a Marzocca. Ricordo del dialettale anconitano Duilio Scandali.

Il critico letterario Lorenzo Spurio presenta “Scritti marchigiani” alla Bibl. Orciari di Marzocca

 

Presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca domenica 7 maggio alle 17:30 si terrà la presentazione al pubblico del nuovo volume del poeta e critico letterario jesino Lorenzo Spurio:  “Scritti marchigiani”, edito da Le Mezzelane Casa editrice di Santa Maria Nuova. Spurio ha raccolto una serie di suoi scritti critici su autori e poeti delle Marche, tanto viventi che non. Saggi, recensioni, note di lettura e postfazione che l’autore ha scritto negli ultimi anni e che, pur pubblicati in parte in rete o su altri volumi, ha deciso di presentare in un’unica forma raccolti in questo volume pregiato che porta come sottotitolo “Istantanee e miniature letterarie”. A completare il denso volume dove si parla, tra gli altri, dei poeti Massimo Ferretti, Franco Matacotta, Anna Malfaiera, Germana Duca Ruggeri, Feliciano Paoli (solo per citarne alcuni) e si dà nozioni anche in merito alla questione dialettale, è presente un apparato finale che contiene ventiquattro foto a colori di scatti che lo stesso autore ha fatto nel corso degli anni in suggestivi luoghi della Regione tra cui Genga, Marano (Cupra Marittima alta), Senigallia, nonché Ancona, Visso e tanto altro ancora.

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Duilio Scandali (1876-1945)

A parlare del volume sarà lo stesso autore assieme a Rita Angelelli (editore de Le Mezzelane) e al cultore locale Stefano Bardi che celebrerà un ricordo del noto poeta vernacolare anconetano Duilio Scandali (Udine,  1876 – Ancona, 1945), voce autentica del dialetto marchigiano nonché autore di opere molto celebri per la sua epoca tra cui “Scenette e scenate” (1900), “La Bichieròla” (1906) e “El vangelo de mi nona” (1948, postumo) che rappresentano pietre miliari –assieme alle opere di Palermo Giangiacomi – del dialetto anconitano.

Nella seconda parte si terrà un reading poetico con poeti del territorio che daranno lettura a propri componimenti attinenti alla Regione, alla sua ricchezza paesaggistica, alle sue tradizioni, tanto in lingua che in dialetto. Parteciperanno i poeti Elvio Angeletti, Franco Patonico, Marisa Landini, Elisabetta Freddi, Patrizia Papili Marchionni, Marco Bordini, Maria Luisa D’Amico, Ilaria Romiti, Maria Pia Silvestrini, Mario De Fanis, Vincenzo Prediletto, Piero Talevi, Edda Baioni Iacussi, Valtero Curzi, Letizia Greganti.

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“Le creazioni amorose di un apprendista di bottega” di Stefano Baldinu, recensione di Lorenzo Spurio

Stefano Baldinu, Le creazioni amorose di un apprendista di bottega, Helicon, Arezzo, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

3277490.jpgIl poeta bolognese Stefano Baldinu, dopo aver fatto incetta di prestigiosi premi letterari per la poesia in tutta Italia mostrando l’ampia e ricercata capacità lirica di trasfondere col verso la profondità dell’animo, ha recentemente pubblicato un volume dal titolo Le creazioni amorose di un apprendista di bottega (Helicon, Arezzo, 2017) che contempla una serie di testi poetici appositamente selezionati attorno ad un unico fil rouge, quello dell’amore. Collaboratore della rivista di letteratura online “Euterpe”, Stefano Baldinu ha precedentemente dato alle stampe i libri Sardegna (Dreams Entertainment, 2010), Scorci piemontesi (Aletti, 2012) e Genova per me (Aletti, 2013) dedicandosi negli ultimi tempi anche alla poesia dialettale sarda (variante nuorese) essendo conoscitore di quell’idioma per ragioni di carattere familiare.

Se nelle precedenti raccolte aveva impiegato un punto di vista privilegiato verso il mondo esterno, cantando e affrescando luoghi cari alla sua geografia intima, nel nuovo libro il poeta si dedica in maniera assai più approfondita e viscerale a indagare gli scavi emotivi.  Con un metro poetico che spesso sembra strizzare l’occhio alla prosa e una tendenza espositiva atta di frequente a narrare, Baldinu cadenza la sua poesia e compie con acume e perizia introspettiva un esame acuto di alcuni momenti nevralgici dell’esistenza umana, tra i vari stadi dell’approccio amoroso.

L’amore – tematica che è ravvisabile e ben percepibile in tutte le poesie qui contenute – diviene una dimensione logica, vale a dire l’unico filtro con il quale è possibile rievocare, raccontare e vivere il quotidiano. Non viene chiarito quale è il destinatario dei componimenti ma la cosa più ragionevole mi pare quella di credere che, in effetti, i destinatari impliciti siano vari e diversi. Un canzoniere d’amore, dunque, non all’antica maniera dove l’autore innalzava le doti fisiche e morali di una lei precisa, caratterizzata per elementi che consentissero la certa identificazione ma un diván (termine che definisce una raccolta poetica prevalentemente nella cultura islamica), ossia un’antologia compiuta di brani che hanno intenzioni e finalità diverse, tutti accentrati attorno al macro-tema del sentimento amoroso: cosa detta in chi lo vive, come anima gli individui, quanto coinvolge mente e corpo e quanto la fine di un amore possa essere un fatto cruciale e doloroso da sostenere. 

Un amore che non è solo fremito sensazionale ed esigenza atavica d’unione che l’uomo sempre sperimenta ma anche il resoconto di attimi andati che si rievocano con nostalgia, nonché proclami di bisogno, attestazioni di assenze che pesano. Con un’argentina precisione sintattica che dà compimento a quella organicità e pulizia del verso quanto mai apprezzabile, il Nostro affronta così anche i dilemmi di un rapporto consumatosi nel tempo, s’interroga sulla possibilità di un futuro senza l’amata, affronta il lato più mesto degli addii dolorosi.

La poetica di Baldinu guarda spesso al passato, a un tempo che non è importante decifrare in termini di conta degli anni che ci separano da quei momenti, piuttosto amplificati dal silenzio del quale il Nostro sembra volersi attorniare come pure una più spontanea reclusione nella stanza della propria casa dove osserva la fine della giornata.

La natura – com’è in ogni “fare” poetico di spessore – è presente al punto da giocare distintamente il suo ruolo: le ambientazioni, che si richiamano con puntigliosità e che fungono da direttrici ambientali agli episodi vergati sulla tabula delle emozioni, nel loro contorno di presenza sono determinanti e inscindibili nel processo di recupero delle immagini e dei ricordi. La luna – spesso presente –, pur nella complessità di un presente complicato e di un animo travagliato, sembra essere lì pronta a tendere una mano, a scuotere certezze un tempo credute inattaccabili.

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Il poeta Stefano Baldinu a Jesi durante la premiazone del Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” di cui è membro di giuria.

Le pagine di Baldinu contengono moniti di una rivincita personale dove l’io, pur addolorato e frastornato, ha l’obbligo di riscoprire la validità della sua essenza. Dinamica dell’inconscio che si realizza prendendo itinerari inconoscibili e imprevisti ma che nell’autore è dettata da ansimi di speranza e ragioni tendenti al bene. Nella rinnovata autocoscienza che si compie, Baldinu ritrova il senso che precedentemente aveva attribuito a un soggetto/oggetto fuori da lui. Ecco allora che può avvenire la riscoperta della luce. Se “la notte è un arido esercizio d’amore”, il giorno diviene rituale cognitivo che, mediante l’introspezione e l’autostima, dà alla persona gli strumenti per ritrovare la direttrice del suo esserci al mondo.

L’amore che ci descrive Baldinu è un sentimento totalizzante e illogico, irrefrenabile eppure indispensabile: se è fautore di ricchezza dell’anima, di conoscenza e di condivisione empatica con l’altro, può anche essere motivo di preoccupazione, che fiacca, fa arrovellare e indebolire l’uomo e la sua mancanza può causare l’inasprimento di odio e rabbia e, dunque, l’adozione di atteggiamenti fobici che possono divenire incontrollabili. La fine di un amore non sempre corrisponde all’allontanamento fisico degli amanti sicché questo alone indicibile fatto di profonde ricordanze e di sete inappagabile può ispessirsi in  un tempo che in poco si fa smisurato e incontrollato. Si compie così la nudità dell’inverno, vale a dire quel passaggio inesplorato di un tempo che si rattrappisce  spaesando l’uomo. 

Nel silenzio che ormai s’è ancorato alle giornate che si susseguono indifferenziate e dinanzi a un passato fulgido e appagato si perde così anche il senso di esserci al mondo: “Tutto ha sapore di niente”. In quell’assenza prende piede la perdita d’identità dell’uomo, lo svelamento delle sue problematiche forse mai concepite come tali né sanate, l’annullamento di un benessere vivido una volta ed ora dissipato. Con toni crepuscolari l’autore attesta l’insorgenza di una disaffezione e di una non voluta negligenza verso l’esistenza che, con compassionevole inclinazione, può trovare voce in toni ripiegati: “ho smesso di volare”, toni dall’asciuttezza sbalorditiva che eludono accoglimento.

Sono solo gli ultimi componimenti della raccolta a raccogliere in maniera più asfittica e tesa il dolore di un uomo che subisce o s’appresta all’abbandono dall’amata; il volume, infatti, predispone il lettore a svariate strade più o meno parallele d’affrontare il più importante sentimento cui l’uomo possa riconoscere, giungendo solo in chiusura a darne una lettura piuttosto soccombente nei riguardi degli accadimenti. Amore al quale il Nostro dedica in maniera sentita tutti i versi che compongono il volume, complice una profondità di sentimento e di rigore umano nella quale Baldinu s’identifica in un tempo spesso sciatto e indifferenziato come il nostro dove l’esigenza intima viene spesso asservita al roboante caos di fuori. Solo in tali circostanze e con una rilassatezza che non di rado sembra impraticabile risulta plausibile l’identificazione di un argine a una lancinante situazione d’assenza o d’isolamento: “io sono il gesto taciuto di un ombrello che si ferma/ a calmare il dolore”, scrive. La forza ignota che divampa e scaturisce da noi stessi è il solo valido ingrediente che possa permettere di “continua[re] a sognare, a fuggire il male/ sperando il bene”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

“L’orecchio delle dèe” di Giorgia Spurio, recensione di Lorenzo Spurio

Giorgia Spurio, L’orecchio delle dèe, Macabor, Francavilla M.ma, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

spurio.jpgCompiendo una sintesi del nuovo libro di Giorgia Spurio potremmo parlare di “miti d’acqua”. Il lettore si appresta, infatti, a leggere poesie nelle quali fanno capolino di continuo divinità dell’Antica Grecia che s’identificano, quale locus primigenio e caratterizzante, proprio nell’acqua, vale a dire nel mare. Si tratta di oceanine, ninfe, di Poseidone, Medusa e tante altre ancora che l’autrice inserisce nei righi delle sue liriche con una doppia intenzione. Da una parte richiama la classicità e dunque i relativi miti, le narrazioni che Ovidio ci riporta per mezzo delle Metamorfosi, di queste entità dalle doti soprannaturali che, poste in condizioni di pericolo, condanna o di morte, adottano o gli viene imposta l’adozione di una forma diversa. Si tratta, dunque, del tema del cambiamento particolarmente caro alla letteratura di ogni tempo, compresa la tradizione religiosa e biblica che fornisce numerosi esempi, spesso in chiave morale, di caratteri che sono portatori di verità, messaggi e forme di salvezza. Per permettere di situare bene i riferimenti alle divinità classiche Giorgia Spurio ha dedicato una parte di appendice del volume per raccontare, in forma sintetica, le vicende principali di questi personaggi e i loro destini. Apparato che risulta particolarmente utile per chi non ha fatto studi umanistici di un certo tipo o per chi non li ha molto freschi. L’altra intenzione dell’autrice con l’utilizzo di questa simbologia mitologica è finalizzata all’attualizzazione di forme di violenza e di sperequazione sociale che pullulano nella nostra realtà. Vale a dire gli attributi, le vicende caratteristiche, le sorti o le peculiarità di queste divinità (la pietrificazione data dal guardare Medusa, il sacrificio di Andromeda, la voracità di Cariddi,…) divengono significative e rilevanti nella descrizione di tipi caratteriali, di forme sociali, di complessi attitudinali e sistemi d’approccio nel mondo di oggi.

Il libro non è un innalzamento dell’età classica, piuttosto un sapiente e riuscito sistema di rimando continuo tra l’antichità leggendaria della narrazione mitologica e il mondo concreto della quotidianità. Si instaura una sorta di confronto, che non è un parallelismo, ma che ha più la forma di un raffronto dotto e mirato tra mito e realtà, tra antichità e contemporaneità, tra tragicità (il mito è spesso tragico) e crudeltà (figlia del male d’oggi). Unico denominatore comune sono le ambientazioni che sono quelle marine, dove si compiono condanne, premonizioni, spergiuri, lotte e metamorfosi forzate che in altri termini sono attualizzate al mare nostrum fucina di vittime di migranti che anelano alla libertà e al diritto alla speranza. Il Mediterraneo diviene acqua dei numi tutelari ma anche mezzo di congiunzione tra sponde spaventosamente distanti, disgiunte da recessi profondi e perigliosi.

Giorgia Spurio, com’era avvenuto per le sue precedenti raccolte poetiche, sempre mosse da intenzioni di denuncia sociale e motivate da sdegno e riprovazione verso le politiche comunitarie (Quando l’Est mi rubò gli occhi del 2012, Dove bussa il mare del 2013 e Le ninne nanne degli Šar del 2015) torna con questa raccolta ad occuparsi, in chiave forse più ricercata, delle gravose  situazioni del mondo dove dominano la sventura e la caduta, la disperazione e il tomento, la lotta e l’odio, nonché il male nella forma della morte violenta. L’attenzione è rivolta in primis all’universo infantile. Da convinta ed orgogliosa insegnante nella scuola, l’autrice è particolarmente attaccata e coinvolta a tutto ciò che ha a che vedere con i bisogni e le problematiche dei meno grandi. Con premura e amore filiale la Nostra sente dentro di sé montare la rabbia per gli accadimenti infausti che più recentemente hanno campeggiato sulle pagine della cronaca internazionale: l’annosa questione dei barconi fagocitati nel Mediterraneo (di cui percepiamo indirettamente anche un richiamo alla disattenzione pubblica e al pervasivo menefreghismo dell’Europa che tanto discute e poco agisce); Giorgia ci parla di “fantasmi imprigionati/ nei relitti affondati” (23).

La poetessa allude ai bombardamenti in Siria con particolare attenzione all’attacco aereo a Manbij con un vasto numero di morti civili, tra cui bambini. La sofferenza per le morti degli infanti viene trasmessa per mezzo delle urla delle madri, che intuiamo essere sgraziate e senza fine. Un dolore titanico che spezza famiglie, annulla il ciclo della vita, stronca ciascuna speranza: “ha solo un aspetto, il potere:/ che ha l’odore di una lacrima” (37). Si parla di bambini morti e di donne che cessano di colpo di essere madri, ma anche di orfani, di bambini che, come nella più atroce fiaba, perdono il calore e la sicurezza dei genitori dovendo affrontare, soli, tutte le battaglie che la vita gli porrà innanzi.

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La poetessa ascolana Giorgia Spurio durante una premiazione di un concorso letterario nel quale è risultata vincitrice.

Nonostante la trattazione di simili tematiche, sebbene non vengano mai sviscerate in maniera palese, il linguaggio adoperato non è mai acuminato e graffiante, tendente a svelare un mondo in disfacimento dove l’aguzzino è sempre pronto a sottomettere la sua vittima. Giorgia Spurio utilizza un verso tendenzialmente breve e piano, pulito e chiaro, con una predilezione verso le immagini nitidi e rivelatrici delle azioni umane, avendo compiuto la saggia scelta di non insozzare di sangue e metallo il candore di versi che hanno il richiamo del mito. Non ci si pone – neppure lontanamente, né con intenti polemici – la questione del motivo del male, delle ragioni della violenza né c’è intenzione di localizzare, in maniera più o meno chiara, i fautori delle sciagure. L’orecchio delle dèe esprime il punto di vista di Giorgia Spurio, indagatrice attenta delle indicibili sofferenze umane in un’età in cui gli accadimenti più spregevoli e luttuosi non risparmiano neppure i bambini. Risulta doveroso ricordare allora anche il recente bombardamento con armi chimiche (fosforo bianco) avvenuto in Siria, nella provincia di Idlib, ad aprile di quest’anno, che ha portato alla morte per inalazione di sostanze altamente tossiche di decine di ragazzi.

La tradizione popolare ci ha consegnato le favole quali narrazioni di intrattenimento non fine a se stesso, ma spesso volto a enucleare un intendimento morale, studiato poi anche in termini pedagogici. Pur avendo molti elementi che rendono questi testi adatti per i giovanissimi (la presenza spesso di animali parlanti, la centralità di un personaggio che si batte per la giustizia inseguendo le leggi del suo cuore, le finalità ludiche e morali) essi non mancano di essere assai violenti. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’abbandono di Pollicino e dei suoi fratelli ad opera dei genitori che, a causa di problemi economici, decidono di lasciarli in balia di sé stessi nel bosco similmente a quanto avviene ad Hansel e Gretel; la perfidia delle due sorellastre verso la sventurata Cenerentola e  la Sirenetta che, per amare il suo uomo, acquista una pozione con la quale la sua pinna si trasforma in gambe umane, ma in cambio le viene tolto il canto con il taglio della lingua.

Ecco allora che nella poesia “La Balena Bianca di nessun romanzo” Giorgia Spurio ci fornisce una risposta dinanzi all’impiego di questo genere che, come riassunto, ha i sui pro e contro, mettendoci al corrente del rifiuto del finale della narrazione: “Ogni notte le madri rimboccavano le coperte/ ai figli, piccoli, senza raccontare la fine/ di quelle leggende/ mai che la morte potesse toccare i loro visi/ Mai” (27-28). Dinanzi a una società che si è omologata al male e che non è neppure in grado di preservare le nuove generazioni è meglio impiegare la più semplice mistificazione: non è possibile narrare di morte in un mondo dove essa è già all’ordine del giorno. La cronaca che si sostituisce alla favola. Il mondo spensierato e ludico che viene sopraffatto dalla nefandezza delle azioni umane che hanno amplificazione dappertutto.

C’è un’ultima importante sezione nel libro che ha il titolo di “Resurrezioni” e che vuole permettere un respiro diverso, fomentare una possibilità di redenzione e di ravvedimento da parte dell’uomo che possa redimerlo e condurlo a una dimensione di quiete sociale. Non si tratta, a mio avviso, di un comparto scontato o forzato, questo, piuttosto, necessario se davvero è nostra intenzione accettare l’idea che al male possa opporsi il bene, evitando la facile rassegnazione o, ancor peggio, la mera indifferenza. Ecco allora che quel processo mimetico e metamorfico che Giorgia aveva impiegato con riferimento alle divinità dell’antica Grecia e alle loro non felici storie ritorna qui, nelle poesie più marcatamente pregne di vita reale, di disagio sociale, di impellente trattazione. La poesia “Boccioli” canta l’avanzata di una primavera solidale e allargata, il rifiorire del buono come pure la giusta preservazione dell’istituto dell’infanzia. Questa poesia ha il tono di un testo tra il liturgico e il salmodico, l’idea di un mondo di pace non ha la forma illusoria di un’ipotetica utopia ma della saggia convinzione, di un rinnovamento salvifico pronosticabile e raggiungibile. Da un mondo di polvere ed urla, di case abbattute e dove la luna, unica regina del cielo ha deciso di rimettere il suo diadema regale e caracollare a terra come tutti gli uomini, Giorgia Spurio traccia il presagio del bene: i bambini ritorneranno ad abbracciare le proprie madri, i demoni diventeranno angeli, la luce riaffiorerà ed anche la luna, dimentica del suo passato inglorioso e della sua abdicazione, tornerà indomita e lucente a regnare nei cieli in ogni angolo del pianeta.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-04-2017

“Amore come peccato: la sublimazione dantesca”, saggio di Francesca Luzzio

“Amore come peccato: la sublimazione dantesca”

saggio di FRANCESCA LUZZIO 

 

 

L’amore è uno dei temi fondamentali della letteratura di tutti i tempi. Anche nel Medioevo, quando presso la maggior parte delle società del tempo, regna incontrastata una religiosità severa e la donna viene considerata quasi un’espressione demoniaca, non mancano i cantori dell’amore, anzi la civiltà cortese-cavalleresca trova in tale tema la sua essenza, definendo esso una weltanschauung, ossia un determinato modo di intendere e praticare la vita.

Amore-corteseIl teorico per eccellenza dell’amore cortese è Andrea Cappellano, autore del trattato De amore, in cui vengono fissati le norme e i canoni di tale concezione. Nonostante la condanna della chiesa che lo induce a ritrattare nel terzo libro il contenuto dei due precedenti, l’opera ha un enorme successo, permeando profondamente la cultura aristocratica del Medioevo. Se la caratteristica essenziale del cavaliere della chanson de geste è la prodezza, nota essenziale dell’ideale umanità dei cavalieri-poeti , detti trovatori (dal latino tropare: cercare e trovare versi e musica) è la giovinezza alacre e gioiosa, splendidamente liberale, elegante e raffinata, amante della donna, dell’arte, della cultura; poi nel romanzo cortese queste due umanità vengono sapientemente fuse da Chrétien de Troyes.

La concezione dell’amore cortese si manifesta per la prima volta nel sud della Francia, in Provenza e la neonata lingua d’Oc è il suo strumento espressivo; da qui si diffonde nella tradizione lirica italiana ed europea. Secondo tale concezione,  la donna è un essere sublime e irraggiungibile e l’amante si pone nei suoi confronti in una condizione di inferiorità: egli è un umile servitore “obediens”alsuo“midons” (obbediente al suo signore). Tali termini adoperati  dall’iniziatore della lirica cortese, Guglielmo IX d’Aquitania, diverranno elementi fondamentali di un linguaggio che esprime una dottrina dell’amore intesa come vassallaggio alla donna, come servizio feudale, come omaggio.

Nella sua totale dedizione, l’amante non chiede nulla in cambio, il suo amore è destinato a restare perennemente inappagato (“desamantz”), ma tale insoddisfazione se da un lato genera sofferenza, dall’altro è anche gioia, una forma di pienezza vitale che ingentilisce l’animo, privandolo di ogni rozzezza e viltà. Amore si identifica con cortesia, e solo chi è cortese ama “finemente”, ma il “fin’amor” a sua volta rende ulteriormente cortesi e gentili (A. Cappellano, De Amore), sicché si viene a istituire una concatenazione di causa-effetto che esclude ogni possibilità di appagamento fisico, poiché quest’ultimo determinerebbe un’interruzione del processo di ingentilimento; tuttavia non bisogna pensare che si tratti di un amore del tutto platonico, infatti l’inappagabilità non esclude né la sensualità, considerato che l’ultimo momento della manifestazione dell’amore consente “l’esag”, ossia l’ammissione dell’amante nudo alla presenza della donna, ma senza congiungersi con lei, né un formale adulterio, visto che il rapporto si realizza rigorosamente al di fuori del vincolo coniugale, nel cui ambito, d’altra parte, si ritiene che non possa esistere “fin’amor”. La spiegazione di tale convinzione trova le sue radici nel carattere contrattuale del matrimonio di quell’epoca in cui ragioni dinastiche ed economiche prevalgono sui sentimenti.

L’amore adultero implica da un lato il segreto, per tutelare l’onore della donna ed evitare “i lauzengiers”, ossia i malparlieri (da qui l’uso del senhal,ossia di uno pseudonimo anziché del vero nome per rivolgersi all’amata), dall’altro un conflitto tra amore e religione, tra culto della donna e culto di Dio. L’amore cortese è quindi peccato per la chiesa e i trovatori vivono sinceramente il senso di colpa, al punto che  molti di loro negli ultimi anni di vita si ritirano in convento per espiare le loro colpe, ma se prescindiamo da tale leggenda, è significativo che il senso di colpa affiora anche nella produzione lirica provenzale e soprattutto italiana.

Dopo la crociata contro gli Albigesi, infatti, molti trovatori trovano una nuova patria presso la corte di Federico II e la scuola poetica siciliana fa sua la concezione cortese dell’amore, per poi trasmetterla ai poeti di transizione, detti anche siculi-toscani e, attraverso essi, al Dolce stil novo, ma nell’ambito di quest’ultima scuola, grazie a Dante assistiamo alla sublimazione dell’amore e la donna diventerà tramite tra cielo e terra, angelo-guida verso la comprensione di valori metafisici ed eterni.

Adesso cercheremo di esemplificare, attraverso versi di autori particolarmente significativi, sia tale conflitto tra amore e religione, sia il conseguente senso di colpa che ne deriva. Guglielmo IX di Aquitania conclude il suo canzoniere proprio con una “canzone di pentimento” in cui dichiara che non sarà più “obbediente”, cioè servente d’amore, non più sarà fedele vassallo ligio alla donna: “No serai mais obediens/ En Peitau ni en Lemozi” e, colto da rimorso per le sue colpe, ormai stanco, si chiude nell’ansia del poi e invoca il perdono di Dio nella coscienza della fine imminente.

Spirito possente e tenebroso è Marcabruno; moralista feroce, egli giudica e condanna con parole tremende,come animato da spirito profetico, la società cortese e, in special modo, si erge a giudice del “fin’amors”. Marcabruno dice che “Amore è simile alla favilla che brucia sotto la cenere e brucia poi la trave e il tetto;….chi fa mercato con amore, fa patto con il diavolo….”. Parole altrettanto aspre dice contro le donne che “dolci in principio, poi diventano più amare e crudeli e cocenti dei serpi”; e altrove aggiunge “Dio non mai perdoni a coloro che servono queste puttane ardenti, brucianti, peggiori ch’io non possa dire… che non guardano a ragione o a torto”.

Adesso, se prendiamo in considerazione la produzione letteraria della Scuola poetica siciliana, constatiamo il persistere del senso del peccato e del conseguente rimorso, sì da indurre i poeti a giustificare le loro parole e i loro comportamenti. Jacopo da Lentini in un sonetto (forma metrica, molto probabilmente, da lui inventata) afferma: “Io m’ag[g]io posto in core a Dio servire/com’io potesse gire in paradiso/………Sanza mia donna non vorrai gire,/……ché sanza lei non poteria gaudere/ estando da la mia donna diviso./ Ma non lo dico a tale intendimento,/perch’io pec[c]ato ci volesse fare;/se non veder lo suo bel portamento/….chè lo mi terria in gran consolamento,/veg[g]endo la mia donna in ghioria stare”.

I versi evidenziano una forte ambiguità tra amore terreno e amore celeste, anzi un vero conflitto:  se in conformità all’ideologia cortese è normale dire che senza la propria donna non c’è gioia, affermare che la beatitudine paradisiaca è menomata senza la sua presenza è addirittura blasfemo.

Ciò induce il poeta a giustificarsi, pertanto precisa che non vuole la donna con sé in paradiso per commettere peccato, ma per trarne consolazione guardandola, visto che lei, considerata la sua bellezza, è degna di stare in “gloria”.Tuttavia tali giustificazioni non rinnegano il suo atteggiamento di fondo e nei versi conclusivi la contemplazione ipotetica della donna gloriosa finisce con il sostituirsi a quella di Dio.

Questo conflitto investirà anche i poeti del Dolce stil novo e, a dimostrare tale asserzione, basta prendere in considerazione quella che viene considerata la canzone manifesto del Dolce stile: “Al cor gentil rempaira sempre amore” di Guido Guinizzelli. Nell’ultima stanza che funge da congedo, il padre degli Stilnovisti, rivolgendosi all’amata, immagina  un dialogo diretto con Dio per mezzo del quale non solo ripropone il motivo capitale della donna-angelo, già presente nella tradizione provenzale e siciliana , ma attua un’autocritica che rivela il solito conflitto amore-religione: “Donna, Deo mi dirà:<<Che presomisti?>>,/siando l’alma mia a lui davanti./<<Lo ciel passasti e’nfin a Me venisti/e desti in vano amor Me per semblanti/………….Dir Li porò:<<Tenne d’angel sembianza/che fosse del tuo regno;/ non me fu fallo,s’in lei posi amanza”.

Dio, quindi, rimprovera il poeta per essersi presentato dinanzi a lui indegnamente, dopo avere attribuito sembianze e poteri divini a un peccaminoso amore terreno (è quanto il poeta fa nella strofe precedente). Guinizzelli si giustifica elegantemente con una nuova lode alla donna: aveva l’aspetto di un angelo, perciò non era una colpa amarla. Tale conclusione viene considerata dal critico Contini “uno spiritoso epigramma”; da Luperini “un’ironica autocritica che difende e riafferma il proprio errore”; da Baldi, “un’elusione del conflitto amore-religione attraverso un’iperbole squisitamente letteraria”, quale quella che identifica la donna con un angelo.

La metafora della donna-angelo è destinata a molta  fortuna presso gli Stilnovisti, ma è solo con Dante che essa esce dalla categoria degli attributi esornativi per acquisire una connotazione morale e metafisica.

vita-nuova-sesto-centenario-della-morte-dante-3efd5f82-38be-4cc2-9e19-dc4b095728bc.jpegLa vicenda narrata nella Vita nova è possibile dividerla in tre parti: la prima tratta gli effetti che l’amore produce sull’amante, la seconda propone le lodi di Beatrice, la terza la morte della donna. La seconda parte è quella innovativa, perché il poeta, privato del saluto della gentilissima, comprende che la felicità deve nascere non da un appagamento esterno, ma dentro di lui, dalle parole dette in lode della sua donna, senza averne nulla in cambio, così l’amore diviene fine a se stesso e l’appagamento consiste nel contemplare e lodare la sua Beatrice “cosa venuta/ da cielo  in terra a miracolo mostrare” (Vita nova, “Tanto gentile”), cioè angelo che manifesta in terra la potenza divina. Come afferma C. Singleton, questa concezione dell’amore ripropone quella dell’amore mistico elaborata dai teologi medioevali, infatti, alla visione cortese che considera l’amore una passione terrena che, pur  raffinata e sublimata attraverso la sua funzione, non elude mai del tutto il senso di colpa, si sostituisce una considerazione di tale sentimento quale aspetto dell’amore mistico, forza che muove l’universo e che innalza le creature sino a ricongiungersi a Dio.  Insomma l’amore con Dante, afferma il Singleton, diviene un “itinerarium mentis in deum”.      

FRANCESCA LUZZIO 

 

L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno. 

Impronte di spiritualità e orfismo nella lirica “Ricordo” di Emanuele Marcuccio, a cura di Lucia Bonanni

Impronte di spiritualità e orfismo

nella lirica “Ricordo[1] di Emanuele Marcuccio

a cura di Lucia Bonanni 

La poesia è il ricordo delle immagini, vissuti evocati dalla memoria con l’uso di parole musicali e di quelle referenti un colore. Chi legge in modo partecipe una poesia diventa un po’ poeta, infatti “fare il poeta” e “diventare poeta” sono passaggi di un percorso poetico e l’uno richiede l’esistenza dell’altro. Il “diventare poeta” è sempre in costante divenire e necessita di esercizio continuo che si connota nel “fare il poeta”. Non esiste una definizione univoca di poesia perché essa esprime intrecci di emozioni, sensazioni e sentimenti ed il “primo fuoco dell’ispirazione” è dato dalle percezioni e dal vissuto personale dell’autore.

O tu che l’ampia volta

della vita ascendi,

o tu che l’ampia prora

dell’azzurro varchi!

Il sonno m’inabissa profondo,

il mare mi plasma tranquillo,

ricado riverso

nel fianco ritorto,

ricado sommerso

nel freddo glaciale,

quel bianco dolore,

che mi arrossa la faccia,

quel freddo vapore,

che m’avvampa tremendo.

La lirica “Ricordo”, scritta da Emanuele Marcuccio il 28 ottobre del 1994, è una concentrazione di significati, una realtà sublimata in fantasia dove la forza di immagini e contrasti forma una grandezza variabile con posture idiomatiche di saggezza, capacità e sentimento. L’occasione di scrittura di questa lirica non si riferisce ad un ricordo transitorio ovvero ad un soggetto definito, bensì ad un qualcosa di cosmico, di ancestrale e il contenuto si accentua nel messaggio di chiara impronta ascetica. Già il titolo, parola chiave del componimento, introduce elementi narrativi, un tipo di linguaggio poetico che si caratterizza per logica e fantasia e come nella narrazione si struttura in analessi, metalessi e prolessi, prendendo anche l’evidenza filosofica della tesi, antitesi e sintesi. La messa a fuoco delle immagini è per Marcuccio momento di contemplazione, libertà e sincerità con accento di purezza e senso di appartenenza universale e soltanto pochi versi a comporre questo stato di grazia poetica, idealmente divisibile in tre quartine ed un distico in versi liberi. La prima quartina, impreziosita dal doppio vocativo iniziale, è disseminata dal valore polisemico dell’aggettivo “ampia” qui inserito come anadiplosi, un raddoppiamento voluto per conferire maggiore rilevanza al significato lessicale, ed ancora dai verbi “ascendere” e “varcare” nonché dai sostantivi “volta” e “prora”. L’aggettivo “ampio”, esteso, vasto, di notevole dimensione, è attribuito sia alla superficie ad arco della cupola celeste sia alla parte anteriore dello scafo azzurro, la prora, prua in dialetto genovese, mentre il verbo “ascendere”, salire, andare dal basso verso l’alto e “varcare”, oltrepassare, andare oltre, insieme alla sacralità della vita e l’azzurro del cielo fanno pensare ad un contesto storico-culturale di conoscenze e avvenimenti nella vita dell’autore che ben conosce la funzione del poeta, sa parlare al cuore degli altri, riesce a cogliere sensazioni e sa dare forma all’analogia. Il vocativo “o tu”, scritto in anafora, si connota nell’io poetante che si immerge nell’azione meditativa e a guisa di un aedo dell’antichità con un piccolo plettro fa vibrare le corde dell’animo nella più ampia aspirazione di poter elevare la propria anima al di sopra dei miasmi del mondo e varcare la porta dell’azzurro incontaminato. I lemmi “prora” e “azzurro”, intese come metonimia nel senso di contiguità spaziale e nel significato di “nave” e “cielo”, è tecnica di sostituzione della parola, porta che apre un varco nell’immensità dell’azzurro. L’enjambement, il gioco di suoni, le metafore nominali e quelle dei colori, l’aggettivo metaforico, l’allitterazione e il ritmo sono parte di una metalessi, ma anche di una tesi, in cui il poeta parla e riflette in colloquio intimo con se stesso e con chi legge.

 

Il distico è costruito sulla personificazione e la figura di significato, si avvale delle metafore verbali “inabissare” (con sinonimo di “sommergere”) e “plasmare”, degli aggettivi “profondo” e “tranquillo” e dei sostantivi “mare” e “sonno” in gradazione di ampiezza lessicale. Il verbo “inabissare”, sprofondare in un abisso o nelle profondità del mare, prende il significato di straniamento dalla realtà con valenza di ascetismo. Come i figli di Hypnos che nei sogni portavano forme umane, animali, piante e paesaggi, nei versi del Nostro il sonno si colloca in accezione meditativa, un Φαντασός (Phantasós)[2] che appare quale medium della fantasia necessaria per una riflessione di senso mentre il mare, archetipo per eccellenza, modella i processi intellettivi e meditativi dell’io lirico. Ma per contrari voleri il soggetto ricade rovesciato su un fianco e affondato nel gelo. Oppure, come si legge nella nota dell’autore, in tutto ciò si può leggere “[u]n’allegoria che ha per tema il giustapporre un’anima che si eleva alle cose celesti a un’altra che ricade nelle cose mondane. ‘Prora’ come direzione diritta, in traslato ‘retta via’; varcare la retta via: andare oltre l’umano, andare oltre l’ordinario”. Il significato di “ascendere” si trova in antitesi con “ricadere” cioè cadere nuovamente, discendere e l’effetto secondario sta nel lato del corpo che si attorciglia su se stesso ed è di nuovo deformato da un movimento energico e di conseguenza l’essere si ritrova sommerso da un forte senso di smarrimento e solitudine.

La bella sinestesia “bianco dolore” in apertura della quarta strofa fa aggallare la sofferenza che opprime l’animo e senza alcun riserbo si fa notare nella tinta forte che al pari di un vento di borea imporpora il viso e con suggestione si allaccia alla figura ossimorica del “freddo vapore” che in modo ostile, avverso, contrario chiude tra le vampe l’intera persona. Il vapore può essere un’esalazione oppure lo stato aeriforme di un addensamento o di una sostanza. Ciò rimanda al senso figurato che in Dante diviene fiamma delle anime beate, scia di stella cadente ed emanazione divina. Tra l’altro la posizione antitetica tra l’azione dell’avvampare e il vapore che pur essendo freddo, rende sempre l’idea del caldo, fa pensare all’estasi contemplativa dove il colore della tinta albina evoca il bianco della tunica che veste l’anima purificata, concretezza di spiritualità che nella Cappella Brancacci con grande estro creativo Masaccio rappresenta nella profondità delle figure narranti le storie di “San Pietro che guarisce con l’ombra” e “Il battesimo dei neofiti”.

Nella gradazione semantica tra “arrossa”, “vapore”, “avvampa” oltre all’idea del calore che ristora e fa maturare emozioni e sentimenti, si ritrova una metafora nominale con significato di identità ed anche una certa idea di chiasmo; così per sillogismo se il vapore è aeriforme allora anche il dolore può diventare aereo ed esalare dal corpo. I dati sensoriali, la frugalità delle rime, le armonie imitative, l’enjambement, le figure sintattiche e quelle di significato, l’accumulazione di idee, la posizione delle parole anche in inizio e fine del componimento, l’iterazione emozionale e la sintesi espositiva fanno di questo componimento un testo di poesia, strutturato sulle cinque “W” della narrazione (who, what, where, when, why, how), e che lascia libero il lettore di immaginare personaggi, luoghi e tempo come accade nella rappresentazione drammatica del “teatro nel teatro”, impronta di scrittura usata dall’autore per meglio denominare le caratteristiche analogiche di comprensione del messaggio di umana spiritualità con immagini nitide e suggestioni orfiche. “Ricordo” è una poesia che rimane tra le più care e significative tra quelle scritte dal Nostro, un’ideazione lirica in cui si può leggere la sintesi dell’intera produzione marcucciana, un viaggio che dura da più di vent’anni e si riflette nella prassi del “fare il poeta” e del “diventare poeta” perché solo così, come afferma l’autore, si può essere “poeta”. L’andatura narrativa e la rielaborazione concettuale sono talmente ricche di ampiezze spirituali ed intime corrispondenze da far pensare a ciò che insegna Kavafis, quando scrive che nell’arte del poetare la vera ed unica difficoltà sta nel salire il primo scalino: “Essere giunto qua non è da poco;/ quanto hai fatto non è una piccola gloria2 perché “[s]e per Itaca volgi il tuo viaggio,/ fa voti che ti sia lunga la via,/ e colma di vicende e conoscenze3 e sappi in ogni luogo tenere l’isoletta nella mente perché ciò che importa è il viaggio e non la meta. E Marcuccio di scalini ne ha saliti talmente tanti da trovarsi tra le Muse del Parnaso e dal suo viaggio verso Itaca torna all’approdo sempre più saggio e sempre più esperto.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, 7 marzo 2017

 

[1] Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC, 2009, p. 51.

[2] Secondo la mitologia greca, Fantaso è uno dei figli di Hypnos, evocatore di sogni con soggetti inanimati, da cui si origina il termine “fantasia”.

2 Costantino Kavafis, da “Il primo scalino”, in Poesie, Mondadori, 2011, p. 5.

3 Ivi, da “Itaca”, p. 45.

 

L’autrice di questo saggio acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un testo personale, frutto del suo ingegno.