Il nuovo numero della rivista “Euterpe” dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks” (invio partecipaz. entro 31-07-2017)

Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN). 

Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo. 

Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.

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Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale? 

Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com 

Per chi, invece, voglia avvicinarsi alla rivista come “lettore”, facilitiamo il link di riferimento al sito dove possono essere localizzati tutti i numeri precedenti divisi in ordine cronologico e per tematica. Numeri che possono essere scaricati facilmente in formato .pdf, salvati e letti comodamente a titolo gratuito. 

Lorenzo Spurio intervista Idolo Hoxhvogli, autore di “Introduzione al mondo”

Lorenzo Spurio intervista Idolo Hoxhvogli, autore del libro Introduzione al mondo (2015) 

 

Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

Il titolo Introduzione al mondo non indica la volontà di descrivere il mondo in tutte le sue componenti o nelle sue strutture essenziali. Esaurire il mondo in un libro è un compito impossibile e perciò utopico. Il compito dell’autore e dell’arte è trascendere il fatto bruto per elevarlo a una dimensione superiore rispetto al puro resoconto. Il titolo indica l’esperienza che ognuno di noi fa di alcuni aspetti della realtà. Fare esperienza è questo: introdursi al mondo e alle sue dinamiche. Il libro è suddiviso in tre parti: La città dell’allegria, Civiltà della conversazione, Fiaba per adulti. Queste tre parti sviluppano una forma di introduzione al mondo. La città dell’allegria introduce ad alcune patologie della società contemporanea. Civiltà della conversazione introduce alle contraddizioni della vuota conversazione che opprime i nostri giorni. Fiaba per adulti è l’ingresso tragico di una bambina al mondo attraverso l’orribile esperienza della pedofilia. Il percorso dell’introduzione è questo: società, cittadini, individuo.

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L’opera

Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? La letteratura è un modo efficace per raccontare la Storia?

Nego riferimenti diretti alla mia vita, ma in ogni libro c’è anche il suo autore. Quantificare l’elemento autobiografico non è utile, ed è arduo. La vita dell’autore non conta. Quello che conta, nell’opera d’arte, è che il messaggio superi le vicende personali per raggiungere una dimensione collettiva. La letteratura – l’arte in generale – non è solo un modo per raccontare la storia degli altri e di sé: è l’unico modo. Non ci sono alternative, l’arte trasforma una vicenda personale in una vicenda universale, mostra nel volto di un personaggio i volti di un popolo, di una civiltà, di un’epoca: estrae l’universale dal particolare, ricava la Storia dalle storie.

Il processo di scrittura, oltre a inglobare motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche utilizzate precedentemente da altri scrittori. Ci sono, dietro ad alcune immagini di Introduzione al mondo, riferimenti alla letteratura colta. Alcune prose – La legge in città, Rovesciando, L’impianto del porco – riprendono un materiale letterario del passato, lo rivisitano e manipolano secondo diverse prospettive e intendimenti.

In Introduzione al mondo la componente ipertestuale è presente. I testi che compongono il libro si citano l’un l’altro, hanno un filo conduttore (allegria, conversazione, pedofilia), sono collegati come i nodi di una rete. Come indicato nella Nota, tre testi sono frutto di una riscrittura attualizzante. Ho utilizzato materiali differenti, è presente – tra i vari piani di cui si compone il testo – anche un pastiche stilistico e concettuale. Pensa a Introduzione al mondo come a una strada. In una strada sono possibili i più svariati incontri e convivono le più marcate differenze. Da qui la coesistenza di testi tra loro diversissimi, ma accomunati dal fatto di essere parte di un intero.

Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti e i generi letterari che più ti affascinano?

I miei autori preferiti sono l’Universo e l’Uomo. Autori che hanno contribuito a formare il mio stile sono la strada, il viaggio, la solitudine, i ristoranti con un menù inferiore ai venti euro, la prosa scritta sul ring dai pugni di Marvin Hagler. Le tendenze determinanti sono quella verso la vita e quella verso la morte. La corrente che mi ha più influenzato è quella del Golfo, non tollero invece gli spifferi. Il genere letterario per eccellenza è l’incisione paleolitica. Il miglior libro è la vita: non stanca mai, è piena di colpi di scena e possiamo scriverne qualche pagina.

Hai mai collaborato con altri nel processo di scrittura?

Non ho mai collaborato con altri. Ma la scrittura collettiva è un’operazione interessante e con esiti significativi dal punto di vista editoriale e artistico. È un’occasione di confronto, senza il quale la scrittura si atrofizza e si avvita su se stessa.

Cosa pensi dell’editoria italiana?

 Il tema è complesso e la risposta può essere solo abbozzata. Per quanto riguarda l’editoria digitale, credo che l’ebook debba necessariamente essere il futuro per i periodici (non ha senso pubblicare in cartaceo un giornale che il giorno dopo deve essere buttato), per le opere di consultazione (non ha senso pubblicare in cartaceo opere che devono essere continuamente aggiornate) e per i prodotti editoriali che non hanno la necessità di diventare libro. Non credo che il libro possa essere soppiantato in toto, perché il libro e il file rimangono due cose diverse. Per quanto riguarda l’editoria cartacea: l’editoria è un’industria, non solo un’arte, e come tale è regolata dalle leggi del mercato. Tutti gli editori dovrebbero concentrarsi sul catalogo, sviluppando un’offerta editoriale capace di resistere nel tempo.

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L’autore del libro, Idolo Hoxhvogli

Premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa sono importanti per la formazione dello scrittore?

 I premi non sono utili per la formazione dello scrittore. Contano solo due cose: la vita e la lettura. Senza la vita, i libri non hanno sostanza; senza la lettura, l’autore non ha le parole. I premi sono utili per farsi conoscere dal pubblico. Non amo i corsi di scrittura. Non credo che al mondo vi sia una scuola di scrittura migliore della lettura. Sfido qualunque docente di scrittura creativa ad essere più utile della lettura di Bukowski, Henry Miller, Robert Walser, Flaiano, Calvino, Gadda o Bolaño. Un aspetto deteriore delle scuole di scrittura è l’omologazione stilistica e tematica.

A quali lettori è adatta la tua opera?

 Ai lettori capaci di intendere l’ironia di Antonio Delfini: «Questo autore ignoto che vi si presenta è quasi certamente un imbecille. Però voi non ne siete sicuri. Prendetevi la soddisfazione di dare dell’imbecille a uno sconosciuto con documenti alla mano. Acquistate le mie pubblicazioni». Ai lettori capaci di comprendere le intime ragioni del feroce pessimismo di Emile Cioran: «Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro sicuramente avrebbe affondato la sua barca». Ai lettori capaci di mantenere la speranza, nonostante la speranza sia, dice Baltasar Gracián, «la più grande falsificatrice della verità».

Idolo Hoxhvogli, Introduzione al mondo, OXP, Napoli 2015.

Pecoraro, Zanarella, Lombardi, Marcuccio e Renato Pigliacampo: tracciati poetici nell’analisi di Lucia Bonanni

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2015)

di Lorenzo Spurio

 

Commento di Lucia Bonanni sulle “Nuove voci poetiche” e il prof. Renato Pigliacampo

Perché io possa essere felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura. Chi (come me) ne è dipendente, non desidera la letteratura per salvarsi la vita ma soltanto per superare la difficile giornata che sta trascorrendo” scrive Orhan Pamuk in “La valigia di mio padre”. Quindi poter leggere e avere il gusto della lettura mi fa sentire una privilegiata. Nei libri trovo informazione, motivazione al confronto, fantasia, passaggio verso l’immaginario personale e quello collettivo. Attraverso la  lettura non sono mai sola e posso instaurare un colloquio silente con l’autore e il protagonista, seguendo il faro luminoso che si erge nel tempo. La letteratura, a detta di Italo

Michela Zanarella
Michela Zanarella

Calvino, “Non sarebbe nulla se non ci permettesse di capire meglio la vita” poiché con essa si impara ad essere esperti della condizione umana ed il libro viene a costituire il tesoro che ci tornerà utile in ogni attimo di vita; nella interpretazione di Stephen King i libri “sono una impareggiabile magia portatile”, sono luce, colore, viaggio, accettazione, condivisione, conoscenza, meraviglia e nelle parole di Gesualdo Bufalino “Ogni concepibile luogo di intimità collettiva”. Ho qui accanto a me La parola di seta in cui Lorenzo Spurio, curatore dell’opera, riporta le “interviste ai poeti d’oggi”, testo che risulta essere “viaggio nella conoscenza poetica”. Ma prima di aprire questo “dialogo sulle poetiche (e partecipare a questa) festa corale di tutti coloro che ancora credono a scrivere e a progettare una poesia onesta”(Sandro Gros-Pietro), nella invocazione alla Musa chiedo che il mio scrivere sia autentico così da poter omaggiare tutte le voci che parlano di Poesia e in questa prima parte approfondire le tematiche in relazione al professor Renato Pigliacampo e quelle che Spurio indica come “Nuove voci”. “Coloro che pensano che la poesia è disperazione, non sanno che la poesia è una donna superba e ha la chioma rossa” ed io, seguendo il pensiero di Alda Merini, senza per questo dimenticare le voci maschili, e prendendo spunto anche dal titolo del libro di Michela Zanarella, Meditazioni al femminile, in questo mio viaggio all’interno de La parola di seta voglio iniziare dalle voci poetiche al femminile, ponendo l’avvio dalle “Nuove voci”.

Quella delle poetesse che fanno parte di questo novero è una produzione molto ricca e comprende componimenti lirici e raccolte raffinate e di impegno civile, anche dettati da un profondo senso religioso e verso la Natura. Lucide, concise, essenziali, sempre animate da forte passionalità, fanno della poetica un universo che è cultura di ansie e struggimenti, estasi e gioia di vivere, evocazione di suggestioni e forti emozioni, un compendio di quella “gioia terrena, non concessa agli dei”. Ho avuto l’onore  e il piacere di conoscere Annamaria Pecoraro e Michela Zanarella in veste di Presidente e componenti di Giuria in occasione di Premi  Letterari a cui ho preso parte. Annamaria, conosciuta con lo pseudonimo di Dulcinea,  poetessa e scrittrice, autrice di testi per canzoni, speaker radiofonica e appassionata cultrice di musica,  giornalista, direttrice di Deliri Progressivi  e Direttore Artistico di eventi culturali e dell’Associazione N.O.S.M. Michela, poetessa e scrittrice, presidente dell’Associazione “le Ragunanze”, giornalista free lance, presente in antologie e testate giornalistiche, dirige la collana di poesia ARTeMUSE. 

Annamaria Pecoraro, in arte
Annamaria Pecoraro, in arte “Dulcinea”

 Di Annamaria Pecoraro ho letto la raccolta Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima e altre liriche presenti in varie antologie e pagine web “Passi lenti/passi distratti/ passi volanti/rassicuranti cercanti sguardi” (Passi), “Sei roccia, sale, mare/brezza tagliente,/ancora vivente./Sei scoperta che fa tremare,/arte unica per sognare” (Sei roccia), “Tutto è avvolto dal silenzio/Passi in una cella vuota”(La risiera di San Sabba). 

 Di Michela Zanarella ho conosciuto il nome già dalle raccolte antologiche in cui erano presenti miei lavori e la poetessa partecipava anche con il testo Sensualità. “Ha ragione la pelle che trema;/è breve la strada che dal desiderio/porta al mare” (Dolcezza di altre epoche), “Ci sono emozioni/come donne abbracciate al fuoco” (Come prima di un sorriso).

Mi affascina molto la loro poetica, una scrittura che, come afferma Annamaria, è “l’arma bianca che disarmata arma” e di rimando Michela  definisce la poesia come “un dono che (le) è stato affidato, una sorta di concessione”. E dell’una vorrei avere la grande forza d’animo e dell’altra la timida dolcezza, dall’una vorrei imparare a calcare passi sulla sabbia bagnata e dall’altra il percorso di riflessione sull’esistenza. Due poetesse autentiche, veraci, di grande suggestione che nel mondo al femminile seguono, come dice Michela, “tutta la purezza e l’autenticità di un sentimento forte e prorompente” una sorgente mai prosciugata da cui scaturiscono splendidi versi per un messaggio poetico che nel pensiero  di Annamaria,  è “base di tutto (come lo sono) la fede, il rispetto, i valori, (che) possono passare per cosa antica o forse possono avere la vera trasgressione nel mondo moderno”. Ritrovo nella poetica di Annamaria forza espressiva e purezza di pensieri, bisogno di espandersi oltre i limiti della pagina bianca, offerta tacita dello sguardo dall’alto, attenzione dichiarata alle vicissitudini incontrate oltre il proprio io. Vedo nella poetica di Michela lirismo che si fa certezza, un dimostrare discorsivo, teso alla bellezza dell’agire, un dire che srotola nastri per coniugare nodi di passione. Mi piace scoprire nei loro versi l’impronta sacra della Musa che ha ispirato i luoghi poetici di altre donne. Per le due poetesse scrivere poesia è rito, impegno, silenzio, azione di pensiero, è trovare l’autentico, ricercare verità, riflettere su se stesse, attuare modi di anticonformismo e coraggio dello sguardo, è enunciare il genuino nel significato di “generare” per la vicinanza atavica di ogni donna alla terra, segno di Anodos “dal liquido amniotico alle lacrime”.

Tornando alle voci maschili, presenti in antologia nelle “Nuove voci”, c’è da dire che sono voci roboanti, forti, robuste, possenti e cavernose; hanno l’erranza dei chierici vaganti e la gentilezza dei trovatori cortesi, l’ardore dei romantici e la smania dei poeti maledetti. Sempre in cammino e sempre prese perse in vortici di vita, sono come i “nomadi del vento”. Nel loro universo referenziale non includono teoremi di incompletezza e riescono in ogni modo a porsi nei punti di una circonferenza immaginaria. Come per la poetica al femminile, anche in questo caso vorrei iniziare  dalle “Nuove voci”, quelle di Iuri Lombardi  che “da Firenze prende tutto in continuo

Iuri Lombardi
Iuri Lombardi

dinamismo nelle arti e nelle lettere” e per gioco di squadra è fondatore e presidente dell’Associazione PoetiKanten” e poi Emanuele Marcuccio, “Un infaticabile palermitano d’oggi” come l’ha definito Lorenzo Spurio in un saggio monografico, poeta e aforista, ideatore e curatore del progetto poetico Dipthycha del quale sono edite due antologie. Poeti incontrati nelle pagine di libri e riviste on-line. Così,  si esprime Iuri Lombardi: “I ragazzi si fingono tristi per non farsi/scoprire felici” (La veglia dei ragazzi), “Il padreterno è un folle/ e la mia coscienza non dispone/di un grillo parlante che mi giudica/(che) mi osserva di spalle” (A Giacomo), “Chiamai qualcuno per nome/finsi di chiamarlo Paolo./non ero pronto per la folgorazione,/a Damasco/non risono stato neppure/a prendere un caffè”(Apologia di un cattivo) ed ancora: “Penso che è impossibile dare un significato alla poesia (che è) espressione vitale (e) vertigine (e)  penso  che sgusci via appena le diamo (una ) definizione”. I versi di Iuri Lombardi si rivelano sempre vitali e vertiginosi, istintivi e variabili, liberi nell’espressione verbale, interventisti in senso pacifico e reali, calati nel realtà del tempo e ribelli ad un conformismo che incatena la scrittura al ceppo della consuetudine. Occorre andare in profondità per scoprire quante e quali emozioni si celano dietro quella patina ombrosa, portando alla luce “amore incondizionato per il  mondo, per il prossimo, per lo stato delle cose” in un “Blackout”[1] di sensi che non lascia al buio, ma è tentativo esistenziale e personale di “dono per gli amici”. Andando a leggere La parola di seta mi sono imbattuta in pensieri in cui mi sono persa e mi sono ritrovata, proprio come è successo anche nel ragionare di Emanuele Marcuccio  dove son rimasta sorpresa nel constare  che nella sua creazione di versi (anche) “la mia inspirazione è furtiva e svelta e se non  l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto su carta, passa e vola via”. Io stessa mi sono ritrovata a scrivere su tovagliolini di

Emanuele Marcuccio
Emanuele Marcuccio

carta e buste delle posate liberamente “Per una strada”[2], titolo che rimanda alla poesia che l’autore scrisse “avendo come unico foglio di carta su cui appuntarla sul retro di uno spiegazzato scontrino della spesa”. “Per una strada senza fronde/si aggira furtivo e svelto/il nostro inconscio senso,/passa e non si ferma,/continua ad andar via/e non si sa dove mai sia”. Ecco, questa è una di quelle poesie che ti ammalia come una Circe e alle quali giri intorno fino a farti male  al cuore perché, come dichiara l’autore, “la poesia vuole sempre uno sguardo pieno di stupore e di meraviglia”. Mi ha colpito l’uso puntuale dell’articolo indeterminativo che non è affatto generico, bensì determinante per tutto il componimento. Se Marcuccio avesse scritto “per la strada”, l’espressione sarebbe risultata usuale e non avrebbe sortito il medesimo effetto, catturando l’attenzione del lettore verso una riflessione maggiormente profonda. Un po’ come negli ultimi versi della poesia in cui Corrado Govoni usa il verbo essere al singolare per due soggetti. “Ma il sorriso e la tua calda pelle/è il fuoco della terra e delle stelle”. Fellini ha girato il film “La strada” in cui una folla di personaggi variegati stupisce lo spettatore e in questo caso l’articolo determinativo è metonimia per  indicare vissuti che si collocano tra lo stato surreale e la realtà da cui non si può esulare. Nella poesia di Marcuccio quell’articolo indeterminativo evoca domande e viene spontaneo chiedersi di quale strada si tratta, dove si trova e si pensa che potrebbe trovarsi tanto in una grande città come in un piccolo paese o addirittura essere una trazzera di campagna. A me piace immaginare che sia via Maqueda in quel di Palermo, una via lunghissima che, attraversando i Quattro Canti di città, giunge fino alla piazza denominata della Vergogna a per le nudità delle statue intorno alla fontana. “Per una strada” e mi pare che nel titolo siano racchiusi anche i versi di Dino Campana, “Poeta –come ha scritto Vassalli- in cui  scrittura e vita coincidono”; “La stradina è solitaria:/non c’è un cane:qualche stella/nella notte sopra i tetti/ e la notte mi par bella” (“La petite promenade du poète” per Firenze) e in questo come in altri frangenti la strada di Campana, parimenti a quella dell’uomo contemporaneo, era un percorso davvero “senza fronde”. “Senza fronde”, immagine plurima, mosaico di sensazioni esplose per via, tavolozza cosparsa di colori, iter temporale in veste ciclica, paesaggio mostrato e non descritto, stagione pensata in accezione di metafora, specchio concavo che riflette il paesaggio interiore, “scrittura di ricapitolazione” ove poter ritrovare i versi di altri autori. Immagine plurima  a significare da un lato l’apparato dei fenomeni naturali e dall’altro quello connesso ai fenomeni emozionali di straniamento e smarrimento che investono l’essere umano. Nelle parole di Marcuccio “La scrittura è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto (e) deve esserci (la) scintilla iniziale” per questo è indispensabile e di fondamentale importanza appuntare subito i pensieri che salgono alla mente, quando l’ispirazione è lampo di luce e il bisogno di scrittura diviene azione compulsiva.

La copertina del libro
La copertina del libro “La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi” di Lorenzo Spurio (2015)

Esiste dentro ciascun autore, quello che viene indicato come “censore interno”, una presenza ambigua, fuorviante, di impedimento che nella pratica della scrittura ostacola la creatività e l’espressione. Dedicare tempo alla scrittura significa dedicare tempo alla propria esistenza nella sua interezza. Sono i primi pensieri ad avere un’energia incredibile ed è il censore interno che li reprime. Quando si manifestano e si entra in contatto con la loro energia e si inizia a scrivere, occorre lasciarsi andare, diventare guerrieri. Bisogna addestrare la mente a superare le resistenze, a ignorarle e scrivere in ogni modo per se stessi, anche in luoghi diversi, Bertolucci scriveva, passeggiando per i boschi di Casarola, e sarà la scrittura a creare se stessa. Dobbiamo prima di tutto imparare a “sbucciare gli strati che ricoprono il nostro cuore” e i risultati saranno accettabili. Sappiamo che  di per sé, i sensi sono muti e che assorbono l’esperienza, ma questa per potersi manifestare deve prima passare al vaglio della mente. Rastrellare la mente per raccogliere i primi pensieri rivoltarli in una composta di emozioni. Così, meglio si impara a riconoscere il revisore interno, più agevole sarà non tenerne conto. “La vita vera sta nello scrivere” e a rendere grande un poeta è sempre la capacità di essere in sintonia con i ritmi del linguaggio ed è ottimo sistema scrivere e leggere, leggere e scrivere. In tutto questo è utile sapersi apprezzare, avere fiducia in se stessi e amare ciò che si fa. “E m’abbandono all’adorabile corso/ leggere, vivere dove conducono le parole” (P. Valery). E questa è arte! Pensare che in età giovanile Leopardi mi diceva poco e niente e Manzoni mi era di peso. La mia tensione emotiva era tutta volta a certe forme di spleen e alla protesta; mi era congenita e identificarmi  con l’Ortis, il Werther, Malte (di Rilke) e quella di Padre Cristoforo era la figura dei Promessi Sposi che più mi piaceva. Forse questa mia ritrosia era dovuta alla ridondante continuità degli esercizi di grammatica e sintassi, i riassunti fiume, le versioni in prosa che non trovavano chiusa. Pratiche di studio  che non offrivano certo la possibilità di poter assaporare in ogni sfaccettatura la bellezza di quelle pagine sublimi. Talvolta l’istituzione scolastica costringe a seguire un percorso obbligato e nega approcci culturali di ampio respiro anche  a causa di stereotipi che non favoriscono, come dichiara Renato Pigliacampo, “una rivoluzionerei processi d’apprendimento (e di certe realtà) lo Stato non è in grado di rispondere ai bisogni”. “Odo imposizione di parole/nasconde dittatura di pensiero” (Canto per Liopigama), “Sono andato nell’ultimo volo/per imitare il gabbiano sfiorare le onde” (Cuore di Porto Recanati), “Questo ragazzo è poeta:la sua voce/ha foga di profeti” (Aggrappato al silenzio). Mi sembra di vederlo quel “gobbuto Conero”, la “rude campagna” quella di Bagnolo che per Pigliacampo diventa la Macondo di Cent’anni di solitudine, e vedo  anche le “vorticose mani segnanti negli atoni ghirigori” come dice Lorenzo Spurio (nella foto sottostante) nella sua lirica inedita “Idioma visuomanuale”, dedicata all’uomo e al Poeta. Mi traspongo e mi immedesimo nel sentire dell’uomo Pigliacampo, lo sento vicino  e gli rendo omaggio come Poeta, sapendolo eroe che “combatte da solo (acquistando) fama d’eroe”.

Renato Pigliacampo
Renato Pigliacampo

Forse a chi non conosce le tinte della sofferenza il componimento di Spurio può risultare anche non adatto, ma è al contesto che si adatta il linguaggio e non viceversa. Ad una espressione aulica che si dipana  nei versi, si alterna un dire più austero e maggiormente terreno. “Di rivincite e pregiudizi da sgozzare”, scrive Spurio, e quel verbo “sgozzare” mi sembra pregnante , è la chiave di volta dell’intero enunciato e ne dà una chiave di lettura netta e precisa. Ai pregiudizi non è dato fare carezze e non si possono che sgozzare, soprattutto come rivalsa, rinascita e rivincita dell’uomo sulla “pietra della vita”. In questo caso mi viene in mente il quadro della Gentileschi “Giuditta e Oloferne”, conservato agli Uffizi; pensiero e azione in vorticoso sentire! In un parallelismo empatico rinvengo nelle parole del professor Pigliacampo quella “vita  dei campi” che appartiene anche al mio immaginario. Vi ritrovo l’infanzia e la fanciullezza a contatto con la Natura inviolata, “rispettata come una dea”. Il piccolo Renato poteva ammirare il Colle dell’Infinito, io le cime del Gran Sasso e del Velino. Come lui ascoltavo suoni e voci dell’ambiente, pizzicavo “l’astuzia dei contadini nel fregare il latifondista”, imparavo che le famiglie erano conosciute per lo più per soprannome che per registro anagrafico e che “nella cognomizzazione (era) prevalente il soprannome di provenienza o dell’attività svolta”; tanto mi piaceva nelle fredde sere d’inverno stare a veglia davanti alle braci del  camino. Mi inserisco nella sua corrente di pensiero, prendendo a braccetto il suo agire perché anch’io a dirla tutta, (come lui)  “sono una ribelle, una rivoluzionaria in senso positivo, ossia di cambiamento” e riferirmi “come ricorda in varie poesie (che) combatté in prima linea le battaglie del ’68 italiano” (L. Spurio), “Contestando signori capitalisti./Compagni col fazzoletto rosso al collo” (Canto per Liopigama); in questi versi sento echeggiare il Pasolini de Le ceneri di Gramsci come sento echeggiare l’attenzione del poeta verso lo studio del folklore e tradizioni popolari.

E quanto avrei potuto imparare da questo “Guerriero del Silenzio” teso a relazionarsi “con le persone e le cose, gli esseri animati, con specifico linguaggio viso-manuale di codici” di cui si giova nella sua poetica. E quante cose come insegnante avrei potuto dirgli in merito a certi contrasti che ero costretta a sostenere con “specialisti”, scempi come  stoffe di poco conto. Quanto mi rattrista sapere che in alcune occasioni è stato “usato (soltanto)  per raccogliere voti” senza che fosse tenuta presente la sua disabilità “non migliorando la partecipazione dei sordi” alla vita socio-politica del Paese. “Cattivi pensieri/per i giganti/che colpiscono alle spalle,/per la follia del Mondo e gli sguardi  indifferenti/per quello specchio/interno/ che ci parla di noi/ e degli altri”(Sandra Carresi, Cattivi pensieri). Sono del parere, come sostiene  Pigliacampo, che “L’inclusione deve passare nel superamento dei pregiudizi”, i medesimi pregiudizi che Spurio definisce “da sgozzare”.

Lorenzo Spurio, autore del libro
Lorenzo Spurio, autore del libro “La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi”

Mi riconosco nell’uomo Pigliacampo, gli rendo omaggio come Poeta e lo vedo irraggiungibile come studioso e insegnante, divulgatore di esperienze e comunicazione di LIS (lingua italiana dei segni), della genesi del linguaggio poetico viso-manuale dei “disagi sul mondo audioleso” nonché fondatore del Premio di Poesia “Città di Porto Recanati”, giunto alla sua XXVI edizione. “Considero la condizione del poeta simile a quella dello straniero che partecipa ai simulacri della realtà” (Amedeo Di Sora) ed io non starò qui a distinguere tra gineceo e androceo, starò qui a costruire una cantoria per queste voci che si intavolano come registri d’organo; starò qui, ispirandomi a Tiziano Terzani, a istituire una congiura di poeti in modo che “si senta la poesia, che si ascolti la sua voce, che permanga il suo spirito”(E. Marcuccio) perché mi piace e voglio pensare che le sorti del mondo trovano migliore collocazione  nelle mani di chi è capace di far volare la fantasia e pensare diversamente, anche tenendo presente che La parola di seta non è un testo ordinario, ma un vademecum da tenere sempre con sé, uno Zibaldone di pensieri dove la poesia è vestita davvero di seta come nella splendida poesia che Emanuele Marcuccio ha voluto dedicare a questo lavoro.

DI SETA

di seta

la parola

 

di poesia

l’anima mia

 

investe il verso

e para

i colpi

 

verga

veloce il rigo

leggero

 

pieno

 

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, 14 agosto 2015

[1] È il titolo della sua nuova raccolta che compendia tutta la sua produzione poetica, pubblicata con PoetiKanten Edizioni nel 2015 di cui è riportata l’immagine di copertina.

[2] È il titolo della prima raccolta dell’autore edita da SBC Edizioni di Ravenna nel corso del 2009 di cui è riportata l’immagine di copertina.

Le interviste di Lorenzo Spurio ad alcuni grandi poeti pubblicate in “La parola di seta”

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi

di Lorenzo Spurio

COMUNICATO STAMPA

cover la parola di seta-page-001Lo scrittore e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio ha raccolto in questo volume una serie di interviste fatte negli ultimi anni ad esponenti di spicco del panorama culturale letterario legate all’universo della Poesia.

Sandro Gros-Pietro nella prefazione osserva: «Per usare la metafora scelta dall’autore, la poesia è una parola di seta, tanto elegante quanto resistente e tenace, pure nella sua leggerezza dell’essere. Il merito maggiore di Lorenzo Spurio, per il quale non smetteremo di essergli grati anche negli anni a venire, è quello di non avere voluto, neppure come idea peregrina o barlume montaliano, propinarci l’ennesimo repertorio sulla poesia italiana d’attualità, cioè una sorta di distillato d’autore sui nomi fondanti e significativi dei bravi poeti che rappresenterebbero il nostro tempo. Lorenzo Spurio non è, dunque, caduto in quel collettore oscuro della vicenda poetica che gorgoglia solo di presunzione e di collusione con il potere editoriale, e che compila le classifiche di merito tra i poeti italiani con la risibilità truffaldina delle hit parade canzonettare, ma al contrario si è mantenuto fedele a una concezione di “viaggio nella conoscenza poetica d’attualità».

Tra i poeti intervistati figurano Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello e Lucio Zinna. In appendice una sezione dedicata alle interviste di alcuni giovani promesse poetiche: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro e Michela Zanarella.

All’interno del volume figurano anche poesie proposte in lettura e per un commento ai poeti intervistati. Tra i classici: Marino Moretti, Corrado Govoni, Leonardo Sciascia, Alda Merini, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Antonio Machado, Pedro Salinas, Walt Withman, William Butler Yeats, Sylvia Plath, Bertolt Brecht, Charles Bukowski, Wislawa Szymborska; tra i contemporanei: Paolo Ruffilli, Elisabetta Bagli, Mia Lecomte, Sandra Carresi e Giorgia Catalano.

Il libro edito da PoetiKanten Edizioni può essere acquistato scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com oppure su ogni vetrina online di libri (Ibs, Amazon, Libreria Universitaria, Unibo,…).

SCHEDA DEL LIBRO

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi

a cura di Lorenzo Spurio

Prefazione di Sandro Gros-Pietro

Postfazione di Amedeo Di Sora

PoetiKanten Edizioni, 2015

ISBN: 9788899325206

Costo: 15 €

Maristella Angeli intervista Ninnj Di Stefano Busà

Intervista alla poetessa Ninnj Di Stefano Busà

a cura di Maristella Angeli

In un mondo così telematico, carico di messaggi multimediali, di comunicazioni via etere, in tempi reali, crede che la Poesia possa avere ancora ascolto? Oppure viene messa da parte come obsoleta?

La poesia non sarà mai obsoleta, possiede quel fascino strano, tra il magico e l’esoterico che fa la differenza, la distanzia dalle altre espressioni umane. Comunicare con la poesia è un evento irripetibile, quasi soprannaturale, la prima frase la suggerisce un Ente superiore sconosciuto, il resto lo scrive il poeta con la sua umanità, la sua sensibilità, analizzando e scrutando quel suo mondo interiore fatto di deterrente stratiforme, senza regole e pervasivo del genere umano che accompagna questa sorta di messaggio sulle ali del vento, lo fa vibrare, lo trasferisce agli altri come dono intermediario tra sé e l’ignoto, tra il sé egoistico e insincero e la voce dell’umanità che ascolta, che interloquisce attraverso la lingua del poeta ad un incanto primordiale di cui nessuno dare spiegazione. Sarebbe come dire che il messaggio della Poesia proviene dal profondo, dall’incognita genetica di un destino umano che non è stato creato per deludere la forma, ma per creare armonia e bellezza. Perciò non resterà mai ai margini di un processo culturale in evoluzione se si vuole continuare a istruire il concetto di progresso intellettuale, umano e storico dell’umanità. Dico sempre che finché c’è un poeta sulla terra, la poesia vivrà e verrà diffusa nel cuore e nella mente come suprema bellezza del creato, supremo elogio dello spirito contro la materia.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Ogni tanto si vede realizzare dalla TV, in modo del tutto occasionale qualche programma di poesia, qualche lettura. Lei ritiene che introdurre nel linguaggio mediatico la Poesia sia un modo per coinvolgere più lettori? Cosa ne pensa?

Se è vero che in Italia esistono secondo sondaggi aggiornati dai 13.000 ai 15.000 autori di poesia, è anche vero che come minimo si prevedano 60.000 lettori, (per pareggiare quei famosi 4 lettori di manzoniana memoria). Ma nessuno di noi poeti immagina di avere quattro lettori, a dire il vero, è già tanto, se ci legge anche uno solo. Riguardo l’introduzione di programmi poetici così estemporanei e rarefatti nei format televisivi è un pessimo esempio di cultura, questo sta a significare che l’ascolto dei programmi culturali è sottovalutato e disatteso. In Italia non c’è la cultura lirica, (che è l’entroterra della cultura stessa, il suo antefatto, l’humus), non c’è preparazione a capire la Poesia e a renderne partecipe il pubblico, si ritiene (a priori, e a torto) che la cosa non interessi nessuno. Perciò la espongono in ore inconsuete, a notte fonda, o quando non hanno di meglio da proporre. Se qualche dirigente RAI la propone è perché ne è sensibilizzato individualmente, non perchè ritiene abbia “audience”. La cosa sorprende, perché a interessarsi di poesia sono parecchie migliaia di autori, e con un apparato editorialistico, da indotto, che lascia intravedere un mercato gonfio di lauti guadagni da parte di Editori, ma si ritiene (e ripeto a torto) che la Poesia interessi solo un pubblico d’elite, lasciando intendere che c’è una grande massa di utenza che non gradisce e non capisce. Non è affatto così, ma l’emarginazione coatta dei canali mediatici monopolizzati da soubrettine, veline, passaparoline, è ormai a livelli di arretratezza tali da essere considerati cavernicoli.

 

Come viene recepito il messaggio poetico dal pubblico medio per intendersi, quello che non fa poesia?

La poesia tra il pubblico medio è bene accolta, perché non vi può essere nel genere umano chi non la sappia apprezzare. La poesia è parte dell’esistente di ognuno, la parte più nobile e subliminale della storia spirituale, la più vicina a Dio, la più dotata di bellezza e di fascino, perché sa parlare al cuore e alle menti, sa dare un’accelerazione al vuoto che incombe, alla solitudine che attanaglia, al male che pervasivamente affrontiamo nel quotidiano. La poesia lenisce, rende il progetto di vita più denso, più ricco, più accettabile dal lato intellettivo.

 

Quale ruolo ha la poesia nel nostro tempo?

I tempi che viviamo non sono i più favorevoli alla poesia, non ci orientano verso episodi di luce e di conciliazione interiori. Sono portatori d’inquietudine, di malcontento, di disagio sociale e morale. Il tessuto umano è lacerato da troppe incongruenze, inadeguatezze, assenze. Ognuno vive il suo malessere come qualcosa di ineluttabile, con rassegnazione e passività. Bisognerebbe amarsi di più, invece. Amare ciò che di bello ci circonda, anche la Poesia ad esempio, perché ci porta un minimo di conforto e di compensazione che gratifica il nostro stato d’animo così martoriato e in stato di afflizione perenne. La poesia equivale alle note alte di un violino,  come la musica non può essere ignorata, perché tocca le corde sensibili dell’io, allo stesso modo la Poesia ci rende partecipi della cosmogonia, della vastità del nostro essere “cellula” dell’infinito, esuli temporanei in una terra che non ci appartiene. Il ruolo della Poesia dunque è di primaria importanza perché interagisce con un extraterreno, con un ultramaterico che sono la condizione –sine qua non– della nostra essenza, della nostra esistenza.

 

Il senso che coinvolge la Poesia, soprattutto tra i giovani, di oggi, Lei ritiene che è disposto a seguire un mondo astratto, subliminale, che non dà quasi nulla in termini di gratificazione immediata, di successo, e di guadagno facile?

Tocca un ganglio scoperto della società di oggi. Una società fatta a immagine di celluloide, di interessi, di apparenze ingannevoli, di guadagni prezzolati, di mercati articolati sulla speculazione non potrebbe essere quella votata alla poesia. Eppure, mi tocca da vicino (facendo parte  o presiedendo svariate Giurie) di quanto il pubblico dei giovani sia più vicino alla poesia di quanto si suppone, vi è un richiamo, una tendenza a sviluppare il pensiero lirico di quanto ve ne fosse nel passato, E questa tendenza può apparire controcorrente rispetto ai tempi. Per fortuna, i giovani non sono “vuoti di dentro”. Mi capita spesso, durante i vari incontri nelle Scuole di ogni ordine e grado, alle quali vengo chiamata per introdurre il tema poetico, di trovare giovani molto interessati alla Poesia, qualcuno di essi addirittura dotato e pronto per dare il meglio di sé, certo con un po’ di tirocinio e di buone letture (s’intende). Il bisogno di Poesia è inversamente proporzionale alla necessità del guadagno. Vi sarà sempre chi preferirà il vile denaro ad una bella poesia, ma in ogni modo il mondo delle scuole è salvo, i nostri ragazzi sono migliori di quanto loro stessi sanno. Non sono marci dentro, vi è in loro la coscienza di un futuro migliore, l’alba di un giorno che verrà e non sarà di spregevole pecunia, ma di meravigliose armonie sulla terra dei padri. Non è perduta in loro la speranza. Non spegniamo la luce nei loro occhi, sottovalutando i loro immensi patrimoni intellettivi.

 

È lo spessore intellettuale a creare la Poesia? o si nasce Poeti?

La poesia è altro persino da se stessa. La poesia non la crea l’intelletto a tavolino, a freddo, attraverso il cerebralismo tout court, non la crea l’intellettualità astratta e aliena dal sentimento, è parte integrante di un patrimonio, sì, intellettivo  che definirei perché accoglie su di sé le maggiori, le più intense e ricche suggestioni, le più alte e meno abiette virtù dello spirito. Vi è una parte dell’intelletto, detta: “Area di Broca” (dal suo scopritore) che è deputata al linguaggio. Ragione questa che la mette al riparo da scempi di natura estranea alla poesia stessa, che è armonia, sinergia con i fattori interni all’essere, che sono la fonte dell’ispirazione perfettibile. In poche parole, lo spessore intellettuale vi è coinvolto, ma in minima parte, per il resto è un occhio vigile sul mondo, una finestra aperta nel nostro immaginario, nel panorama delle nostre indagini interiori che qualifica e rende unica e irripetibile la buona Poesia. Si può nascere poeti, ma si può scoprire di esserlo in più tarda età, bisogna solo essere dotati e sensibilizzati al poiein, cioè al fare, al creare in poesia.  

26-06-2015

Intervista al poeta Corrado Calabrò. A cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A CORRADO CALABRÒ

A cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Quale definizione di poesia si sente di dare?

C.C.: Telefonini, televisione, radio, computer ci hanno assuefatto a una visione banale, olografica del nostro essere al mondo. La Rete ha modificato il modo in cui il soggetto si percepisce. Tutto sembra essere stato detto in questo profluvio di parole: tutto tranne quello che attendevamo nel profondo. L’insoddisfazione viene saturata aumentandone la dose.

La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere.

Sì, a volte –in un momento felice che ha del magico- un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventare un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata: un orizzonte di significato è stato superato.

È come il fiammifero di Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza. In quel momento in cui il fiammifero si accende, in cui scatta il flash, siamo tutti poeti, dentro di noi.  Ma è poeta solo chi riesce a far intravedere agli altri quel flash di bellezza che l’ha abbagliato. Come? Certo non con enunciazioni dirette: il volto della Medusa paralizza chi lo guarda direttamente, diceva Calvino.

Corrado Calabrò
Il poeta Corrado Calabrò

La poesia comunica per analogia, in modo indiretto, per evocazione, per allusione, per metafora. La metafora è lo strumento privilegiato della poesia. “Erano le cinque della sera” dice García Lorca nel suo Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías. Ventisette volte ripete “a las cinco de la tarde”, “a las cinco en punto de la tarde”. Tutti gli orologi segnavano le cinque della sera… Perché lo dice così tante volte? Non vuol certo dirci l’ora! Vuol dirci qualcos’altro. Ma se avesse detto: “Quel pomeriggio, nella Plaza de Toros di Siviglia, il giovane e valente torero Ignacio Sanchéz Mejías, nel momento in cui stava infilando la spada nella cervice del toro venne incornato e, ferito a morte, venne portato via in barella e morì mentre veniva trasportato in ospedale… avrebbe fatto una piatta cronaca giornalistica o giudiziaria. Invece lui si limita a dire “erano le cinque della sera” e niente come questa espressione ci dà il senso della fragilità, della natura effimera della nostra vita. E non dice che è morto, dice che tutti gli orologi segnavano le cinque della sera. Perché quando un uomo muore l’orologio, il tempo, si ferma per sempre per lui. Parla dunque dell’orologio per dire della vita. È così la poesia: dice una cosa per farne intendere un’altra.

LS: Quando è stata la prima volta che ha scritto una poesia? Di che cosa parlava?

C.C.: Le prime poesia pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

C.C.: I lirici greci, Dante, Tasso, Ariosto, Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, García Lorca, Rilke, Eliot, in poesia. Ma hanno spiegato forte influenza su di me anche Machiavelli, Nietzsche, Kafka, perché mi hanno fatto capire la valenza del non finito. Come scrive Musil, è vero poeta colui le cui frasi non hanno il punto finale; ti fanno desiderare il seguito, te lo fanno intuire mediante il non detto. Ma si tratta del non detto indotto da quello specifico detto. “Eran las cinco de la tarde….”.

LS: Quale è il suo legame con la regione natale, la Calabria?

C.C.: Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia.

LS: Quali dovrebbero essere secondo lei le doti umane del poeta?

C.C.: D’Annunzio aveva atteggiamenti detestabili; ma è il più grande poeta italiano degli ultimi cento anni. Anche Quasimodo e Montale erano sgradevoli. Cardarelli era invece empatico; ma è meno valido degli altri due.

La poesia è una creatura che vive una sua propria vita, disgiunta da quella del suo autore. Vive nell’interazione col lettore, con l’ascoltatore; entra in risonanza ed acquista significanze ulteriori se corrisponde a un’attesa profonda e (semi)sconosciuta del destinatario, fornendogli le parole per esprimere qualcosa che pulsava in lui subliminalmente e non riusciva a prendere forma.

LS: Se dovesse scegliere tra Eugenio Montale e Quasimodo chi sceglierebbe e perché?

C.C.: Quasimodo, senza esitazione. Le sue immagini, i suoi distici timbrano la nostra percezione, si stampano dentro e ritornano nell’orecchio interiore. La sua infedele traduzione dei lirici greci rende genialmente lo spirito degli originali, infonde loro nuova vita, come nessuna traduzione letterale potrebbe fare.

Montale è più laborioso, più intenzionale; meno incisivo.

LS: Secondo Lei tutti sono in grado di comprendere la Poesia o la corretta ricezione della parola può avvenire solo in seguito a una sorta di addomesticamento letterario e studio?

C.C.: Io non so se sarei riuscito a sentire, come sento, la poesia se, tra i dieci e i venti anni, non avessi letto, e in parte imparato a memoria, tutti i più grandi poeti italiani e francesi (compreso Corneille). Ho detto: imparato a memoria. La bellezza e la forza evocativa di una vera poesia si coglie solo alla quarta, quinta lettura. Ma nessuno arriva alla seconda lettura se non è già attraente alla prima. Allora, se è una vera poesia ti ritornerà irresistibilmente nella mente, come il canto delle Sirene.

Quanto male hanno fatto questi anni di antipoeticità al gusto della poesia! Ci hanno forse preservati dalla retorica, ma ci hanno inculcato la fumisteria, la vacuità, l’insignificanza, come i sarti de I vestiti nuovi dell’Imperatore di Andersen.

Lo studio non è tutto; ci sono doti istintive e c’è l’intuito, che non è di tutti. Ma nemmeno Mozart, che componeva a cinque anni, sarebbe stato quel che è stato  se non avesse assimilato tanta musica di alto livello già nei primi anni di vita.

LS: Negli ultimi anni sono fioriti una serie di movimenti culturali di impronta per lo più minimalista quali l’empatismo (Giusy Tolomeo), il metateismo (Davide Foschi), la neon-avanguardia (Ivan Pozzoni), etc. Pensa che sia ancora possibile nel nostro oggi essere portavoce di una idea di originalità e che il movimento e il manifesto possano servire ancora come collanti dai quali partire?

C.C.: Movimenti, tendenze, congreghe tendono a mascherare una realtà impresentabile: l’impotenza creativa, l’Imperatore in mutande. Creano aggregazioni come la massoneria. A cominciare dal Gruppo 63, hanno imposto la più assurda e arrogante pretesa: che poesia fosse solo il prodotto degli appartenenti a una determinata cerchia. Così prima si stabiliva chi dovessero essere i poeti e poi cosa fosse la poesia.

La poesia, come dicevo, non consente una lettura diretta; ma non per questo può chiudersi in un cerebralismo asfittico ed autoreferenziale, incomunicabile per assioma, in un solipsismo in cui il poeta si compiaccia di capire lui solo quello che ha scritto e poi ci metta mezz’ora per spiegarlo artificiosamente. No, la poesia non tollera spiegazioni estrinseche. La poesia è come le barzellette o come un tiro in porta. È ozioso raccontare: ho colpito la palla di piatto, di collo, con l’esterno del piede; se il tiro è sbagliato l’hai sbagliato, se è entrato in porta hai fatto goal.

C’è un mio saggio, Il poeta alla griglia che mette bene in luce questa deviante deriva che per trent’anni ci ha portati ad arenarci in un fondale sabbioso, a star lì a  fare il pediluvio senza affrontare il mare aperto.

Per tali opinioni mi è stato comminato l’ostracismo dalle tendenze vincenti (che hanno anche occupato le cattedre universitarie). Come i perseguitati politici, ho chiesto asilo poetico all’estero (e lì ho pubblicato 32 libri con traduzioni in 21 lingue).

LS: Che cosa pensa dei reading poetici? È un buon modo per far poesia e condividere esperienze oppure no? Perché?

C.C.: Sì, perché:

– Vengono interessate alla poesia persone che la percepiscono meglio ascoltandola che leggendola;

– Si fanno conoscenze e a volte si simpatizza (talaltra si antipatizza, ma c’est la vie).

Io, poi, ho motivi particolari per ricordarli con piacere.

In Italia ho incontrato in una di quelle occasioni, più di trent’anni fa, una giovane poetessa con la quale è nato un grande amore.

All’estero ho incontrato qualcuno che ha messo in orbita la mia poesia.

LS: In che maniera sceglie quello che di volta in volta sarà il titolo di una silloge poetica? Lo trae da una poesia particolarmente significativa raccolta nella silloge oppure è completamente diverso dai titoli delle liriche all’interno?

C.C.: Molte mie raccolte recano il titolo di una mia poesia, che mi è sembrato evocativo: Mittente sconosciuta, Il filo di Arianna, Presente anteriore, A luna spenta, Ricordati di dimenticarla, Alba di notte, Una lama nel miele, Deriva, T’amo di due amori, Password, Mi manca il mare. Altri titoli, forse i più importanti, no: Una vita per il suo verso, Oscar Mondadori, 2001; La stella promessa, Lo Specchio Mondadori, 2009.

LS: Può parlarci del recital Ricordati di dimenticarla, come è nato e quale è la storia in esso contenuta?

C.C.: Si tratta di un recital-spettacolo che ha una trama, un andamento teatrale; è accompagnato dalla musica e da canzoni. La prima performance (con altro titolo) fu al Teatro Argentina a Roma, il 28 ottobre 2001, in occasione dell’uscita della raccolta Una vita per il suo verso.

Poi, una compagnia di attori (Walter Maestosi, Daniela Barra. Maria Letizia Gorga, con il musicista Giovanni Monti), hanno inserito il recital nel loro programma itinerante e ne sono seguite numerosissime repliche in Italia e all’estero: a Roma, all’Auditorium Conciliazione e in vari altri teatri, a  Torino -al Teatro Regio e al Teatro Gobetti-; a Milano -al “Piccolo”-; a Genova -al Teatro Govi-; a Firenze –al Teatro La Pergola-, a Bari, Cagliari, Orvieto, Foggia, Arezzo, Perugia, Pesaro, Lodi, Potenza, Catanzaro, Vicenza, Vercelli, Cosenza, Pavia, Reggio Calabria, Messina, Verona, Novara, Aosta, Biella, Padova, Bologna, Sidney, Melbourne, Varsavia, Parigi, Buenos Aires, Madrid, Montecarlo.

Sono stati fatti anche vari compact disks con le voci di Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Giancarlo Giannini, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra.

Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all'Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.
Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.

LS: La domanda che vorrebbe le fosse posta in una intervista o la cosa che mai nessuno le chiede?

C.C.: “Cosa prova quando fa poesia?”

E la risposta è: “Quando mi sembra di essere riuscito a fissare in un verso quel lampo di bellezza che mi ha abbagliato provo una gioia intensa. Poi, rileggendo quei versi a distanza di tempo, mi viene il sospetto di non essere riuscito a trasmettere (nel modo evocativo, allusivo, ipertestuale, proprio della comunicazione poetica) quello che ho sentito così fortemente. Mi sorge il dubbio che non sia del tutto inaspettato quello zampillo d’acqua vergine  scaturito dalla roccia per un tocco di bacchetta magica; che ci sia del convenzionale nel suo porgersi. Così com’è per convenzione che riteniamo che l’ostia ci rievochi il mistero dell’eucarestia.

LS: Un ricordo piacevole che vuole condividere con noi di questi vari anni di poeta (una persona incontrata, il colloquio con qualcuno, un’osservazione, un fatto curioso, ….)?

C.C.: Due sono i ricordi più impressivi.

Una ventina di anni fa, in Grecia, a Kavala, ci fu un meeting di poeti di vari Paesi (per l’Italia c’ero io). La sera, dopo i recitals, andavamo per le taverne del porto a sentire e a cantare canzoni greche. L’ultimo giorno andammo all’isola di Thassos. Lì mi fecero ascoltare una canzone di Theodorakis e mi chiesero: “Non noti nulla?”. Avevano aggiunto un’ultima strofe con, tradotti in greco, questi versi di una mia poesia: “E non dirò ch’è amore, se non vuoi.//No, non dirò ch’è amore, se hai paura”.

Ma l’incontro per me più importante è avvenuto in Messico, una dozzina di anni fa. Un altro meeting internazionale. Io presentavo la raccolta messicana delle mie poesie Alba en la noche e, come al solito, leggevo alcune poesie in italiano mentre un messicano le leggeva in spagnolo. Partecipava al meeting, per la Spagna, il poeta e professore universitario Luis Alberto de Cuenca, già ministro per la cultura con Aznar. A cena, sedendo al mio tavolo con la deliziosa moglie Alicia, mi disse che le mie poesie erano molto belle e che non sempre la traduzione le rendeva al meglio. Mi chiese di mandargli qualche mio libro in italiano, che lui capisce perfettamente (e, nello scritto, raffinatamente), pur parlandolo con limitazioni.

Quello è stato un importante decollo per la mia poesia: dopo d’allora tre editori spagnoli hanno pubblicato cinque raccolte delle mie poesie, tra cui una, edita da SIAL, di 570 pagine, accompagnata da un CD. Non ho nemmeno in Italia una raccolta così vasta delle mie poesie.

Ultimamente, poi, lo stesso editore di SIAL, Basilio Rodrίguez Cañada, ha pubblicato, nelle edizioni Pigmaliόn, la raccolta Acuérdate de olvidarla, composta interamente di poesie d’amore, alla quale è stato assegnato, il 17 febbraio di quest’anno, il Premio Internacional de Literatura Gustavo Adolfo Bécquer 2015.

LS: Che cosa ne pensa della figura del critico che spesso, in virtù del suo approccio distaccato e obiettivo, commette l’errore di dare una lettura fredda e manualistica di una poesia finendo per sminuire la poeticità racchiusa proprio nell’atto ispirativo e creativo?

C.C.: Oggi la poesia italiana, come la poesia, l’arte in tutto il mondo, attraversa una grave crisi d’identità, ch’è una crisi di valori, di fiducia nella capacità espressiva dell’arte e massimamente del linguaggio poetico. Innegabilmente, dai tempi di Omero, di Dante, di Shakespeare, la parola ha subito un irrecuperabile processo di designificazione.  La fiducia nella parola rivelatrice è scossa irreparabilmente. E tuttavia noi avvertiamo l’esigenza di stabilire un contatto con qualcosa che vada al di là del ripetitivo e del convenzionale.

Gli psicologi ritengono verosimile che la coscienza (facoltà esclusiva della specie umana) si sia evoluta per selezione naturale a partire dal momento in cui l’uomo ha cominciato a sviluppare il linguaggio. E i neurobiologi hanno riscontrato che la nostra mente ha una natura linguistica e che il nostro pensiero dipende dal linguaggio, il quale addirittura conforma la struttura del nostro cervello secondo la sintassi. Il che significa che siamo noi stessi, con le parole che facciamo nostre, a sviluppare la capacità di comprendere. In altri termini, che facciamo entrare il mondo dentro di noi! Per ognuno di noi il mondo esiste solo nella misura in cui la sua mente lo percepisce. Ma accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio ripiegato su se stesso avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali.

Esprimere l’indicibile è impossibile e al tempo stesso irrinunciabile, per qualche ragione che ci sfugge, come gli alpinisti non sanno rinunciare a scalare le vette più alte, perfino ad altezze dove manca l’ossigeno.

I critici che si confinano in un’esegesi puramente cerebraloide, in un formalismo fine a se stesso sono come quei pittori che ricalcavano sempre la stessa raffigurazione stereotipata nelle icone bizantine o nei cammei giapponesi.

Non si può rinunziare alla significanza della poesia, sebbene la poesia resti sospesa tra l’inveramento della promessa e la negazione definitiva; l’amore, la poesia si collocano fra la presenza e l’assenza, fra il contatto e la perdita di contatto.

Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola
Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola

La tecnica, la sperimentazione, sono necessarie. La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata. Non si può cogliere il senso di una visione poetica separato dal suo modo d’esprimersi, di significarsi, come non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi la palla in modo appropriato, tale da cambiare la situazione.

Occorre dunque padroneggiare perfettamente la metrica. Ma guai a scambiare gli esercizi di versificazione con la poesia; sarebbe come scambiare la ginnastica e il palleggio preparatori con la partita.

Qualsiasi espressione (perché di un’espressione non può farsi a meno) è un atto estetico solo in quanto ci rechi il messaggio che inconsapevolmente attendevamo. In cosa consiste questo messaggio? Consiste, è racchiuso –come accade nei sogni-, nel preannuncio, nella premonizione di un’imminente rivelazione. Se una frase musicale, un verso, un tratto di pennello non ci fanno sentire che stanno per dirci qualcosa, che alludono, preludono a un arcano disvelamento (e non importa poi che la rivelazione venga continuamente rinviata), essi non inducono a quella levitazione del preconscio, non provocano quel palpito dell’avvento, che sono la connotazione, le stimmate della (ri)creazione artistica.

E non c’è creazione artistica, non c’è poesia senza ispirazione.

Capisco che chi non ha conosciuto la condizione di entusiasmo sperimentata da chi ha sentito un dio dentro di se (εν-θεóς), quella condizione di possessione della mente, di divina follia, di cui parla Platone, neghi la realtà dell’ispirazione, la ritenga una mistificazione. Ma è come negare la realtà degli ultrasuoni perché l’orecchio umano non li sente.

No, la poesia non è la fabbricazione del nulla, non è il vuoto spinto, e i critici non hanno la funzione di controllare il traffico delle mosche, come certe correnti letterarie asfittiche hanno voluto farci credere nel lungo periodo di glaciazione della cultura (J. P. Aron) che abbiano attraversato. “Conosco facendo” diceva Giambattista Vico. E il primo significato di πоιέω è proprio fare.

“Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto”, osservava sarcasticamente il grande fisico Paul Dirac.

È vero, non si può rinunciare al linguaggio; ma a un linguaggio che si alimenti di conoscenza e ne sia tramite. L’interdipendenza degli approcci caratterizza oggi, più che mai, la cultura. La scienza, nella sua ultima proiezione, si sovrappone all’arte e alla filosofia. Può la letteratura, la poesia, rifiutare l’osmosi della scienza senza autocondannarsi all’estinzione come i Catari?

La poesia non parla col linguaggio della scienza, ma deve dire, suggerire qualcosa che ci protenda oltre noi stessi.

Siamo arrivati a un punto di ricerca dell’ultima realtà davanti alla quale non ci soccorrono più i mezzi di visione diretta. Nell’acceleratore di Ginevra non si ha visione diretta delle particelle ricercate, ma certe traiettorie, nello scontro di particelle, fanno desumere l’esistenza di altre particelle. Bene, non è una forma di metafora questa?

Mi viene in mente il mito della caverna di Platone, un filosofo poeta (anche se lui bandiva i poeti dalla sua Repubblica…) di profondità non ancora del tutto sondate. Ricordate cosa diceva nel mito della caverna? “All’uomo non è dato conoscere la realtà ultima delle cose”, quella che lui chiamava l’essenza ideale: l’uomo non può vedere le cose direttamente, ne vede soltanto le ombre proiettate sul muro della caverna mentre scorrono al di fuori.

È quello che noi vediamo nell’acceleratore di Ginevra. Una traiettoria che è segno di uno scontro dal quale nasce qualcosa che noi non riusciamo a vedere.

Non c’è un accostamento significativo a quella visione di Platone? E anche alla poesia, perché la poesia parla per analogia, parla per evocazione, parla per allusione.

Se la poesia si rinsangua, forse riesce anche a esser meno compiaciuta di sé e più strumentale alla rivelazione di un qualcos’altro, di quel qualcosa che il cieco Omero vedeva e noi usualmente non vediamo. La forma poetica è un modo per intuire che c’è qualcosa al di là del muro, come diceva Montale. Quando questo non è un enigma dentro l’enigma, voluto a forza per apparire intelligenti quanto artificiosi; quando c’è sincerità e talento, è un momento di grazia, come quando si trova l’accordo a mettere felicemente insieme due o tre note. In quel momento la poesia svolge una funzione sempre attuale, sempre viva, che ci proietta anzi verso il futuro.

LS: Lei figura da anni in numerose Giurie di concorsi letterari. Quanto è difficoltoso e importante il ruolo di Giurato in un Premio letterario e in che cosa consiste la difficoltà?

C.C.: La difficoltà consiste in un giudizio non superficiale.

Ricevo una cinquantina di libri per ogni premio in cui sono in Giuria. Nel premio Camaiore, addirittura, sono più di 200 ogni anno. Come si possono leggere tutti funditus? Si va un po’ a tentoni, si orecchia, ci si sofferma di più su alcune opere, meno su altre; non è giusto, ma è così. È già tanto se si resta tetragoni alle sollecitazioni.

LS: Un autore letto e riletto, che torna spesso a sfogliare o a spolverare perché i suoi brani sono importanti lezioni di vita?

  • Einstein: L’unificazione dello spazio e del tempo in una sola dimensione, lo spazio-tempo, ha cambiato la nostra visione dell’esistente, ha riconciliato la duplicità tra l’essere di Parmenide e il divenire di Eraclito. Einstein ci ha rivelato scientificamente la compresenza del passato nel presente: noi vediamo oggi quello che è accaduto in una stella due miliardi di anni fa. Lo vediamo come se accadesse ora; e per noi accade adesso, in questo momento. (L’arte fa qualcosa di simile: pensate ai guerrieri di Riace).
  • Stephen Hawking: esempio sbalorditivo della indomabile potenza della mente in un corpo totalmente disabilitato.

LS: Quali attività letterarie la vedono impegnato in questi mesi?

C.C.: Assisto, dalla finestra, all’uscita di altre mie traduzioni. È un ruolo quasi passivo, certo, ma quando l’ispirazione non pulsa in modo irresistibile io non incalzo la Musa; aspetto.

Come dicevo, il poeta si esercita, si cimenta, si predispone, si allena, fa laboratorio e ricerca. Ma ho imparato che il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, ci serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale, preme per prendere forma.

«Il primo verso è sempre un dono degli dei» ha scritto Paul Valéry (ch’eppure non era un romantico). Accade quando accade, se accade. E, comunque, poi?

L’intervallo tra quando un dio ci ha visitati ed è andato via, e un altro deve ancora venire può essere lungo, molto lungo. Il poeta, anche il grande poeta, nasce  e muore ogni volta con la sua creazione, come l’agave, e ogni volta lo fa con l’innocenza di una nuova nascita. Nessuno può dire se e quando scriverà di nuovo una vera poesia. Parafrasando Jules Renard, possiamo dire che nella casa della poesia la stanza più grande è la sala d’attesa.

 

Roma, 04-06-2015

Intervista a Michela Zanarella. A cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Michela Zanarella[1]

  

Michela Zanarella
Michela Zanarella

LS: Sensualità, poesie d’amore e d’amare, tua silloge poetica pubblicata nel 2011, affronta il tema dell’amore in maniera molto intima. Quanto di personale, di riferimenti autobiografico c’è?

MZ: Considero Sensualità una raccolta poetica molto intima e personale. Ho racchiuso in versi tutta la mia sensibilità femminile, mettendomi a nudo davanti al lettore, senza paure. Questo libro nasce come promessa d’amore al mio compagno. Ho voluto gridare al mondo tutta la purezza e l’autenticità di un sentimento forte e prorompente. Ogni poesia rappresenta un frammento di vissuto; ogni espressione appartiene ad emozioni profonde e reali.

LS: Nelle liriche c’è una presenza fissa che è quella del destino. Come dobbiamo intendere questo concetto, in maniera religiosa come “disegno provvidenziale” oppure come semplice casualità?

MZ: Secondo me ogni situazione avviene per un disegno già tracciato; gli stessi incontri che facciamo nel corso della nostra esistenza non sono e non possono essere casuali. Vedo la poesia come un dono che mi è stato affidato, una sorta di concessione divina. Ogni istante è un bene unico e prezioso che Dio mi offre per renderlo speciale. Scrivere è dunque salvezza e protezione per mente e spirito.

LS: Alcune scene che dipingi magistralmente nella tua poesia sono cariche di erotismo. Credi che a tutt’oggi nella cultura letteraria italiana o mondiale ci siano tabù nel trattare un certo tipo di scene e se si perché?

MZ: Trattare temi legati alla sessualità e all’amore fisico in letteratura non è semplice, infatti ancora oggi ci sono tabù e paure quando si affrontano certi argomenti. Non dobbiamo però dimenticare che negli scritti antichi ci sono chiari riferimenti all’amore sensuale, esempi concreti sono i miti greci con Saffo ed i racconti di Le mille e una notte. Lo stesso Cantico dei Cantici contenuto nella Bibbia viene considerato “poesia erotica”. Nel terzo millennio ancora si fa fatica ad accettare la letteratura erotica; uno scrittore cinese, Yan Lianke, ha visto mettere al bando la sua opera, Servire il Popolo, perché narrando il periodo della Rivoluzione Culturale del 1966-76 parla di sesso. La società odierna non è del tutto educata al sesso come concetto naturale e spontaneo dell’individuo. Ho scelto di scrivere d’amore e di sensualità, per liberarmi da pudore e timidezza. Spero di aver creato un libro dalla buona intensità emozionale.

LS: Ci sono autori in particolare ai quali ti sei rifatta nella stesura di questa silloge? Quanto pesano per te i classici della letteratura? Qual è il tuo poeta preferito?

MZ: Non mi sono rifatta ad altri autori per la stesura della silloge, ho cercato di mantenere un mio stile, fatto di immagini, suoni, colori ed odori. I classici della letteratura sono sicuramente una guida per la scrittura, anche se devo ammettere che provo ad essere indipendente dai grandi maestri. Tra i poeti che preferisco ci sono Salvatore Quasimodo, Pier Paolo Pasolini, Alda Merini. Leggo anche poeti meno noti ed emergenti. Sono molto legata alla figura di Pasolini, ho fatto uno studio approfondito sulla sua scrittura e sulla sua vita. Non a caso è stato una figura intellettuale che ha anticipato i tempi. Pasolini ha condotto un’inchiesta dove per la prima volta si parlava di sessualità, alla telecamera furono intervistate persone comuni che esprimevano il loro pensiero su prostituzione, divorzio, rapporti sessuali.

LS: Uno degli elementi che ho notato ricorrere spesso nella silloge è il continuo riferimento a una materialità liquida, sia in relazione al paesaggio (ruscelli, mare) che ad esempio alle lacrime versate. Che senso dai a tutto questo?

MZ: L’acqua è l’elemento primordiale, dalla genesi dell’uomo alla natura che lo circonda. È come se mi sentissi legata in modo indissolubile a questo elemento, che ha dato vita a numerose tradizioni spirituali. Il mio segno zodiacale è un segno d’acqua, quindi credo che questa simbiosi non sia casuale. L’acqua è ciò da cui tutto nasce. Nella sua imprevedibilità possiede la calma, la gravità e la profondità, ha il potere di fecondare, è segno generatore nell’universo femminile, dal liquido amniotico alle lacrime.

“L’estetica dell’oltre” di Michela Zanarella

LS: Com’è maturata l’idea di scrivere questa raccolta di poesie? C’è stata una genesi particolare?

MZ: Questa raccolta è nata come dedica alla persona che amo, l’ho custodita per mesi, fino a quando ho trovato una casa editrice, la Sangel Edizioni, che mi ha accompagnato nella realizzazione di questo piccolo sogno. L’amore è diventato una sorgente a cui abbeverare la mente ed il cuore quotidianamente. Raccogliere in un libro tutte le poesie d’amore dedicate al mio compagno mi sembra  la migliore promessa per l’eternità.

LS: Per i giovani autori è spesso importante l’originalità e non ripetere temi e formule che si sono già adoperate per evitare il rischio di incorrere in critiche poco positive. Credi che un autore debba continuamente rinnovarsi nel suo stile e nei suoi temi o che possa mantenere un suo personalissimo e comunque originale “marchio di fabbrica” che lo contraddistingua?

MZ: Penso che un autore debba seguire un suo stile, non tralasciando comunque la possibilità di tentare altre forme espressive. Uno scrittore può essere sempre originale, anche non abbandonando le caratteristiche di formazione. Per quanto mi riguarda, posso dire che sono sempre alla ricerca di nuove frontiere, ma tengo ben salde le particolarità stilistiche che mi identificano.

LS: Nella nostra contemporaneità sono tutti scrittori. È un dato di fatto che ci sono più scrittori che lettori. La silloge poetica sembra conoscere, come genere, una grande diffusione e, forse, una minore attenzione critica. Pensi sia difficile per un nuovo autore oggi imporsi sulla scena? Se si perché? Quali sono gli ostacoli maggiori?

MZ: È davvero difficile imporsi nel panorama letterario attuale, come tu stesso hai detto, ci sono più scrittori che lettori. L’importante penso sia scrivere perché si crede in se stessi e nel contenuto del libro che si propone, indipendentemente da un buon successo editoriale o meno. La poesia è un genere poco commerciale, è raro trovare un poeta emergente che riscuota consensi dalla critica e dal mercato librario.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MZ: Amo Alda Merini e Pier Paolo Pasolini, sono due figure che hanno segnato il mio percorso di scrittura. Vivo a Monteverde, il quartiere in cui Pier Paolo ha vissuto ed ha ambientato Ragazzi di vita. Ripercorrere quotidianamente le strade dove anche lui è stato, mi porta ad essere ancora più legata alla sua figura, lo considero l’ intellettuale del sociale.  E’ comunque una mia ispirazione l’opera di Henry James, alla quale ancora tutti attingono per la letteratura e il cinema moderno. Logicamente Baudelaire, Rimbaud, Verlaine sono gli angeli custodi della mia penna.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

MZ: Il libro che più amo è Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, perchè la sua scrittura è visiva, riesce a coinvolgermi e mi fa vedere le situazioni descritte dall’autore. Ambisco ad una scrittura del genere.

Michela Zanarella e Lorenzo Spurio durante la Cerimonia di premiazione del 3° Premio Nazionale di Poesia
Michela Zanarella e Lorenzo Spurio durante la Cerimonia di premiazione del 3° Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” a Firenze nel novembre 2014

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

MZ: Ho pubblicato sette raccolte di poesia,  una raccolta di racconti, un romanzo, sono presente in più di cento antologie. La prima silloge è Credo ed. MeEdusa nel 2006,  sono seguiti Risvegli ed. Nuovi Poeti nel 2008, Vita, infinito, paradisi ed. Stravagario nel 2009, Convivendo con le nuvole ed. GDS nel 2009, Sensualità Sangel Edizioni nel 2011, Meditazioni al femminile Sangel Edizioni nel 2012, L’Estetica dell’oltre  ArteMuse Editrice nel 2013, Le identità del cielo Lepisma Edizioni nel 2013 e Nuova identità. Il segreto. Twins Edizioni nel 2015. Ho pubblicato la silloge Una farfalla in volo nel libro Creare Mondi edito da Fara Editore nel 2011. Credo ha segnato il mio ingresso nel mondo della poesia, la scrittura in versi è molto semplice, dettata dall’istinto. Risvegli è una raccolta intrisa di ricordi, la considero molto descrittiva, meno acerba rispetto al primo volume. Vita, infinito, paradisi è un libro a cui tengo molto, le poesie sono quasi tutte vincitrici di premi letterari e lo considero un volume di qualità. Convivendo con le nuvole è una raccolta di brevi racconti, ha avuto una buona diffusione nel web e devo ammettere che mettermi alla prova in narrativa è stato stimolante. Sensualità è un libro di poesie d’amore, tutto rivolto ai sentimenti. Meditazioni al femminile è un volume di maturazione dello stile e di forte intensità per il contenuto. L’Estetica dell’oltre raccoglie cinquantatre poesie ed è la mia visione di ciò che va oltre la vita, è una silloge molto spirituale dove è forte la simbologia ed il riferimento alla religione. Le identità del cielo è un proseguimento del mio percorso di riflessione sull’esistenza, sempre con chiari rimandi alle mie origini, alla famiglia, a quei valori che considero indispensabili e di respiro universale. Nuova identità. Il segreto è la biografia della giovane cantautrice Linda d, racconto la sua storia, un percorso di vita non facile, dove ogni scelta diventa atto di coraggio per crescere.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MZ: Ho seguito dei corsi di scrittura creativa per affinare lo stile e per migliorare il linguaggio. Conoscere la lingua italiana è fondamentale e studiare non è mai abbastanza.

Ho scritto solo qualche poesia a quattro mani, può risultare stimolante per un confronto diretto, ma preferisco comunque gestire in modo autonomo la mia ispirazione. Sono una solitaria in scrittura.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MZ: L’editoria italiana è molto vasta, ci sono tante possibilità, bisogna saper valutare bene a chi affidare la propria opera. Personalmente ho cambiato diversi editori, con tutti però ho mantenuto un rapporto di rispetto e di  fiducia. Non è solo l’editore a determinare il “successo” di un libro, conta molto l’impegno dell’autore stesso. Sapersi promuovere nel mondo editoriale è sicuramente un vantaggio.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

MZ: I premi e i riconoscimenti sono importanti, ottenere dei buoni risultati nei concorsi letterari può sicuramente dare una diversa visibilità.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MZ: Il confronto con gli altri autori è un ottimo metodo per valutare e comprendere le proprie capacità. Tutto è utile per migliorare.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MZ: Sicuramente chi scrive apprende o fa riferimento a qualcosa di già noto ed esistente, l’abilità di un autore sta nel saper rendere originale ciò che propone.

Michela Zanarella
Michela Zanarella

LS: Quali sono i progetti, tanto editoriali quanto concorsuali e impegni e collaborazioni poetico-musicali che ti vedono coinvolta in questo periodo e nel prossimo futuro?

MZ: Tantissimi progetti, promuoverò il romanzo Nuova identità. Il segreto la biografia di Linda d, presto uscirò tradotta in Romania, è in programma anche una nuova raccolta di poesie che include il monologo teatrale con l’attrice Chiara Pavoni “Tragicamente rosso”, continuerò ad essere nella Giuria di diversi concorsi letterari, proseguirà l’attività con la mia associazione di promozione sociale “Le Ragunanze”, sto lavorando attivamente nella redazione di Laici.it e Periodico Italiano Magazine, diciamo che gli impegni non mancano e spero di portarli a termine passo dopo passo con lo stesso entusiasmo di sempre.

 LS: Cosa ne pensi di questa brevissima poesia di Alda Merini intitolata “A volte Dio”

A volte Dio

uccide gli amanti

perché non vuole

essere superato

in amore

Potresti commentare per noi questa poesia?

MZ: L’amore di Dio per l’umanità è unico e Lui lo ha dimostrato su quella croce, forse Alda voleva proprio mettere in evidenza la forza e la potenza dell’amore di Dio verso i suoi figli, lei scrive infatti “a volte”, quindi non sempre, l’amore che finisce è degli amanti, non di Dio,  quell’ ”uccide” non credo voglia essere di condanna, ma solo una manifestazione della grandezza del Padre che ci ama incondizionatamente. Rimane comunque una delle tante interpretazioni date dalla poetica di Alda Merini.

 LS: Che cosa è secondo te la poesia? Come la definiresti o come la spiegheresti a un neofita dalla letteratura?

MZ: La poesia per me è prima di tutto essenzialità, è attenzione nella scelta di immagini e parole, purezza del linguaggio, considero la poesia una sorta di rituale che necessita di silenzio, pazienza, ed impegno. Non ci si può improvvisare in nessuna forma di scrittura, chi ci ha preceduto insegna bene cos’è la poesia, cosa significa scrivere. Leggere è un buon inizio per chiunque voglia avvicinarsi al mondo letterario.

  

Roma, 6 Maggio 2015

 

[1]La presente intervista si compone di parti di due interviste precedenti fatte all’autrice (rispettivamente l’intervista in occasione dell’uscita della silloge Sensualità, poesie d’amore d’amare, fatta il 7 Luglio 2011 e quella fatta in occasione dell’uscita della silloge Meditazioni al femminile, fatta il 14 Agosto 2012). Alle domande di queste due interviste ne sono state aggiunte alcune nuove che sono rispettivamente le ultime tre dell’intervista qui pubblicata.