Lorenzo Spurio intervista lo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins

Intervista a Julio Monteiro Martins

scrittore, poeta, saggista di origini brasiliane, direttore della rivista “Sagarana”

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

Recentemente ho avuto modo di collaborare alla rivista online “Sagarana”, diretta da Julio Monteiro Martins con la pubblicazione di qualche saggio di critica letteraria. Ho avuto così modo di mettermi in contatto con lui e di scambiare qualche mail vertente principalmente su alcuni aspetti importanti della letteratura: la letteratura migrante, la metaletteratura, la poca fortuna del genere “racconto” in Italia, tutte questioni a conoscenza dell’attuale élite culturale italiana.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, insegna attualmente Lingua Portoghese e  Traduzione all’università di Pisa con un curriculum letterario fatto di pubblicazioni, collaborazioni, presenze a conferenze, studi critici, ricchissimo e per questo, invidiabile. Esordì nel mondo letterario a metà degli anni Settanta in Brasile con testi nella sua lingua originale (Torpalium, Bárbara, A oeste de nada, O livro das Diretas,…) e, a partire dal 1995, anno nel quale è giunto in Italia, ha pubblicato nella nostra lingua senza mai smettere. Tra le sue pubblicazioni più celebri vanno ricordati il romanzo madrelingua[1] e  la raccolta di racconti L’amore scritto, entrambi editi da Besa.

Nel 2011 la casa editrice Libertà Edizioni ha pubblicato un interessante studio critico sulla scrittura di Julio Monteiro Martins dal titolo Un mare così ampio, curato da Rossana Morace. Nel testo, nella parte finale, è presente una interessantissima intervista che Rossana Morace ha rivolto allo scrittore e in appendice alcuni racconti brevi inediti.

Ho il grande piacere ed onore di fare qualche domanda allo scrittore, su alcuni aspetti centrali del suo percorso letterario. Grazie anticipatamente per avermelo concesso.

 

LS: Il libro Scrittura e migrazione[2] edito nel 2006 e contenente gli atti di una serie di conferenze tenute all’università di Siena con altrettanti scrittori migranti, mi ha avvicinato all’argomento interessandomi molto. Nel suo intervento, Lei sottolinea la differenza che esiste tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”, una differenza sostanziale che si esplica principalmente, tra i vari caratteri, nel considerare i primi i “veri scrittori”, cioè coloro che lo erano già prima di migrare in un paese. Nel testo, più volte, ci si riferisce al fatto che la “letteratura migrante”, una letteratura viva, contemporanea, ma anche non (dato che le migrazioni sono sempre esistite) sia in realtà poco studiata, analizzata in maniera poco attenta, tanto da finire per risultare una letteratura di second’ordine. In una società nella quale il multiculturalismo, l’internazionalizzazione, l’abbattimento di frontiere e l’ospitalità comunitaria sono (con spregevoli eccezioni) dei dati di fatto, delle realtà consolidate, quali sono secondo Lei le cause o le motivazioni che stanno alla base di questa “ghettizzazione” degli scrittori migranti, nella loro “inferiorità” rispetto ai colleghi autoctoni?

JMM: Non vorrei essere frainteso. Un concetto come questo di “veri scrittori” mi sembra troppo elitario e non mi appartiene. Siamo tutti “veri scrittori”, ognuno a modo suo. Con la distinzione tra “scrittori migranti” e “migranti scrittori” volevo solo chiarire una differenza di origine della scrittura, di motivazione esistenziale: per qualcuno la scrittura è nata molto presto nella vita come vocazione squisitamente letteraria, un’inclinazione naturale all’affabulazione, all’inventare e raccontare storie, per qualcun altro invece è nata più tardi, come reazione a una condizione tutta nuova e pericolante, quella dell’immigrato in un grande paese occidentale. Tutto qua. Non facevo nessuna valutazione qualitativa, ma soltanto un necessario chiarimento sulle origini possibili della letteratura scritta nella nuova lingua, origini ben diverse ma che alla fine sono confluite nell’attuale letteratura italiana della migrazione, e questo è ciò che interessa. La distinzione da me proposta, ormai dieci anni fa, e che è diventata nel tempo un punto fermo tra gli studiosi della materia, ha uno scopo logico-didattico, fa riferimento a un processo di formazione di ciascuno scrittore durante la sua particolare parabola esistenziale.

Poi, quando si ragiona sul concetto, peraltro molto questionabile, di “vero scrittore”, può sembrare che si parli di un qualche tipo di predestinazione o di privilegio, e non è il caso. Semmai, se devo proprio fare una distinzione tra “veri scrittori” e “falsi scrittori” direi che “falsi scrittori” sono quelli che scrivono con fini strettamente commerciali, gli autori dei “best seller” o candidati a tale, che scrivono una sorta di spazzatura modellata di proposito per corrispondere a un conformismo prefabbricato dal marketing delle case editrici e dello squallido collaborazionismo di una certa stampa. Falsi scrittori che sfornano falsi romanzi erotici, falsi gialli e noir, falsi splatter, false storie d’amore per adolescenti, false fiabe fantasy medioevali inzuppate di un’ideologia di destra, proponendo un ritorno alle caste sociali, false autobiografie lacrimose, falso umorismo politico che in fondo fa propaganda subliminale in favore di quello che finge di criticare, falso misticismo e esoterismo da shopping-center, falso eroismo da guerrigliero fasullo nella “giungla” della Costa Smeralda. La vera letteratura tuttavia persevera, al buio, sotto questa montagna di detriti che cerca di sotterrarla ogni mattina dell’anno. E, sai, una valanga di spazzatura non può fare una biblioteca, semmai fa una discarica.

Sono i falsi scrittori quelli che svendono l’arte letteraria con una retorica di facile digestione, semplicistica e banale, ingannevole, farcita di stereotipi e che strumentalizza vecchi e logorati preconcetti e luoghi comuni duri a morire per così cadere nelle grazie di un pubblico estivo saltuario e poco esigente, facendo appello ai sentimenti peggiori di questo, alla dimensione più arretrata di una società che invece ha un bisogno irrimandabile di modernizzarsi, di aprirsi, e che è ancora molto restia al diverso, ha paura e diffidenza di tutto quello che ancora non gli è familiare, altro che “ospitalità comunitaria”.

Solo a pensarci, o a ricordare certi brani dei cosiddetti “libri di successo” in cui incappo casualmente, mi viene il voltastomaco. Senza mai smettere di combattere questa corruzione generalizzata dell’arte letteraria, devo anche assuefarmi un po’ a questa schifezza per non soffrire troppo. Condivido in pieno l’indignazione di Pablo Neruda, che in risposta a una domanda sulla verità della sua poesia si è alzato e ha risposto: “Dios me libre de mentir cuando estoy cantando”.

 

 LS: Se si pensa alla letteratura in base ai diversi periodi storici (letteratura romantica, letteratura risorgimentale, letteratura della guerra civile, letteratura elisabettiana, etc) o alle correnti, stili, tendenze (letteratura futurista, letteratura modernista, letteratura frammentista) allora la definizione di “letteratura migrante” sembra essere anomala e non rispondere a nessuno di queste due determinazioni: quella storica-temporale e quella di genere. La “letteratura migrante” finisce così per essere un ampio calderone nel quale troviamo autori giovani, a noi contemporanei, altri morti e sepolti da secoli (i grandi viaggiatori ed esploratori, non erano forse migranti?), di tutte le nazionalità, che scrivevano nei vari generi ed erano distanti anni luce l’un l’altro per sensibilità. È forse in questa stessa definizione di letteratura che si cela il germe della sua vaghezza, indistinzione, mancata caratterizzazione e conformità che porta poi il lettore a preferire altri tipi di letteratura più “caratterizzati”?

JMM: Innanzitutto, non accosterei la narrativa degli antichi viaggiatori come Marco Polo o il Montesquieu delle “Lettere persiane” alla contemporanea letteratura della migrazione, che è un fenomeno diverso e circoscritto a una trasformazione epocale, a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo. Qui domina la globalizzazione delle merci e dei media, che vuole escludere però quella dei corpi degli esseri umani (sì, perché le menti si globalizzano lo stesso), la formazione della soggettività di un “ceto medio” mondiale, presente oggi nello spirito anche degli abitanti delle zone più povere del pianeta, le nuove guerre del neo-liberalismo che provocano gigantesche maree di profughi, Internet e i voli low-cost, ma soprattutto le migrazione di interi popoli, un fenomeno di dimensioni bibliche. Questi uomini e donne, quando salgono sui gommoni ripetono il gesto che avevano già realizzato negli anni precedenti: salire sui “gommoni” delle idee, della fantasia di un nuovo mondo e di una vita nuova di zecca. Il vero gommone, quello che preannuncia i gommoni gonfiabili, è il gommone dei sogni. Il resto sono mezzi di trasporto di fortuna, barchette, camion, container, pretestuosi visti di turista, la snervante attesa delle regolarizzazioni, delle amnistie, i finti contratti di lavoro, i finti matrimoni, insomma le consuete strategie di sopravvivenza. L’energia viene emanata dalla potenza del loro desiderio, un desiderio sedimentato dopo anni di febbrile fantasticare. Vedi, la letteratura della migrazione è il miracoloso risultato artistico di questa immensa avventura dei corpi e degli spiriti. La luce della stella che guida gli uomini verso la terra promessa.

Siamo immersi profondamente nello zeitgeist di questo periodo storico. Le migrazioni sono l’epidemia del nostro tempo. Dico sempre che oggi anche quelli che s’illudono di rimanere fermi, statici, al sicuro, radicati nel paese dove sono nati, migrano a ritroso, perché è il mondo attorno a loro che si sposta velocemente, e un bel giorno si guardano intorno e non capiscono più nulla, non sanno più dove si trovano. Migrano nel tempo, che allo stesso modo è un paese straniero.

Nessuna letteratura rispecchia meglio questo zeitgeist della letteratura della migrazione. È nata e cresciuta al suo interno, superando le sue trasformazioni. Gli scrittori e le scrittrici che la creano ogni giorno hanno vissuto in pieno il trauma della migrazione, hanno dovuto ricomporre un’identità frantumata, riscrivere più volte il proprio personaggio. Hanno acquisito, a scapito di loro stessi, una saggezza e una sintonia con la modernità che è tutta spontanea e reale, è viva, non pianificata a tavolino da qualche editor astuto, ed è quello che regala a questa letteratura il particolare e inconfondibile spessore.

A proposito, in Italia si parla tanto, e giustamente, della “fuga di cervelli”. Perché non parlare anche del consistente “sbarco di cervelli” avvenuto qui negli ultimi decenni?

 

LS: La metaletteratura è un espediente narrativo (ma non solo) che è stato ampiamente utilizzato in forme e modi diversi nella letteratura postmoderna. Secondo alcuni il postmoderno è ormai terminato da anni, secondo altri ci troviamo nel post-post-moderno. Ci si riferisce tradizionalmente alla letteratura dell’oggi, del nostro momento, alla letteratura contemporanea sebbene la definizione sia abbastanza approssimativa, erronea e “allargata” nel senso che anche Svevo, Pascoli e Gozzano – solo per fare qualche esempio – sono autori contemporanei. Come secondo lei la letteratura – non solo quella italiana – è cambiata (in cosa) rispetto ai “grandi padri” contemporanei e quali tendenze/generi/correnti nota nella letteratura contemporanea?

JMM: Cominciamo dalla metaletteratura. Secondo me è sbagliata la tendenza generale a vederla come un ipersofisticato e complesso esercizio di virtuosismo narrativo, una strategia narrativa messa in atto da alcuni writer’s writers, i maestri della forma e delle sperimentazioni, magari con lo scopo velleitario di esibire le loro doti. In Italia, ogni volta che sento parlare di metaletteratura sembra che si parli di cose ermetiche, esoteriche e anche un po’ noiose, per una manciata di iniziati, come la teoria quantica o la fisica delle particelle. Invece la metaletteratura – quella presente per esempio in Pirandello, nel Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Vila-Matas o nel mio romanzo madrelingua – non è altro che un modo contemporaneo di giocare con la struttura letteraria, di divertirsi portando a galla il dietro le quinte della scrittura, svelando la sua impalcatura, lo scheletro, come attraverso un raggio X. Nei casi più riusciti, riesce a trasmettere ai lettori non un senso di pedante erudizione ma al contrario una leggerezza che dice “dài, non prendete troppo sul serio il racconto, in fondo è solo un gioco”. Trasmette un sano scetticismo, che deride con buon umore la tradizionale “sospensione dell’incredulità” della narrativa, come nel gioco delle tre carte. La metaletteratura narra contemporaneamente in diversi livelli esegetici, e in 3D, si potrebbe dire, e può essere molto divertente. In essa tutti i ruoli sono scambiabili, come in un ballo in maschera, e il narratore che, attenzione, non è l’autore, diventa a sua volta un personaggio, fino a che compare dal nulla un altro narratore, che si presenta come quello vero, e cioè travestito da autore, mentre i personaggi si ribellano a questo gioco che smaschera il loro ruolo consueto e rivendicano un atteggiamento più “autorale” dall’autore. Oltre a madrelingua, avevo scritto in Brasile due opere metaletterarie (anche se molti altri miei testi hanno “pennellate metaletterarie” al loro interno). Sono il romanzo “O Espaço Imaginário” (Lo spazio immaginario) e il lungo racconto “Migrações” (Migrazioni). Sono forse i libri che mi sono più divertito a scrivere, e a volte dovevo fermarmi per ridere da solo con le cose assurde che inventavo.

Inoltre, non bisogna dimenticare che oggi quasi tutti scrivono, penso che mai una generazione di lettori ha avuto una tale dimestichezza con le questioni che naturalmente affiorano nello scrivere, molti sono voraci lettori che vivono immersi nel grande mare della narrativa. Quindi, da questi lettori, la metaletteratura è un genere molto apprezzato, perché le storie trattano proprio di un mondo, quello della scrittura, che gli è caro e conosciuto, il particolare ambiente metaletterario gli è familiare, sono curiosi delle strategie letterarie, dei problemi collegati alla creazione, alla verosimiglianza, alla costruzione e decostruzione di trame, intrecci, stili e personaggi.

Quanto alla seconda parte della tua domanda, devo confessare che ho un problema con queste etichette, del tipo postmoderno, post-postmoderno, ecc. Sembrano voler nascondere, più che rivelare. Per esempio, l’etichetta “postmoderno” – oltre a tutte le teorie astruse che gli hanno cucito addosso – può essere vista anche come un grande artificio promosso da una certa critica per giustificare e agevolare l’abbandono dell’arte impegnata in favore di una superficialità voluta, di un’adozione dei simboli del mercato – da Prada alla Danone, alla Sony e alla Samsung – come icone, prestandogli un’aura che non possedevano, e tutto questo ispirato dalle tentazioni neoliberiste che hanno stregato tanti intellettuali. In altre parole, una cortina di fumo per nascondere un tradimento, non molto diverso dal “tradimento dei chierici” descritto da Julien Benda nel lontano 1927. Sarebbe una strategia un po’ furbesca di, rimescolando tutte le carte, sovvertire le regole del gioco in chiave conservatrice.

Vedi per esempio la questione del sesso dal punto di vista “postmoderno”. Si è tramutato in merce, è diventato una branca dell’industria dell’intrattenimento, in un’operazione di “abbellimento” della prostituzione che ha cambiato la moralità piccolo borghese anche attraverso alcuni film e articoli di riviste e giornali che hanno rivestito di un inedito, e del tutto falso, glamour neoliberale l’atto di prostituirsi. Fino a pochi anni fa eravamo in piena mercificazione generale di tutto. Ogni cosa che deteneva un valore riconosciuto doveva avere un prezzo di mercato, il corpo e l’anima, e anche l’onestà, l’onore, l’opinione e la verità. Per fortuna le cose sembrano riacquistare un certo equilibrio negli ultimi anni, e forse la cosiddetta “crisi” – che non è mica una “crisi” ma un cambiamento definitivo di parametri in Occidente – è venuta per salvarci piuttosto che per rovinarci.

Tornando alle etichette, al loro posto preferisco rivolgere la mia attenzione sul fenomeno, sulla cosa, viva e vera, sulla scrittura in sé, sulla qualità della fattura letteraria, in grado occasionalmente di fare scaturire da sé una forza dirompente. Vedi, non riesco a innamorarmi delle cartelle. Mi innamoro delle storie.

Per concludere, e in risposta a quello che mi solleciti nella tua domanda, e senza azzardarmi a fare una classifica di tendenze e di generi, voglio sottolineare la molteplicità, la varietà mozzafiato della letteratura del nostro tempo, la coagulazione lenta ma costante delle vecchie letterature nazionali in una nuova letteratura mondiale, seguendo passo a passo le trasformazioni della soggettività collettiva in un mondo sempre più globalizzato. Una caratteristica lo rende, questo mondo, particolarmente affascinante, è il fatto che mentre cresce per certi aspetti l’omologazione e la standardizzazione del gusto e dei valori, si sviluppa in contemporanea un nuovo apprezzamento delle realtà locali, di nicchia, della “biodiversità” culturale, delle narrazioni prodotte dalle diverse culture ed etnie, delle svariate interpretazioni della vita e del trascendente, delle lingue minoritarie e delle fiabe e tradizioni create da piccoli e arcani gruppi umani. Un mondo che diventa al contempo più concavo e più convesso, vuole concentrare e vuole diffondere, come un grande cuore, con le sue sistole e le sue diastole, questo mondo distingue  ma poi mescola visioni, pensieri e fantasie.

E anche il ritmo delle trasformazioni si è notevolmente accelerato. Nello spazio di un’unica vita umana – che peraltro si è parecchio estesa – è possibile sperimentare diversi cicli storici, alte e basse maree artistiche e filosofiche: individualismo seguito dal collettivismo totalitario, poi il recente individualismo e infine il collettivismo che sembra stia tornando, stavolta democraticamente. Apice, decadenza, oblio, rinascita, nuovo apice delle stesse manifestazioni. È possibile, mentre si invecchia, vedere queste maree tornare anche due, tre volte, e diventare fenomeni universali nelle viscere della cultura.

Un esempio personale della vertigine delle trasformazioni: quando penso che ho scritto diversi libri prima del computer e prima addirittura delle fotocopiatrici, e che per poterli presentare a un concorso o a una casa editrice dovevo ricopiarli ogni volta, mi sembra proprio di essere un reduce del medioevo, una sorta di monaco amanuense venuto da uno sperduto monastero chiamato Rio de Janeiro anni ’70.

Considerando tutto questo su cui abbiamo riflettuto, mi viene da dire che la sensibilità letteraria che ha dato origine al nuovo protagonismo del racconto breve, alla letteratura della migrazione e alla metaletteratura è proveniente anch’essa da questo tempo accelerato, da questo orbitare a una velocità pazzesca attorno a un mondo incostante. La letteratura del futuro non sarà qualcosa che possiamo progettare razionalmente, ma qualcosa che saremo noi stessi diventati, a scapito dei nostri desideri. Qualcosa di inevitabile, irreversibile e ineluttabile, che stupirà i suoi autori non meno che i suoi lettori.

 

LS: Nella mia attività di critico-recensionista ho avuto l’occasione di leggere varie raccolte di poesia, genere che leggo con assiduità preferendo, però, la narrativa ed ho notato che ai nostri giorni c’è una tendenza molto diffusa nel pubblicare di tutto senza che ci sia alla base una vera e seria selezione editoriale dei materiali. La poesia, da sempre decantata come il genere più puro d’espressione umana, è stata – a mio avviso- maltrattata, violentata, derisa e beffata in una serie di sillogi che ho potuto leggere per una serie di elementi quali la mancanza di originalità, l’utilizzo di un linguaggio criptico, a spirale, ridondante, pieno di nonsense con la sola volontà di creare dubbio e smarrimento nel lettore. Credo che in molti si riempiano la bocca di “poesia”, scrivendo semplicemente spazzatura. Cosa ne pensa a riguardo? Ogni forma dell’espressione ha un suo valore intrinseco e deve necessariamente essere rispettata anche se travalica i canoni estetici/stilistici/canonici oppure la selezione, la qualità, la capacità espressiva sono più importanti?

JMM: Non c’è giorno in cui io non pensi all’importanza immensa della poesia e non celebri dentro di me, a modo mio – pensando al significato di un verso, scrivendo qualcosa, leggendo poesie, selezionandole per la rivista – la sua esistenza nella mia vita. Offro spazio per la poesia, sempre, in diverse sezioni della rivista Sagarana, e quando, in Brasile, ero il direttore della casa editrice Anima, pubblicavamo tanti libri di poesia quanto degli altri generi, forse di più. Oggi le richieste per i reading delle mie poesie sono uno dei pochi inviti che non rifiuto mai, e mi sposto qua e là per l’Italia, in Svizzera, in Francia, non di rado pagando il biglietto di tasca mia, perché per onorare la poesia farei qualsiasi cosa, davvero. E non solo le mie poesie, ma anche, per esempio, reading miei delle poesie di Pablo Neruda, di Drummond de Andrade, o di Fernando Pessoa.

Detto questo, ammetto che hai ragione sul proliferare di poesie scialbe, ridondanti, o troppo sbiadite o troppo sgargianti, con urla isteriche senza un motivo chiaro, o sciatte e tirate via, oppure pedanti e noiose come un ingorgo di traffico, o tormentate dentro la loro noia come avere la macchina guasta dentro un ingorgo di traffico. Tuttavia sono convinto che non esiste “cattiva poesia” perché se è poesia non può essere cattiva. Sarà sempre, in qualche modo, ricerca, problema, catarsi, seduzione delle parole, braccio di ferro con i concetti, estasi metaforico. Sarà sempre e comunque un atto d’amore (non dimentichiamolo, anche la vanità è amore verso sé stesso).

Pensando alla commovente generosità dei poeti possiamo affermare che nessuno dedica tante ore come loro a qualcosa con così poche chances di avere un qualsiasi ritorno. L’accusa tacita ai poeti è conosciuta: sprecare la loro vita in qualcosa di perfettamente inutile. Nessun dare è così disgiunto dal ricevere quanto lo scrivere poesia. E nonostante tutto mi arrivano ogni giorno poesie belle e bellissime. Scopro ogni settimana un nuovo bravo poeta (questa settimana per esempio è stato il turno dell’argentino Roberto Juarroz: “Sto perdendo le zone intermedie. / Percepisco soltanto ciò che è molto vicino / o ciò che è molto lontano. / Questo cambio radicale dei sensi / o chissà il sorgere di un senso diverso / conferma il mio sospetto / che soltanto negli estremi / abita il reale.” E ha scritto che la poesia “è sempre tempo giovane / tiepida valigia della vita”.)

Posso dire che la mia “tiepida valigia” è più spaziosa a causa della vicinanza persistente della poesia. E quando non capisco quello che mi sta succedendo, quando non capisco più niente e non so come spiegare certe cose, è alla poesia che chiedo aiuto, e lei mi trova le parole chiare per i miei pensieri appannati, impenetrabili anche a me stesso. Meravigliato, riesco allora ad esprimere l’anima di un io sconosciuto. Ero rauco, balbettante, a volte muto, e la poesia è venuta in mio soccorso per restituirmi la voce smarrita. Come non esserne grato?

Forse non ho risposto alla tua domanda, almeno non nei termini in cui l’hai formulata. Ma devi capire, hai toccato un nervo troppo sensibile, il rapporto con la poesia, e non potrei parlare di poesia in un modo razionale, cartesiano, senza sentire di averla tradita.

 

LS: Lei ha avuto modo di sostenere che il racconto, ossia la narrativa breve, è la forma di scrittura più adatta, espressiva, esatta e congeniale al suo essere scrittore. Condivido pienamente l’importanza che riconosce a un genere che, come lei ha sottolineato, viene un po’ snobbato in Italia perché equiparato a una espressione frettolosa e concisa, a una sperimentazione o addirittura a una mancanza di immaginazione. Sono convinto come lei che il racconto sia una forma di scrittura particolarmente efficace e diretta, tanto che anche io lo preferisco ad altri generi, sia in lettura che in scrittura. Lei sostiene che la mancata affermazione e il poco riconoscimento del racconto nella letteratura italiana, al di là di semplici e frettolose spiegazioni che hanno poco di letterario, sia da ricercare nell’aspetto conservatore del pensiero e della società italiana. Sarebbe in grado di ampliare questo aspetto e di parlarcene più diffusamente?

JMM: Questa svalutazione del genere racconto, a cui fai riferimento, tutta italiana in verità, è un segno di ignoranza, è non capire minimamente il percorso della letteratura nel Ventesimo e Ventunesimo secolo. I generi letterari non nascono, prosperano o muoiono per decisione dei critici. Essi sono il risultato e la materializzazione di una certa costante sintonia dell’arte letteraria con la sensibilità generale di ogni periodo storico. Cambiano gli uomini, cambia la società, cambia il genere letterario. C’è poco da fare. Il romanzo epistolare per esempio era in perfetta sintonia con la sensibilità di una certa aristocrazia europea del Settecento, così come il romanzo-fiume, le narrazioni monumentali, i grandi pannelli narrativi come “La commedia umana” di Balzac o “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, con intrecci che si dipanavano per decenni, a volte per secoli. Corrispondevano a una sensibilità di un certo mondo borghese dell’Ottocento post-Restaurazione, un mondo stile Biedermeier. Il romanzo-fiume si prolungò nel tempo fino a ritrattare la decadenza e il sovvertimento di quel mondo, per esempio nel ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, nei “Buddenbrook” di Thomas Mann, e più vicino alla nostra epoca nel ciclo ambientato nella contea di Yoknapatawpha, di Faulkner. In Brasile, oltre ai libri di Machado de Assis, con il consigliere Aires come narratore/protagonista di diversi romanzi, e all’opera di Macedo, abbiamo i 15 volumi della “Tragedia borghese” di Octávio de Faria. Queste opere smisurate, quasi infinite, dipendono per nascere da una coerenza stabile del mondo nella mente dei suoi autori, da una weltanschauung tipicamente ottocentesca, impossibile in un Novecento esplosivo, nichilista, spaccato tra ragione e inconscio, “oltre il bene e il male”, frammentario, surreale, assurdo, senza più Dio e, nel suo epilogo, anche senza più Storia. Molti individuano la rottura negli orrori della Prima Guerra Mondiale, nella delusione con la Scienza e il Progresso, divenuti agenti del Male contro ogni speranza, l’incubo delle trincee, le stragi commesse in nome dell’amor patrio, origini di opere strazianti come “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Remarque o “Terra desolata” di T. S. Eliot: “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Dopo la “grande guerra civile europea” niente più sarebbe stato lo stesso, e tra le sue vittime giaceva anche il romanzo-fiume e la sua ormai impossibile compattezza.

Il romanzo stesso è prima esploso al suo interno, riducendo la sua dimensione e così assumendo per la prima volta un’inedita “modestia” ontologica, oltre a limitare anche l’estensione temporale della trama, che in certi casi aveva la durata di un solo giorno, come nel “Ulysses” di Joyce, in “La nausea” di Sartre, in “Lo straniero” di Camus o in “La passione secondo G. H.” di Clarice Lispector. Pensiamo, per esempio, alla dilatazione/concentrazione del tempo in “Gita al faro” di Virginia Woolf o nel “L’urlo e il furore” di Faulkner.  Inoltre, il senso della realtà era completamente destabilizzato e rovesciato con il dominio dell’inconscio sulla logica; romanzi come “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “La casa assassinata” di Lucio Cardoso o “Mia madre” di Georges Bataille ne sono degli esempi compiuti. Le pulsioni dell’inconscio determinano il discorso del protagonista ma a volte anche quello del narratore. Ed è in questo contesto liquido e instabile che nasce il racconto breve contemporaneo, come un ulteriore passo nella frammentazione della narrativa. E in certi casi non sarebbe esagerato parlare addirittura di polverizzazione della narrativa, come in Augusto Monterroso, in Cortázar, in Donald Barthelme o in Carver. Non a caso questo genere appare con forza prima nelle zone più dinamiche e in rapida trasformazione del mondo, gli Stati Uniti, l’America Latina, la Spagna del dopo-Franco. La sfida letteraria in quel momento era riuscire a realizzare una “fotografia istantanea” dello spirito del nostro tempo, con la massima concentrazione di senso, cogliere l’attimo nella sua massima intensità, senza più l’illusione di un nesso coerente e uniforme (quello che in passato era all’origine del romanzo) e soprattutto senza più desiderarlo: donne e uomini nuovi, affezionati ormai al mutamento e all’indistinto. Il racconto breve emerse così come la forma perfetta e provvidenziale, lo strumento narrativo più preciso, più chirurgico, per le soggettività che si affermavano. In seguito, anche i paesi che avevano trovato in passato nel romanzo la loro espressione per eccellenza, come la Francia, la Germania o l’Inghilterra, ritrovarono linfa letteraria nel racconto breve, come le principali riviste letterarie inglesi di oggi, “Granta” in testa, dimostrano chiaramente.

In questo processo, l’Italia è rimasta indietro, magari non nel suo ambito creativo, dove il racconto si è espanso nettamente, e riviste come “Sagarana”, “El-Ghibli” ne sono la prova, ma per quello che riguarda la critica, l’accademia e anche la stampa culturale c’è stato, come descrivi bene nella tua domanda, un rifiuto emotivo, viscerale e irrazionale del genere racconto, una vera rete di giudizi sfavorevoli che cerca a tutti i costi di ridimensionare la sua importanza, di confinarlo in una sorta di “dilettantismo “ e di irrilevanza letteraria, ed è chiaro che questi giudizi hanno influenzato negativamente le scelte editoriali degli ultimi decenni. È come se l’ascesa di questo genere, il suo protagonismo, mettesse a repentaglio una tradizione che trova nel romanzo di stampo manzoniano il suo “ancoraggio” sicuro. Ma come diceva Cazuza, il cantautore brasiliano, “il tempo, caro mio, non si ferma mica”. Lo sforzo di “protezione” della tradizione del romanzo in Italia – protezione di cui il romanzo peraltro non ha alcun bisogno – non è un segno di forza, bensì segno della percezione della sua recente fragilità. Come ho scritto nel madrelingua, “ai nostri giorni non è più possibile scrivere un romanzo, e non è più possibile non scriverlo”. Questo inutile sforzo protettivo cerca di arginare il fatto che l’uomo che si sentiva pienamente rappresentato dalle caratteristiche del genere romanzo sta scomparendo e dando luogo a un uomo nuovo, più assuefatto all’effimero, alla precarietà, più veloce mentalmente e più flessibile nelle sue “certezze”, e anche più aperto al mondo e al diverso. E l’uomo nuovo vuole leggere libri nuovi.

Come si fa a immaginare che la letteratura può rimanere statica e congelata dopo l’enorme diffusione di Internet, con le sue pratiche di lettura così differenti, con la sua scrittura frammentaria, al sapore di un clic o di uno zapping? Nei tempi dei paragrafi solitari nei post dei blog o nei social network? Nei tempi della nascita, insieme agli e-book, della possibilità di creare e di pubblicare libri di 50 pagine, prima considerati impraticabili dall’editoria tradizionali, e aprendo così nuovi orizzonti all’idea stessa di “libro”? Sappiamo bene che tutte le innovazioni sostanziali in Italia – al di là del “coraggio” tutto sommato innocuo del design, della forma per la forma – sono travagliate e arrivano in ritardo. E qualcuna, penso alle rivoluzioni democratiche per esempio, non arrivano mai. Ma succede che il mondo diventa sempre più piccolo e interconnesso, e l’Italia non può pretendere di esistere isolata e protetta dalle potenti tendenze della mondializzazione. Nel caso del racconto breve, lo sforzo di fare finta di ignorare la sua affermazione e il suo prestigio è così grande, e così patetico, che alcuni critici arrivano a menzionare il genere “racconto” facendo riferimento esclusivamente alla produzione del periodo rinascimentale, quello di Boccaccio e dei suoi contemporanei per intenderci. Come se fosse non un genere fiorente ma… estinto!

In ogni modo, cambia poco. Il vigore dello sviluppo del racconto è palese e inarrestabile. La trasformazione viene dal basso, dalla creatività dei nuovi autori e dai gusti dei nuovi lettori. Ogni anno il racconto breve diventa più importante anche in Italia, più apprezzato, più necessario – è da lì che vengono le innovazioni, le sperimentazioni, l’avventura del narrare –, oltre ad essere il genere per eccellenza degli scrittori non italiani che hanno scelto l’italiano come lingua letteraria.

 

Grazie mille per avermi concesso questa intervista su alcuni aspetti nevralgici e cruciali della letteratura del nostro oggi.

 

Lorenzo Spurio

 31 Agosto 2012


[1] Su questo romanzo ho scritto una recensione, pubblicata sul mio blog personale e disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/07/25/madrelingua-di-julio-monteiro-martins-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[2] Su questo libro ho fatto una mia recensione-analisi, pubblicata sul mio blog personale e poi anche sulla rivista di letteratura migrante “El Ghibli” fondata dal senegalese Pap Khouma e disponibile qui: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=186

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il mito nel Novecento letterario” a cura di Antonio Melillo, recensione di Lorenzo Spurio

Il mito nel Novecento letterario

di AA.VV.

a cura di Antonio Melillo

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012

ISNB: 978-88-95881-60-7

Pagine: 347

Costo: 22€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Il mito è un racconto. Ma cosa racconta? E’ il tentativo di raccontare il senso dell’esserci, è l’interpretazione dell’esistenza del vero che parla al singolo individuo (p. 10).

 

 

Questo libro è un testo di saggistica e di critica letteraria ricchissimo di contenuti che spazia dalla letteratura italiana contemporanea (Pavese, Brancati, Pasolini), alla letteratura inglese modernista (T.S. Eliot) sino al mondo classico (Ovidio, Platone) con numerosi incursioni nella poesia del nostro secolo (Pontiggia, Damiani, Marina Moretti). Il filo rosso del libro, come indica il titolo stesso, è il mito.

Nell’ampia nota di prefazione a cura di Antonio Melillo, il curatore dell’intero volume, traccia in via analitica l’origine, il significato, il valore e l’importanza che il mito ricopre oggi nella nostra società sottolineando da subito il fatto che il mito è una creazione umana, un qualcosa a cui crediamo e a cui non potremmo fare a meno ed è allo stesso tempo un qualcosa che ha sempre accompagnato l’uomo (si pensi l’antico mito della caverna descritto da Platone o il mito del buon selvaggio di Rousseau). Melillo dà le linee guida per riconoscere ciò che è un mito da ciò che non lo è. Il mito, infatti, non va confuso con la leggenda né tantomeno con la favola. La trascrizione e il racconto spesso fanno apparire somiglianze tra di loro, ma sono tre identità super-caratterizzate e ben definite.

Il mondo consumistico e dei mass media con il quale si identifica la nostra società super-sviluppata è un grande contenitore di miti (miti mitologici come quelli di Ovidio e miti contemporanei come Marilyn Monroe, Lady Diana o Batman) tanto che il processo di mitizzazione e di filiazione di miti è nell’attualità un qualcosa d’inarrestabile. Bisogna fare attenzione anche nel non confondere il mito con la storia: il primo è una sorta di aneddoto –non necessariamente vero o realistico- che ha influenzato o presenziato la storia, quest’ultima è il racconto delle nostre vite e quelle dei nostri antenati. Il mito è e allo stesso tempo non è un eroe. Batman, dunque è un eroe o un mito? Melillo offre una attenta chiave di lettura che ci aiuterà a far luce sulla questione. Il mito inoltre ha immancabili riferimenti e legami alla religione, alla filosofia, alla cosmologia e alla poesia perché in fondo –come più volte viene sottolineato- il linguaggio del mito è un linguaggio lirico, cadenzato, strofico e l’atmosfera che evoca lo è altrettanto. La prefazione di Melillo sfocia poi in un’ampia parte che più propriamente fa riferimento alla filosofia e all’epistemologia del mito che può risultare interessante agli studiosi di tali dottrine.

Il libro si compone di una buona quantità di saggi e studi critici di carattere monografico: Gianfranco Lauretano nel saggio dal titolo “Il mondo abitato del mito in alcune esperienze di poesia contemporanea italiana” affronta la poetica di alcuni poeti dei nostri giorni (Giancarlo Pontiggia, Claudio Damiani, Salvatore Ritrovato e Marina Moretti), procedimento impiegato anche da Anna Maria Tamburini con il saggio “Il mito nella letteratura del Novecento” che analizza alcuni aspetti dell’opera poetica di Cristina Campo, Agostino Venenazio Reali, Margherita Guidacci). Neil Novello arricchisce questo testo con il suo saggio dal titolo “Mitopoesia di Gesù. Pasolini-Vangelo secondo Matteo”.

Per chi è, invece, un grande affezionato del modernismo inglese si consiglia vivamente la lettura del saggio di Daniele Gigli, un’ampia ed eterogenea analisi fatta da più punti di vista sul poemetto filosofico The Waste Land (La terra desolata) del britannico Thomas Stearn Eliot dal titolo “The Waste Land. Dalla parola mitica alla parola incarnata”. Uno degli aspetti che contraddistinguono questa pietra miliare della letteratura contemporanea è il totalizzante uso dell’intertestualità per mezzo della citazione e il riferimento che T.S. Eliot fa ad altrettanti testi letterari, popolari e incluso la Bibbia tanto che il suo libro finisce per essere un mosaico di citazioni. Citare non è mai un processo completamente negativo perché è un mezzo per richiamare dell’altro o celebrare un grande autore del passato. Ovviamente la sovra-citazione non deve mai diventare sinonimo di mancanza di originalità, imitazione o addirittura plagio letterario. L’altra componente chiaramente caratteristica di The Waste Land è l’affollatissima presenza di personaggi vivi, morti, reali o mitici che tra le pagine del poemetto vengono descritti, uno tra tutti il profeta cieco Tiresia che in Ovidio è anche manifestazione dell’ermafroditismo e più in generale di metamorfosi.

Matteo Veronesi nel suo saggio “Dal Novecento agli antichi. Volti e riflessi del mito di Narciso” studia, invece, un mito arci-noto, quello di Narciso, del bel giovane aitante innamoratosi di sé che, per incapacità di guardarsi al di fuori di sé, finisce per morire annegato in un ruscello dove stava specchiandosi. Il narcisismo è un comportamento che in taluni casi può configurarsi come patologico e dunque provocare un vero e proprio problema psicotico come Freud sottolineava già nei Tre saggi sulla sessualità (1905). Parlare di Narciso porta indissolubilmente a parlare anche del mito di Eco al quale appunto Narciso è legato nella narrazione che Ovidio fa.  Veronesi analizza come il mito di Narciso e la stessa parola ‘narcisismo’ sono stati impiegati in letteratura nel corso del tempo; curioso è il riferimento ai poeti crepuscolari: “E, nei crepuscolari, il Narciso che si specchia è ormai un fiore pallido, esangue, estenuato. ‘Rassegnato come uno specchio,/ come un povero specchio melanconico’ (Corazzini), ‘Come uno specchio vano si moltiplica’ (Gozzano)” (p. 208).

Il libro ha un contenuto ricchissimo ed estremamente vario. Si prosegue con il saggio a cura di Giancarlo Micheli dal titolo “Thomas Mann, il nutritore. Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico”. Un grande omaggio alla letteratura spagnola è contenuto invece nel saggio a cura di Cinzia Demi dal titolo “Don Giovanni ripensa se stesso. Dal rovesciamento del grande mito moderno del Don Giovanni di Sicilia di  Brancati al Don Juan di Tirso de Molina al Dom Juan di Molière, al Dissoluto punito di Mozart-Da Ponte” nel quale il critico analizza mediante stralci tratti dalle varie opere – in prima persona- la differenza sostanziale che si respira tra i diversi libri che trattano di un’unica storia, quella di Don Giovanni, mettendo in luce come il processo di rivisitazione e di riscrittura –motivato da differenze geografiche, temporali, personali- sia determinante nella costruzione di varianti del mito.  Si passa così dal Don Giovanni “originario” di Tirso De Molina per arrivare a quello di Vitaliano Brancati nel quale il personaggio ha ormai perso gran parte delle caratteristiche tipiche del Don Giovanni (libertinaggio, spregiudicatezza, blasfemia, violenza) per diventare un personaggio semplice, forse un po’ troppo bonaccione ed inetto.

Il saggio di Andrea Muni si rivolge alla riscoperta della classicità del mito, un’indagine stessa sulla nascita di questa forme d’espressione e di modalità per rapportarsi/conoscere il mondo nel saggio dal titolo “Il mito come luogo della libertà. Edda Ducci e il mito della caverna di Platone” dove la critica, docente universitaria e filosofa, sottolinea l’importanza del mito della caverna da lei definito “filosofia dell’educazione” per poter comprendere attentamente l’intera filosofia platonica. Il mito della caverna viene analizzato da varie ipotesi interpretative e la Ducci al termine del saggio fornisce una serie di temi importanti (come quello della libertà o il tema della persona) che secondo lei scaturirebbero proprio da questi. Seguono poi altri saggi tra cui “Il mito classico nella poesia di Margherita Faustini” scritto da Rosa Elisa Giangoia che analizza l’ampia e instancabile opera poetica della poetessa genovese scomparsa nel 2009 e “Il mito come distanza. Una lettura pavesiana” di Antonio Melillo, il curatore dell’intero progetto.

 L’opera, come già detto, offre vedute multiple e variegate su un’ampia quantità di materiale letterario, poetico e filosofico per cercare di farci entrare a pieno nello studio del mito. Il mito e la mitologia non sono la stessa cosa come dichiara Antonio Melillo nella prefazione. Il processo di miticizzazione e l’importanza di miti classici nel nostro oggi può essere compreso a pieno solo se si fa un’attenta lettura a questo testo con ricchi apparati di bibliografia che offrono numerosi spunti per ulteriori analisi e studi sul tema.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

30/08/2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“Avigliano è… Donna!”, progetto sul valore della donna

Città di Avigliano (Potenza)

Assessorato alla Cultura

 

PROGETTO Avigliano…è Donna!

 

Idea

L’Assessorato alla Cultura del Comune di Avigliano con il 2012, al fine di rendere omogeneo e accattivante il Cartellone dell’Estate Aviglianese, ha inteso promuovere per il periodo estivo almeno 4 grandi eventi ad esclusiva titolarità del Comune ed afferenti all’Assessorato alla Cultura individuando un tema che possa essere il filo conduttore per la costruzione dell’intero cartellone estivo alla cui realizzazione concorrono in modo fattivo e determinante le associazioni iscritte all’Albo Comunale delle Associazioni con le loro personali iniziative. 

Sono fatiganti le donne al maggior segno si portano d’està d’inverno sempre a mezza notte, e vanno a soffiare e far legna et al spontar del giorno son pur a casa di ritorno con il fascio in testa. Poi vanno alla Corte quelle che vi hanno le cause, et indi a far da mangiare per li mariti, e dopo pranzo alle campagne, e mai stanno le poverelle in riposo, ne mai si satiano di travagliare, ma veramente hanno tanto li huomini quanto le donne un temperamento et aspetto di tal fortezza, che paiono nati solo per faticare” cosìnel 1674 Pier Battista Ardoini nella “Descrizione dello Stato di Melfi” scrive delle donne aviglianesi facendo emergere il loro ruolo fondamentale tanto nella vita domestica quanto nel lavoro che svolgevano e per questo motivo come primo anno e come primo tema l’Assessorato ha individuato quello della donna.  

Si intende, quindi, promuovere e incentivare iniziative ruotanti intorno all’universo enigmatico, complesso e meraviglioso della donna, le sue conquiste e la sua capacità di interpretare i molteplici ruoli nella società esigente e intransigente di oggi, come lo sono state le donne dei secoli passati.

L’idea progettuale prevede un percorso strutturato almeno in quattro tappe, nei quattro punti strategici del territorio, declinate nei molteplici linguaggi culturali che siano in grado di affrontare il tema sotto differenti aspetti per garantire la massima fruizione dalla più ampia sfera sociale possibile.

 

Descrizione delle Attività

Iniziative teatrali, musicali, convegnistiche e artistiche daranno vita alle attività immaginate per questo progetto che prevede, inoltre, la partecipazione di un personaggio famoso del mondo artistico femminile.

Quali migliori protagoniste se non le donne della tragedia greca come Cliternestra, Andromaca, Fedra, Medea e Antigone che con le loro passioni, le loro sofferenze, le loro attese e le loro speranze ci ricordano gli stessi stati d’animo che, oggi come ieri, le donne vivono in ogni latitudine. Voci che hanno dato voce ai disagi femminili tratteggiando sapientemente la tormentata sensibilità e le pulsioni irrazionali che si scontrano con il mondo della ragione.

Le note cantate da Vanoni, Mina, Mia Martini, Anna Oxa, Milva illumineranno le notti aviglianesi per rendere omaggio alle grandi voci femminili che hanno fatto diventare grande il panorama musicale italiano e hanno, contemporaneamente, affrontando nelle loro canzoni temi quali l’amore, il dolore, la gioia e i bisogni dell’ “altra metà del cielo”.

Un incontro-dibattito vedrà messe a confronto donne operanti nei diversi ambiti sociali che dialogheranno sulle opportunità e sulle difficoltà incontrate durante la loro attività per poi convergere su azioni e obiettivi comuni da intraprendere.           

Un artista femminile di fama nazionale, infine, allieterà una delle serate che con la leggerezza e il sorriso farà riflettere su questo mondo.    

Inoltre durante uno degli eventi sarà promossa una campagna di raccolta fondi per un’Associazione che opera nel campo della prevenzione e della ricerca su malattie più strettamente legate al mondo femminile.

Luoghi

Il progetto oltre ad essere un viaggio nell’universo femminile è un vero e proprio viaggio all’interno del territorio comunale che toccherà le quattro grandi realtà territoriali del Comune quali la città di Avigliano e le frazioni di Lagopesole, Possidente e Sant’Angelo.

Tempi

 “Avigliano…è Donna!” abbraccia un arco temporale di tre mesi da Luglio a Settembre 2012.  

Finalità

Trattare la diversità di genere è un invito a guardare dall’alto, come chi fotografa una realtà da un aereo in volo, senza tralasciare l’emozione di far parte di quel mondo. 

Un tema complesso come quello della donna, attraverso l’ironia, la musicalità e un pizzico di leggerezza tenta di lanciare messaggi su un universo “di un cammino su tacchi alti in equilibrio ma con sospiro e sorriso” e vuole sensibilizzare le diverse sfere sociali a porre attenzione su questo delicato e vigoroso creato sostenendone anche l’appartenenza come ad una ricchezza.

Questo progetto, inoltre, tende ad una visione unitaria del territorio comunale simboleggiata dal tema comune e dal coinvolgimento delle persone del posto per creare un’opportunità di dialogo, di crescita e di aggregazione.

Un progetto tanto semplice quanto ambizioso perché poco artefatto che, partendo dal basso, si  prefigge di costruire un percorso che, con compostezza, punta verso l’alto.

Destinatari

Il progetto è rivolto ad un ampio pubblico appartenete ai diversificati ambiti sociali: dai semplici cittadini ai membri del mondo associativo e scolastico, dagli uomini alle donne, dagli stranieri ai connazionali, dai turisti agli emigranti in quanto il tema affrontato è trasversale ad ogni cultura e ad ogni appartenenza. Inoltre, essendo ampia l’offerta culturale proposta, si è in grado di richiamare sul territorio comunale spettatori provenienti sia dal territorio regionale che dalle regioni contermini.

 Programmazione

 

 

“Per chi lavora con amore”, poesia di Monica Fantaci

Per chi lavora con amore

Precari…vittime legate
e prese a cinghiate,
grido di dolore
per chi lavora con amore,

precari picchiati,
umiliati, sterminati,
i loro passi fanno un rumore
che dà il segno del loro orrore,

precari… gettati nel torrente
per aver messo in pratica cuore e mente,
voci e avanzamenti
dei precari combattenti.

…dedicata a tutti i precari che, nonostante tutto, lavorano con amore e, ancor di più, a quelli che, oltre a lavorare con amore, lottano ogni giorno per la libertà di lavorare!

Palermo, 6 agosto 2011

 

Monica Fantaci

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DEL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Insidie” di Donatella Calzari, con un commento di Cinzia Tianetti

La poesia “Insidie” di Donatella Calzari è contenuta nella sua silloge Petali d’acciaio. Di seguito si riporta il testo con un commento critico a cura di Cinzia Tianetti.

La stessa silloge poetica è stata da me recensita ed è disponibile a questo link: https://blogletteratura.com/2012/02/07/recensione-a-petali-dacciaio-di-donatella-calzari-a-cura-di-lorenzo-spurio/

Qui, invece, è presente l’intervista che il poeta Emanuele Marcuccio ha fatto all’autrice:  https://blogletteratura.com/2012/01/15/intervista-a-donatella-calzari-a-cura-di-emanuele-marcuccio/

 

INSIDIE

(poesia di Donatella Calzari)

 

Dal fondo del giardino
mi scruta un anacardio
invitandomi ad assaporare
le sue dolci mandorle indiane.
Accanto a me
una tenera, gentile piantina
all’improvviso
fagocita gli insetti
catturati dai suoi tentacoli.
Avviluppata da un groviglio
di dubbi
mi allontano,
migliarino
dal triste colore,
e ritorno alla mia palude
con il sogno
di risvegliarmi
vilucchio.

 

 

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Verità e realtà, quanto di più incerto dell’una, quanto di più certo, per ognuno di noi, dell’altra. Qualunque cosa vedano in noi gli altri, il modo in cui ci percepiamo, e il modo con cui prendiamo coscienza della nostra vita, implica, tra le tante cose, la realtà (con una sua verità o meno, non importa, ma che sia realtà) e di conseguenza, il sogno, ovvero il solo sogno, lì dove si sfugge alla realtà, che porta con sé la sua verità resa credibile con ogni cosa volutamente creduta.

La poesia viaggiatrice tra le ali della fantasia, del sogno, del simbolo, della metafora e della similitudine; che allude, che dice ma non dice, che guarda a sé e al mondo, è portatrice di un messaggio di coscienza, di realtà, la sua, vissuta, accettata, analizzata e, perché no, in certi casi ripudiata, oltre, naturalmente, della corale voce di ogni essere tendente a nascondere ciò che la poesia svela in una epifania drammatica o gioiosa vestita del “come” e del “come se”. Perché la poesia non afferma, dice; racconta; inscena.

 Nella poesia di Donatella Calzari ci troviamo in un sogno che inscena il “tutto sembra” ma che “non è come sembra” e nel gioco di parole si trova ciò che, a mio parere, racchiude il pensiero, l’espressione del sentito della poetessa; di un vissuto? Di un sentimento sentito? Lasciamo queste domande lì dove è giusto che giacciano, per raccogliere quel che appartiene a tutti: il dovere cedere all’evidenza che niente è com’è; appreso dalle stesse parole della poetessa: “Accanto a me /  una tenera, gentile piantina / all’improvviso / fagocita gli insetti / catturati dai suoi tentacoli.

Un vegetale carnivoro fagocita con tentacoli…quanto di meglio per esprimere, uscendo dalla classificazione del genere e della specie, l’ambiguità; per distinguere sovrapponendo la forma dall’essere; dove, pure, nei versi precedenti un anacardio scruta dal fondo di un giardino (fertile sé tra l’ignoto inconscio e l’Ignoto mondo in una natura non sempre benevola), ma non minaccia con la sua mole, con le sue attenzioni, invita, invece, ad assaporare le mandorle, il frutto del suo seno: amigdale, simbolo di fertilità e di vita che si rigenera, che adesso nel continuum dei rimandi dell’immaginario si contrappone all’immagine del fagocitare innocente, degli scuri tentacoli, all’azione del bramare, del divorare. La domanda che si fa sentire in bocca è: fidarsi di questo giardino che come una matriosca onirica fa ondeggiare i sentimenti nel dubbio?

I tentacoli avviluppano la preda così come i dubbi avviluppano il poeta-io che s’allontana.

Si sospetta di questa natura insidiosa, di questo luogo avvolto di natura dalle mille sfaccettature arcane benché attuali, dal passato/presente: luogo/altri? Luogo/mondo? Luogo del noi stessi? La matriosca onirica conduce ad una realtà, attraverso l’immaginazione e la metafora, che riguarda noi nel mondo, noi con noi stessi, noi con gli altri in una rete fittissima; in altre parole dell’immagine che si ha del tutto. E allora come l’io non corrisponde, così strutturato, esattamente al soggetto, il mondo non corrisponde esattamente a questa parola e, come ben esprime la poetessa, il giardino viene abbandonato trasfigurandosi, nello spazio mentale, in palude:

Avviluppata da un groviglio / di dubbi / mi allontano… / e ritorno alla mia palude…

Quella stessa palude che, per certi aspetti, è più accettabile, perché reale, perché sostanza proiettata in uno spazio, rappresentazione dello stato d’animo del poeta o coscienza senza fronzoli, né bugie.

E così, come chi di una moneta per mostrare il recto mostra prima il verso, Donatella Calzari, mostrando il panorama colorato e tragico del giardino incantato in cui s’assapora l’amara mandorla racchiusa nella tenera e gentile vita che fagocita altre vite (espressione hobbesiana di vite contro vite e del mondo che fagocita e si rigenera in un interminabile pasto luculliano) attraverso il canto del triste colore del migliarino disincantato, veste il suo verso del giusto scenario, per incastonare il preciso e netto volto dell’aspra immagine della palude in cui alla finzione si sostituisce il mistero.

Il mistero svelato della vita tra il reale e il sogno, dove il proprio vissuto si apprende in pensieri e sul volo triste del reale si sogna di risvegliarsi semplice fiore d’erba: “con il sogno / di risvegliarmi / vilucchio”.

 A cura di Cinzia Tianetti   

 

27 agosto 2012                                                   

 

LA POESIA ED IL COMMENTO VENGONO QUI PUBBLICATI SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELLE AUTRICI. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E IL COMMENTO QUI CONTENUTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELLE AUTRICI.

Sandra Carresi presenta la sua silloge “Una donna in autunno”

La scrittrice fiorentina Sandra Carresi il prossimo

20 SETTEMBRE 2012 alle ore 17.30

presenterà il suo libro di poesie “Una donna in autunno”

C/o Biblioteca Comunale di BAGNO A RIPOLI (FIRENZE)

Relatrice dell’evento: Marzia Carocci (poetessa, critico-recensionista)

Sarà presente l’autrice

La S.V. è invitata a presenziare.

Per info:  info@sandracarresi.it 

“Mille anni di preghiere” di Yiyun Li, recensione di Rita Barbieri

Il fatto che ci siamo incontrati e chiacchieriamo… sicuramente ci è voluto parecchio tempo di fervide preghiere per farci arrivare fin qui.”

Mille Anni di Preghiere” è una raccolta di dieci racconti brevi della scrittrice cinese Yiyun Li, che ha vinto nel 2005 il premio Frank O’Connor International Story Award.

Mille Anni di Preghiere, di Yiyun LiYiyun Li nasce a Pechino nel 1972 e risiede in Cina fino al 1996, anno in cui si trasferisce in America per specializzarsi in medicina. Della Cina di quegli anni ha vissuto e sperimentato tutto: come l’esperienza di un corso di rieducazione politica per tutti coloro che volevano iscriversi all’Università di Pechino, dopo i fatti di Piazza Tian’an men. Una volta laureata, emigra negli Stati Uniti ed è in questo nuovo contesto, padrona di una nuova lingua che sente come sua, che finalmente riesce a raccontare le storie del suo Paese di origine, scrivendole direttamente in inglese.

 

Per leggere l’intera recensione, vai qui: http://blog.chinaitaly.info/consigli/mille-anni-di-preghiere-di-yiyun-li/

Intervista a Eliza Macadan, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Eliza Macadan

Autore di “Paradiso Riassunto”

(Edizioni Joker, Novi Ligure, 2012)

Isbn: 9788875363024

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: Il titolo è una trovata dell’ultimo momento ed è forse per questo che lo trovo molto ispirato – mi capita, fortunatamente di rado, di fermarmi su un sintagma ma non si tratta quasi mai di un testo poetico. Qui, le parole vengono da sole, io devo essere solo aperta, preparata ad accoglierle. Capita che io non sia del tutto sintonizzata con l’emettitore ed è allora che devo fare qualche sforzo per cogliere il senso appena percepito. Può, invece, capitarmi di essere visitata da parole o espressioni che non riesco a togliermi dalla mente finché non do loro lo spazio che richiedono in maniera imperiosa, finché non creo una costruzione per loro – sono delle ossessioni lessicali, mi piace chiamarle così. Prima di “Paradiso riassunto” avevo scelto “Terra in affitto”, per quasi un anno  il volume si è chiamato così, ma quando la casa editrice mi ha suggerito che potevo pensare anche ad altro, si è presentato da solo questo titolo. Non trovo opportuno da parte di un autore spiegare oppure offrire un’interpretazione del titolo della sua opera. Non è un capriccio il mio, è un principio che mi obbliga di lasciare agli altri la libertà di trovare sensi, di scoprire i miei significati ma anche i loro. Il lettore può trovare significati nuovi che l’autore non ha  nemmeno immaginato. E non vorrei essere io a condizionarli nel trovare una chiave di lettura. Credo fortemente nell’intelligenza dei lettori.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

E.M. Ogni creazione ha in modo implicito una dimensione biografica, una componente che è legata in modo indistruttibile alla vita. E’ stato detto che l’essere umano, attraverso l’atto creativo sta imitando la divinità, che ogni creazione è un inno infinito alla vita. Secondo me, è l’unica modalità che ci è stata concessa per aspirare all’immortalità. Ed è, in qualche misura, un modo di giocare a Dio. Perché un autore ha questo privilegio unico di creare vite, mondi, migliori o peggiori, a suo piacimento, di correggere errori e quant’altro. Nel suo testo letterario, l’autore ha, inoltre, la chance unica di dire tutto quello che gli passa per la mente senza il timore che si potrebbe avere nel dire le stesse cose nella vita reale. Con la poesia, il discorso è ancor più ampio, la libertà è maggiore:  qui, nel testo poetico, possiamo  nascondere (mettere sotto il lucchetto) veri tesori o veleni o bombe… sofferenze, dolori, bisogni, gioie, urla, di tutto. Possiamo mettere tutto ciò e altro ancora sapendo che questo potrà essere percepito solo da chi è un po’ come noi, capace di vedere il mondo con i nostri occhi. Il poeta sa che non saranno molti a visitare i suoi versi. Non di questi tempi. E’ un dato di fatto. Ma sa ugualmente che quei pochi che vengono sono quelli che contano. E se fosse un solo lettore, basterebbe. Parafrasando il Vangelo, se esiste un solo lettore di poesia, il Mondo ha una chance di essere salvato. Di autobiografico, dunque, c’è tanto: è la quotidianità, il mondo circostante con il suo spettacolo pauroso offerto dai politici che sembrano trovarsi per la prima volta nella storia dell’umanità in un vicolo cieco. Sembra che non ci siano più soluzioni per rimanere dentro la storia, sembra addirittura che esistano delle forze capaci di buttare nel cestino della storia tutto quello che gli ultimi secoli ci hanno portato in termini  di convivenza sul nostro pianeta. O forse siamo noi degli eredi indegni… perché non potrebbe essere anche così? La mia poesia è un segnale d’allarme, così credo. E’ l’allarme che ha preso possesso dalla mia anima, dalla mia mente e che mi guida nella scrittura. Non cerco mai formule, non rimango a lungo a limare i testi, non sto a lungo a riflettere sull’uso di una parola al posto di un’altra. Semplicemente lascio che esca fuori di me, attraverso la mia mano, un certo messaggio. Quasi sempre è un messaggio breve, ma carico di intensità, credo. Così sono le mie poesie, brevi. Così brevi da non sopportare titoli. In fatti, nessuna delle mie poesie, da quando ho cominciato a scrivere, non ha avuto titoli – una scomodità per la critica che deve indicare la pagina, cioè il numero del “messaggio”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

E.M. E’ la domanda-tipo che mi fa più paura. Pur sapendo che si fa quasi sempre, mi trovo impreparata. Durante la nostra esistenza siamo più persone – non nello stesso momento perché sarebbe patologico, ma una alla volta; nell’infanzia amiamo leggere cose che nell’adolescenza leggiamo solo di nascosto; nella prima giovinezza lo spazio dato alla lettura è immenso, come regola si legge un po’ di tutto e poi, nella maturità si fa una selezione molto rigida. Si diventa molto attenti nello spendere il tempo – con le letture come con le persone. Dunque, come fare a elencarle tutti i nomi che nei secoli, in varie parti del mondo e varie lingue e culture sono stati punti di riferimento sul cammino della mia formazione letteraria in genere e poetica in particolare? Tanti, fra piccoli e grandi, tra vicini e lontani, tra conosciuti solo nella città dove studiavo oppure tra i Nobel. Le varie correnti letterarie mi hanno interessata solo nell’ambiente scolastico: forse suona squalificante per uno che scrive, ma credo che questa parte dovrebbe essere lasciata ai critici e ai teorici della letteratura. Loro sono proprio bravi, almeno lo sono stati – adesso con il postmodernismo il problema sembra risolto per sempre, è uno spazio dove entrano tutti.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Per me è stato e lo è tuttora Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry. In modo sbagliato, la critica di cui parlavamo prima, ha catalogato quest’opera come letteratura per i ragazzi. E’ un inno alla vita, all’amore, all’amicizia, alla Poesia! E’ stata per molti una lettura scolastica obbligatoria, ma col passare del tempo, siamo tentati a tornare su questo libro con uno spirito nuovo. Per me è una sorte di bibbia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: In qualche modo le ho già risposto a questa domanda. Non potrei parlare di contributo di uno più dell’altro. Mi risulta difficile. Eppure c’è un fatto che mi viene in mente e lo trovo determinante per la mia esistenza come poeta: nella mia adolescenza ho letto tanta poesia. Poesia contemporanea romena. Leggevo tutto quello che usciva e che trovavo nelle librerie dell’epoca. Il regime comunista di Bucarest ha giovato alla poesia. Si scriveva tanto. Io vivevo in una città della Moldavia romena, dove la vita culturale era effervescente perché il partito-unico-padre-padrino aveva soldi da spendere per tenere buoni e muti i letterati, gli artisti. Così, la loro produzione letteraria, le loro opere oltre ad essere pubblicate a spese del ministero della cultura, avevano diritti d’autore ingenti. Si scriveva sotto censura. E c’era bisogno di tanta intelligenza e abilità, di tanta strategia per disporre nel testo le idee, per dare un messaggio, che era per forza criptato. Tutti quei poeti, locali o nazionali, hanno, in una certa misura, fatto di me quella che sono adesso. E’ stata un’età della poesia. Era l’unico rifugio esistente in un  mondo kafkiano i cui riflessi giungono fin qua… Poi letture dai poeti italiani, francesi e anglosassoni che si traducevano a quell’epoca, di certo non i contemporanei. Dagli anni novanta in poi, anche quell’angolo di mondo si è aperto, nel bene e nel male.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

EM: Dall’esordio in volume, nel 1994, ho pubblicato sei libri di poesia – quattro in romeno e due in italiano. Ho la chance che hanno pochi di avere altre due lingue di espressione, oltre al romeno: l’italiano e il francese. Ho scritto anche in francese senza essermi preoccupata dalla pubblicazione, non ancora. Per i lettori italiani, perché a loro mi rivolgo qui, posso parlare del mio tragitto in questa lingua che amo e che è parte di me. Esordio italiano, dunque, nel 2001 con Frammenti di spazio austero, ricevuta bene dal pubblico romano di poesia e adesso Paradiso riassunto che è stato al Salone del Libro di Torino. Ho avuto, questa volta, la fortuna di avere un prefatore di grande sensibilità poetica, un poeta lui stesso, ma tanto generoso come pochi autori lo sono di questi tempi. Parlo di Marco Conti, un biellese di grande cultura letteraria e non solo. Lui è stato incaricato dalla casa editrice di curare il mio libro e lo ha fatto con professionalità e con generosità, con pazienza e con sapere. Auguro a ogni autore di avere un’esperienza simile alla mia. Non so quale sarà il destino di Paradiso riassunto, perché ogni libro ne ha il suo di destino. Ma so che mi ha già dato tanto.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Non mi è mai successo, anzi… mi è capitato ma nella scrittura giornalistica. Non penso sia una cosa dannosa. Solo che si deve trovare il partner giusto, come nella vita, d’altronde. Si possono, credo fare cose magnifiche a quattro mani… per me la scrittura è stata finora un atto solitario e quasi intimo. Scrivere poesia non è una scelta. E’ un destino. Non scegliamo noi di scrivere poesia, siamo stati scelti. Se il poeta non vive vere e proprie epifanie, allora è meglio che taccia.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: Spero che sia adatta a tutti. A tutti quelli che guardano ancora il cielo di giorno e di notte provando a decifrare i disegni delle nuvole, delle montagne sulla luna; a quelli che credono nel potere della parola, a quelli che pensano sempre agli altri, vicini o lontani che siano, a quelli che credono che il mondo non si ferma qui e che non dobbiamo scendere, che il viaggio per la Terra sarà lungo millenni e millenni ancora. Ma anche a quelli che hanno perso la speranza, la motivazione o si sono allontanati dal senso dell’esistenza. Credo molto che sia adatta ai giovani lettori di oggi e di domani. Ma forse questo è solo un desiderio, non lo so.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Avevo già parlato prima, ma aggiungerei volentieri che mi sono trovata molto bene, è una squadra di professionisti, fanno il loro lavoro con passione. Un autore è una creatura piena di stranezze, è uno che agisce su impulso, che oggi vuole una cosa per non volerla più l’indomani, che cambia umore, è una persona difficile da gestire. L’editore dev’essere un po’ di tutto: confidente, psicologo, commercialista, pr e naturalmente un conoscitore della letteratura. Mi fido molto dei piccoli editori. Tutti i grandi scrittori sono sempre passati da lì.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Ai miei tempi e nel posto dove vivevo io non ho avuto questa possibilità, ma penso che in nessun modo possono nuocere. Con un’osservazione: i titolari di questi corsi, parlo dei corsi di scrittura creativa, debbono essere attenti a capire fin dove possono intervenire nel forgiare un allievo, soprattutto se si tratta di giovani. Credo, inoltre, che debbano essere molto sinceri rischiando di rimanere senza allievi il prossimo anno; è preferibile non illudere nessuno. I miglior corsi sono gratuiti, si fanno a cielo aperto nella prima infanzia quando la magia del mondo è ancora intatta, quando non ci siamo allontanati dalla fonte, quando un fiore che teniamo fra le dita è un intero universo, quando guardare le stelle è il più bel regalo. Quelli sono i veri corsi di poesia.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Molto e poco. Non saprei. Solo che, come ho già accennato, quello degli autori è un mondo fatto di altre regole. Ci sono gelosie, invidie, egoismi e tantissimo narcisismo. Mi chiedo se ci sono rimaste, da qualche parte, grandi amicizie… Le cose cambiano un po’ quando si tratta di amori, ma solo un po’ e solo in superficie. L’ego del creatore è sovradimensionato, sembra una cosa legata al DNA.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: Non è una mia abitudine. Mai fatto se non per giocare e per leggere la produzione al mio primo lettore, quello che vive con me. Quando la tecnica di cui parli non si limita ad un esperimento, ci troviamo, credo, fuori dall’atto creatore. Io credo che la poesia sia una istanza grave, così ho imparato molto tempo fa da Ionesco. E non dimenticherò mai questa lezione.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Jesi, 16/07/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Haiti”, acrostico di Emanuele Marcuccio, con un commento di Lorenzo Spurio

HAITI

(di Emanuele Marcuccio)

(ACROSTICO)

Ha tremato la terra

agitata in orribile

in assordante rimbombo:

tremendo terremoto

in un cumulo… di macerie.

(20/1/2010)

 

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Altra poesia di Emanuele Marcuccio che a distanza di più di due anni viene tirata fuori dal cassetto. La lirica è breve a si contraddistingue per un linguaggio stringato e impetuoso, in linea con quanto va affrontando dal punto di vista tematico. Marcuccio ci fornisce un’istantanea dei secondi che si susseguirono al terremoto di Haiti nel 2010, suggestionato forse dalle tante immagini trasmesse in tv. In ogni dove domina la distruzione “un cumulo… di macerie”, segno che niente sarà mai più come prima. Non c’è spazio nella lirica di Marcuccio per intravedere un dopo-terremoto o di dar un messaggio di speranza. Dopo “l’assordante rimbombo” e “la tremenda scossa” nulla rimane. C’è il silenzio della morte e della paura. La Terra, che ha voluto al mondo ed ospitato l’umanità, di colpo si è macchiata di un assassinio inspiegabile. Disperazione, desolazione e angoscia sono i sentimenti che la lirica infonde che, ovviamente, può essendo inspirata al terremoto di Haiti, finisce per essere una immagine di martirio e di sconvolgimento uguale per ogni terremoto. Quando la Terra inghiotte i suoi uomini, ci si interroga ancor più profondamente sui motivi e i limiti dell’esistenza.

Jesi, 26 Agosto 2012

 

LA POESIA VIENE PUBBLICATA PER CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA O IL COMMENTO IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

 

“Vita di donne” di Su Tong, recensione di Rita Barbieri

“Vita di donne”

di Su Tong

Recensione a cura di Rita Barbieri

Quando esordisce, a metà degli anni ’80, Su Tong è inserito nella corrente letteraria dell’avanguardia, che sostiene l’autonomia della letteratura dalla realtà e dà la massima importanza alla libertà creativa dello scrittore e alle infinite possibilità dell’artificio. Non c’è più l’obbligo di rappresentare la realtà secondo i canoni del realismo socialista e, inoltre, gli scrittori avanguardisti sono anche biograficamente e psicologicamente svincolati dal peso della Rivoluzione Culturale.

Nonostante questo, Su Tong ambienta la maggior parte delle sue opere nel passato, definito come il ‘luogo principe dell’immaginario’. Infatti è indubbio che il passato gli conceda maggiore libertà espressiva, non costringendolo al confronto con il reale. Ed è anche indubbio che il passato possa fornire la chiave per la ricostruzione di un’identità culturale comune dopo il trauma della Rivoluzione Culturale e che serva anche a riscrivere la Storia, raddrizzandone i torti.

Vite di donne, di Su tong[…] L’edizione italiana di Vite di donnecomprende due racconti: Vite di donne(Funü Shenghuo) e Altre Vite di donne(Lingyi Zhong Funü Shenghuo).

Per leggere l’intera recensione vai a questo link:

 http://blog.chinaitaly.info/consigli/vite-di-donne-di-su-tong/ 

Recensione a cura di RITA BARBIERI