Sandra Carresi: “I cristalli dell’alba” – La poetessa fiorentina esce con l’ultima “fatica” poetica

Sandra Carresi_CoverE’ uscita da pochi giorni la nuova “fatica” letteraria della poetessa fiorentina Sandra Carresi. La nuova silloge poetica, che porta il titolo evocativo “I cristalli dell’alba” è stata pubblicata da TraccePerLaMeta Edizione, l’attività editoriale dell’omonima casa editrice dove la Carresi figura tra i soci fondatori.  Il nuovo libro si apre con una nota critica firmata dallo scrittore, critico letterario e ordinario di letteratura italiana Nazario Pardini che ne rintraccia la suggestività del verso e si chiude con un apparato critico finale ad opera di Lorenzo Spurio dove si sottolinea, invece, l’impronta sociale di varie liriche dove il lettore conoscerà una poetessa forte nei suoi insegnamenti morali che non manca di osservare con disgusto le iniquità sociali del nostro oggi.

Nazario Pardini nella prefazione scrive: Una silloge, questa nuova di Sandra Carresi, vivace, intensa, di proteiforme valenza, dove ogni emozione trova corpo in versi duttili e generosi, ora brevi, secchi, ora ampi, aperti; disposti e disponibili a seguire l’ondulazione delle intime vicende. Insomma una silloge che racconta la vita, in tutte le sue forme, le più dolci e le più crude: sottrazioni, scottature, illusioni, speranze, delusioni, rammarichi, quietudini; realtà quotidiane, minuziose, occasionali; slanci onirici; un realismo lirico, comunque, di grande impatto umano, dove è facile ritrovarci, dove ognuno di noi, leggendosi, ascolta un brandello della sua storia. E mi piace iniziare la mia esegesi da questi versi incipitarî che fanno da prodromico avvio ad una voce spontanea, libera, pulita, e architettonicamente movimentata; una voce che sa raggiungere apici di non comune fattura ispirativa.

Scheda del libro:

Titolo: I cristalli dell’alba
Autrice: Sandra Carresi
Prefazione: Nazario Pardini
Postfazione: Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
Pagine: 100
ISBN: 978-88-98643-16-5
Costo: 10€
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Info:

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Susanna Polimanti sulla raccolta poetica “Dypthycha” ideata da Emanuele Marcuccio

Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…
di Emanuele Marcuccio e AA.VV.
Pozzuoli (NA), PhotoCity Edizioni, 2013, pp. 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
Prezzo: 10 €
 
Recensione a cura di Susanna Polimanti

 

Dipthycha_original_front_cover_600«Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…»[1] diEmanuele Marcuccio e AA.VV. (Photocity Edizioni, 2013) è un progetto editoriale che ci consente immediatamente di acquisire una nuova esperienza poetica, a dimostrazione che una creazione in versi può avvenire anche in modo insolito, partendo da tutt’altri punti di vista. In questo caso la raccolta poetica ideata e curata da Emanuele Marcuccio nasce tramite contatti con altri autori davanti a un personal computer e la rete Internet “Anche questo foglio di vetro impazzito, cʼispira…

L’amore verso la poesia riunisce poeti da tutte le parti d’Italia e ne definisce i contorni con toni e spunti di sonorità simili e discordanti al tempo stesso, quantunque con temi in perfetta sinergia come in “Vita Parallela”, “[…] Nuove strade davanti a noi/ che hanno sapori veri/ in condivisioni accese/ che si innalzano in cieli nuovi/ in realtà autentiche e inaspettate”

La scelta del titolo, etimologicamente dal tardo latino dipthўchu(m) e dal greco δίπτῠχος (díptychos), viene spiegata e riassunta dallo stesso autore Emanuele Marcuccio in “dittico poetico” inteso come rapida definizione del contenuto della silloge dove ritroviamo per l’appunto, ventuno sue poesie e altrettante di differente firma ma di tema simile, scritte in tempi diversi, senza alcuna collaborazione effettiva, secondo tendenze espressive e stilemi personali. Il termine “Dipthycha” ha comunque un valore molto rilevante ai fini della comprensione di tale poetica; oltre al suo primo significato di dipinto o rilievo costituito da due tavole incernierate e chiudibili a libro, il dittico era anche un taccuino usato nell’antichità, consistente in due tavolette incerate unite per mezzo di una cerniera, un veicolo dunque, di scrittura e di conoscenza. L’introduzione alla poesia è sempre, di fatto, illustrare le ragioni per cui un pensiero o un’esperienza acquistano, attraverso una determinata disposizione delle parole, un valore che raggiunge, tocca, incontra e smuove la nostra sensibilità.

I temi delle liriche contenute in questa silloge evocano tradizione e modernità, contemporaneità.

I versi di ogni poeta, seppur scritti separatamente, mostrano tutti un collegamento, diventano arte poetica che, in una serie infinita di occasioni ne rappresentano il senso, il sentimento, le percezioni, la propria unica visione della realtà soggettiva e oggettiva, in perfetta tessitura di una tela in cui si annidano eventi che segnano le tappe della nostra storia attuale. Chi indugia sull’amaro destino umano con parole appuntite; chi si rivolge all’amore quale immagine di sogno; chi richiama il tempo e le sue stagioni preferite, cercando rifugio in una dimensione intatta della natura; chi, infine, esprime la sua delusione, abbandonando ogni speranza. Ogni poesia ospitata in Dipthycha contiene un messaggio riflessivo di forte intensità; ogni autore, in reciproca corrispondenza, comunica con l’oggetto poetico e si predispone ai lettori stabilendo contatti che traducono intesa, affinità, interessi comuni e tanta cordiale disponibilità. La silloge è ricca di immagini mai piatte e univoche e chiunque si senta attratto da questa antica arte, potrà godere di un uso di parole autentiche, quelle che derivano dall’assidua frequentazione del linguaggio poetico e, in questo caso, in grado di accorciare le lunghe distanze tra tanti poeti che vivono fisicamente lontani l’uno dall’altro. Il lettore sicuramente sarà in grado di osservare e percepire con intensità la propria immagine riflessa.

Non entro nel merito di ogni singolo verso o della poetica specifica di ogni autore perché ritengo che ciascun poeta debba essere valutato, colto e accolto, nell’insieme della propria produzione letteraria. Elemento essenziale e di spicco di Dipthycha è soprattutto una rara condivisione di grande fascino che parte da antiche tradizioni fino a toccare età e cicli della vita che appartengono a noi tutti.

 

 

Susanna Polimanti

 

 

Cupra Marittima (AP), 5 marzo 2014

 

 

[1] Pubblico la mia recensione alla silloge poetica Dipthycha di Emanuele Marcuccio, precisando che d’accordo con tutti gli autori, l’intero ricavato delle vendite del Volume (€ 3,81 su ogni copia) sarà devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si procederà però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro. AISM riceve tantissime richieste simili, ringraziando hanno quindi risposto che non hanno il tempo materiale per esaminarle tutte.

Nell’antologia figurano le poesie dei seguenti autori: Emanuele Marcuccio, Silvia Calzolari, Donatella Calzari, Giorgia Catalano, Maria Rita Massetti, Raffaella Amoruso, Monica Fantaci, Rosa Cassese, Rosalba Di Vona, Lorenzo Spurio, Giovanna Nives Sinigaglia, Michela Tarquini e Francesco Arena.

“La questione della lingua e la questione dei soggetti: il senso della esclusione dalla storia nel romanzo” di IURI LOMBARDI

a cura di IURI LOMBARDI
E’ sempre più complesso parlare di lingua nell’età liquida, in particolare per quanto concerne il romanzo. Il romanzo che da sempre, dal momento che vide la luce come genere, ha in sé il senso dell’unità e della misura; quell’etimo ideologico, intelaiatura o architettura che dir si voglia: è organico per eccellenza. E per organico, dal punto di vista non solo stilistico (secondo il mio parere si può e si deve iniziare a parlare di stile dalla nascita del romanzo), si intende quel blocco unico che nel suo insieme ricrea un medesimo microcosmo, una dialettica, in termini Hegeliani, di contrasto tra il fuori e il dentro al sé, cioè il dentro del romanzo, a partire, ed è una delle tante unità di misura, dalla lingua. Il romanzo, che come genere vide la sua nascita nell’Inghilterra del preromanticismo, non solo pose un nuovo modo di vedere la realtà circostante (da prima unilaterale, poi sempre più corale), ma fece da spartiacque alla questione della lingua, sino allora adoperata per due generi soltanto, quindi in parte propriamente di settore: per la poesia (allora solo lirica) e per la drammaturgia. C’era poi la lingua giornalistica delle celebri gazzette o periodici di settore, che altro non era che un fanalino di coda della lingua della poesia perpetuata nella prosa di cronaca. Il romanzo è lo attante di una rivoluzione non solo di genere, non solo letteraria, ma di costume, psicologica, antropologico e trova nel suo essere non riforma del possibile ma rivoluzione, di unità nella lingua. Lingua che si evolve, non strettamente legata alla questione del bel suono, delle sillabe e del metro, né della forma dialogata, subordinata ad una lingua di regia, quindi didascalica, e che vive al di là della letteratura, entra nel quotidiano: diventa linguaggio del narrabile. E il linguaggio del narrante, coincidente a quello dello attante, inaugura, volente o nolente, l’età dell’industria. Stagione dell’industria che nel mio dire non è sinonimo di rivoluzione industriale – che rimane a prescindere un periodo legato alla storiografia della storia-, ma si tratta di una età in cui l’uomo inaugura un nuovo epos proprio nella narrativa tramite il romanzo. L’etimo della parola industria significa per l’appunto operosità ed è da questa stagione dell’operosità – del cambiamento sociale che si ebbe, con la nascita di lì a poco delle congregazioni politiche moderne, gestione del lavoro, suddivisione sociale ecc- che muta per sempre il punto di vista del tangibile. Il romanzo, genere magistrale per eccellenza, è rivoluzione in quanto punto di vista, lettura del tangibile, analisi e indagine antropologica della realtà umana. Indagine che si muove sul piano narrativo per ristabilire il senso del mito (de)costruendolo da prima e ripristinarlo poi. In sostanza, il romanzo è il ritorno del mito, dell’eterno, è l’affermazione di una nuova mitologia rapportata all’età dell’industria, del moderno.
savianeomnibusQuesta rivoluzione, tuttavia, si ebbe principalmente nella lingua, in Italia con i Promessi sposi, lo sciacquare i panni in Arno del Manzoni, il romanzo trova genesi della propendesi dell’unità politica e amministrativa della nazione. Quindi, coincide con una rivoluzione di costume che fece da laboratorio di una lingua non solo letteraria ma unitaria. Il romanzo entrava con occhio indiscreto da parte dell’io autoriale ( e non discuto qui in questa sede l’idea proustiana tra l’io scrivente e l’io narrante, ossia tra l’uomo e la sua opera) nella realtà del quotidiana proiettandola verso una unità, una organicità contemplativa del reale. La rivoluzione e non la riforma – sino ad ora i passaggi e i dibattiti accademici sulla lingua si limitarono alla poesia da Dante e Petrarca sino a Bembo e poi sino alla Arcadia- fu quella di autenticare un passaggio storico attraverso la lingua. Lingua che non era e non coincideva solo nell’uso quotidiano (vediamo la variante del fiorentino coevo e colto del Manzoni), ma nell’uso europeo, che si faceva meta-linguaggio che oltrepassava la lingua foneticamente intesa, per costituirsi essa stessa linguaggio tangibile, reale. Il romanzo quindi diventava il manifesto patriottico, la lingua di un paese, sia essa d’espressione poetica o contemplativa, sia essa di servizio, ossia spicciola, sempre identica ad un grado di identità universale che parlava e poneva al centro della sua indagine l’uomo con i suoi sentimenti, le paure, la mimica. Diventava quindi espressione di un linguaggio. Linguaggio dell’operativo, industriale. E partendo dal presupposto che la realtà è linguaggio, il tangibile non esiste in quanto intrappolato dalle maglie, dal dramma del linguaggio, e che quindi il reale nella rivisitazione dell’uomo come direbbe Lacan non è altro che il passaggio costante e continuo dal visionario al simbolico, ma come linguaggio ci si deve riferire all’uomo e a quanto lo circonda, il romanzo fu il promotore di questa ermeneutica del linguaggio. Ermeneutica che lo attante-romanzo, intesa come rivoluzione e in termini di crescita, di sviluppo e sperimentazione della lingua, s’ebbe proprio nel passaggio uterino del genere narrativo quando questi, se pur inversamente proporzionale alla storia di un continente, l’Europa, visse l’accordo tra il visionario al simbolico. In altri termini il romanzo smise d’essere espressione linguistica e di linguaggio, laboratorio di sperimentazione della lingua, in coincidenza del passaggio dalla stagione industriale o paleo-capitalistica a quella capitalistica e tecnologica. Qui, in questa stagione muore la lingua del romanzo per essere soppiantata violentemente dalla lingua della tecnologia, quindi da una lingua media e standard, inodore, incolore: la lingua della comunicazione internazionale. Il linguaggio della tecnologia.
Il romanzo stesso diventa quindi massificato, non più un opera da contemplare, se vogliamo buttarla sul piano dell’empatia, ma da consumare. In altri termini, il romanzo, sia esso epistolare, storico, sociale, ecc, diventa un’opera aritmetica che blocca l’indagine ermeneutica ed esegetica se non addirittura interpretativa della lingua e del linguaggio: è il prodotto commerciale. Quindi diventa lo spettro di se stesso, lo specchio cui si riflette la propria morte. Il romanzo, che chiamerei narrativa massificata, diventa consolazione dal punto di vista empatico, mezzo di estraneazione del pensiero dal punto di vista letterario. Diventa il vessillo, il baluardo e l’armatura dell’uomo medio, della società alienata e destituita da un tipo di linguaggio lontana dalla sua natura. La lingua stessa, non più suddivisibile in generi, diventa unificata, tranne rare eccezioni, e non più di indagine. Come il linguaggio tecnologico si fa meta-testuale, meta-linguistica, ossia somma di allusioni, di interscambi apparentemente plurimi ma fortemente isolati. Il romanzo che non compie più la rivoluzione linguistica è privo di destinatario e la sua lingua prevede adesso solo due protagonisti: il solito mittente che si sdoppia. Come un socia-network, le chat acquisisce un linguaggio di sola andata, in cui la condivisione è alta ma non prevede più un messaggio, diventando di volta in volta solo identica forma che si perpetua all’infinito. Il linguaggio, inteso come insieme dei segni, del romanzo non è più contemplativo, ma di consumo. Il suo linguaggio è quindi neutro e senza una posizione ideologica o una intelaiatura ontologica. Si rinnova nell’autenticarsi della ripetizione come diceva Deluze.
Ma la morte del romanzo, intesa come fine ontologica ed ermeneutica del linguaggio e del suo fine, come possibile messaggio, significato di un significante, si ripercuote anche nei contenuti, nei soggetti sviluppati. L’io scrivente ricattato dalle logiche di mercato e del piacere comune (infatti anche coloro che non sono vincolati commettono lo stesso peccato) non s’addentra in indagini vere, non va a riflettere la dimensione del reale, ma si limita a vederne e a narrarne solo gli aspetti marginali, i più minuti dando espressione ad un immobilismo disarmante. Espressione non presente nei libri di intrattenimento degli anni 60 o 70 fino agli 80 del novecento, in cui anche se la lingua era bloccata e morta, già una premessa alla lingua tecnologica, erano comunque uno squarcio di analisi del vissuto capitalistico o consumistico. Basti pensare a ruote di Arthue Hailey, oppure all’ultimo Moravia, o ancora al Saviane degli anni settanta del novecento, le cui opere erano concepite attraverso un linguaggio non più letterario ma pseudo- tecnologico. Ora, è assai importante capire cosa intendo o si può caratterizzare per pseudo-tecnologico; ebbene, tale definizione appartiene, storicizzando, ad una stagione prima dell’avvento della tecnologia reale. Il linguaggio quindi tecnologico – che in parte può essere associato, ma soli in pochi ed esuli casi ad un linguaggio neo-letterario, in quanto identificativo per lo scrittore – lo si può vedere in Saviane, piuttosto che in Prisco o in Brancati. In Saviane, infatti, l’unità linguistica e stilistica viene attentata da un linguaggio tecnologico con il frequente passaggio dall’io alla terza persona, come esercizio ludico che permette allo scrittore di sperimentare una propria lingua, un proprio linguaggio, e al lettore di essere coautore della pagina. E questo può ricordare, ma si va per associazioni, limitandosi ad una considerazione appena delineata, il linguaggio dei video game, dei social-network, se pur rapportato in un ambito letterario. Se Saviane è infatti riconoscibile per questa peculiarità stilistica, Alberto Moravia scrivendo in un italiano standard non lo si riconosce, se non per i contenuti e le sue tesi sulla omologazione dell’uomo contemporaneo.
Ora, alla luce di quanto detto, il romanzo prima di morire – cioè prima di essere un prodotto commerciale – compie assieme alla lingua una ulteriore rivoluzione: quella di spingere la morte in primo piano, lo scabroso, l’orrido, il non dicibile, a differenza del teatro – disquisendo in termini aristotelici dell’unità di tempo e di azione e di luogo- che invece ebbe ad occultarla per secoli. Se infatti nel teatro la morte poteva avvenire solo dietro le quinte e quindi non svelata al grande pubblico (era permessa solo la notizia, tramite il coro o un personaggio protagonista), il romanzo la mette in primo piano. Avviene il debutto della morte. Un esordire dello scandalo, del poco ortodosso che squarcia i veli del pudore e – ecco la rivoluzione del linguaggio- l’oltraggio avviene non tradendo la tradizione ma allineandosi con il gusto della massa. Dalla stagione industriale in poi, vale a dire dal tempo del romanzo, il pubblico sembra abituarsi allo scandalo, alimentarsi di questo, vuoi per alibi vuoi per occulte ragioni, e la letteratura compie un balzo secolare. Il romanzo sembra acquisire le ragioni di una partita senza precedenti. Il genere per eccellenza per secoli rimarrà e funzionerà come specchio del sociale. Uno specchio che si infrange solo dopo, secoli dopo, quando il romanzo diventa un prodotto commerciale, non più un’opera di contemplazione, e quindi non più il messaggero popolare.

Se la morte del romanzo la dobbiamo quindi all’arresto della evoluzione linguistica da intendersi come sperimentazione nell’ambito della letteratura, questa avviene anche perché altre realtà linguistiche (vedi il cinema, internet ecc) lo hanno soppiantato, portando questi a non essere più lo specchio del reale. Ad essere un prodotto di puro intrattenimento. Un oggetto di scambio oramai troppo indebolito per essere portavoce di un atto rivoluzionario. Esso stesso non è più lui: sopravvive come merce di consumo.

 

IURI LOMBARDI

Firenze, 19-03-2014

 

“Soltanto una vita” di Ninnj Di Stefano Busà – Introduzione di Nazario Pardini

Soltanto una vita

Di NINNJ DI STEFANO BUSA’

Kairos, Napoli, 2014

 

Un grande mélange di cospirazioni naturistiche e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni.

 

 

INTRODUZIONE di Nazario Pardini

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Nuova avventura letteraria per Ninnj Di Stefano Busà: per la prima volta si presenta al suo pubblico in veste di narratrice, con un’opera dove si riversa tutto il sapere, tutta l’immaginazione, e tutta la visione di una realtà sociale e ambientale poeticamente vissuta e ri-vissuta, condita con tanta generosità emotivo-esplorativa, di cui la scrittrice ci ha dato forti connotazioni nelle plurime realizzazioni letterarie e poetiche. Qui si tratta di un romanzo, il primo della Busà: ma è come se alla sua prima prova lei facesse il bang.

Si tratta di un romanzo pregevole, in cui l’analisi dei sentimenti umani s’intreccia con lo scavo psicologico di un’esemplare e rara competenza letteraria, che possiede una carica emotiva singolare; un grande mélange di cospirazioni naturistiche, di panorami mozzafiato, di forze evocative, di scavi psicologici, e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni. L’opera si apre con un quadro da schermo tridimensionale di sperdimento panico; un tuffo in un oceano che farà da base erotico-cromatica a tutta la vicenda: «Dopo la curva, sull’altro versante, l’oceano si apre improvvisamente, come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce. L’ora, illuminata già dalle prime avvisaglie d’alba, appare col suo splendido manto arabescato di rosa tenue e oro».

Già il lettore è messo in guardia. Percepisce fin da subito l’eleganza, e la forza evocativo-linguistica di un’autrice che sa trattare la parola come argilla, plasmarla per captare l’animo, la mente e la sensibilità di chi partecipa alla scena.Un momento prodromico di grande rilevanza: l’antiporta

su un “altrove” equivalente alla carta di identità di un’autrice che da una vita lotta a tu per tu con la parola per renderla adatta a tradurre un’anima infinitamente vasta e infinitamente disponibile verso plurime esperienze di perspicua validità umana.

La scrittura si fa possente di intuizioni immaginifiche. E ci si imbatte subito col personaggio principale: Julie. Personalità manageriale, colta, affascinante, attiva, generosa, che dopo un rapporto di grande conflittualità con Paul, infantile, complesso e difficilmente gestibile, incontra George. L’incontro assume contorni di sapore odissiaco. Da quel momento la vita ha senso, profondità, valenza, i due vivono l’incontrastato legame che li confonde, li disorienta, ma si fa tempio mai visitato da altri, le loro anime si trovano in un lucernaio d’amore che è viatico di luce per il loro percorso. Una storia di grande passione, di un’intensità che li fa divenire una sola entità, non più duali: «Carne e sangue si sentono rimescolare in un piacere furibondo. La sessualità è perfezionata tra loro da un visibile esempio di coinvolgenza intima. Un’imprenscindibilità vulnerabile, di fuoco

infiamma la loro pelle, li stringe in una complicità emotiva smaniosa e ineluttabile».

La vacanza da incantamento, dal sapore edenico, sembra esorcizzare il canto della rinascita, una sorta di bagno purificatore che li porta a scoprire fino in fondo all’anima, quell’aspetto trascurabile dell’essere umano che si chiama “amore” in cui l’anima si eleva, conquista l’essenza pura della ragion d’essere.

Vi sono scavi di riflessioni, lectio magistralis di una puntualità e validità ineccepibili- con quei tocchi di eleganza che concorrono a delineare un ambiente raffinato e signorile, ma anche

vastissimo di movimenti, di azioni, di congiunzioni sensoriali, che arrivano a contemplare la sessualità come un fatto perfettibile, sublimativo della fisicità umana. «Ogni fibra del loro

corpo vibra all’unisono, ogni bracciata in quel liquido azzurro, immersi nel tepore di acque placide, è un inno al creato. In quella natura che fa da sentinella all’anima e si stende

sovrana, con quella percettibilità che li cinge, fin quasi ad abbracciarli, i due…».

Opera pulita, chiara, propositiva; cresciuta su baluardi di sani principi, dove alla fine, quello che conta veramente sono i significati della famiglia, della fedeltà, dell’amore; un’opera che va certamente controcorrente considerando i disvalori che, spesso, vengono propinati dalle letture di poca pregevolezza prese in considerazione da case editrici cosiddette “grandi”.

Un romanzo pieno, zeppo, colmo di vita e di bellezza. Bellezza narrativa e sostanziale. Qui, la forza evocativo-descrittiva della Di Stefano Busà. Una forza che trae la sua linfa da una storia di ricerca, di abbandoni e di rinascite; di gioie e di dolori. E tutte si concretizzano nel dipanarsi delle vicende; nel succedersi des accidents che sono l’esistere di ognuno.

Con una profonda differenza: che qui c’è la mano di una scrittrice che sa trattare la parola tenendola ben stretta ai fili dell’anima, la sa condensare quanto basta per avvicinarla al sentire del lettore, farlo quasi protagonista. Una parola che contiene gli impulsi emotivi del vivere, e armonizza, o stride di fronte a certi avvenimenti che tradiscono l’amore, i buoni sentimenti; diciamo pure vicende di un

umanesimo rinfrescato da una modernità trattata con eleganza e stile.

Momenti di alta, vera poesia, di immensa vicissitudine umana, che una poetessa come Ninnj Di Stefano Busà può cogliere e trasferire in qualsiasi genere di scrittura. E, in particolare, in quella che tratta di una società in decadimento con tutte le sue sfumature conflittuali, contraddittorie e limitative. Con figure altamente simboliche ed emozionanti, l’autrice sa reggere la prora come un capitano temerario: non vi è una sola parola fuori posto, non un sintagma, non un accento.

Tutto è regolato da una scuola di sofferenza e di pietà, una lectio vitae che consiglio di leggere al lettore più accorto, perché possa provare emozioni forti, descrizioni anche sensuali in cui si trovi a testimoniare la grande potenza dell’amore. È qui che s’incontra la vera autrice, in una prosa poetica

di grande effetto suggestivo, di sostanza e potenzialità creativa. Con figurazioni mai oziose, ma sempre intonate a un procedere, a una diegesi, che, non di rado, assume configurazione poematica;

soprattutto quando si tratta di puntualizzare quei tratti dell’animo umano che presuppongono una grande capacità analitico-psicologica; quando si tratta di pervenire a degli assunti che sono i pilastri dell’essere; quando si tratta di delineare l’armonia dell’universo, come nell’atto erotico, unico e

irripetibile di un amplesso. Quell’apprendistato che l’autrice ha esperito, ha istruito in un percorso delusioni, dolori, e infine gioie. Gioie che possono maturare solo dopo un lungo cammino, quando l’anima raggiunge la vetta della quies estetica, e se non dell’atarassia, almeno della serenità.

Ed è così che certi contenuti di infinita rilevanza si possono tradurre in massime, in prose poetiche, diciamo, per nitidezza verbale, ma soprattutto per una visione quasi ariostea del mondo e del suo andare che matura nel corso degli anni. Un momento di alto spessore lirico-memoriale che ci avvicina sempre di più a quella visione eraclitea del tempo e del suo fugace correre che sembra tracciare un percorso sotterraneo nel romanzo fino a costituirne motivo di connessione e compattezza.

La trama del romanzo è avvincente, ben omologata, senza vuoti; le pagine scorrono veloci. Ogni descrizione è finalizzata a rese psicologiche di eccezionale valenza. Il carattere dei personaggi spicca chiaro e ben delineato. I dialoghi sono incalzanti. E la natura coi suoi squarci di cielo, di terra e di mare accompagna attenta il dipanarsi della storia con colori ora tenui, ora vivaci, ora brumosi in funzione non tanto descrittiva, quanto introspettiva. Questo è un romanzo come pochi, ha l’aria di essere il bestseller della prossima estate, quando si comincia a leggere non si può più smettere

di farlo.

Ci prende l’anima, ci si sente dentro la storia, nella trama fitta degli avvenimenti che commuovono.

Si chiede scusa al lettore per aver sottolineato pagine memorabili, sentimenti e visioni, adattamenti riepilogativi di una vita, che vanno evidenziati per la potenza evocativa del messaggio. L’intreccio va avanti rapido e avvincente, suasivo e trascinante. Si legge tutto di un fiato. Il finale non lo rivelerò, anche per non togliere il piacere della lettura al fruitore. A me tocca invece dire che la grande editoria dovrà, sicuramente, porre attenzione a quest’opera pregna di vita e di creatività; di

problematiche sociali e ambientali attualissime. I personaggi sono delineati con tale realismo visivo, da darci l’idea di essere dentro un film in proiezione. Sì! si dovrà porre attenzione a questo romanzo da parte di certi editori alla scoperta del best seller. Perché qui c’è un valore aggiunto in più: la penna di una grande poetessa che da una vita offre tutta se stessa alla ricerca del verbo e dei suoi innesti per trame ricche di pathos ed energia creativa. E difficilmente certa prosa di oggi riesce ad avere la potenza creativa della poesia. A voi la lettura perché vale più saper leggere che saper giudicare. Noi possiamo solo riportare la frase emblematica del finale; conclusione che ha tanto della filosofia umana della scrittrice. Un  leitmotiv che lega le vicende come lo fa un tema musicale

di sottofondo in un’opera lirica pucciniana: «Non passi per troppo mieloso il concetto che Dio è la fonte, noi siamo la gola riarsa: il nostro limite è la sete inestinguibile, impetuosa e inarrestabile, abbiamo bisogno di lui per dissetarci. Siamo soltanto una vita, nient’altro…».

Credo non vi possano essere espressioni più immortali.

 

Nazario Pardini

 

febbraio 2014

 

“Il silenzio della neve” di Giuseppe Filidoro: un romanzo antropologico. Recensione di Lorenzo Spurio

Il silenzio della neve
di Giuseppe Filidoro
Osanna Edizioni, 2013
Pagine: 275
ISBN: 97888881673469
Costo: 13€
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

 “Ogni uomo, anche il più buono e onesto, diventa tanto meno sensibile alle disgrazie altrui quanto più aumenta la distanza dal luogo dove è sentita la sofferenza” (100)

 

coverUn libro “parlato” questo di Giuseppe Filidoro dove lo scrittore utilizza il genere del romanzo, ma non disdegna nella sua perfetta padronanza scrittoria di eclatanti squarci lirici né di inserire storie nella storia come un’ardimentosa costruzione a matriosca. E in effetti la trama di questo libro è fatta dalle cose semplici, dai piccoli fatti che accadono quasi inavvertitamente e sempre uguali in un anonimo e desolato villaggio di paese. All’autore non interessa tracciare precise coordinate geografiche dove collocare l’intera storia, anche se al lettore con un minimo d’attenzione non farà difficoltà a capire che la storia è ambientata in quel sottobosco di vita popolana e popolaresca di una classe subalterna che si trova a vivere il passaggio tra prima-dopo, tra vecchio-nuovo, tra certezze e desiderio di espatrio per una maggiore realizzazione. Sono alcuni elementi che Filidoro dissemina qua e là nel libro a dirci che ci troviamo nel Meridione: si parla del vino Aglianico, un vino rosso che viene prodotto principalmente nella zona della Campania, Basilicata e Puglia ed anche il “lampascione” (una variante di cipollotto) è in effetti tipica di quelle zone mediterranee. A rafforzare l’idea che ci si possa trovare in territorio del sud Italia, è il continuo utilizzo dell’accrescitivo “assai” nel linguaggio comune dei tanti personaggi, posto in posizione finale, com’è appunto caratteristico di questa parlata locale, che per alcuni è una vera e propria lingua.

Proprio per l’intreccio intelligente di cui sopra nel quale Filidoro è come se prendesse il bandolo di più matasse e li mischiasse con il risultato di ottenere una massa amorfa di fili difficili da individuare all’occhio se non fosse dal loro diverso colore, questo libro ci immette direttamente in un mondo di provincia del dopoguerra dove si ritrovano molti degli elementi e delle inquietudini della gente di quel periodo: l’essere orfani perché si è perduto il padre in guerra, il non aver avuto mai notizie di proprio marito perché probabilmente deceduto in qualche missione di guerra come avviene alla vecchia Mezzavedova, la novità e il progresso visti sia attraverso nuove e salvifiche introduzioni quali quella della televisione, ma anche per mezzo del mito americano che a sua volta motiva la migrazione in una terra che agli occhi di rozzi provinciali non è altro che la terra promessa.

E’ un romanzo popolare, questo di Filidoro, ma a differenza della letteratura naturalista non si sofferma solo a dipingere il tessuto di una comunità nel suo ambiente, perché va anche ad approfondire che cosa succede nella mente dell’uomo e della collettività quando accade qualcosa d’inaspettato che si configura, quindi, come misterioso. Nel romanzo assistiamo, soprattutto nella seconda parte del libro, ad almeno due eventi che caricano la narrazione d’intrigo e che tengono incollato il lettore alla disperata ricerca della verità. Ma la verità, della quale parlano alcuni personaggi della narrazione, è sempre qualcosa di inafferrabile se non è possibile affidarsi su fatti certi, esperiti direttamente: “In assenza di prova contraria, il plausibile prende con forza il posto del vero, affermandosi senza possibilità di smentita” (225).

Filidoro dà voce a un’intera popolazione tracciandone le caratteristiche che determinano ciascun compaesano agli occhi degli altri con una tecnica denotativa d’impatto, che è quella del soprannome o del nomignolo, trasmettendo al lettore quali sono i veri motori di un mondo provinciale, campagnolo, che sembra essere addormentato e in attesa di qualcosa. La narrazione di Filidoro ricorda la prosa oculata e puntigliosa di Verga e nel riferimento alla migrazione dal sud verso al nord della quale si parla nelle prime pagine con la creazione dello stereotipo terroni/polentoni sembra di sentire Vittorini della Conversazione in Sicilia. E’ una narrazione questa del Nostro che affonda nel culto e nel richiamo della terra, nell’autenticità di legami familiari e religiosi che ancora si conservano in una dimensione corale che, proprio come richiama il titolo del romanzo, Il silenzio della neve, sembra rimanere in fase di latenza e, pur curiosa del mondo nuovo che si prospetta con il progresso o con il mito americano, rimane salda alle sue radici e ritualità. Perché in fondo questo è un romanzo che ha in sé una grande forza del parlato, di quel senso forte di comunità che si realizza attraverso azioni rituali, quasi ridondanti, quali la partita a carte al bar, la preghiera o la frequentazione in Chiesa, la passeggiata o lo spiare non visti dietro le ante delle persiane.

La comunità preserva se stessa e parla di se stessa, si anima, si costruisce e si difende: ne sono testimonianza le tante chiacchiere, supposizioni, dicerie, pregiudizi, voci di rione, attribuzione di nomignoli che si sommano a superstizioni, pensieri che non trovano verifica, idee, paure e continue ricerche di spiegazioni. Filidoro dà la voce a ciascun personaggio, come se si avvicinasse a lui con un microfono e lo lasciasse parlare, proprio perché debbono essere tutte le anime del paese a dire la loro, a costruire quel senso di coesione che solo nell’abbraccio corale della comunità è possibile.

Ed è per questo che il realizzarsi di due fatti eclatanti, da sempre estranei a quel mondo e sonnolento, vengono a significare incomprensione, inquietudine e un arrovellamento continuo degli autoctoni come in un romanzo di Thomas Hardy: l’arrivo di un uomo “misterioso” e l’uccisione di un certo Settedenari che poi, dopo indagine lente e inconcludenti, si scoprirà essere un caso di strozzinaggio locale. Ma in che misura poi un uomo può essere “misterioso”? Il mistero, il fascino misto a paura, è un qualcosa che viene da una nostra suggestione privata di fronte a qualcosa e non è una proprietà intrinseca della cosa stessa. Ed ecco che il nuovo, le introduzioni di ciò che normalmente non è stato fatto, un rituale che si rompe o che si sospende, viene anche ad avere forti connotati di carattere misterico. Si pensi a questo riguardo alla sapienza esoterica di Angelina Sapone che in effetti ha tutte le caratteristiche della vecchia megera profetica e conoscitrice dei destini altrui, una sorta di strega dal karma buono. Come in ogni tradizione che ha una buona origine nel mondo contadino del culto e del lavoro della terra, la religione si pone a metà strada tra devozione e confessione, appoggiandosi sulla stampella della ritualità, della sapienza occulta, della superstizione (si veda le “fatture” della Sapone) e alla credenza nel Male (che è pure di derivazione biblica) ma s-denaturalizzata e usata come motivo di tormento e condanna. Ed è in questo mondo che sembra essere in apnea, respirare solo nei momenti “pubblici” durante lo struscio, in chiesa o in seduta dal barbiere che si galleggia in una ritualità stanca che si perpetua quasi in maniera inconsapevole come motivo di recupero e di difesa di quella memoria contadina, di quel modo di fare e vivere le cose in maniera dicotomica: condivisa, partecipe e (sembrerebbe) entusiasta nei pochi e ripetuti momenti conviviali e dall’altra silenziosa, osservatrice, omertosa e indagatrice anche tra gli stessi compaesani. L’Appuntato, che sarà chiamato ad investigare sul delitto di Settedenari, è anche lui un uomo stanco, poco interessato e quasi indifferente e preferisce mettere in galera il primo che, anche con una schiacciante mancanza di prove, secondo lui potrebbe essere l’assassino. La sua figura produce una leggera reminiscenza nel cervello del lettore del celebre capitano Bellodi che ne Il giorno della civetta veniva chiamato a risolvere un caso intricato di mafia trovando incomprensione, freddezza e gente sempre pronta ad ostacolarlo nelle sue ricerche.

Questo di Filidoro è anche un libro ricco di pillole di saggezza, di riflessioni acute che, se sembrano rasentare l’ordinario, in realtà sono foriere di un pensiero ragionato, introspettivo, filosofico come quando il narratore, con estrema pacatezza e con un buonsenso d’altri tempi, osserva: “Ogni azione, dalla più piccola e insignificante a quella più laboriosa e complessa, un giorno, spesso del tutto imprevedibilmente, è compiuta per l’ultima volta, senza che ci sia la possibilità di fermare nella memoria l’istantanea di questo momento irripetibile, per poter un giorno farlo rivivere nel ricordo” (72).

La ritualità della gente di paese si sposa con la circolarità metereologica: assistiamo a un “caldo cocente del sole pomeridiano di fine luglio” (89) nei primi capitoli che poi nella parte terminale del romanzo lascia il posto a un freddo asciutto dominato dalla coltre candida della neve. Un romanzo popolare, dunque, ma anche un romanzo psicologico e antropologico, che mostra un’attenta disamina da parte dell’autore del legame stretto tra singolo e comunità in una dimensione di provincia che sembra arretrata e conservare i suoi antichi modelli degradati a obsoleti, ma dove l’autore indaga la fitta rete di rapporti tra i paesani, come in un prisma dalle infinite tinte cromatiche. Un romanzo sul silenzio che spesso si cerca e quasi mai si trova e che fa da intervallo tra un prima e un dopo, che esorcizza una pausa o una ricerca di tregua, un silenzio che si fa assordante e deprimente e che si uguaglia al sentimento di morte dove la materialità si dissolve in un fremito di sospensione e leggerezza che amplia il mistero e addolcisce il ricordo: “Il passaggio del vento impetuoso tra gli anfratti della valle sottostante era l’unico suono percepibile, mentre l’ovattato dominio della neve pacificava ogni altro rumore, fino ad avvolgere l’intero paese in un glaciale silenzio” (252).

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

Jesi, 11.03.2013

Sabato 5 Aprile a Firenze la premiazione del 2° Concorso Lett. “Segreti di Pulcinella”

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 Qui si può consultare il verbale della Giuria e i nominativi dei vincitori e dei segnalati:  https://blogletteratura.com/2014/01/21/verbale-di-giuria-del-ii-concorso-letterario-segreti-di-pulcinella/

 

 

Quattro omaggi di Emanuele Marcuccio a F. García Lorca

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OMAGGIO A GARCÍA LORCA[1]
 
 Felce d’azzurro
scrosci di tempesta vespertina,
autunno vaporoso e nodoso,
rammarico dell’ormai svanito,
vita rossa di sangue coagulato,
erpici identici e convessi
in un plotone di fucileria,
schizzi incandescenti trasvolano
per la dura terra,
per un cielo di speranze placate,
di ardente divampamento di luce
a foggia di croce,
verso un punto centrale.
 
  
HOMENAJE A GARCÍA LORCA[2]
 
  Helecho de azúl,
estallidos de tempestad vespertina,
otoño vaporoso y nudoso,
pena de lo despistado ya,
vida roja de sangre coagulada,
arados[3] idénticos y convexos
en un pelotón de fusilería,
salpicaduras candentes sobrevolan
por la dura tierra,
por un ciel de esperanzas aplacadas,
de ardiente brote de luz
en forma de cruz
hacia un punto central.
 
  
 
 
SECONDO OMAGGIO A GARCÍA LORCA[4]
 
 Ali di vaporoso verde,
pettini concentrici
si schiantano nel mare
in rigurgito azzurro.
  
 SEGUNDO HOMENAJE A GARCÍA LORCA[5]
   
Alas de vaporoso verde,
peines concéntricos
se reventan en el mar
en regolfo azúl.
 
 
  
ASSASSINIO
TERZO OMAGGIO A GARCÍA LORCA[6]
   
Putrida vena,
d’un orizzonte disseccato.
I nardi esplorano
il loro chiacchiericcio inconsueto,
e nuvole di fango inondano
coi loro piombi infuocati.
Un’alba azzurra
si stende solitaria
su ambiguo crocevia,
e un riverbero di verde luna
si accende, su occhi di fumo.
 
 
  FUSILAMIENTO[7]
TERCER HOMENAJE A GARCÍA LORCA[8]
  
Podrida vena,
de un horizonte desecado.
Los nardos exploran
sus chácharas insólitas
y nubes de lodo inunadan
con sus plomos de fuego.
Un almanecer azúl
se extiende solitario
en ambigua encrucijada,
y un riverbero de verde luna
se enciende, sobre ojos de humo.
 
 
 
  DISTANZA
QUARTO OMAGGIO A GARCÍA LORCA[9]
  
A strapiombo sul mare
si staglia l’ombra
d’un alga rinsecchita,
l’ombra d’un orizzonte
chimerico.
 
 

DISTANCIA

CUARTO HOMENAJE A GARCÍA LORCA[10]
 
 En desplomo sobre el mar
se recorta una sombra
de una alga resecada,
la sombra de un horizonte
quimérico.
 
 
 

[1] Ispirata alla barbara fucilazione del grande poeta presso Víznar (Granada), avvenuta il 19 agosto 1936. Poesia edita in Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 74.Questi quattro omaggi al grande poeta Federico García Lorca sono scaturiti dopo la lettura di un’antologia delle sue poesie, letta in traduzione italiana. Ho cercato poi di imitare, in maniera personale, il suo stile. [N.d.A.]

[2] Poema ispirado al bárbaro fusilamiento del grande poeta en las cercanías de Víznar (Granada), ocurrido el 19 de agosto del 1936. Este poema ha sido publicado en lengua original en Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 74. La traducción ha sido realizada por Lorenzo Spurio.Estos cuatro homenajes al grande poeta Federico García Lorca han surgido después de la lectura de la antología de sus poemas, leída en traducción italiana. He intentado imitar su estilo, en línea con mi poética personal. [N.d.A.]

[3] Con “arado” se entiende la parte posterior que se junta al tractor y que en tiempos pasados era juntada a los animales para arar la tierra y que tiene su sinónimo en “roturador”. [N.d.T.]
[4] Poesia edita in Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 75.
[5] Poema publicado en lengua original en Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 75. La traducción ha sido realizada por Lorenzo Spurio.
[6] Poesia edita in Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 75.
[7] La más fiel traducción en lengua española del título de esto poema habría sido “Asesinato” o “Homicidio”, pero he intentado guardar el grande impacto emotivo de la lirica, eligiendo “Fusilamiento” o sea el particular tipo de morte que ocurrió al poeta. [N.d.T.]
[8] Poema publicado en lengua original en Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 75. La traducción ha sido realizada por Lorenzo Spurio.
[9] Poesia edita in Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 91.
[10] Poema publicado en lengua original en Marcuccio, Emanuele, Per una strada, SBC, Ravenna, 2009, p. 91. La traducción ha sido realizada por Lorenzo Spurio.

“Il Novecento: il secolo del silenzio” di Ninnj Di Stefano Busà

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Il Novecento è stato il secolo dei dubbi sulla parola. I poeti hanno spesso dubitato sulla forza della parola poetica: dagli Ossi di Seppia con il continuamente citato “Non chiederci la parola” alle litanie nietzschiane di Mariangela Gualtieri di fine millennio in Fuoco centrale: “io non ho abbastanza parole, le parole mi si consumano, io non ho parole che svelino, io non ho parole che riposino… io appartengo all’essere e non lo so dire, non lo so dire”.

L’assenza della parola è direttamente da addebitare alla mancanza di dialogo: tra genitori e figli, tra marito e moglie, tra fratelli, tra parenti e amici, e andando sempre più ad analizzare si avverte una forte carenza di dialogo anche tra le genti, tra i popoli.

È una fenomenologia che investe ogni categoria umana, ci porta inevitabilmente all’isolamento, ci precipita in un solipsismo cupo, ed è davvero inquietante vivere vicino agli altri e qualche volta morire, senza che nessuno se ne accorga.

La vita di oggi tumultuosa e indifferente ci ha resi sterili, anabolizzati e incapaci a intrattenere rapporti sociali, interpersonali.

Viviamo questi anni in una inquietudine che ci respinge dal lato umano e ci proietta su fatti che non ci restituiscono serenità e pacificazione dello spirito.

Siamo distratti, tristemente affrancati da valori, compromessi da rapporti schizofrenici che non ci permettono la comunicazione col nostro prossimo. Vi è una sorta di svilimento nei rapporti con gli altri, perchè si è sperimentato un sistema di vita all’insegna della fretta,dell’indifferenza. Siamo zavorrati da orari di ogni genere, lavoro, studio, figli, sport, che non ci consentono di aprire l’anima alla luce, respirare un volontario atto di clemenza, di buona volontà.

Restiamo inchiodati al nostro perimetro di spazio/temporale, senza levare lo sguardo al vicino, al più bisognoso, all’indigente.

In un tale contesto è difficile il rapporto con gli altri, anche perché ci porta a rinchiuderci in noi stessi, ad avvalorare l’ansia e l’indignazione per il bilancio del ns. esistente sfibrato, frantumato.

L’inquietudine spesso ci divora, ci disorienta.

E’ bene fermarsi, riflettere, riprendere a camminare con la schiena dritta, fortemente intenzionati a cambiare: direzione, azioni e comportamenti della nostra vita che ci umiliano.

Non è mai troppo tardi per iniziare un percorso a ritroso che ci permetta di ritrovare noi stessi, l’umanesimo che ci ha abbandonati e contare sulle nostre forze per migliorare lo stato della nostra umanità compromessa, fortemente degradata e delusa nella coscienza dell’essere, che è divenuta un bussolotto-contenitore, di molte nequizie, inadempienze e contraddizioni.     

 

NINNJ DI STEFANO BUSA’ 

 

Iuri Lombardi su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

        La cucina arancione: quando la de-costruzione diventa un atto di verità

Di IURI LOMBARDI

 

 

cover_frontLa cucina arancione, la raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita nel 2013 da Tracce per la meta edizioni, oltre ad essere un libro interessante, pieno di spunti e di riferimenti, oltre ad essere una netta e chiara (inequivocabile) indagine di un mondo minuto, emarginato, nascosto, che alberga in noi oltre che ai margini prestabiliti dal sociale, è sopratutto un’opera post-moderna in cui Lorenzo (anche in questo caso chiamo per nome lo scrittore perché gli sono amico) si colloca a pieno in un filone preciso della letteratura contemporanea (a mio avviso l’unica possibile): quella del post-moderno. Filone che se in apparenza un critico può nutrire perplessità nel definirlo, ha tuttavia dei connotati precisi che di seguito vorrei esprimere in termini storiografici.

In primo luogo, la caratteristica principale del post-moderno è sicuramente la de-costruzione di ogni classica funzione che per secoli ha avuto la letteratura. E in primo piano, la de-costruzione del classico (de-mode e anti-storico) mette in luce non solo un mutamento di rotta sulla lingua (non più conservatrice), non solo nello stile, che diventa per forza di cose un catalizzatore di eventi linguistici e ipertestuali, ma compie una rivoluzione – e consentitemi di affermare gobettiana- nel porre come protagonista della propria storia l’emarginato, il prossimo del quotidiano, volendo l’uomo medio gonfio di solitudine e di paranoie, di paure e di fobie.

Questa è in primo luogo la caratteristica della Cucina arancione. Un libro rivoluzionario – in termini, ripeto, gobettiani della parola- che mai come adesso nel panorama editoriale italiano s’era visto. Infatti, in luce di quanto sostenuto sino ad ora, l’opera di Spurio è una indagine diretta, quasi un punto di osservazione continuo, una sequenza di storie apparentemente lontane dalla normalità che quasi al lettore medio creano scandalo.

Lorenzo si cala nei panni di un viaggiatore di un mondo sconosciuto, da noi tutto saputo ma celato per timore del pregiudizio, in cui lui stesso da scrittore è costretto, vuoi per piacere della scrittura, vuoi perché curioso, a narrarci questa realtà costituita solo da muri, da alte saracinesche di paure e fobie, di paranoie e di ripetizioni. Ripetizioni di gesti, di riti quotidiani che andando ad oggettivare la materia d’indagine diventano interessanti spunti su di un contesto o più contesti sommersi alla maggioranza delle persone. E la ripetizione dei gesti, delle paure che si rinnovano regolarmente in un tempo x sono parte integrante di una nostra forma mentis che il più delle volte allontaniamo da noi per paura. L’indagine di Spurio (notevole critico letterario e studioso di un certo tipo di letteratura psicologica) fonda sulla ripetizione la propria poetica, quasi avesse assorbito in pieno e in modo positivo e costruttivo la lezione dei funzionalisti francesi, in particolare di Deleuze e Derrida. Infatti tra le righe della cucina arancione si possono cogliere una serie di spunti che legano, volente o non, la narrativa alla questione del linguaggio psicanalitico. E questo viene fuori, emerge come un relitto dalle acque profonde del mare, quasi portato a galla dalle correnti di una volontà remota, non solo nei contenuti (in cui il protagonista è l’anti-eroe), ma in particolare nella lingua.

Una lingua che nell’atto della descrizione si fa distante e riesce ad oggettivare la cosa narrata quasi come se l’autore non volesse intaccare l’oggetto conferito con la propria emozione o personalità. Esperimento questo che somiglia molto alla lezione del romanzo scientifico dei naturalisti francesi, del Verga e del Capuana per un contesto agreste e italiano, per il teatro somigliante all’epicità di Brecht.

In altre parole, si tratta di una lingua diretta, senza inflessioni emotive, che racconta il narrato con scientificità e rigore assoluto, dando al lettore la possibilità di interagire all’interno della storia come figura protagonista. Figura che ha il compito di ultimare il racconto attraverso una riflessione che trova con l’ipertestualità del testo una propria alchimia. E questo è tipico del post-moderno.

 

Altro aspetto, direi non marginale, è il discorso dello spazio/tempo come nel racconto Jonny, in cui una realtà cela e si sovrappone ad un altra, per cui il tempo e lo spazio diventano un disegno teatrale, drammatico della nostra vita. Spazio/ tempo che si annida e si esplicita in più tempi e in più spazi attraverso riti quotidiani, paure, cose non dette. Questo aspetto svela in Spurio una cultura sociologica del vedere la letteratura, nello specifico la narrativa, in cui il pensiero di Durkheim[1] e di Debord[2] trapela come interrogativo mai risolto sul nostro tempo.

Quel senso di morte (fisica e simbolica) che si respira in Durkheim pare lambire, albergare nei personaggi della Cucina arancione, come se la vita di questi si alimentasse di uno spazio/tempo proprio, fosse costellata di suicidi violenti sia verbali che fisici. Si tratta in sostanza, di attentati verso il proprio essere continui che pare non trovino soluzione.

In secondo luogo, il contesto calato in un contesto altrettanto drammatico, allude o può ricordare la famosa società dello spettacolo di Debord, in cui l’idea dell’altro e della propria persona è minacciata dall’equivoco costante e continuo dei giornali e delle immagini. Ed eccoci al punto: la cucina arancione, pur essendo un libro di racconti, è una sequenza di scene drammatiche in cui la realtà di noi tutti trova il suo naturale palcoscenico. Si tratta di una scena dolorosa, piena di traumi e paure, di muri invalicabili, in cui l’osceno non avendo più pudore di sorta (e dico in termini letterari giustamente) balza in primo piano facendo dell’opera un teatro alla Artaud[3]. Si tratta della narrativa del crudele: dello svelamento della verità. Di una verità dolorosa, antipatica, sofferente che alberga nell’uomo, ad ogni livello o estrazione sociale, che fa della vita una esistenza ferita[4].

 

27.02.2014

                                                                                   Iuri Lombardi


[1]Durkheim, Il suicidio, Bur, 2013

[2]Debord, la società dello spettacolo, Baldini e Castoldi, 2011

[3]Artaud, il teatro e il suo doppio, Einaudi, 2000

[4]Moravia, l’esistenza ferita, Feltrinelli, 1999

Grande successo per la premiazione del Concorso Lett. “Nuovi occhi sul Mugello”

Copertina Antologia

Un Grande successo, quello  del 22 Febbraio 2014 che ha visto protagonista il Mugello (laboratorio millenario di cultura) e la sensibilizzazione verso quelle realtà in difficoltà. Il Concorso Letterario Nazionale “Nuovi occhi sul Mugello”, è nato per amore e solo per amore, e ha visto la partecipazione di quasi 50 autori (tra scrittori e poeti di tutta Italia.
Alla sua prima edizione, ha trovato ampio riscontro e nota sono le numerose persone accorse, le istituzioni regionali: Dr Eugenio Giani (presidente del consiglio di Firenze e consigliere regionale), gli enti pubblici: Avis Mugello (Borgo S. Lorenzo, Scarperia, S.Piero e Vicchio), Unione Comuni Mugello, Pro Loco e comune di Vicchio, (ove la cerimonia ha avuto luogo)  e i privati, che hanno con il loro calore e attenzione contribuito a patrocinare il tutto.
Il concorso è stato ideato e organizzato da Serena Latini (Pres. del Premio) e Annamaria Pecoraro (direttore artistico e della rivista on line Deliri Progressivi: progetto di promozione artistico – culturale).

Le opere degli autori selezionati come vincitori e meritevoli sono state pubblicate in un’antologia e lo stesso ricavato sarà donato a Casa Cristina, la casa alloggio per donne disagiate realizzata dall’associazione “Il granello di sale” con sede a Ronta – Borgo San Lorenzo (FI). Nel corso della premiazione la Presidente dell’Associazione Francesca Lippi  ha ricevuto una donazione di 457,64 euro. Presenti  erano anche le stesse donne ospitate nella casa  tra cui Seble (senegalese) con il suo piccolo Raphi.

La sala era gremita e non è stato facile trovare un posto a sedere.

Ecco le opere vincitrici
sez. Prosa:
Francesca Montomoli- Dolci colline
Roberto Bruno- Mi presento: sono il Mugello
Rita Brandinu- Lettera alla mia amica Sieve
Sez. Poesia:
Giovanni Mulé- Mugello mandorla di luce
Mario Rizzo- Grida nel Mugello
Oliviero Angelo Fuina- Lago di Bilancino

Le Letture sono state di Giuseppe Lorin (Accademia di Arte Drammatica Silvio d’Amico) con relativo accompagnamento musicale a cura di: Alessandro Moschini, Gloria Vettori  e i mugellani Francesco Fuligni e Giacomo Tagliaferri.

Emozionante è stato anche l’intervento di Silvia Beatriz Cecchi, argentina di origini mugellane che ha parlato del suo libro “Tres baules”, alla 3° ristampa nel suo Paese, arrivata appositamente per il concorso dall’Argentina  e la lettura della lettera dell’Ambasciatore Torcuato di Tella Embajada de la República Argentina en Italia scritta in occasione di tale manifestazione.
Silvia Cecchi, ha ottenuto una menzione d’onore per il suo libro che racconta gli insegnamenti di sua nonna Rachele, mugellana, e dell’amore per il suo territorio trasmesso interamente alla nipote.

La Giuria del Premio era composta da: Annamaria Vezio, Michela Zanarella, Elena Leica, Alessandro Bellomarini, Cristina Cherici Masini,Serena Latini, Annamaria Pecoraro, Lorenzo Spurio, Alessandra Prospero.

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Hanno  partecipato all’evento  Dr. Adriano Gasparrini (Direttore Responsabile del Museo Villa Pecori Giraldi e exbibliotecario di Borgo S.Lorenzo), Gastone Cappelloni (Poeta), Patrizio Pacioni (Scrittore, Blogger, Drammaturgo), Nino Castorina (Poeta- Cantore) che insieme a Massimo Rotundo, hanno donato una video poesia al vincitore 1 classificato sez. poesia.

Hanno aderito e promosso questa iniziativa: Il Fiorino” eventi e manifestazioni, “il Mio Giornale” (www.ilmiogiornale.org), Ass.”Il Granello di Sale”, Ass. Culturale “Ali Menti”, “Deliri Progressivi“ (www.deliriprogressivi.com; rivista on line di promozione eventi culturali e musicali), Rivista Letteraria “Euterpe” (www.rivista-euterpe.blogspot.com),“B&B MammaSerena”, “Visit Mugello”,”Nuovo Bar Dei Vicari (Scarperia),”Mugello senza glutine” (BorgoS.Lorenzo), Photo Club Mugello, “Apicultura Bandini e Claudi”,“Frammenti di Toscana”, “Eventi Toscana”,“Idea Toscana Prima Spremitura”, “Forno Fioravanti & C.”,”Fattoria di Bricciana” (Vicchio), G.Calamassi

Lettera Ambasciata

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Il Galletto in vendita da Sabato 1 Mar 2014

XVII Edizione “Premio Nazionale di Poesia Mimesis”

Indetto da Associazione Culturale Teatrale

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in collaborazione con

 Provincia di Latina

Comune di Itri – Ass. alla Cultura

Casa Editrice “ Rupe Mutevole”

 

 

Il concorso si articola in due sezioni:

 

A) Poesia inedita ( che non abbia mai avuto pubblicazione con codice ISBN)

B) Poesia edita

 

Si può partecipare con un massimo di tre liriche per ciascuna sezione, a tema libero.

 La giuria del Premio Mimesis composta da: Valentino Zeichen (Presidente), Nunzio Buono,  Sheiba Cantarano, Alessandro D’Agostini, Nazario Pardini, Abner Rossi, Lorenzo Spurio, Maria Grazia Vai, Vittorio Verducci

Selezionerà:

a) per la sezione A – poesia inedita, dodici finalisti tra i quali i tre vincitori

b) per la sezione B  – poesia edita, tre vincitori.

 Eventuali segnalazioni di merito sono a discrezione della giuria il cui giudizio è insindacabile.

 

Tutte le  liriche selezionate saranno pubblicate in un’antologia con codice ISBN edita dalla Casa Editrice “Rupe Mutevole” senza oneri per i poeti.

Sarà cura dell’Associazione avvisare per tempo i poeti finalisti e vincitori tramite mail e telefono.

I concorrenti autorizzano L’Associazione Mimesis, senza nulla a pretendere, a pubblicare le liriche sia nell’antologia del Premio che nel sito internet, pur mantenendone tutti i diritti.

La scadenza del bando è il 27 maggio 2014.

La serata di premiazione si terrà venerdì 22 agosto alle ore 21,00 nel Castello medievale del Comune di Itri (LT). Le liriche finaliste e vincitrici saranno recitate con il commento musicale di musicisti di grande rilievo, nel corso di uno spettacolo con la direzione artistica di Patrizia Stefanelli e con la partecipazione degli OAK & ALLCOCK.

Tutti i poeti presenti, saranno presentati al pubblico in una breve intervista.

 

 

Premi

sezione A

1° classificato: Contratto editoriale offerto dalla Casa Editrice “Rupe Mutevole” che prevede la pubblicazione di una silloge di max 60 poesie in 300 copie  a titolo totalmente gratuito. Targa, 10 copie dell’antologia e pergamena con motivazione

 

2° classificato: 200 euro, targa, 10 copie dell’antologia e pergamena con motivazione

 

3° classificato: Targa, 10 copie dell’antologia e pergamena con motivazione

 

sezione B

1° classificato: 500 € offerti dal Comune di Itri, targa, 10 copie dell’antologia e  pergamena con motivazione

 

2° classificato: 200 euro, 10 copie dell’antologia e  pergamena con motivazione

 

3° classificato: Targa, 10 copie dell’antologia e pergamena con motivazione

 

Una giuria di giornalisti ed editori assegnerà in estemporanea, durante la serata di premiazione, tra tutte le poesie in antologia, un ulteriore riconoscimento: Il “Premio speciale stampa”Trofeo I. P. LA C. insieme per la cultura  alla poesia di maggior impatto comunicativo.

 

Per i premi in danaro non sono previste deleghe.

Tutti i finalisti presenti riceveranno 5 copie dell’antologia e pergamena di merito

Le liriche dovranno essere inviate in formato word.doc  con carattere Times New Roman carattere 12, con l’indicazione della sezione alla quale partecipano, al seguente indirizzo e-mail: info@associazionemimesis.com.

Contestualmente all’invio delle liriche, in allegato a parte, ciascun autore dovrà specificare: il titolo delle opere inviate, il proprio nome, cognome, indirizzo, recapito telefonico, indirizzo e-mail, breve curriculum, dichiarazione della paternità dell’opera e l’attestazione dell’avvenuto pagamento della quota di partecipazione. L’autore dovrà autorizzare il trattamento dei dati personali secondo il Decreto legislativo 30 giugno 2003, n.196.

Saranno avvisati tempestivamente, soltanto i 12 finalisti e i tre vincitori delle due sezioni. Altre notizie e classifiche saranno reperibili nel sito dell’associazione Mimesis.

 

In via eccezionale, per coloro che non potessero inviare on line, le liriche potranno essere spedite, in unica copia con dati per la segreteria in calce e breve biografia  all’indirizzo: Patrizia Stefanelli Contrada Campanaro 33- 04020 Itri (LT) . In tal caso farà fede il timbro postale.

La partecipazione al premio prevede una quota di iscrizione di 10 euro per ciascuna sezione  da inviare con le seguenti modalità:

– vaglia postale indirizzato a : Patrizia Stefanelli, Contrada Campanaro 33, 04020 Itri (LT)

– ricarica postepay al n.°4023600622162693 intestata a Nicola Maggiarra

– tramite Paypal all’indirizzo info@associazionemimesis.com

–  bonifico bancario verso: Associazione Culturale Teatrale Mimesis-Itri IBAN IT 04 N 01030 74000 000000658870 MPS filiale di Itri (LT)

– in contanti (esclusivamente per chi invia il cartaceo).

Ulteriori notizie su www.associazionemimesis.com e sulla pagina facebook di “Premio Nazionale Mimesis” di poesia

 Numeri telefonici di riferimento: 3397263226 (Presidente Associazione Mimesis – Prof. Nicola Maggiarra) -3475243092 (Vice Presidente di Mimesis – Dott.ssa Patrizia Stefanelli)

 

La segreteria del Premio

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