Lorenzo Spurio intervista Michela Zanarella, autrice di “Meditazioni al femminile”

Intervista a MICHELA ZANARELLA

Autrice di MEDITAZIONI AL FEMMINILE

SANGEL EDIZIONI, CORTONA, 2012

Isbn: 978 8897040750

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

MZ: Meditazioni al femminile può sembrare un titolo rivolto a un pubblico prettamente femminile, ma non è assolutamente il caso di questa raccolta poetica, che vuole essere messaggio universale  nel nome dell’amore non solo sacro ma anche profano, secondo riflessioni maschili e femminili. Ho scelto di raccontare in versi la mia figura di donna, svelando la  mia identità in modo spontaneo e sincero. Nel libro ho espresso sensazioni ed emozioni che vanno a toccare il senso della vita ed il nostro essere nel cosmo.

 LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

MZ: Il libro è molto autobiografico, non è un caso che io parli degli affetti più cari, della mia terra, delle esperienze che ho vissuto, dei poeti che amo, indirettamente c’è sempre una traccia di me in ciò che scrivo. La letteratura serve a raccontare se stessi, a raccontare situazioni comuni, realtà che appartengono un po’ a chiunque. Già i grandi della letteratura, prendiamo ad esempio Dante, nella sua commedia “divina” introduce un filo sottile per raccontare tutta la sua esperienza terrena, mettendo a nudo la sua anima, con vicissitudini politiche e carnali, così come il Manzoni nei “Promessi Sposi” ha tirato in ballo il suocero.

 LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MZ: Amo Alda Merini e Pier Paolo Pasolini, sono due figure che hanno segnato il mio percorso di scrittura. Vivo a Monteverde, il quartiere in cui Pier Paolo ha vissuto ed ha ambientato Ragazzi di vita. Ripercorrere quotidianamente le strade dove anche lui è stato, mi porta ad essere ancora più legata alla sua figura, lo considero l’ intellettuale del sociale.  E’ comunque una mia ispirazione l’opera di Henry James, alla quale ancora tutti attingono per la letteratura e il cinema moderno. Logicamente Baudelaire, Rimbaud, Verlaine sono gli angeli custodi della mia penna.

 LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

 MZ: Il libro che più amo è Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, perchè la sua scrittura è visiva, riesce a coinvolgermi e mi fa vedere le situazioni descritte dall’autore. Ambisco ad una scrittura del genere.

 LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

MZ: Alda Merini, Pier Paolo Pasolini, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Quasimodo, Ungaretti. Amo leggere anche molti poeti esordienti.

 LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

MZ: Ho pubblicato sei raccolte di poesia e una raccolta di racconti. Credo ed. MeEdusa nel 2006, Risvegli ed. Nuovi Poeti nel 2008, Vita, infinito, paradisi ed. Stravagario nel 2009, Convivendo con le nuvole ed. GDS nel 2009, Sensualità Sangel Edizioni nel 2011, Meditazioni al femminile Sangel Edizioni nel 2012. Ho pubblicato la silloge Una farfalla in volo nel libro Creare Mondi edito da Fara Editore nel 2011. Credo ha segnato il mio ingresso nel mondo della poesia, la scrittura in versi è molto semplice, dettata dall’istinto. Risvegli è una raccolta intrisa di ricordi, la considero molto descrittiva, meno acerba rispetto al primo volume. Vita, infinito, paradisi è un libro a cui tengo molto, le poesie sono quasi tutte vincitrici di premi letterari e lo considero un volume di qualità. Convivendo con le nuvole è una raccolta di brevi racconti, ha avuto una buona diffusione nel web e devo ammettere che mettermi alla prova in narrativa è stato stimolante. Sensualità è un libro di poesie d’amore, tutto rivolto ai sentimenti. Meditazioni al femminile è un volume di maturazione dello stile e di forte intensità per il contenuto. Sono presente in quasi cento antologie poetiche e spero di continuare a pubblicare. In questi giorni ho terminato il mio primo romanzo.

  LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MZ: Ho seguito dei corsi di scrittura creativa per affinare lo stile e per migliorare il linguaggio. Conoscere la lingua italiana è fondamentale e studiare non è mai abbastanza. Ho scritto solo qualche poesia a quattro mani, può risultare stimolante per un confronto diretto, ma preferisco comunque gestire in modo autonomo la mia ispirazione. Sono una solitaria in scrittura.

 LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

MZ: Mi auguro che la mia opera sia adatta a chiunque, anche se so che in genere la poesia è apprezzata maggiormente da chi ne è realmente appassionato.

 LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MZ: L’editoria italiana è molto vasta, ci sono tante possibilità, bisogna saper valutare bene a chi affidare la propria opera. Personalmente ho cambiato diversi editori, con tutti però ho mantenuto un rapporto di rispetto e di  fiducia. Non è solo l’editore a determinare il “successo” di un libro, conta molto l’impegno dell’autore stesso. Sapersi promuovere nel mondo editoriale è sicuramente un vantaggio.

 LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 MZ: I premi e i riconoscimenti sono importanti, ottenere dei buoni risultati nei concorsi letterari può sicuramente dare una diversa visibilità.

 LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MZ: Il confronto con gli altri autori è un ottimo metodo per valutare e comprendere le proprie capacità. Tutto è utile per migliorare.

 LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MZ: Sicuramente chi scrive apprende o fa riferimento a qualcosa di già noto ed esistente, l’abilità di un autore sta nel saper rendere originale ciò che propone.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Jesi, 14/08/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“I racconti poetici del lume della lampada” di Orazio Labbate, recensione a cura di Lorenzo Spurio

I racconti poetici del lume della lampada

di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012 – Collana Ardeur

ISBN: 978-88-95881-27-0

Numero di pagine: 66

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Con precisione infinita modelli l’illusione di

chi si dissolve nella materialità di un pezzo

di felicità, ma con imprecisione nullifichi la

tua superbia quando l’intelletto squarcia la

fragilità del non esistere.

(in “L’amore”, p. 19)

Non ho ben capito quale sia il percorso che Orazio Labbate ci inviti  a intraprendere attraverso la lettura di Racconti poetici del  lume della lampada. Ho notato, infatti, che non siamo in presenza di una poetica chiara e definita, ma che il poeta cambia vesti poesia dopo poesia. Il titolo può trarre in inganno: non si tratta di narrativa, non ci sono racconti. Ambigua e difficilmente comprensibile anche l’accezione di “racconti poetici”: un testo o è una poesia o è un racconto. E’ vero che la letteratura ha dato chiara voce anche a esperimenti letterari “di mezzo” tra l’uno e l’altro genere – il frammentismo di Clemente Rebora o la prosa poetica di Dino Campana- ma è difficile poter inserire uno scrittore contemporaneo in correnti come queste.

Condivido pienamente il messaggio contenuto dall’autore nella sua introduzione nella quale si fa riferimento al fatto che questa raccolta poetica è “malata” (p. 5). La malattia a detta di Orazio Labbate si manifesterebbe nell’ampia sequela di componimenti visionari che danno voce a mondi irreali, macabri e colmi di incubi. Aggiungerei che la degenerazione (la malattia) è altresì riscontrabile nella forma o, piuttosto, nella mancanza di forma delle liriche. Le parole –siano essi aggettivi, nomi o verbi- si susseguono velocemente nei vari versi in maniera inconsueta, anomala. Difficile individuare un senso di queste poesie ma credo che dietro l’intero progetto ci sia proprio l’espressa volontà del poeta di “narrare poesie” sconclusionate, disorganizzate, atematiche, ridondanti forse per dar espressione alla componente onirica ed esistenzialista dell’essere. Il motivo per quale lo fa però, non mi è chiaro.

Mi dispiace che scrivendo questa breve recensione non abbia colto l’invito del poeta che nella prefazione dice testualmente: “Invito solo coloro che si cimenteranno in/ un’interpretazione a non interpretare” (p. 7). E’ impossibile leggere un libro –qualsiasi tipo di libro- senza interpretarlo. La nostra interpretazione può avvenire mentalmente, può esser messa per iscritto o no, ma ad ogni modo la lettura di ciascun testo ci permette di ragionare su qualcosa, di capire meglio una realtà, di affrontarla da un’altra prospettiva o ci dà appunto la possibilità di interpretarla. Trovo che le poesie qui contenute possono essere interpretare in infinite maniere dato che non ne ravviso dei fili conduttori, delle tematiche centrali, dei punti di partenza chiari.

Credo che i lettori quotidiani si siano ormai abbastanza stancati di testi pieni di controsensi, voli pindarici senza meta, nonsense, costruzioni articolate prive di senso o impiegate solo per crear stridore nel lettore. Il lettore, che legge tutto con attenzione e formula una sua interpretazione, positiva o negativa che sia, è tutt’altro che “malato” e, nella maggior parte dei casi, è sempre più lucido e “sano” dello scrittore stesso. Invito coloro che hanno intenzione di leggere questo libro, a cavarne una propria lettura. Questo, in fondo, è il senso della letteratura –high o low che sia- e della condivisione d’idee attraverso lo scritto.

Questa è la mia interpretazione.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

Chi è l’autore?

Orazio Labbate è nato a Mazzarino (CL) nel 1985 ma ha vissuto a Butera (CL) sin dall’infanzia. Ha conseguito la maturità con il massimo dei voti presso il Liceo Classico Eschilo di Gela e la laurea in Scienze Giuridiche presso l’università Bocconi di Milano. I suoi “profondi maestri notturni e letterati” sono W.S. Burroughs, Umberto Eco, Jack London, José Saramago, Gogol, Bukowski, Baudelaire, Lovecraft e molti altri. La sua poetica non è ascrivibile ad una corrente precisa o a un genere catalogabile, lui suole definirla “malata e affetta da cancro notturno”. E’ pervasa da una sorta di costante apprensione simile all’indefinibile sensazione di chi non distingue la veglia dall’incubo.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ora so cosa rispondere” di Sara Bellagio, recensione di Lorenzo Spurio

Ora so cosa rispondere

di Sara Bellagio

Albatros Editore, Roma, 2011

ISBN: 978-88-567-4073-8

Numero di pagine: 107

Costo: 14,90 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Il tempo si doveva fermare in questo istante, era tutto perfetto poi non sarebbe più stato lo stesso. Quell’istante ha cambiato tutta la mia vita, me stessa, il mio rapporto con il mio corpo e con gli altri. E’ bastato solo un istante per stravolgere tutto. Un unico lungo istante. (p. 85).

 

Ora so cosa rispondere è un libro passionale, che va al fondo delle emozioni di Anna, la protagonista, che potrebbe essere riflesso di ciascuna donna dei nostri tempi. La narrazione si apre con un fatto amaro e sconcertante: l’incidente stradale di Marc, l’uomo che tempo prima la donna aveva amato. In questa occasione subito si precipita in ospedale dove trova i parenti di Marc, tutti speranzosi che il ragazzo si riprenda dal coma e guarisca. Le condizioni di Marc miglioreranno e si salverà, ma di questo verremo a conoscenza solo al termine del romanzo.

La parte iniziale del romanzo è giocato su di una doppia scrittura che prevede due livelli temporali diversi: il presente della routine noiosa di Anna e il suo passato – la relazione d’amore vissuta con Marc. In questo percorso conosciamo anche altri personaggi come ad esempio i genitori di Anna, ma forse il personaggio più interessante è quello di Pam, l’amica fraterna-confidente di Anna. Seguiamo le due ragazze per la via della città durante le loro passeggiate per lo shopping e in questo mondo frivolo dove l’autrice non fa che sottolineare l’importanza che per Anna rivestono trucchi, vestiari, tacchi alti, regali e shopping. Ossia l’importanza adolescenziale, immatura, volta al lato narcisistico e materiale dell’essere.

Le cose cambiano, però, quando Anna conosce e si innamora di Marc, un ragazzo affascinante, fotografo, sempre impegnato in giro per il mondo per il suo lavoro. Tra di loro scocca la scintilla ma la ragazza –sulla scia di una tradizione melensa e sdolcinata della letteratura- vive la nuova relazione in maniera molto diversa dal ragazzo che, invece, pur essendo coinvolto dalla ragazza, continua a dare il giusto peso ai suoi interessi e al suo lavoro. Anna, invece, si lascia travolgere da questa passione e seguirà Marc accompagnandolo anche nei suoi spostamenti all’estero, come durante il viaggio a Dubai. E’ proprio lì, però, che nascono le prime frizioni: la ragazza comincia a parlare di matrimonio, famiglia, di futuro mentre per il ragazzo sembra esistere solo la sua amata fotografia. Ogni altra cosa, pur non rifiutandola a priori, la considera come precoce.

Il romanzo utilizza un linguaggio semplice, diretto e asciutto che è facilmente fruibile a tutti. Si evidenzia qua e là qualche periodo claudicante a causa di una punteggiatura approssimativa e, nel complesso, la trama è abbastanza semplice, prevedibile, in alcuni tratti addirittura ai limiti del realistico.

Quando Anna scoprirà di essere incinta, i due ragazzi finiranno per separarsi e questo momento vissuto in maniera sofferta da parte di Anna, la condurrà a perdere il bambino.

L’incidente di Marc, la notizia con la quale si apre il romanzo, è proprio il luogo/momento dell’incontro dei due dopo un anno di distanza dopo i vari avvenimenti accaduti. Il tempo ha operato un cambiamento in entrambi, i personaggi sono chiaramente cresciuti e più maturi; Sara Bellagio ci consegna due explicit, entrambi plausibili, senza fornirci una conclusione unica. Al lettore sta scegliere come finire la storia. Ecco, appunto il significato del titolo. Anna si mostrerà remissiva e di aver lasciato completamente il passato alle spalle, pronta a inaugurare una nuova vita oppure, debole e ferita del trascorso precedente, sarà decisa nel non dare una possibilità a Marc? Leggete questo libro in modo che poi potrete dire: “Ora so cosa rispondere”.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Curatore Blog Letteratura e Cultura

 

12/08/2012

 

Chi è l’autore?

Sara Bellagio è uno pseudonimo. E’ una giovane scrittrice alla sua prima esperienza letteraria. Vive in una piccola cittadina del nord Italia dove lavora nell’ambito finanziario.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

 

 

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Annamaria Pecoraro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione a cura di Luciano Domenighini

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti

Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Annamaria Pecoraro

 

Emanuele è un poeta “ribelle” (59), che usa la poesia come strumento di dialogo intimo verso Dio (66), e come lama sottile per colpire la grettezza politica che usa lo “Stato”, impoverendolo (19,37, 72). La poesia è arma che disarma (41, 46, 51), che attraversa il dolore e diventa musica (36, 57), follia (45), ricerca (22, 27, 75), amore (24, 62), “trasfigurazione” ed “ispirazione” di sogni (64). Via che alimenta i progetto quotidiani, diventando memoria di ciò che realmente dovremmo essere. Riscoprendo archetipi classici, che vedono la donna, nelle vesti di Elettra e dell’ uomo giusto in Oreste, e non nei tanti Egisto, che purtroppo, ghettizzano e mortificano la condizione dell’ essere umano (39). Emanuele cammina trovando nel dialogo e nell’essere “fanciullo” (11, 30, 34), la forza di osare e dire al mondo quanto meraviglioso sia emozionarsi (27), e coltivare valori che testimoniano il dono della vita. La radice della cultura (18), sta nel non aver paura di essere sé stessi, senza pretese di giudizio (23) o di ottenere onori, ma di non essere stanchi di arricchirsi nella diversità che ci circonda, trovando anche nel silenzio (47), l’intesa e il vigore di scegliere difendendo anche la propria origine (20, 38). Ottantotto aforismi tutti da gustare e da portare come propositi attivi nel nostro status vivendi.  

 

a cura di Annamaria Pecoraro

 

6 agosto 2012

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE E DELL’AUTORE DEL TESTO.

“Fortuna, il buco delle vite” di Jolanda Buccella

Fortuna, il buco delle vite

di Jolanda Buccella

Ciesse Edizioni, 2012 – Collana Green

Genere: narrativa 

Isbn cartaceo 978- 8866600442 / Isbn e-book 978-886600459  978886600459

Pagine:  592

Costo: 22 € (cartaceo) / 8 € (e-book)

Fortuna è una donna dal passato difficile, anzi dai passati difficili, perché a differenza degli altri si può affermare con certezza che lei abbia vissuto tre vite completamente diverse l’una dalle altre. La sua prima vita iniziò un lontano giugno degli anni 50’ in uno sperduto paesino del profondo sud dell’Italia. Allora si chiamava J. Rizzutelli aveva i capelli rossi come l’inferno e un bel buco sulla schiena che la sua famiglia, per ignoranza, aveva soprannominato il buco della vita. Sin dai suoi primi mesi di vita la piccola J. fu costretta a combattere contro i pregiudizi della gente che la considerava una creatura figlia del diavolo e l’ostilità di sua madre Anita, una bellissima ex ballerina che non riusciva ad accettare l’idea che il suo corpo dalle linee perfette avesse partorito una figlia storpia. L’infanzia della bambina sarebbe stata un calvario se al suo fianco non avesse avuto Umberta Prima Rizzutelli, l’amatissima nonna paterna, una donna vivace e spregiudicata che le faceva vedere il mondo alla sua portata e la incoraggiava a sfidare i suoi limiti fisici. Gli anni felici passarono velocemente e all’improvviso la signora Rizzutelli fu colpita da un male sconosciuto che in pochi mesi la condusse alla morte. La scomparsa della nonna fece crollare il mondo di certezze della piccola J. che si rivelò un essere completamente fragile e indifeso, al cospetto di un mondo che vedeva soltanto la sua diversità. La ragazzina trascorse tutta l’adolescenza facendosi del male prima con dei digiuni spietati e poi con delle abbuffate senza controllo. Soltanto la fine delle scuole superiori e il desiderio di frequentare l’Università per diventare giornalista, le diedero la forza per dare un po’ di tregua al suo corpo sempre più provato. Ma il destino continuò ad accanirsi in modo spietato con lei, dopo aver superato brillantemente venti esami alla facoltà di Scienze Politiche la sua carriera universitaria s’interruppe bruscamente. La delusione fu talmente forte che da quel momento in poi J. decise di chiudersi per sempre in casa. Ormai era completamente rassegnata quando, un giorno, la telefonata di una persona che era stata molto importante nella sua prima infanzia, la spinse a reagire e a mettere fine alla sua reclusione. Doveva dare un taglio netto col passato perciò decise di fuggire di casa, mettendo così fine alla sua prima vita. Arrivò a Roma dopo un lungo viaggio in treno, felice e completamente sicura che nella Capitale avrebbe finalmente trovato quel briciolo di felicità che le spettava di diritto. Affittò una graziosa cameretta in una pensione e cominciò subito a cercare un lavoro, trascorse giornate intere su e giù per le strade della città per presentarsi puntuale ai colloqui che fissava tramite telefono, ma a qualcuno bastava semplicemente vederla muoversi per sbatterle la porta in faccia. Dopo qualche giorno i pochi risparmi che aveva finirono, così fu costretta a lasciare la pensione e a trascorrere la sua prima notte per strada. Su una panchina poco lontano dalla stazione Termini, incontrò un vecchio barbone muto che le offrì il suo cappotto per proteggersi dal freddo della notte e la mattina dopo lo ritrovò ancora accanto a sé. L’uomo, che probabilmente aveva intuito la sua situazione disperata, la pregò di seguirlo e così la portò a “casa sua” un vecchio edificio abbandonato su una delle tante rive del fiume Tevere. Il vecchio edificio era abitato da un gruppo di barboni che all’inizio non accettò di buon grado la sua presenza. Erano tutti ostili nei suoi confronti e le facevano dei dispetti che avrebbero fatto perdere la pazienza a chiunque, ma J. cercò di essere forte e sopportare tutto, perché non aveva altra scelta se non quella di trascorrere un lungo e freddo inverno, gettata per strada come tanti altri poveri disgraziati. La tenacia della donna alla fine fu premiata, i barboni cominciarono ad avere fiducia in lei e a considerarla parte della loro famiglia, soprannominandola Piccoletta perché era la più giovane del gruppo. La vita da barbona era dura e spietata, era una vita che non lasciava scampo e che faceva perdere il senso di tutto, di se stessi, del mondo intorno e soprattutto del tempo che trascorreva. A  un certo punto Piccoletta cominciò a non ricordare più quanto tempo fosse passato, da quando si chiamava ancora J. e faceva parte della civiltà. Quanti inverni aveva trascorso lottando tenacemente contro il freddo e la fame? Quanti Natali non aveva più festeggiato? Era di nuovo la vigilia di Natale, l’ennesima in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini. Una vigilia della quale Piccoletta avrebbe portato per sempre segni indelebili nel corpo e nell’anima, perché proprio quella notte il suo protettore si trasformò nel suo peggior carnefice, abusando senza alcun ritegno di lei. Fu un colpo straziante per la donna perché sin dal primo momento che lo aveva visto, si era sempre fidata ciecamente di Benny, lo aveva considerato come quel padre dolce e premuroso che la piccola J. non aveva mai avuto. Era triste, delusa, mortificata e l’unica via d’uscita a tutto quel male sembrava essere soltanto la morte. Provò diverse volte a lasciarsi trasportare dalle acque torbide del fiume, ma il suo istinto di sopravvivenza la fermò sempre in tempo. Probabilmente non era ancora tutto finito… Infatti una domenica mattina, accompagnando la sua amica zingara Juana in giro per le strade di Roma, incontrò un uomo di colore vestito in modo eccentrico che la salvò da una brutta caduta sui sanpietrini di Piazza San Pietro. Piccoletta rimase profondamente turbata dallo sguardo profondo dello sconosciuto e quando poi se ne andò, scomparendo tra la folla di pellegrini che aveva appena assistito all’Angelus del Papa, provò uno strano dispiacere al pensiero che non lo avrebbe rivisto mai più. Ma nella vita non bisogna mai dare niente per scontato. Così il caso volle che, una volta la donna capitasse proprio nella strada in cui un caro amico dell’affascinante sconosciuto aveva un ristorante. All’inizio fu piuttosto sgarbata nei suoi confronti, ma quando l’uomo la invitò a bere qualcosa di caldo, lei accettò di buon grado. Da quel momento in poi tra Nadir e Piccoletta cominciò a nascere un’amicizia sempre più profonda, anche se entrambi non trovavano mai la forza per raccontarsi dei loro rispettivi dolorosi passati. Piccoletta non riusciva a parlare del rapporto difficile con sua madre, di come era arrivata a ridursi a fare la barbona e tanto meno della violenza di Benny, Nadir invece non riusciva a raccontarle del Ruanda, del genocidio dei tutsi e di tutti gli anni che aveva trascorso in carcere con l’accusa di essere un oppositore del regime del presidente Habyarimana. Soltanto quando i due troveranno il coraggio per aprirsi completamente, il loro rapporto subirà un’evoluzione radicale. Piccoletta avrà la possibilità di rinascere ancora una volta e di chiamarsi Fortuna e Nadir finalmente riscoprirà il piacere di avere qualcuno accanto a sè ma la felicità della giovane coppia ha i giorni contati, presto sarà sconvolta dal trasferimento in Ruanda a pochi giorni dall’inizio del genocidio dei tutsi del 1994.

Biografia dell’autrice

Jolanda Buccella nasce a Oliveto Citra (SA) il 28 giugno del 1980 dopo aver frequentato il liceo linguistico di Campagna (SA) scopre la sua passione per la scrittura e la pittura. Attualmente vive a Milano per motivi di lavoro, ha una famiglia numerosa che adora ma lei è single per scelta degli altri, è un’accanita lettrice di romanzi latino americani, dipinge quadri astratti per sfogare tutte le sue emozioni negative e nel tempo libero segue con particolare interesse il calcio essendo una tifosa sfegatata del Milan. Fortuna, il buco delle vite edito da Ciesse edizioni è il suo primo romanzo, con il quale spera di regalare ai lettori una parte delle emozioni che ha ricevuto lei scrivendolo

“Storia terrena, infernale e celeste di una marionetta” di Massimo Conese, recensione di Lorenzo Spurio

Storia terrena, infernale e celeste di una marionetta

di Massimo Conese

prefazione a cura di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2010 – Collana Revêrie

ISBN: 978-88-95881-30-0

Numero di pagine: 55

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 Il mondo è solo frutto della vaghezza

e questa appare la sua prigione. (p. 22)

 

Massimo Conese ci accompagna all’interno di una suggestiva fiaba moderna sulla cosmologia dove alcune delle componenti tipiche della fiaba (l’allontanamento da casa, la componente onirica, il meraviglioso) sono presenti. Il personaggio principale è “una marionetta” e come osserva l’autore nell’esergo “questa è la storia di un bipede/ non più bambino/ ma neppure ancora adulto” (p.7). Ci chiediamo dunque se si tratti di una marionetta adolescente o se questa mancanza di catalogazione del protagonista in una età specifica abbia, invece, la volontà di significare dell’altro.

Massimo Conese, con alle spalle varie sillogi di poesia, non è nuovo al genere della fiaba –narrativa tipicamente pensata per le più giovani generazioni, ma che allo stesso tempo trasmette un insegnamento morale- dato che si è occupato con le Edizioni Besa di due volumi che analizzano da vicino la componente folklorica-popolaresca di racconti popolari quali fiabe –appunto- e leggende nella tradizione norvegese e in quella irlandese.

Il titolo del libro, chiarifica da subito al lettore cosa si approssima a leggere: “Storia terrena, infernale e celeste di una marionetta”, è dunque una sorta di epica di una marionetta che passa attraverso vari momenti o avventure.

Fuggito di casa su un autobus, Bilobab trova per caso la sua  dolce metà, Lorisusi (è una donna, o solamente un faro?) “in gonnellina e zainetto” (p. 11), ma quell’incontro fortuito genera un evento destabilizzante e inspiegabile dal quale lo stesso personaggio ne esce mutato, non più una persona ma una marionetta: “Io, qui, annullato nel viaggio/ sono il viandante e la verga del santo: io, allora, mi addoloro dell’umana sapienza:/ nulla so, neanche che il dolore è male” (p. 16). Bilobab ci appare a partire da questo momento come un essere debole, pieno di domande e privo di risposte, che si interroga, che non comprende. Questa mancanza di comprensione che gli causa ulteriore sofferenza e pessimismo lo conduce ad appellarsi al Tempio, per conoscere la sua colpa.

Massimo Conese utilizza nel libro vari riferimenti alla letteratura germanica e nordica (la saga di Sigfrido, le gesta dei Volsunghi, l’Edda di Snorri Sturlson, ma anche quella greca (Minosse e il Minotauro, i Proci) e l’intera storia può essere vista come simbolo di Armageddon, di fine cosmica e di rigenerazione con le sue implicazioni alla primordiale Creazione nel giardino dell’Eden (cosmologia cristiana) o del Vahalalla (cosmologia germanico-pagana). A tutto questo si unisce una continua ricerca sull’essere, sul perché siamo ciò che siamo ossia perché il mondo, quel Caos indistinto e imperscrutabile, a un certo punto ha fatto le sue scelte, contraddistinguendo ciò che oggi è: “Il nostro cervello funziona per archetipi/ siamo noi che ostiniamo a chiamarci homo sapiens./ Ma oserò chiedermi di chi è la colpa/ di non esser nati ginestre?” (p. 28).

Conese ci accompagna a braccetto in un mondo complesso, a tratti visionario a tratti estremamente descrittivo, facendoci respirare cosmologie diverse tutte però accomunate da alcuni tratti distintivi. Incontriamo Beatrice, la donna di Dante, ma anche Pandora e Crimilde, solo per citare alcuni personaggi. La scrittura rifiuta il dogmatismo e il didatticismo per offrirsi al lettore, invece, come un mosaico congiunto di pensieri ontologici differenti.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

11/08/2012

 

Chi è l’autore?

Massimo Conese (Bari, 1961) è laureato in Medicina ed è professore associato in Patologia Generale presso l’università di Foggia. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Il sogno dell’isola (Bari, Edizioni La Vallisa, 1991), Xenografia (Bari, Edizioni La Vallisa, 1994), Il libro delle visioni (Milano, Edizioni Laboratorio delle Arti, 1996), Ur (Faloppio, LietoColle, 2006), Poemi lustrali in prosa (Bari, Levante Editori, 2007). Si è occupato di traduzioni di fiabe e leggende, editate nella pubblicazione di due volumi per le Edizioni Besa: Fiabe e Leggende Norvegesi (2001), Fiabe e Leggende Irlandesi (2004). Sue poesie sono state pubblicate sulle riviste “La Vallisa” (Bari), il “Monte Analogo” (Milano) e “La Mosca di Milano” (Milano).

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il valzer delle ombre al lume della lanterna” di Giuseppe Guddemi, recensione di Lorenzo Spurio

Il valzer delle ombre al lume della lanterna

di Giuseppe Guddemi

con introduzione di Margherita Ingoglia e prefazione di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villsanta (MB), 2011 – Collana: Ardeur

ISBN: 978-88-95881-41-6

Numero di pagine: 45

Costo: 10 €

Recensione a cura di Lorenzo Spurio – Collaboratore di Limina Mentis Editore

                                                                                                                                                                                

Accediamo a questo libricino di liriche in maniera soave, trovandoci catapultati di punto in bianco in un mondo difficile da comprendere nella sua interezza. E’ evidente l’apporto di una componente onirica che permette a Giuseppe Guddemi di spaziare tra i temi che sono presenti nella silloge. Il tutto è reso ulteriormente piacevole da una serie di immagini che corredano la silloge. In alcuni casi sono foto che richiamano la lirica alla quale sono appaiate, come in “Naufrago” dove vediamo un mare dove si disegnano cerchi concentrici segno, forse, che qualcosa è caduto nell’acqua, in altri casi la relazione foto-testo la trovo più difficile da spiegare come ad esempio in “Sulla soglia sdrucciolevole di un istante nichilista” dove nella foto, che utilizza una scala monocromatica del blu, vediamo la parte bassa di un volto di donna che tiene la mano –nella quale figura un crocefisso- appoggiata al mento.  Forse il collegamento andrebbe visto in quelle “languide carezze […] si consacrano alle ombre della notte” (p. 25).

La poesia di Guddemi non è di impianto realista e, pur caratterizzandosi per una concreta materialità (c’è una continua attenzione per i materiali), scivola via in ambiti più propriamente intimistici quali l’esistenzialismo o addirittura l’ontologia, la ricerca sul sé. Ma come ricorda Margherita Ingoglia nell’interessante introduzione al libro, “la magia della poesia è guardare oltre il significato apparente della parole” (p. 7). Ed è questo che Guddemi fa, in maniera spontanea, quasi inconsapevole. Quello che potrebbe sembrare a una prima vista una meticolosa ricerca delle parole, della strutturazione dei versi,  quasi da sfiorare il rigorismo, in realtà è espressione libera e irrazionale del poeta.

E’ un percorso interessante il suo nel quale il lettore scopre pagina dopo pagina, suggestioni e considerazioni sempre diverse. E’ una poesia imprevedibile e sfuggente, è una poesia “elettrica” per la ricca aggettivizzazione, ma è anche una poesia cupa e critica.

Centrale è nella silloge il tema della luce o del buio e nella poesia di apertura, “Dissolvenze”, l’uomo è investito da una serie di atteggiamenti (inseguire, dissolvere, sfuggire, raggiungere) che richiamano appunto i movimenti solari. Fra i vari componimenti fanno capolino tematiche chiaramente autobiografiche come il “ricordo crudele di lame affilate” (p.19), manifestazione di una memoria difficile che ancora nel presente causa dolore, la continua ricerca di un senso nel nostro vivere (“tenendo tra le mani/ punti vuoti di domanda”, p. 23), l’antinomia tra corporeo e incorporeo, tra reale e aldilà: “Dentro il mio cono d’ombra persi la consistenza. Non ebbi corpo. Non ebbi nome” (p. 31), l’atavico dilemma sul destino dell’uomo –sintomo, forse, della grande coscienza della finitezza del genere umano e anche una paura della morte-: “E adesso che il passato è già passato/ mi chiedo se domani sarà un giorno che è già stato/ mi chiedo se il cammino è stato preso/ o se dovrò percorrerlo all’indietro” (p. 35). Questi versi ci fanno pensare alle considerazioni di Sant’Agostino sul tempo, il quale concludeva, dopo una lunga dissertazione filosofica, che esiste un unico tempo: «Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» (in Le Confessioni, Libro XI).

La lirica che chiude la raccolta, la stessa che dà il titolo al libro è pervasa di un gioco di fioche luci, “al lume della lanterna” appunto imbevuta di un’atmosfera cupa e addirittura surreale in quegli “orologi gotici sciolti” (p. 44) che tanto ricordano gli orologi deformati di Salvador Dalí.

 

 

Chi è l’autore?

Giuseppe Guddemi è nato a Palermo nel 1986, città che rimarrà a lui molto cara. Nel 2005 ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Sperimentale Statale “F. Crispi” di Ribera (AG). Durante il periodo liceale ha partecipato al progetto scolastico “immaginario” (2005) che dà concretamente avvio “all’avvincente ricerca di un sé qualunque come un viandante verso l’oltre”, attraverso la scrittura. Tra le altre partecipazioni letterarie si ricorda la pubblicazione della lirica “Nel sogno” nell’Antologia “Poesia onirica” (2010), Estro-Verso Edizioni. Attualmente segue gli studi di Giurisprudenza presso l’università Statale degli Studi di Palermo, ove vive.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

09/08/2012

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Donata Porcu, autrice di “Questo foglio sottile di vita”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Donata Porcu
Questo foglio sottile di vita
Lettere animate 2012

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

DP: Non sono solita spiegare i titoli delle mie poesie o delle mie opere, non mi piace…preferisco che chi legge interpreti da solo, ma in questo caso sento di poter dare una indicazione: in una sua bella recensione, Lorenzo Spurio ha fornito una preziosa quanto indovinata interpretazione di quanto ho desiderato dire col mio titolo ( che è poi anche il titolo di una poesia contenuta nella silloge)

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

DP: Credo di non aver mai negato il carattere autobiografico dei miei versi, perché ritengo  risulti evidente; mi chiedi quanto ci sia di autobiografico e non posso che risponderti : tutto. Scrivere è il mio modo preferenziale di esprimermi ed è stato fin da ragazzina il modo per sciogliere e liberarmi di nodi interiori troppo stretti. Penso che sia assolutamente un modo efficace (anche se non semplice) per parlare di se stessi, sempre che gli ascoltatori siano attenti; non so quanto sia efficace per parlare degli altri, io credo si finisca alla fin fine sempre per parlare di se stessi attraverso gli altri… o forse lo si può fare, ma solo se si tratta di “altri” che abbiamo avuto modo di vivere empaticamente

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

DP: ti confesso che la domanda mi fa sorridere, per il fatto che non saprei da dove cominciare nel risponderti: io sono sempre stata e sono tuttora, una lettrice vorace e molto disordinata: Mi piacciono prosa e poesia e confesso che mi piace quasi tutto! Amo molto i classici sia in poesia che in prosa, italiani e stranieri, mi entusiasmo sui nostri grandi ma non disdegno la produzione più moderna e quella minore. Mi rilassa e mi appassiona la lettura di romanzi fantasy. Tralasciando i grandi nomi della nostra letteratura, che do per scontati, il primo nome che sento di farti è Dostoeskij per quanto riguarda la prosa; la poesia è un florilegio di nomi…Ungaretti, Neruda, la nostra Merini… Per farla breve, se escludiamo gialli, polizieschi e romanzi sentimentali…leggo tutto con passione.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

DP: Non è difficile, ho subito la risposta per te: è senza dubbio L’Idiota di Dostoesskij, il motivo sta sicuramente nella tematica, nella profondità dell’interrogativo che sottende al romanzo e soprattutto nel fatto che l’ho letto e riletto e ancora non mi annoia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

DP: temo di non saperti rispondere, aspetto ancora qualcuno che sappia darmi la risposta, ammesso che sia possibile catalogarmi in un qualche modo, questo per quanto riguarda gli autori che hanno contribuito a formare il mio stile, quanto agli autori preferiti, ho già fatto qualche nome prima: accanto ai grandi classici della poesia di tutti i tempi, mi sento molto vicina a Neruda e alla Merini.

 LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

DP: Nel 2011 è uscito il mio primo libro “Dell’amore resta solo l’amore”, una silloge di poesie a tema amoroso (inteso nel senso più ampio del termine). In questo 2012 invece ha visto la luce “Questo foglio sottile di vita”, una silloge di poesie suddivisa in tre sezioni, a tema vario. In entrambe le raccolte confluiscono i versi scritti in tutti questi anni, oltre ovviamente alle ultime produzioni.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

DP: Solitamente scrivo da sola, ma sono sempre disponibile ad ogni esperimento; da poco ho scritto a quattro mani  con Antonella Ronzulli, una poesia pubblicata sul suo ultimo libro “Attimi: il puzzle della vita” (Lettere Animate 2012). Ritengo che scrivere a quattro mani sia una bella esperienza, ma occorre farlo con le persone giuste: ci vuole stima, empatia e per quanto mi riguarda affetto.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

DP: Sicuramente non a lettori frettolosi o superficiali; non è importante quanti leggeranno i miei libri, ma è importante che coloro che lo fanno sappiano penetrare le parole e le emozioni: chi possiede un mio libro possiede un pezzetto della mia anima…chiedo che le mie parole non siano vane.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

DP: Un marasma, un bombardamento di proposte, un universo in cui si rischia pericolosamente di perdersi: occorre essere avveduti e avere anche quel pizzico di fortuna che consenta di non cascare in mani sbagliate. Io ho pubblicato la mia seconda opera con Lettere Animate, una casa editrice molto giovane ma che sta lavorando molto bene; posso dirti che mi trovo benissimo: hanno creduto in me e mi sostengono, mi hanno aiutato e mi aiutano nel farmi conoscere e sono sempre presenti. La precedente esperienza mi aveva un po’ scottata: oltre alle spesa considerevole, mi ha lascito perplessa l’abbandono in cui mi sono trovata…ma andiamo oltre.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

DP: Credo che ogni occasione di confronto, e le cose che tu citi in quanto tali, siano utili alla formazione di uno scrittore. Io personalmente confesso di essere troppo pigra per parteciparvi: segno ogni data e mi propongo assolutamente ogni volta di rientrare nei tempi … dopodiché aspetto che scada il termine!

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

DP: Come ti dicevo sopra è molto importante, ed è un confronto che può attuarsi sempre, attraverso l’amicizia e la solidarietà tra autori; io credo ancora nella possibile mancanza di invidie e giochini di potere: ognuno di noi è unico e c’è posto per tutti.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

DP: Penso che la risposta debba variare a seconda della consapevolezza o meno di questa azione; personalmente credo che in realtà le cose da dire sia sempre le stesse e ciascuno di noi si sforza di dirle come meglio gli pare. Per lo più, però, la cultura ben assimilata fa si che questo meccanismo risulti spesso assolutamente inconsapevole: ciò che leggiamo diventa talmente nostro che quando lo restituiamo al nostro lettore siamo convinti di dire cosa nuova.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 09/08/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Gli indifferenti” (1929) di Alberto Moravia, recensione di Lorenzo Spurio

Gli Indifferenti di Moravia

di Lorenzo Spurio

 

Ho recentemente visto il film Gli Indifferenti del 1964 (regia di Francesco Maselli), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia (1929).[1] Devo riconoscere che questo romanzo di Moravia è uno dei miei preferiti in assoluto e lo consiglio a coloro che non l’hanno ancora letto.

Come indica il titolo, i vari personaggi della storia, che si contano sul palmo di una mano, sono caratterizzati per una mancanza di una vera identità, per essere incapaci, spesso passivi, inetti ma più propriamente indifferenti. Le varie vicende che accadono alla famiglia, vengono accettate tacitamente dai vari protagonisti in maniera remissiva, senza cercar di cambiare il corso degli eventi. Tutti i personaggi della storia sono assoggettati e regolati dall’unico personaggio ben costruito della storia, il potente e corrotto Leo Merumeci, l’ingegnere.

La storia si apre a villa Ardengo, una villa dell’alta borghesia dove vivono Mariagrazia assieme ai suoi due figli Carla e Michele. La famiglia versa in condizioni economiche difficili e sulla villa è stata messa un’ipoteca a favore del signor Merumeci.

Merumeci è un uomo interessato ai soldi e al sesso. Ha una storia con Mariagrazia, ma non è coinvolto da lei e sta con lei solo per ricattarla. Lei, dal canto suo, si crede di essere amata da Merumeci. Quest’ultimo seduce la giovane Carla, mentre Michele ha una relazione sessuale che non gli da niente con Lisa, amica della madre. Ogni personaggio accetta il corso degli eventi per come si presenta (per come è stato regolato da Merumeci, che sembra gestire gli altri personaggi come marionette). Al termine della storia Michele sembra riattivarsi dal menefreghismo, dalla passività e dall’indifferenza che lo ha contraddistinto fino a quel momento e decide di uccidere Merumeci. Acquista una pistola e si reca a casa dell’ingegnere, ma quando fa fuoco contro il nemico si rende conto che l’arma è scarica. Ancora una volta si sottolinea l’incapacità di Michele – così come degli altri personaggi – di intervenire sulla storia. Alla fine, tutto rimarrà al caso, ovvero sarà come Merumeci ha deciso: Merumeci continuerà a frequentare villa Ardengo, forse sposerà Carla, Michele continuerà la sua relazione con Lisa e Mariagrazia si rassegnerà al suo ruolo di madre.

A mio parere il film, pur rimanendo fedele al romanzo di Moravia, non è capace di trasmettere in maniera completa e vivida il senso di apatia, di stanchezza, di menefreghismo, di lassismo, di passività e d’indifferenza dei personaggi. Sono aspetti questi che possono rivelarsi difficili da rappresentare in una realizzazione filmica e più facili da trasmettere attraverso le parole. I personaggi sembrano più attivi, decisi e risoluti di quanto lo siano nel romanzo, dove sono completamente in balia degli eventi, del corso del tempo, del caso, delle decisioni di Merumeci. È lì che secondo me si cela il vero significato del romanzo, in questo comportamento rassegnato e remissivo dei personaggi che Moravia è riuscito ad etichettare magistralmente sotto il titolo di “indifferenti”. Per questo motivo consiglio di leggere il libro più che vedere il film. La lettura di Moravia, molto semplice e scorrevole è frammista da elementi che sono in grado se non di farci calare nel contesto degli Ardengo, per lo meno di capirne le motivazioni del loro comportamento rassegnato e dell’incapacità di reagire.

                                                                                                                                                                                                                  Lorenzo Spurio

 


[1] Esiste una ulteriore realizzazione filmica intitolata Gli Indifferenti (1988), regia di Mauro Bolognini. Si tratta di un serial televisivo in due puntate. Non sono riuscito a reperire questa versione. La mia analisi qui presente si basa sul film in bianco e nero del 1964.

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Cristiano Mocciola, autore di “Coincidenze d’inverno”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a CRISTIANO MOCCIOLA

Autore di COINCIDENZE D’INVERNO

(Edizioni Montag, Tolentino, 2012)

Isbn: 978-88-97875-14-7

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CM: Il titolo scelto fa riferimento agli eventi sincronistici che tessono la trama della vita di ognuno di noi. Se rimanesse distaccato dal risultato, l’essere umano riuscirebbe a scorgere tutte quelle coincidenze che, passo dopo passo, lo portano al raggiungimento della propria mèta. In “coincidenze d’inverno” viene evidenziato questo fenomeno (magia?) nella vita dei due protagonisti.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CM: E’ ovvio che c’è molto di autobiografico. Come è altrettanto ovvio che la fantasia ha svolto il suo compito. Credo che ogni singolo personaggio, di qualsiasi romanzo si tratti, sia parte della personalità dell’autore. E’ inutile negarlo. Sono le diverse sfaccettature di questo IO, che vengono messe in gioco e fatte danzare, a formare il romanzo. Credo che la letteratura serva essenzialmente per aiutarci a sognare, come qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo raccontare storie ci aiuta a crescere, a migliorarci, a scorgere il futuro che realmente desideriamo. La letteratura con il solo fine di intrattenere, come potrebbe fare qualsiasi telefilm, a mio avviso, non è utile.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CM: Ogni autore è come un amico. E come nella vita capita di avere ‘’migliori amici’’ che ci accompagnano per alcuni tratti del nostro cammino, così abbiamo anche autori che leggiamo con più interesse in certi momenti della nostra esistenza. Penso sia capitato a tutti di cominciare un libro e poi lasciarlo lì perché non andava giù. E magari riprendendolo in un secondo momento, trovarlo così esaltante da divorarlo in poco tempo. Ogni libro, ogni autore, ha bisogno di essere inserito nel giusto frangente della nostra vita. Essendo noi stessi in continuo cambiamento abbiamo bisogno ogni volta di persone diverse attorno a noi (o autori). In parte ho già risposto anche al resto della domanda. Non ho mai letto noir o gialli, ma sicuramente ci sarà il momento in cui ne avrò bisogno.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CM: Hai ragione, è molto difficile rispondere. Tornando alla risposta di prima si capisce il perché. Comunque un libro preferito ce l’ho: “Il tuo sacro io” di Wayne Dyer. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto e sicuramente lo leggerò ancora molte volte in futuro. Quando mi decentro, quando non ritrovo il silenzio necessario dentro me, lui mi viene in aiuto. Poche e semplici regole per vivere, pensare ed emozionarsi alla giusta maniera.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CM: Idem come sopra. Se osservo come scrivevo cinque anni fa, o due, o ora, noto il cambiamento avvenuto. Cambiamento dovuto ai libri letti, alle esperienze vissute, alle persone incontrate. Quindi ritengo tutti e tutto responsabili del mio modo di narrare storie.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CM: Ho pubblicato un solo romanzo breve nel 2008 dal titolo ‘Stop!’. Ho poco da dire a riguardo. Tranne che ora lo riscriverei da capo. Quando mi ci dedicai lo feci per gioco, per una scommessa fatta con me stesso. Ora lo racconterei sicuramente in maniera differente.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CM: Posso dire di essere molto fortunato. Oltre ad aver trovato una donna bellissima, una moglie premurosa e un instancabile alleato, in Rosalba De Amicis ho trovato un valido aiuto per i miei scritti. Se non ci fosse stata lei, se non l’avessi incontrata, forse non sarei neanche qua a rispondere a queste domande. L’idea di scrivere a quattro mani la trovo interessante anche se, ahimè, ancora non ne ho fatto esperienza.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CM: A chiunque ne sia incuriosito.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CM: Da quel poco che ho capito c’è molta confusione nell’editoria italiana. Pochi “grandi” detengono il potere, molti e validi piccoli editori invece raccolgono altrettanti validi scrittori ai quali risulta difficile farsi notare nell’oceano di libri che ogni giorno vengono messi in stampa. Ma poco mi interesso di quel che avviene a livello burocratico ed economico attorno all’editoria. Scrivo per puro piacere. E l’editore Montag mi ha aiutato concretamente a realizzare un piccolo sogno. Oltre a essere stati gentili e professionali sono stati gli unici a offrirmi una pubblicazione senza contributo. Cosa molto importante soprattutto in questo periodo di crisi. Vuol dire che credono in quello che fanno.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 

CM: Credo che la vera passione dello scrittore nasca dal cuore. Penso che se non venga da dentro la spinta necessaria per scrivere, tutto il resto non serve a niente. Non esiste scuola che possa insegnarti a scrivere, non esiste premio che possa soddisfare le tue esigenze. Scrivere stando seduti sotto un albero, scrivere solo per il gusto di scrivere, e magari non far leggere mai a nessuno quello che hai scritto, scrivere per mettere nero su bianco quelle emozioni che altrimenti andrebbero perse, questo è il lavoro di chi narra. Lo scrittore contemporaneo, quello di ieri o quello di domani, sono scrittori. Punto.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CM: E’ nel contrasto che vediamo le immagini no?!

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

 CM: Credo che ogni scrittore si sia formato sui libri che ha letto e studiato. Ed è giusto, oltre che inevitabile, dal momento che prende come buona un’idea, che prima o poi la riproponga in ciò che scrive. Non è perché ha voluto prendere possesso dell’idea di un altro, ma perché l’altro è stato in grado di farlo maturare. E se lui ritieni importante “tramandare” quell’idea, è giusto che lo faccia.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Coincidenze d’inverno” di Cristiano Mocciola, recensione di Lorenzo Spurio

Coincidenze d’inverno
di Cristiano Mocciola
Montag Edizioni, Tolentino, 2012
ISBN: 978-88-97875-14-7
Numero di pagine: 144
Costo: 15,00 €
 
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 

Ricordati che non ti verrà mai dato un desiderio senza che tu abbia la forza ed i mezzi per farlo avverare (p. 132).

La debolezza più diffusa fra gli uomini è senz’altro l’abitudine di essere mentalmente suscettibili agli influssi negativi provenienti da altri (p. 133).

In Coincidenze d’inverno di Cristiano Mocciola è contenuta una storia pregna di sentimento, di emozioni contrastanti e di vicissitudini abbastanza tormentate che fanno seguito a una sorta di colpo di fulmine a distanza. Il romanzo “celebra” a suo modo i contemporanei social network non come semplici spazi d’intrattenimento, ma come potenziale luogo d’incontri. E’ proprio la rete che inaugura la conoscenza tra Valentino e Tecla che ben presto si tramuta in amicizia. I due arrivano ad un punto nel quale – ancora senza essersi mai visti- sembrano conoscersi alla perfezione e nessuno dei due sente dei timori nei confronti dell’altro. Il passo dall’amicizia all’amore è breve anche se –spalleggiato dai pochi strenui romantici all’antica- trovo un po’ di difficoltà a credere nel reale a un rapporto che cresce, matura e si solidifica in brevissimo tempo, senza per altro un incontro diretto delle due persone. Ma il mondo va veloce e nessuno riesce a stargli dietro. Internet –che è la vita virtuale- ossia uno spazio nel quale possiamo fare esattamente tutto ciò che facciamo nella realtà, solamente che a livello “ideale”, è conquistato anche dalla sfera dei sentimenti. In questo rapporto la distanza non sembra configurarsi come un vero e proprio problema anche se Valentino non tarda a riscontrare nell’amica-amante un cambio di atteggiamento che non sa a cosa attribuire.

La narrazione procede in maniera incalzante ed è fatta da brani più o meno brevi che compongono numerosi capitoli, ciascuno con un suo titolo. Nel romanzo entrano in gioco anche altri personaggi come Nicola, il fidato amico di Valentino o l’amica di Tecla, tossicodipendente proprio come lei. E’ questo in fondo il tema principale che fuoriesce dal romanzo: la droga. Il desiderio giovanile di sperimentare nuove forme di eccitazione e stati adrenalinici porta la protagonista a entrare nel mondo della droga –dimensione nella quale, assieme all’amica trova spensieratezza e spontaneità. Ma come insegna la vita questa cattiva amicizia con la polvere bianca la porterà a uno stato di dipendenza, prima e a una profonda depressione, poi. La storia di una ragazza che si droga è la manifestazione concreta della vittoria indiscussa delle debolezze umane e la vigilia di un percorso di logoramento. E’ per questo che Tecla cela la sua dedizione alla droga parlando e aprendosi con Valentino e, conseguentemente, quest’ultimo capisce che c’è qualcosa di diverso in lei per come si comporta.

Il tema sociale è forte; Cristiano Mocciola tratteggia un mondo in cui l’utilizzo e l’abuso di droga ormai è una realtà o piuttosto una mania preoccupante che è inarrestabile in ogni fascia della popolazione che la riguarda: “Tirare di coca, in gergo si diceva così l’inalare col naso la sostanza raffinata ottenuta dalle foglie della suddetta pianta, triturata e resa polvere, voleva dire essere alla moda. Il pulviscolo bianco agiva sul sistema nervoso e riscuoteva un grosso successo tra i giovani, tra gli adulti, gli imprenditori e consensi da molteplici tipologie di soggetti, dai ceti più bassi della società fino alle alte sfere (p. 103). Cristiano Mocciola descrive così un problema si vasto e preoccupante, rendendolo –a mio avviso- ulteriormente ingigantito quasi si trattasse di un problema endemico i cui probabili rimedi siano già stati dichiarati nulli e privi di efficacia. Ma il lettore si renderà ben conto leggendo questo libro che non è un messaggio negativo e privo di speranza quello che l’autore vuole lanciare, tutt’altro.

Il romanzo gioca su una continua isotopia del colore bianco: si parte dalla copertina del libro con uno sfondo bianco sul quale si staglia un ramo di un albero con appoggiata della neve, per poi parlare della cocaina, notoriamente conosciuta come polvere bianca. Ma il bianco ritorna anche nella parte finale dove la protagonista, a seguito di un incidente stradale si trova in stato di coma, -una condizione di “congelamento” delle condizioni vitali. Ma è l’ospedale in se stesso a richiamare il bianco: lunghi corridoi, camici di dottori, luce bianca al neon.

Questo libro ovviamente è molto di più. Non svelerò cosa succede né come si conclude la storia. Basterà sapere che Cristiano Mocciola sottolinea più volte l’imperscrutabilità del destino, gli incontri fortuiti, le coincidenze, appunto che esistono nella nostra vita solo se siamo disposti a condividere un certo tipo di analisi.

Le cose succedono perché devono succedere e basta. Qualcuno le ha decise.

Le cose succedono semplicemente perché sono la conseguenza di altre cose.

Non c’è un senso né un motivo in quel che succede.

Una cosa succede proprio mentre –ironia della sorte, nemmeno a farci apposta- ne succede un’altra che ha uno stretto legame all’altra.

La vita è una successione di eventi. Sta a noi coglierne o ad attribuirne il senso. A seconda di come viviamo saremo in grado di intravedere sfortune, tragedie oppure coincidenze –positive o negative- che rimarcano ancora una volta come il trascorrere ineludibile del tempo a volte è così generoso da far incrociare strade, persone, momenti, pensieri, sogni.

 

Chi è l’autore?

Cristiano Mocciola è nato a Milano nel 1978. Ha esordito con Stop!, romanzo breve edito nel 2008 da Zeroundici editore. Partecipa a diversi concorsi letterari ottenendo buoni risultati. E’ presente nelle raccolte antologiche edite da Montag con due racconti: “La via di uscita” in Alchimie di Viaggio (2010) e “Acqua e Fuoco” in L’amore delle donne (2011).

  

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

03/08/2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

“Arrivederci ragazzi”, film e libro di Louis Malle, recensione di Lorenzo Spurio

Arrivederci ragazzi (1987)
Titolo originale: Au revoir les enfants
Regia di Louis Malle
Paese: Francia
 
Recensione a cura di LORENZO SPURIO 

 

Il film Au revoir les enfants (Arrivederci ragazzi, 1987) è un film del regista francese Louis Malle, dal quale venne tratto l’omonimo romanzo nel 1993[1].

Il film è ambientato in Francia[2] durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale,ma prima della liberazione anglo-americana e si focalizza sulla vita di una serie di ragazzi di diversa età che vivono in un collegio cattolico.  Tratta il tema della guerra, la dominazione dei nazisti e l’odio contro gli ebrei in una maniera addolcita, attraverso l’amicizia che si instaura tra uno dei bambini del collegio, Julien Quentin e un altro ragazzo, Jean Bonnet, falso nome di un bambino ebreo. In realtà non si instaura una vera e propria amicizia tra i due ragazzi ma c’è un progressivo e continuo interessamento di Julien Quentin verso Bonnet e, una volta scoperto che è ebreo, il film trasmette una sorta di comprensione e di vicinanza nel dolore di Bonnet. I due ragazzi non si scambiano mai frasi d’affetto ne stringono patti d’amicizia e solamente in pochi rari frangenti li vediamo ridere spensierati assieme. La relazione tra Julien Quentin e Jean Bonnet non è dunque quella di un’amicizia, ma piuttosto di una solidale vicinanza di Quentin verso Bonnet, compassione e impotenza. Andiamo per gradi.

Il film si apre alla stazione ferroviaria di Parigi e una donna sta salutando i suoi due figli diretti in un convento religioso maschile, dopo le vacanze natalizie trascorse a casa, con la famiglia. I due ragazzi sono Julien Quentin, ragazzo molto attaccato alla madre e che non vorrebbe lasciarla e suo fratello François, più grande di lui.

Tutta la storia si sviluppa al Collegio dei Carmelitani Scalzi di Fontainebleau[3] nel gennaio del 1994,  un collegio religioso maschile guidato da padre Jean. Dopo qualche tempo al collegio arriva un nuovo ragazzo, Jean Bonnet. Da subito viene preso in giro dai compagni per il suo cognome Bonnet che in francese significa ‘berretto’. Già dall’arrivo di Bonnet il ragazzo viene percepito dagli altri come diverso, come estraneo e spesso viene canzonato, deriso o non considerato.

Il primo approccio di Bonnet con Quentin è tutt’altro che l’inizio di una buona amicizia: quando Bonnet chiede a Quentin come si chiama, lui risponde: «Julien Quentin e chi cerca rogna mi trova»[4]

Inizialmente il comportamento di Quentin nei confronti di Bonnet è lo stesso degli altri compagni: tiene il nuovo arrivato a distanza anche utilizzando parole non molto gradevoli, cercando di isolarlo e tentando di capire in cosa risiede la sua diversità: «Il nuovo compagno aveva un atteggiamento diverso da tutti noi. Non avevo ancora deciso se valeva la pena di diventare suo amico o se non lo potevo soffrire. […] Mi convinsi che mi nascondeva qualche segreto e presi a osservarlo con maggiore attenzione». (23)

Nel corso della storia ci sono una serie di riferimenti a libri della letteratura che vengono letti: Quentin legge Le avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, I tre moschettieri di Alexander Dumas e Le mille e una notte (questo libro, carico di scene di sesso, glie l’ha dato il fratello più grande di lui).

Nel collegio vigono regole ferree stabilite da padre Jean e le giornate sono scandite da una serie di rituali: la toletta mattutina, la messa, la colazione, le ore di lezione, i momenti di ricreazione, le ore di ginnastica, le preghiere prima di andare a dormire. Una delle regole del collegio è che i ragazzi non possono tenere e nascondere cibarie per uso personali: sono costretti a condividerli con gli altri e se vengono scoperti vengono puniti.

Nel corso della storia vengono presentati altri personaggi: l’aiutante di padre Jean, padre Moreau, padre Ippolyte, Monsieur Tinchant (insegnante di francese), Mademoiselle Davenne (l’insegnante di pianoforte), Monsieur Guibourg (l’insegnate di matematica), Madame Perrin (la cuoca) che è aiutata da Joseph e altri ragazzi tra i quali Sagard, Babinot, Ciron, Boulanger, Laviron, Negus, Lafarge, Dupré, Navarre, Duvallier e D’Arsonval.

Da subito Bonnet si dimostra molto bravo nelle varie materie: matematica, musica e francese e Quentin quasi ne è invidioso: «Anche nelle altre materie Bonnet riusciva molto bene. Era il tipico primo della classe! Che razza insopportabile! Il suo forte era la matematica, che io odiavo». (25)

La guerra si manifesta per la prima volta nel corso del film per mezzo dell’allarme del coprifuoco che corrisponde alla fuga dei ragazzi negli scantinati del collegio dove vanno a rifugiarsi. Con il passare dei giorni Quentin nota che l’amico Bonnet non prega come gli altri ragazzi durante le orazioni e che prega di notte, quando tutti dormono e non possono vederlo, alla presenza di due candele accese:  «Sul comodino di Bonnet ardevano due candele, e lui stava in piedi a lato del letto, recitando qualcosa a voce bassissima, profondamente assorto. […] Ma cosa stava recitando? Forse preghiere?.. Però non teneva le mani giunte, e aveva lo sguardo fisso a terra…Girai lievemente il capo, cercando di cogliere qualche parola: quelle litanie confuse avevano i suoni sconosciuti d’una lingua diversa dalla nostra…» (43)

Inoltre Bonnet non partecipa alle lezioni di catechismo e non studia greco, diversamente dagli altri ragazzi e quando qualcuno gli chiede perché non faccia catechismo lui risponde che è protestante. Questa serie di comportamenti che differenziano Bonnet dagli altri ragazzi contribuiscono a distanziarlo dagli stessi.

Intanto la milizia tedesca comincia a fare delle perquisizioni nel collegio e Bonnet, assieme ad altri ragazzi, viene nascosto da padre Jean. Nella lettera che la madre di Quentin scrive al figlio sappiamo che Parigi viene bombardata incessantemente dai tedeschi: “A Parigi la vita è difficile, di questi tempi; ci bombardano quasi ogni notte! Ieri una bomba è caduta a Boulogne-Billancourt su una casa civile: otto morti, pensa!” (46)

Bonnet non riceve nessuna corrispondenza ed è vago quando Quentin gli domanda della sua famiglia. Tutti questi elementi alimentano Quentin a ricercare il mistero che nasconde Bonnet. Un giorno Quentin apre l’armadietto di Bonnet, trova un libro e lo apre. Nella prima pagina è tracciata una dedica nella quale invece del nome di Bonnet, c’è il nome di un certo Jean Kippelstein. Quentin capisce che non esiste nessun Jean Bonnet e che dietro quel nome si nasconde in realtà un’altra identità che viene da tutti celata.

Un’ampia scena del film mostra la giornata organizzata per la caccia al tesoro. Quentin si allontana per troppo tempo dall’area attorno al collegio per cercare il tesoro. Alla fine lo trova e, persosi nel bosco mentre si sta facendo buio, trova Bonnet e i due si riassicurano insieme, cercando di indovinare la strada per il collegio. Lungo la strada vengono fermati da una macchina della milizia, Bonnet tenta di scappare ma i due ragazzi vengono fermati e portati al collegio dai nazisti.

Ad un certo punto della storia Quentin confida a Bonnet di aver scoperto la sua vera identità e tra i due c’è una sorta di lotta poiché Bonnet, oltre a sentirsi offeso per il fatto che la sua privacy è stata violata, teme che ora la notizia diventerà nota al collegio e i nazisti lo faranno fuori. Arriva il giorno delle visite. Durante la messa Bonnet si mette in coda per fare la comunione ma quando padre Jean è in procinto di dargli l’ostia e vede che si tratta di lui, non glie la consegna: «Padre Jean avanzava lentamente, in profondo raccoglimento, reggendo il calice. Era ormai davanti a li e recitava assorto la formula della benedizione. Poi alzò gli occhi e lo vide[a Bonnet].Trasalì lievemente, rimase un attimo immobile, l’ostia consacrata tra le dita, gli occhi severi fissi in quelli di Jean, rivolti a lui, quasi candidi o disperati. Fu solo un istante: padre Jean avanzò verso di me, e tese l’ostia verso le mie labbra. Prima di chinare il capo sulle mani giunte, volsi attorno una rapida occhiata. Mi parve che nessuno, lì attorno, avesse notato quello che era accaduto.» (70)

Quentin e il fratello vanno a pranzo con la madre al ristorante il Cervo d’oro e Quentin chiede alla madre di portare con loro anche Bonnet. Durante il pranzo nel ristorante fanno irruzione dei nazisti che chiedono i documenti a tutti gli astanti. Trovato un ebreo i nazisti si accaniscono contro di lui e contro il gestore dicendo che i ristoranti sono vietati agli ebrei. Il ristoratore risponde che si tratta di un cliente di vecchia data e non intende mandarlo via. Bonnet e Quentin temono il peggio ma alcuni militari francesi, seduti a pranzo, mandano via i nazisti. Intanto tacitamente Bonnet e Quentin sono diventati due amici e Quentin osserva: «C’era questo di singolare, con Jean: ci si capiva senza bisogno delle parole. Era la prima volta che mi succedeva nella vita.» (81)

E, poco dopo, aggiunge: «Da quel giorno Jean ed io diventammo inseparabili. Avevo scoperto che con lui potevo essere sempre me stesso. Non dovevo fingere, non avevo bisogno di nascondere le mie debolezze.» (84)

Ad un certo punto padre Jean trova una serie di marmellate e bene alimentari di alcuni ragazzi e nascosti da Josef, il ragazzo della cucina. Padre Jean licenzia Josef e proibisce l’uscita per le vacanze pasquali a Quentin e al fratello e ad altri cinque ragazzi.

Un’altra scena che potrebbe far pensare alla nascente amicizia tra Quentin e Bonnet oltre a quella del bosco è quella in cui leggono assieme un libro di notte, sfidando le regole del collegio. Più che di una vera amicizia si tratta di una mutua cooperazione nelle loro attività, un interessamento nei rispettivi confronti. Se di amicizia si può parlare è un’amicizia che sta solo nascendo.

Al collegio arrivano dei nazisti che passano in rassegna le varie classi chiedendo chi è ebreo. Bonnet viene individuato dai nazisti e costretto a prendere le sue robe per lasciare il collegio. Lo stesso accade ad altri due ragazzi appartenenti ad altre classi. Padre Jean viene arrestato dai nazisti per aver coperto nel suo collegio degli ebrei e il collegio viene dichiarato chiuso. Ogni ragazzo deve preparare le sue robe per far ritorno a casa.

Prima di andarsene Bonnet regala i suoi libri a Quentin, sicuro che non avrà più occasione e voglia di leggerli nella vita futura che gli si prospetta. Alla fine veniamo a sapere che a fare la spia ai nazisti è stato Josef, l’aiutante della cucina, che ha fatto la spia come ripicca per essere stato licenziato da padre Jean. L’ultima scena che il film propone avviene fuori dal collegio, ormai dichiarato chiuso. I tedeschi fanno l’appello di tutti i ragazzi del collegio e portano via Bonnet, Negus e Dupré, i tre bambini ebrei e padre Jean per aver commesso il crimine d’occultamento degli ebrei nell’istituto. La voce narrante, quella di Quentin, ci dice che sono ormai passati più di quaranta anni da quel momento ma che mai dimenticherà la scena in cui i tre bambini e padre Jean abbandonavano il collegio seguiti dai militari armati. I tre ragazzi vennero deportati e morirono al campo di concentramento di Auschwitz mentre padre Jean nel lager di Mathausen.

Nel film i ragazzi salutano in coro padre Jean seguito dai militari che lo portano via, incuranti che non lo rivedranno più e il parroco, per fargli credere che è tutto apposto, risponde loro «Arrivederci ragazzi!». Ecco svelato il significato del titolo del film e del romanzo.

LORENZO SPURIO

05-03-2011

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.


[1] Si tratta di uno dei pochi casi in cui un libro venga tratto dall’opera cinematografica dato che solitamente avviene il processo contrario.

[2] Nel 1940 i nazisti erano entrati in Parigi mettendo la loro bandiera sull’Arco di Trionfo. Il governo presieduto da Paul Reynaud (1878-1966) venne destituito e il nuovo capo dell’esecutivo, il maresciallo Philippe Pétain (1856-1951) firma un accordo con i nazisti. La Francia viene divisa in due zone: la parte settentrionale è direttamente sotto il controllo dei nazisti mentre la parte centro-meridionale, con capitale Vichy, è affidata al governo dittatoriale e filo-nazista del maresciallo Pétain.

[3] Nel film viene inquadrata una targa con su scritto: Couvent des Carmes – Petit College – St. Jean de la Croix

[4] Louis Malle, Arrivederci ragazzi, Grugliasco (To), Archimede Edizioni, 1993, p. 14. Tutte le successive citazioni verranno fatte a questo testo e verrà indicata a termine della citazione e tra parentesi la pagina dove si trova la citazione.

Un sito WordPress.com.

Su ↑