“Mostri. Poveri diavoli, chimere e altre storie” di Ivan Pozzoni, recensione di Lorenzo Spurio

Mostri. Poveri diavoli, chimere e altre storie
di Ivan Pozzoni
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2009
Collana: Ardeur
ISBN: 9788895881126
Numero di pagine: 112
Costo: 15,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

 «Pozzoni non ci sta a questo gioco all’ipocrisia collettiva che va di moda nel nostro paese, dove si parla di: crisi non-crisi, poesia etica, poesia mitica, fine del realismo, poesia del quotidiano, autobiologia in poesia etc. e chi più ne ha più ne metta. Siamo nella confusione babelica di tutte le lingue e di tutte le maniere» (Giorgio Linguaglossa)

 

Ivan Pozzoni è un uomo che ha poesia nel cuore e che si dedica a questo genere da vari anni. Numerose le sue pubblicazioni di sillogi poetiche e le curatele ad altrettante antologie di poesia. Collaboratore instancabile di varie riviste letterarie e poetiche nazionali e internazionali, è anche Direttore Culturale della Limina Mentis Editore.  Sono qui oggi a parlare della sua silloge Mostri, edita dalla Limina Mentis nel 2009. La poesia non invecchia mai e quindi non ha senso dire che di norma si recensiscono le pubblicazioni più recenti, dato che ne sono seguite diverse dopo questa.

Mi sono trovato in difficoltà nell’articolare un discorso critico su questa ampia silloge di poesie che l’autore ha voluto dedicare ai “Mostri”; niente di supernaturale o di eroico, tutt’altro. I mostri che “zitti zitti/ s’avvicinano” (pp. 23-24) a cui fa riferimento Pozzoni, mi pare di capire, sono nella nostra contemporaneità, celati, dietro l’angolo e si concretizzano nelle paure, nelle ossessioni e nella spregiudicatezza dell’oggi dove le uniche religioni sono il narcisismo e il consumismo.

La poesia di Pozzoni è vivida, materica, viscerale. Rifugge la retorica, gli orpelli, per descrivere in maniera quanto mai metaforica e analogica una realtà preoccupante, spersonalizzante, che ha perduto ormai i valori. Ma è anche una poesia altamente evocativa e poliedrica: pessimista, utopica, delirante, grottesca, inconsueta. E’ tutto questo allo stesso tempo. Risiede proprio in ciò la ricchezza espressiva di Pozzoni e la sua continua capacità di rinnovarsi, di riscriversi, di osservare il mondo da un’altra prospettiva.

In “Per me, scrivo!” è chiarito il destinatario delle sue liriche: non il mondo esterno, non la natura, non la donna amata. Il poeta scrive per se stesso, egoisticamente: “Per me, scrivo/ immergendo/ i miei mille incubi/ nell’acido muriatico,/ dissodando sogni,/ scaricando rogne,/ disinnescandomi” (p. 26).

Evidente l’intento polemico e critico della poesia di Pozzoni, quasi “elettrica” come quella dei futuristi della prima stagione: rifugge il passatismo, il manierismo e la costumanza retorica e classica che anche i nuovi poeti continuano a esprimere con le loro liriche: “denuncio poetiche/ copiate su carta carbone,/ sempre uguali, mansuete,/ innocue, stampate in/ catena di montaggio/ dai nostri giovani letterati”(p. 27). Pozzoni sta dicendo che nella poesia contemporanea non c’è originalità, né sperimentazione e che i nuovi poeti (o quelli che si auto-nominano così), in fondo non sono che copie sbiadite di altri poeti che in altri tempi furono grandi ma la cui poetica, ormai, non è più attuale e conforme alle inclinazioni dell’uomo d’oggi. E’ una denuncia, è una critica, ma è anche una perorazione a cambiare, a svegliarsi,  a rinnovarsi, a crearsi un proprio stile. Ecco perché lui stesso osserva “Nei miei versi/ da coyote arrabbiato/ non dominano interessi/ a stili coerenti” (p. 27). E ancora, l’affondo di Pozzoni: “non me ne/ frega un cazzo” (in “Cinico e bastardo”, p. 33) dove a questi versi segue una lista di cose che al poeta non interessano più o che forse non l’hanno mai interessato. Il suo è un percorso caotico e convulso, un fuggire dalle semplici cose. C’è posto anche al ricordo in questa silloge: “Felice adolescenza,/ consumata in risate,/ scherzi e battute/ […] nelle notti insalubri/ di vodka e bestemmie” (in “Roaccutan”, p. 29)

Ma la poesia di Pozzoni è un panegirico d’analisi critica e polemica dei nostri tempi, imbevuta di un leggero drammatismo. Non c’è un modo particolare per accostarsi ad essa perché il poeta non ha una forma, né un genere “tipo” dal quale parte: la sua, in effetti, è una continua sperimentazione dalla quale nascono costruzioni atipiche e difficili da immaginare: “tasso/alcolico di nuvole” (p. 37), stridenti: “camminando scalzo/ tra rose, e carcasse/ di tonni” (p. 42), che hanno perduto un’identità: “iene senza coglioni” (p. 46) o addirittura che usa a suo modo l’isotopia del sessuale: “Cazzo,/ sabbia di luna/ sodomizzata/ dall’asta immota/ d’una bandiera” (p. 50) che ci obbligano a domandarci se, leggendo queste poesie, manteniamo ancora saldi i piedi su questa Terra. Pozzoni ci fornisce in alcuni tratti un’immagine dissacrante del mondo d’oggi, fondato sulla religione dell’egoismo e del consumismo: “la società del disimpegno/ tenuta insieme, tenuta a bada/ da litri e litri/ di crema abbronzante e di collagene” (p. 47). E’ una società narcisistica che si copre di una patina protettiva e che pure utilizza la medicina ricostruttiva per cercar di mantenere una certa parvenza e di rifuggire l’invecchiamento.

Nella lunga poesia “Apocalisse” che chiude la seconda sezione della silloge dal titolo “Chimere”, incontriamo un Pozzoni irruento e sfiduciato, ma anche debole e privo di speranza che lancia una minaccia che allo stesso tempo è un desiderio: “Quando tutto sarà/ finito manderemo all’aria/ ‘sto mondo di merda,/ e tutti i bastardi/ che ci stanno dentro,/ con la nostra soddisfazione.” (p. 82). Vedremo se Pozzoni ha intuito correttamente quello che sarà il nostro ultimo destino.

 

 Chi è l’autore?

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Si è laureato in diritto con una tesi sul filosofo ferrarese Mario Calderoni. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico.

Collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2007 e 2012 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Androgini, Mostri, Galata morente e Carmina non dant damen con Limina mentis, Lame da rasoi, con Joker.

Tra 2009 e 2012 ha curato le antologie poetiche Retroguardie (Limina mentis), Demokratika, (Limina mentis), Tutti tranne te! (Limina mentis), Frammenti ossei (Limina mentis) e Labyrinthi (Limina mentis) e nel 2010 ha curato la raccolta interattiva Triumvirati (Limina Mentis). Tra 2008 e 2012 ha curato i volumi: Grecità marginale e nascita della cultura occidentale (Limina mentis), Cent’anni di Giovanni Vailati (Limina mentis), I Milesii (Limina mentis), Voci dall’Ottocento I II e III (Limina mentis), Benedetto Croce (Limina mentis), Voci dal Novecento I II III e IV (Limina mentis), Voci di filosofi italiani del Novecento (IF Press), La fortuna della Schola Pythagorica (Limina mentis) e Pragmata. Per una ricostruzione storiografica dei Pragmatismi (IF Press); come monografie sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press, 2009), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso (Limina mentis, 2009) e Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche. I Presocratici (IF Press, 2012).

È direttore culturale della Limina mentis Editore; è direttore de L’arrivista – Quaderni democratici. In un’azienda della D. O. è logistico.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Racconti dietro l’angolo” di Lorella Fanotti, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Racconti dietro l’angolo
di Lorella Fanotti                               
con prefazione di Marco Montori
Editrice Don Chisciotte, 2012   –  http://donchi.com/
ISBN: 978-88-88889-37-5
Numero di pagine: 118
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 Aveva preteso di continuare a dividere lo stesso letto
e la notte mi prendeva con cattiveria,
ero una cosa sua da usare e ci teneva a farmelo capire (p. 24).
 
L’hanno messa in un buco sottoterra,
il prete dice che poi l’anima si stacca e va in paradiso, con gli Angeli,
ma intanto l’hanno lasciata in quel buco buio.
Che farà ora la maestra Clelia? (p. 41).

E’ un’assodata realtà che la narrativa breve, nella forma del racconto, in Italia non sia mai stata considerata alla pari della poesia o del romanzo. Una sorta di pregiudizio tutto nostrano (della critica e, forse, dei letterati stessi) che considerano quello che gli americani chiamano short story come una produzione breve, leggera e che vede nella sua concisione proprio la mancanza d’invenzione, di sperimentazione. Una letteratura che almeno in Italia è sempre stata considerata come “seconda” alle altre forme di espressione letterarie. Completamente diversa la situazione in Inghilterra, basti pensare ad autrici come Virginia Woolf, Katherine Mansfield o alle americane Patricia Highsmith o Flannery O’Connor. Unica eccezione nel panorama italiano, forse, solamente Calvino.

Questo libro di Lorella Fanotti è uno dei tanti chiari esempi nella nostra contemporaneità che la supposta “inferiorità del racconto breve” sia un mero pregiudizio, una sorta di leggenda metropolitana che non risponde a verità. Inoltrandoci nella lettura di Racconti dietro l’angolo, l’autrice accompagna il lettore a braccetto in numerosi spaccati quotidiani, episodi del tutto normali ed estremamente variegati. Non c’è niente di fantastico, né di surreale. La scrittura completamente piana, per nulla “accademica” dell’autrice consente al lettore di assaporare le pagine del libro e le varie storie in maniera compulsiva. Concluso un racconto, il lettore è subito pronto ad inaugurane un altro e, quando è consapevole che è giunto all’ultimo, prova un leggero dispiacere.

Questo genere si mostra congeniale a una scrittrice come Lorella Fanotti che fa della sua scrittura un’attenta analisi della realtà umana, con problemi, vicissitudini poco felici, ansie, ripensamenti, dolori. L’autrice si mostra in questo libro come narratrice del quotidiano; lo sguardo, infatti, è sempre posato su quello che accade attorno a lei. L’autrice non dà molta rilevanza a quella che è la Storia ufficiale, fatta di date, episodi, guerre o momenti politici – tranne che in “Incontro a Garibaldi”- proprio per l’espressa volontà di dipingere delle storie che sono private, che appartengono al popolo.

La raccolta affronta molti temi, ma il tutto è sempre finalizzato a sottolineare l’importanza della famiglia intesa come nucleo originario d’amore e di stabilità e soprattutto la difficoltà che ha l’uomo contemporaneo di riconoscerci completamente tale (mariti ossessivi, uomini convinti dalla validità di una “pseudo-setta” religiosa per altro non riconosciuta dalla Chiesa ufficiale, un anziano professore cieco che deve sottostare ai diktat prepotenti della società, una lesbica prostituta).

Pur utilizzando un linguaggio che ha molto del parlato, come in “Il culo delle donne”, questo non risulta mai essere volgare ed anzi, in alcuni punti finisce per rubare al lettore un sorriso in questo cocktail incalzante di cronaca d’oggi che sottolinea debolezze, mancanze, vizi e degenerazioni a più livelli.

E’ una scrittura completamente attuale quella di Lorella Fanotti come lo è il suo frequente riferirsi a Internet che, come sappiamo, può essere un ottimo strumento se utilizzato bene e anche il mezzo d’incontro fortuito di due persone, ma che allo stesso tempo può rivelarsi in una famelica trappola per vittime deboli, inermi, giovani, confuse. E’ ciò che accade ad esempio in “Una mano per chi?”, racconto thriller dagli risvolti agrodolci ma nella dinamica del serial killer quanto mai verosimile e specchio di tragici avvenimenti che spesso sentiamo al telegiornale. Il sesso ne sta alla base. E’ un sesso malato che provoca perversione, stalking, minacce compulsive; un sesso che si realizza attraverso l’abbordaggio in internet e poi l’abbindolamento nella convinzione che  “la chat ogni tanto poteva essere un palliativo per esaudire quei desideri che nessuno avrebbe condiviso in un letto” (p. 78).

Se da una parte la silloge di racconti si manifesta come uno spaccato della società d’oggi, non mancano racconti d’impostazione verista che si riferiscono, invece, a un mondo andato, a una società prevalentemente agricola, a famiglie di campagna dedite al lavoro. Contadini, orfani, poveri, tessitrici, campi da lavoro, matrimoni contadineschi che ricordano quasi alcuni personaggi verghiani.

Complimenti a Lorella Fanotti per questa ricca e variegata silloge nella quale i toni e i temi crepuscolari (malattia, dolore, morte) non riescono a dominare del tutto perché osteggiati da elementi positivi che richiamano il ricordo, la memoria, il passato andato di un’età migliore. In questo percorso, però, la scrittrice mette in scena anche crimini, manie, devianze e stravaganze, perché il mondo è anche questo tanto che in un racconto osserva: “Il giornale era troppo tetro, voleva una rivista, un settimanale” (p.88). Meglio distrarsi e dimenticarsi per un attimo che il mondo è tanto crudele.

 

Chi è l’autrice?

Lorella Fanotti ha sempre trovato piacere nel leggere. La scrittura l’ha coinvolta invece in un secondo momento quando, a partire dal 2001, ha cominciato a partecipare a un laboratorio di scrittura tenuto da Elena Gianini Belotti. In quell’occasione sono nati i suoi primi racconti. Ha continuato poi a scrivere e, negli anni, i racconti si sono accumulati nel cassetto. Sono piccole storie a volte prese dall’esperienza quotidiana, altri esercizi di scrittura partendo da un incipit o da un titolo. Da questa raccolta è nato “Racconti dietro l‘angolo”.

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Pensieri minimi e massime”, collezione di aforismi del palermitano Emanuele Marcuccio. Recensione a cura di Marzia Carocci.

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €
 
Recensione a cura di Marzia Carocci

 

L’aforisma è l’immediatezza di un pensiero, di uno stato d’animo, di una constatazione che porta alla riflessione immediata  portando il lettore al senso compiuto di un’osservazione ricca di essenza. Emanuele Marcuccio, nella sua introduzione alla poesia, sottolinea proprio quanto sia importante questa forma letteraria che è la creazione di un’anima attenta, e da quanto tempo  la forma lirica abbia attirato l’uomo per bisogno di esternare e di celebrare le proprie interiorità.

Egli farà riferimento anche alle varie epoche e ai tanti poeti che ci hanno preceduto, al loro modo di esprimersi con quel desiderio di comunicare attraverso questa forma letteraria.

Gli aforismi di questo poeta ci portano in un caleidoscopio di riflessi, perlopiù rivolti all’importanza della poesia, attraverso le considerazioni che questa forma letteraria impone con musicalità, sentimento e stile, ma ci saranno annotazioni sul dolore, sull’amore, sulla felicità, sulla morte: “Solo al momento della morte, questo nostro orologio sconnesso della vita darà l’ora esatta”.

Il poeta, in questo contenitore di emozioni, sembra a volte meditare nella ricerca continua di quesiti  a volte  senza risposte, altre con ferma certezza.

L’autore si sofferma su cosa sia il poeta, la poesia, l’espressione lirica, il valore dell’amore, la negazione dell’offesa, l’importanza dell’incipit come padrone dell’apertura poetica che si chiude con l’explicit nella chiusa del verso emozionando il lettore .

“Il poeta modella le parole, le forma e le trasforma, le trasla nel significato e le trasfonde nel significante”.

Marcuccio appunta come in un diario tutte quelle constatazioni, annotazioni che lui concretizza  in massime per sottolineare quei pensieri che egli sente di esprimere.

“La felicità dura il tempo di un istante e, attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo”.

Il protagonista principale di questo viaggio, resta comunque la poesia, regina indiscussa di emozione e sentimento e il senso di questa, che Emanuele Marcuccio, esalta  attraverso la parola.

Un itinerario dove l’autore contrassegna con un numero i vari aforismi come per catalogare in “regole” quelle osservazioni ben delineate e portate in superficie per esaltare ed elogiare una delle forme letterarie più eccelse; attimi di riflessioni che allargano il campo  ad ampi ragionamenti su un argomento interessante: perché la poesia è presente fino a circa un millennio prima di Cristo, come giustamente annota nell’introduzione Marcuccio? Perché il bisogno di celebrare le proprie emozioni? Come si interpreta la poesia?

In questo libro di “Pensieri minimi e massime”, troverete vari spunti interessanti.

 

 

a cura di Marzia Carocci

21 luglio 2012

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA QUI SU QUESTO SPAZIO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DEL LIBRO E DELL’AUTRICE DELLA RECENSIONE. 

“Il bambino musicista”, racconto di Monica Fantaci

IL BAMBINO MUSICISTA

di MONICA FANTACI 

 

Una mattina d’estate il signor Genius comprò una chitarra per regalarla al figlio Alberto.

Il bambino vedendo lo strumento musicale rimase contento e decise di telefonare a tutti i suoi compagni ed amici.
La mattina seguente Alberto uscì insieme alla mamma e portò con se la chitarra.
Mentre la signora Genius parlava con il commesso di un negozio d’abbigliamento, il bambino iniziò a suonare talmente bene che un signore che stava pagando alla cassa lo notò e si avvicinò per ammirarlo: era il signor Planet, un produttore che era arrivato nella cittadina tre giorni prima per trascorrere qualche giorno di vacanza.
Dopo l’esibizione di Alberto:

-Ti piacerebbe diventare famoso e suonare in un palco con tante persone che ti guardano e ascoltano la tua musica? – chiese il signor Planet al piccolo.

– Certo che mi piacerebbe! A me piace suonare, mi diverte! – rispose Alberto.

– Allora è fatta! Tra dieci giorni ci vediamo a Milano nei pressi del Duomo dove io ho la casa di produzione.

– Va bene, non aspetto altro!- disse Alberto con gli occhi spalancati e un sorriso abbagliante.

La madre si avvicina ed Alberto le presenta il produttore:

– E’ un piacere conoscerla signora. Suo figlio è un bravissimo musicista! – disse il signor Planet stringendo la mano alla signora Genius.

– Ho capito che lei ha preso a cuore mio figlio e sarò contenta se un giorno Alberto potrà diventare un musicista affermato – disse la signora Genius.

– Allora ci vediamo tra dieci giorni a Milano. Ecco il mio biglietto da visita. Arrivederci! ¾ disse il produttore, uscendo dal negozio.

– A presto! – dissero in coro madre e figlio.

Dopo dieci giorni esatti Alberto Genius, con il consenso di entrambi i genitori, firmò il contratto che lo fece diventare un chitarrista conosciuto in tutto il mondo.

 

DI Monica Fantaci

 

QUESTO RACCONTO VIENE PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Intervista a Cristina Canovi, autrice di “Favole crudeli”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a CRISTINA CANOVI

Autrice di FAVOLE CRUDELI,

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2008

Isbn: 978-88-95881-03-04

 

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CC: Sono sempre stata affascinata dalla crudeltà implicita nelle favole. Sono cresciuta nella terra della Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, e un implacabile senso del magico, coniugato con dettagli macabri e con prepotenti minacce, hanno costituito il tessuto sul quale si è basata la mia educazione. Le fiabe dei fratelli Grimm, le favole di Fedro ed Esopo e una cronaca nera immaginaria, più che reale, mi hanno fatto buona (o forse cattiva) compagnia per molti anni. Ancora oggi continuo a stupirmi per certi metodi educativi non proprio “montessoriani” e per la spietata crudeltà presente in certa letteratura per ragazzi. Con i miei racconti, vorrei invitare a una riflessione sulla paura, lacerandone miti e contorni, per trasformare uno scomodo disagio in piacere: il piacere di avere paura. Io ci sono riuscita e vorrei condividere questa conquista e questo regalo con i miei lettori.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CC: Molte delle storie contenute in “Favole crudeli” sono assolutamente inventate. Altre, invece, come “Colloqui di lavoro”, sono grottescamente vere. Direi che il libro è autobiografico al 50%. Anche in quelli che possono sembrare meri esercizi di stile, come i viaggi allucinatori di “Conservo la tua memoria come un’ovvia polvere di mummia” e “Mesmerismo”, traspare qualcosa di me: una traccia delle letture che mi hanno influenzata, un’eco della mia identità. Sono profondamente affascinata dalla capacità curativa della letteratura. Pur avendo più che una simpatia per la prospettiva emergentista di Eric Kandel, credo nel potere della parola, nelle “Storie che curano”, facendo riferimento al testo di James Hillman (ma qui il discorso diventerebbe estremamente lungo, fino ad arrivare ai racconti terapeutici di Milton Erickson, che hanno rappresentato per me un’importante fonte di crescita). Sono d’accordo con te quando affermi che la letteratura è un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di se stessi. Penso che scrivere sia un modo costruttivo e appagante per contattare la propria natura più profonda, per mettersi in gioco e donarsi agli altri, possibilmente regalando loro qualche momento di svago e di riflessione. Quando leggo un libro che mi piace, istintivamente mi affeziono all’autore, sento per lui un grande affetto. Sarei davvero felice se qualcuno, leggendo i miei libri, ne fosse divertito (oltre che destabilizzato: non dimentichiamo che i miei testi sono molto “neri”) e mi volesse bene”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CC: Premesso che leggo un po’ di tutto (anche se in questi ultimi anni mi sono dedicata prevalentemente a testi di psicologia, ambito nel quale ho di recente conseguito la seconda laurea), in questi ultimi mesi sono stata piacevolmente “catturata” da Chuck Palahniuk. Lo trovo divertente, profondo, sconvolgente, appassionante. Non sono riuscita a smettere di leggere questo autore fino a quando non sono arrivata all’ultima pagina del suo ultimo libro. Adoro il suo stile: pulp, incalzante, irriverente, imprevedibile. Un altro autore che amo profondamente è Oscar Wilde: un innamoramento che ha radici nella mia adolescenza. E, tornando al pulp, mi piace moltissimo Lansdale, che propone un plot horror sempre molto sopra le righe. L’horror è il genere letterario che frequento con maggiore piacere, anche se è difficile trovare autori veramente meritevoli di essere letti. Ovviamente, la mia preferenza va a Stephen King che, nonostante le critiche feroci che lo rincorrono, ha un ritmo narrativo perfetto e una scrittura particolarmente originale (mi riferisco, nello specifico, alla saga western-fantasy della “Torre nera”, ma penso anche a “It” o “Duma Key”). Mi piacciono molto anche autori più “di nicchia”, come il Pennac “nerissimo” della saga dei Malaussène o come il Ray Bradbury della poetica e strana famiglia di “Ritornati dalla polvere”. Non seguo una vera e propria tendenza nelle mie letture. Preferisco accostarmi ad un autore e leggerne l’opera omnia. Posso dirti che non amo il fantasy, ma adoro ugualmente scrittori fantasy come Terry Pratchett e Neil Gaiman. Insomma: sono una lettrice vorace e un po’ atipica. Tra gli italiani, oltre ad autori ormai ritenuti classici, come Calvino e Buzzati, leggo con grande piacere i contemporanei Lucarelli, Ammaniti e Baldini. In tutti questi scrittori trovo sempre un brivido di fondo, una sfumatura noir che passa dal galante allo sfacciato. E adoro Stefano Benni, perché mi diverte in modo intelligente: è irresistibile!

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CC: Questa è davvero una domanda difficilissima! C’è un libro, in effetti, che rileggo ogni anno: è la raccolta di racconti di Roal Dahl “Storie impreviste e storie ancora più impreviste”. Di questo libro amo moltissimo lo stile: perfetto, dosato con perizia quasi chirurgica. La stesura di ogni racconto ha richiesto oltre otto mesi di lavoro. Sono storie davvero imprevedibili, caratterizzate da un umorismo nero assolutamente geniale. Dahl è un autore avvincente anche nella sua produzione per ragazzi: crudele, politicamente scorretto e, in fondo in fondo, anche moralista, come piace a me. A pari merito metterei (anche se, vista la mole, non è frequente oggetto di riletture) un libro completamente diverso: “La vita, istruzioni per l’uso”, di Georges Perec. Mi piace per la sua complessità, per gli spunti di riflessione che offre, per l’umorismo, per l’originalità dello stile e perché, ogni volta che lo prendo tra le mani, mi ci perdo. Per fortuna c’è una pianta della struttura proprio all’inizio del volume!

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CC: Per lo stile mi piace molto Dahl, con i suoi finali a sorpresa, “cattivissimi”, che lasciano spazio all’immaginazione: i racconti di “Favole crudeli” hanno tutti finali inconsueti. Devo ammettere che c’è anche un pizzico di Queneau, dal quale mi sento molto influenzata. Questi maestri mi sono rimasti nel cuore, oltre che nella penna, o meglio, nella tastiera del pc. Sono loro gli autori che amo di più. Insieme a Stephen King eccetera (dei quali ti ho già parlato) e insieme ad altri che non ho ancora ricordato, come Kundera e Poe.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CC: Per quanto riguarda la saggistica, ho pubblicato un testo, da tempo fuori commercio, sul teatro del Grand Guignol (l’horror continua ad essere la mia più grande passione) e, di recente, un saggio sull’intuizione, uscito nel volume collettivo “Intuito e intuizione”, a cura di Giacomo Gatti, edito da Limina Mentis. I titoli si commentano da soli… Per la stessa casa editrice ho pubblicato un romanzo intitolato “Sangue, sapone e camicie di forza”. E’ ambientato nel manicomio di Reggio Emilia, il San Lazzaro, e parla della sofferenza e della follia di una donna di nome Ardilia, che ebbe la sfortuna di incrociare la vita di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, una delle non infrequenti donne serial killer della storia. Mentre la cornice si attiene a fatti di cronaca realmente accaduti, ogni fatto attribuito alla protagonista è frutto della mia fantasia. Questo libro nasce da anni di ricerca e da lunghe e dolorose letture: oltre agli scritti di Alda Merini e ai volumi di medicina, ho consultato anche tanti altri testi realizzati da pazienti manicomiali. Il volume, al di là del titolo inelegante che ho voluto dargli, contiene, nelle mie intenzioni, una scrittura della sofferenza e un invito ruvido e maleducato a guardare dentro il dolore degli altri, a non dimenticarli. Anche qui ci sono spunti horror, che compaiono negli incubi e nei deliri della protagonista, ma c’è soprattutto un’introspezione profonda, anche volutamente fastidiosa a tratti, che intende mettere in luce la disperazione della follia, il dolore tremendo di un’identità che si sgretola. Nel libro ho incluso anche un’introduzione dedicata alla storia della pazzia: è molto breve e molto semplice, si tratta di una tesina che ho realizzato per l’esame di Psichiatria e che, pur essendo estremamente sintetica, contiene i punti chiave dell’argomento, senza annoiare il lettore (spero). Ovviamente, una trattazione estesa richiederebbe qualche migliaio di pagine, ma  esistono già molti testi di questo tipo. Nella post-fazione ho invece ricostruito le vicende giudiziarie della Cianciulli.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CC: Purtroppo non ho mai avuto modo di lavorare insieme ad altri scrittori, anche se mi piacerebbe moltissimo. Credo che sarebbe un’esperienza di scambio e di condivisione insostituibile. Mi è piaciuto tantissimo collaborare al volume di Giacomo Gatti “Intuito e intuizione”: il confronto con Giacomo è stato preziosissimo e molto divertente, anche se non si è trattato, purtroppo, di una scrittura a quattro mani. Trovo che questo tipo di produzione letteraria, quando abbina menti fertili, sia straordinaria. Penso, in particolare, alla coppia Preston-Child: mi piacciono molto i loro thriller! Sono davvero originali e avvincenti.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CC: Innanzitutto ad un pubblico di adulti. Forse il titolo “Favole crudeli” può trarre in inganno, ma il libro contiene testi difficili da “metabolizzare” per un pubblico di bambini. Credo, inoltre, che il mio lettore-tipo debba amare il noir, il brivido, l’inconsueto. Dovrebbe essere disposto ad aprire la mente, a pensare, lasciandosi coccolare e strapazzare, senza trattenere i sorrisi e le lacrime.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana?

CC: Penso che sia un mondo eccessivamente soggetto alla moda. Quando viene pubblicato un libro che mi piace lo acquisto subito, anche se non ho tempo per leggerlo al momento, perché so che può uscire presto dalla produzione e diventare irreperibile. Infatti, se per qualche motivo il successo dell’autore si esaurisce, i suoi libri divengono introvabili. Penso ai libri di Borges, prima che Adelphi li ristampasse: per anni non è stato proprio possibile reperirli. Ritengo, inoltre, che i libri in Italia siano eccessivamente costosi. Come lettrice-feticista, difficilmente prendo i libri in prestito in biblioteca, e acquistare un volume mi impegna un po’ troppo economicamente.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

CC: Sì, penso che i corsi di scrittura creativa possano essere preziosi per perfezionare la tecnica e che offrano ottimi spunti anche per inventare una trama e trovare uno stile personale. Per quanto riguarda premi e concorsi letterari, trovo che siano molto stimolanti e che siano un’eccellente vetrina per gli autori esordienti.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CC: Il confronto con gli altri autori per me è molto importante e anche molto impegnativo, visto che i miei modelli di riferimento sono scrittori affermati, autentici geni della letteratura. Per farti un esempio, per quanto mi dedichi con passione alla scrittura, so che non diventerò mai “brava” come Carlo Lucarelli: la sua tecnica, il suo ritmo sono assolutamente inarrivabili. E’ proprio leggendo che ho provato il desiderio di scrivere. Purtroppo, al momento, non ho rapporti con scrittori in carne e ossa, quindi devo accontentarmi di amici cartacei con i quali confrontarmi.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

CC: Credo che sia inevitabile portare l’impronta di altri scrittori, essere influenzati dagli autori che abbiamo amato: entrano nella nostra memoria e nella nostra storia personale, riscrivono la nostra identità. Quando la citazione non scade nel plagio, risulta lusinghiera per il lettore più attento (pensa a Dylan Dog…). Soprattutto in certi generi letterari molto rigidi e stereotipati, come l’horror o come la fiaba, è impossibile evitare di riscrivere una trama già nota. L’originalità del testo è costituita dallo stile, dall’intreccio e dalla ricombinazione di moduli fissi. Penso anche alla chick lit, che si muove seguendo volutamente i sentieri tracciati da Jane Austen: l’esperienza della lettura può risultare piacevole proprio per l’abbinamento di un intreccio classico con temi della quotidianità, che sfociano in situazioni tragicomiche, con la promessa di un lieto fine, implicito nel genere stesso.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

23° Concorso Internaz.le di Poesia “Città di Porto Recanati” – XXIII Edizione – 2012

 23° CONCORSO INTERNAZIONALE di POESIA «CITTA’ di PORTO RECANATI» XXIII Edizione 2012

Col Patrocinio del Comune di Porto Recanati e della Regione Marche

E la collaborazione dell’Associazione Lo Specchio di Porto Recanati

 

Art. 1 – Il  poeta invierà una sola poesia a  tema libero. L’organizzazione suggerisce di considerare tematiche sulla disabilità, sulla solitudine, su  “i nuovi poveri”, sugli extracomunitari, sugli anziani, sugli eventi catastrofici ecc., affinché si rifletta sulla condizione dell’uomo e del suo esistere,  ideazione che portò all’istituzione de Premio Città di Porto Recanati 25 anni fa.  Comunque sia, i temi indicati sono solo indicativi… La poesia inviata, che non deve superare i 35 vv. (per non eccedere nelle spese di stampa nell’eventuale raccolta dei testi dei Vincitori e dei selezionati in un’Antologia), può essere stata anche edita, ma che non abbia mai vinto il primo premio in altri concorsi. L’originale deve riportare: Nome e Cognome dell’autore, indirizzo di casa e indicazione della sua email e la dichiarazione: “Dichiaro d’essere autore dell’opera inviata al concorso”.

Art. 2 – La Giuria, composta di quattro elementi, sarà resa nota nel giorno della premiazione; essa stilerà una graduatoria di tre vincitori dei premi in denaro e di altri meritevoli sino  al 10° classificato.

La Giuria, a suo insindacabile giudizio, premierà quei poeti che,  con l’impegno culturale e la propria testimonianza di vita,  abbiano contribuito a superare una condizione  di vita difficile, o addirittura rendendola fonte di ispirazione.

Art. 3 – I premi in denaro sono:

1° classificato 500 euro, targa o trofeo.

2° classificato 300 euro, targa o trofeo.

3° classificato 200 euro, targa o trofeo.

Art. 4 –  Le poesie dovranno essere spedite entro il 31 luglio 2012 (farà  fede il timbro postale di partenza) in quattro copie,  per posta ordinaria al seguente indirizzo:

Prof. Renato Pigliacampo c/o Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto  Recanati”, XXIII Edizione 2012, Casella Postale n. 61    62017  PORTO RECANATI   (Macerata). La poesia potrà anche essere inviata per  e-mail a:   pigliacampo@cheapnet.it  Il concorrente verserà la tassa d’iscrizione di 15 (quindici) euro sul conto corrente postale n. 29 68 76 21 intestato a Renato Pigliacampo c/o Casisma., o con  altra modalità di sua scelta. La somma sarà messa a disposizione del monte-premi.

Informazioni. La premiazione avverrà a Porto Recanati, probabilmente nella seconda/terza decade di settembre. I vincitori dei premi in denaro avranno  comunicazione scritta del giorno, del luogo e dell’ora della Cerimonia. E’ prevista una raccolta delle migliori  opere in una  silloge.

Si chiede la cortesia di diffondere il Premio nei media e tra gli amici interessati. Grazie.

“Il castello di Folclore”, racconto di Monica Fantaci

IL CASTELLO DI FOLCLORE

 di MONICA FANTACI

C’era una volta, tanto tempo fa, un castello costruito con mura solide, le tegole erano ben posizionate e i mattoni erano rustici, quasi volessero richiamare l’attenzione alla tradizione, oscurata dai valori indeboliti dalla società odierna. In questo castello risiedeva un ragazzo forte, pieno di idee. Un bel giorno decise di fare una passeggiata lungo il giardino che costeggiava la sua dimora, annusava le fragranze dei fiori, c’erano rose rosse, rose bianche, girasoli, gelsomini, viole, lilium, inoltre l’erba era ben curata: ogni mattina il giardiniere di fiducia, Lino, un ometto basso dai capelli grigi, con baffi arricciati, si divertiva a curare quel giardino; amava il suo lavoro e cantava mentre innaffiava i fiori e le piante; aveva tramandato il mestiere dal padre, erano presso quel castello da diverse generazioni.
Giulio, il ragazzo del castello, ammirava l’intero panorama, vedeva all’orizzonte pineti, casupole che ornavano i bordi delle massicce montagne, ad un tratto non si accorse di un albero e gli andò a sbattere, cadendo sopra erba soffice appena innaffiata dal signor Lino. Carlotta, una sua compagna di scuola, era proprio lì, a raccogliere le more, lo soccorse e Giulio si alzò dolorante.
Entrambi avevano 18 anni ed erano prossimi al diploma, Carlotta si sarebbe iscritta alla facoltà di medicina, era bravissima nelle materie scientifiche, aveva sempre preso il massimo dei voti, Giulio, nonostante i buoni voti, doveva rimanere al castello, lui era il principe di Folclore e doveva a tutti i costi impegnarsi per la città dov’era nato e che da diverse epoche era governata dalla sua famiglia.
Il ragazzo non sopportava che un giorno avrebbe dovuto sostituire il padre per far fronte alla situazione della città. Di anno in anno la situazione economica peggiorava sempre di più nella sua cittadina, lui si domandava se sarebbe riuscito a risolverla. Doveva a tutti i costi cambiare la corrente che trascinava tutti nel fondale. Durante il tragitto che lo portava a casa, ne parlò con Carlotta, che non gli seppe dare una risposta.
Un giorno, mentre leggeva le pagine di storia che aveva assegnato la professoressa Miranda, gli venne un’idea: aprire i cancelli del castello a tutti i cittadini di Folclore. Il castello avrebbe consentito di fare affari, proprio per la città, avrebbe incuriosito stranieri e l’economia sarebbe ritornata splendente come il sole.
Giulio iniziò a saltellare dalla gioia, ma decise di non parlarne subito con il padre, lo avrebbe ostacolato.
La mattina seguente, dopo aver fatto colazione ed essersi lavato e vestito, si diresse a tv-Folclore, la rete che trasmetteva programmi televisivi in tutta la città, in modo da far spargere la voce.
Il ragazzo fu accolto con riverenza, ma non ci faceva caso, pensava facessero così per il semplice fatto che lui era il principe, ad ogni modo accolsero l’idea e fecero pubblicità mediante spot e telegiornali.
Lui preparò il personale del castello, l’idea si sarebbe concretizzata in pochi giorni. Nel fine settimana si alzò di buonora, aspettò che il padre e la madre uscissero e aprì il cancello alla città: una massa di gente si mise in fila, si decise di farli entrare a gruppi di dieci o quindici persone, in modo da rispettare un certo ordine.
Il castello aveva un ingresso molto ampio, entrando dalla porta principale, sulla destra c’era un mobile che risaliva al trisnonno di Giulio, il portaombrelli era in ceramica e aveva ricamato nella parte superiore fiorellini, mentre nella parte bassa rametti con disegnate appena delle foglioline verdi, nella parte centrale era appeso uno specchio con la cornice di legno. La stanza attigua all’ingresso era la grande biblioteca che ospitava più di dieci mila volumi e archivi di famiglia. La storia della famiglia Clotre e la cultura erano a disposizione della città. Ad ogni gruppo che entrava, Giulio diceva che in quella stanza potevano aprire e leggere tutti i libri che volevano, il castello sarebbe stato aperto dalle 9 fino alle 18, tutti i giorni. La sera il ragazzo ne parlò con determinatezza al padre, che lo rimproverò sostenendo che era pur sempre la loro casa privata, « Ma papà, farò visitare solo il pianterreno, gli altri piani no ». Fu così che il padre si accordò, per fortuna sua e della città.
Quel castello acclamava tanta gente già dall’aspetto invitante, ricco di verde e di luce, anche quando pioveva, un vero spettacolo.
Per diversi mesi gli abitanti di Folclore si recarono al castello della famiglia Clotre curiosi ed entusiasti, nel periodo estivo iniziarono anche a far visita i primi stranieri, gli unici a dover pagare una piccola quota per entrare. Era sorprendente il numero di Francesi e Russi che entravano lì nonostante si pagasse.
Passavano i mesi e le stagioni e già era passato un anno da quando il castello fu aperto a tutti, era quasi Natale e Giulio aveva già conseguito il diploma, aveva 19 anni.
Il 23 dicembre, come tradizione, il papà del ragazzo invitò i cittadini a Piazza Allegra, la più grande della città, per gli auguri natalizi.
A fine discorso, come al solito, chiese che chi voleva poteva intervenire e dire qualcosa, naturalmente salendo sull’enorme palco disposto all’angolo dell’enorme piazza. Un signore minuto e quasi ricurvo salì i tre gradini per raggiungere il centro del palco e disse « A nome di tutti, vorrei che suo figlio prendesse il suo posto, non che lei abbia fatto male il suo lavoro, ma il signor Giulio ha idee brillanti e ha migliorato la situazione finanziaria e culturale di Folclore »
« Cari cittadini, anche io avevo pensato da circa quattro mesi a questa idea: ormai mio figlio ha raggiunto la maggiore età, si è diplomato ed ha voglia di cambiare questo nostro luogo, nonostante abbia deciso di iscriversi alla facoltà di Scienze politiche ». Il signor Clotre, re di Folclore, si avvicinò al principe e lo nominò suo successore, la signora Clotre era emozionata, il signor Lino aveva i lucciconi negli occhi, la cittadina era contenta e festeggiava con balli folcloristici. Da quella sera stessa Giulio Clotre regnò la sua città e terminata la laurea sposò Carlotta.

MONICA FANTACI

QUESTO TESTO VIENE PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO INTERNET DIETRO GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

LA FOTO E’ TRATTA DA QUI: http://www.google.it/imgres?q=CASTELLO+FANTASTICO&um=1&hl=it&safe=off&sa=N&tbm=isch&tbnid=L19LKLZvmfdK7M:&imgrefurl=http://it.123rf.com/photo_8566781_il-fantastico-castello-nel-lago-nel-cielo-notturno-con-le-stelle.html&docid=p9DUrzsntm3_NM&imgurl=http://us.123rf.com/400wm/400/400/flamewave/flamewave1101/flamewave110100041/8566781-il-fantastico-castello-nel-lago-nel-cielo-notturno-con-le-stelle.jpg&w=400&h=379&ei=tE4KUL2uBoSxhAft8NHlCQ&zoom=1&iact=hc&vpx=661&vpy=192&dur=775&hovh=219&hovw=231&tx=89&ty=128&sig=113704477299930288473&page=1&tbnh=130&tbnw=144&start=0&ndsp=21&ved=1t:429,r:10,s:0,i:130&biw=1366&bih=632

“Favole crudeli” di Cristina Canovi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Favole crudeli
di Cristina Canovi
con presentazione a cura di Roberto Baldini
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2008
Collana: Rêverie
ISBN: 978-88-95881-03-04
Numero di pagine: 100
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore

  

La paura è l’attimo in cui perdi te stesso. Il panico è più della paura. E’ la paura della paura. (p. 60)

 Conservo la lucida coscienza della morte imminente: non solo la morte fisica, orrenda, per soffocamento (la più temuta), una lenta agonia, dolore come acido nelle vene, brucia da morire. No, non solo soffocare, ma disintegrarmi: la mia identità non esiste più; rimane solo la coscienza del dolore, la paura, l’assurdità del morire ora. (p. 79)

 

Nella breve nota introduttiva a cura di Roberto Baldini, è chiarito subito il significato di questo titolo “atipico”: il mondo che ci circonda è –anche se non sempre ci si rende conto- pieno di crudeltà. Non solo piccole cattiverie ed egoismi dell’uomo contemporaneo, ma come afferma lo stesso Baldini, “C’è una sottile crudeltà nell’esistenza quotidiana” (p. 5). Il poeta futurista Aldo Palazzeschi, dedicando una poesia ai fiori, non potette fare a meno di sottolineare come anche nella natura floreale e multicolore si celi la perversione, il vizio, la cattiveria. E’ un’impostazione questa che credo Cristina Canovi abbracci con questa ampia silloge di racconti, pensieri e quant’altro. Il libro contiene così una serie di favole “smitizzate”, riviste, ricollocate nella quotidianità spersonalizzante e logorante: ci sono così sogni amari che si tramutano in veri e propri incubi, paure, nevrosi e manie, ma anche desideri e deliri. Il tutto può essere visto quindi all’interno di un’attenta analisi psicologica tra le pieghe dell’io, un campo di ricerca a metà tra l’utopia e la paranoia. Baldini nell’introduzione aggiunge: “Favole crudeli, storie surreali a metà fra immaginazione e realtà, brevi irruzioni dell’assurdo nel mondo reale o del reale nel mondo dei sogni” (p. 5).

Il cantante romano Max Gazzè in una sua recente canzone dal titolo “Storie crudeli” – a suo modo- ha dato voce a questa stessa realtà: le piccole e grandi ingiustizie, prepotenze, cattiverie e crudeltà che ci circondano tanto che anche le favole – territorio sacro all’infanzia- risentono di questa cattiveria dilagante. Il rimedio che propone Gazzè è ottimistico e influenzato da una certa anima lirica che pervade i testi della sua produzione: “non c’è ragione per raccontare storie crudeli/ sulle cattiverie di orchi e fattucchiere/ io racconterei un volo verso il sole/ di fiori bagnati/ quando i ruscelli dissetano i prati”.

Il lettore incontrerà personaggi ambigui, strani, maniaci che e farà quasi difficoltà a non considerarli “pazzi” o “psicolabili” come il bambino di Piedin Faina che –pur essendo molto piccolo – è in grado di essere veramente cattivo nelle azioni, ma soprattutto nei pensieri: “[Al Berselli] piacevamo io e mamma: mamma perché aveva tette giunoniche, io perché facevo cacche e puzze record e alle battutacce grevi ridevo con la cattiveria compiaciuta della mia prima infanzia” (p. 10). L’infanzia del ragazzo è traumatica perché vissuta all’ombra di paure, minacce, e favole tenebrose raccontate dalla nonna per calmarlo e tutto questo funziona negativamente sulla sua psiche rendendolo cattivo, vendicativo e un pericoloso piromane: “La tata diceva che ero un mosto e che prima o poi Piedin Faina mi avrebbe mangiato le dita dei piedi. Mamma, invece, riteneva che fossi un bambino curioso e che, come tutti i bambini, dovevo semplicemente fare le mie esperienze. Smontare gli animali, pestarli, strozzarli, picchiarli era il mio modo di esprimere la creatività tipicamente infantile” (p. 14). Nel racconto è evidente anche un chiaro mal comportamento della madre nei confronti del figlio, sempre pronta a scusarlo o a proteggerlo, anche di fronte alle sue azioni più preoccupanti, mentre il padre è distante e ha paura di suo figlio, che è un mostro. Che la Canovi abbia voluto dire che il complesso di Edipo, l’attaccamento morboso del figlio maschio verso la madre esposto da Freud, possa portare a siffatte situazioni? Mi pare di intuire che è così.

La serie dei personaggi che incontrerete leggendo è multicolore ed eterogenea: un anziano ossessionato con l’allevamento e la cottura di tentacolati, ragazzi che tirano avanti con gli “eroi chimici” (p.53), una vicina “strana” dalla quale stare in guardia che però la protagonista non riesce mai a incontrare (è una prostituta? è una criminale? è una matta? o è semplicemente una persona normale? Non ci è dato di sapere, come neppure alla protagonista stessa), un’arcigna nonna-strega che terrorizza la nipote con orrori, minacce e strane storie.

C’è molto sangue, vomito e puzze varie tra le pagine di questo libro, immagini poco edificanti che, unite a molte altre, ci consegnano una visione amara e un po’ degradante della società dell’oggi, perché si sofferma appunto nel sottolineare le mancanze, le devianze, le debolezze e gli errori dell’uomo. La Canovi ha fatto una scelta personalissima nel dare al lettore riflessioni, pensieri e raccontini che, pur partendo da immagini e situazioni forti (a volte addirittura al limite), hanno la forza di far riflettere e di interrogarsi.

Questa opera è preziosa perché apre di continuo le porte dell’immaginifico, proiettandoci con un piede nel surreale e l’irrealtà, facendoci rimanere, però, con l’altro piede nel mondo reale. I protagonisti, e lo stesso lettore, non sanno se lasciarsi completamente andare a varcare quella soglia o se, invece, forte della sua componente razionale, rimanere con i piedi saldi nel mondo reale, conoscibile, dell’oggi.

Grazie a Cristina Canovi per questo percorso tra vie traverse, tra universi distanti, presenti contemporaneamente per ciascuna persona che sia capace di non prendersi troppo sul serio e lasciarsi andare –almeno per il tempo della lettura del libro- a varcare le porte dell’immaginario.

 

 

Chi è l’autrice?

Cristina Canovi è nata a Reggio Emilia e vive tra Reggio e Cesena. Laureata in Lettere Moderne presso l’università di Bologna (110 e lode!), attualmente insegna italiano, storia e geografia nelle scuole medie. Possiede, al posto di un conto in banca, una biblioteca di oltre tremila volumi e una cineteca personale composta da quasi mille titoli, la metà dei quali horror, genere del quale l’autrice è una grande appassionata. Tra i suoi scrittori preferiti: Roal Dahl, Richard Matheson, Joe R. Raymond, Philip Dick, Rod Sterling, Milan Kundera, Stephen King, Raymond Queneau, Georges Perec, Daniel Pennac, Oscar Wilde, Ray Bradbury, Dino Buzzati, Carlo Lucarelli, Eraldo Baldini. Tra i registi più amati: Tim Burton, Quentin Tarantino, Woody Allen, Sam Raimi, Peter Jackson.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Edoardo Monti, autore di “Vangelo del cavolo”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Edoardo Monti

Autore di Vangelo del cavolo

I libri di Emil, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: C’è bisogno di fare una premessa un po’ dotta. Anche se in genere, in questo paese, si viene educati alla fede cristiana, pochi sanno che nei primi secoli del Cristianesimo il “vangelo” era una specie di genere letterario. Esistevano diversi vangeli (non parlo solo dei famosi apocrifi), ma di essi tutti conoscono soltanto i quattro testi che furono scelti dalla Chiesa, e dunque “canonizzati”. Partendo da tale presupposto, ho voluto scrivere il mio “vangelo”: il quale, essendo mio – e parlando di gente ordinaria, debole, mediocre –, non può che essere “del cavolo”.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

EM: Rispetto a chi nega una valenza autobiografica ai propri testi, io faccio esattamente il contrario. Dirò anzi che mi “duplico” in quasi tutti i miei personaggi, nel senso che in ognuno c’è un aspetto della mia personalità. Alla fine, per far questo, la scrittura non è solo un mezzo semplice ed efficace… ma direi piuttosto che è l’unico. Siamo sinceri: in quale altro ambito possiamo esprimere pensieri meschini – o magari anche spregevoli – e affermare: “Non sono io, è il personaggio che lo dice!”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

EM: Perché, esistono ancora i generi letterari? Oggi va molto la tipologia del “libro di denuncia”… Ma quando tu, per dire, scrivi un libro contro la camorra, e poi entri a far parte della grande “mafia” italiana – non meno pericolosa – di politologi e intellettuali, non sei molto credibile; o almeno, è ciò che penso io. Quanto al Noir, ci sono autori che leggo e che stimo molto: ma sarebbe anche il caso, da parte degli editori, di spaziare in altri territori, introducendo qualche novità. Questa ossessione per il “nero” inizia a essere noiosa!

Quanto agli autori che prediligo, dato che sono parecchi, mi limiterò ai nomi che in questo momento mi vengono in mente: Pirandello, Cechov, Updike, McBain, Dostoevskij, McInerney, Scerbanenco, Leopardi… Quanto agli autori italiani di oggi, ci metterei senz’altro Ammaniti, la Parrella, e anche Loriano Macchiavelli.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Ne posso dire due? Uno solo è davvero troppo! Sicuramente la Recherche di Proust e Il Principe di Machiavelli. Perché? Il primo è un capolavoro di scrittura e di profondità, il secondo è l’analisi più terribile – e veritiera – mai scritta sul genere umano.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: Sicuramente alcuni scrittori avranno avuto maggiore influenza, ma in qualche modo preferisco non esserne consapevole, lasciando semmai al lettore il compito di “scovarli”!

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Di norma ascolto tutti i consigli di chi legge i miei manoscritti, ma una scrittura a quattro mani non l’ho ancora mai sperimentata.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: A tutti coloro cui ogni tanto, durante la giornata, viene il sospetto che la nostra vita – con i suoi riti e le sue convenzioni – sia una gigantesca presa in giro (non so se comica o drammatica). Chi mi legge, per un’oretta deve abbandonare i sentimentalismi, e in compenso saper ridere con sana cattiveria…

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Giorni fa, su un quotidiano, stavo leggendo la rubrica delle lettere tenuta da un notissimo scrittore. Rispondendo sull’argomento “piccola editoria” (di cui faccio parte anch’io), confrontandola con quella “grande”, egli affermava che per essere pubblicati dai grossi editori non c’è altra via che quella di esser “segnalati” da qualcuno; una persona, insomma, che conosca il direttore editoriale e che gli dica: “Ci sarebbe questo manoscritto…”. Ovviamente, è chiaro che il manoscritto deve poi piacergli: ma se non segue quest’itinerario, è impossibile che venga letto. Considerando che lo scrittore che tiene quella rubrica viene pubblicato da Mondadori, c’è da credergli sulla parola. Senza dubbio, il piccolo editore non ti fa seguire quell’iter. Ma in compenso, devi poi pubblicizzarti da solo, dal momento che non dispone dei mezzi che hanno i “grandi”.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Quanto ai premi, a esser sincero, ancora non l’ho capito. Per quanto riguarda i corsi di scrittura, io non ne ho mai frequentati, ma ho conosciuto – piuttosto – alcune persone che li tenevano, e devo che la loro mentalità non mi piaceva affatto. Con ciò, non voglio dire che gli insegnanti son tutti così. Ma la cosa quantomeno mi ha dato da pensare.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Lo scrittore è tendenzialmente un essere narcisista, molto geloso di ciò che scrive e sospettoso verso i “colleghi”. Anche se ciò risulta antipatico, è inutile far finta che le cose non stiano così. Non dico che tra scrittori sia impossibile confrontarsi: dico solo che è difficile bucare la loro corazza.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: C’è chi ha detto che in realtà ogni singolo scrittore dà il suo contributo alla stesura di “un unico grande libro”. Chi scrive ha la necessità principale di farsi capire, e quando un’immagine della letteratura del passato è conosciuta più o meno da tutti (ad esempio, l’insetto di Kafka), re-interpretarla – o anche parodiarla – può rivelarsi molto efficace. Specialmente se non è solo un divertissement intellettualistico, come accade nei libri di certi ‘baroni’ ormai affermati.

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La metafora del giardino in letteratura”, testo di critica letteraria di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, recensione a cura di Marzia Carocci

“La metafora del giardino in letteratura”
di Lorenzo Spurio e Massimo Acciai
prefazione a cura di Paolo Ragni
Faligi Editore, 2011
Genere: Saggistica/Critica letteraria
ISBN: 978-88-574-1703-5
Costo: 20 €
 
Recensione a cura di Marzia Carocci
 

Come definire questo libro?

Un itinerario fra i giardini nelle varie epoche, attraverso visioni  di scrittori diversi?

Un atlante istruttivo e dettagliato d’analisi e concentrati di scrupolose notizie?

Un incanto attraverso tante meravigliose menti che hanno descritto luoghi fatati, paurosi, curiosi, tetri, allegri, bui o pieni di luce?

Questo libro è tutto questo.

Un volume, scritto da due giovani e preparati autori; Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, che passo dopo passo, attraverso i loro modi di vedere, ci regalano le loro impressioni in una sorta di commenti ben elaborati ed estremamente delineati da un ottica attenta e critica,  riuscendo a creare veri e propri saggi sull’argomento, saggi che arricchiscono la curiosità nel lettore, proponendo alcune pagine di  testi letterari scritti da autori di opere fantasy e altri testi  scritti da autori di contenuti classici.

Autori come Lewis Carroll, C.S. Lewis, Borges, Dino Buzzati, Anton Cechov ecc..

Sarà un viaggio attraverso i giardini in decadenza, giardini poveri di alberi, di fiori e di verde, giardini sfarzosi e incredibilmente vasti, giardini sterili e di cemento, giardini rigogliosi e prosperi.

Di ogni giardino, ne verrà data visione  attraverso alcuni  passi tratti da romanzi, opere e poesie e analizzata in maniera encomiabile da Spurio e Acciai che identificheranno con precisione e accuratezza,   il simbolismo, l’essenza, il periodo storico, di queste aree verdi dove da sempre sono luogo di amori, nascondigli, estasi, o cupi anfratti, tetre boscaglie o confini per alcuni.

Una lettura che appassiona, che coinvolge e che regala il piacere di saperne di più, perché la metafora del giardino non è altro che la simbiosi fra l’uomo e la natura, la materia e lo spirito, giardini dove, come nell’uomo, si nasconde un dualismo fatto di bene e male, di gioia e peccato.

Vi saranno le descrizioni sugli stili dei vari giardini a secondo delle località e del periodo storico, e quindi riferimenti ai giardini barocchi, inglesi, rinascimentali e non mancheranno  le descrizioni ai giardini paradisiaci come il giardino dell’Eden che nella sua bellezza, nasconde il mistero e  la paura.

Il giardino, che attraverso gli occhi degli autori è sicuramente sinonimo di vita, di germoglio, di percorso, dove a volte vi sono fiori, altre volte recinti, altre ancora fontane; giardini come metafore alla vita e alla sua emozionalità, vite aride come giardini cementati, vite felici come i giardini rigogliosi, esistenze misteriose come i giardini fantastici, bui come l’angoscia, aridi come la solitudine.

Simbolismi e similitudini, in un girotondo di continua morte/vita come lo è la vita di una pianta/fiore o la speranza della vita stessa dopo la morte terrena.

Il giardino emblema di un luogo caro, cercato, costruito e desiderato fin  dall’antichità  come scelta dell’uomo nella funzione di oasi di qualcosa oltre la materia, un luogo dove sognare e sperare, ma anche piangere e chiudersi in solitudine.

Un libro che può dare mille risposte, a secondo di cosa un lettore cerca: conoscenza?, curiosità?, riflessione?.

Senza dubbio Lorenzo Spurio e Massimo Acciai, ci aprono una finestra nella visione totale di un pensiero e a tante considerazioni che , forse, senza questo libro, non ci avrebbero  neppure sfiorato!.

 

Marzia Carocci

 

Firenze, 11 Luglio 2012

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Due palermitani scrittori: “Pensieri minimi e massime”, raccolta di aforismi di Emanuele Marcuccio, recensione di Monica Fantaci, poetessa e recensionista

Pensieri minimi e massime (1991-2012)

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2012

ISBN:978-88-6682-240-0

Genere: Aforismi

Prezzo: 7,60 €

 

 

Recensione a cura di Monica Fantaci

Pensieri minimi e massime, di Emanuele Marcuccio, è una raccolta di ottantotto aforismi. Scrivere aforismi è, essenzialmente, condividere dei propri pensieri, affinchè gli altri possono ritrovarsi.

L’autore tratta argomenti filosofici ed etici che vengono abbinati ad alcuni elementi naturali, come il mare, la stella, la tempesta: «Il dolore è come il mare, nel suo indistinto ondeggiare e rifluire incessante» (aforisma N°1),  «La stella dei poeti è la nostra ispirazione, capricciosa padrona che spesso tarda a farci visita» (aforisma N°28), «Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa» (aforisma N°42).

Il tema principale è la poesia «Musicalità, fluidità e spontaneità, sintesi folgorante, ispirazione senza mediazioni, né di metrica, né di rima: tutto questo è vera poesia» (aforisma N°58).

Marcuccio affronta il senso della vita, la valenza della cultura, della lettura, dell’istruzione come fonti per affermare la libertà d’essere «Ognuno per sua stessa natura, è viandante, alla continua ricerca del proprio sé, alla continua ricerca della felicità ma, solo dei lampi fuggevoli, solo uno stormir di fronde ci sono concessi, e questi attimi di felicità si perdono nella nebbia dei giorni, si perdono nel vento degli anni» (aforisma N°77).

L’autore accosta la fede religiosa alla poesia, sostenendo che il divino dona l’ispirazione «Il cuore, in apparenza semplice, nasconde un profondo abisso che, solo Dio conosce, che spira a noi il vento della poesia, donandoci solo dei barlumi, dei lampi fuggevoli di questo profondo abisso» (aforisma N°66).

Il libro presenta, in appendice, un’introduzione alla poesia, che denota il forte legame che Marcuccio ha con essa. La parola poesia allude al fare, al costruire qualcosa cantando, il testo cita le prime opere poetiche tramandate oralmente e per iscritto, si menziona Omero, l’Iliade e l’Odissea.

La poesia è parte della nostra anima, del nostro sé, cammina insieme a noi, ci fortifica con le radici dei suoi alberi, avvia un cambiamento per mezzo del suo vento, risente delle emozioni che tutti i punti dell’esistenza partoriscono dal cuore, facendo scattare la scintilla creativa ispiratrice «L’ispirazione è breve, fuggitiva e svelta, ai poeti il compito di afferrarla e trattenerla stretta al proprio cuore. La meraviglia, lo stupore, i sogni, l’amore: inesauribili alimenti per l’ispirazione».

A cura di Monica Fantaci

16 luglio 2012

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“Fantasmi” di Matteo Dondi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Fantasmi
di Matteo Dondi
con prefazione a cura di Luca Milasi
Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2010
Collana: Ardeur
ISBN: 978-88-95881-24-9
Numero di pagine: 58
Costo: 10,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Collaboratore di Limina Mentis Editore
 

Così sono gli uomini

E così sono i sogni

Se non son veri

Sono solo fantasmi.

(“Fantasmi”, p. 45)

 

Dopo una prima silloge dal titolo Naos, pubblicata dalla casa editrice romana Il Filo, Matteo Dondi torna con una nuova pubblicazione dal titolo Fantasmi. Il libro che andrete a leggere – libricino, in realtà dato che conta di appena cinquantotto pagine- contrariamente al titolo non ha niente di fantastico, gotico o di ectoplasmatico. Il significato e il senso dell’intera silloge va forse ritrovato in una delle liriche iniziali dal titolo “Déjà vu” dove Matteo Dondi descrive il genere umano attorniato da un velo inconsistente e indistinto, una pellicola di vapore,  un’ombra che vive “nei paraggi delle nostre vite”. E’ in questa simbiosi di materia e di alone immateriale che si realizza l’esistenza umana tra il corporeo e l’aereo, tra il materiale e l’aldilà. “Nell’estasi eterna di un dèjà vu/ Nell’odore acre di desideri bruciati/ Ridendo a crepapelle/ Troviamo la nostra fine” (p.25), conclude Dondi.

Matteo Dondi sintetizza nelle liriche presenti in questa raccolta le sue vedute –principalmente di carattere filosofico e religioso- in una serie di poesie dall’andatura lenta, cadenzata e ritmata. L’intera raccolta si fonda su alcuni temi centrali che poi ritornano in maniere e forme diverse per tutto il libro: il tempo che scorre, il dubbio sull’aldilà, la morte. Non mancano, però, anche riferimenti più concreti al suo vissuto di uomo-scrittore, riscontrabile nei tanti ricordi, episodi di un passato lontano che però restano vividi nella mente del poeta come avviene in “Adolescenza” dove Matteo Dondi imprime: “Beata l’adolescenza/ che tutto accoglie/ e con la piega spavalda/ agli angoli della bocca/ ogni avversità affronta” (p. 46).

Come sottolinea Luca Milasi nella lunga nota introduttiva, la poetica di Matteo Dondi si basa su una pluralità di stili letterari ed è per questo corposa, plurimaterica, difficilmente catalogabile in un genere o in una corrente. Prevalgono i toni mesti e crepuscolari per l’esplicita volontà del poeta di richiamare quell’ “assente sempre presente” che è la Morte e che, dal giorno della nostra nascita, in qualche modo ci avvolge e ci riguarda. E’ forse compito del poeta, acuto esegeta del mondo che gli è toccato di vivere, domandarsi su di essa, forse per esorcizzarla o per tentare di conoscerla meglio e allontanarla da sé. Matteo Dondi utilizza metafore, analogie e costruzioni verbali per far continuo riferimento ad essa: a volte è un’ombra, a volte è l’imbrunire della sera, altre volte un fantasma, altre volte ancora il tutto si semplifica in versi come “In attesa del peggio” (p. 30). Il manifesto della “signora oscura” è forse presente nella lirica intitolata “Gravità= M2” dove quella “m” elevata alla seconda potenza ha una forza doppiamente maggiore. La “m” richiama la malattia, stato patologico dell’uomo che nei casi peggiori o insanabili conduce alla morte, l’altra parola a cui la “m” si riferisce. Ma la cosa più grave, sembra suggerire il poeta, non è la morte in se stessa, ma l’oblio che da essa deriva, la cancellazione dei ricordi, dei momenti, del passato, la dimenticanza, il fare tabula rasa di una persona, della sua esistenza. Nella lirica, infatti, conclude: “Morte, dolore, ancora morte/ Poi oblio” (p. 43).

La silloge, però, rifugge la morbosità e non condivide a pieno una prospettiva completamente pessimista o addirittura allarmista: segnali di positività, di speranza ci sono ed essi sono soprattutto presenti nelle invocazioni a Dio: “Dio fatti presente” (p. 28) o nei ringraziamenti: “Grazie a te o Dio” (p. 48).

 

 

Chi è l’autore?

Matteo Dondi è nato nel 1978. Si è laureato ad DAMS di Bologna con una tesi sul compositore Alessandro Peroni di cui ha curato il catalogo delle opere. Musicista e autore, ha pubblicato varie produzioni discografiche, fondato e militato in numerose band; nel 2003, con il videoclip “She’s still rockin’”, da lui scritto, suonato, diretto e interpretato è giunto in finale al “Premio Videoclip Italiano” (MEI, Faenza). Come critico e giornalista collabora con alcune riviste. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesia Naos (Il Filo Editore, Roma). E’ presente come autore nella raccolta poetica DemoKratika (Limina Mentis Editore, Villasanta).

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

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