Intervista ad Adriana Gloria Marigo, autrice della silloge poetica “Un biancore lontano”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Adriana Gloria Marigo

Autrice di Un biancore lontano

Lietocolle editore

  

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

AGM: Il titolo corrisponde esattamente al senso che vivevo nell’estate del 2009 mentre preparavo la silloge e che costituisce il mio sentimento di vita: nel profondo so che oltre la complessità del quotidiano esiste un luogo bianco, una chiarità più che altro, che lentamente risale e viene a sciogliere i cappi del reale. E’ in sostanza la fiducia, cui dobbiamo attingere per tutto il tempo che ci è concesso.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AGM: La poesia è un aspetto molto particolare della letteratura, poiché nasce da una “occasione privilegiata”: il contatto diretto con la materia viva, pulsante della psiche che chiede di essere messa sulla carta, senza perdere tempo. Poi può intervenire un lavoro di rifinitura, di cesello, ma il lavoro primario lo fanno ragione e sentimento insieme. Per questo il poeta è stato visto come abitato da un demone e ancora, nel pensiero popolare, si guarda al poeta come a un eccentrico, a una sensibilità delicata, rarefatta. Il poeta è una fucina di creazione: tutto il fuoco, la materia per la fusione provengono dal suo mondo interiore e dal suo sguardo sul mondo.

La letteratura non è un modo semplice per raccontare storie di sé e di altri: richiede costante attenzione a sé e al mondo, una relazione biunivoca che includa  la lettura delle opere di autori di valore, in primis i classici; richiede un lavoro di affinamento continuo del lessico che, sul piano psichico, corrisponde alla conoscenza di sé, del proprio limite e possibilità di spingerlo un po’ più in là.

L’opera di uno scrittore – poeta, romanziere, saggista – è efficace quando riesce a instaurare con il lettore un rapporto di empatia il cui risultato è la trasformazione della coscienza. Compie in sostanza l’opera maieutica.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AGM: Premetto che non nutro grande interesse per la narrativa italiana e straniera attuale, mentre per la poesia ho una attenzione naturale, anche per il fatto che trovo più interessanti la capacità espressiva, i modi della poesia, più di quelli del romanzo nel nostro paese. In generale ritengo che la poesia stia procedendo fervida e producendo opere ustionanti.

Sono affezionata agli autori che raccontano imprimendo atmosfera psicologica e di sentimento: Stendhal, Yourcenar, Marai, Saramago. Adoro i libri di Zambrano, Hillman, Cheng, Pinkola Estés, Panikkar. Non posso fare  a meno di tacere che amo rileggere i Presocratici, Parmenide in particolare.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

AGM: Memorie di Adriano sopra tutto: Yourcenar dipinge perfettamente il tormento dell’uomo e dell’imperatore creando sullo sfondo storico e geografico un raro equilibrio narrativo di forma e sostanza.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AGM: Certamente la lettura di quelli che ho citato sopra tra i narratori. I poeti che hanno avuto un ascendente su di me sono quelli verso i quali sento una “corrispondenza d’amorosi sensi”: Leopardi, Montale, Quasimodo, Jimenez, Dickinson, Cvetaeva. Ora sto scoprendo la splendida poesia di Pierluigi Cappello: Mandate a dire all’imperatore è di una bellezza che mi commuove.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AGM: Sono una individualista. All’inizio, quando riconobbi in me la poesia, mi sosteneva la lettura di un amico che aveva visto prima di me le mie possibilità. Non correggeva quasi nulla, poiché il mio verso è così rarefatto che si deve tenere o buttare del tutto. Mi dava consigli per letture, niente di più. Rimango in sostanza la lettrice critica di me stessa.

Per ciò che concerne la scrittura  a quattro mani ritengo che sia un modo altro di esprimersi, un sodalizio molto consapevole tra due autori con il medesimo intento in cui ognuno è una sorta di specchio dell’altro con riflessi sinergici moltiplicanti la bellezza della stesura.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

AGM: La mia poesia non è lettura facile: richiede attenzione, uno sforzo più sul piano dell’intelletto che su quello del sentimento.  Per cui è più comprensibile a lettori introspettivi, sospinti da uno sguardo limpido sul loro interiore e su quello del mondo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

AGM: L’universo editoriale italiano mi appare molto frammentato: un mosaico di tessere policrome di  richiamo fascinoso. Ci sono piccoli editori di grande qualità, particolarmente attenti alle voci emergenti e c’è un gran numero di editori che pubblica qualsiasi voce per il solo fine del danaro.

Ho avuto la fortuna di pubblicare in LietoColle: una sorta di battesimo del fuoco che mi ha permesso, lentamente, di avviare un “apprendistato” nello scambio e nel confronto poetico con altri autori. Il fatto che una piccola casa editrice non supporti le presentazioni dell’autore, che l’autore stesso debba ricercare le location, non è solo impiego di energie proprie, ma anche possibilità di ampliamento del proprio orizzonte relazionale e poetico.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

AGM: Sono solo mezzi attraverso i quali l’autore può proseguire l’opera di “formazione” di sé stesso: i concorsi e i premi danno visibilità e aiutano l’autore a prendere coscienza del punto in cui è; i corsi di scrittura creativa possono affinare la tecnica, insegnare a focalizzare il tema. Ciò che è importante e non si può apprendere è la “materia” di cui è fatto il mondo poetico dell’autore.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

AGM: E’ importantissimo ed è un invito all’umiltà dell’autore. Che spesso è vittima di se stesso, novello Narciso.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AGM: Non c’è nulla di nuovo, ormai. I temi sono quelli universali e sono dell’avviso che i greci hanno detto tutto. Ciò che è sempre nuovo è invece l’uso della parola, i suoi accostamenti. In definitiva ciò che chiamo, in duplice senso, “creanza”.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE QUESTA INTERVISTA INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Mauro Biancaniello, autore della silloge poetica “Hai smesso i pantaloni corti”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a MAURO BIANCANIELLO

Autore di Hai smesso i pantaloni corti

Lulu Edizioni, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

MB: E’ un inno alla costante giovinezza, il diniego dell’idea diffusa che l’adulto non voglia più calzare i pantaloni corti dell’infanzia, che si liberi dalla fanciullezza, mentre invece è la gioia dell’infanzia che c’invita a cogliere la magia del mondo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

MB: Mentre credo che chi scrive prosa debba alienarsi da sé per immergersi nel personaggio, la poesia si presta all’autoanalisi, al racconto di sé e delle proprie emozioni.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MB: Cerco di leggere di tutto e di tutti. Alesteir Crowley diceva che dobbiamo imparare di tutto e, in questo senso, son convinto che in ogni autore vi sia qualcosa che possa nutrire l’animo. Spiccata è la mia voglia di leggere storie ricche di veri sentimenti (Garcia Marquez e Benni in testa), tuttavia m’impongo di leggere più autori possibili. E se la narrativa moderna italiana spesso mi lascia con l’amaro in bocca, devo dire che preferisco orientarmi su autori vivaci quali Nothomb.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

MB: Devo dire che rispondo con facilità: Cent’anni di solitudine. Tutto è perfetto, la maestria in cui si legano i personaggi tra di loro, questo stile assolutamente brioso eppure introspettivo.. non troppo lungo, né troppo corto, un classico moderno giustamente riconosciuto.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

MB: Oltre all’osannato Garcia Marquez, mi influenzano gli autori che più amo, tra tutti Benni, Irving e la Dickinson. Poi, come un affamato, mi nutro di tutto quello che mi passa tra le mani, cercando d’imparare da quanto mi colpisce.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MB: Purtroppo sono troppo indipendente nello scrivere prosa e poesia… Tuttavia collaboro volentieri con gli attori nelle sceneggiature teatrali che scrivo. Credo che in qualunque team ci debba essere un leader, altrimenti si rischia la confusione.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

MB: A persone che guardino con felicità e sincerità la persona che hanno davanti.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MB: L’autopubblicazione di Lulu è stata semplicemente fantastica, in quanto mi ha consentito di produrre esattamente ciò che volevo.

Da autore esordiente, invece, denoto una gran voglia di far soldi che ammala l’editoria italiana: si pubblica anche merda, basta che l’autore paghi. In questo modo abbiamo troppi prodotti mediocri. Un conto l’autopubblicazione, ma se un editore non segue la propria convinzione di pubblicare libri che lo appassionano con che faccia si potrà mostrare al suo pubblico?

Bisogna investire e sostenere il nuovo, indirizzandolo correttamente. Il resto è mera speculazione cieca.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

MB: Credo che la formazione avvenga attraverso lo studio e l’esperienza. Premi e concorsi sono troppo soggettivi: l’autore si forma nel suo confronto con il pubblico direttamente, con i saldi delle copie vendute. Quindi bisogna leggere molto e scrivere tanto… oltre a far leggere e non avere paura del feedback.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MB: Trovo spesso autori troppo innamorati dei loro libri per parlare francamente, in questo modo spesso il confronto è stato poco produttivo… ma io continuo a provarci.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MB: Credo che sia ormai raro inventare qualcosa di nuovo, con tutto il genio che ha percorso la storia della letteratura. Basta ricordarsi di non plagiare, ma di adattare un’idea e trasformarla, rendendola propria.

a cura di Lorenzo Spurio

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Cinzia Tianetti

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione a cura di Cinzia Tianetti

 

 

Viaggiare è sempre percorrere e ripercorrere, attraverso i panorami, se stessi. E allora in “Ritorno ad Ancona e altre storie” il senso della parola ritorno, sembrerebbe possibile potere esclamare con certezza, è un viaggio, perché un ritorno non è semplice ricalcare l’orme già tracciate ma un “percorso altro” rispetto a qualunque cammino intrapreso fino a quel momento; non sovrapponibile, non totalmente e completamente riconoscibile, non determinabile.

In definitiva il messaggio del ritorno racchiude un viaggio in cui non ci sta assolutezza alcuna, né un’epigonale mummificata storia, ma alterità che genera, nei protagonisti principali, come Giada e la madre Clara, Rebecca ed Eva, stupore; non lasciandosi sopraffare dagli eventi con atteggiamenti passivi e subordinati ma, in una nietzscheana “chimica” delle idee e dei sentimenti… come pure di tutte le emozioni che sperimentiamo in noi stessi… anche nella solitudine”, capovolgendo il risultato in un suo opposto (un telefonata anonima in un sentimento non immediatamente espresso, un episodio delittuoso in un incontro, una conoscenza deludente in una consapevolezza della ricchezza e fortuna posseduta, una mancanza in forza e capacità di accoglimento, un divorzio sofferto in voglia di ricominciare, la solitudine in opportunità di aprirsi all’altro, un monumento ai caduti di guerra ad inno del primo amore, un matrimonio fallito in impegno d’amore verso due creature bisognose d’affetto e d’attenzioni) così come nelle intenzioni degli autori.

E allora si comprende insieme a Giada, in “Telefonate anonime”, come la libertà e la tranquillità dell’animo indipendente dipenda da un ritorno a casa: Ulisse e Penelope al contempo del proprio destino.

Tessere le fitte trame della propria esistenza; “immaginare, sognare” insieme a Giada è il nostro compito nel recuperare noi stessi all’oscuro buco nero dell’inconscio per non “collezionare amori a senso unico e delusioni”, per vivere la vita senza che ci sfugga nell’incomprensione. Figurativamente un ritorno a casa, perché, come Giada in fondo, “non vediamo l’ora di respirare l’aria di casa nostra” viaggiatori “soli in compagnia dei nostri pensieri e dei propri propositi”, con un senso tra le mani nuovo. Proprio come Giada che infine riesce a incamminarsi “pensierosa ma sicura verso la sua villetta a San Casciano”. Moderna Penelope che, accettando il suo passato, nell’attesa calma e speranzosa per quel che si ha e non più per quel che si è perso o non si è mai avuto, finisce di stessere il faticoso lavoro dei giorni di una donna in ogni donna che ha amore, fedele al suo cuore. 

E siccome con un buon libro è sempre necessaria almeno una domanda chiediamoci necessariamente di cosa aveva fame Giada e forse ancor più necessario, perché complementare, di cosa si nutriva Giada per alimentare la fame:

“Una volta in cucina aprì la dispensa, ma la chiuse in maniera altrettanto veloce, tanto era insoddisfatta e indecisa su cosa avrebbe voluto mangiare.”

L’insoddisfazione è la cifra, non tanto lo stato di sazietà, che spinge a tendere a quel senso di appagamento psico-fisico irraggiungibile o quanto meno non durevole; ed è intorno a questa mancanza che si muove, insieme al mondo di Giada, il mondo, e queste storie di ritorno.

E, ancora, risalendo, insieme a lei “lo stretto corridoio i cui muri erano ricoperti di foto sbiadite che raccontavano il passato della famiglia” stringendo delicatamente la mano alla radice familiare per nutrirsi di un’identità in definitiva rassicurante dall’intima paura dell’ignoto (“in quel luogo sempre profumato e poi … il cibo … Certi aromi ti rimangono addosso come un vestito leggero bagnato e basta niente per proiettarti in altri tempi, con altri affetti.”), protettivo codice interpretativo del mondo, vera saggezza introspettiva, non si può negare l’altro dei due elementi della radice, rappresentato dalla rigogliosa vegetazione che la stordiva, simbolo dell’istinto all’ aprirsi ai sensi e alle sensazioni, a ciò che avrebbe creato la personale storia (“…Il gelsomino che saliva lungo il muro la stordiva, come lalbero di magnolia, mentre dalla finestra opposta il glicine sembrava quasi voler entrare in casa, tanto era salito.”)

Nelle difficoltà della vita, simbolicamente identificabile nell’anoressico rapporto di padre e figlia, Giada riscopre l’attesa fertile dei sentimenti, costruiti non nell’attendere immobile e dubbioso di un ritorno di un padre, di un amore, ma nel viaggio personale della riscoperta, dell’affermazione di se stessa, nel riscoprire la forza delle proprie radici: “Sapere che il silenzio oltre il telefono era dovuto a dei sentimenti, a delle emozioni” che non appartengono solo all’altro ma proiezioni dei propri timori per un ignoto che si è deciso di abbracciare come si potrebbe abbracciare un fratello in un incontro reciproco all’altro, non per forza minaccioso. Auspicabile per ogni Giada dentro di noi.

E così, foss’anche nell’intervallo di un sospiro, la ricerca, alla “fioca luce delle candele” (non per caso rosse natalizie), quando “fuori il cielo” è “in subbuglio”, e  tutto intorno è buio, termina; il mistero diviene epifania della ragione, e improvvisamente “come se ne era andata, la luce tornò”.

O comprendere insieme con Rebecca, in “Ritorno ad Ancona”, quei “ma” o “oppure”, quell’incomprensibile all’improvviso che, qual “fulmine a ciel sereno”, spezza ogni apparenza e il vero quadro prende forma, la sua vita esce fuori dai colori convenzionali dell’agiatezza eppur della solitudine per ricomprendere la rassegnazione e farne orizzonte per l’albeggiare “della mente che veste con gli occhi dell’anima, della sua bellezza e del suo respiro”.

E Rebecca ritorna in una luce nuova al suo passato per un cuore nuovo; ritorna, in Vincenzo, a casa.

In “quel mare così esteso, verde-azzurro d’estate, scuro e oleoso d’inverno”, che è la vita, “le piaceva particolarmente quando veniva solcato, in lontananza, da qualche imbarcazione partita o diretta al porto”, del proprio esistere; perché anche Rebecca sa partire, come Giada sotto cieli sereni o tempestosi, col mare disteso e azzurro o scuro e minaccioso, per “ritornare” a porti sicuri. Col coraggio che la contraddistingue. E credo che non sia lasciato al caso che la seconda storia si sussegua alla prima come due facce della stessa medaglia: nell’abbandono due vite si ritrovano continuando, nell’incerto passo che non potrà mai dirsi certo per nessuno, la loro vita con coraggio.

Interessante è, infine, costatare come una delle mancanze di Rebecca diventi luogo del terzo racconto: “Un cammino difficile”.

Lì dove, nella terza storia, sembrava che si uscisse dall’impasse del travaglio per entrare nel “ricominciare a vivere”, nel quale terminano le altre due storie, si demarca, invece, la condicio sine qua non incomprensibile diverrebbe la forza e la fermezza del personaggio Eva.

Adán y Eva. / La serpiente / partió el espejo / en mil pedazos, y la manzana / fue la piedra[1].

E del felice inizio, che sembrava aprisse orizzonti nuovi, insospettabili per l’esordio e l’età dei protagonisti, non resta che la potenza del messaggio ribattezzato nel nome del coraggio, non certo ottuso, ma acuto, riflessivo, ponderato, che sa cosa vuole, e cosa è bene; che sa lottare con la pazienza e l’intelligenza che frantuma il muro infantile ed egoistico, come sembrerebbe farebbero sottendere gli autori, in un fil rouge dalle varie, nonché profonde, sfumature: la vita come l’amore e il volere sono un enigma e non può che esserci una soluzione, lo stupore curioso per un futuro prossimo che non potrà mai dirsi.

Così, come fa Eva (e prima di lei Giada e Rebecca), tutto bisogna nell’interpretazione vivere superando la dicotomia che paralizza. Chiarificatrice, in questo senso, è l’ambivalenza (nel primo racconto, chiave d’apertura per tutti e tre i racconti) tra l’azione e il ripensamento, che mette bene in luce le perplessità tra l’agire la vita e subirla, dandosene una ragione plausibile e accettabile. Mette bene in luce la complessità del moto emozionale psico-umano in un rispecchiamento, tra estroversione e introversione, continuo. “Oímos por espejos”[2] dice, García Lorca. Superato dal dramma che, per sua intima natura, inscena un’azione.

Quando qualcosa di inaspettato succede, “in quel momento allora si ripensa a tutto. Si dà importanza anche alla cosa più piccola”.

 

Nel turbinio descrittivo delle parole racchiuse in una frase, li senti le due voci femmìnea e maschile, nonché il morbido e preciso, fluido e pausale, al contempo, ritmo, in una dinamica economica efficace. Che ben si compenetra divenendo una voce che intona un canto di vite in cui è facile identificarsi, nell’andirivieni dei giorni nei giorni che scandisco un tempo d’armonia diatonica.

Vite ordinarie, che vivono, si diceva, un quotidiano riconoscibile. La Rebecca, la Giada, l’Eva che c’è in ognuno di noi si riconosce, riscoprendosi, in loro, capaci di riscatto, per cui niente è più scontato, nemmeno quando tutto sembra deciso da un destino non benevolo.

I protagonisti di questi racconti son tutti positivi, perché sullo sfondo restano la paura, l’infantilismo, l’assenza di sentimenti e intelligenze, il brancolar nel buio, incarnato in marionette manovrate da un burattinaio fatale.

“Ci sono persone che per la loro arroganza e superbia mangerebbero il mondo, pensando di essere immortali o credendo che gli eventi negativi non riguardino mai la propria persona, ma poi, quando qualcosa li tocca veramente, diventano come bambini soli al mondo”. Incapaci di ricominciare. 

Attraverso i protagonisti ci si sporge a veder il senso reale del vivere, che non sta nelle grandi imprese ma nell’essere se stessi svelandosi in nuove prospettive di vita, in nuove passioni, al meglio delle proprie forze, scuotendo l’animo per trasformare le emozioni interiori in ragioni d’amore.

E poi l’evidenza. Perché in fondo cos’è l’uomo se non la somma di singole parti in un conto che non torna mai?

Note:

[1] Adamo ed Eva. / Il serpente / ruppe lo specchio / in mille pezzi, / e la mela / fu la pietra.

“INITUM” di García Lorca.

[2] Un pájaro tan solo / canta. / El aire multiplica. / Oímos por espejos.

Un uccello solitario / canta. / Moltiplica l’aria. / Udiamo attraverso gli specchi.

“REPLICA” di García Lorca

a cura di Cinzia Tianetti

09/05/2012

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“Per certi versi… poeti” di Cristina Codazza e Alessandro Bertolino

Cristina CODAZZA     &    Alessandro BERTOLINO

presentano:
“PER CERTI VERSI… POETI”
(Viaggio tra emozioni, sentimenti, ricordi… con le migliori poesie di
Alessandro Bertolino e Cristina Codazza)

                           

Domenica,  13 maggio 2012  ore 16.30
  
PALAZZO MISTROT
Via Alla Fonte, 8  –  VILLARBASSE (TO)
Ingresso libero

“Ritorno ad Ancona e altre storie” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, recensione a cura di Luana Trapè

Recensione a cura di LUANA TRAPE’

 

La vita è un cammino difficile

 

La doppia composizione dei racconti scritti a quattro mani è pienamente riuscita. Sono infatti del tutto celati i punti di sutura, né lo stile dell’uno prevale sull’altro, come in una sonata al pianoforte non si distinguono le mani, quando i due esecutori sono abili ed affiatati.

Sono i viaggi, il leit motiv della narrazione: con treni e autostrade, taxi e traghetti, valigie e trolley, hotel e terme. Le protagoniste si spostano per lavoro o divertimento dalla propria città ad un’altra, ed è proprio questo spostarsi a “muovere” le loro riflessioni. Si tratta dunque, in maniera più profonda, di viaggi della psiche, di passaggi, di tappe esistenziali che traslano da un’epoca all’altra della vita. Il mutamento temporaneo dei luoghi e l’incontro con persone nuove cambiano il modo di sentire e, indirettamente, anche il fluire degli anni futuri. Ogni sosta provoca un’autoanalisi e il ritorno a casa coincide con una svolta.

Le tre donne sono descritte con un procedimento a spirale, prima lo scavo psicologico, poi man mano il mondo esterno, i compagni reali o possibili, la famiglia e l’ambiente: le stanze della casa e degli alberghi, la natura, i panorami, le città che attraversano, col passo sicuro del residente o quello curioso del visitatore. Si nota una grande cura per i dettagli più marginali, che per un attimo fanno baluginare la storia di personaggi minori, o svelano l’atmosfera segreta delle città.

Il primo racconto inizia con l’addensarsi di preoccupazioni e tensioni che culminano con la sorpresa dell’eredità di un padre mai conosciuto. Il viaggio contribuisce a chiarire un dubbio pressante, risolvendo l’impasse che si era creato; così Giada imprime con decisione un nuovo corso alla propria esistenza. Ed è un segnale minuto, la leggerezza di un colibrì dipinto su un piattino, ad anticipare lo scioglimento finale.

Nel secondo Rebecca, ferita da un recente divorzio, se ne va ad Ischia per una vacanza, scegliendo un posto di mare che le ricordi Ancona, la città dove vive. È il colore azzurro a dominare la scena, l’azzurro dell’acqua e degli occhi di Vincenzo con il quale inizia un “viaggio” affettuoso: “Era partita per un volo alto, forse pericoloso, ma non intendeva tornare indietro”. Tuttavia il ritorno a casa, alla realtà di tutti i giorni, dissolve l’illusione di poter uscire dalla solitudine. La sua personalità irresoluta la spinge a rifiutare una relazione che sembrava attraente e invece si  rivela troppo ardua da condurre.

Il titolo del terzo, “Un cammino difficile”, sembra smentito dall’inizio solare, semplice e rassicurante; ma ecco che al rientro dalla villeggiatura si manifesta una frattura insanabile in una famiglia che appariva felice. E sarà la protagonista – abbandonata dal marito – a soffrirne di più, perché appartiene alla schiera delle donne per le quali l’amore è totale dedizione e sottomissione, quasi fino al sacrificio totale; le donne che non riescono mai a distaccarsi del tutto dall’amato, e sempre perdonano indifferenza, egoismo e tradimenti. Infatti Eva, venuta a conoscenza di una grave malattia di Alberto, ricominciò a prendersi cura di lui “senza mai chiedersi se la loro vita sarebbe tornata un giorno, ad essere vita di coppia, e non lasciava a se stessa neanche il tempo di guardarsi allo specchio. Un giorno, però, lo fece, non distrattamente, ma di proposito.”

L’impatto con la propria figura, così trascurata e invecchiata, la spronerà ad iniziare un cammino di ricostruzione, di apertura al futuro, contando soltanto su se stessa.

a cura di Luana Trapè

05-05-2012

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“Sixta Pixta Rixa Xista” di Elena Vesnaver, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Sixta Pixta Rixa Xista

di Elena Vesnaver

Edizioni di Karta, 2011

ISBN: 9788897543046

Prezzo: 2,99 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio


Sixta Pixta Rixa Xista
è un racconto lungo o romanzo breve della scrittrice friulana Elena Vesnaver dal titolo quasi impronunciabile. A una prima vista l’abbondanza delle “x” e del suono frusciante che queste producono nel pronunciarle farebbero pensare a qualche parola nella lingua basca, le cui origini a tutt’oggi non sono ben chiare. Ma non divaghiamo. Leggendo, nelle prime pagine, scopriamo che non si tratta altro che di una formula magica per tenere a distanza le streghe. E’ infatti, quello della stregoneria, il tema di questo racconto.

Il racconto in questione prende le pieghe della storia di una certa Luzie, una sorta di fattucchiera d’altri tempi che “raccoglie sorbo nel bosco e balla davanti a un fuoco di notte”. E’ una strega. Il racconto è ambientato in un universo provinciale, campagnolo, dove gli altri abitanti del paese, come pure gli altri esseri viventi (animali e piante), finiscono per dare una voce corale all’intera narrazione: “C’erano gli alberi, i cespugli, l’acqua dei torrenti o la pioggia, gli animali, il vento e la terra, soprattutto la terra, che pulsava viva sotto i piedi e parlava, se la si sapeva ascoltare”.

Luzie, grazie all’eredità di conoscenze alchemiche della nonna, sa come interpretare il mondo, come cambiarlo a seconda delle sue volontà. E’, dunque, una persona forte, potente e anche temuta nella comunità. Gli spazi e la narrazione della Vesnaver hanno molto in comune con i celebri romanzi dello scrittore vittoriano Thomas Hardy che con i suoi Wessex Novels descrive un mondo provinciale, campestre, arcadico che ormai va perdendosi a seguito degli sviluppi industriali e culturali che, irreversibilmente, minacciano anche il tessuto religioso-popolare degli strati subalterni. Ma non è solo questo, perché la Vesnaver coniuga questa storia immergendola nel clima di repressione alla magia e della caccia alle streghe del Seicento inoltrato, ormai lontano dal Medioevo in cui tali pratiche era semplice consuetudine.

Sebbene nel racconto della Vesnaver trovano posto vari personaggi, di ambo i sessi, l’unico vero intermediario o confessore dei suoi monologhi sembra essere il gatto. Seguiamo le vicende di Luzie tra i suoi pensieri rivolti alla nonna, ormai morta, al suo desiderio di un uomo tutto per sé e i suoi spostamenti al mercato sino alle amare pagine finali che ci narrano dell’esecuzione dell’amica Madalene.

Una narrazione ben modulata, avvincente e che raggiunge il suo apice di suspence nelle ultime pagine con le quali il lettore viene fornito di tutti i mezzi necessari per intravedere il finale del racconto.

Chi è l’autrice?

Elena Vesnaver è nata a Trieste nel 1964 e attualmente vive in provincia di Pordenone. E’ amante della letteratura noir e thriller e ha anche scritto un paio di libri per ragazzi (Le storie di Pozzo e Elide dov’è? Il mistero della bidella scomparsa). Nel 2006 ha pubblicato con la casa editrice Castalia la raccolta di racconti per ragazzi Strane storie d’amore e nel 2007 presso la Magnetica Edizioni ha pubblicato Sixta pixta rixa xista, una storia di stregoneria ambientata nel 1600. Vari suoi racconti sono presenti in antologie. Negli ultimi anni è stata impegnata anche in campo teatrale.

 a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE QUESTO TESTO SIA INTEGRALMENTE CHE IN FORMA DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito il nuovo numero della rivista Segreti di Pulcinella – Maggio 2012

Rivista Segreti di Pulcinella

Numero 38 – Maggio 2012

E’ uscito il nuovo numero della rivista di letteratura e cultura varia Segreti di Pulcinella diretta dal sig. Massimo Acciai. Il numero è completamente dedicato al tema “Il razzismo” e nella rivista trovano spazio numerosi materiali e contributi (poesie, racconti, recensioni, articoli) firmati da  Massimo Acciai, Andrea Cantucci, Lorenzo Spurio, Riccardo Lupo, Giuseppe C. Budetta, Salvatore Gurrado, Giuseppe Bonaccorso, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Iuri Lombardi, Italo Magnelli, Alessandro Monticelli, Ivana Orlando, Margherita Pirri, Enrico Pietrangeli, Paolo Filippi, Luca Mori.

E’ possibile leggere la rivista collegandosi al sito internet della stessa:  www.segretidipulcinella.it

o scaricarla in formato pdf cliccando direttamente sull’immagine qui a fianco, una foto di Andrea Cantucci.

Il prossimo numero della rivista avrà come tema “Crisi”  I materiali dovranno essere inviati al direttore a massimoacciai@alice.it entro e non oltre il 31  Agosto 2012.

“Serena e di stelle”, poesia di Emanuele Marcuccio con un commento di Lorenzo Spurio

“Serena e di stelle…”

di Emanuele Marcuccio

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

Giacomo Leopardi,

da «La sera del dì di festa»

Serena e di stelle

è la notte, di cielo

e di vento che sibila in me…

e pioggia e di vento nell’anima

che fischia

al tedio che l’avvolge

e volge indietro i giorni

di quei perduti dì

che mai

si volgeranno…

(16/3/2012)

 

“Serena e di stelle”

poesia inedita di Emanuele Marcuccio

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ho avuto l’occasione di leggere molti testi, alcuni anche in anteprima, prodotti dal poeta palermitano Emanuele Maruccio, e di scriverne alcuni commenti, come una recensione alla sua prima silloge di poesia Per una strada (SBC Edizioni, Ravenna, 2009) o, addirittura, curare la postfazione al suo libro di aforismi in via di pubblicazione.

Marcuccio è un poeta attento e delicato, molto produttivo, del quale sono a commentare questa sua nuova produzione lirica. Come ho già avuto modo di osservare nella recensione a Per una strada, e come rivela lo stesso poeta nella prefazione della stessa silloge, la sua produzione è fortemente ispirata, motivata e imbevuta dei temi e dei topos leopardiani (la sofferenza, la malinconia, la solitudine, lo sguardo pessimista e cupo sulla società che circonda l’uomo). “Serena e di stelle”, ritorna ai motivi del poeta recanatese e il riferimento è ben evidente dai versi iniziali in esergo tratti appunto dalla nota “La sera del dì di festa”.

La poesia di Marcuccio, concisa e densa nei significati, si offre al lettore piacevolmente a partire dall’estetica, dalla sua morfologia, che alterna versi lunghi a versi molto più corti, costituiti da poche sillabe. I temi cari a Leopardi sono ripresi e utilizzati tenendo ben presente questo prestigioso rimando letterario e, come nell’ampia produzione poetica del Marcuccio,  si riscontra un senso di cupezza e nostalgia. La tranquillità e la beatitudine del cielo nelle ore notturne contrasta con l’inquietudine e la desolazione dell’animo del poeta il quale pure si deprime per la presa di coscienza del tempo beffardo che scorre e che mai più ritorna, similmente alla concezione shakesperiana del tempo contenuta nei famosi Sonetti.

E’ una poesia che va letta tutta d’un fiato, e poi riletta e riconsiderata. Leopardi fuoriesce da ogni singola parola, dalla cadenza, dalla struttura e dai temi. La facoltà che Marcuccio ha è quella di far rivivere nella nostra contemporaneità un’artista scomparso da tanti anni, riproponendolo a suo modo, e ricordando i suoi pezzi più celebri.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE QUESTO TESTO SIA INTEGRALMENTE CHE IN FORMA DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“La Cina in dieci parole” di Yu Hua, recensione a cura di Rita Barbieri

DIECI PAROLE

recensione a cura di RITA BARBIERI

 

“A volte per incontrare una parola serve l’occasione giusta. Ciascuno di noi nel corso della vita entra in contatto con tantissime parole: alcune si comprendono immediatamente, altre restano impenetrabili anche dopo un’intera esistenza”

     L’ultimo libro di Yu Hua, La Cina in dieci parole, edito in Italia da Feltrinelli, riesce nel titanico tentativo di restituire un’immagine non stereotipata  della Cina attuale: fuori da luoghi comuni, sinocentrismi  e da ottiche pseudorientaliste. Per farlo si serve di ricordi, immagini, personaggi, fatti e luoghi evocati, come spiriti di una tradizione senza tempo, dal potere suggestivo delle parole. Parole che, come formule di un incantesimo comunitario arcaico, richiamano alla mente concatenazioni di eventi che non seguono un ordine cronologico, quanto piuttosto quello di una logica strettamente personale e autoriale. Una parola è così in grado di riferirsi sia al periodo maoista, sia a quello tumultuoso degli anni ’90, sia a quello attuale: assumendo significati e connotazioni diverse a seconda dei tempi e delle interpretazioni.

È il caso, per esempio, della parola “popolo”(renmin): declinata in ogni sua accezione e occorrenza perché, se il termine non cambia, l’oggetto che contrassegna cambia eccome. Ancora più significativa è “rivoluzione” (geming), associata tanto alla Rivoluzione Culturale (fase più acuta del maoismo), quanto al periodo di trasformazioni economiche che hanno inizio a partire dagli anni ’80 con la politica della porta aperta.

Ma accanto a queste troviamo anche parole che scardinano le serrature chiuse dell’autore: “lettura”, “scrittura”, “Lu Xun”. Chiavi d’accesso a un mondo intimo, privato che consentono a Yu Hua di analizzare la propria storia personale in prima istanza come ‘cinese’ e solo in secondo luogo come ‘scrittore’. Finalmente in queste pagine troviamo svelato il percorso che ha portato il dentista di una piccola cittadina del Sud della Cina a diventare uno dei più importanti romanzieri contemporanei: “Ho cominciato a scrivere a ventidue anni, mentre cavavo denti. Cavavo denti per mantenermi e scrivevo per non cavarne più. (…) La scrittura è come la vita: se ti sottrai alle esperienze, non ne capirai mai il senso. Per lo stesso motivo, se non scrivi, non saprai mai cosa sei in grado di creare.” Sembra dunque di vederlo questo ‘dentista obbligato’ (ai tempi, come sottolinea lo stesso autore, era il governo stesso ad assegnare un impiego e cambiarlo era estremamente difficile, se non impossibile) che, senza nessuna preparazione medica, inizia a praticare la professione sotto l’occhio neanche tanto vigile di un dentista più anziano. L’autore racconta, con l’ironia che gli è consona, il panico delle prime estrazioni e l’invidia provata per coloro che giù in strada passeggiavano liberamente in qualità di membri del Centro culturale. Da lì il desiderio di entrare a far parte di quel circolo ristretto tanto più che, in  epoca socialista, ogni lavoratore percepiva sempre lo stesso stipendio qualunque fosse la sua mansione: “in ambulatorio ero un poveraccio che faticava, al Centro culturale ero un poveraccio libero e felice.”

Così Yu Hua comincia a scrivere: non seguendo una vocazione o un desiderio irrefrenabile, ma valutando pragmaticamente pro e contro. I suoi primi testi (tra quelli tradotti in italiano possiamo citare “Torture” e “Cronache di un venditore di sangue”) sono tutti intessuti di sangue, violenza, crudeltà, traumi. Sono fatti di trame visionarie, allucinate, splatter dispiegate con uno stile sintetico, breve e talvolta derisorio: tendono a scioccare il lettore più che a coinvolgerlo nella narrazione. Fino ad arrivare a “Brothers” libro che, secondo molti critici, segnala la definitiva svolta stilistica: qui violenza e sangue non sono più i ritornelli standard di un pentagramma lineare, ma momenti topici di una storia struggente e bellissima che prosegue nel successivo “Arricchirsi è glorioso”. Su questo improvviso cambio di marcia si è molto dibattuto e solo adesso Yu Hua si sente di avere e dare una risposta specifica. Racconta di sogni terribili che lo perseguitavano in notti insonni e agitate, esorcizzati durante il giorno con la scrittura. In particolare descrive l’ultimo, ancora più tremendo (anche perché chiaramente collegato al suo vissuto), che gli fa maturare la decisione di smettere di scrivere di sangue e violenza: i mostri suscitano solo altri mostri.

Ecco dunque come La Cina in dieci parole sia allo stesso tempo un album di ricordi personali e una sorta di ordinato archivio in cui, sotto ogni parola/etichetta, sono raccolti fatti pubblici e privati, pezzi di storia e di cronaca antica e recente, tracce di percorsi emotivi e di personaggi veri o inventati. Dieci parole soltanto che però bastano a farci da punti cardinali e da guida per non perdere di vista la traiettoria e per trovarci infine a essere, come  l’autore, dei “pescatori di ricordi seduti sulla riva del tempo, in attesa che il passato abboccasse”.

a cura di Rita Barbieri

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ombre di macchia” di Roberta Borgianni, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ombre di macchia

di Roberta Borgianni

con prefazione a cura di Anna Intartaglia

e postfazione a cura di Carmine Valendino

Onirica Edizioni, Milano, 2011

ISBN: 978-88-96797-28-0

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La poesia che apre la raccolta, “Ombre di macchia”, è anche quella che dà il titolo all’intera raccolta. Da subito ci si rende conto, che la poetica della Borgianni è ricca di colori e sfumature, come pure di riferimenti al mondo della natura. La poetessa arricchisce le sue liriche di elementi che appartengono alla grande Dea Madre per evidenziare, forse, la grandezza e la complessità di essa. E’ una poetica dolce e intimistica, a tratti sensuale, dalla quale traspare un forte legame tra la donna intesa come essere umano e la madre terra intesa, invece, come la Natura incontaminata e primigenia. Le descrizioni naturalistiche della Borgianni, i dettagli dell’ambiente, le tinte di fiori e piante, sono tutti elementi che convergono con l’unica intenzione di dare un’immagine vivida e pulsante di quello che c’è attorno a noi tutti i giorni, anche se raramente ce ne rendiamo conto. La sua scrittura “fauvista” – per citare un termine utilizzato dalla Intartaglia nella prefazione – , lo è a mio avviso nell’utilizzo della tecnica (quello delle pennellate veloci con tinte sgargianti e spesso dai colori caldi e brunastri) ma non nell’effetto finale. Le sue poesie, infatti, al termine della lettura si configurano come quadretti naturalistici quasi arcadici, in parte utopici, i cui colori per nulla stridono, e non generano ansia o smarrimento. Tutt’altro. Danno, invece, un’immagine fotografica, spesso realistica di quello che c’è attorno a noi e che solo occhi e menti sensibili ed attente riescono a percepire. Conservando la metafora della Intartaglia, mi azzarderei a definire la poetica della Borgianni come quella di un fauvista addolcito, dai componimenti strutturati e materici e da un animo puro, suscettibile allo spettro dei colori.

In “La sposa del mare” la poetessa offre un parallelismo molto ben costruito tra il mare spumoso e la sposa basandolo sulla comunanza del colore immacolato dei due e conclude magistralmente: “Sulle nere bordure di scoglio/ l’onda rincalza la schiuma/ e poi d’improvviso ricade…/ come pizzo strappato/ all’abito della sua sposa”. Lodevole anche “La Venere e il geco” in cui la Borgianni fonde in un testo unico una sorta di preghiera laica a un divertente avvistamento sul muro di un giardino di notte. E nell’attenta descrizione botanica che la Borgianni fa delle numerose varietà di piante ed erbe è la vegetazione mediterranea ad essere sovrana (timo, croco, menta, capperi, salvia, basilico, mirto, quercia).

Nella parte finale della silloge sono riportati vari esperimenti poetici della Borgianni a quattro mani con altrettanti poeti tra cui Carmine Valendino, Daniela Cattani-Rusich, Leonarda De Cristoforo, Luciano Tarasco, Michele Biglia e Gianmaria Ghillani Sforza.

I versi della Borgianni si susseguono tra scenari campestri, agresti, silvani e il tutto rimanda a una completa e continua identificazione panteistica della poetessa con la natura che la circonda. Una sorta di panismo per nulla forzato ma che, anzi, si rinnova inconsapevolmente senza ridondanze pagina dopo pagina. Ma è anche un chiaro invito a lasciarsi andare, a sapersi prendere poco sul serio e a scoprirsi giorno per giorno, lasciando fare al caso quello che vuole, per sorprenderci e farci cambiare percorsi. Non da ultimo, è un modo per proiettarsi in spazi altri, per farci spaziare e sognare ad occhi aperti, renderci pianta o animale, acqua o acero. “Se passeggi tra le nuvole/ troverai anche la luna” conclude in “Mele cotogne”.

 A CURA DI Lorenzo Spurio


Chi è l’autrice?

Roberta Borgianni è una poetessa toscana. Ha pubblicato Labirinti (Onirica Edizioni, Milano, 2010) e Ombre di macchia (Onirica Edizioni, Milano, 2011). E’ socia fondatrice dell’Associazione Culturale LunaNera e partecipa a reading letterari e poetici.

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“Un biancore lontano” di Adriana Gloria Marigo, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Un biancore lontano

di Adriana Gloria Marigo

Lieto Colle Edizioni

ISBN: 978-88-7848-533-4

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La poesia “Un biancore lontano” che apre la silloge a cui dà il nome, è un fine sonetto che si basa sull’antitesi di luce ed ombra e che, pur facendo riferimento al cielo che ci sovrasta, è una ricercata metafora delle polarità bene-male che contraddistinguono e che animano l’umanità. Quel biancore di cui parla è celestiale, spumoso e impalpabile, proprio perché, come ricorda la Marigo, è “lontano”, ma non per questo irraggiungibile. L’intera silloge va letta in questo modo: è un percorso aereo, sospeso tra il cielo e l’atmosfera, è un viaggio nell’aere con luci, bagliori, ombre e buio, un percorso quasi metafisico e di rinascita che ci accompagna, pagina dopo pagina, a lambire i territori dell’immaginifico.

Carica di interessanti e adeguati riferimenti alla cultura classica, la poetica della Marigo è sempre sostenuta da un linguaggio musicale e suadente e centrale è anche la tematica del tempo, investigata in modi e forme diverse: “Il tempo ha svolto un lavoro/ intenso: ha tracciato/ su me percorsi di colore, paesaggi/ sentimenti, in un movimento/ sinuoso senza inizio senza fine”, scrive. Nella successiva poesia dal titolo “Tralci” la Marigo sintetizza in maniera eccellente un concetto semplice ma al tempo stesso verissimo: “Scrivere è oltrepassare il tempo, memoria/ di vigne alla maniera antica”. Una serie di liriche fanno riferimento ai mesi con la volontà di marcare i momenti dell’anno e di descrivere quella stagionalità che si ripete incessantemente e in maniera ciclica. Il tempo ritorna spesso quasi che l’intera silloge sia sostenuta da dei fili comandati dal dio Chronos che, però, resta invisibile.

La sensazione che nutriamo leggendo le varie liriche qui contenute è che la poetessa abbia molto da dire, da raccontare, da stendere sulla carta per dare senso alle cose più semplici o semplicemente per riflettere e prendersi un momento di pausa e donare agli altri quello che, introspettivamente, ha elaborato. Affascinante l’omaggio che la Marigo regala alla Serenissima, città dalle nere gondole, immortalata da grandi scrittori quali Henry James e Thomas Mann che la poetessa dipinge colorata “le terre viola di Venezia”.

La luce, con le sue proiezioni, riflessi e raggi, avvolge l’intera raccolta poetica e la illumina donandole visibilità e brio. E’ doveroso, pertanto, concludere con dei versi che danno ragione a questo intero commento: “Troveremo l’inclinazione perfetta,/ il gradiente preciso, al fiammeggiare/ sacro della luce che si spericola/ capitombola dal colle entro le fronde/ sopra un metallo di luna, forgiato/ in fatica di fuoco.” (in “Specchi ustori”).

Chi è l’autrice?

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova nel 1951,. Bambina, ha lasciato la pianura veneta per le Prealpi Varesine, il lago di Maggiore di Luino, città delle prime letture e della nostalgia. Gli studi umanistici l’hanno condotta prima all’insegnamento, poi ad occuparsi di eventi di danza moderna e contemporanea, seguendo un talento versatile, sensibile all’arte, alla bellezza che trova dimora pure “dove l’ombra si gioca della luce”. Questa è la sua opera prima.

 a cura di Lorenzo Spurio

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