Meditazioni al femminile
con introduzione di Donatella Bisutti
con prefazione di Giuseppe Neri
Sangel Edizioni, 2012
ISBN: 9788897040750
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
Michela Zanarella, poetessa di origine veneta ma da anni attiva nella Capitale, torna con una nuova e interessante silloge di poesie. Dopo Sensualità, edita da Sangel Edizioni, in cui la Zanarella intendeva dipingere una femminilità calda, accogliente e sensuale, arriva Meditazioni al femminile, che il noto poeta napoletano Luciano Somma non ha mancato di avvicinare alla poetica della Merini. Ritengo che paragoni di questa natura sono sempre azzardati e pericolosi ma c’è di sicuro nella poesia della Zanarella una predisposizione ad affrontare temi, soggetti e ambiti che furono particolarmente cari alla grande poetessa milanese.
La parola “meditazioni” nel titolo del libro può far pensare che quello che ci apprestiamo a leggere sia una sorta di prosa ragionata, una scrittura attenta, frutto di ricerca e di sperimentazione. In realtà è tutt’altro. Le meditazioni che la Zanarella fa nel corso di questo libro sono di carattere intimistico, profondo, personale; hanno la volontà di riferirsi alla donna in quanto tale, al suo rapportarsi con il mondo e, soprattutto, con l’altro sesso. Si respira sfogliando le pagine una sensibilità che abbiamo già conosciuto con Sensualità anche se, per certi versi, si individua qui una certa maturità, non espressiva, ma tematica. Il percorso che la Zanarella ci fa fare coinvolge le varie sfere sensoriali e si appella in maniera pacata al lettore affinché questo le impieghi nella lettura, per poterne condividere a pieno l’espressività.
La poesia della Zanarella parte spesso dalla descrizione fulminea e al tempo stesso vivida di elementi naturali, il mare, il sole, i fiori che, piuttosto che darle un’impronta modernista, servono per istituire una serie di parallelismi con la vita dell’uomo. La poetessa esplica l’amore per il suo uomo ricorrendo direttamente ad appelli ed esortazioni in cui la dea Madre, è espressione a sua volta di quella forza impetuosa, continua e rigenerante. E’ una ricerca questa che non conosce limiti e che consente alla poetessa di sognare a occhi aperti e desiderare anche l’impossibile: «voglio esplodere di te/ e sapere il sapore/ del mare» scrive nella lirica che apre la raccolta. Ma in fondo sappiamo bene che in poesia nulla è impossibile e così, con questa prospettiva dobbiamo leggere le poesie della Zanarella che traboccano di gemiti, respiri che si incontrano, “morsi d’amore”, sguardi, baci e momenti d’affetto.
Come avevo avuto modo di osservare nella recensione di Sensualità, nella poetica della Zanarella, le parole si impersonificano: l’amore sembra essere una sorta di divinità onnipresente che tutto può; il Destino viene invocato come una sorta di protettore o altre volte come un’entità capace di volgere le cose come le desideriamo. «[C]onsumeremo il cielo/ gocciolando innamorati sui marciapiedi/ del destino» scrive nella lirica “Insieme oltre”, la più bella dell’intera raccolta. Nella silloge ci sono, inoltre, poesie ispirate e dirette a persone care della Zanarella così come alla sua città d’origine, Padova, citata direttamente in varie liriche. Bellissimo l’omaggio a Pasolini: «Tradito come un autunno / in maledizione / è stato il tuo canto di verità. / Non si accorsero che assassinando / un guscio secolare di saggezza / estirpavano fiore universale di poesia» e curioso il ricordo del pontefice Giovanni Paolo II.
E’ la natura che ritorna di continuo, quasi a descrivere una sorta di leitmotiv dell’intera silloge, «mi allaccio al vento, mi abbandono al fuoco» scrive in “Mi incateno alle origini”. Meditazioni al femminile è una riuscita celebrazione dell’amore fisico e dalla sua realizzazione a livello inconscio, dell’erotismo, della voglia di amare e farsi amare, della ricerca di un senso alla vita. E’ un incrocio continuo di due divinità importanti: Gea ed Eros. Si uniscono, dialogano tra loro, a volte addirittura si eguagliano divenendo una divinità unica. Ed è forse nella chiusa della poesia “Fango e radici” che ci capacitiamo di come la Zanarella riesca a fondere i due elementi, quello della natura incontaminata e quello della natura umana: «Ci incontriamo nel petto della stessa terra, / fango e radici / per un nuovo germoglio».
a cura di Lorenzo Spurio
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Anna Marchesini non finisce mai di stupirci. Da attrice comica nel celebre Trio a fianco di Solenghi e Lopez a regista di drammi teatrali fino a scrittrice di un romanzo “timido”. L’esordio letterario della Marchesini si intitola Il terrazzino dei gerani timidi e racconta, attraverso lo sguardo di una bambina, la vita di tutti i giorni e la preparazione alla Prima Comunione. La descrizione centellinata dei gerani con cui esordisce la narrazione allarga il campo alla casa e poi al mondo che la bambina, protagonista di cui non si conosce il nome, abita. E lo abita tristemente, a causa di un fanciullesco fioretto esaudito in occasione della malattia della madre. Campeggia su tutte le altre figure quella della mamma, che insegna alla figlia una vita di quotidiano sacrificio, di contenimento della gioia. E’ un vero e proprio inno all’infelicità, il romanzo; non ci sono scoppi di gioia in questa narrazione che vuole imitare il pensiero bambinesco e non ci riesce: le lunghe frasi, che si srotolano per cercare di raccogliere ogni particolare del circoscritto mondo, cercano di imitare il linguaggio senza senso e confusionario dei bambini, costruendosi senza ordine logico apparente, tralasciando segni di punteggiatura importanti, ma falliscono nell’intento per i vocaboli esageratamente aulici e ricercati. Inoltre i pensieri sulla morte e sulla vita che le frasi traducono sembrano essere troppo complicati anche per un adulto. Non è un libro facile, è stancante e si finisce spesso per incespicare nei periodi ridondanti, ma a volte si aprono per il lettore dei piccoli spiragli di ironia bambinesca. Come il gioco ingenuo tra la bimba e il suo cugino più grande che creerà ulteriore ansia alla protagonista, convinta, giocando al dottore e alla paziente, di aver commesso un peccatuccio di lussuria e giusto poco prima di ricevere il sacramento della Comunione. Non si potrà che sorridere dolcemente e malinconicamente, di quel sorriso che hanno i grandi nei riguardi di certe ansie infantili. Se si continua nella lettura, si viene ricompensati dalla storia lacerante di Terenzio, un vecchio signore dagli occhi «che si erano spinti a guardare oltre l’orizzonte» e che decide, dopo la morte del figlio, di dimenticarsi di tutto, anche di se stesso, e dal liberatorio episodio di Suor Giuseppina che scoprirà di poter vivere ancora e davvero attraverso la musica. Infine, se si è abbastanza pazienti da arrivare fino in fondo al romanzo, sarà svelato qualcosa che riscatta la pesantezza dell’intreccio: la bimba scopre l’amore per la letteratura e la lettura e si ripropone di scrivere un libro per ripercorrere e custodire il lungo tragitto che l’ha portata alla letteratura, vista come unica fonte di gioia.
prima della “Tavola Rotonda” sul romanzo “

Descrizione: Il Destino, un insieme di eventi inevitabili e non solo. Nelle sue molteplici forme diviene umano possessore di corpi quasi assenti. Attorno ad esso, la vita di Rebecca, dolce e pensierosa, mossa da una inavvertita voglia di cambiamento. Tra i due un patto. Quest’ultima la parola chiave che lega immaginazione e calamità ad un breve arco di tempo: sette giorni alla protagonista per poter sconfiggere il fato. In lei, una domanda catartica, l’attrazione per le cosiddette coincidenze e un susseguirsi di prove che rendono instabile e lacunoso il suo cammino di trasformazione. Tra le pagine, l’Amore, inteso come cuore pulsante che recita realtà e desideri, lontano da spiegabili eventi e vicino a tipiche suggestioni giovanili. Eppure, il fulcro del romanzo resta la volontà. Ciò che muove il mondo è il non arrendersi anche quando scompare un ultimo spiraglio.
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Roy Betty, la vittima, salva la vita al proprio carnefice, vincendo in se stesso l’invidia e l’odio che ha sempre nutrito verso il genere umano; dimostra così la sua superiorità ed il livello massimo di conoscenza acquisiti, al punto da accettare la morte senza alcuna resistenza e la colomba che viene liberata e si libra in volo, a mio parere, sta proprio a significare la sua liberazione definitiva.
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