Rosa d’inverno, Intervista a Jasmine Manari

INTERVISTA A JASMINE MANARI

Autrice di Rosa d’inverno

Book sprint edizioni, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Qual è stata la genesi di questa silloge poetica? Da dove è partita l’idea di collezionare una serie di liriche sotto un unico testo?

JM: Rosa d’inverno è una silloge iniziata nel giugno 2009 e conclusa definitivamente nell’aprile 2011, anno in cui è stata stampata. L’origine della raccolta è stata un voto d’Amore e il titolo, infatti, è il nome della mia prima poesia, la stessa con cui si apre la silloge, dedicata alla persona grazie a cui ho imparato a guardarmi dentro, la persona per cui ho fatto tutto ciò che ho scritto e scrivere, oggi, è tutto ciò che mi è rimasto: la fine, dunque, è il principio nel mio caso.

LS: Nella tua silloge ci sono molte citazioni in epigrafe di autori classici e in maniera particolare mi ha colpito un frammento di Saffo e un sonetto di Shakespeare. Quanto sono importanti secondo te questi due scrittori? Perché?

JM: Ritengo ambedue i poeti mie fondamentali fonti d’ispirazione: essi non parlano degli artificiosi atteggiamenti dell’Amore ma di quell’Amore che sconvolge una vita, più repentino d’un battito d’ali e più profondo dell’oblio. In primo luogo, tengo a dissolvere l’idea di Saffo come emblema dell’Amore omosessuale poiché quando si tratta d’Amore, come afferma Benigni, tutto diventa grande, finisce la mediocrità e il solo fatto di classificarlo non può che svilirne l’importanza agli occhi del mondo sebbene la sua essenza rimanga intatta. E quando parlo d’essenza intendo le radici inconfondibili che germogliano in ogni individuo, sia esso uomo o donna: questo non conta poiché nessuno può fare a meno di nominare Amore, sia pure soltanto per denigrarlo. Lo stesso William Shakespeare, il sommo scrittore decantato come indiscusso poeta dell’Amore, scrisse una silloge di ben 154 sonetti, dedicando i primi 126 ad un giovane di cui si conoscono le iniziali (Sir W. H), il suo fair youth e soltanto i restanti 28 li compose per la più citata dark lady, una donna di cui il poeta evidenziava spesso gli aspetti negativi (si ricordi, a tal proposito, il sonetto 130 “My Mistress’ eyes are nothing like the Sun”) mentre, per il suo primo destinatario, compose il celebre sonetto 18 con cui consacrava eternamente il giovane in virtù del suo Amore infinito e indefinibile: “Devo paragonarti a una giornata d’estate?”. Dunque, per rispondere alla domanda, l’importanza dei due poeti risiede nel modo limpido e atavico con cui entrambi parlano del proprio sentimento che coincide con l’esistenza ed è immortale. E, comprendendo questo, chi potrebbe avere la presunzione di definire omosessuale il poeta dell’Amore?

LS: Il titolo della silloge, Rosa d’inverno, è in realtà il titolo di una delle tante poesie contenute nella raccolta. Perché hai scelto proprio questa come titolo dell’intero libro?

JM:  Come dicevo prima, la fine è il mio principio. Appena ho concluso la mia prima poesia dal titolo “Rosa d’inverno”, non ho più smesso di scrivere. Pasolini riteneva che la scrittura avesse un valore esistenzialistico e io condivido questa sua opinione: il bisogno di esprimersi, la tendenza a esporre il proprio pensiero equivale, per uno scrittore, a riconoscere la propria esistenza trovandole un senso nell’assoluto non senso della vita. Si può dire, pertanto, che Rosa d’inverno sia il nome di battesimo del mio essere scrittrice, il nome proprio che io attribuisco alla scrittura.

LS: C’è una poesia alla quale sei legata in maniera particolare? Perché?

JM: Premettendo che ogni componimento contenuto in Rosa d’inverno non è soltanto un esperimento semantico, un abile gioco con le parole come pure è stato definito, ma una realtà che ha toccato le corde più intime della mia sensibilità, posso dire che una delle tante poesie che ancora oggi rileggo, nonostante le ricordi tutte per il mio modo, (ammetto maniacale) di ricercare la scorrevolezza e la fluidità del verso nella  musicalità delle parole, è “I passeggiatori di cani”. Il tema ivi contenuto è quello dello scontro generazionale giovani – adulti: ho cercato di trasmettere quel senso di assoluto che domina nel ragazzo sin da “cucciolo”, quando è ancora ben tenuto al guinzaglio. Egli odia quella catena poiché rappresenta il compromesso dell’età adulta a cui è costretto e, dunque, si trova fra due antipodi: combattere fino in fondo per ciò in cui crede senza lasciarsi guidare verso la strada della ragionevolezza che è soltanto una scorciatoia per le future e mondane convenzioni, oppure cedervi imparando a vedere “il boccale mezzo pieno e mezzo vuoto” e, accogliendo ipocrisie e buona creanza, divenire l’adulto che prima tanto criticava e disprezzava. Per rimanere giovani, dunque, spezzando questa catena di accordi, bisogna considerare il modo in cui ci si approccia alle idee: con coerenza, senza negare che esistono le famose sfumature, ma ricordando sempre che la decisione è comunque una e può essere o bianca o nera. Il giovane questa logica dell’assoluto l’impara, ed è il momento in cui è più ostile al mondo degli adulti, e poi la disimpara proprio perché è costretto ad accedere a quel mondo, dolorosamente o meno, dipende dalla sensibilità di ognuno (perchè di certo c’è chi la considera, con pacata accettazione, solo un’utilità).

LS: Nella raccolta sono riscontrabili facilmente alcuni temi dominanti che tu proponi e riproponi sotto varie vesti e cornici, senza finire per essere banale né ripetitiva. Uno di questi è il tema dell’infanzia. Come mai molte delle tue liriche più che proiettarsi in un futuro prossimo o inconoscibile guardano invece, quasi in maniera conservatrice e nostalgica, verso il passato?

JM:  L’infanzia è la stagione dell’incoscienza: il passato, come ho scritto in una delle mie poesie, si muove. Molti s’impongono di non guardarsi più indietro, addirittura di provare indifferenza per ciò che è stato ma non è più, io invece ritengo che il passato ci accompagni e noi, per andare avanti, fingiamo di non vederlo ma non ci è indifferente: lo consideriamo inesistente o, per lo più, un fantasma insonne che non trova pace e, dunque, gli dobbiamo indifferenza perché non dia fastidio. Dell’infanzia, il passato più remoto a cui posso rivolgermi data la mia giovane età, rimpiango la schiettezza e la spontaneità e, come ho detto prima, l’incoscienza: il bambino, quando qualcosa lo infastidisce, si ribella apertamente, non fa “finta di niente”. Per quanto concerne il futuro, invece, lo considero come l’alter ego del presente: abbiamo un’infinità di alternative frutto di un continuo decidere e non dobbiamo, a mio avviso, chiederci come andrà domani; mentre scrivevo Rosa d’inverno dicevo che sarebbe stata pubblicata ma questo non lo consideravo parte del futuro: era una meta raggiunta ogni giorno nel continuo scorrere del mio presente.

LS: Quanto di autobiografico c’è in queste poesie?

JM: Ogni componimento è autobiografico, anche quello socialmente impegnato. Tutto ciò che è stato scritto è accaduto: questo è stato il mio modo di non dimenticare e, in un certo senso, come afferma Audrey Hepburn, di guarire dalla medicina.

LS: A conclusione della raccolta c’è un consistente brano in cui abbandoni il metro poetico per meglio adattare i tuoi pensieri che vertono principalmente sul difficile raggiungimento della felicità umana. In quest’affascinante percorso esistenzialista connetti spesso la felicità alla pace come ad affermare che se manca una delle due, viene a mancare necessariamente anche l’altra. E’ così? Potresti spiegare meglio questo tuo pensiero?

JM: Ne “La felicità in un palazzo di cristallo” ho parlato della ricerca continua dell’uomo dello stadio più alto del proprio essere, ossia la felicità e, allo stesso tempo, il suo perenne bisogno di pace; tuttavia, riconoscendo la felicità quale ossessione umana per eccellenza, ho messo in evidenza quanto sia vero che l’uomo non possa trovare pace nel suo perenne cercare: infatti, ho scritto «(…) la pace non è per l’uomo che non è destinato né all’eternità né al riposo: tutto ciò che gli spetta è una tregua di tanto in tanto, ma la pace non lo riguarda affatto poiché l’uomo vive tormentato ed è proprio la felicità la sua ossessione». Finchè l’uomo non trova pace, è convinto di non aver trovato neppure la felicità; io, invece, ritengo che la felicità consista nel raggiungere il nostro punto più alto, accettando anche di doverlo abbandonare: è un continuo movimento che riguarda il nostro modo di vivere la vita come un’infinita ricerca, invece “la pace” che spetta all’uomo consiste in una tregua fugace nel momento stesso in cui arriva allo stadio più alto per cui ha lottato. Ricominciando a cercare, quindi, prosegue il percorso che la felicità ha tracciato. «(…) è possibile? Perdere e realizzare di esserne stati fieri? Dipende dagli occhi di chi guarda. Per questo la felicità è per chi di noi sa trovarla, per chi trova il punto in cui guardare, non necessariamente il punto per eccellenza. Un qualche punto: il nostro».

LS: La tua poesia fa ampio utilizzo di immagini ossimoriche, antipodali, contrastanti, che si basano su di una serie di opposti: chiaro-scuro, memoria-oblio, solo per citarne alcuni. Come mai quando parli di un elemento spesso ti senti quasi “in obbligo” di chiamare in causa anche il suo esatto contrario?

JM: La risposta di fondo è che l’Amore, di per sé, è neutrale. È un essere androgino: non semplicemente un punto d’arrivo fra gli opposti, ma entrambi gli opposti condensati in uno soltanto. L’esistenza di un elemento, secondo la legge dei contrari, determina l’esistenza del suo opposto ed è da ciò che nasce l’armonia. Amore è armonia e coincide con l’individuo che, da sé, è una contraddizione vivente. Fondamentale, riguardo l’esistenza degli opposti, è che fra loro sono interscambiabili e, dunque, nessuno al mondo può dire di essere una cosa soltanto, sebbene tutto il suo essere si riassuma in un solo corpo. Lo stesso Shakespeare, inoltre, definisce Amore attraverso gli ossimori “lucido fumo”, “gelido fuoco”, “insonne dormire”, “pesante leggerezza” e molti altri; così, considerando che per ogni elemento esiste il suo contrario, s’impara a mio avviso anche ad accettare la diversità.

LS: Quali autori della letteratura classica e contemporanea (sia poeti che romanzieri) ti affascinano di più? Perché?

JM: Per quanto concerne la letteratura classica, Saffo e Catullo sono i poeti che mi affascinano maggiormente, sono quelli che ho avuto modo di studiare quest’anno e, in particolare Saffo, rimane l’autrice con cui mi identifico di più: in primo luogo poiché si tratta di una poetessa dall’animo forte e dirompente e in secondo luogo perché la sua travolgente espressività riesce a dar voce al proprio dissidio interiore, a discernere ogni emozione e sensazione provata nel momento dell’incontro con la persona amata: infatti, “A me pare uguale agli dei”, è un componimento in grado di spogliare il lettore dalla scialba veste del pudore per metterlo di fronte a se stesso, come se potesse osservarsi nel momento in cui guarda la persona che Ama, dovendo ammettere che quelli che prova sono i sintomi di un morbo che, in altra sede, Saffo definisce “dolce amara invincibile belva”.  Altri due poeti a cui sono legata appartengono all’età definita “Maledettismo” in Italia che, in sostanza, coincide con il secolo del Romanticismo: si tratta di Charles Baudelaire e, primo fra tutti, Arthur Rimbaud; di quest’ultimo venero la ribellione contro tutto il prestabilito e la volontà di gridare al mondo la propria esistenza marcando l’impronta. Ciò che mi colpisce è che la sua straordinaria produzione poetica abbraccia l’età dell’assoluto: l’adolescenza ed egli non se ne separa mai, continua a vivere al massimo grado ogni esperienza attraverso il suo “lungo, immenso e ragionato “sregolamento” di tutti i sensi”. La poesia, come è evidente, conquista il mio interesse ma ciò non sminuisce l’attenzione che rivolgo al romanzo o al racconto: difatti, apprezzo la letteratura ottocentesca, quella di Goethe e Hugo, e m’innamoro delle opere di Oscar Wilde, catturata soprattutto dalle sue vicende personali. In sintesi, posso affermare che degli scrittori sopra citati mi appassionano l’abilità semantica e quella di fare in modo che il lettore assapori la dolcezza della parola regalandogli immagini coronate dal filtro dell’emozione, altresì mi affascina la loro esperienza di vita poiché scrivere non è mai soltanto un gioco di parole.

LS: Attualmente stai continuando a scrivere delle liriche e hai qualche altro progetto in mente per il futuro? Se sì, puoi anticipare qualcosa?

JM: La mia intenzione è quella di scrivere un racconto trattando de “Il gioco del fuoco”  partendo da un aforisma di Oscar Wilde. Considero diversamente l’argomento dimostrando, attraverso la narrazione, che non c’è modo di evitare questo gioco, che, in un certo senso, si è costretti a giocare. Voglio parlare di un ragazzo, capace di far “rimbalzare” i sentimenti su se stesso, contemporaneamente, per non accorgersi di uno più di un altro e, dunque, continuare il suo gioco. Si parla sempre del disadattato sociale e, per lo più, con commiserazione o pietà. Io voglio parlare del ragazzo che da disadattato diviene adattato, anzi del troppo adattato che, tuttavia, prende tale scelta consapevole del motivo profondo che lo spinge a tutto questo e che lo lega inevitabilmente al disadattato sociale che tanto biasima: la necessità di sfuggire al dolore, il desiderio di felicità che, così fragile, si affida alla contentezza.

 

Ringrazio Jasmine Manari che mi ha concesso questa intervista.

Lorenzo Spurio

13 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE

La corrida è cultura?

Che tori, corride e encierros appartengano alla cultura spagnola è un dato di fatto. Nelle guide turistiche la corrida è, assieme al flamenco, uno dei topos tradizionali della cultura spagnola. Allo stesso modo i quotidiani spagnoli dedicano un’intera pagina a questo aspetto culturale sotto la dicitura di “Toros” che è un ulteriore suddivisione della rubrica “Cultura”. Che le corride siano espressione di cultura è dunque una realtà, una verità inopinabile. Ovviamente esistono posizione diverse e contrastanti sul modo d’intendere la corrida. Per qualcuno è un tratto distintivo del ser castellanos che va protetto e tramandato per altri non è altro che un atto di barbarie attraverso il quale l’uomo usa violenza contro il toro. Così la notizia di pochi giorni fa trasmessa dai giornali spagnoli di fatto non spiazza, non meraviglia affatto. Si tratta dell’ennesima prova che tori e Spagna sono un tutt’uno e guai a parlar male di corride!

Nello stesso giorno in cui il premier Zapatero annuncia le elezioni anticipate, il Ministero della Cultura ha annunciato che assumerà le competenze in materia taurina. Così aspetterà al governo centrale di Madrid piuttosto che alle singole comunità autonome di occuparsi degli asuntos taurinos, ossia i complessi festivi, celebrativi e i rituali che prevedono l’utilizzo della lidia, lucha y muerte del toro.

C’è qualcosa però che sembra non quadrare in questa equazione tori=cultura. Se per tutti i tori sono espressione di cultura, allora le Canarie e recentemente la Catalogna li avrebbero aboliti privandosi così di un importante espressione del loro essere? Così il riconoscimento del Ministero della Cultura del toro come emblema culturale finisce per avere poca rilevanza e finisce per essere impiegato come mezzo per alimentare nuove controversie. Finché l’Unesco non riconoscerà la pratica della tauromachia come Patrimonio Culturale in Spagna, Portogallo, Francia e nei paesi sudamericani (probabilmente non lo farà MAI), la questione del riconoscimento di cultura in questo complesso festivo non potrà dirsi completa ed effettiva.

LORENZO SPURIO

3 Agosto 2011

Rosa d’inverno di Jasmine Manari – Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Rosa d’inverno di Jasmine Manari

Book Sprint Edizioni, 2011

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Ho accolto con piacere la richiesta di Jasmine Manari, giovanissima poetessa abruzzese che esordisce il suo percorso letterario con un’ampia e interessante silloge poetica. Mi sono molto interpellato sul titolo, Rosa d’inverno, su quale potesse essere il significato che la Manari volesse abbracciare per le sue liriche. Mi è sembrato a prima vista enigmatico, ma questo non ha offuscato neppure minimamente la mia attenzione nei confronti di questa raccolta di poesie. L’ho interpretato, inizialmente, mediante una figura retorica, quella dell’ossimoro: una rosa, espressione di colore e della vita e l’inverno, espressione di toni grigi della malattia e della morte. Ho concluso così che le liriche avrebbero trattato principalmente di storie d’Amore e storie di morte, temi che spesso nella poesia sono speculari o che finiscono per costituire un tutt’uno.

La Manari ha utilizzato una variegata scelta di citazioni colte che esplicitano il suo Amore nei confronti della letteratura, di una letteratura che potremmo definire classica, fatta dai grandi.  Ci sono varie citazioni in epigrafe tra cui una curiosa definizione del veggente/poeta maledetto Arthur Rimbaud, estratti di conversazioni di Ungaretti e Oscar Wilde e un frammento di Saffo. Questi riferimenti intertestuali iniziali non sono ridondanti e, anzi, incanalano il lettore verso l’oggetto di questa raccolta: l’Amore e le sue varie sfaccettature, i diversi modi di amare, il dolore e la sofferenza che dall’Amore scaturiscono.

E’ sufficiente la prima poesia della silloge per comprendere quale sia il senso che la Manari vuole trasmettere attraverso il suo titolo: la rosa, con le sue varie fasi di crescita (lo sbocciare, il crescere), non è altro che metafora di un Amore che, ugualmente, nasce e si sviluppa. Ma la rosa bianca della Manari non appassisce, non conosce fine e così dobbiamo interpretare che l’Amore, alla stessa maniera, non deperisce né si consuma ma rimane eterno.

La raccolta di poesie verte principalmente su alcuni temi dominanti: l’Amore, la felicità, la vita e la morte, il senso di abbandono e il ricordo di un’età ormai passata, l’infanzia. Nelle liriche della Manari si fa infatti spesso riferimento a un tempo passato che si evoca a volta con nostalgia come in “Bambina” mentre altre volte ci si domanda quali siano i limiti tra ricordo ed oblio. E’ un percorso difficile, questo che la poetessa affronta con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo altamente simbolico. L’infanzia è celebrata un po’ ovunque nella raccolta e in “Ci chiamiamo grandi” la poetessa osserva che gli adulti, in fondo, non sono altro che bambini che non fanno più cose spontanee come quelle di un bambino. La vita, dunque, sembra suggerire che è un’infanzia perenne. E in quel presente liquido e spesso difficile la poetessa ricava ricordi positivi di un passato andato ma che in un certo senso è ancora presente perché ricavato da frammenti di ricordi che si impongono nel “qui ed ora”, nella vita di tutti i giorni: «Somigli tanto a una bambina che conoscevo» in “Quale è il tuo nome”. La silloge celebra così i tempi passati, un’infanzia felice e spensierata che viene ricordata con nostalgia e alla quale, paradossalmente, si vorrebbe ritornare, annullando il normale corso del tempo.

La protagonista delle liriche, che intuitivamente mi viene da immaginare abbia un riferimento autobiografico nella stessa Manari, è una donna che sa soffrire ma che sa anche ribellarsi per non lasciarsi soggiogare, come nella brevissima lirica “Rivoluzionaria” che si chiude proprio con la volontà di fare della propria vita una battaglia. E’ una donna forte e decisa, che non manca di evocare idee discutibili e che la Chiesa definirebbe immorali, come il suicidio in “Osceno paradiso d’indolenza” per «chi, egoista con se stesso, non vuole più sperare». Parlare della vita significa innegabilmente trattare anche quegli aspetti meno belli che però fanno parte di essa: la vecchiaia, la malattia e la morte. Il ritratto complessivo che la Manari trasmette con questa opera è complesso ed articolato e non manca di trattare questi temi languidi, tristi e crepuscolari come nella brevissima poesia “Alzheimer” che va letta tutta d’un fiato e che condensa una serie di tragedie: la malattia, la sofferenza per un congiunto malato e incurabile e la decisione di porre fine a quelle sofferenze per liberarsi da entrambi i mali. La Manari non parla di eutanasia ma di matricidio. E’ questo a trasmettere una cupissima presenza su tutta la lirica, lasciando drammaticamente sorpresi per la vivezza e allo stesso tempo per il laconismo con il quale fotografa una realtà difficile e disperata. Il linguaggio è semplice e spesso usa immagini forti, come volesse suscitare un qualche effetto nel lettore. La poesia “Non appartengo a voi indecisi, sono un poeta maledetto” ha tutte le caratteristiche della poetica del bohemien, che si riallaccia alla citazione iniziale di Rimbaud. C’è in un certo senso anche un riferimento, consapevole o no non saprei dirlo, a Palazzeschi e alla sua poesia “E lasciatemi divertire” dove il poeta abbatteva i canoni poetici tradizionali riconoscendo una poetica tutta nuova, bizzarra e strampalata ma che almeno, lo lasciasse divertire. La Manari si auto considera un poeta maledetto, di quelli che non le mandano a dire e che non hanno paura di parlare di niente: « Se sono un verme che si dimena appeso a un amo, certo di durare meno e poco più».

Spesso prevalgono i toni grigi e cupi e un’amara analisi della vita come quando in “Il consigliere” scrive: «No figliuolo, le persone non vogliono la verità, loro non sanno che farsene: la odiano. È troppo pericolosa, meglio la menzogna… si può fare molto di più con la menzogna». Non si tratta però di un pessimismo fine a se stesso ma ricalca, in maniera quanto mai fedele, la società nella quale viviamo. Verso la conclusione della raccolta è presente un brano che abbandona il metro poetico per adattare i pensieri, quasi in maniera plastica, impiegando la prosa. In “La felicità in un palazzo di cristallo” la poetessa affronta temi difficili, le canoniche questioni dell’essere: cos’è la felicità e, se esiste, come si raggiunge? E la pace? Lo fa in maniera lucida e schietta ma è difficile non riconoscere un certo tono cupo ed esistenzialista che, per certi aspetti, richiama addirittura il poeta recanatese, Leopardi: «l’uomo vive tormentato ed è proprio la felicità la sua ossessione: egli non la possiede, eppure può renderla sua. Per questo la felicità non è nella morte e nemmeno nella pace». Ma la conclusione che la Manari trae non è altrettanto negativa, c’è possibilità di speranza: la felicità è intorno a noi, dobbiamo saper riconoscerla, è dietro l’angolo, dobbiamo saperla individuare: «Dipende dagli occhi di chi guarda: per questo la felicità è per chi di noi sa trovarla, per chi trova il punto dove guardare, non necessariamente il punto per eccellenza».

Una raccolta di liriche affascinante che va letta in profondità e che è arricchita nel suo ampio contenuto già altamente ricco simbolicamente da un sonetto di Shakespeare il quale, proprio come ha fatto la Manari, nelle sue poesie ha sempre parlato anche degli aspetti meno felici dell’Amore e della transitorietà del genere umano. Non avevo sbagliato di molto nella mia iniziale interpretazione del testo a riconoscere già nel titolo la presenza di un ossimoro di cui, in effetti, la silloge è strapiena: vita-morte, felicità-sofferenza, ricordo-oblio, miracolo-condanna, presente-passato, alba-tramonto e addirittura il titolo di una poesia, “Il buio bianco”. Non è un caso che la Manari citi Shakespeare, poeta neoplatonico che nelle sue liriche utilizzò spesso l’allegoria del chiaroscuro, che la poetessa nella sua opera sintetizza in maniera mirabolante in questo modo: «il sole c’è ma non si vede».

LORENZO SPURIO

05-07-2011                                                                            


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Bambina e la fatina computerina, intervista a Virginia Defendi

INTERVISTA A VIRGINIA DEFENTI

Autrice di Bambina e la fatina computerina

Onirica Edizioni, Milano, 2010

Intervista a cura di Lorenzo Spurio


LS: Qual è stata la genesi del romanzo? Com’è nata l’idea di scrivere questo libro?

VD: Ho iniziato a scrivere Bambina e la fatina computerina, appena uscita dal mio percorso universitario. Riflettendoci ora, posso dire che, non avrebbe potuto essere altrimenti…

LS: Perché hai deciso di esordire nel panorama della scrittura con un libro per l’infanzia?

VD:Non ho “deciso”. È successo. Ho sempre amato leggere di tutto. Non avrei mai pensato a me nel ruolo di scrittrice….

LS: Quali autori italiani e stranieri, poeti o romanzieri, ti affascinano di più? Perché?

VD: Italo Calvino con: Il visconte dimezzato, Il cavaliere inesistente e Il barone rampante.  Stefano Benni e Margherita Dolcevita. Carlo Lorenzini. Tre autori che mi hanno fatto “viaggiare” in bilico, tra realtà e mondi assolutamente fantasiosi….Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos che con: Le relazioni pericolose, mi ha fatto…. dare una sbirciatina alla posta di personaggi fantastici…

LS: Ho letto dalla tua biografia che uno dei testi in assoluto che ti  piace di più è Le avventure di Pinocchio di Collodi. E’ un testo molto bello e, contrariamente a ciò che si pensa, non è solamente un libro per bambini. Lo stesso vale per Alice nel paese delle Meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Perché secondo te quando in una narrazione ci sono elementi fantastici, irrazionali, magici, come nei libri citati, subito il libro viene etichettato come libro per l’infanzia, o facente parte a quella che in Inghilterra si definisce children literature mentre il testo è ricco di messaggi impliciti, di metafore, di analogie più profonde?

VD: Ho amato, fin dalla più tenera età, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Mi è sempre stato accanto.  Per un dolce gioco del Destino, al momento di scegliere l’argomento della tesi di Laurea, per Letteratura per l’infanzia, Pinocchio è riapparso nella mia vita….:-).  Per rispondere alla tua domanda, forse, un adulto che prende in mano un testo “per bambini”, tende a leggerlo in modo “leggero”.  Non soffermandovisi. L’ho fatto anch’io, per anni. Grazie alla rilettura “adulta” di Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, ho compreso, però, che i libri per l’infanzia, “dicono  molto” ai “grandi”….Ed ecco che, ancora circondata dalle vicende di Pinocchio, mi sono ritrovata a ideare il mio piccolo racconto….:)

LS: E’ curioso nel tuo romanzo l’utilizzo che fai dei colori. Le favole e i racconti per l’infanzia fanno spesso riferimento ai colori o ai materiali come l’oro, l’argento e così via.. si pensi ad alcune fiabe dei fratelli Grimm o anche del danese Andersen. Ti sei rifatta a qualche autore, a qualche testo, o a qualcosa in particolare per quanto concerne il mondo cromatico presente nel tuo romanzo?

VD: Ho sempre ritenuto il mondo dell’infanzia, un luogo colorato e musicale. Quindi, mi è venuto spontaneo riportare questo mio pensiero anche in Bambina e la fatina computerina.

LS: C’è un po’ di confusione quando parli di maghi e di fate. Si tratta di due protagonisti per antonomasia delle narrazioni fantastiche e per l’infanzia che però non appartengono alla medesima cultura e tradizione. I maghi sono realmente esistiti nella misura di precursori e iniziatori della scienza medica, anche se spesso erano dei sedicenti veggenti mentre il popolo delle fate, dei folletti e degli elfi a cui tu fai riferimento trae origine dal folklore celtico e inglese. C’è dunque una certa discrepanza tra i due tipi di personaggi. Come mai hai deciso di fare del mago, marito della fata, una sorta di ebete che ripete a pappagallo quello che dice?

VD: La “confusione” di cui parli, è voluta. Ho sempre apprezzato il concetto “diversità”, in ogni forma esso si presenti. Quindi, perché non creare, ed unire in una sorta di “armonia particolare”, due personaggi differenti tra loro?  Il personaggio del mago? È vero, sembra proprio un ebete:) Ma… “sembrare”, non vuol dire…. essere….

LS: Questo romanzo ci presenta una favola rivista in termini contemporanei.. l’elemento più esplicito di questa riscrittura postmoderna della favola tipo è il personaggio della fatina computerina. Come hai ideato questo personaggio?

VD:Beh, ho preso spunto dalla mia esperienza personale….. Utilizzo spessissimo il computer per comunicare, mi aiuta parecchio… E’ stato naturale quindi, ideare una fatina un po’ speciale….

LS: Come in ogni favola che si rispetti, anche nella tua storia il lieto fine è garantito. Come mai hai utilizzato un happy ending? Non sarebbe stato più curioso inserire ad esempio un elemento destabilizzante come ad esempio un potentissimo virus che avrebbe permesso una svolta decisiva alla storia?

VD: AHAHAH….Buona idea! Seriamente, quando ho iniziato a scrivere Bambina e la fatina computerina, a tutto pensavo tranne che…. avrei trovato il coraggio di inviarlo per farlo pubblicare…. Era un racconto solo mio…. Tutto ciò che è accaduto dopo averlo scritto, è stato  qualcosa di meravigliosamente inaspettato. Beh, ho sempre creduto nel “lieto fine” delle favole….e sempre ci crederò:)

LS: Una storia così ben articolata e con un buon sistema di personaggi si presterebbe a uno sviluppo seriale della storia o, almeno, ad episodi. Che cosa ne pensi?

VD: :)…. come si dice: “Nella vita tutto è possibile….”:)))

LS: Hai altri progetti in cantiere? Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

VD: Sì,sto ultimando un romanzo autobiografico,  intitolato:Vita, Storie E Pensieri Di Un’Aliena. Mi auguro possa essere ironico (al punto giusto), come è  nelle mie intenzioni….

Ringrazio Virginia Defendi per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

15 Luglio 2011


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Il banco sopra la cattedra, di Luigi Polito

Il banco sopra la cattedra di Luigi Polito

Edizioni Altravista, 2011

Recensione a cura di Monica Fantaci

Marco, studente dell’ultimo anno del corso di Laurea in Pedagogia, è un ragazzo con forti ideali, perciò decide di affrontare, per la sua tesi di laurea, un argomento che racconta la realtà dei giovani, attraverso interviste e questionari che documentano cosa accade quotidianamente negli ambienti scolastici, specificatamente dentro le aule.
Durante l’esposizione della tesi, Marco si rivolge alla commissione in tono sarcastico, accusando il sistema universitario di utilizzare il potere per incutere paure e trasmettere una cultura finalizzata a favorire gli interessi personali dei baroni.
Il libro, mediante l’analisi della tesi sperimentale di Marco, descrive le idee, le aspettative, i sentimenti, le speranze che gli alunni hanno in merito al mondo dell’istruzione, permettendo ai lettori di scoprire i loro pensieri nascosti, incatenati da una scuola che sta solo attenta alle “etichette”, senza preoccuparsi della diversità, della voglia di partecipazione e di dialogo dei ragazzi.
Le narrazioni degli studenti svelano che, nonostante la maggioranza dei professori ricorra ad un metodo d’insegnamento tradizionale, alcuni docenti hanno voglia di trascinare i ragazzi verso la libertà di pensiero e d’azione, realmente credendo che il confronto sia la base per abolire le forti disuguaglianze che vivono dentro l’istituzione scolastica. 
La scuola non è soltanto un luogo dove acquisire argomenti per affrontare le interrogazioni e superare l’anno scolastico, ma deve assolutamente essere anche un luogo dove competenza affettiva e d’apprendimento si mescolano per rendere gli allievi protagonisti del loro sapere, scaturito non solo dai libri di testo, ma anche dalle loro esperienze quotidiane. 
Da sempre l’istruzione è legata al potere politico, che lo utilizza per affermare la sua ideologia, erodendo un settore che potrebbe dare avvio ad un cambiamento positivo del Paese, proprio perché forma gli adulti del futuro. Leggendo il testo si evince quanto gli studenti urlano il loro disagio, rimanendo delusi del mondo anti-democratico della scuola, incapace di dare certezze, avvertito come ambiente di pregiudizi, di indifferenza, capace di incatenare le potenzialità.
Questo romanzo-documentario, dove parlano i ragazzi, mira a risvegliare le coscienze, poiché i giovani, con le loro aspirazioni, con la loro tenacia, con la loro volontà, con la loro capacità creativa, con la loro voglia di giustizia, possono migliorare la società. 
Fatevi catturare da questo testo attraverso i suoi momenti d’ironia, di tensione, di desiderio di riscossa.

Recensione di Monica Fantaci

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE

Bambina e la fatina computerina di Virginia Defendi

Bambina e la fatina computerina di Virginia Defendi

Onirica Edizioni, Milano, 2010

Recensione di Lorenzo Spurio

La Defendi esordisce nel mondo letterario con questo racconto-romanzo breve per l’infanzia. Già dal titolo, ricco di diminutivi, si capisce che nella lettura verremo catapultati in universo da sogno. Curioso il nome della protagonista, Bambina, un nome metatestuale che si riferisce doppiamente al personaggio che come si scoprirà è condannato a rimanere bambino e a non proseguire il suo percorso di crescita.

La storia è uno dei numerosi canovacci preferiti dai narratori per l’infanzia e dai favolisti: quella di una bambina in un palazzo imperiale, di una sorta di principessa potremmo dire. Ma l’originalità della Defendi prende subito piede nella narrazione e così veniamo a sapere che il palazzo nel quale vive Bambina e l’impero che erediterà hanno costitutivamente qualcosa di triste: tutto è grigio e monocromatico. Grigiolandia si configura così come uno spazio tristemente magico, fisso, infelice e monotono. Così come in molte favole, anche qui si passa da una situazione iniziale di tristezza e turbamento a una situazione finale dominata da pace e felicità, evidenziate in questo racconto dal nome che viene dato all’impero proprio in base al fattore umorale: la tetra e mesta Grigionaldia nella prima parte e poi la melodica e variopinta Arcobalenandia nel finale.

A mio parere la Defendi, rifacendosi alla tradizione folklorica popolare, inserisce troppo materiale in maniera condensata, finendo per connettere fate e maghi, personaggi quanto mai diversi e che appartengono a tradizioni tra loro separate. Dobbiamo però tenere presente che questo libro è un testo fantastico e dunque simili libertà e “concessioni poetiche” sono sicuramente da rispettare.

Una serie di elementi curiosi come Palazzo Maliardo, il Libro Incantato, la polvere riformina e soprattutto la fatina computerina, una rivisitazione tutta postmoderna del personaggio della fata, ci accompagnano attraverso questo viaggio a Grigiolandia e al procedimento fatato che permetterà di ristabilire vitalità e colore in questo impero. Con questo curioso esperimento la Defendi ci mostra come neppure il mondo fantastico e magico delle fiabe ormai non sia più immune alla computerizzazione smodata di cui siamo attori ed agenti nella società contemporanea.

VIRGINIA DEFENDI è nata a Bollate (Mi) nel 1974 ma vive ad Arese. Nel 2005 ha conseguito la Laurea in Scienze dell’Educazione presso l’Università del Sacro Cuore di Milano. Ama scrivere. Attualmente sta ultimando un romanzo dal titolo Vita, storie e pensieri di un’aliena.

LORENZO SPURIO

15 Luglio 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Saffo, Intervista a Gianluca Paolisso

INTERVISTA A GIANLUCA PAOLISSO

Autore di Saffo

Albatros Editore, Milano, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? C’è stata una particolare genesi?

GP: L’idea o, per utilizzare un termine forse più appropriato, l’ispirazione di un qualsiasi tipo di storia nasce quasi sempre dalla vita quotidiana, dalle emozioni che giornalmente viviamo grazie alla nostra particolare sensibilità, o grazie agli altri: Saffo, nonostante sia un’opera prima, è stata accompagnata fin dalla sua nascita dalla sofferenza, dalla consapevolezza di un amore rifiutato, da ciò che inevitabilmente si perde sulla strada della vita. Questi temi ricorrono nel romanzo, e spesso caratterizzano la stessa personalità dei personaggi. Credo che sia impossibile “eclissarsi” completamente dalla narrazione, secondo metodi “verghiani”: una storia, benché nata dalla fantasia, affonda le sue radici nel presente o nel passato che sempre si è vissuto, nel bene o nel male.

LS: E’ interessante come hai utilizzato un personaggio realmente vissuto, sebbene mancano attendibili riferimenti biografici, come personaggio principale del tuo romanzo, adattandone temi e caratterizzazioni che fuoriescono dalle sue liriche. E’ stato difficile il processo di scrittura? Se sì, perché?

GP: Le uniche fonti storiche rimaste sulla straordinaria poetessa di Lesbo sono una produzione frammentaria di liriche, e alcune leggende narrate dal lessico Suda e dal Marmor Parium (Saffo si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade perché rifiutata dall’amore di Faone ). Tutto ciò mi avrebbe permesso di “inventare” episodi, situazioni, dialoghi, eppure fin dall’inizio volevo che questa storia mantenesse un substrato storico quanto più possibile reale, tralasciando influenze fantastiche o mitologiche. Volevo raccontare un personaggio vero all’interno di un contesto storico vero: per far questo non sono mancati gli approfondimenti storici (d’altronde in un romanzo del genere sarebbe sacrilego non farli!) e studi riguardo il “modus vivendi” di uno dei popoli all’epoca più ricchi del Mar Egeo (VII – VI sec. A.C.). Fatto questo potevo concedermi una piccola interpretazione su ciò che mai la storia ci ha tramandato (la quotidianità del Tiaso, i rapporti familiari), e con ciò ricostruire la storia di una donna e di una poetessa meravigliosa. Nonostante la mancanza di fonti, non è stato un lavoro nato dal nulla, dalla pura e semplice fantasia e interpretazione narrativa, ma da uno studio scrupoloso, attento, privo di condizionamenti.

LS: Quali autori italiani e stranieri ti piacciono di più e perché?

GP: Sarebbe scontato affermare che adoro le letture classiche (Euripide, Marco Aurelio, Epicuro, Cicerone, Seneca). Queste pagine immortali rappresentano il tipico “rumore di fondo”, per dirla alla Calvino, che sempre risuonerà melodiosamente nella mia vita. Tra gli autori contemporanei ho molto ammirato Giulia Avallone (Acciaio), libro in cui l’autrice ha tratteggiata realisticamente una realtà troppo spesso dimenticata; Murièl Barbery (L’eleganza del riccio), libro di profonde riflessioni filosofiche e poetiche; ma soprattutto i libro di un grande autore e amico, Adriano Petta: in “Ipazia”, vita e sogni di una scienziata del IV sec.”, “Assiotea”, la donna che sfidò Platone e l’Accademia”, e “Roghi Fatui”, oscurantismo e crimini dai Catari a Giordano Bruno, ho trovato alcuni spunti interessanti per la mia Saffo. Lo ringrazio tantissimo per i suoi consigli e la sua sincera amicizia umana e letteraria.

LS: Credo che nei Sonetti di Shakespeare si ritrovino molti dei temi che Saffo tratteggiò nelle sue liriche. Ad esempio il tema del destino ineluttabile, il tempo che rovina e che passa velocemente, il tema dell’amore verso una persona dello stesso sesso.. Che cosa ne pensi?

GP: Saffo fu la prima a gettare le basi della poesia nel senso moderno del termine: in un passato molto lontano il leggendario Omero aveva cantato le gesta eroiche di grandi personaggi quali Ettore, Achille, Ulisse; eppure nell’Iliade e nell’Odissea scorgiamo versi poetici privi di partecipazione emotiva da parte dall’autore, e una mancata descrizione dei sentimenti che inevitabilmente costituivano la psicologia dei vari personaggi. «Con Saffo nasce nella poesia del mondo l’interiorità» affermò anni fa il grecista Enzo Mandruzzato. Ed è proprio l’interiorità la grande rivoluzione delle liriche di Saffo: la poesia non come racconto oggettivo, ma come proiezione dell’anima di chi la compone. Se non fosse esistita Saffo, probabilmente non sarebbero nate le grandi opere poetiche successive (La Divina Commedia, Il Decameron, le tragedie di Shakespeare, i meravigliosi versi di Foscolo e Leopardi ), proprio perché sarebbero mancate le basi da cui partire per sviluppare un pensiero o una semplice emozione. Sia lode a Saffo per questo!!!

LS: E’ affascinante il riferimento al Tiaso, questo universo di sole donne pensato da Saffo come momento culturale e di apprendimento volto ad istruire le giovani donne al matrimonio. Non è curioso il fatto che sia proprio lei, che ama le donne, a istruire quest’ultime al matrimonio, a una celebrazione della vita che riguarda l’unione della donna con l’uomo?

GP: Il Tiaso nasce in opposizione all’Eteria di Alceo, circolo ad esclusiva composizione maschile, ed è facile poterne intuire le ragioni: in un mondo in cui l’uomo la faceva da padrone, la donna cercava un suo spazio, ma soprattutto una propria valenza a livello sociale. Il Tiaso permetteva alle donne di conoscersi, di scoprirsi nelle loro molteplici attitudini e capacità, ma soprattutto di imparare tutte le arti richieste dal matrimonio. Finito questo apprendistato, le ragazze tornavano al mondo esterno, pronte ad affrontare la vita al fianco di un uomo, nella speranza di divenire buone custodi del patrimonio familiare. Negli anni di formazione la Signora del Tiaso spesso si concedeva alle sue allieve, ma non per un puro e semplice appagamento sessuale, ma per educarle all’amore che un giorno avrebbero dovuto esercitare nei confronti di un uomo. Il rapporto omoerotico inteso come vera e propria educazione al futuro.

LS: Secondo te l’aggettivo ‘saffico’ che oggigiorno viene utilizzato come sinonimo di ‘lesbico’ e che fa riferimento alla grande poetessa di Lesbo è in un certo senso troppo limitativo e fuorviante se si tiene conto della persona di Saffo? Ad esempio aggettivi come ‘manzoniano’, ‘leopardiano’, ‘shakespeariano’ non hanno una connotazione prettamente sessuale né negativa. Perché con Saffo è stato utilizzato questo procedimento?

GP: Credo sia estremamente riduttivo definire la personalità di Saffo all’interno di una misera classificazione sessuale: tutto ciò non poteva esistere in una società come quella greca, nella quale non solo il rapporto omosessuale era permesso, ma addirittura costituiva un privilegio! Solone affermava nelle sue Leggi che agli schiavi tutto ciò doveva essere proibito, perché l’amore disinteressato (Platone, Simposio) avrebbe elevato il loro spirito al livello dei loro padroni. Tutto ciò non poteva essere permesso! Poi, con l’avvento e l’ascesa del Cristianesimo, furono introdotti principi falsamente moralistici che imbrigliano ancora oggi l’umanità nella paura della morte, del peccato, e conseguentemente di tutto ciò che è “fuori natura” (omosessualità). Non solo: nel 391 a.C., il vescovo Teofilo e i suoi monaci paraboloni distrussero la Biblioteca figlia di Alessandria, e bruciarono oltre 700.000 volumi, tra i quali erano annoverate opere scientifiche di grandi atomisti quali Democrito e Leucippo, ma anche opere poetiche, tra le quali spiccavano gli Epitalami (canti nuziali) di Saffo. In poche ore andarono persi oltre 1.200 anni di progresso e cultura. Forse aveva ragione Nietzsche quando affermava che «Tutto il lavoro del mondo antico per prepararci a una civiltà scientifica e libera ci è stato defraudato dal Cristianesimo». Naturalmente la figura rivoluzionari di Gesù Cristo non può essere annoverato in questo scempio.

LS: Potremmo considerare Saffo, così come la descrivi, un’eroina d’altri tempi, una precursore ante litteram del femminismo: non solo propugna l’amore per la donna ma verso l’umanità tutta. E’ espressione di un sentimento rivoluzionario e innovativo per i tempi che si scontra con la società patriarcale e sessista incarnata ad esempio dalle leggi di Solone o nello spregevole Cleone. E’ così? Che ne pensi a riguardo?

GP: Assolutamente: Saffo rappresenta l’amore nei confronti della donna, nostra unica speranza per un futuro migliore, ma soprattutto un personaggio rivoluzionario che non accetta i limiti e gli ostacoli imposti dalla società e dalla cultura greca, una donna che lotta per la libertà, per l’uguaglianza dei sessi, per una giustizia che sia dura e non crudele nei confronti dei condannati, per una vita imperniata sull’amore e non sul cinico dispotismo tipicamente maschile. Forse se alle donne fosse permesso di salire alle più alte soglie del potere politico, il mondo sarebbe, per dirla alla Eduardo “ un po’ meno tondo, ma un poco più quadrato!”.

LS: Leggendo l’intero romanzo ho trovato che le parti più belle e affascinanti fossero localizzate proprio all’inizio e alla fine. Il passare del tempo, la presenza ossessiva e imperscrutabile delle Moire e l’avvicinarsi dei riti di Thanatos ci immettono direttamente nel clima da tragedia greca. Diversamente, non c’è niente di tragico in quanto scrivi, anche la morte di Saffo non trasmette nessun dolore ma, anzi, è per il lettore un elemento di rassicurazione per il ricongiungimento con Attis. Quando hai iniziato questa storia già sapevi come l’avresti conclusa? Perché hai deciso di concluderla con la morte di Saffo?

GP: La struttura ad anello adottata in Saffo aveva un preciso intento: far comprendere come una vita può rinascere in un’altra vita, come il passato a volte ritorna nell’eterna unicità di un sorriso, come l’amore sia inspiegabile e non classificabile. Saffo, al termine del romanzo, sa che le sue certezze radicate sull’amore sono crollate da tempo; sa bene che la sua vita è arrivata al termine, eppure vive negli occhi di un nuovo personaggio che poco prima aveva donato nuova luce al suo cuore. Guardando l’orizzonte, spera di ritrovare ciò che un giorno ha perduto, ma questa è solo una speranza … Mi piace pensare ad un finale che lasci spazio all’immaginazione di chi legge. E’ come voler dire:” Ho raccontato fin qui, ora tocca a voi!” Sono certo che i miei lettori sapranno trovare finali migliori di quanto avrei potuto fare io. Non avevo ben presente la modalità di conclusione del romanzo: non amo stabilire ogni minimo particolare della narrazione: nella maggior parte dei casi le idee vengono scrivendo!

LS: La visione patriarcale, di dominio dell’uomo nei confronti della donna fuoriesce a due livelli: a livello politico (leggi di Solone, Cleone) ma anche a livello familiare (Carasso, fratello di Saffo). A queste figure maschili però fa eccezione Scamandro, il padre di Saffo. Come mai hai deciso di tratteggiare il personaggio di Scamandro in questa maniera in un universo di patriarchi?

GP:  Volevo che in questo romanzo ci fossero dei contrasti dal punto di vista sociale e culturale: da una parte Cleone, uomo crudele e assetato di sangue innocente, dall’altra Scamandro, uomo saggio appartenente alla vecchia generazione che però non disdegna il presente nelle sue molteplici manifestazioni. Il padre di Saffo rappresenta la comprensione paterna, l’amore filiale, ma soprattutto l’umanità che non cede di fronte alle ingiustizie; l’umanità che volontariamente lascia tutto ciò che ha per riappropriarsi di ciò che giustamente le appartiene. Oggi dovrebbero esserci molti Scamandro, eppure vediamo sempre più Cleoni in giro!!!

LS: Hai in mente un nuovo lavoro? Stai scrivendo qualcos’altro? Puoi anticiparci qualcosa a riguardo?

GP: Il mio prossimo romanzo, che a breve inizierò a scrivere, tornerà nella società greca, questa volta nel V sec. A. C.: racconterò il declino di Atene e della civiltà d’oro di Pericle vista dagli occhi di un grande tragediografo, le cui opere ancora oggi commuovono e fanno riflettere. Sarà una storia più lunga, elaborata, ma certamente ricca delle stesse emozioni che hanno accompagnato la straordinaria figura di Saffo!!!

Ringrazio Gianluca Paolisso per avermi dato la possibilità di fare questa interessantissima lettura e per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

16 Luglio 2011


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Pazienti smarriti di Maria Rosaria Pugliese finalista al Premio Domenica Rea

Il meraviglioso romanzo di Maria Rosaria Pugliese dal titolo Pazienti smarriti, edito da Robin Edizioni è stato incluso tra i finalisti per il Premio Domenico Rea – XVII Edizione – Sezione Narrativa.

Tra gli altri finalisti alla sezione narrativa ci sono Franco Matteucci con Lo show della farfalla (Newton Compton Editori), Francesco Recami con La casa di ringhiera (Sellerio Editore), Marcello Fasolino con Napoli ultima chiamata (Iuppiter Edizioni) e Geo Nocchetti con Saldi di fine emozioni (Tullio Pironti Editore). La giuria della XVII Edizione sarà composta da: Presidente: Gennaro Sangiuliano (vice-direttore TG1); Giurati: Alberto Bevilacqua (scrittore), Gigi Marzullo (conduttore RAI), Alessandro Gnocchi (capo-redattore Cultura de Il Giornale), Massimo Lojacono (docente), Annella Prisco Saggiomo (operatrice culturale).

Il premio Rea è stato istituito nel 1995 per ricordare Domenico Rea, scrittore napoletano che ha narrato in maniera attenta e realistica squarci di vita partenopea come nei famosi Racconti di Spaccanapoli (1947). Rea è inoltre stato vincitore del Premio Strega nel 1993 con Ninfa plebea.

Il romanzo di Maria Rosaria Pugliese è una vivida storia d’amore che si snoda su piani temporali diversi, l’infanzia felice che viene revocata in una miriadi di ricordi e la difficile realtà del presente al fianco di un parente gravemente malato che, giorno dopo giorno, combatte la sua battaglia con il Maligno. E’ un’affascinante storia che ha chiari riferimenti autobiografici e che ci rende partecipi di un dolore familiare che potrebbe essere quello di ciascuno di noi, facendoci vivere sulla pelle un miscuglio di sentimenti molto forti.

Al romanzo ho dedicato una recensione, pubblicata su questo stesso blog, che potete trovare qui: http://tinyurl.com/3sjhcvn

Ho inoltre avuto il piacere di intervistare, a distanza, l’autrice del romanzo. L’intervista si può trovare qui: http://tinyurl.com/4ydmwef/  

La premiazione del vincitore è prevista per il 7-8 Ottobre 2011, sull’isola di Ischia (Napoli).

Per aggiornamenti visitare il sito internet www.premiodomenicorea.org o contattare Livius@Ischianet.com  

Faccio i miei più sentiti e sinceri auguri a Maria Rosaria Pugliese per la sua opera finalista al premio!

 Lorenzo Spurio

 27 Luglio 2011

Pazienti smarriti, intervista a Maria Rosaria Pugliese

INTERVISTA A MARIA ROSARIA PUGLIESE

Autrice di Pazienti smarriti

Robin Edizioni, Roma, 2011

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

LS: Complimenti per il tuo romanzo. Narri una storia tragica ma lo fai in maniera dolce, sottolineandone dettagli, ricordi passati ed emozioni presenti. Com’è nato questo romanzo? C’è alle sue spalle una genesi particolare?

MRP: Il romanzo è nato da una storia dolorosa e, purtroppo, vera: la malattia di mio fratello. Nelle tante ore passate in ospedale pensavo di scrivere dell’esperienza così dura che stavamo vivendo, e l’intenzione era di  parlare soprattutto della sanità, di un certo tipo di sanità con la  quale ci stavamo angosciosamente confrontando. Scrissi, per primo, un racconto, che titolai Pazienti Smarriti. Uno scrittore amico lo lesse, gli piacque molto e m’invitò a continuare. Così dal racconto, a poco a poco venne fuori il romanzo. Scrivendo, i ricordi mi presero sempre più la mano, per cui il libro, che in origine volevo fosse di  mera denuncia, divenne una storia di sentimenti.

LS: Ho letto nella tua breve scheda di presentazione del libro che c’è qualcosa di autobiografico nel romanzo. Ovviamente non ti chiedo cosa perché questa intervista non ha nessun fine di ledere la tua privacy. Quella dei riferimenti autobiografici in un testo è una domanda che mi faccio spesso e che mi aiuta a capire ancor meglio il testo in questione. Quanto hai tratto da esperienze personali nella stesura di questo libro? I pensieri e le emozioni che sono della protagonista, della sorella del malato, sono in qualche modo un riflesso di un tuo stato d’animo per una persona malata alla quale sei stata accanto?

MRP: In Pazienti Smarriti c’è tanto di autobiografico. Gli episodi evocativi dell’infanzia, i flash-back racchiusi nei box, per intenderci. E anche quanto attiene al quartiere, i riferimenti geografici, la storia familiare. Riguardo il penoso viaggio nel pianeta-sanità,  tutto ciò che è raccontato nel romanzo è realmente accaduto, mentre non tutto ciò che il protagonista  ha vissuto, è stato possibile riportare: in qualche caso per rispetto della memoria di Ettore, talvolta perché veramente inenarrabile. Comunque, a mio parere, anche quando si scrive di cose inventate, la scrittura è  in qualche modo autobiografica, perché chi  scrive “mette” sempre se stesso. 

LS: La prima parte del romanzo si intitola “Ground Zero” cioè ‘livello zero’, ‘spianata’ e ci fa pensare immediatamente alla tragedia delle Twin Towers dell’11 settembre del 2001 a cui in effetti si fa riferimento nel romanzo. La mia interpretazione che si rifà alle considerazioni della giornalista Oriana Fallaci quando scriveva della sua malattia è quella di mettere in relazione la potenza distruttiva del terrorismo che annulla la società con quella di un cancro che annulla la persona. Una malattia che lascia aridità, secchezza, desolazione. E’ in certo modo corretta questa interpretazione? Se non lo è a che cosa volevi riferirti con questo titolo?

MRP: Ad  accomunare i  due tragici fatti, l’uno di risonanza planetaria e, l’altro, molto più intimo, evidentemente non è stata solo la concomitanza temporale. Il protagonista di Pazienti Smarriti era un punto di riferimento fondamentale per la moglie,  le figlie,  la sorella,  che non  ipotizzavano neppure il  vacillamento del loro sostegno, della  loro Torre,  figuriamoci il cedimento! Quando il male aggredisce Ettore, per le  sue donne che,  nonostante tutto caparbiamente spereranno  fino alla fine,   l’evento è destabilizzante, la catastrofe totale e, per loro, paragonabile solo a Ground Zero.

LS: Nel romanzo utilizzi una metafora molto intensa e penetrante: il malato come guerriero ormai condannato e l’esercito della salvezza al suo fianco. E’ un’immagine molto bella e che rende magistralmente l’idea di questo clima solidale e comprensivo nei confronti del personaggio di Ettore. La guerra che il guerriero e l’esercito combattono ovviamente è la malattia. In che modo si è originata nella tua mente questa metafora che poi hai utilizzato sapientemente nel corso del romanzo?

MRP:  L’etimo del nome Ettore deriva dal greco e significa colui che tiene saldo, che protegge. Identifica il difensore valoroso,  che lotta per la sua gente, la sua famiglia, così nell’Iliade, ci viene raccontato  Ettore, principe di Troia, guerriero nobile ben diverso da Achille l’eroe suo antagonista che, invece, combatte per la gloria, per l’affermazione di stesso. Rileggendo il poema omerico scoprii alcune analogie tra  Ettore, guerriero troiano e il mio protagonista. Innanzitutto entrambi difendono a spada tratta  i valori in cui credono fermamente. Poi,  la solitudine del guerriero. La solitudine del malato. Ettore,  eroe epico,  sarà solo sotto le mura di Troia, e  dovrà cavarsela senza l’aiuto divino, perché non è protetto dagli dei. Egli è mortale, a differenza di Achille, che è invulnerabile. Anche il malato è solo di fronte alla malattia nonostante  la vicinanza affettiva dei parenti e degli  amici. L’epilogo, poi,  è lo stesso  per entrambi i personaggi: dopo aver combattuto da leoni, soccombono al loro destino.

LS: Nella prima parte dell’opera c’è una lunga descrizione che rievoca il prezioso momento dell’allestimento del presepe. E’ una descrizione suggestiva e quanto mai affascinante. Il pensiero di Ettore, che torna a casa proprio pochi giorni prima del Natale, è quello che dovrà fare in fretta a metter su il presepe, come ha fatto ogni anno. E’ un dato di fatto che nella tradizione napoletana il presepe ricopra un gran valore. Quanto è importante per te personalmente? Credi che la mania presepiale dei napoletani derivi da un ferma credenza nella religione o piuttosto nell’abilità partenopea di creazione di maschere, travestimenti e riproduzioni in scala di altrettante identità?

MRP: Non parlerei di “mania” presepiale, piuttosto di passione. Una passione complessa, e difficile da spiegare: nel  presepe c’è la tradizione, il mito,  l’arte, il folklore,   la simbologia  – ogni personaggio deve  essere  perfino collocato in un posto ben preciso. Il presepe popolare, come diceva Matilde Serao, è Napoli, la glorificazione di Napoli, della sua  antica quotidianità, della sua esuberanza, della sua  schiettezza, anche delle sue contraddizioni.  Il presepe o  lo si ama oppure no, non esistono mezze misure. A questo punto, Lorenzo, avrai  capito che sono Presepista, per dirla alla De Crescenzo che divide i napoletani in Presepisti  e Alberisti. Anche Ettore era Presepista.

LS: Sono interessantissimi i riferimenti alla cultura (dialetto, arte) napoletana ed è affascinante questo stretto legame che tu evochi tra la famiglia, la terra e il passato. Ci sono autori napoletani che ti piacciono in maniera particolare? E quali scrittori italiani e stranieri ti piacciono di più?

MRP: Nel mio romanzo numerosi sono i  termini dialettali  e le espressioni gergali, tradotti o spiegati, poi, con note a piè di pagina.  Credo sia stato più efficace e funzionale alla narrazione, riportarli senza italianizzarli o sostituirli con sinonimi, anche perché la storia che racconto  è ambientata in un determinato contesto e geografico e storico. Negli anni 50/60 a Napoli si diceva la bella mbriana, non la fata buona della casa. Nessun dubbio riguardo i miei autori preferiti: Marquez e la Allende, di cui ho letto tutto. E poi tutta  la letteratura di matrice ispanica. Tra gli italiani mi piacciono molto Alessandro Baricco, Marco Lodoli e Stefano Benni.

LS: Nel romanzo, ad eccezione di Ettore, non ci sono personaggi maschili tratteggiati con attenzione. E’ un universo di donne di età e sensibilità diverse a dispiegarsi all’interno del romanzo. L’idea che ci facciamo è che si tratti di un romanzo quasi “matriarcale”. E’ sbagliata questa interpretazione?

MRP:  In Pazienti smarriti la presenza femminile è sicuramente forte, la si tocca con mano. Già l’Esercito della Salvezza, la milizia nella quale idealmente  la moglie, le figlie, la sorella di Ettore, si arruolano volontarie per la salvezza  del loro uomo rende l’idea di quanto le donne  siano combattive, risolute, pronte, se necessario, perfino  ad impugnare le armi per contrastare il nemico subdolo che si accanisce contro il loro caro. In situazioni estreme, come una grave malattia, oppure durante terribili  emergenze, quali la guerra, si tira  fuori una grinta, un’energia, che  forse neppure si sa di avere. L’abbondanza di figure femminili poi, nel romanzo, è dovuta al fatto che ci sono esperienze devolute storicamente più alle donne che agli uomini, appunto  l’assistenza degli ammalati,  ed anche alla circostanza che numericamente vi sono più donne che uomini,  come nella mia famiglia. Tra i personaggi maschili, vorrei  sottolineare Genny, il giovane parrucchiere che viveva alla giornata e che ebbe un destino simile. La storia di quel ragazzo scanzonato e poetico mi emozionò al punto che decisi di ricordarlo nel romanzo.

LS: Di pari passo alle varie operazioni e all’aggravarsi delle condizioni di salute di Ettore nel romanzo sottolinei in più punti una certa deferenza, una freddezza e distanza di rapporti tra il personale medico ed i parenti. I dottori e i chirurghi operano e danno responsi solo perché quello è il loro lavoro. Manca, sotto questo punto di vista, il lato umano che una professione come questa dovrebbe manifestarsi in maniera di supporto emotivo non solo per l’ammalato ma anche per i suoi parenti. Ci sono delle suore che un po’ si dedicano a questo aspetto. Perché hai voluto sottolineare questo elemento?

MRP: Come ho detto all’inizio di quest’intervista  e come sempre ripeto nelle presentazioni,  Pazienti smarriti non è un libro sulla malasanità, ma una storia  di sentimenti. La malattia di Ettore è stata un percorso durante il quale si è avuto l’incontro con operatori  sanitari capaci e disponibili  ed altri venali o boriosi, con persone meravigliose – buoni samaritani, –   e con chi,  invece,  non si sarebbe mai voluto incontrare. Si è sperimentata la solidarietà, autentica, commovente, tra gli ammalati, tra le famiglie degli ammalati.  Abbiamo percepito, nel  momento più critico della malattia, nel passaggio alle cure palliative,  un distacco, da parte dei medici proprio quando vi era maggiore necessità della loro presenza. Un atteggiamento difensivo,  un “ritirarsi”  forse  dovuto all’idea dell’impotenza, della sconfitta, personale e della medicina. A mio  parere, la malasanità, non è solo l’ inadeguatezza dei servizi, ma soprattutto la scarsa attenzione al paziente,  l’incapacità di rispondere anche al bisogno d’umanità di chi vive l’esperienza della malattia.

LS: E’ singolare che entrambi i sogni-visioni che la protagonista fa ricalcano una serie di elementi che la concernono nella realtà: la frequentazione dell’ospedale, la malattia del fratello, l’unione con gli altri membri della famiglia. Nel secondo sogno mentre i parenti stanno aspettando Ettore che esca dalla sala Tac, si rendono conto che è scomparso e tutti si mettono a cercarlo. Siamo nel sogno. Si fa riferimento così ai “pazienti smarriti” da cui deriva il titolo del romanzo. In che senso i pazienti sono smarriti? E’ la malattia a privarli di sicurezze e del riconoscimento degli spazi? Perché la protagonista fa questo sogno?

MRP: Il titolo del romanzo deriva proprio dall’episodio dello smarrimento del paziente in ospedale. Dopo una Tac, Ettore fu “realmente” smarrito. Come una valigia. E l’Esercito della Salvezza a cercarlo  dappertutto… Non fu un sogno. Tutt’altro! In quale chiave dovevo riportare un fatto del genere? Sono ricorsa all’espediente onirico, calcandovi  la mano, arrivando al surreale. Solo nei sogni-incubo dovrebbero verificarsi certi fatti. Il titolo potrebbe essere letto anche come metafora dello smarrimento, dello spaesamento che prende  chi, all’improvviso,  si trova  sradicato dal proprio ambiente, in un contesto sconosciuto, e con l’incognita della malattia. Naturalmente lo smarrimento è una richiesta d’aiuto.

LS: Hai altri lavori in cantiere? Stai scrivendo qualcosa o hai in mente un nuovo progetto? Se sì, puoi anticiparci qualcosa?

MRP: La lettura e la scrittura fanno parte del mio quotidiano. Sono napoletana e quindi superstiziosa per cui preferisco non aggiungere altro. Però, Lorenzo, di sicuro  c’è una storia che mi piacerebbe moltissimo scrivere, una storia che avesse questo incipit: c’era una volta, c’era una volta, una bruttissima malattia e adesso non c’è più.

Ringrazio Maria Rosaria Pugliese per avermi concesso questa intervista.

LORENZO SPURIO

11 Luglio2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

After the Sun, di Angela Grillo (2011)

After the Sun di Angela Grillo

Lampi di Stampa, Milano, 2011

Recensione di Lorenzo Spurio

L’esordio letterario di Angela Grillo con After the Sun la immette a piè pari in quella categoria di scrittori dei nostri giorni che narrano con attenzione della contemporaneità, della vita e delle cose comuni, dei piccoli eventi che accadono a tutti ogni giorno. E’ un romanzo attuale, vivo, immagine dei nostri tempi, in cui è evidente il riferimento a Moccia o, più in generale, a quegli scrittori che articolano le loro storie attorno all’amore che nasce spesso da un evento fortuito.

E’ forse proprio nelle prime pagine che va ricercato il significato del titolo, After the Sun… infatti qui si fa riferimento al giovane che con il suo cellulare fotografa il sole, la bellezza naturale, cosa quanto mai singolare se si tiene presente la frenesia della vita di tutti i giorni. Ma Sun, come scopriremo leggendo, è il nome della casa discografica per la quale Stella finirà per lavorare. E’ un romanzo dolce, lieve, romantico, aggraziato nelle descrizioni, ricco di elementi che ci permettono di viverlo sulla nostra pelle: le varie tecnologie a cui si fa riferimento, i talent-show che, purtroppo o per fortuna, a seconda della nostra prospettiva, abbondano sui teleschermi.

Così la protagonista finisce per incarnare molti atteggiamenti e pensieri che potrebbero essere di ciascuno di noi; Stella osserva: «Sono una ragazza più matura delle ragazze della mia età» (pag.13), tuttavia, in realtà, si evince il contrario. A mio modo di vedere Stella è infatti un po’ troppo esaltata per tutto, eccitata, narcisista e credo che questi comportamenti siano classificabili nettamente all’interno di una fase adolescenziale. Ma non c’è niente di strano in tutto ciò come la poetessa Alda Merini scrisse: «Ci sono adolescenze che si innescano a novanta anni».

Ma il romanzo non è solo ricerca di amore è anche il racconto di un sogno, di un desiderio che si realizza. E così Stella, la protagonista, un po’ per caso un po’ per fortuna, da cameriera nel locale della zia passa a lavorare in una casa discografica, come promettente cantante. E’ un mondo nuovo, affascinante e agognato che la rende la donna più felice del mondo. E’ forse in questo aspetto, nei talent-show, nei cantanti esordienti, nelle agenzie che fanno firmare veloci contratti a autori giovanissimi promettendo spesso cose che poi mai arrivano, che si respira un’aria altamente attuale e realistica. La Grillo è attenta a non sottolinearne solo gli aspetti positivi: la felicità di Stella, la disponibilità dei suoi agenti, l’affascinante mondo dello spettacolo, intravedendo anche gli aspetti meno edificanti: il narcisismo patologico, il successo che da alla testa, la perdita degli affetti.

La narrazione non si fa mai noiosa perché la Grillo interviene spesso con nuovi elementi, nuove storie, delle svolte che consentono ogni volta di incrementare l’attenzione del lettore e questa sensazione si enfatizza in prossimità delle ultime pagine del libro in cui Stella si rende conto di aver sbagliato, di essersi illusa, di aver frainteso il vero senso della vita sostituendo affetti e sentimenti con fama e successo. E così in una storia che era pensata tutta volta alla felicità e alla consacrazione di una ragazza che diventa popstar si insinua il disturbo psichiatrico e la devianza (professor Bassani) e la malattia tumorale degenerativa della zia di Stella, sua unica parente.

Complimenti all’autrice di questo libro per il suo linguaggio semplice ma corretto, fresco e scorrevole e per la storia da commedia rosa dai toni quasi favolistici, calata nella nostra contemporaneità di tutti i giorni capace però di affascinare schiere di giovani, adolescenti alle prese con amori e sogni. Il filo rosso dell’intera narrazione è questa giovinezza frizzante sempre volta a cercare un possibile fidanzato, inseguendo il sogno del principe azzurro, intenzionata a formare una coppia e sentirsi amata sulla falsariga di Moccia o di Melissa P. “100 Colpi di spazzola” perennemente alla ricerca di amore (seppur un’altra forma d’amore). C’è da augurarsi che la Grillo segua questa strada in future narrazioni, dipingendo altrettanti spaccati di vita quotidiana con la stessa maestria.

 

ANGELA GRILLO è nata a Milano nel 1969. Ha conseguito un diploma di perito aziendale e corrispondente in lingue estere. Attualmente vive a Condino (Trento) dove lavora nel negozio di telefonia del marito seguendo la componente amministrativa e commerciale. Il suo libro d’esordio, After the Sun, edito da Lampi di Stampa, è stato pubblicato a fine giugno del 2011.

 

LORENZO SPURIO

17 Luglio 2011

 

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Confine d’ombra, di Marco Belatti

Confine d’ombra di Marco Belatti

Edizione Rupe Mutevole, 2011 

Recensione a cura di Alessandro D’Angelo

Scorrendo le pagine del libro di Marco Belatti , Confine d’ombra, (Edizione Rupe Mutevole 2011), non è facile scegliere i versi più significativi poiché da quasi tutti emerge una sensibilità che dimostra come l’artista riesca a percepire e vivere ogni forma di realtà in modo particolare: teso a sottolineare l’essenza della manifestazione della realtà tutta.
Nella poesia di Marco Belatti, si comprende, sin dai primi versi, la sua profondità di pensiero, presente dietro una brillante forma lirica. L’essenza del suo messaggio si perde nei meandri delle fuggenti apparizioni di sentimenti ora espressi, ora celati ora rivelati attraverso l’espressione di sentimenti prorompenti come fuochi d’artificio.
Lo scrittore nella presentazione del proprio testo Confine d’Ombra scrive : “Non tutte le stelle cantano alla luna, non tutte le nubi offuscano il sole… ma come ogni albero attende la rinascita della vita, il domani troverà nell’amore la propria via infinita”.
Da queste rime è facile ricordare gli immortali versi della Divina Commedia dove emerge prorompente quell’amore Celeste che recita Dante Alighieri nel XXXIII Canto del Paradiso al v.147): “amor che move il sole e l’altre stelle”.
Fra i numerosi scritti dove emergono i sentimenti amorosi, mi è rimasto impresso il testo presente nella sua autobiografia dove il poeta è riuscito a dimostrare come c’è sempre il successo dell’amore sulla ragione: “l’amore che distrugge e crea che vive e muore in un sentiero lungo la mutevole sostanza di un tempo oscuro ma colmo di speranze per la rinascita di una nuova era… il trionfo dell’amore sulla stanca ombra della ragione.”
Lo scrittore ci insegna come l’amore non ha limiti né di tempo, né di spazio, né di forma né di colore; questo viene espresso in modo magnifico nella poesia “Dimensioni interrotte”, dove il poeta riporta sentimenti legati fra Libertà ed Amore: “Musica di tragici eroi//libertà e voli di avvoltoi…//silenzio che cinge il timore,//destabilizzante essenza d’amore.//”. In queste rime emerge una comunione fra libertà ed amore. Il tema dell’amore è riportato più volte nel libro dove, nella poesia a rima baciata “Dodici Bambole”, si legge: “E pensare che l’Amore//si scioglie fra i raggi del sole…//con la gioia bambina che non muore,//di chi crescere non vuole//”.
Dagli scritti emerge come l’essenza dell’arte sia figlia della forma più segreta; e come al di là della realtà fenomenica apparentemente viva, si manifesti una realtà carica di energia irreale o di sogno, pronta a venire alla ribalta attraverso i “Portatori di Luce”, cioè i veri artisti. Infatti è proprio fra queste pedine scintillanti che Marco Belatti s’inserisce per illuminare gli occhi e l’animo dei ciechi.
Dalla lettura del testo, si EVIDENZIA come lo scrittore abbia operato in un modo atipico PERMETTENDOGLI di attuare messaggi capaci di elevare l’umano essere.

ALESSANDRO D’ANGELO 

www.marcobelatti.eu 
www.poesiaevita.com


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Per una strada di Emanuele Marcuccio

Per una strada di Emanuele Marcuccio

SBC Edizioni, Ravenna, 2009.

Recensione a cura di Alessandro d’Angelo

La vera Poesia nasce da un’alchimia interiore, da trasmutazioni che, se estrinsecate in maniera veramente sentita, “… divengono sublimi creazioni o invenzioni nell’Essere della Creazione”, come scriveva il filosofo Immanuel Kant, uno fra i più importanti esponenti dell’illuminismo tedesco, e anticipatore degli elementi fondanti della filosofia idealistica.

Kant scriveva: «Il poeta osa rendere sensibili idee razionali di esseri invisibili, il regno dei beati, il regno infernale, l’eternità, la creazione, e simili; o anche trasporta ciò di cui trova i modelli nell’esperienza, come per esempio la morte, l’invidia e tutti i vizi, l’amore, la gloria, al di là dei limiti dell’esperienza, con un’immaginazione che gareggia con la ragione nel conseguimento di un massimo, rappresentando tutto ciò ai sensi con una perfezione di cui la natura non dà nessun esempio; ed è propriamente nella poesia che la facoltà delle idee estetiche può mostrarsi in tutto il suo potere».

Ho voluto riportare queste riflessioni kantiane poiché sin dai primi versi della poesia di Emanuele Marcuccio emerge, come un sole all’alba, la sua profondità di pensiero, nascosta dietro un brillante poetare. L’essenza del suo messaggio si nasconde fra i meandri delle veloci comparizioni di pensieri espressi e taciuti, ora rimasti nascosti, ora rivelati attraverso l’espressione di sentimenti esplosivi come la luce creata dalle stelle in una limpida notte d’estate.

Nella presentazione del testo, Emanuele Marcuccio riporta fra l’altro: «La poesia è la forma verbale più profonda che possa esistere, per esprimere i più reconditi sentimenti umani». Il suo dire è sentito in modo particolarmente profondo poiché il poeta è un grande appassionato dell’arte musicale dove si diletta con soddisfazione esprimendo il meglio di sé. Infatti, così riporta sempre nella sua introduzione al libro: «Se, invece, vogliamo parlare di espressione umana in senso generale, la musica per me supera tutte le arti […]». Una lirica dedicata all’arte musicale ha il titolo: “Alla musica classica (13/1/1991)”: “ Dolce, carezzevole armonia//dell’alte sfere, //eletta ad ammansir l’ira, //a ricrear l’animo;//com’io ti rinovello, //dolce armoniosa, //ritrovo in me la pace, //e quel tremulo suono, //dolce mi viene all’anima, //cantando. //Così, tra il vivere e il morire, //flebile vien dal cielo//un’armonia antica, //pacata e rallegrata//da quella dolce pace e armonia//cadenzatamente velata//”.

Da alcune poesie emerge come il compito del poeta, non è soltanto quello di scuotere o risvegliare gli animi altrui per portare alla luce una certa “Realtà”, per lo più nuova, ma è anche quello di trasmettere messaggi utili per far conoscere in modo chiaro alcune verità che rimarrebbero ottenebrate e piene di ombre e di ambiguità.

Anche il tema del tempo ricorre spesso nelle piacevoli rime; ricordo la poesia: “Soave armonia (23/7/1999)” che così recita: “Soave armonia//che spazi e che t’innalzi, //senza spazio, //senza tempo: //tu che il mondo abbracci, //oltre le colline dell’ineffabile, //oltre gli eccelsi allori, //ai cori angelici, //a eteree armonie. //”. Dalla lettura di questa poesia si percepisce come il tempo, pur passando, rimanga fermo lì, a voler dimostrare che l’eterna vibrazione micro-macrocosmica del Basso rapportata all’Alto, rimane inalterata in modo aspaziale ed atemporale.

Poiché ogni modo di esporre poesia ha un suo ritmo e una sua musicalità ed ogni espressione, anche nel discorso non versificato, può essere pregno di una concreta forma di vita spirituale, si può affermare con certezza che anche le liriche del giovane Emanuele Macuccio sono pregne di serenità ed armonia, ma andrebbe ricordato che in molte trasuda l’amore: quell’amore che ci ricorda Giacomo Leopardi nella poesia “Il Primo Amore”: “Tornami a mente il dì che la battaglia// D’amor sentii la prima volta, e dissi: //Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia!//”.

Il tema dell’amore è più volte ripreso dallo scrittore il quale permea i suoi scritti con questa importante vibrazione. Infatti inizia a scrivere sull’amore nella dedica al libro “Per una strada”: “Ai miei genitori, che sempre mi hanno sostenuto con il loro aiuto e il loro amore”. Inoltre, nella poesia “Amor (8-9/7/1994)” Emanuele Marcuccio usa un modo di scrivere insolito usando una metodologia analoga a quella usata dal Sommo Dante: “Imitar Dante non si puote, //ineffabil arte ‘l nostro pensier sarìa//sì come telo a incerto segno, vote.//Grande ‘l rimirar lo core e ‘l potrìa//com’al mio disiar serbato attendo, //al subitano error, al soave, disparìa. //. È per questo motivo che terminerei la disamina della poesia di Emanuele Marcuccio riportando l’ultima quartina del canto XXXIII del Paradiso, dalla Divina Commedia: “A l’alta fantasia qui mancò possa; //ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, // sì come rota ch’igualmente è mossa, //l’amor che move il sole e l’altre stelle. //”.

Alessandro D’Angelo


EMANUELE MARCUCCIO
è nato nel 1974 a Palermo. Ha conseguito la maturità classica nel 1994 e scrive poesie dal 1990. Alcune di esse sono state pubblicate nell’antologia di poesie e racconti brevi Spiragli ’47 (Editrice Nuovi Autori, Milano, 2000). Alcune delle poesie sono state tradotte in lingua inglese su consiglio di una poetessa esordiente britannica. Del 2009 è l’ampia silloge che raccoglie tutte le liriche scritte dal 1990 al 2006 dal titolo Per una strada. Sta inoltre lavorando da anni ad un poema drammatico che ha come tema la colonizzazione dell’Islanda.

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