sulla via
del mare
da navigare, abitata da gente che apre il varco
pronto per lo sbarco
sul cielo fatto per le acrobazie
non per le immondizie, ricoperta dal giardino
qui è sempre mattino
il cielo è lucente
ed illumina tutta la gente.
di Lorenzo Spurio
Ali Vive di Antonella Ronzulli
Prefazione di Silvia Denti
Rupe Mutevole, 2010, pp. 62
ISBN: 9788896418833
Recensione di Lorenzo Spurio
Ho avuto il piacere di leggere Ali Vive, silloge poetica di Antonella Ronzulli. Il linguaggio che utilizza è semplice ed accessibile a tutti, rifugge da particolari figure retoriche, chiasmi o orpelli di forma per andare invece dritta al messaggio, ai contenuti. E’ una poesia estremamente vivida che nasce direttamente da esperienze personali della Ronzulli, esperienze particolarmente difficili. E’ per questo che la silloge è principalmente incentrata sui temi della vita e della morte, sulla mancanza, sulla malattia e il dolore, sul ricordo. E’ di certo encomiabile la forza della Ronzulli che si sprigiona da liriche cariche di drammatismo ma mai di vittimismo; c’è sempre una continua ricerca della scrittrice-donna di mettersi in gioco, un modo tutto personale di sfidare se stessa per cercar di combattere imprese che ad una prima analisi sembrerebbero imbattibili. La malattia può essere sconfitta, ci dice la Ronzulli. E’ vero, anche se sappiamo che, purtroppo, questo non avviene sempre e così spesso come tutti ci augureremmo. Non ci sono ricette o chiavi di volta per vincere la malattia se non l’amore di persone vicine, una famiglia coesa e presente e una grande apertura morale connessa a una profondissima esegesi della vita. La scrittura della Ronzulli ha tutto questo, e molto altro ancora. La poetessa si confessa nero su bianco, senza paure né fragilità, traccia una visione diacronica della sua vita, minacciata da gravi impedimenti ma alla fine, come in un qualsiasi romanzo di formazione la poetessa risorge, è cambiata e cresciuta. Non solo ha raggiunto la guarigione ma ha scoperto la poesia, mezzo particolarmente adatto per immortalare le sue paure, le sue sofferenze e i suoi ricordi. Lo fa in una maniera diretta e semplice che ci permette, in qualità di lettori, di simpatizzare con la poetessa-donna oltre che apprezzare i suoi versi.
La poesia è sempre stata considerata come la massima forma di espressione in letteratura. Se poi ad essa si aggiungono motivi biografici, narrati in maniera spontanea senza camuffamenti o timori legati al desiderio di mantenere una velata imperscrutabilità, allora si innalza ulteriormente come forma di comunicazione. La scrittura della Ronzulli non è altro che proiezione diretta dei suoi sentimenti e dei suoi tormenti legati a determinati momenti della sua vita. La lirica che chiude la silloge è in grado di trasmetterci quella felicità che il lettore ricerca ossessivamente per tutta la lettura del libro. Così come la vita è un percorso difficile, ricco di impedimenti e di salite, la poesia della Ronzulli “risorge” nel finale consacrando il valore dell’amore.
LORENZO SPURIO
11 Agosto 2011
E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.
Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)
Poesia di EMANUELE MARCUCCIO
Contenuta nella silloge Per una strada (2009)
Dolcemente i suoi capelli inanellava,
e mi beava nel rimirar
il suo bel viso,
il suo sorriso,
che languente mi sfuggiva;
e cercavo d’immaginar
i suoi begl’occhi,
che all’anima profondi balenava
in un sussulto,
in un singulto,
che veloce dileguava.
Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI
Undici versi sostenuti da sei verbi all’imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).
Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro “incipit” (“e”, “il suo”, “in un”, “che”) , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.
La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un’aura retrò con un arcaismo (“beava”) e due apocopi (“rimirar” e “immaginar”) che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza. La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata. Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico. E’ proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata ( vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima ai vv. 1, 8 e 11. Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni “retrò” (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava). In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro.
Nota dell’autore: “Ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.”
EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Ha iniziato la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali. È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano). È del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, Per una strada, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni. I 109 titoli di Per una strada spaziano in un ambito vasto, toccano varie corde e percorrono diversi generi, dall’intimistico, al celebrativo, alla poesia civile, indugiando con risultati particolarmente felici sulla poesia amorosa. Ne deriva comunque un’eterogeneità sia formale che contenutistica, tipica delle opere prime “retrospettive”, una varietà di toni e di stili che rende alquanto disuguale il livello poetico della raccolta. La poesia qui analizzata è tratta da questa silloge poetica.
POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.
Anima
Ti ho sentito
accenderti svelto
e poi
bruciare piano.
Profumavi di terra
calda
e mare generoso,
di speziato mio
giaciglio.
Ti sei arrampicato
sui miei rami verdi
tenendomi
allacciata a te
tutta la notte.
Hai bevuto
il succo
dei miei fiori
vivi.
Ti ho visto
accenderti…
ed accenderti
ancora…
Non ti sei accorto
che era l’anima
quella che ci
consumava.
(Poesia di Elena Condemi)
Recensione-commento di Cinzia Baldazzi
Se si volesse ancor oggi credere nell’unione dell’uomo, dei sentimenti, con la natura, se si decidesse di impugnare, quale arma di difesa/attacco contro la sopraffazione, il dare voce e spazio alle sue forme fisiche e al relativo ordine di cose, allora si potrebbe chiedere all’”Anima” di Elena Condemi dove sia la strada da seguire.
“Ti ho sentito accenderti svelto/e poi/bruciare piano” recitano i versi, a lasciar intendere di aver percorso, anche osservando il cammino di chi ama, un tragitto di conoscenza e tensione esistenziale di tal genere. L’amore, elemento unitario di vita e coscienza, risvegliando nell’anima, nel pensiero, il richiamo arcano delle origini, lo accende, consentendo di esprimere quel che la natura e la sua logica di movimento rappresentano, con linguaggio remoto, forse nascosto ma chiaro, privo di contraddizioni impreviste. È un viaggio percorso con urgenza, quasi fosse necessità impellente, non diversamente da una volta, quando – nell’intento di mediare la fiducia nella scienza oggettiva, strutturata in leggi, e la libertà di gestire l’immaginazione per fondare punti di riferimento attendibili – Gabriele D’Annunzio nel “Canto Novo” proponeva un gusto in certa misura pagano delle cose sane, forti, vive da assaporare (scrive infatti la Condemi: “Hai bevuto/il succo/dei miei fiori/vivi”), o meglio da interpretare in comunione con l’ambiente, nel rispetto reciproco, in un “mare generoso” e immenso da conquistare, ma sempre protetta, al riparo del “mio giaciglio”, nell’area esatta della mia vita e del pensiero.
Grazie a uno spiccato linguaggio simbolico, attraversiamo nelle parole di Elena l’esperienza emozionante di vivere la natura nello stesso tempo in chiave concreta e spirituale. Circa cento anni dopo l’estetismo con il relativo panismo di impronta semi-divina e il successivo culto del superuomo, non è però più consentito – forse non si vuole – condividerne la spinta utopica e liberatoria di vittoria metafisica sulla realtà.
L’inquietudine primaria, del resto, non riesce a placarsi soltanto scoprendo nelle regole implicite alle rappresentazioni naturali (“la terra calda”, “il mare generoso”, “la notte”) le analogie di collegamento l’una con l’altra, uniche depositarie – per chi le sappia interpretare – del significato segreto delle funzioni nascoste, o dei rapporti inspiegabili, dell’essere uomini. Nasce la passione ma, pur godendone, non vengono allo scoperto le risposte a lungo cercate: la volontà di appagamento iniziale, in apparenza soddisfatta, si spegne nella ricerca sempre più debole di conseguirlo.
Del simbolismo originario, misterioso e arcano, la poesia conserva la determinazione di voler procedere al di là del limite diffuso della sensibilità (“Ti ho sentito …/Ti ho visto…) per affidarsi a una sorta di sensi intermedi, le cui percezioni particolarissime rivelano ancora un contesto sconosciuto e colmo di lati oscuri (“Ti sei arrampicato/sui miei rami verdi/tenendomi/allacciata a te/tutta la notte”).
Ma la tendenza evasiva ed escatologica al soprannaturale, dove tutto è ammesso e chiarificato, è scomparsa. I gesti, le cose, i sapori del quotidiano non si proiettano più in sistemi superiori, in grado – da soli – di motivare e giustificare il tutto, potendo prevederne inizio e conclusione. Infatti, la naturalitàacquisita nel corpo e nello spirito – “i miei rami verdi”, “il succo dei miei fiori” – illumina un’essenza inedita del reale, la quale brucia piano, ma in modo inesorabile, i lati segreti dell’anima e delle cose,scolorendo lentamente intorno a noi il piacere di ascoltarsi, toccarsi, prestare attenzione agli altri e con loro partecipare dell’appena vissuto.
È vero, accanto all’autrice abbiamo tentato più volte (“Ti ho visto/accenderti…/e accenderti/ancora…), ma l’egoismo, il disagio, il dolore, nel mondo estraneo all’amore dell’anima, ha potuto più di noi: la solitudine e l’incomprensione si sono riconfermate ostili, insuperabili.
Il succedersi dei versi è notevole per efficacia espressiva e qualità drammatica: brevi e alternati, con un valido sistema ritmico di ripetizioni e riprese, variazioni e interruzioni, costruiti per evocare l’inizio, il durante e il dopo di questa sincera esplorazione di sensi e ragione di un amore dell’anima importante, presente, che non vorrebbe morire. Anzi, talmente proteso a rendere inscindibile il rapporto prezioso tra la luce e la notte, la verità e la menzogna, da non avvertire di spegnersi mentre, occupato a indagare la realtà tanto accattivante e mai accertata della fusione totale con gli oggetti, attende con ansia di assaporare la novità dei suoi esiti.
Sulla soglia, in procinto di ottenere il passaggio dall’oggettività del piacere concreto delle cose al sentimento e alla sua affermazione immateriale, lo “stato di grazia” smarrisce il significato dell’esistenza che, unico ed esclusivo, sarebbe stato in grado di mantenere acceso il fuoco della passione, la chiarezza della verità. Ricordo un’opera di Alfonso Gatto, intitolata “Poesia d’amore”, dove l’autore, cercando invano di riavere con sé l’amata – “Lontana come i tuoi occhi/tu sei venuta dal mare/da vento che pare l’anima” – non potendola raggiungere se non nel sogno, in chiusura confessa: “E il bacio che cerco è l’anima”.
Seducente e misterioso, questo binomio poetico di amore e anima lontano dall’ispirazione platonica, anche in te, Elena, vorrebbe essere espressione di un temperamento inquieto e non rassegnato; ma, al contrario dell’atmosfera pacificata che in certa poetica di Gatto finisce per prevalere, nei tuoi versi, nella tua “anima“, lo sconforto non vuole tacere.
Un critico e poeta a lui contemporaneo, Piero Bigongiari, osservava: “Proprio l’azione suscitava quel furore irrazionale di cui la vita era destituita; la vita nasceva dal basso, per impulsi oscuri che si aprivano la strada come una pianta cresciuta al buio si ramifica protendendosi verso i minimi spiragli. I rami, voglio dire, oltre tutto sanno ancora di radici, paiono succhiare linfa dove dovrebbero restituirla, distribuirla. Fu questa la zona dell’assenza novecentesca?”.
Non è certo, ma a noi qui interessa che la “zona” della lirica del ventunesimo secolo, lungo i rami della poetica e della vita, susciti con tanto impegno uno slancio utopico presente e costruttivo: forse l’obiettivo principale del messaggio della Condemi coincide con il trasformare le aspettative sconfitte della sfera dell’immaginario, dei ripetuti eppure che vorremmo attaccare a ogni illusione vissuta come fosse realtà (“profumavi di terra calda”, “ti sei arrampicato”, “hai bevuto il succo”), in un atto di intelligenza propositiva di un rapporto armonioso con le persone e i loro pensieri. Un’anima in comune? Sarebbe sufficiente, io credo, un patto di lealtà, allacciati l’un l’altra tutta la notte della vita.
ELENA CONDEMI è nata a Catania ma ha quasi sempre vissuto a Siracusa. Ha insegnato presso varie scuole elementari e lingua italiana in Germania. Presso l’Università di Messina ha studiato “Patologie della comunicazione”. Pubblica i suoi testi su vari siti, tra cui Wordshelter, Poetika.it, BraviAutori, Poesieinversi.it, ParoledelCuore.it, ErosPoesia.it, Scrivere, Nuova poetica, Scrittori emergenti, nel blog dello scrittore Marco Candida e scrive spesso prologhi per libri di altri autori. La poesia “Anima”, già recensita sul sito “Poesie in versi” dalla giornalista e consulente Rai Cinzia Baldazzi, è stata adesso pubblicata nella raccolta di Poesie erotiche a cura di Giuseppe Bianco “Le parole per te”, Albus Edizioni.
POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE
San Silvio e il drago di Ivo Ragazzini
Arduino Sacco Editore, Roma, 2011, pp. 86
ISBN: 9788863544158
Recensione di Lorenzo Spurio
Il libro di Ivo Ragazzini, San Silvio e il drago, è un romanzo breve che si fonda sulla parodia. Non dobbiamo infatti immaginare niente che abbia a che fare con draghi sputa fiamme in carne ed ossa né tantomeno alla battaglia tra bene e male con un drago per l’appunto combattuta da San Giorgio. Il sottotitolo rivela infatti subito l’intento comico del testo: “La leggenda del santo protettore della libertà”. Se associamo le parole ‘Silvio’ e ‘libertà’ capiamo subito a chi Ragazzini voglia riferirsi, cioè al signor B. Non è un libro politico né tantomeno irriverente verso il signor B. ma si propone come divertente riscrittura senza pretese ideologica di presentare una storia che noi conosciamo.
Ragazzini non svela mai chi si cela dietro la figura di San Silvio, infatti già nella sua prefazione osserva: «Il suo nome era San Silvio e il resto lo dovrete scoprire da soli». Così siamo da subito chiamati a collaborare con lo scrittore nella ricerca di una possibile identità. Non sarà difficile svelarla, come si vedrà. San Silvio è una caricatura parodica che non ha nessun intento agiografico se non quella di far spesso riferimento al potere miracoloso del suo personaggio.
Così se decidiamo di scarnificare il messaggio di Ragazzini il santo è il signor B. che, per le sue vicende storiche nell’imprenditoria e nella politica ha finito per costruire un’immagine alta di sé, elevandola, “santificandola”, da renderla ben più grande della sua persona stessa. E chi è allora il drago in versione contemporanea che osteggia un “santo” di tale calibro? Sono forse i comunisti, le toghe politicizzate, i magistrati corrotti, l’informazione avversa, le intercettazioni ingiuriose contro il premier? Sì. Ma, visto che san Silvio è presentato come un santo del futuro, dobbiamo immaginare che il suo processo di canonizzazione nell’età a noi contemporanea non è ancora iniziato e che, per proclamare un santo, è necessario che questo sia almeno morto da decenni e ne sia stata comprovata la santità. Le informazioni sulla storia di questo santo sono però abbastanza confuse e contraddittorie, secondo alcuni era un laico secondo altri era un religioso. Qualcuno lo considerava un “cavaliere liberale” e in questa accezione ecco un altro chiaro riferimento al signor B. Ed ecco svelata la forza di questo santo: il grande ottimismo, le sue felici battaglie sui draghi rossi (comunisti?), gli attacchi a «strani uomini della quercia armati di martello e falcetto» (D’Alema? Fassino?).
Ragazzini è abile manipolatore delle vicende biografiche del signor B. qui riprodotte in chiave comica e parodica che non posso non generare almeno un piccolo sorriso: il santo, dice Ragazzini, possedeva a Milano «reti e canali dove pescare», riferimento esplicitassimo alle sue reti Mediaset. Sulla falsariga degli attacchi politici che vengono mossi al signor B. per la sua filosofia millenaristica del comunismo, Ragazzini sottolinea la preoccupazione di quello che sarebbe poi diventato santo per la minaccia e la dilagante eresia rossa, il comunismo.
Così, con la decisione dell’uomo di combattere contro questa bestia, il drago si allea con una serie di «amici prodi» e viene detto che «cominciò a corrompere una lega e una mastella intera di seguaci». Non è necessario esplicitare i riferimenti che sono per altro già particolarmente evidenti. Ragazzini spara completamente addosso una serie di accuse che la stampa e una certe fazione politica hanno sempre utilizzato per screditare il signor B. facendo anche riferimento a patti d’onore, collusioni con associazioni segrete e corrotte, sempre impiegando un linguaggio metaforico intessendo una serie di parallelismi che si fondano sui suoi intenti satirici. Non mancano riferimenti a giornalisti che hanno sempre attaccato il signor B.: Travaglio e Santoro, quest’ultimo descritto come Minotauro o ai finti amici: Fini, Casini per poi a passare al libertinaggio del signor B. spiegandolo mediante la presenza di tentazioni demoniache.
Una scrittura tutta contemporanea e postmoderna che, ben lontana dall’intento di denigrare o sconfessare il signor B., finisce per divertire il lettore e per strappargli un sorriso. Anche a quello che condivide la politica del signor B.
LORENZO SPURIO
9 Luglio 2011
E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.
Zagreb di Arturo Robertazzi
Aisara Edizioni, Cagliari, 2011, pp. 124
ISBN: 9788861040748
Recensione di Lorenzo Spurio
Il romanzo di Arturo Robertazzi, giovane autore italiano residente a Berlino, è come un pugno sullo stomaco. Non lascia indifferenti. E’ un romanzo di guerra. Ma non parla molto di trincee, combattimenti o scontri corpo a corpo. Narra di una guerra già vinta e della malvagità d’animo di coloro che possono considerarsi i “vincitori”. L’incipit è così diretto e tagliente da risultare sconvolgente nel lettore: «Quel mattino era un bel mattino. Facemmo fuori quattro persone» (7).
Quello che colpisce, ancor più della serie interminabile di fucilazioni che il protagonista assieme al collega sanguinario Alex deve compiere su richiesta del Comandante, è come l’uomo riesca ad essere tanto malvagio nei confronti dei suoi simili. Il protagonista riconoscerà in quei tanti occhi e tante gambe che affollano le celle quelli del suo professore ma non è addolorato né tantomeno disturbato dal fatto che alcuni giorni dopo sarà proprio lui a doverlo uccidere proprio perchè «il professore era uno di loro» (17). C’è un continuo contrasto nel romanzo tra noi e loro, due entità contrapposte che stanno a significare i due diversi bandi del conflitto che però non vengono mai nominati in maniera esplicita. A chi si riferisce il ‘loro’, alla gente che ha «stessa lingua, stessa religione, stessa faccia» (13)? Non è semplice dirlo perché non ci sono chiari riferimenti e spiegazioni in tal senso. Se ci rifacciamo al titolo, Zagreb, ossia Zagabria in lingua croata, possiamo allora immaginare che abbia qualcosa a che fare con una qualche guerra che ha riguardato la Croazia. Allora viene alla mente il conflitto serbo-croato degli anni ’90 tragicamente noto per le violente pulizie etniche di Milosevic e la strage di Srebrenica.
Dunque loro sono i croati o i serbi? Robertazzi non nomina mai i nomi dei due popoli ma pochi e celati elementi ci consentono di capire che i “noi” sono i serbi, gli aguzzini, i persecutori, gli assassini e i “loro” i croati, un popolo diverso per lingua, religione e cultura che reclama la sua indipendenza. Credo però che Robertazzi, pur facendo riferimento a un particolar contesto geografico, non voglia delimitare il campo d’analisi e di riflessione su questa storia. Non si riferisce solo ai croati, ma anche agli albanesi del Kossovo, all’etnia Tutsi in Rwanda, ai cattolici in Somalia e così via, solo per citare alcuni esempi. Si riferisce cioè, in maniera più estesa, a tutti i popoli, alle etnie, religioni, entità linguistiche che hanno dovuto soffrire violenze da parte del nemico, essere torturate, deportate, messe a tacere, assassinate nei peggiori dei modi. Allora il libro va letto come una metafora di ogni totalitarismo ma anche di ogni fondamentalismo religioso. Non è importante il contesto storico-geografico che circonda una storia di questo tipo che è analoga per la sua insensatezza e spietatezza dell’animo umano a miliardi di altre storie.
Robertazzi ci offre così con un linguaggio spigliato e diretto uno squarcio di guerra che più drammatico non potrebbe essere; i vinti, i prigionieri, oltre ad aver perso la loro battaglia hanno perso la loro dignità e, così come vengono descritti, non hanno più nessuna parvenza di umanità: vengono descritti come animali, come topi. La loro condizione di perdenti, sottomessi, vinti li eguaglia a una sorta di regressione allo stato bestiale, che è dissacrante e invereconda: «Non erano uomini, non più. Quello che mi appariva, invece, era una creatura informe con cento occhi e cento gambe. Ogni cella, cento occhi. Ogni cella, cento gambe. Ogni cella, un’unica Bestia terrorizzata» (15).
L’aspetto che più ritengo encomiabile di questo romanzo è la scrittura espressionistica, come se Robertazzi dipinga una tela a pennellate quando ci fornisce episodi crudi, violenti, come quello dell’estrazione di una pallottola dal ginocchio dell’amico ferito. E’ questo laconismo struggente, questo frammentismo evocativo a rappresentare il vero punto forte di tutto il romanzo. Ma la storia è avvincente anche perché è originale: il violentatore, il soldato vincitore che prima ha dalla sua parte le armi per minacciare e offendere chiunque passa poi all’altra sponda, a cercar di rifuggire la Bestia. Quella violenza cieca che domina in entrambi gli schieramenti in ciascuna guerra. E così il giovane Emir, bambino che ha dovuto indossare gli abiti del cecchino, quando il protagonista gli dice che assieme andranno in Italia, in un paese dove non bisogna combattere, il bambino osserva: «Ma… se in Italia non c’è la guerra,cosa si fa?» (61).
Ogni guerra ha le sue violenze, i suoi massacri, le sue stragi e i suoi soprusi. In questa narrazione Robertazzi fa del Cane l’emblema malvagio dell’animo umano, della perversione sadica portata ai massimi livelli, della bestialità e della freddezza del comportamento del militare “vincitore”. Il Cane spara e uccide uomini quasi con la stessa frequenza con la quale respira. La sua giornata è fatta di fucilazioni sommarie quasi che, come un vampiro di una storia fantasy, è assetato da questa voglia di sangue, da questo desiderio di veder scorrere via la vita dai corpi. Se pensiamo al contesto serbo-croato allora possiamo vedere nell’efferatezza del Cane (non tanto in quella del Comandante) personaggi come Mladic o Milosevic, sterminatori, criminali e violentatori dei diritti umani. Ma come si diceva all’inizio Robertazzi elimina al massimo le indicazioni che ci consentano di circoscrivere la storia e allora nel Cane possiamo vedere Hitler, Mussolini, Franco, Caesescu, Saddam Hussein o Gheddafi. Non solo. Il Cane è un personaggio che si fa metafora del male, della violenza, dell’indifferenza verso l’altro, aspetti che, pur fuori dal contesto bellico, possiamo trovare in alcuni uomini che ci circondano. E’ il marchio di un male atavico che è presente nel mondo perché vivo nei recessi di spietati cuori di ghiaccio.
LORENZO SPURIO
9 Luglio 2011
E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.
VINDICIAE ( sentenza )
“Aveva sessantaquattro anni … ” – Plutarco, vita di Cicerone
” Terenzia … cos’è Roma?
– è un’idea. Un piccolo passo verso il cielo.
Dalla terrazza della sua villa, Cicerone osservava il mare, distante pochi passi: una tavola d’azzurro lacerata dai raggi di un sole fugace, che a stento riusciva a scardinare l’aspro dominio delle nuvole. Una leggera brezza accarezzava gli alti pini che, come lance, sembravano bucare il cielo al pari della carne di un barbaro. Sorridendo, Cicerone pensò che il brusio delle piccole onde infrante sulla spiaggia antistante era molto simile alle acclamazioni del pubblico nel Foro: brevi ma intense, violente, carnali come l’amore di una donna. I pensieri si confondevano tra le mille voci del popolo, assetato di gloria e giustizia: solo il momentaneo ritorno del silenzio trasformava la confusione in consapevolezza:” Sono solo un attore … un attore che ha sempre interpretato alla perfezione le parti assegnategli dallo stato, niente di più”.
Cicerone si guardò intorno, sospirando: amava quasi alla follia la natura incontaminata di quelle terre, così lontane dai pericoli di Roma, una città che oramai non riconosceva più. La Repubblica moriva pian piano sotto il giogo delle liste di proscrizione, in cui figurava anche lui, l’antico pater patriae che aveva salvato la città da un uomo come Catilina, dèmone immondo che adesso qualcuno addirittura rimpiangeva. Il ricordo di quelle imprese sbiadiva come la giovinezza, trascinate al cospetto di Plutone dall’eterno incedere del tempo.
Un gracchiare improvviso riscosse Cicerone dai suoi pensieri: decine di corvi si erano appollaiati al suo fianco, aprendo le ali e beccando la sua toga senatoriale come indispettiti. Qualsiasi aruspice avrebbe detto che si trattava di un cattivo presagio, un presagio di morte: nonostante fosse poco superstizioso, in quel momento pensò che gli Dèi volessero ricordargli la sua fine imminente:” Non si può sfuggire al destino, lo so”. In un impeto d’ira, scacciò quegli uccelli portatori di morte con un grido che lacerò l’aria come una lama affilata, poi rientrò in casa, assaporando un intenso profumo di viole. Si distese sul letto, avvertendo improvvisamente il peso della stanchezza: aveva passato le ultime sette notti senza chiudere occhio, organizzando con i servi più fedeli la fuga verso le sue tenute formiane; il viaggio si era rivelato più difficile del previsto, a causa dei capricci più o meno intensi del mare, che avevano messo il suo stomaco in subbuglio. Adesso poteva concedersi qualche attimo di riposo.
“La politica è sempre stata la mia maschera migliore, quella che tutti volevano ammirare nei suoi cambiamenti espressivi, tra le ombre inconsistenti del Campo di Marte … oramai i protagonisti di quel tempo sono scomparsi: Ortensio, Catulo, Hybrida, Sacerdote, sono cenere mescolata ad altra cenere. I lastricati marmorei del Foro non sono più la mia casa. Il Cicerone che tutti hanno conosciuto non esiste più: rimane solo un uomo che ricorda con nostalgia la propria famiglia e i propri amici, che piange ancora una figlia, morta nel dare la vita. Tullia, anima mia, presto torneremo a sfiorarci dolcemente e, chissà, forse abbraccerai le mie ginocchia come spinta da un istinto primitivo, ricordando le tiepide mattine in cui giocavi spensierata tra le braccia di tua madre. Parleremo come allora di tutte le cose che osservavi con il tipico stupore infantile, e rideremo del tempo immobile che avvolgerà le nostre anime. Rideremo,anima mia, non è vero? Rideremo …?”.
– Padrone! – Cicerone scattò in piedi come un giovincello animato dal desiderio: Filologo, uno dei suoi servi, ansimava davanti a lui, la fronte madida di sudore.
– Cosa …
– Padrone, stanno arrivando! – Cicerone si passò una mano sulla fronte, ancora perso nelle ombre del passato. Ad un tratto, la luce di un lampo squarciò lo spesso grigiore delle nuvole. Era tornato alla realtà.
– La lettiga è pronta?
– Sì, padrone.
– La nave?
– Pronta a salpare. – Seguito da Filologo, Cicerone attraversò la villa immersa nel silenzio fino ad un’uscita posteriore dove, come previsto, l’attendeva la lettiga e quattro servi atti al trasporto. Cicerone vi salì senza esitazioni: i capelli arruffati e il pallore del viso lo rendevano simile ad un’anima dell’Oltre Tomba. Solo la toga evidenziava il suo rango sociale, ormai privo della minima importanza.
– Padrone …
– Nessun addio dovrebbe essere così precipitoso – mormorò Cicerone, scuro in volto.
– I disegni degli Dèi sono imperscrutabili.
– è così … Filologo, ti ricordi quando ti dissi di non piangere?
– Avete ragione … – disse lo schiavo, asciugandosi le gote umide con l’avambraccio – “le lacrime sono il sintomo più evidente della debolezza umana”.
– Mi sbagliavo. Le lacrime, ancor più dei sentimenti, rendono l’uomo superiore alle bestie. Piangi, Filologo, piangi … almeno ricorderai sempre di essere un uomo.
I viali ombrosi si intersecavano tra loro a creare un labirinto di piccoli boschi: i voli e i cinguettii dei cardellini erano coperti dal rombo spumoso del mare, agitato e nero come una notte senza stelle. Una pioggerellina fitta come miriadi di frecce si abbatteva sulla terra già umida, desiderosa di vita. Il cielo color rame sprizzava lampi di luce a intermittenza.
L’umidità accentuava ancor di più i dolori corporei di Cicerone, che si dimenava all’interno della lettiga alla ricerca di una posizione accettabile. I servi correvano sotto il peso del legno e del suo corpo, cercando di evitare possibili dossi o buche nel terreno. I loro gridi di fatica e dolore si perdevano nella nebbia.
Cicerone notò, in direzione della sua villa, una lunga scia di fumo nero sollevarsi lentamente verso il cielo: i sicari di Antonio, ottenute con il fuoco e con la spada le informazioni riguardo la sua improvvisa scomparsa, si lanciavano ora verso il mare. E i loro bai da guerra sapevano colmare bene le distanze. Cicerone incitò i servi ad andare più veloce: pochi passi lo separavano dal mare … e dalla salvezza.
Improvvisamente un grido squarciò l’aria: il grido di Erennio. Il rumore degli zoccoli si avvicinava sempre più, come un terremoto lento e devastante. Cicerone udì un sibilo, poi una freccia si conficcò nel legno della lettiga, a pochi centimetri dal suo braccio. Dopo un attimo di smarrimento, i suoi occhi tornarono quelli di un tempo: profondi, imperscrutabili, letali. Improvvisamente il suo corpo riprese il vigore tipico delle migliori giornate forensi; i dolori erano svaniti come neve al sole. Rinasceva a pochi istanti dalla fine.
“Che diavolo sto facendo? Ho dimenticato veramente chi sono? No … sono Cicerone, il primo avvocato di Roma, il più grande oratore che la storia abbia mai conosciuto! Il potere è assetato di sangue: ora vuole il mio, a qualunque costo, ed io non posso impedirlo. è inutile tentare ancora di fuggire a ciò che è stato già scritto … la spiaggia è a pochi passi, ma non sentirà mai il peso del mio corpo; la nave già pronta non salperà mai. Riposerò qui, su questa terra, sotto questo cielo. Basta, basta fuggire!”. – Sporgendosi dalla lettiga, fu investito da vento gelido e pioggia. Non si coprì il volto: in quel momento era insensibile a tutto ciò che lo circondava.
– Fermatevi! – intimò ad uno dei suoi servi, ridotto ad una maschera di sudore e polvere.
– Padrone, sono vicini!
– Ho detto fermatevi! – Il servo ripetè l’ordine agli altri tre, che lentamente deposero la lettiga a terra. Cicerone rimase lì, immobile come una statua.
Erennio, accompagnato da altri dieci uomini armati, si stupì nel vedere la lettiga di Cicerone ferma a pochi passi dalla spiaggia. La nave che avrebbe dovuto ospitare l’oratore nella sua fuga si piegava impotente al volere delle onde.
“Meglio così – pensò Erennio, asciugandosi il naso con l’avambraccio – è più facile uccidere con il consenso della vittima”. Smontò da cavallo, accompagnato dai suoi uomini, poi si diresse verso la lettiga, dove quattro schiavi pregavano in lacrime di non essere uccisi. Non dovevano rimanere testimoni, questi erano gli ordini. La pietà era una concessione proibita. Diede il segnale. In pochi minuti la terra si tinse di rosso. Cicerone osservò la scena in silenzio, il mento appoggiato sulla mano sinistra, nella tipica posa ironica che suscitava tanta ilarità durante le arringhe lente e dispersive di Ortensio.
Erennio gli si avvicinò, salutandolo con un cenno del capo. Cicerone rispose allo stesso modo, sorridendo, apparentemente sereno.
– è la giustizia di Roma, Cicerone … – esordì Erennio, mostrando la scure che teneva fra le mani.
– No: è la giustizia di Antonio.
– Preparati a raggiungere i tuoi avi.
– Morirò per la terra che io stesso ho salvato.
Poco prima di morire, Cicerone ripensò alle ore di festa che seguirono la vittoria contro Verre: durante il pranzo, tra gridi e ovazioni di gioia, aveva chiesto alla moglie:”Terenzia, cos’è Roma?
– è un’idea – aveva risposto lei, accarezzandogli i capelli – un piccolo passo verso il cielo”.
Contemplò per attimi che gli parvero eterni il suo volto riflesso nel metallo lucido della scure, che si sollevò lentamente nel vento di tramontana, pronta a colpire.
Cicerone mormorò, sorridendo:”Vendetta”. Il buio … e poi più nulla.
COMMENTO
a cura di Lorenzo Spurio
Il giovanissimo Gianluca Paolisso, grande appassionato di letteratura e cultura classica, che ha da poco pubblicato il romanzo Saffo, analizzando la società dell’Antica Grecia direttamente dagli occhi della celebre poetessa di Lesbo, ci propone qui un racconto dagli scenari simili. Non siamo nell’Antica Grecia ma nell’Antica Roma e assistiamo alla fuga di Cicerone da Roma incalzato dalle truppe di Marco Antonio. E’ una fuga difficoltosa della quale neppure il famoso oratore romano ne intravede la fine e, anzi, preferisce farsi lasciare con la lettiga sulla sabbia, a poca distanza dal mare da dove sarebbe salpato con una nave che lo aspettava. Ma quello che affascina di più dell’intero racconto è, a mio parere, la suggestiva definizione della Città Eterna: «cos’è Roma?» chiede Cicerone alla moglie e questa gli risponde: «E’ un’idea. Un piccolo passo verso il cielo». Immagine molto bella che apre e chiude l’intero racconto, descrivendo una struttura perfettamente circolare e compiuta e che ha la pretesa di tener coesa l’intera storia narrata attraverso l’immagine-idea dell’allora centro del mondo, Roma.
Con questo racconto Paolisso ha vinto il Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Anna Malfaiera” – sezione narrativa, promosso dalla città di Fabriano (An).
LORENZO SPURIO
10-09-2011
Trattamento automatico del linguaggio e fantascienza
Le macchine parlanti tra realtà e fantascienza: la conquista del pensiero e della parola
E’ un antico desiderio dell’uomo quello di far lavorare la macchina al suo posto; da qui la creazione, a partire da tempi remoti, di macchine a cui affidare compiti prima svolti manualmente. La fantascienza esprime bene questo desiderio. La fantascienza è essenzialmente immaginazione, ed è dall’immaginazione che nascono le nuove tecnologie e le nuove macchine: macchine sempre più simili all’uomo nella capacità di ragionamento. L’uomo cerca di costruire macchine in grado di “parlare” e quindi di “pensare” comprendendo le sottili meccaniche del linguaggio umano: la molto discussa A.I., “Artificial Intelligence”, ossia “Intelligenza artificiale”. La fantascienza rappresenta l’obiettivo a cui tende la “linguistica computazionale”, branca dell’A.I., e prefigura ciò che potrebbe essere domani: cinema e letteratura hanno spesso un forte valore profetico. Non è dunque un caso che il tema della “macchina pensante e parlante” sia così ricorrente nella narrativa e nel cinema fantascientifico, a partire dagli albori del genere (e si può dire quasi dagli albori del cinema): dai robot più o meno antropomorfi ai supercomputer, il tema si sviluppa attraverso tutto il secolo appena trascorso.
La conquista del pensiero e della parola da parte della macchina è ben esemplificata dal celebre HAL 9000 in 2001, Odissea nello spazio (romanzo e film sono entrambi del 1968). Il complesso computer superintelligente, con un alto concetto di sè, parla agli astronauti della missione verso Giove con una voce fluida e molto umana, anche se si avverte una certa affettazione, un’enfasi che la rende inevitabilmente artificiale. La macchina ragiona, comprende ciò che gli viene detto – non attraverso la tastiera o le schede perforate ma con comandi vocali – e risponde a tono. Ottimisticamente la “profezia” rimanda all’inizio del ventunesimo secolo, il 2001 appunto, la realizzazione di tale meraviglia cibernetica, obiettivo evidentemente ancora molto lontano; HAL riassume in modo efficace le speranze e gli obiettivi dei ricercatori sul trattamento automatico del linguaggio o TAL.
HAL ha avuto molti “discendenti” illustri nella fantascienza successiva, tutti dotati di parola; basti pensare all’inquietante “Mater” di Alien (1979) o a V’ger nel primo film tratto dalla saga di Star Trek, datato 1982.
Non possiamo dimenticare tuttavia gli androidi, robot dall’aspetto umano; ricordiamo il simpatico robot protocollare 3PO della saga di Guerre stellari (la saga è iniziata nel 1977), in grado di comprendere migliaia di lingue galattiche oltre ai suoni elettronici con cui si esprime la sua controparte C1-P8. 3PO parla con una voce meccanica ma estremamente umana, per certi aspetti più umana della voce di HAL. I celebri robot di Isaac Asimov, con i loro cervelli positronici, hanno fatto scuola in tal senso: è da notare che i robot hanno cominciato a “parlare” ben prima dei computer, ancora muti nella fantascienza degli anni ’50 e ’60, più o meno fino a 2001, Odissea nello spazio, anche se già nel 1951 Ray Bradbury, nelle sue Cronache Marziane, immaginava una vera e propria casa parlante, in cui un computer centrale riceve comandi vocali e dà informazioni a voce agli occupanti.
Se i computer parlanti e i robot intelligenti sono una realtà ormai acquisita e quotidiana nella fantascienza più recente, non meno lo sono i traduttori automatici simultanei, piccoli apparecchi portatili in grado di tradurre fedelmente un discorso da una lingua all’altra. Il traduttore automatico così descritto ricorre spesso nel cinema, soprattutto in una situazione propriamente fantascientifica quale l’incontro tra uomo e alieno. Potremo stilare una lunga lista, pensiamo almeno a Mars Attacks! (1996) e a Men In Black – MIB (1997). Si tratta di una branca specifica del più ampio argomento del trattamento automatico del linguaggio, area in cui sono stati fatti molti passi avanti negli ultimi anni, basti pensare a PeTra, un software in grado di tradurre automaticamente un documento nella sua unità, comprendendo la relazione semantica e grammaticale tra le parole che lo compongono. Si tratta di un’evoluzione che ci avvicina di più all’ideale fissato (ancora) dalla fantascienza rispetto ai traduttori gratuiti online quali Babelfish (il programma di traduzione integrato nel noto motore di ricerca americano Altavista); a questo proposito è interessante notare che il nome “Babelfish” non è casuale; gli ideatori si sono ispirati al noto romanzo fantascientifico di Douglas Adams, La guida galattica per gli autostoppisti (1979) in cui persone e alieni riescono a comunicare tra loro grazie a un pesce traduttore (babelfish) inserito nell’orecchio: una storia che certo colpisce la fantasia del lettore.
I recenti sviluppi del trattamento automatico del linguaggio e della linguistica computazionale fanno ben sperare che un giorno la realtà colmi il divario oggi esistente con la fantascienza e che potremo un giorno parlare col nostro computer come parliamo con un amico.
SAGGIO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO SAGGIO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE
Recentemente mi è stato gentilmente chiesto da Mauro Bianconiello, gestore dell’affascinante blog Fucina CHI, di far parte del collettivo e di collaborare con loro. Non mi sono affatto tirato indietro, principalmente per due motivi. Il primo è perché mi affascina questo mondo di riviste e collettivi letterari che nascono così tra pochi amici con l’intento di occuparsi di questioni strettamente letterarie e il secondo motivo è perché ho trovato questo sito molto ben costruito, organizzato e interessante.
La Fucina CHI, come si può leggere in una delle pagine del blog (http://fucinachi.blogspot.com/), si occupa di promuovere la cultura, pubblicando poesie di esordienti, racconti, recensioni di libri di esordienti o di grandi classici, affrontando anche campi come la moda, la fotografia e quant’altro. E’ un portale poliedrico che, proprio per la grande vastità dei temi e degli argomenti, può attrarre un gran numero di persone.
Ho proposto a Mauro Biancaniello, per altro molto gentile e disponibile ad accogliere critiche positive e negative, di fondare una rivista mensile che raccogliesse il meglio di quanto viene pubblicato mensilmente online. E’ nata in questo modo la rivista Fucinando che è possibile leggere online o scaricare in formato pdf. Il primo numero non è molto vasto quantitativamente ma ci auguriamo in nuove collaborazioni e richieste di pubblicazioni da parte di altre persone.
Clicca qui per leggere il primo numero della rivista Fucinando.
Invito pertanto a documentarsi e ad andare a vedere questa nuova realtà letteraria e, chi lo volesse, a collaborare con noi. Mi auguro, anche a nome del mio collega coordinatore Mauro Biancaniello, che ci veniate a visitare, commentare e a collaborare con noi.
Di seguito, tutti i contatti per conoscerci:
RIVISTA “FUCINANDO”
Mensile della Fucina CHI
Collettivo Artistico Libero e Indipendente
Sito: http://www.fucinachi.blogspot.com
E-mail di redazione: fucina.chi@gmail.com
E-mail Mauro Biancaniello (coordinatore): maurobiancaniello@bluewin.ch
E-mail Lorenzo Spurio (coordinatore): lorenzo.spurio@alice.it
Facebook: http://www.facebook.com/fucina.chi
Tel: ++41 (0)76 / 418 71 56
Lorenzo Spurio
08-08-2011
“EDUCARE, UNA SFIDA POSSIBILE” di Rosalinda Lo Presti Gianguzzi
Nulla die Edizioni
Recensione a cura di Monica Fantaci
L’autrice, partendo dalle sue esperienze di madre, di insegnante, di pedagogista e quindi di educatrice, delinea le tappe che l’hanno spinta a proporre un modello pedagogico che mira a dare valore al bambino (persona dotata di potenzialità, di autonomia, di consapevolezza) e alla famiglia (che deve essere supportata dallo Stato e dalla scuola pubblica, attraverso l’efficiente organizzazione di strutture che rispondono alle sue esigenze).
Educare, nella società complessa in cui viviamo, è una sfida, ma è tale perché è necessario che ogni educatore, insegnante e/o genitore, moduli il suo comportamento in base alle esigenze momentanee dell’alunno/figlio.
Un cambiamento della scuola può avvenire se i ministri si facessero consigliare da studenti dell’educazione e sperimentassero prima di definire e rendere ufficiale la loro iniziativa politica.
Il libro evidenzia la realtà in maniera sorprendente, focalizzando l’attenzione sugli effetti devastanti e diseducativi della televisione, che abbindola i bambini, i ragazzi, cioè gli adulti del futuro, verso un atteggiamento volgare, violento e minaccioso nei confronti degli altri, impoverendo sempre più il bagaglio culturale e minimizzando l’importanza della scuola nello sviluppo integrale della persona. Proprio la scuola di ogni grado è la protagonista fondamentale del testo, un luogo che deve trasmettere conoscenze partendo dalle esperienze degli alunni, attraverso l’uso concreto di attrezzature, di strumenti che rendono piacevole, stimolante, curioso il lavoro scolastico.
E’ un grido verso la giustizia, verso i diritti e i doveri quasi negati da chi sta al potere, come l’astensione obbligatoria dopo il parto per le lavoratrici madri, previsto dalle leggi, di come bisogna organizzare la famiglia alla nascita di un figlio, perché non tutti possono permettersi una baby-sitter, inoltre le liste dei nidi sono interminabili. Così lo Stato visibilmente è assente, come risultano essere carenti tutte le sue strutture, infatti dovrebbe impegnarsi di più nell’analisi dei problemi dei cittadini e di tutto il Paese.
Si rammentano le lotte fatte dai precari della scuola, come lo sciopero della fame davanti Montecitorio, gli interventi ad incontri pubblici o le interviste rilasciate nelle trasmissioni televisive come Annozero, per difendere la scuola, per dare una valenza sempre più forte alle idee che servono per rendere la società migliore e più equa.
Gli insegnanti, nella realtà odierna, vengono soprannominati eroi e missionari, cioè persone che non si nascondono, che dicono ciò che pensano, che conoscono, perciò a loro vengono addossate le responsabilità delle scelte politiche legate alla scuola, chiamandoli fannulloni, comunisti; chi governa considera gli insegnanti del nord più bravi di quelli del sud d’Italia, non considerando che al nord insegna chi proviene dal sud.
Il modello che propone il libro è quello di una scuola sociale e di una politica solidale, al fine di evitare discriminazioni sociali offrendo pari opportunità, oltre ad avvicinarsi sempre più alle necessità di tutti i cittadini, favorendo così anche un’educazione sociale che mira ad investire su risorse e servizi che aiutano il futuro adulto a mettere le basi per diventare qualcuno.
Sarebbe opportuno, in età prescolare e in età scolare, la presenza e il buon funzionamento di strutture pubbliche, come nidi pubblici, baby sitting, scuole con stanze apposite per fare laboratori di musica, di immagine, di palestre, ma il tutto deve avere a disposizione, oltre agli insegnanti, persone altamente qualificate nello specifico settore e che si intendono di pedagogia, anche per soddisfare ampiamente e nello specifico la curiosità di ogni alunno e la preparazione intellettuale e pratica delle discipline, partendo dai loro interessi, dalle loro aspettative, dai loro vissuti. E’ un libro che rispecchia la realtà di ogni lettore: tutti siamo figli, tutti siamo alunni, tutti siamo educatori, tutti siamo cittadini.
La Fucina CHI è un collettivo artistico che vuol dar spazio alla tua voce, quella profonda, quella che, a volte, non credi di poter usare perché strozzata dalla quotidianità. Questo è un invito per te, per darti l’occasione di esprimere la tua creatività con altri che vogliono far sentire la propria vera voce.
Il nostro è un collettivo composto da un insieme di individui che ha un unico scopo: dare sfogo alla propria creatività.
Ognuno ha un suo lato creativo, spesso nascosto, strozzato dalle tenaglie della quotidianità.
Noi vogliamo vedere questo lato, lavorare in un gruppo per svilupparlo e farlo crescere, facendolo diventare vivo.
E, per fare questo, creiamo continuamente progetti a cui sono invitati tutti, professionisti e amatori.
Non ci sono quote d’iscrizioni, non si richiedono presenze costanti, solo una gran voglia di creare, di mostrare ad altri (e quindi a se stessi) una personale visione del mondo.
In diversi hanno già deciso aderito al nostro collettivo artistico,clicca qui per vedere tutti i membri della Fucina CHI.
Le nostre porte sono aperte a tutti
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INTERVISTA AD ANGELA GRILLO
AUTRICE DI AFTER THE SUN
LAMPI DI STAMPA, MILANO, 2011
INTERVISTA A CURA DI LORENZO SPURIO
LS: Qual è stata l’idea dalla quale è nato il romanzo? Qual è stata la genesi?
AG: L’idea di questo libro nasce sulla scia del mio grande interesse per i libri sin da quando ero bambina, ricordo di aver letto il mio primo libro, Piccole Donne, in terza elementare. La passione per la scrittura è cominciata verso i 20 anni. Mio padre e mia madre mi hanno sempre incoraggiata a scrivere ma ho avuto altre priorità nelle diverse fasi della mia vita. Quando mio padre è mancato ho sentito che glielo dovevo e ho pensato di accontentarlo. Mi sono ritagliata degli spazi nella frenetica attività lavorativa e sono riuscita a portare a termine questo lavoro.
LS: Il titolo del romanzo, After the Sun, nel corso della narrazione non viene mai spiegato esplicitamente cosicché siamo noi lettori a dover interpretarlo come vogliamo. L’interpretazione più ovvia si rifà alle prime pagine del libro in cui la protagonista vede un ragazzo seduto sul treno di fronte a lei fotografare il sole e, guardandola, ne rimane affascinata. Il ‘dopo’ a cui il titolo fa riferimento dunque potrebbe essere a ciò che si sviluppa tra la protagonista e il ragazzo dopo quel momento d’incontro, quel pivotal moment? Potresti spiegare il titolo?
AG: Certo, il “dopo” a cui il titolo in inglese fa riferimento è un fil rouge che si ripresenta più volte durante il racconto, per esempio dopo aver visto l’alba la protagonista, Stella, incontra un ragazzo e s’innamora, oppure dopo essere stata ingaggiata dalla “Sun” (la sua casa discografica) incontra la persona che rivestirà un ruolo importantissimo per la sua carriera e per la sua vita. E poi… non sveliamo troppo sul resto della storia. Chi lo leggerà tutto fino in fondo… capirà!
LS: A molti lettori piacciono romanzi come il tuo, romantico, giovanile, mentre altri diciamo che aborrono narrazioni di questo tipo. Perché, secondo te, a molte persone non piacciono narrazioni di questo tipo? Quali sono i motivi? Secondo il tuo parere un romanzo di Moccia è da considerare inferiore a un romanzo ad esempio di Saviano?
AG: Non bisogna essere né prevenuti né presuntuosi. Bisogna leggere tutto, informarsi, anche sui generi che non ci appartengono. Solo dopo aver letto entrambi i generi si può dare una preferenza. Due opere possono essere diverse nel genere ma entrambe importanti per quello che comunicano, per le sensazioni che ci ha trasmesso l’autore e per mille altre ragioni. Io rispetto il lavoro di tutti, non considero inferiore il lavoro di nessuno e non giudico chi legge uno o l’altro tipo, ma preferisco, per quanto mi riguarda, il romanzo d’amore. Chi compra questo genere di libri è perché ha bisogno di storie romantiche, divertenti, frizzanti. Forse nel mondo in cui viviamo manca proprio l’amore. Le emozioni, in questa società iperattiva, sono passate in secondo piano. C’è carenza di semplicità, di sentimenti, di affetti. Bisogna rilassarsi e scegliere letture che parlano d’amore, storie che semplicemente emozionano e, perché no, che fanno sognare.
LS: Quanto di autobiografico c’è nel romanzo? La protagonista della storia ha qualcosa in comune con te?
AG: Questa è una domanda ricorrente! No, non è autobiografico. E’ una storia inventata. Io e Stella abbiamo in comune due cose, la prima è l’amore per il mondo della musica e la seconda è caratteriale, siamo entrambi tenaci, caparbie e abbiamo ogni giorno la forza per andare avanti anche se, a volte, troviamo degli ostacoli sulla nostra strada. Come Stella credo che bisogna avere il coraggio di sognare e lottare per i propri desideri, sempre. C’è una bellissima frase di Goethe che vorrei citare: “Qualunque cosa tu possa fare, qualunque cosa tu possa sognare, comincia.”
LS: Nel romanzo la proposta di lavoro che viene fatta a Stella le cambia completamente la vita. Passa da cameriera e da universitaria che ha abbandonato gli studi a cantante che incide canzoni. Il cambio è notevole e velocissimo, sembra quasi che lei accetti la nuova occupazione senza pensarci troppo, come se fosse una macchina facilmente suggestionabile. Come insegna la realtà la fama e le manie di grandezza sono sempre negative perché pur garantendo esibizionismo e successo dall’altra, in campo privato, si configura come un grande impedimento. La vita privata e la privacy per un personaggio pubblico è spesso difficile da proteggere e le due sfere, privato e pubblico, si mescolano provocando disagi. Cosa ne pensi di questo? Avevi in mente questa polarità quando scrivevi la storia? Che cosa ne pensi di questo tema nella realtà?
AG: Sì, durante la stesura del testo avevo previsto questa polarità, questo contrasto nella mente della protagonista dibattuta tra voglia di aver successo e paura. D’altronde quasi tutti nella realtà vivono la polarità. Quasi tutti conducono la propria vita ma vorrebbero viverne un’altra o trovarsi in altre situazioni. E visto che mi piace descrivere la realtà, scrutare le persone e i fatti che accadono ogni giorno, ho pensato di inserire anche questo fattore.
LS: Ad un certo punto Stella, la protagonista, chiarisce qual è la ragione per la quale ha abbandonato gli studi universitari. Non si tratta di poca voglia di studiare ma di un fatto destabilizzante ossia di un suo professore che ha cercato di violentarla e che l’ha minacciata di fargliela pagare. Dall’altra parte lei non va a denunciare il professore-pervertito e questo fatto corrisponde specularmente con quanto avviene nella realtà dove spesso il violato non è in grado di denunciare la violenza subita dal violatore. E’ pertanto un’immagine quanto mai realistica. Quanto consideri pericolosi e dannosi i ricatti di qualsiasi tipo nella nostra società?
AG: Nel romanzo ho cercato, appunto, di aprire una finestra, seppur piccola, su quanto accade nella nostra realtà. La violenza e i ricatti che ha subito Stella sono ormai all’ordine del giorno in tutti i settori. Ci sono persone che non hanno il coraggio di denunciare e altre che, per fortuna, lo fanno. Le molestie sessuali sono ricatti. Mai scendere a compromessi con chi ricatta. La violenza, in generale, non può trovare una giustificazione e va punita.
LS: L’episodio del ferimento di Stella durante un concerto, per altro narrato in maniera molto fugace e chiarito poi mediante lo stalking di un ammiratore fanatico, non ti sembra essere una forzatura in questo romanzo? Perché hai voluto inserirlo?
AG: Il libro è stato scritto per un pubblico attento ai fatti di tutti i giorni. Oltre ai sentimenti e alla voglia di farcela della protagonista, si parla di violenza, di morte e di stalking questo nuovo tipo di molestia di cui si è parlato molto e se ne parlerà ancora. Non volevo appesantire più di tanto la storia con questo reato. La protagonista partecipa ad un Festival musicale, si esibisce e… bang! Le sparano. Così come capitano le disgrazie nella vita vera.
LS: Verso il finale il lettore viene quasi destabilizzato quando si scopre chi è lo stalker che ha cercato di uccidere Stella. Si tratta di un personaggio che il lettore conosce già ma che, sicuramente, non pensava all’altezza di queste azioni. Come mai hai voluto inserire questa thriller story all’interno del romanzo?
AG: E’ un colpo di scena che ha spiazzato un po’, ma andava fatto. Ho scelto questo personaggio perché provavo per lui una forte antipatia e io, mettendomi nei panni del lettore, ho pensato che andava punito per quello che aveva fatto e gli ho procurato questa “particina” dello stalker. Chi leggerà il libro capirà il perché.
LS: Solo con l’attentato a Stella e la malattia tumorale di sua zia la protagonista decide di cambiar vita considerando il suo lavoro troppo pericoloso e spossante. Parallelamente si rende conto di quanto è stata stupida a lasciarsi trasportare dal successo e ad allontanarsi dai suoi amici e dalla zia. Credi che nella vita reale succeda qualcosa di analogo? E’ necessario che accada qualcosa di brutto e di destabilizzante per permettere all’uomo di riscoprire sentimenti e relazioni umane un tempo per lui importanti?
AG: No, non è necessario che accada qualcosa di brutto per farci aprire gli occhi sulla realtà, per riscoprire i veri sentimenti, i valori. A volte basta un esame di coscienza, un momento di riflessione per decidere di stravolgere la propria vita, sacrificarsi e aiutare chi ha bisogno, magari in India o in Africa o magari nel più vicino ricovero per senzatetto o anche solo per una persona cara, un familiare che ha bisogno.
LS: Stai scrivendo un nuovo libro? Hai progetti in cantiere? Se sì, potresti anticiparci qualcosa?
AG: Sì, ho due progetti che vorrei realizzare. Il primo è un romanzo storico al quale tengo molto, è la vera storia di due ragazzi nel Medioevo, due giovani innamorati che, seppur di un’epoca diversa dalla nostra, si ritrovano ad affrontare tanti e svariati problemi, proprio come i ragazzi di oggi. Il secondo progetto è… il seguito di After the Sun! Eh sì, me lo chiedono in tanti via mail (angelagrillomail@gmail.com) e sulla mia pagina Facebook (http://tinyurl.com/3llzucg ). Penso proprio che dovrò inventarmi ancora qualche avventura per Stella. Questo è molto bello! Vuol dire che Stella, con il suo carisma, la voglia di vivere ma anche con tutti i suoi problemi e i suoi difetti, ha conquistato i lettori che si sono immedesimati in lei e si sono emozionati con questa bella storia che è divertente e fa riflettere dalla prima all’ultima pagina!
Ringrazio Angela Grillo per avermi concesso questa intervista.
LORENZO SPURIO
17 Luglio 2011
E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO-INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE