Zagreb di Arturo Robertazzi

 Zagreb di Arturo Robertazzi

Aisara Edizioni, Cagliari, 2011, pp. 124

ISBN: 9788861040748

Recensione di Lorenzo Spurio

Il romanzo di Arturo Robertazzi, giovane autore italiano residente a Berlino, è come un pugno sullo stomaco. Non lascia indifferenti. E’ un romanzo di guerra. Ma non parla molto di trincee, combattimenti o scontri corpo a corpo. Narra di una guerra già vinta e della malvagità d’animo di coloro che possono considerarsi i “vincitori”.  L’incipit è così diretto e tagliente da risultare sconvolgente nel lettore: «Quel mattino era un bel mattino. Facemmo fuori quattro persone» (7).

Quello che colpisce, ancor più della serie interminabile di fucilazioni che il protagonista assieme al collega sanguinario Alex deve compiere su richiesta del Comandante, è come l’uomo riesca ad essere tanto malvagio nei confronti dei suoi simili. Il protagonista riconoscerà in quei tanti occhi e tante gambe che affollano le celle quelli del suo professore ma non è addolorato né tantomeno disturbato dal fatto che alcuni giorni dopo sarà proprio lui a doverlo uccidere proprio perchè «il professore era uno di loro» (17). C’è un continuo contrasto nel romanzo tra noi e loro, due entità contrapposte che stanno a significare i due diversi bandi del conflitto che però non vengono mai nominati in maniera esplicita. A chi si riferisce il ‘loro’, alla gente che ha «stessa lingua, stessa religione, stessa faccia» (13)? Non è semplice dirlo perché non ci sono chiari riferimenti e spiegazioni in tal senso. Se ci rifacciamo al titolo, Zagreb, ossia Zagabria in lingua croata, possiamo allora immaginare che abbia qualcosa a che fare con una qualche guerra che ha riguardato la Croazia. Allora viene alla mente il conflitto serbo-croato degli anni ’90 tragicamente noto per le violente pulizie etniche di Milosevic e la strage di Srebrenica.

Dunque loro sono i croati o i serbi? Robertazzi non nomina mai i nomi dei due popoli ma pochi e celati elementi ci consentono di capire che i “noi” sono i serbi, gli aguzzini, i persecutori, gli assassini e i “loro” i croati, un popolo diverso per lingua, religione e cultura che reclama la sua indipendenza. Credo però che Robertazzi, pur facendo riferimento a un particolar contesto geografico, non voglia delimitare il campo d’analisi e di riflessione su questa storia. Non si riferisce solo ai croati, ma anche agli albanesi del Kossovo, all’etnia Tutsi in Rwanda, ai cattolici in Somalia e così via, solo per citare alcuni esempi. Si riferisce cioè, in maniera più estesa, a tutti i popoli, alle etnie, religioni, entità linguistiche che hanno dovuto soffrire violenze da parte del nemico, essere torturate, deportate, messe a tacere, assassinate nei peggiori dei modi. Allora il libro va letto come una metafora di ogni totalitarismo ma anche di ogni fondamentalismo religioso. Non è importante il contesto storico-geografico che circonda una storia di questo tipo che è analoga per la sua insensatezza e spietatezza dell’animo umano a miliardi di altre storie.

Robertazzi ci offre così con un linguaggio spigliato e diretto uno squarcio di guerra che più drammatico non potrebbe essere; i vinti, i prigionieri, oltre ad aver perso la loro battaglia hanno perso la loro dignità e, così come vengono descritti, non hanno più nessuna parvenza di umanità: vengono descritti come animali, come topi. La loro condizione di perdenti, sottomessi, vinti li eguaglia a una sorta di regressione allo stato bestiale, che è dissacrante e invereconda: «Non erano uomini, non più. Quello che mi appariva, invece, era una creatura informe con cento occhi e cento gambe. Ogni cella, cento occhi. Ogni cella, cento gambe. Ogni cella, un’unica Bestia terrorizzata» (15).

L’aspetto che più ritengo encomiabile di questo romanzo è la scrittura espressionistica, come se Robertazzi dipinga una tela a pennellate quando ci fornisce episodi crudi, violenti, come quello dell’estrazione di una pallottola dal ginocchio dell’amico ferito. E’ questo laconismo struggente, questo frammentismo evocativo a rappresentare il vero punto forte di tutto il romanzo. Ma la storia è avvincente anche perché è originale: il violentatore, il soldato vincitore che prima ha dalla sua parte le armi per minacciare e offendere chiunque passa poi all’altra sponda, a cercar di rifuggire la Bestia. Quella violenza cieca che domina in entrambi gli schieramenti in ciascuna guerra. E così il giovane Emir, bambino che ha dovuto indossare gli abiti del cecchino, quando il protagonista gli dice che assieme andranno in Italia, in un paese dove non bisogna combattere, il bambino osserva: «Ma… se in Italia non c’è la guerra,cosa si fa?» (61).

Ogni guerra ha le sue violenze, i suoi massacri, le sue stragi e i suoi soprusi. In questa narrazione Robertazzi fa del Cane l’emblema malvagio dell’animo umano, della perversione sadica portata ai massimi livelli, della bestialità e della freddezza del comportamento del militare “vincitore”. Il Cane spara e uccide uomini quasi con la stessa frequenza con la quale respira. La sua giornata è fatta di fucilazioni sommarie quasi che, come un vampiro di una storia fantasy, è assetato da questa voglia di sangue, da questo desiderio di veder scorrere via la vita dai corpi. Se pensiamo al contesto serbo-croato allora possiamo vedere nell’efferatezza del Cane (non tanto in quella del Comandante) personaggi come Mladic o Milosevic, sterminatori, criminali e violentatori dei diritti umani. Ma come si diceva all’inizio Robertazzi elimina al massimo le indicazioni che ci consentano di circoscrivere la storia e allora nel Cane possiamo vedere Hitler, Mussolini, Franco, Caesescu, Saddam Hussein o Gheddafi. Non solo. Il Cane è un personaggio che si fa metafora del male, della violenza, dell’indifferenza verso l’altro, aspetti che, pur fuori dal contesto bellico, possiamo trovare in alcuni uomini che ci circondano. E’ il marchio di un male atavico che è presente nel mondo perché vivo nei recessi di spietati cuori di ghiaccio.

LORENZO SPURIO

9 Luglio 2011


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