“Memoria come Resistenza: Etty Hillesum e Westerbork”, articolo di Stefano Bardi

a cura di Stefano Bardi

diario-1941-1943_41845.jpgAuschwitz, Birkenau, Mauthausen, Bergen-Belsen, Sobibòr, Fossoli! Nomi, questi, legati all’oscura pagina storica del 27 gennaio 1945 che devono essere affiancati a quello di Westerbork, campo che fu usato dai nazisti come punto di raccolta, smistamento e partenza per gli altri campi di Concentramento. Tre possono essere considerati le fasi di questo campo di concentramento: la prima dal 1942 al 1945 (rifugiati, detenuti, ebrei), la seconda dal 1945 al 1948 (agenti SS, simpatizzanti Movimento Nazional-Socialista, criminali nazisti) e la terza dal 1949 al 1971 (alloggi per molucchi). Questo campo, seppur non rientra in pieno nella logica dello sterminio di massa degli ebrei, fu comunque ideato come un campo fatto di regole ferree: detenuti accompagnati nei loro spostamenti da guardie militari, appello giornaliero, gruppi di lavoro divisi in camerate, sorveglianza diurna e notturna dei posti letto delle camerate, divieto assoluto di comunicare e ricevere posta dall’esterno. Un campo dal quale partirono 107.000 persone per i vari Campi di Concentramento e che fu liberato il 12 aprile 1945 dalla fanteria canadese.

La scrittrice olandese di origine ebraica Esther Hillesum detta “Etty” (Middelburg, 15 gennaio 1914-Auschwitz, 30 novembre 1943) visse in prima persona la deportazione ebraica prima di essere trasferita ad Auschwitz dove troverà la morte. Esperienza quella di Westerbork che sarà racchiusa in parte nel Diario 1941-1943 e soprattutto nelle Lettere 1942-1943 seppur fortemente censurate con la cancellazione dell’emittente, da parte del comandante della Polizia di Sicurezza tedesca del campo. Va subito detto che la scrittrice non fu arrestata né deportata ma scelse lei stessa di essere rinchiusa in questo campo per seguire l’infausto destino del suo popolo; lì lavorò come assistente sociale all’interno dell’ospedale civile del campo. Lavoro che le permise di annotare tutti gli orrori della follia nazista di cui, insieme alla famiglia e al fratello Michael detto “Mischa”, pagherà le conseguenze ad Auschwitz. L’altro fratello, Jacob detto “Jaap”, morirà, invece, a Lubben dopo la liberazione del 17 aprile 1945 durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi.

Nel 1981 uscì postumo Diario 1941-1943 che sarà poi ristampato in varie edizioni fino a quella integrale del 2012. Esso è stato redatto fra Amsterdam e il Campo di Transito di Westerbork e si basa su due grandi concetti: esistenzialismo e spiritualismo filosofico che devono farci raggiungere, la totale armonia con la Natura. Armonia che sarà da essa trovata grazie all’abbraccio Dio concepito come un’intensa energia interiore e come la fiamma che muove ogni Vita.

Un diario estremamente analitico fatto di date, ore e momenti giornalieri in cui Etty Hillesum scrisse le sue intime pagine dalle quali fuoriesce l’immagine una donna forte, che, non fugge dall’infausto destino del popolo ebraico e l’unico elemento oscuro è il suo animo ingarbugliato, ragnatelico e represso.

Un secondo aspetto è la concezione della Vita da lei concepita come un’energia che deve essere consumata giorno dopo giorno, poiché il futuro è solo una speranza priva di consistenza; e di conseguenza vivere significa coesistere con l’esterno (vacuità) e l’interno (realtà esistenziale). In parole semplici, la Vita è intesa come unica e vera fonte sapienziale dalla quale l’Uomo deve abbeverarsi per intraprendere il suo cammino esistenziale che deve cominciare, dalla sua più profonda interiorità. Vita che deve essere però costruita con le parole! Lessemi intesi dalla Hellisum come strumenti in grado di creare case sicure animate da dolcezze e armoniosi silenzi, ma anche universi interiori con i quali emarginarsi dagli altri che sono codardi, languidi e senza protezioni psico-sociali. Parole che sono concepite come privazioni esistenziali non create, però, da mani altrui, ma dalle nostre medesime mani che strappano dal nostro cuore le gioie e le emozioni per sostituirle con ansie, offese, angherie, paure, asti, rimorsi e nostalgie canaglie.

Un ultimo aspetto riguarda il suo sguardo pieno di compassione verso i nazisti, agnelli sacrificali essi medesimi di un oscuro potere al di sopra di essi. Diario quello di Etty Hillesum che è chiuso dal alcune lettere scritte dal Campo di Transito di Westerbork che saranno da me analizzate.

Nel 1982 uscì l’opera postuma Lettere 1942-1943 che sarà poi ristampata fino ai giorni nostri, in edizioni più ampie e complete. Opera epistolare composta dalle lettere redatte dalla Hillesum ad Amsterdam e Westerbork fra l’agosto 1942 e il settembre 1943 che ci mostrano la crudeltà del Campo di Transito di Westerbork. Un campo dove l’autrice e la sua famiglia resistettero psico-fisicamente, dove si muovevano all’interno di uno spazio composto da un ospedale civile, un orfanotrofio, una stazione ferroviaria, una sinagoga, una cappella mortuaria. Un luogo costituito principalmente da baracche arrugginite e piene di correnti d’aria, panni lasciati asciugare all’aria e cuccette sulle quali patire. Il tutto accompagnato da pessime condizioni igieniche e da un’alimentazione di scarso valore nutrizionale, che portarono molti ebrei a togliersi la Vita con le proprie mani.

Etty Hillesum è una scrittrice che ancora oggi, dopo settantasei anni dalla sua morte, è ricordata nella toponomastica e onomastica in vari luoghi del mondo tra cui: la piazza nel paese di Mirano, l’albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano, la Etty Hillesum Stichting (Fondazione Etty Hillesum) di Amsterdam, il Centro di Ricerca Etty Hillesum dell’Università Gand e tanto altro ancora.          

  STEFANO BARDI

Bibliografia

Hillesum E., Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2001.

Hillesum E., Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 2011.

 

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Un libro a sostegno dei profughi siriani: “Tu, Siria” di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr

Tu, Siria
di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr
Communication Project, 2013
ISBN: 978-88-98530-09-0
Pagine: 83
Costo: 10 €
Pubblicazione in favore dell’Associazione ONSUR
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

downloadHo conosciuto di persona Asmae Dachan solo recentemente, sabato scorso nel corso di un evento poetico da me co-organizzato a Bologna il cui titolo era “Poesia, parole e musica di liberazione” nel quale alcuni poeti bolognesi hanno letto le loro poesie di chiaro intento sociale e alcune persone, tra cui Asmae, sono intervenute per dare un importante contributo per la conoscenza e la diffusione di gravissime realtà internazionali maledettamente poco note. Asmae ci ha parlato della Siria, del suo paese che porta nel sangue e nel cuore. Un paese che ormai da tre anni è nella morsa di una violentissima guerra civile fatta di devastazione, violenze, bagni di sangue continui, sfollati, profughi, sevizie e stupri. Una guerra dilaniante che corrode l’anima e annera qualsiasi speranza e futuro in uno dei paesi che, come ha ricordato lei, è stata la culla dell’umanità, della vita, della nascita e che stride e fa male con la presente situazione dominata da “corpi che vagano/ di silenzi pieni d’oblio/ di sangue che scorre goccia a goccia/ di battiti immobili/ di rivoli di sudore tra la polvere/ di lamenti di corvo” (35).

Mi hanno molto colpito le sue parole pronunciate con un tono pacato ma chiaramente intrise di dolore per quanto giorno dopo giorno nel suo paese accade senza che l’Europa o i paesi che per la loro forza politico-economica gestiscono il Pianeta facciano nulla per intervenire. La cosa più grave ed odiosa deve essere quella di vivere in una realtà che tace notizie dal fronte siriano o che semplicemente si dimentica di darne notizia perché effettivamente difettano i sistemi di comunicazione che possano far da grancassa al tremendo genocidio che sta martoriando il paese ormai da troppo tempo. Come in ogni guerra ci sono sempre le logiche geopolitiche, gli interessi economico-finanziari e tanto altro in mezzo che non consentono ai paesi che di fatto si trovano fuori dall’orbita della guerra, di poter intervenire, tentare una tregua o comunque sia instituire delle azioni volte alla salvaguardia e all’appoggio dei repressi, degli esuli, del popolo che soffre ogni giorno sulla sua pelle la morte propria o dei suoi cari, le mutilazioni, lo scoppio di bombe, rappresaglie, violenze indicibili, stupri, stermini, offese e che si vede denigrare ed usurpare la coscienza.

Chiaramente non è solo la Siria che oggi è in una guerra silenziosa (perché volutamente silenziata e obliata), ma lo sono una serie di altri paesi, regioni, realtà locali in tutto il mondo e lo sono per motivi diversi: di razza, di religione, di dominio linguistico, culturale, per ragioni storiche, per mire espansionistiche, per ragioni meramente commerciali e finanziare o anche per tutte le ragioni insieme. Non è solo la Siria ad essere martoriata in silenzio e a morire, ma è importante e necessario che si parli di quanto in questi posti del mondo, seppur a noi distanti per geografia, cultura e grado di sviluppo, accade. Ed è per questo che Asmae Dachan assieme alla giovanissima Yara Al Zaitr, nutrici di un dolore totalizzante che mai si sopirà finché in Siria non cambieranno i destini della povera gente, hanno deciso di scrivere un libro, Tu, Siria, in cui tra commenti critici di altri scrittori, loro poesie e prose poetiche (quelle di Yara Al Zaitr) descrivono la Siria con gli occhi di chi la porta nel cuore e la vede morire lentamente giorno per giorno. Da una testimonianza di una madre di Idlib datata 20 agosto 2013 nel libro leggiamo:

 

“[La mia bambina] se ne è andata con gli occhi aperti: due piccoli fari che ora non brilleranno più. Sono rimasta a guardarla per ore, stringendola tra le mie braccia, pregando che cadesse un’altra bomba per morire con lei. Hanno portato via la mia anima e adesso sono un corpo vuoto. Un genitore non deve sopravvivere ad un figlio. Adesso la sogno mentre suona per gli angeli” (25).

 

imagesSono poesie dai toni forti e pregne di sofferenza che trasmettono la disperazione, la derelizione dell’uomo, il dominio indiscusso della violenza anche se, pur trattandosi di “poesie di guerra” non c’è quell’odio rancoroso, quella voglia di vendetta e quella disperazione che si arma della minaccia e della polemica. Il loro canto accorato si sposa con il desiderio di libertà (di cui Yara Al Zaitr scrive “Non è del despota il vessillo vincitore/ ma dell’eroico popolo della libertà/ che nel martirio è risorto trionfatore”, 64), di quella dimensione sociale che si addica alla normalità del buon vivere e che rispetti la dignità di tutti. Nelle poesie delle due donne non si chiama mai in causa direttamente i fautori del male, non si nomina il dittatore e non si delinea con intenzione chi sta dalla parte contraria del popolo, chi la guerra la comanda, la gestisce e si arroga di fronte a Dio di dar la morte agli uomini, inermi e inconsapevoli, prima del loro naturale compimento terrestre. C’è chi sostiene che le poesie di guerra sono tutte uguali perché motivate tutte da una condizione di spersonalizzazione dovuta al regime, da un odio lancinante, dalla tragicità delle descrizioni e dalla cupezza delle immagini. Non è vero. In queste poesie di Asmae e Yara dove il sangue tinge la purezza dei gelsomini di Aleppo, non c’è solo morte e distruzione, ma anche un canto alla vita e una fede nel miglioramento affinché ci si avveda delle spietate decisioni di alcuni e ci si convinca che, ricchi o poveri, sostenitori o dissidenti di un’idea, abbiamo tutti diritto alla vita e al sacrosanto rispetto di questo dono.

La ricchezza umana di donne come Asmae e Yara che convivono con un dolore continuo è talmente grande che con questo libro hanno deciso di svelarci una delle pagine più nere della nostra cronaca odierna, poco conosciuta perché della quale poco si parla ma anche perché della quale poco ci si interessa (ci sono interi blog sia in italiano che in inglese che si dedicano univocamente al dramma della Siria con foto, resoconti, documenti e tanto altro). Affinché il tutto non resti nel dimenticatoio (il che significherebbe che noi uomini di altri paesi mostreremmo un atteggiamento indifferente e dunque connivente alla logica dei despoti), l’informazione su tali realtà è necessaria e doverosa.

images (1)L’intero ricavato della vendita di questo libro andrà all’ONSUR – Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo Siriano (www.onsur.it), consapevoli che con la lettura di questo libro si spalancheranno visioni diverse sul mondo del quale potremmo avere una maggior comprensione.

C’è molto da dire su questo libro perché esso è molte cose allo stesso tempo: testo letterario perché contiene poesie di pregiata forma e contenuto, ma soprattutto canto di sdegno in cui la distruttività del silenzio ha una eco dolorosissima, poesia di denuncia, arma non violenta di lotta e d’espressione, bandiera che anela a sventolare leggiadra senza dover conoscere le stringenti fasce nere del lutto.

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

Zagreb di Arturo Robertazzi

 Zagreb di Arturo Robertazzi

Aisara Edizioni, Cagliari, 2011, pp. 124

ISBN: 9788861040748

Recensione di Lorenzo Spurio

Il romanzo di Arturo Robertazzi, giovane autore italiano residente a Berlino, è come un pugno sullo stomaco. Non lascia indifferenti. E’ un romanzo di guerra. Ma non parla molto di trincee, combattimenti o scontri corpo a corpo. Narra di una guerra già vinta e della malvagità d’animo di coloro che possono considerarsi i “vincitori”.  L’incipit è così diretto e tagliente da risultare sconvolgente nel lettore: «Quel mattino era un bel mattino. Facemmo fuori quattro persone» (7).

Quello che colpisce, ancor più della serie interminabile di fucilazioni che il protagonista assieme al collega sanguinario Alex deve compiere su richiesta del Comandante, è come l’uomo riesca ad essere tanto malvagio nei confronti dei suoi simili. Il protagonista riconoscerà in quei tanti occhi e tante gambe che affollano le celle quelli del suo professore ma non è addolorato né tantomeno disturbato dal fatto che alcuni giorni dopo sarà proprio lui a doverlo uccidere proprio perchè «il professore era uno di loro» (17). C’è un continuo contrasto nel romanzo tra noi e loro, due entità contrapposte che stanno a significare i due diversi bandi del conflitto che però non vengono mai nominati in maniera esplicita. A chi si riferisce il ‘loro’, alla gente che ha «stessa lingua, stessa religione, stessa faccia» (13)? Non è semplice dirlo perché non ci sono chiari riferimenti e spiegazioni in tal senso. Se ci rifacciamo al titolo, Zagreb, ossia Zagabria in lingua croata, possiamo allora immaginare che abbia qualcosa a che fare con una qualche guerra che ha riguardato la Croazia. Allora viene alla mente il conflitto serbo-croato degli anni ’90 tragicamente noto per le violente pulizie etniche di Milosevic e la strage di Srebrenica.

Dunque loro sono i croati o i serbi? Robertazzi non nomina mai i nomi dei due popoli ma pochi e celati elementi ci consentono di capire che i “noi” sono i serbi, gli aguzzini, i persecutori, gli assassini e i “loro” i croati, un popolo diverso per lingua, religione e cultura che reclama la sua indipendenza. Credo però che Robertazzi, pur facendo riferimento a un particolar contesto geografico, non voglia delimitare il campo d’analisi e di riflessione su questa storia. Non si riferisce solo ai croati, ma anche agli albanesi del Kossovo, all’etnia Tutsi in Rwanda, ai cattolici in Somalia e così via, solo per citare alcuni esempi. Si riferisce cioè, in maniera più estesa, a tutti i popoli, alle etnie, religioni, entità linguistiche che hanno dovuto soffrire violenze da parte del nemico, essere torturate, deportate, messe a tacere, assassinate nei peggiori dei modi. Allora il libro va letto come una metafora di ogni totalitarismo ma anche di ogni fondamentalismo religioso. Non è importante il contesto storico-geografico che circonda una storia di questo tipo che è analoga per la sua insensatezza e spietatezza dell’animo umano a miliardi di altre storie.

Robertazzi ci offre così con un linguaggio spigliato e diretto uno squarcio di guerra che più drammatico non potrebbe essere; i vinti, i prigionieri, oltre ad aver perso la loro battaglia hanno perso la loro dignità e, così come vengono descritti, non hanno più nessuna parvenza di umanità: vengono descritti come animali, come topi. La loro condizione di perdenti, sottomessi, vinti li eguaglia a una sorta di regressione allo stato bestiale, che è dissacrante e invereconda: «Non erano uomini, non più. Quello che mi appariva, invece, era una creatura informe con cento occhi e cento gambe. Ogni cella, cento occhi. Ogni cella, cento gambe. Ogni cella, un’unica Bestia terrorizzata» (15).

L’aspetto che più ritengo encomiabile di questo romanzo è la scrittura espressionistica, come se Robertazzi dipinga una tela a pennellate quando ci fornisce episodi crudi, violenti, come quello dell’estrazione di una pallottola dal ginocchio dell’amico ferito. E’ questo laconismo struggente, questo frammentismo evocativo a rappresentare il vero punto forte di tutto il romanzo. Ma la storia è avvincente anche perché è originale: il violentatore, il soldato vincitore che prima ha dalla sua parte le armi per minacciare e offendere chiunque passa poi all’altra sponda, a cercar di rifuggire la Bestia. Quella violenza cieca che domina in entrambi gli schieramenti in ciascuna guerra. E così il giovane Emir, bambino che ha dovuto indossare gli abiti del cecchino, quando il protagonista gli dice che assieme andranno in Italia, in un paese dove non bisogna combattere, il bambino osserva: «Ma… se in Italia non c’è la guerra,cosa si fa?» (61).

Ogni guerra ha le sue violenze, i suoi massacri, le sue stragi e i suoi soprusi. In questa narrazione Robertazzi fa del Cane l’emblema malvagio dell’animo umano, della perversione sadica portata ai massimi livelli, della bestialità e della freddezza del comportamento del militare “vincitore”. Il Cane spara e uccide uomini quasi con la stessa frequenza con la quale respira. La sua giornata è fatta di fucilazioni sommarie quasi che, come un vampiro di una storia fantasy, è assetato da questa voglia di sangue, da questo desiderio di veder scorrere via la vita dai corpi. Se pensiamo al contesto serbo-croato allora possiamo vedere nell’efferatezza del Cane (non tanto in quella del Comandante) personaggi come Mladic o Milosevic, sterminatori, criminali e violentatori dei diritti umani. Ma come si diceva all’inizio Robertazzi elimina al massimo le indicazioni che ci consentano di circoscrivere la storia e allora nel Cane possiamo vedere Hitler, Mussolini, Franco, Caesescu, Saddam Hussein o Gheddafi. Non solo. Il Cane è un personaggio che si fa metafora del male, della violenza, dell’indifferenza verso l’altro, aspetti che, pur fuori dal contesto bellico, possiamo trovare in alcuni uomini che ci circondano. E’ il marchio di un male atavico che è presente nel mondo perché vivo nei recessi di spietati cuori di ghiaccio.

LORENZO SPURIO

9 Luglio 2011


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Il genocidio rwandese (1994)

L’eccidio del Rwanda, avvenuto durante il 1994 nell’omonimo paese africano è una pagina nera della storia mondiale che è stata scarsamente oggetto d’interesse dell’opinione pubblica e che recentemente ha inspirato vari film a carattere documentario e cronachistico. Il Rwanda è un paese africano minuscolo che confina a ovest con la Repubblica Democratica del Congo, a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania e a sud con il Burundi. Nel paese si parla il francese, il kinyarwanda, l’inglese e lo swahili. La capitale è Kigali. Il paese è retto da una repubblica. Colonia del regno del Belgio, ottenne l’indipendenza nel 1962. La popolazione del Rwanda è costituita da due gruppi etnici distinti, i Tutsi (19 %) e gli Hutu (80 %).  I Tutsi sono i ricchi e rappresentano quindi una sorta di classe aristocratica mentre gli Hutu sono dediti al lavoro nei campi.

Per secoli le due tribù condivisero la stessa cultura, lingua e religione ma a seguito della dominazione del Belgio si creò un forte divario tra i due gruppi etnici. Il governo accordò ai Tutsi maggiori poteri rispetto agli Hutu che furono costretti a vivere in una situazione d’inferiorità. I Tutsi hanno dominato sempre sugli Hutu ma in tempi più recenti si sono avuti periodi d’alternanza in cui al potere stavano gli Hutu o i Tutsi. Una serie di contrasti e lotte tra le due etnie portò ai tragici massacri perpetuati nel 1993; l’Onu intervenne cercando di trovare una soluzione tra le parti ma la componente Hutu si rifiutò di accettare il trattato e cominciò una serie di violenze e genocidi sul popolo Tutsi.

Dal 6 aprile fino alla metà di luglio del 1994 per una durata di cento giorni vennero massacrate un gran numero di persone con fucilazioni sommarie, colpi di machete e sistemi di inaudita violenza. Le vittime furono prevalentemente appartenenti all’etnia Tutsi, la minoranza rispetto l’etnia Hutu. Le perdite ammontano alle 800.000 persone (il 20% di etnia Hutu, il restante di etnia Tutsi). L’Occidente e la comunità internazionale in generale non prese voce ai forti conflitti in atto in Rwanda e mostrò un atteggiamento freddo ed indifferente; Francia e Belgio inviarono dei contingenti militari con il solo fine di mettere al riparo i loro connazionali.

Le ragioni dei contrasti tra le due etnie derivano dalla dominazione belga che contribuì a differenziare le due etnie, dandogli differenti poteri e ruoli nella società e favorendo i Tutsi. Sebbene si fa riferimento al genocidio del Rwanda vennero coinvolti anche i paesi ad essa limitrofi, Burundi, Uganda e Tanzania.

Solamente quattro anni dopo il genocidio, nel 1998, vennero processate ventidue persone responsabili delle violenze perpetuate e colpevoli di genocidio. Nel 2000 è stato eletto il presidente Tutsi Paul Kagame che ha siglato nel 2002 una tregua con la Repubblica Democratica del Congo.

Nel 2005 vennero processati altri responsabili del genocidio e il presidente Kagame resta in carica tutt’ora, votato da percentuali bulgare. Il presidente ha soppresso i principali partiti d’opposizione e in molti parlano di brogli elettorali; nel paese non esistono mass media indipendenti e la comunità internazionale sembra non interessarsi della vicenda da vicino. Contrasti e asti tra le due etnie non sono scomparsi sebbene le violenze si siano attenuate.

Sui tragici eventi del genocidio del Rwanda sono stati scritti vari libri di carattere storico e cronachistico e racconti di memorie di chi ha sperimentato quelle violenze. Recentemente il tema è stato oggetto di un maggiore studio e interesse; questo ha permesso di conoscere meglio una realtà tragica della nostra attualità. Questo è stato reso possibile anche ad alcuni film che sono stati prodotti basandosi su questo tema. Tra i più noti e importanti vanno ricordati Sometimes in April (regia di Raoul Peck, paese: Usa/Francia/Rwanda, 2005) tradotto in italiano con Accadde in Aprile e Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Regno Unito/Sudafrica, 2004).

Il film Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Gran Bretagna/Sudafrica, 2004) tratta del tragico eccidio rwandese del 1994 focalizzandosi sulla storia di Paul Rusesabagina, direttore dell’Hotel des milles collines di Kigali, capitale del Rwanda. Paul trasforma l’hotel in un rifugio per entrambe le etnie Hutu e Tutsi di tendenza moderata e non cede alle insistenze di vari signori della guerra di abbracciare le loro idee oltranziste.

Nel film, una cassa di legno che cade rompendosi a terra celando il contenuto di varie decine di machete fa capire quali saranno le armi impiegate nell’eccidio. Nel frattempo iniziano a manifestarsi casi di violenza tra le due etnie; Paul riuscirà a salvare le persone asserragliate nel suo hotel ma perderà i suoi cognati. Anche il film da voce ad una verità fastidiosa e criminale: il disinteresse del mondo, dell’Occidente e degli Usa nei confronti della tragedia. Film assolutamente da non perdere.

 

La cantante romana Paola Turci ha scritto una canzone intitolata propria “Rwanda” ed inclusa nell’album Tra i fuochi in mezzo al cielo (2005). Il ritmo incalzante e minaccioso e la voce urlata e implorante della cantante si sposano con il suo testo asciutto e diretto che ha come ritornello «Quando il silenzio esploderà, questa terra sarà già deserto.. Quando la fine arriverà la storia non salderà il conto». La Turci individua il senso opprimente e doloroso del silenzio che deriva dalla mancanza di uomini a seguito dell’eccidio e ci presenta un mondo silente, perché gli uomini sono tutti morti. Tanta violenza, tanta morte e tante offese al genere umano, per la Turci, non troveranno mai un riscatto e non potranno mai essere dimenticate.

La Turci, cantante impegnata e già autrice di canzoni sociali (“Bambini”, “Il gigante”, “Un bel sorriso in faccia”) ci apre gli occhi su questa realtà tragica, dimenticata o più precisamente non ascoltata e non conosciuta. La canzone non è passata alla radio, forse perché poco radiofonica o più probabilmente – come ha rivelato la Turci in occasione di una serata a cui ha partecipato- perché presenta una realtà difficile, sconosciuta e della quale è difficile parlare. La canzone può non piacere a chi è attratto da melodie cadenzate, canzoni commerciali o strazianti canzoni d’amore (che oggi sembrano andare per la maggiore) o semplicemente a chi non gradisce la voce e il temperamento della Turci ma va comunque ascoltata per l’impronta del suo testo, oltre che per il motivo per la quale è stata scritta: per ricordare un evento «con i riflettori spenti» come ha detto la Turci.

 

LORENZO SPURIO

16-02-2011