Pensieri senza pretese, di Christian Lezzi

Pensieri senza pretese di Christian Lezzi

Arduino Sacco Editore, Roma, 2011

Recensione di Lorenzo Spurio



Christian Lezzi, scrittore ed opinionista milanese, mi ha proposto l’idea di scrivere una recensione per la sua raccolta di poesie. Non mi sono tirato indietro perchè il ruolo di recensore mi aggrada e perché questa silloge poetica dal titolo curioso ha richiamato da subito la mia attenzione. Mi piace molto soffermarmi sui titoli delle opere prima di proseguire nella loro lettura. Pensieri senza pretese è una raccolta di poesie che tratta temi diversi fra loro ma ogni lirica è accomunata da questo desiderio del Lezzi di presentare uno spaccato semplice, comune, senza orpelli, senza tante pretese per l’appunto. Ed anche nella prefazione, con una forma di diminutio tutta contemporanea, l’autore cerca in un certo senso di scusarsi per non essere in grado di riconoscersi un poeta propriamente detto. Preferisce definirsi opinionista ma è un dato di fatto che chiunque scriva una poesia, sia praticamente un poeta. Christian Lezzi non fa sicuro eccezione. La lirica che apre la raccolta, “Inchiostro nelle vene”, è una singolarissima sintesi della poetica del Lezzi, un prototipo di poesia personale che può essere poi riscontrato in tutte le altre: «un demone che si impossessa di te, questo è scrivere».

Il tema dell’amore è spesso presente in maniera esplicita o allegorica mediante alcuni immagini ricercate e interessanti ma spesso questo tema è minacciato dall’idea della morte o anche dalla nostalgia per i tempi andati. Le immagini che ricorrono maggiormente sono le risate, gli sguardi, labirinti, volti di donna ma, in via generale, la silloge si caratterizza per un’atmosfera grigia e cupa dovuta alle tematiche crepuscolari che affronta: il ricordo, il dolore, la guerra, l’esilio, la nostalgia e la solitudine. Un senso di sofferenza del protagonista aleggia intorno alla lirica “Resa” in cui il poeta invoca a lasciarsi andare per porre fine alle sofferenze terrene, è una dolce invocazione al suicidio: «Chiudi la partita senza aspettare un domani diverso che non sia solo l’estensione di ieri e di oggi con gli stessi pensieri tristi solitari e morenti», ma subito dopo si cambia registro ed è la vita a prevalere:  «oggi non è tempo di morire». In “Guerra” il Lezzi ci fornisce una fine lirica pacifista che, più che sottolineare gli aspetti più crudi degli scontri bellici, fa riferimento alla violenza e alla spietatezza del genere umano, incapace di evitare tragedie di inaudita gravità.

In “Cenere alla cenere” il macigno di un ricordo che immaginiamo doloroso e connesso, forse, alla perdita della donna amata si conclude però con la riappropriazione della propria vita, con la forza di ragione che riesce addirittura ad allontanare da sé quel momento del passato, quasi a voler ricordare che la forza della ragione può tutto, anche cancellare i momenti vissuti: «Come polvere alla polvere disperdi al vento il suo ricordo ti liberi del ricordo e finalmente torni a vivere».

Curiosissimi riferimenti al mondo dell’arte figurativa trapelano in “Incontri”: una donna che spicca fra i presenti «come una macchia di colore su una tela del Boccioni». Di Boccioni e del futurismo nella poesia è presente la tecnica della multi prospettiva e della immagini seriali. Un ottimo modo, a mio vedere, per celebrare un grande pittore e sculture poco ricordato. Il futurismo ritorna in maniera indiretta anche in “Metavita” dove il poeta fa riferimento all’uccisione del chiaro di luna che non può non farci pensare l’omonimo manifesto marinettiano del 1909.  In “Concetti spaziali” ritorna il tema dell’arte, in questo caso plastica, nell’atto di tagliare la tela con una lama, esperienza artistica che ci fa pensare direttamente all’opera di Lucio Fontana: «Afferri la lama e con gesto deciso ferisci il supporto aprendo un mondo nuovo creando una nuova dimensione». Una particolareggiata analisi nello scandaglio dell’io, nei recessi della personalità, è presente nella poesia che porta il titolo “Psiche” che sembra essere un vero e proprio omaggio al padre della psicanalisi.

Il tempo è il grande protagonista della raccolta mediante episodi della vita che fanno riferimento ad esso: l’infanzia o i ricordi del passato, il presente liquido e difficile, il futuro inconoscibile e apparentemente precario. Nella poesia “Tempo” è proprio quest’ultimo il vero sovrano, descritto mediante una serie di costruzioni metaforiche di particolare impatto poetico: il tempo si dilata e si comprime descrivendo quindi anacronismi che sono estranei al canonico scorrere del tempo.

Sono numerose le liriche contenute nella silloge e ciascuna meriterebbe un’analisi attenta ma posso concludere che la raccolta, pur non seguendo un ordine tematico come ha riconosciuto lo stesso Lezzi nella sua prefazione, finisce paradossalmente per avere una grande compattezza. La poliedricità dei temi trattati non è fastidiosa e l’interesse nella lettura è incentivato da questo continuo cambio di temi e di immagini evocate. L’unico cruccio, forse, risiede nella limitata musicalità delle liriche e nella trascuratezza metrica ma neppure questi aspetti sono capaci di minare l’ottima impostazione del Lezzi nel presentare squarci lirici talvolta drammatici, altre volte altamente romantici.

LORENZO SPURIO

Jesi, 4 Luglio 2011

Sempre ad Est, di Massimo Acciai

Sempre ad Est di Massimo Acciai

di prossima pubblicazione presso Faligi Editore

Recensione di Lorenzo Spurio[1]

Che cos’è un surypanta? E’ la prima domanda che il lettore del nuovo romanzo di Acciai si fa immergendosi nella lettura. Non ci sono particolareggiate descrizioni di questo tipo di animale, sappiamo che è di piccole dimensioni, che miagola e che trova particolare piacere nell’essere accarezzato sulla testa. Non è un gatto. E’ inutile indagare a quale animale possa avvicinarsi perché stiamo parlando di un romanzo fantastico, quindi in ciascun modo vi figurate questo animale, non avrete sbagliato.

Il romanzo non è altro che la storia della ricerca difficile e disperata dei surypanta che sono stati rubati da un potente mago. L’intera narrazione ci informa delle varie peripezie che l’ “eroe” deve sopportare per riappropriarsi ciò che è suo e in questo andamento non è difficile scorgere il canonico schema proppiano della fiaba. Siamo in grado infatti di individuare almeno sei delle trentuno unità fondamentali dello schema compositivo proppiano[2]: 1. la situazione iniziale ( [i] ), 2. l’allontanamento (e), 3. la partenza (­), 4. la presenza del donatore o aiutante magico (D), 5. la lotta (L), 6. la vittoria (V). La conclusione del romanzo non è però affidata alle canoniche funzioni del ritorno dell’eroe nella sua terra (¯) o delle nozze finali (N), ma andiamo per gradi.

Il recente romanzo di Acciai, Sempre ad est, è una narrazione affascinante che ci fa viaggiare attraverso terre intricate ed oscure, ricche di mistero e sulle quali domina la magia nera di un potente mago noto come il Raccoglitore. Per sfidare questo potente wizard che con le sue doti oscure è riuscito a rubare tutti i surypanta della zona ci vengono narrate le gesta di Hynreck che, più che un valoroso guerriero, ci viene presentato come un viandante sfortunato, inetto e particolarmente istintivo, «una di quelle persone che si arrabbiano due volte la seconda per essersi arrabbiati» (53). Nella sua vorticosa ricerca del suo surypanta Saj, Hynreck è accompagnato dal cavallo Frumgar che, diversamente da quanto ci si aspetterebbe, non è un cavallo parlante.

L’impresa particolarmente ardua prenderà una piega diversa nel momento in cui Hynreck incontrerà Sara, una ragazza che è stata appena depredata del suo esemplare di surypanta. L’iniziale divinazione del mago buono Sering e la conoscenza degli oracoli da parte di Sara permetterà alla coppia fortuita di trovare la fortezza dove risiede il potente mago Raccoglitore. Così Hynreck, Sara e Linda, un’altra donna che Hynreck inizialmente credeva implicata nel furto dei surypanta, si imbarcano su una grande nave diretta al piccolo porto di Ladymirail, dall’altra parte dell’oceano vivendo momenti di panico per le condizioni sfavorevoli del mare. Ma la storia non è aliena a colpi di scena: nella tormentata rotta in mare infatti Hynreck crede che il capitano sia il padre del ragazzino che ha precedentemente ucciso per legittima difesa. Così, nella notte i tre fuggono su di una scialuppa approdando all’isola di Falbroth.

L’isola ha una lunga storia alle spalle e si trova praticamente divisa in due parti che rispondono a due diverse dominazioni, ha due città-capoluogo, due porti, due popoli e la cosa curiosa è che ha anche una dimensione sotterranea, un mondo sommerso altrettanto vitale e attivo. L’altra parte dell’isola invece, che risponde alla città di Perio, si è sviluppata in maniera completamente opposta: ci sono dei palazzi molto alti come dei grattacieli che si stagliano verso l’alto, pensati per sopperire alla limitata superficie di quella metà dell’isola. Acciai è un maestro nel generare una sorta di spaesamento che deriva dal cambio improvviso degli spazi (città, bosco, osteria, nave, città sotterranea) e questo contribuisce ad accrescere un senso di claustrofobia che incrementa quella suspense che nella storia è sempre mantenuta. Dopo alterne vicende lo sfortunato trio riesce ad arrivare alla fortezza di metallo nella quale vive il mago Raccoglitore dove seguono una serie di duelli a spada. Inizialmente la sorte è sfavorevole a Hynreck che pure rimane ferito ma poi i tre riescono ad uccidere il potente mago e a mettere in salvo centinaia di surypanta, tra cui quelli loro.

Nella storia ci sono le premesse anche per la nascita di un amore che invece non si svilupperà e nell’epilogo del romanzo, Acciai sembra voler dare una nuova grande svolta alla storia parlandoci di navicelle spaziali e di colonizzazione della galassia, temi che non possono non farci pensare all’ampia produzione fantascientica di Asimov.

Se da una parte alcuni nomi dei protagonisti ci richiamano personaggi anglosassoni leggendari (Hynreck, Hykrion, Hydorn fanno pensare a Hygelac e a Hydg, rispettivamente re e regina dei Geati nel poema epico Beowulf) i nomi delle donne, Linda e Sara, richiamano invece direttamente un’origine tutta mediterranea. Gran parte dei toponimi sono anglicizzati pensati forse per darci l’idea di trovarci in territori leggendari scandinavi o tipicamente tolkieniani. Il toponimo di Gaweeck, città d’origine di Hynreck, fa pensare per assonanza a Gatwick, piccolissima città del Surrey e il nome di un importante aeroporto londinese. Il nome del cavallo, Frumgar, è un chiaro riferimento ad uno dei personaggi di Tolkien,  quarto Lord di Éothéod, nipote di Forthwini mentre il mago Sering fa molto pensare a un druido, al simpatico e sbadato Merlino e addirittura al celeberrimo Albus Silente della saga di Harry Potter. In ciascun caso è un mago buono che fornisce all’eroe gli strumenti necessari per vincere e per guarirsi nei momenti in cui viene ferito.

Acciai fonde sapientemente in questo romanzo gesta epiche, fantasiosi scenari folklorici nordici, ed elementi chiaramente favolistici che creano un’atmosfera affascinante e curiosa, così com’è nell’avventuroso e asfittico viaggio per mare di Hynreck, Linda e Sara. Sono molti e improvvisi i momenti epifanici che contribuiscono a sostenere l’intere gesta narrate e a rendere questo viaggio intricato e pericoloso un percorso surreale ma che vorremmo non finisse mai. Un percorso tutto indirizzato verso est.

LORENZO SPURIO

30-04-2011


[1] Recensione pubblicata sulla rivista Segreti di Pulcinella n° 34, Giugno 2011.

[2] cit. in Angelo Marchese, L’officina del racconto, Milano, Mondadori, 1990, pp. 14-19.

Pure – Racconti Erotici (2009)

Il testo è stato pubblicato nel 2009 in modalità e-book e scaricabile in formato pdf con il pagamento di un prezzo irrisorio, pari a 3 Euro.  La finalità del testo, oltre a quella della divulgazione di una letteratura erotica breve, è quella di riservare il ricavo dalla vendita del testo all’Associazione Nazionale Erotica “Erotic Search”, com’è indicato espressamente nell’introduzione del testo.

Sebbene sia un avido lettore e mi piaccia scrivere racconti devo confessare che a tutt’oggi non mi sono ancora cimentato con in genere erotico, sebbene alcuni stralci dei miei racconti possano essere visti e letti sotto questa luce. La mia conoscenza della letteratura erotica è pertanto non molto vasta ma, utilizzando le conoscenze a mia disposizione, scrivo questa recensione i cui pareri ed eventuali critiche rimangono di mio appannaggio.

Il testo si compone di dodici racconti, per lo più brevi. Sono presenti racconti di Romeo Sanna, Daniela Rindi, Tinta, Cristiana Danila Formetta, Kristalia Conti, Ermione e Fausto Rampazzo, Valeria Ferracuti, Cristiana Longhi, Cristina Origone, Alemar, XLater e Luciana Cameli. È evidente da quest’elenco dei coautori dell’opera che c’è una netta presenza di autori donne quasi che venga da pensare che le donne siano più portate, o forse più brave, nel raccontare storie di sesso imbevute di erotismo. È una possibilità che può rivelarsi un’interpretazione giusta leggendo il libro.

Il curatore della raccolta ha espressamente voluto lasciare le scelte tipografiche (tipo e punti del carattere) di ogni autore perché è espressione della sua personalità. Tuttavia la raccolta si manifesta compatta e percorsa da un unico filo rosso, quello dell’erotismo appunto. È un erotismo diversificato, che prende forme e simbolismi particolari in ogni storia.

In “L’ovetto Kinder” (di Romeo Sanna) ci troviamo di fronte a una storia erotica che si basa sull’utilizzo di un oggetto il cui funzionamento viene regolato da un uomo. Si potrebbe vedere nel desiderio della donna un certo feticismo e nell’uomo una certa mania ossessiva.

Un cane incauto che fa cadere un podista è il motivo dell’incontro fortuito e dell’amplesso erotico che avrà luogo sulle rive di un mare ondoso è narrato in “Onda” di Daniela Rindi. Sebbene l’aggettivazione e la descrizione della storia sia convincente, la storia è carente di originalità.

In “Regalo di compleanno” di Tinta una ragazza ha un sensuale rapporto sessuale con l’amante che, al termine dell’amplesso, riceve una telefonata della moglie e la protagonista, frustrata, lascia l’amante da solo in albergo prendendo in mano le redini della sua vita e riconquistando il valore della sua libertà. La telefonata dell’amante viene a rappresentare una sorta di momento epifanico (caro a Joyce) dal quale nasce la liberazione e a partire dal quale le cose cambiano in maniera irreversibile.

“Come tu mi vuoi” di Cristiana Danila Formetta, particolarmente corto, adotta un linguaggio diretto che evita di essere volgare. La protagonista è sottomessa alle prescrizioni del suo uomo che «vorrebbe sembrare un lord invece sembra un pappone» il quale le dice come vestirsi, pettinarsi o come farsi trovare. È un sesso ripetitivo e abituale in cui si è persa la sensualità e il desiderio tanto che la protagonista finisce per essere un oggetto, un automa.

Un rapporto lesbo tra due donne sotto gli occhi di alcuni uomini e poi una donna oggetto sessuale di due uomini allo stesso tempo è raccontato in “La Preda” di Kristalia Conti dove pure fuoriesce una senso di apatia o di rassegnazione della protagonista nell’essere sottomessa sessualmente.

In “Veleno” di Ermione e Fausto Rampazzi vengono narrate scene di sesso in Grecia con ragazzi conosciuti al momento in un bar dove l’erotismo, il bisogno di sesso della protagonista e il suo linguaggio plurilingue si unisce ad un suo senso di maternalismo verso il ragazzo con il quale sta per fare sesso ma il racconto nasconde qualcosa di raccapricciante. È un racconto particolare e ben strutturato ma che non è in grado di emozionare il lettore come altri racconti della raccolta riescono a fare.

Una divertente chattata tra una donna e un uomo che verte sul sesso mentre la donna finge al marito di controllare la posta è dipinta in “Segreti” di Valeria Ferracuti. Mentre il marito si trova nell’altra stanza la protagonista si eccita vedendo il membro del suo interlocutore tramite la webcam. Se il racconto mette in luce un erotismo platonico e una storia abbastanza convenzionale, nella parte finale si intravede la concretizzazione di un amplesso con il suo partner.

Similmente agli spruzzi delle onde del mare durante l’amplesso nel racconto “Onda”, in “Una giornata di pioggia” di Cristiana Longhi ancora una volta è l’acqua l’elemento che risalta. L’acqua, le gocce, gli spruzzi richiamano una materialità liquida, viscida, che fluisce in maniera continua. L’acqua è chiaramente elemento simbolico che caratterizza la donna di contro alla solidità e alla secchezza maschile. Una giornata di temporale è per Cristiana Longhi un momento ottimo per un rapporto d’amore.

L’acqua ritorna ancora nel corso della raccolta nel racconto “Rendimi liquida” di Alemar dove il ricordo di un rapporto sessuale particolarmente edificante e vissuto come momento di auto annullamento porta la protagonista a questo desiderio di replicare l’evento e di sentirsi nuovamente amata, di essere liquida.

“Il Piffero” di Xlater mette al centro della narrazione un’orgia dai toni grotteschi. Il protagonista, carente di rapporti sessuali, si reca ad un’orgia dove spera di poter scopare con qualche donna ma, mentre sta leccando la vagina ad una donna impegnata in attività orali con altri uomini, viene sodomizzato. Inizialmente prova dolore e si sente offeso ma lentamente prova piacere mentre gli astanti all’orgia lo osservano curiosi ed attenti.

In “Dipendenza” di Cristina Origone è di scena un tradimento e il sadismo di una donna nei confronti del suo amante che, pur venendo da lei minacciato e battuto, non può fare a meno di lei, come richiama direttamente il titolo del racconto.

“Due Liti” di Luciana Cameli è un racconto breve ma ricco di aggettivi e di caratterizzazioni. Narra l’amplesso ricercato in maniera vivida e realistica, ponendo grande importanza sul tema della parola durante il rapporto. Da una parte le liti, le argomentazioni illusorie dominate da parole e dall’altra la necessità di mutismo e di silenzio durante il rapporto.

I racconti utilizzano un linguaggio semplice e comune che ben si adatta alle scene che vanno descrivendo. Le narrazioni sono molto brevi quasi intendano fotografare direttamente l’atto dell’amplesso. Evitano di dare interpretazioni dei fatti, giudizi o valori morali e dipingono in maniera diretta ciò che avviene.

È un erotismo segreto fatto di tradimenti, desideri erotici ossessivi, manie, finzioni e meccanismi per rifuggire dal legittimo partner. È un erotismo segreto che viene taciuto o che si realizza occultamente (in chat, in un’orgia, in riva al mare) e che sgorga da un incontro fortuito, da una combinazione di incontri o, come nel caso dell’orgia, da un fraintendimento. In tutti i casi si tratta di un sesso che si manifesta nella sua interezza e che non cela gli aspetti meno edificanti (odori, puzze, sudore) e che non si esime di utilizzare vivide immagini che sono espressioni di atteggiamenti particolarmente focosi e sessualmente accesi.

Una raccolta di racconti ben fatta e che mantiene una sua unità focalizzandosi sulla centralità del momento erotico, dell’amplesso vissuto istintivamente, dell’incontro fortuito portatore di sensazioni inimmaginabili. Di contro a tanta semplicità di linguaggio utilizzata nei racconti trovo difficoltà nell’interpretare esaustivamente il titolo della raccolta, Pure. Potrebbe sembrare un titolo da romanzo seriale che aggiunge qualcosa di nuovo ad una storia già nota. Esclusa questa possibilità il “pure” credo voglia riferirsi alla capacità degli autori di saper andare oltre, travalicare confini per raggiungere uno spazio edenico, quasi utopico, dove l’erotismo trova la sua manifestazione.

Il titolo resta ad ogni modo criptico al lettore e apre alla sua interpretazione, alla necessità di ciascun lettore dell’opera di intravedere in quella definizione un concetto esteso che possa abbracciare l’intera raccolta. Sotto questo punto di vista forse è un titolo ridondante che vuol far riferimento ad un materiale eccessivo e aggiuntivo, non presente nella raccolta. O semplicemente vuole riguardare l’ampia gamma di atteggiamenti che si possono vivere quando ci si trova in situazioni analoghe a quelle descritte, situazioni abbastanza patinate, stereotipate ma che non cadono nel banale. In quei contesti non c’è una scelta binaria di comportamenti ma una scelta infinita ed illimitata di possibilità nella quale, a mio modesto parere, si potrebbe vedere la vera connotazione del titolo Pure.

LORENZO SPURIO

Sensualità. Poesie d’amore d’amare, di Michela Zanarella

Sensualità – Poesie d’amore d’amare di Michela Zanarella

Sangel Edizioni, 2011.

Recensione di Lorenzo Spurio

Devo confessare che non conoscevo Michela Zanarella, giovane poetessa originaria di Padova ma attualmente residente a Roma fino a che non mi ha contattato. Il suo invito a leggere la sua ultima raccolta di poesie mi ha trovato entusiasta e, benché  sia un grande amante di narrativa piuttosto che di poesia, mentre snocciolavo un’attenta lettura delle sue liriche, mi sono trovato sorpreso io stesso. La prima volta ho letto l’intera opera tutta d’un fiato, costruendo nella mia testa una serie di topos che la poetessa ha utilizzato e che, riassunti, possono servire per dare un’analisi dell’opera nella sua interezza. L’aspetto più bello di una silloge poetica, a mio modo di vedere, è quello che non dobbiamo seguire un determinato ordine di lettura ma che possiamo iniziare dalla poesia che chiude la raccolta per poi tornare all’inizio e seguire zigzagando all’interno del testo. Devo confessare che una sola lettura non mi è stata sufficiente non tanto perché ho trovato le liriche difficili ma semplicemente perché ho sentito il bisogno di rileggerle in profondità. Varie liriche mi sono sembrate così, a una seconda lettura, strettamente legate l’un l’altra nei loro temi e nelle suggestive immagini evocate.

Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. Non solo nella poesia “Altro colore” incontriamo un affascinante e poliedrico cromatismo, ma un po’ in tutte le varie poesie: dominano il rosso e il blu, ma anche il bianco viene evocato frequentemente.

E’ una poesia calda e sensuale, addirittura focosa nel caso di “Il colore che s’affaccia” ma l’erotismo non è reso mai banale e fine a se stesso ed è invece capace di evocare quasi una dimensione superiore, quel senso d’infinità che la Zanarella spesso evoca. Così «l’aula del desiderio» e «le musiche appiccicose della femminilità», immagini allegoriche molto curiose e raffinate, finiscono per essere altamente evocative, pur conservando un’altissima carica metaforica.

E’ un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» (in “L’amore intatto”) e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» (in “Chi ama”).

Non da ultimo, una delle immagini più ricorrenti nella silloge che mi ha affascinato, è la presenza del destino, quell’entità che nulla ha a che vedere con Dio e che pone ogni cosa in uno stato di transitorietà, dubbio, insicurezza, in una condizione vacillante, di calma apparente. E’ il dubbio che aleggia su tutto, con il quale la Zanarella mostra di fare i conti nelle sue liriche d’amore: «siamo l’ombra di un destino» dice la poetessa in “Anche se non basta”. Non è il destino ad essere una sorta di ombra, un involucro indistinto alla nostra persona ma piuttosto il contrario. Siamo noi l’ombra, la proiezione del destino, di qualcosa che non è tangibile. Ma anche quando viene evocata questa dimensione fatalistica della realtà essa è sempre funzionale per presentare il tema amoroso: «mentre il cuore sorseggia il destino» (in “Un brivido di chilometri”).

Gli scenari di questi quadretti d’amore, per nulla banali, spesso richiamano il mare o l’acqua in generale (la rugiada, il fiume, il torrente), elemento naturale che rinvia direttamente al genere femminile, alla donna generatrice di sostanze fluide: le lacrime, gli umori, la saliva, ma anche l’acqua amniotica e il latte durante la maternità. La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella. Ma è l’uomo, sembra suggerirci la poetessa, a rendere la donna consapevole della sua condizione: «te, che continui con cura a farmi donna e insieme un’isola». Ancora una volta ritorna il tema dell’acqua nell’immagine dell’isola, porzione di terra circondata dal mare. E sono proprio l’universo dominato dall’acqua, il senso del bagnato e la fertilità della donna che costituiscono il leitmotiv di questa incantevole silloge poetica.

MICHELA ZANARELLA è nata a Cittadella (Padova) nel  1980 ma vive attualmente a Roma. Ha iniziato a scrivere poesie nel 2004 e personalità di cultura e enti locali si sono subito accorti del suo talento di scrittura in versi. Ha vinto alcuni premi di poesia nazionali ed internazionali, oltre alla pubblicazione di suoi pezzi in antologie di poesia a tiratura nazionale. Ha pubblicato le raccolte di poesia Credo, Risvegli e la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole. Tutti i suoi lavori hanno trovato un buon accoglimento da parte di critica e pubblico. Il suo ultimo lavoro è una silloge poetica, Sensualità, poesie d’amore d’amare. E’ attualmente alle prese con la scrittura del suo primo romanzo. Cura i siti internet:  www.apostrofando.it , www.screensoda.it , www.iltrovaevento.it .

LORENZO SPURIO

Jesi, 25-06-2011

Il cinico commercio di cadaveri: Burke and Hare

Burke & Hare (Burke & Hare – Ladri di Cadaveri, 2010) è un film del regista John Landis basato sulla storia di William Burke e William Hare, due famelici killer di origini irlandesi documentati dalla storia.

 1) Burke and Hare Murders: la storia

Gli omicidi di Burke e Hare, conosciuti anche come omicidi di West Port furono una serie di assassini che riguardarono la città di Edimburgo negli anni 1827-1828. Gli omicidi vennero attribuiti a William Burke[1] e William Hare[2], due immigrati di origini irlandesi che uccisero almeno diciassette persone per venderne poi i cadaveri al dottore Robert Knox per fini di studio e per lezioni di anatomia.

Prima del 1832 c’era scarsa disponibilità di cadaveri predisposti per lo studio dell’anatomia nelle scuole mediche inglesi, quali l’università di Edimburgo. Erano disponibili sono due o tre cadaveri all’anno per lo studio del corpo umano per un gran numero di studenti. Vari criminali si dedicarono ad omicidi ed assassini seriali (anatomy murders) e allo stesso tempo iniziarono a diffondersi casi di trafugo di cadaveri dai cimiteri.

Burke conobbbe Hare grazie alla comune conoscenza di Margaret Logue poi diventata moglie di Hare che disponeva di una locanda ad Edimburgo. Burke e Hare divennero grandi amici e assieme riuscirono a vendere una serie di cadaveri il primo dei quali fu un tenente che era morto per cause naturali. Invece di sotterrare il corpo, riempirono la bara con della terra e portarono il cadavere all’università di Edimburgo dove venne acquistato. Il cadavere venne venduto al dottor Robert Knox, anatomista per £7.10s.

La prima vera vittima di Burke e Hare fu un tenente malato, Joseph the Miller. Lo fecero ubriacare con del whisky e lo soffocarono. Lo stesso modus operandi venne utilizzato con le successive vittime e nei vari assassini cooperò anche Margaret  Hare.


Tra le altre vittime ci furono un mendicante, un ritardato mentale, una donna con la figlia, alcune donne probabilmente prostitute e una vecchia assieme al nipote cieco. In  quest’ultimo caso Hare utilizzò un’inaudita violenza contro il giovane avventandosi su di lui e spaccandogli l’osso del collo. Ciascuno corpo venne venduto per £8. I due killer utilizzarono un’efferata violenza nei loro assassini e operarono con estrema lucidità e freddezza tanto che potremmo elevarli al pari di Jack the Ripper, Sweeny Todd e Dracula l’Impalatore.

Uno degli ultimi omicidi destò preoccupazione ed interesse dei familiari della vittima e, velocemente il cerchio degli investigatori si ristrinse attorno a Hare e alla moglie. La confessione di Hare praticamente mandò alla morte il collega Burke che venne impiccato nel 1829 e poi dato all’università di Edimburgo per gli studi anatomici. Hare venne rilasciato nello stesso anno e secondo la leggenda popolare terminò la sua vita come mendicante cieco per le vie di Londra.

Nella letteratura c’è un riferimento a Burke e Hare nel racconto di Robert Louis Stevenson intitolato “The Body Snatcher” che ritrae due dottori responsabili dell’acquisto di cadaveri da dei killer.

Da queste due figure sono stati tratti vari film: The Body Snatcher (regia di Robert Wise, 1945), The Greed of William Hart (regia di Oswald Mitchell, 1948), The Flesh and the Fiends (regia di John Gilling, 1960), Dr. Jekyll and Sister Hyde (regia di Roy Ward Baker, 1971), Burke & Hare (regia di Vernon Sewell, 1972), Burke and Hare (regia di John Landis, 2010).

 2) Burke and Hare (2010): il film 

E’ il 1828.  Il film si apre con i due uomini di origini irlandesi a Edimburgo, in Scozia. L’università di Edimburgo è considerata la più avanzata e importante per le materie medico-scientifiche. Il dottor Knox[3] si occupa di anatomia. C’è penuria di cadaveri da poter analizzare durante le lezioni d’anatomia per gli studenti universitari. Burke e Hare danno inizio ai loro affari basati sulla vendita di cadaveri. Inizialmente pensano di riesumare i corpi inumati al cimitero ma durante la notte dei membri della milizia si accorgono e sono costretti a fuggire. A questo punto decidono di facilitare i loro affari cominciando ad uccidere: uccidono un signore molto grasso mettendogli paura al buio all’interno della sua casa e un’anziana soffocandola e spaccandole un vaso in testa. Ogni cadavere che viene venduto al signor Knox viene pagato sui quattro-cinque sterline.

Il trafugo di cadaveri durante l’Ottocento era una pratica ampiamente utilizzata da balordi e criminali che, una volta de seppellito il cadavere, provvedevano a venderlo illegalmente a medici privati, come avviene nella storia di Burke e Hare. Nel racconto “The Premature Burial” di Edgard Allan Poe si fa riferimento alla pratica del trafugo di cadaveri:

Arrangements were easily effected with some of the numerous corps of body-snatchers, with which London abounds; and, upon the third night after the funeral, the supposed corpse was unearthed from a grave eight feet deep, and deposited in the opening chamber of one of the private hospitals.[4]

E’ curiosa una delle scene iniziali del film dove Hare, per poter partecipare ad una festa in un locale, si spaccia per Wordsworth e quando poi il vero Wordsworth accompagnato da Coleridge si presenta alla porta d’entrata della festa, le loro vere identità non vengono credute e vengono mandati via.

Il dottor Knox intende far bella figura con i suoi studi, le sue analisi e ricerche sul corpo umano dinanzi al re che fa visita a Edimburgo, soggiornando nella sua residenza di Holyrood Palace. Il professor Monro[5] si interessa anch’egli di scienza e del corpo umano ma appartiene ad una scuola di studio più tradizionale. Tra di lui e il dottor Knox c’è una continua lotta di potere per poter primeggiare in vista anche della visita del sovrano che riconoscerà l’uomo che si è maggiormente distinto nel suo campo scientifico dandogli il sigillo reale.

Nel film Burke viene inizialmente mostrato come quello meno propenso ad uccidere, più insicuro e dubbioso del loro ruolo di killer mentre Hare è più diretto, violento e  risoluto. Nei loro traffici di cadaveri vengono aiutati e nascosti da Margaret, la moglie di Hare. Burke, d’altro canto, finanzia con i soldi che derivano dalla vendita dei cadaveri, l’allestimento dell’opera teatrale di una ragazza della quale si è innamorato, Jimmy Hawkins.

Il signor McTavish, il boss della città che controlla i vari traffici legali e illegali, ha fatto pedinare i due uomini cercando di capire da che attività guadagnassero i soldi. Ovviamente non glie lo rivelano. McTavish chiede loro il cinquanta per cento dei loro proventi in cambio di protezione ma loro rifiutano. Scoperti i loro traffici McTavish chiede loro di entrar a far parte dei loro affari di smercio di cadaveri ma Burke e Hare lo uccidono, consegnando poi il suo corpo al dottor Knox che lo seziona.  Dato che McTavish è un uomo molto conosciuto, le milizie indagano su chi è stato a portare il cadavere al dottor Knox.

Il dottor Knox si presenta a Holyrood Palace per presentare il suo libro di immagini sul corpo umano, foto che ha scattato sui tanti cadaveri che ha analizzato. La milizia arriva al palazzo e interrompe Knox che si appresta a presentare il suo libro al re, accusandolo di aver ucciso decine di uomini per fare quel libro. Per la raccolta sono stati utilizzati sedici cadaveri. La milizia lo interroga chiedendogli chi gli ha fornito i sedici cadaveri e lui glie lo rivela. La milizia arresta Hare, sua moglie, Burke e Jimmy con l’accusa di omicidio. La notizia si sparge ad Edimburgo e il popolo chiede che i quattro vengano messi al capestro.

Lord Harrington chiede al capo della milizia di non mandare a processo Hare e Burke ne di ucciderli perché questo provocherebbe troppo clamore ad Edimburgo e rovinerebbe la fama della città come sede della più importante facoltà di medicina al mondo. Il capo della milizia pone una condizione a Hare e Burke: se uno dei due confesserà i delitti, l’altro potrà uscire di carcere. Burke confessa per salvare dal carcere Jimmy, la sua innamorata. Burke viene impiccato.

Alla fine William Hare apre un’agenzia di onoranze funebri che gestisce assieme alla moglie ed è  l’unico ad ottenere il sigillo reale. Il corpo di Burke viene consegnato al dottor Monro che lo seziona dinanzi agli studenti. Il dottor Knox parte per il nuovo mondo. Jimmy diviene un’affermata attrice e anche il discepolo del professor Monro, un certo Charles Darwin, diviene popolare dopo aver venduto un gran numero di copie della sua opera, The Origin of Species.

Trattandosi di un film che si basa su una storia vera, documentata dalle cronache del tempo, tutti i personaggi sono realmente esistiti: non solo Burke e Hare ma anche il capo della milizia, Lord Harrington, il dottor Knox, il dottor Monro e personaggi rilevanti all’interno della letteratura: Charles Darwin, William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge. Il re a cui si fa riferimento nel corso del film, non viene nominato con il suo nome ne tantomeno viene mostrato in scena, ma essendo la storia documentata nel 1828 si tratta di re Giorgio IV di Hannover (1762-1830).

Un film che ripercorre una storia interessante e al tempo stesso agghiacciante, facendolo in maniera abbastanza comica e che può essere sicuramente apprezzato da coloro che, guardando Sweeny Todd, hanno trovato la sua storia terribilmente curiosa e ricca di momenti di suspense.


LORENZO SPURIO

22-06-2011


[1] William Burke (1792-1829) dopo aver servitor l’esercito irlandese lasciò la sua famiglia ed emigrò in Scozia nel 1817 dove lavorò nella marina e poi come venditore di tessuti, fornaio e calzolaio.

[2] William Hare (1921-1804) come Burke emigrò dall’Irlanda verso la Scozia dove lavorò nella marina. Ad Edimburgo conobbe Mr. Logue che gli diede un tetto sotto al quale poter dormire e, alla morte dell’uomo si sposò con la sua vedova.

[3] Robert Knox (1791-1862) fu uno scienziato, anatomista e chirurgo scozzese. Fu una delle massime autorità nel suo campo medico-anatomico ad Edimburgo prima dello scandalo che lo coinvolse circa i crimini di Burke e Hare. Come il film evidenzia ebbe una serie di screzi con il professor Alexander Monro, anatomista dell’università di Edimburgo mentre lui lavorò come anatomista di una scuola privata.

[4] Edgard Allan Poe, “The Premature Burial”. Testo tradotto: «Fu loro facile intendersi con una delle tante associazioni di trafugatori di cadaveri che abbandonano Londra; e la terza note dopo il funerale il presunto cadavere venne esumato da una fossa profonda otto piedi e portato nella sala operatoria di una clinica privata», in Edgard Allan Poe, Racconti del terrore, Milano, Mondadori, 1992, p. 250. Come si evince dal testo citato la pratica del trafugo di cadaveri era diffusa anche a Londra oltre che ad Edimburgo.

[5] Alexander Monro tertius (1773-1859) fu professore di anatomia all’università di Edimburgo. A quel tempo l’università di Edimburgo era considerata la massima autorità in campo medico-anatomico al mondo ma la penuria di cadaveri da analizzare prima dell’Anatomy Act (1832) provocò gravi problemi negli studi. Uno dei frequentatori delle lezioni universitarie di Alexander Monro fu un giovanissimo Charles Dickens che seguì alcune lezioni, interessandosi poi e specializzandosi in altre branche scientifiche. 

L’universo delle lingue: il vallone

Questo breve articolo sulla lingua vallone che si parla in Belgio non può che partire da considerazioni più generali che riguardano questo paese. Lo stato riconosce tre lingue ufficiali: francese, nederlandese (olandese) e tedesco. Il vallone, assieme ad altre lingue minoritarie non è considerato lingua nazionale. Il Belgio è costituito da due grandi regioni, una al nord e una al sud, alle quali corrispondono due diverse culture e tradizioni. A nord troviamo la regione delle Fiandre che ospita la capitale Bruxelles dove si parla il fiammingo e a sud la regione della Vallonia in cui il capoluogo è la città di Numar dove si parla vallone e francese.

Fatte queste precisazioni, concludiamo che il vallone (walon in vallone, wallon in francese) è dunque la lingua della Vallonia, ossia della regione meridionale del Belgio[1]. Si tratta, al pari del francese e dell’italiano, di una lingua romanza o neolatina ossia che deriva dal latino.

Difficile collocare su una scala temporale la data di nascita della lingua anche se vari documenti sottolineano il fatto che si tratta di una lingua molto vecchia, probabilmente già presente nel 1200. Il termine ‘vallone’ però non compare prima del 1510 quando Jean Lemaire de Belges lo utilizzò per primo per delineare questa lingua romanza.

Nel corso della storia il vallone venne impiegato principalmente dalla cultura subalterna popolare e nell’uso orale mentre il francese veniva impiegato in contesti elevati, prestigiosi, ufficiali e nella burocrazia. La sviluppo e l’elaborazione della lingua hanno permesso oggigiorno di considerare quattro varianti del vallone, a seconda delle loro zone di parlata (vallone orientale, occidentale, centrale, meridionale). Eviteremo di dare le differenze di queste varianti perché il nostro interesse è quello di spiegare, in via generale, qualche accenno della lingua vallone. Non dobbiamo tuttavia pensare che la lingua vallone sia molto vicina alla lingua francese. Basteranno alcuni esempi: Ciao! (francese Salut!; vallone Djusk’a!); di niente (francese De rién; vallone (i gn) rén avou ça).

Come si diceva all’inizio le due regioni che costituiscono il Belgio sono tradizionalmente molto diverse e anche sotto il punto di vista linguistico. Il contrasto Fiandre-Vallonia non è solo linguistico, tradizionale, ma motivato anche da motivazioni storiche e culturali. Le Fiandre hanno una popolazione tradizionalmente cattolica e monarchica mentre la Vallonia anticlericale e socialista. Del fiammingo, ossia una variante del nederlandese, parleremo un’altra volta. Il contrasto tra le due lingue, tra le due regioni, diede vita a metà degli anni ’90 ciò che è comunemente ricordato come “la questione belga”. Nel 1962 le leggi Gilson stabilirono le frontiere linguistiche delle due comunità e il riconoscimento del bilinguismo nella zona attorno a Bruxelles, la capitale del Belgio.

Il vallone, secondo recenti stime, è parlato da 600.000 persone al mondo (principalmente concentrate nella regione della Vallonia assieme al francese) mentre il fiammingo (nederlandese variante belga) da 6.000.000 di persone al mondo nelle Fiandre.

Link per approfondimenti:

http://users.skynet.be/lorint/wallang/index.html

http://www.orbilat.com/Languages/Walloon/Walloon.htm

http://www.usefoundation.org/view/123


LORENZO SPURIO

19-06-2011


[1] La pagina italiana di Wikipedia indica che il vallone viene parlato anche in altri contesti geografici: in alcuni borghi in Lussemburgo (Doncols e Sonlez) e nella zona di Green Bay (Winsconsin) negli Stati Uniti, dove nel XIX secolo emigrarono varie persone originarie della Vallonia.

Die Päpstin / La Papessa (2009)

Il film narra una delle leggende meno note che concernono la storia papale e prende in considerazione l’elezione al soglio pontificio di una donna sotto mentite spoglie che, addirittura, rimane incinta e partorisce un figlio morto[1]. Il film è basato sul romanzo Pope Joan (1996) della scrittrice americana Donna Woolfolk Cross. Vediamo prima che cosa narra la leggenda e poi come la storia è stata trasposta nel recente film. La storiografia pontificia ha parlato dei vari papi, degli antipapi e anche dei doppi papi del periodo tradizionalmente noto come cattività Avignonese. In pochi si sono occupati della papessa Giovanni che, a tutt’oggi, viene considerata come una vera e propria leggenda popolare. Questo significa che non ci sono abbastanza elementi per considerare la storia vera. La leggenda narra che una volta scoperta la gravidanza della donna il popolo la ripudiò così come i vari vescovi romani. Venne fatta legare a un cavallo in corsa per le vie di Roma e poi lapidata dal popolo. Secondo altre varianti invece la papessa sarebbe morta durante il parto. Il nome che Giovanna utilizzò (Giovanni VIII) venne in seguito utilizzato da un altro papa.

Secondo la storiografia ufficiale papa Sergio II regnò dall’844 all’847 e fu seguito da papa Leone IV che regnò dall’847 all’855 e quest’ultimo da papa Benedetto III che regnò dall’855 all’858. Secondo la leggenda la papessa avrebbe regnato per un periodo di tempo che va dall’835 all’855, sostanzialmente improbabile se decidiamo di rifarci alla storiografia ufficiale.   Ritorniamo al film. Giovanna  (Johanna Wokalek) nasce a Ingelheim nel 814 d.C. da una famiglia molto povera. Il padre è austero, violento e cresce la famiglia secondo un severissimo insegnamento cristiano. Dopo la morte del primogenito è intenzionato a mandare il secondogenito a studiare nella scuola-cattedrale di Dorstadt ma questi sembra essere poco propenso mentre la sorella Giovanna è particolarmente adatta: ha imparato a leggere e scrivere segretamente da suo padre e conosce i testi sacri. Così entrambi riescono a entrare nella scuola-cattedrale; la gran parte dei nobili e dei religiosi che gravitano a Dorstadt vedono di cattivo occhio la presenza di una ragazza all’interno di quell’istituto religioso.  Essendo ancora piccola e non essendoci spazi destinati alle donne nella scuola-cattedrale, Giovanna viene affidata alle cure del conte Gerold (David Wenham), un nobile alla corte del vescovo. Giovanna crescerà con lui e con la sua famiglia e dopo un’iniziale amicizia con Gerold la ragazza s’innamora del nobile. Intanto il conte Gerold deve lasciare il vescovado per la guerra di successione al trono di Carlo Magno e così i due si separano. A questo punto Giovanna decide di travestirsi da uomo, assumendo l’identità di fratello Johannes Anglicus (che in latino significa Giovanni l’Inglese) ed entra come monaco nell’abbazia di Fulda.

In seguito ad un viaggio-pellegrinaggio a Roma, Giovanna, considerato un monaco dalle doti quasi miracolose per aver guarito una donna dalla peste, viene chiamata per guarire papa Sergio II (John Goodman) che è malato. La prima immagine che abbiamo del pontefice è quella di un uomo violento, corrotto, solo intenzionato a bere vino e sempre sdraiato sul suo letto regale a causa della sua malattia. Giovanna stabilisce per lui una nuova alimentazione basata a verdure e acqua negando al Pontefice di continuare a bere il vino. Alla corte pontificia riesce a mantenere il segreto della sua identità. L’ambiente che circonda il Pontefice è ampiamente corrotto e degradato e il nomenclatore Anastasio (Anatole Taubman), una sorta di portavoce scelto, di fatto maneggia completamente questioni economiche secondo le sue volontà. Una volta resosi conto dello sbaglio di essersi fidato per troppo tempo di Anastasio, il papa affida a Giovanna l’incarico di nomenclatore. Intanto per Giovanna si presenta l’occasione per rincontrarsi con il conte Gerold e si abbandona a una notte d’amore con lui. Le condizioni del papa peggiorano o, più probabilmente come vuol far suggerire il film, il pontefice muore a seguito di uno dei tanti cavamenti di sangue che Giovanna non aveva mai approvato. L’elezione al soglio pontificio non avviene con un conclave, un’assemblea di cardinali che si riuniscono segretamente, come accade oramai da vari secoli ma in maniera aperta dinanzi al popolo. Qualche religioso propone un candidato esaltandone le capacità, le grandezze, le doti e il passato glorioso della sua stirpe e si continua così, per acclamazione, finché non si giunge a una decisione congiunta. In quella sede un religioso nomina come candidato Giovanni Anglicus, Giovanna, che alla fine viene eletto come nuovo pontefice.

Il pontificato di Giovanna si caratterizza per essere molto attento alle problematiche del popolo, con la concessione di varie delibere e la proposta d’istituzione di una scuola religiosa femminile. E’ un pontificato estremamente innovativo e progressivo che si caratterizza per una serie di innovazioni scarsamente apprezzate dalla cerchia di vescovi ancora troppo conservatori e tradizionalisti. Durante la processione di Pasqua, il conte Gerold, nominato da Giovanna capo del corpo armato papale, è impegnato a difendersi in una serie di scontri corpo a corpo con alcuni uomini probabilmente ingaggiati dal potente e cinico Anastasio. Mentre Gerold muore trafitto da una lama, la papessa Giovanna scende affannosamente dal suo cocchio papale accasciandosi a terra. Muore dissanguata a seguito di un aborto spontaneo o, se vogliamo essere più romantici, per la rottura del cuore dovuta alla morte del suo amante. L’ampia opera storiografica scritta da Anastasio su tutti i papi della storia e priva della scheda biografica della papessa Giovanna viene completata da una religiosa donna che, grazie all’aperture e alle innovazioni nella chiesa promosse da Giovanna, può finalmente mostrarsi senza travestimenti. Un’interessante e affascinante film che ci trasporta in scenari pre-medievali e in cui la chiesa papale non era ancora così strutturata ed organizzata come siamo soliti intenderla. I colori giocano un ruolo importante per l’intero film: il verde della brughiera e dei boschi che domina durante l’infanzia di Giovanna, il nero del mantello benedettino e poi l’oro, il verde acceso, il viola, l’arancione lucente delle vesti dei vescovi e di papa Sergio II fino alle vesti papali da lei indossate, il sangue del suo amante Gerold e il suo per la perdita del bambino.  

http://www.cineasten.de/filme/die-paepstin.html

LORENZO SPURIO

15-06-2011

[1] In realtà non si tratta del primo film che affronta questa vicenda infatti nel 1972 il regista Michael Anderson produsse il film La papessa Giovanna che uscì con il titolo originale di Pope Joan. Nel film l’imbizzarrimento del cavallo che portava il cocchio pontificio causò un grave incidente nel quale la papessa ebbe un parto prematuro. Scoperto il segreto Giovanna venne fatta oggetto delle violenze decise dai vescovi che fecero trascinare Giovanna per i piedi di un cavallo per le strade di Roma e infine lasciata morire per lapidazione dalla folla romana.

E’ uscito Segreti di Pulcinella n°34

E’ uscito oggi 6 Giugno 2011 il nuovo numero della rivista online Segreti di Pulcinella diretta dal sign. Massimo Acciai. Il numero 34 della rivista è dedicato a “L’Italia” in onore delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia.

Il numero della rivista è particolarmente corposo ed eterogeneo. E’ possibile leggerlo collegandosi al sito ufficiale della rivista http://www.segretidipulcinella.it/ dove pure è possibile scaricarlo in formato pdf.

La copertina della rivista, come per ogni numero, è fatta da Andrea Cantucci mentre l’impaginazione in pdf è stata curata da me.

Nella rivista ci sono interessanti contributi: oltre a svariati racconti e poesie ci sono alcune recensioni di recenti film (Cappuccetto rosso sangue, Habemus Papam, Red, Thor, Una notte da leoni 2), articoli di musica, danza, disegno e quant’altro oltre ad alcune recensioni di alcuni libri tra cui la mia recensione al romanzo fantasy del direttore Massimo Acciai intitolato Sempre ad Est, di prossima uscita per la Faligi Editore.

Il prossimo numero, la cui data di scadenza per l’invio dei materiali è fissata per il 31 Agosto prossimo, avrà come tema “La pace”.

I testi dovranno essere inviati per e-mail al direttore: massimoacciai@alice.it

o alla redazione:  segretidipulcinella@hotmail.it  

Buona lettura.


LORENZO SPURIO

06-05-2011

I ragazzi stanno bene (2010)

 Al centro del recente film I ragazzi stanno bene (The Kids Are All Right, 2010) c’è una famiglia un po’ diversa rispetto a quella che solitamente siamo soliti immaginare. Due madri (Nic e Jules) e due figli (Joni e Laser), rispettivamente ciascuno figlio di una delle due donne che sono legate tra loro da una relazione omosessuale. Il film offre varie scene di questo amore saffico ma allo stesso tempo mostra nella prima parte la tranquillità e la spensieratezza della vita familiare. Tuttavia i problemi arriveranno nel momento in cui uno dei due figli, Laser (Josh Hutcherson), chiede a sua sorella diciottenne Joni (Mia Wasikowska), di fare per lui un’importante telefonata. Il ragazzo infatti è intenzionato a scoprire e a conoscere il genitore genetico che è lo stesso di quello di sua sorella. Così la sorella telefona alla Banca del seme e entrambi fanno tutto questo segretamente dalle due madri temendo che loro non ne siano d’accordo. Una volta conosciuto Paul (Mark Ruffalo), il padre genetico, questo entrerà a pieno nella vita dei due ragazzi i quali prenderanno a trascorrere molto del loro tempo libero con lui. Intanto Paul propone a Jules (Julianne Moore), che si occupa di decorazione paesaggistica, di occuparsi del suo giardino di casa che versa in pessime condizioni.

Così la donna comincia a lavorare nel giardino e ben presto anche lei rimarrà affascinata dall’uomo avendo vari rapporti sessuali con lui. Questo avviene tutto all’oscuro di Nic (Annette Benning), la quale nella coppia omosessuale rappresenta, se vogliamo, il principio maschile: è lei che siede a capotavola e che ricorda ai figli le “regole familiari”, è lei che impone divieti ed è con i soldi del suo lavoro (è una dottoressa) che la famiglia va avanti. Inoltre ha un debole per il buon vino rosso e spesso finisce per ubriacarsi. Quando intuisce che c’è qualcosa che non va e che l’arrivo di Paul nella vita della sua famiglia sta portando gravi disagi (la figlia, forte della sua maturità, si scontra verbalmente con lei, rifiutando di attenersi ai suoi divieti come quello di salire in moto; la compagna è sempre meno attenta nei suoi confronti) non manca di confrontarsi in maniera colorita con l’uomo, intenzionata a fargli capire che non è ben accetto nella famiglia e che lui non è parte di essa. Durante tutto il corso del film, Paul non viene mai chiamato dai figli “genetici” come padre ma sempre come ‘donatore di sperma’.

Il film, oltre a tratteggiare una relazione lesbica alle prese con vari problemi che sfociano in una vera e propria crisi tra le due madri, pone in risalto il contrasto tra genitore naturale (o genitore genetico) e genitore che cresce e dà affetto ai propri figli. Paul infatti, pur sentendosi progressivamente, sempre più parte di una famiglia, non può avanzare nessuna pretesa sui suoi figli in quanto questi sono stati concepiti non all’interno di un matrimonio ufficializzato o comunque da un’unione d’amore ma in virtù della semplice donazione di sperma. Quando Nic scopre che Jules l’ha tradita proprio con il donatore di sperma inizia la vera crisi del loro rapporto lesbico e le due prendono a dormire separatamente in casa. Ad un certo punto però Jules riconosce davanti all’intera famiglia di aver sbagliato, di non essere diventata etero e che ama, come sempre, Nic e lentamente le cose vanno risistemandosi. In un ultimo confronto tra Paul e Nic quest’ultima chiede all’uomo di star lontano dalla sua famiglia e Jules fa sapere a Paul che non intende andare avanti con la loro relazione clandestina perché ama Nic.

La situazione finale della famiglia dominata da felicità e dall’ unione ritrovata, si ricollega in maniera circolare a quella dipinto all’inizio del film prima dell’introduzione di Paul. Alla fine le due madri, assieme a Laser accompagnano Joni al college dove comincerà a frequentare l’università e la stretta di mano in auto tra le due donne sottolinea il perdono di Nic nei confronti di Jules e la ritrovata tranquillità e unità della coppia. Il film, a mio modo di vedere, tratta una serie di temi per niente semplici ma che sono di impressionante attualità. Storie del genere possono in effetti rispecchiare una serie di famiglie omosessuali nelle quali ci sono figli adottati o, come nel film, nati dall’inseminazione artificiale. E’ un film che, credo, sarebbe malvisto e criticato dalla Chiesa o da qualsiasi cattolico moderato ma che sottolinea sapientemente come un rapporto d’amore vero e duraturo possa esistere anche all’interno di una coppia che non sia necessariamente costituita da un uomo e una donna. Il rapporto lesbico, il matrimonio omosessuale, l’inseminazione artificiale, la famiglia con due madri e nessun padre non sono elementi che finiscono per essere delle mere trovate cinematografiche per rendere avvincente e innovativa la trama di questo film ma sono specchio diretto della complessità e della varietà dei rapporti e delle relazioni sessuali della nostra età, unite ai grandiosi progressi medico-scientifici per quanto concerne la fecondazione assistita.

Trailer in italiano:


Fonti

Sito ufficiale del film:     the_kids_are_all_right

Christopher John Farley, “The Kids Are All Right: Director Lisa Cholodenko on Her New Film”, Speakeasy, 7 July 2010.

Andrew O’Hehir, “Sundance, “The Kids Are All Right”: Scenes from a Lesbian Marriage”, Salon, 26 January 2010.

Steven Zeitchik, “Sundance 2010: The Kids Are All Right becomes a Sundance sensation”, Los Angeles Times, 26 January 2010.


LORENZO SPURIO

05-06-2011 

L’universo delle lingue: Alla scoperta del walser

Questo articolo scritto da Massimo Acciai è stato già pubblicato sulla rivista Segreti di Pulcinella (www.segretidipulcinella.it), nr. 32, Dicembre 2010 e viene qui riproposto su concessione dell’autore.

Abbiamo parlato, un precedente approfondimento sulle lingue minoritarie presenti sul territorio italiano, del “sappadino”; vediamo adesso un altro idioma (anzi, un insieme di varianti) riconducibile all’antica lingua germanica: il walser…

Parlato in ben cinque nazioni europee (Italia, Svizzera, Francia, Austria e Liechtenstein), nel nostro paese è presente in due regioni: il Piemonte (lo abbiamo nominato parlando del piemontese) e la Valle d’Aosta, per un totale di circa 3500 parlanti. Ricordiamo anche che il walser è tutelato in Italia dalla legge 482 del 1999.
Vediamo innanzitutto l’origine di questo nome un po’ curioso, che nulla ha a che vedere con la nota danza in tempo ternario; “walser” viene da “walliser”, ossia “vallesano”; luogo di partenza delle migrazioni, avvenute a partire dal ‘200, è infatti il cantone Vallese, in Svizzera. La cultura walser si è quindi diffusa nel medioevo portando con sé le tipiche pittoresche costruzioni, i costumi, le tradizioni e naturalmente la lingua (nelle sue varianti).

Come tutte le lingue rimaste a lungo isolate (nel caso del walser, nelle vallate alpine rese impraticabili dai ghiacci per buona parte dell’anno) sono molti i caratteri arcaici e la differenziazione in molte varianti locali (pare che quella più “pura” sia quella di Gressoney); tutte le varianti sono molto simili, com’è logico aspettarsi, allo svizzero tedesco più arcaico.
Tramandato per molto tempo esclusivamente per via orale, ha trovato una prima forma scritta solo nel ‘700, soprattutto grazie alla chiesa cattolica (tra i primi documenti in questa lingua vi sono i manoscritti dei parroci; ricordiamo anche un piccolo catechismo stampato nel 1839); la tradizione orale è rimasta comunque viva.
Per chi fosse interessato ad apprendere la lingua, o comunque a saperne di più, rimandiamo ad un link alla fine di questo articolo; molti sono i progetti di recupero e valorizzazione del walser (ormai sono pochi i giovani in grado di parlarlo, dal momento che non è lingua usata nelle scuole), e naturalmente non mancano dizionari e grammatiche rivolte a grandi e piccini. 

Libri sui walser: http://www.walseritaliani.it/volumi/libri%20gen.htm 


MASSIMO ACCIAI

La corrida: A tourada (la corrida portoghese) 10/10

Con questo articolo si conclude il lungo ed interessante (spero) percorso nel mondo della tauromachia.

Il Portogallo condivide alcune delle pratiche taurine che sono impiegate in Spagna ma ne ha alcune proprie. Nelle praças de touros i tori non vengono uccisi e la lotta tra l’uomo e l’animale non è cruenta e basata sull’uso delle armi ma è una lotta ragionata che preferisce il gioco d’abilità (rejoneos) o della forza (forcados). Gli unici spettacoli taurini che sul territorio portoghese permettono l’uccisione del toro secondo la legge avvengono a Barrancos, nell’Alentejo. Il centro taurino più importante in Portogallo è la regione di Ribatejo.

L’elemento che differenzia maggiormente la corrida portoghese da quella spagnola è il fatto che il toro, pur sfidato e torturato durante la corrida, non viene ucciso sotto gli occhi della gente nella praça de touros ma ucciso in un secondo momento quando il toro è stato immobilizzato in delle gabbie. Se questo può indurci a credere che la corrida portoghese sia meno violenta di quella spagnola non dobbiamo cadere in questo inganno poiché il toro in entrambi i casi viene torturato ed ucciso. Poco cambia se venga ucciso nella praça o in sordina. E’ difficile dire quale delle due varianti (quella spagnola, o quella portoghese) sia più cruenta.

In Portogallo ci si riferisce alla corrida con il nome di tourada (da touro, toro), il luogo dove viene effettuata si chiama praça de touros, equivalente della plaza de toros spagnola e il torero è chiamato toreador. Nella foto a destra la Praça do touros do Campo Pequeno di Lisbona.

Così come avviene nella corrida spagnola il toro viene tenuto al buio per le 24 ore precedenti al momento in cui verrà liberato per far aumentare in lui l’ansia e la preoccupazione ed incrementare la sua aggressività. Prima che venga rinchiuso gli viene posta un’imbracatura di cuoio attorno al collo che ne limita i movimenti sia durante la sua permanenza al buio che dopo durante la corrida. Una volta che viene liberato il toro è nervosissimo e giunge nell’arena particolarmente furente ed energico.

Se nella corrida spagnola la finalità è quella di uccidere il toro in quella portoghese invece è di placcare il toro. Anche nella corrida portoghese il toro viene stancato ma non crudelmente attraverso la lanza de picar, ma attraverso le faticose corse che fa dietro il cavallo.

La tourada portoguês si compone di due parti: a lide a cavalo (lotta a cavallo) e poi a pega (l’acchiappo o la presa). La prima parte è attuata da un cavaleiro (cavaliere) che prende il nome di fidalgo (è l’equivalente del picador spagnolo). Il fidalgo attraverso la sua maestria si fa inseguire, provocando il toro e poi evita le ripetute cariche e cornate del toro. Solo quando il toro si avventa per caricare il cavallo con le corna ben dritte allora il fidalgo gli pianta le farpas (l’equivalente delle banderillas spagnole).

Una volta che il fidalgo ha sfiancato il toro esce di scena ed entrano i forcados, otto uomini che in fila indiana, tenteranno di immobilizzare il toro. Il capo forcado (forcado de cara) provoca il toro con urla, gesti, insulti e movimenti bruschi . Il toro si infuria e fa per caricare il capo forcado. Dietro di lui in fila indiana sono disposti gli altri sette forcados. Il capo forcado nell’impatto cerca di buttarsi tra le corna del toro per tenerlo in pugno; gli altri si gettano tra le gambe del toro, gli saltano sul collo e lo afferrano per la coda.

A volte i forcados non ci riescono e il toro fa filotto, facendo sbalzare a terra gli otto uomini.  Quando si rialza da terra il capo forcado ha il volto e il vestito imbrattato di sangue ma non si tratta del suo bensì quello del toro fuoriuscito dalle ferite delle farpas.

Solitamente i forcados non riescono a immobilizzare il toro dopo almeno quattro o cinque azioni di questo tipo. Quando uno dei forcados riesce ad afferrare il toro per la coda (rabillador) il traguardo è stato raggiunto.

La corrida portoghese termina quando l’animale termina di lottare. Al termine, stremato viene collegato a quattro buoi che lo trascinano via. In alcuni casi l’animale è già morto o, se così non fosse, viene ucciso in una stanza poco distante. 

 LORENZO SPURIO

30-05-2011

La corrida: la cogida 9/10

[La plaza de toros] es escenario de una fiesta que a veces enciende los corazones y a veces los apaga con el soplo del pitón de un toro instrumento del destino.[1]

La storia ci insegna che molte volte, anche toreros professionisti e con una lunga carriera di matador alle spalle, hanno trovato difficoltà nel gestire un toro, sono stati feriti, scornati ed hanno riportato lesioni gravi che li hanno portati alla morte. Il famoso quadro La muerte del picador (1793) di Francisco Goya sebbene si riferisca alla figura del picador e non del torero propriamente detto sottolinea quanto sia alto il rischio di perdere la vita nel corso di una corrida.

Nel linguaggio taurino si utilizza l’espressione di cogida per far riferimento alle scornate dei tori. Si ricorderà a questo riguardo le drammatiche immagini e video che sono stati diffusi dalla stampa e in rete della cogida del torero Julio Aparicio in una corrida celebrata a Las Ventas durante la Feria de San Isidro nel 2010. Il torero sivigliano durante il primo toro che sfidava quella sera venne incornato sotto il mento e il corno dell’animale gli attraversò la bocca. Impressionanti le immagini in cui il torero veniva infilzato dal corno dell’animale che finiva per spuntargli dalla bocca. I giornali titolarono la notizia scrivendo escalofriante cogida (cornata da brivido), cornada brutal e espeluznante cornada.  Condotto subito in ospedale venne sottoposto ad una serie di interventi chirurgici che riuscirono a salvargli la vita. Pur trattandosi di una cogida d’impressionante gravità il torero riuscì a salvarsi.

Alcune delle più recenti cogidas sono state quelle sofferte dal torero José Maria Tejero nella plaza de toros de Albacete nel 2009, dal torero José Tomás a Las Ventas nel 2008, dal novillero Pedro Marín nella plaza de toros de Valencia nel 2008 e dalla rejoneadora Noelia Mota nella plaza de toros di Marbella (Málaga) nel Settembre 2010. Le cogidas sono molto comuni e avvengono molto spesso; alcune sono particolarmente gravi e possono portare a emorragie e alla morte altre possono invece essere recuperate in un tempo più breve a seconda della profondità della ferita e della porzione del corpo interessata.

Una cogida mortale fu quella del torero Manuel Laureano Rodríguez Sánchez conosciuto come Manolete[2] (1917-1947), torero cordobese che morì sulla plaza de toros de Linares (Jaén) a seguito di una grave emorragia alla coscia destra dovuta ad una cornata del toro Islero dell’allevamento di Eduardo Miura. Alla sua morte il generale Francisco Franco dichiarò tre giorni di lutto. Studi più recenti sostengono che la morte del torero non fu dovuta tanto alla ferita causata dalla cornata ma da un’erronea trasfusione di sangue.

Altra cogida fatal fu quella che portò alla morte il torero Manuel Báez Gómez “Litri”  (1905-1926) a seguito di una grave scornata ricevuta nella plaza de toros di Málaga nel 1926. Rafael Vega de los Reyes “Gitanillo de Triana” (1904-1931) conosciuto anche come Curro Puya trovò la morte nell’agosto del 1931 dopo una lunga agonia causata da una cogida avvenuta il 31 maggio 1931 a Las Ventas di Madrid inflitta dal toro Fandanguero. Il famoso letterato membro della generación del ’27 e torero Ignacio Sánchez-Mejías  (1891-1934), cognato del torero Joselito “El Gallo” morì nel 1934 a seguito di una cornata ricevuta nella plaza de toros di Manzanares (Ciudad Real) dal toro nominato Grenadino. Il poeta e amico Federico García Lorca scrisse l’elegia Llanto por Ignacio Sánchez Mejías[3] (1935) considerato uno dei migliori testi poetici spagnoli nella quale celebra il torero e lamenta la sua perdita.

Ignacio Sánchez Mejías assistette alla morte del cognato, José Gómez Ortega “Joselito” (1895-1920) avvenuta a seguito di una cogida nella plaza de toros di Talavera de la Reina (Toledo). La memoria di un grande torero come Joselito è tutt’oggi viva: ogni 16 maggio nella plaza de toros di Las Ventas di Madrid le cuadrillas percorrono il paseillo desmonterados (con la montera in mano) e si osserva un minuto di silenzio a ricordo della morte di Joselito.

Manuel Leyton Peña “El Coli” (1918-1964), banderillero, morì nella plaza de toros di Las Ventas di Madrid per una cornata ricevuta da un novillo dell’allevamento di Rodríguez de Arce. Al banderillero è stata dedicata una via nella città di Jerez de la Frontera.  Il 23 agosto 1966 morì nella plaza de toros di Bilbao il banderillero Antonio Rizo che faceva parte della cuadrilla del torero El Monaguillo per una cornata al cuore.

Lo stesso giorno in cui morì Manolete (11 agosto) ma di alcuni anni dopo moriva un altro torero, José Falcón (1944-1974), portoghese, per una grave cogida mentre toreava a La Monumental a Barcellona dove venne colpito a morte dal toro Cuchareto dell’allevamento di Hoyo de la Gitana. Il torero Francisco Rivera Pérez “Paquirri” (1948-1984) morì per una scornata ricevuta nella plaza de toros de Pozoblanco (Córdoba) nel 1984. Il banderillero Ramón Soto Vargas (1951-1992) morì nella plaza de toros La Real Maestranza di Siviglia nel 1992 per una cornata di un novillo di nome Avioncito appartenuto all’allevamento del conte di la Maza. Per l’occasione il feretro del banderillero venne portato a hombros nella plaza de La Maestranza dove venne fatto un giro dell’arena e poi fatto uscire dalla puerta grande, la puerta del Príncipe. Appena un paio di mesi prima il banderillero valenciano Manolo Montoliú (1954-1992) era morto per una cogida nella stessa plaza ad opera di un toro dell’allevamento di Atanasio Fernández.

La storia delle cogidas è una storia che fa parte della più ampia storia delle corride e si caratterizza per segnare l’aspetto meno felice delle pratiche festive taurine. Come si è visto in molti casi cogidas paurose possono creare gravi ferite, perforamenti di organi vitali, emorragie e dissanguamenti che portano alla morte e in altri casi, cogidas che pur apparendo mortali come nel caso recente di Julio Aparicio, riescono ad essere sanate tempestivamente da una serie di operazioni chirurgiche.

LORENZO SPURIO
29-05-2011

[1] Antonio Diaz-Cañabate, “Un banderillero, Antonio Rizo, muere de una cornada en el corazón”, ABC, 24 de Agosto de 1966.

[2] Manolete fu un torero molto famoso e popolare negli anni ’40. Prese l’alternativa il 02-07-1939 a La Maestranza di Siviglia che confermò a Las Ventas di Madrid il 12-10-1939. La sua tragica sorte accrebbe la sua fama e in anni recenti sono state istallati vari monumenti celebrativi in suo onore, soprattutto nella sua città natale, Córdoba. Intorno a Manolete, considerato uno dei più grandi toreri della storia, è nato un vero e proprio mito che si focalizza sulla sua grande destrezza come torero, la tragica cogida e dal divieto di sua madre di permettere alla donna che amava di poterlo sposare in punto di morte. Recentemente è stato girato un film che traccia gli ultimi giorni del grande diestro: Manolete, regia di Menno Meyjes, paese: Spagna, Regno Unito, Usa, Francia, anno:  2007.

[3] L’opera, dedicata da Lorca alla ballerina di flamenco Encarnación López Júlvez “La Argentinita” (1895-1945) che commemora l’amico scomparso a causa di una cogida mortal è divisa in quattro parti: la cogida y la muerte, la sangre derramada, cuerpo presente e alma ausente. La prima parte (la cogida y la muerte) con un’ampia ed eterogenea caratterizzazione degli spazi, dei colori e dei suoni ci dà la notizia della caduta in arena del torero a seguito di una cogida («un muslo con un asta desolada») che lo porterà poi alla morte («a lo lejos ya viene la gangrena») ed è pervaso dal ritornello «a la cinco della tarde», ora della corrida e nella quale il torero muore.

Nella seconda parte (la sangre derramada) il poeta invoca il tempestivo arrivo della sera e del buio che non gli permetta di vedere il sangue dell’amico perché gli darebbe troppo dolore («¡Que no quiero verla!») e poi passa ad elogiare la sua tempra, il suo valore sul ruedo e la sua grandezza: «No hubo príncipe en Sevilla/ que comparársele pueda,/ ní espada como su espada/ ní corazón tan de veras./ Como un río de leones/ su maravillosa fuerza,/ y como un torso de mármol/ su dibujada prudencia./ Aire de Roma andaluza/ le doraba la cabeza/ donde su risa era un nardo/ de sal y de inteligencia./ ¡Qué gran torero en la plaza!».

Nella terza parte (cuerpo presente) il poeta infonde l’idea che anche se il torero è morto lui rimarrà vivo nelle genti che lo hanno amato; il corpo del torero, ormai senza vita, viene legato qui sempre più alla piedra, alla pietra sepolcrale che suggella la fine dell’amico. Il dolore è troppo forte, è un dolore che riguarda tutti e che attraversa non solo le persone, tutto è in lutto: «Vete, Ignacio: No sientas el caliente bramido./Duerme, vuela, reposa: ¡También se muere el mar!».

L’ultima parte (alma ausente) è la più drammatica di tutto il componimento perché il poeta, dopo averci informato della morte del torero, ci dice che nel tempo verrà dimenticato come succede a «todos los muertos de la tierra» e conclude dicendo:  «No te conoce nadie. Pero yo te canto». Il poeta dice che anche se non lo ricorderà nessuno, lui vuole ricordarlo con il suo componimento, vuole elogiarlo e conclude che difficilmente ci sarà un torero così valoroso come lui:  «Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace/ un andaluz tan claro, tan rico de aventura./ Yo canto su elegancia con palabras que gimen/ y recuerdo una brisa triste por los olivos».

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