II Premio Letterario Naz.le “Città di Ascoli Piceno” – il bando di partecipazione

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La millenaria città di Ascoli ha saputo fondere dentro di sé le vestigia di molteplici antiche popolazioni italico-romane. Elegante nell’accorpamento di numerosi edifici medioevali, rinascimentali e moderni, la città del travertino è confortata dalle quiete acque del Tronto e del Castellano e incastonata nell’incantevole verde smeraldino dei colli che la circondano gelosamente. Ricca di bellezze architettoniche, le sue torri e i suoi ponti sono un prezioso patrimonio dell’umanità.

La città di Colonna è uno dei più piccoli comuni dei Castelli Romani, dista circa 25 km dal centro della Città Eterna. Cosa unisce, Ascoli Piceno e Colonna? Sicuramente Papa Pio IX, marchigiano di Senigallia: infatti entrambe le città sono state sotto il dominio dello Stato Pontificio e, durante il suo pontificato, vi è stato un consistente flusso migratorio di marchigiani verso Colonna, favorito dallo stesso Papa. Due località: Colonna, Comune di Roma e Colonna, frazione di Ascoli Piceno. Così i “forestieri marchigiani” piantarono ben presto le loro radici nella nuova terra, molti facendo anche fortuna. Uno per tutti: Ludovico Testa, ascolano e capace locandiere che, con l’Osteria della Colonna sulla via Consiliare Casilina, si integrò talmente bene nella piccola comunità laziale da divenirne Sindaco.

Il premio organizzato da Un Passo Avanti APS e PikoCordis, in gemellaggio con il Premio Letterario Nazionale LA TRIDACNA Città di Colonna, si avvale della collaborazione di: casa editrice “Le Mezzelane”; Associazione Culturale “Euterpe” di Jesi; Concorso Letterario Nazionale “Città di Chieti”; Associazione Artistica Il Volo dell’Arte “; Le Grazie Porto Venere La Baia dell’Arte”; Leo Club Costantino Rozzi di Ascoli Piceno; Memorial Gennaro Sparagna e con i patrocini di Comune di Ascoli Piceno, Provincia di Ascoli Piceno e Regione Marche.

 

REGOLAMENTO

Possono partecipare testi di autori che abbiano compiuto il diciottesimo anno di età alla data di scadenza del bando.

Art 1: Le opere potranno essere edite o inedite, (che non si siano classificate ai primi 3 posti in altri concorsi, pena l’esclusione). L’autore dichiara, altresì, che l’opera proposta è di propria stesura/realizzazione, e non lede in alcun modo i diritti d’autore ed editoriali propri e/o di terze parti.

Art 2: Sono previste cinque sezioni:

Sez. A – Poesia in lingua italiana:il concorrente può partecipare con un numero massimo di 2 (due) opere, edite o inedite a tema libero (che non si siano classificate ai primi 3 posti in altri concorsi, pena l’esclusione);

Sez. B – Poesia in vernacolo: il concorrente può partecipare con un numero massimo di 2 (due) opere, edite o inedite in dialetto con relativa traduzione in lingua italiana (che non si siano classificate ai primi 3 posti in altri concorsi, pena l’esclusione);

Sez. C – Racconto a tema libero: il concorrente partecipa con un solo racconto edito o inedito a tema libero (che non si sia classificato ai primi 3 posti in altri concorsi, pena l’esclusione);

Sez. D – Racconto storico: il concorrente partecipa con un solo racconto edito o inedito a tema storico (che non si sia classificato ai primi 3 posti in altri concorsi, pena l’esclusione).

Sez. E – Giallo Ascoli: il concorrente partecipa con un solo racconto edito o inedito di genere giallo (che non si sia classificato ai primi 3 posti in altri concorsi, pena l’esclusione).

Non sono ammessi testi inneggianti alla violenza, razzisti, sessisti, né blasfemi.

Art 3: Il carattere da utilizzare per la scrittura delle opere è il Times New Roman 12 in formato word su foglio standard A4. Per le poesie il limite è di 40 (quaranta) versi, mentre per i racconti a tema libero e storico, la lunghezza non deve superare le 20.000 battute spazi inclusi; i racconti genere giallo, la lunghezza massima non deve superare le 30.000 battute spazi inclusi. Un ragionevole splafonamento potrà essere accettato. I testi da inviare dovranno essere privi dei dati personali dell’autore, pena la squalifica dal concorso.

Art 4: Le opere non verranno restituite; i concorrenti ne resteranno tuttavia unici proprietari.

Art 5: I dati personali trasmessi verranno trattati in conformità ai sensi dell’art. 13 del Regolamento UE 2016/679 per le sole finalità connesse al concorso*.

Art 6: La giuria determinerà una classifica in considerazione della qualità delle opere, dei valori dei contenuti, basandosi su una sensibilità umana e artistica. L’operato della Giuria è insindacabile e inappellabile. La Giuria potrà anche decidere di non assegnare i premi.

Art 7: Modalità e termini per la partecipazione

Il materiale dovrà essere inviato entro e non oltre il 30 giugno 2020, unicamente a mezzo e-mail premiocittadiap@gmail.cominsieme alla scheda di partecipazione, compilata in ogni sua parte in stampatello e firmata, e all’attestazione del contributo di partecipazione.

Art 8: I premi in denaro non ritirati personalmente o tramite persona delegata durante la manifestazione di premiazione rientreranno nella disponibilità dell’Associazione,che provvederà a spedire solo la targa e la motivazione.

Art 9: Ogni autore (o chi ne tutela i diritti), proponendo la propria opera al Premio, sottoscrive e accetta integralmente e incondizionatamente il contenuto del presente Regolamento,comprensivo di 10 (dieci) articoli. L’Autore dà anche piena assicurazione che la rappresentazione o eventuale pubblicazione dell’opera non violerà, né in tutto, né in parte, diritti di terzi. Il comitato organizzatore si riterrà sollevato da eventuali rivalse di terzi, di cui risponderà esclusivamente e personalmente l’Autore. Nel caso in cui non venisse raggiunta una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non dovesse esprimere notazioni di merito per determinate opere, la segreteria si riserva di non attribuire alcuni premi. Nel qual caso a tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

Art 10: DIRITTI D’AUTORE – Le poesie e i racconti meritevoli verranno inseriti in tre antologie distinte: una per la poesia; una per i racconti a tema libero e storici; una per il giallo Ascoli,che verranno rese disponibili il giorno della premiazione. L’opera potrà essere sottoposta a operazioni di editing, se ritenuto necessario dall’editore, prima della pubblicazione (l’autore dichiara di accettare espressamente tale clausola). Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al Premio, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del Premio senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. Il volume sarà pubblicato in cartaceo e sarà edito dalla Casa Editrice Le Mezzelane. I diritti rimarranno comunque degli autori, che potranno, quindi, far uso dei propri elaborati come vogliono.

Contributo di partecipazione

Per prendere parte al Premio è richiesto un contributo per ogni sezione di € 15,00 a copertura delle spese organizzative. È ammessa la partecipazione a più sezioni corrispondendo i relativi importi in forma cumulativa.L’iscrizione andrà fatta tramite Bonifico bancario

IBAN: IT22H0306909606100000148180

Intestato a: Associazione Un Passo Avanti

Causale: Iscrizione (nome autore) sez.: 2a Edizione Premio Letterario NazionaleCittà di Ascoli Piceno

 

Premi

Per ogni sezione si provvederà ad attribuire i seguenti premi:

1° premio – gettone di presenza da quantificare a seconda delle iscrizioni, Targa e motivazione della Giuria + contratto editoriale con la C.E. “Le Mezzelane”

2° premio – gettone di presenza da quantificare a seconda delle iscrizioni, Targa e motivazione della Giuria

3° premio – gettone di presenza da quantificare a seconda delle iscrizioni, Targa e motivazione della Giuria

Verranno altresì assegnate alcune pergamene d’encomio: Menzioni d’Onore e Segnalazioni di Merito a opere ritenute meritevoli. Premio della Critica per la poesia e per la narrativa.

La Casa Editrice Le Mezzelane metterà in palio un premio speciale, definito “Targa Le Mezzelane”, conferito al miglior racconto, storico o contemporaneo, ispirato o ambientato nelle Marche.

L’Associazione Culturale “Un Passo Avanti APS”, conferiràa un partecipante che si sarà distinto particolarmente la “Targa Un Passo Avanti”

L’Associazione Culturale Euterpe metterà in palio il premio speciale definito “Targa Euterpe” nella sezione poesia.

L’Associazione Artistica Il Volo dell’Arte metterà in palio il premio speciale definito“Targa Le Grazie Porto Venere La Baia dell’Arte” nella sezione poesia; la targa creata appositamente per il premio è realizzata dall’artista Silvia Scarpellini.

La poetessa Rosanna Di Iorio, presidente del Concorso Letterario Nazionale “Città di Chieti”, attribuirà il premio speciale definito “Targa Città di Chieti”, a un’opera pregevoletra le cinque sezioni del Premio.

Due giovani autori pluripremiati costituiranno una Giuria a parte e decreteranno un racconto vincitore tra tutti quelli pervenuti nelle sez. C e E

Premio Giuria giovani: Targa e motivazione.

Il Presidente del Premio e i tre Presidenti della Giuria assegneranno singolarmente una targa a loro nome.

Il Premio in onore a Sant’Emidio, patrono della città di Ascoli Piceno sarà a cura del comitato organizzatore del premio.

Il Premio MagisterCiccusEsculanus,in onore a Cecco D’Ascoli, sarà a cura dell’associazione Un Passo Avanti APS.

Premio LA TRIDACNA offerto dal Premio Letterario Nazionale La Tridacna città di Colonna

Premio Internazionale di poesia Gennaro Sparagna

Il LIONS CLUB ASCOLI PICENO HOST onora il premio letterario con un riconoscimento speciale in memoria dell’illustre concittadino Clito Moderati apprezzato compositore, maestro di musica e direttore d’orchestra, vissuto nel XIX secolo.

Premio Olio Fratoni

I premiati saranno informati con una mail di conferma entro il 15 agosto 2020. Le comunicazioni saranno sempre effettuate via mail.

La cerimonia di premiazione si articolerà in due distinte giornate:il 19 settembre 2020 per la poesia e il 20 settembre per la narrativa. La premiazione si svolgerà ad Ascoli Piceno, presso l’Auditorium Emidio Neronidella Fondazione Carisap in rua del cassero.

Durante la cerimonia di premiazione l’attrice Maria Grazia Isolini leggerà alcuni passi delle opere vincitrici. Saranno presenti autorità ed esponenti del mondo della cultura e dell’arte.

Ai sensi dell’art.13 del Regolamento UE 2016/679 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzatore, della Associazione Culturale Euterpe di Jesi e della Casa Editrice Le Mezzelane per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e altre finalità culturali afferenti e l’AssociazioneCulturale “Un Passo Avanti APS”.

 

Commissione di Giuria

Presidente del Premio: PikoCordis (Scrittore)

Presidente di Giuria sez A e B: Giorgia Spurio (Poetessa, Scrittrice)

Presidente di Giuria sez C e D Antonella Gentili (Giornalista, Scrittrice)

Presidente di Giuriasez E Stefano Vignaroli (Scrittore)

Commissione di Giuria: Rita Angelelli (Direttore Editoriale “Le Mezzelane”), Rosanna Di Iorio (Poetessa, Scrittrice), Maurizio Bacconi (Poeta, Scrittore), Elena Maneo (Poetessa, Scrittrice), Francesco Migliori (Editor), Sofia Peroni (Critica cinematografica), Piersandra Dragoni (Giornalista), Eugenio Pochini (Scrittore), Monica Menzogni (Scrittrice),  Emanuele Silvestro (Scrittore), Fausto Mancini (Scrittore), Ludovica e Teodoro Curia (piccoli/grandi autori),  Giuditta Castelli, (Giornalista Scrittrice, Critica letteraria), Gabriella Orofino.

Giurati emozionali: Gabriella Orofino, Annamaria Alfonsi, Vilma Di Matteo, Adele Egidi, Luisa Todaro, Stefania Agostini, Daniela Giardini, Diego Pulsoni.

Contatti: 3385462024      e-mail: premiocittadiap@gmail.com

 

* si informa che i dati verranno inseriti nella nostra banca dati. Il trattamento dei dati sarà finalizzato al proseguimento degli scopi statuari ed alla comunicazione dei servizi ed iniziative proposte dall’Associazione Culturale “Un Passo Avanti APS” e dal Premio.

Il trattamento potrà effettuarsi con o senza l’ausilio di strumenti elettronici o comunque automatizzati nei modi e nei limiti necessari per il proseguimento dei fini statuari, anche in caso di eventuale comunicazione a terzi e nel rispetto delle modalità previste dall’articolo 13 del Regolamento UE 2016/679 (modulo di raccolta, utilizzo, aggiornamento, pertinenza e conservazione). Agli interessati sono riconosciuti i diritti secondo il Regolamento UE 2016/679, in particolare, il diritto di accedere ai propri dati personali di chiedere la rettifica degli stessi, il loro aggiornamento e la loro cancellazione qualora fossero incompleti, erronei o siano stati raccolti in violazione della legge, nonché di opporsi al loro trattamento per motivi legittimi.

 

Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno – 2a Edizione – 

Scheda di Partecipazione

 

Cognome e Nome ________________________________________________________________

Nato/a a _____________________________________________ il________________________

Residente in via _________________________________Città____________________________

Cap _______________________ Provincia ______________________Stato_________________

Tel. ___________________________________ E-mail __________________________________

Partecipo alla/e sezione/i: ________________________________________________________________________________

Titolo/i:___________________________________________________________________________

________________________________________________________________________________

 

DICHIARAZIONI SIAE

L’autore è iscritto e tutelato dalla SIAE? □ SI □ NO

L’opera/e è/sono depositate alla SIAE? □ SI □ NO

Se SI, indicare quali: ___________________________________________________________

 

ALTRE DICHIARAZIONI

□ Dichiaro che il/i testi inedito/i che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo. Sono a piena conoscenza della responsabilità penale prevista per le dichiarazioni false all’art. 76 del D.P.R. 445/2000.

 

Firma____________________________________ Data _________________________________

 

□ Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati da parte della Segreteria del Premio Letterario Città di Ascoli Picenoin conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (ai sensi dell’art.13 del Regolamento UE 2016/679) allo scopo del Concorso in oggetto.

Firma____________________________________ Data _________________________________

 

 

La forza e la poesia dei fiori di “Marienbad”. Prefazione a cura di Marco Camerini

Prefazione a cura di Marco Camerini

“Non si scrive per affermare principi e credenze che chiunque sembra condividere. Il mondo della finzione letteraria ci libera dalle gabbie in cui la società racchiude i sentimenti. Per carità, possiamo anche sapere di non avere un ampio spettro di sentimenti e reazioni, finché non vi entriamo in contatto grazie alla narrativa che ha il potere di liberarci dalla nostra prospettiva angusta e terribilmente limitata”[1]. E per affermare la propria vocazione a riconoscersi, il personale coraggio anche ad accettarsi e mettersi in discussione fra le righe di un racconto tornano – lo meritano, li aspettavamo – i giovanissimi, talentuosi autori dei Corsi di scrittura creativa tenuti dal prof. Pierangeli presso i Laboratori integrati dell’Università di Tor Vergata e dell’Istituto Villa Flaminia, dopo il successo conseguito da Con l’augurio di molte farfalle (Loffredo 2017).

Marienbad, copertina_page-0001 (1)La scrittura, per molti di loro, continua a significare Agnizione coerente e lucida di una malattia invalidante solo per quanti ignorano il desiderio tenace di sconfiggerla, riconoscendo il valore primario della vita (“Non posso cambiare la direzione del vento, ma sistemare le vele in modo da raggiungere la destinazione”, Caro diario, bellissimo)[2] o della lancinante solitudine che nasce dall’isolamento autistico, dall’abbandono familiare, da una adozione che non placa il desiderio di conoscere il genitore/fratello biologico (Maison Nani, Un ragazzo speciale) mentre – sono fra gli esiti più felici – una brillante fantasia creativa consente di proiettare il malessere di patologie ed esclusioni in un “futuro possibile” onirico e inquietante (Racconto bianco rimanda a “Sentinella” di F. Brown e Fuori di testa lascia il segno) o calarlo nei toni di un gotico noir (Phantomhive). Per avvertire, comunque, con Determinazione (“lottate, cadete e rialzatevi. Fatelo, fallite, piangete, semplicemente vivete”) che non importa la durata della kafkiana Cavalcata verso il villaggio ma – grazie anche alla Presenza silenziosa di Chi ti cammina accanto (“Quando nella vita inciampiamo c’è sempre qualcuno cui appoggiarsi”: un gatto “completamente nero con occhi azzurri”, l’attore famoso che, al Globe Theatre ti nota, un medico discreto che ha acceso la tua vocazione, insieme al display di un monitor clinico) – battersi e combattere. Farlo sostenuti e animati dalla strenua fiducia nella forza incontenibile di un sentimento – di volta in volta pietà, incoscienza, anticonformismo sessuale, angoscia di Cuore e mente, mai ripiegato Dejavù…”Amate sino al limite, fino a straziarvi il cuore e sarà sconfitta anche la morte”: quanto della Dickinson in Un destino crudele – di un gratuito gesto di carità che regala Felicità senza prezzo, di un Ultimo sguardo che sconfiggerà il (non) Tempo in un futuro apocalittico e degradato, di un’esistenza la quale rinuncia alla perfezione per farsi tela bianca su cui la “musica del caso” (che fine ha fatto Paul Auster?) dipinge “costellazioni di cicatrici” (Siate Arte) o – seducente miracolo del processo artistico – si trasfigura nell’immaginaria gratificazione/gratitudine di Venere per il “suo” Botticelli, come avviene nell’originale Che sia Primavera!. Tutto, alla fine, per (ri)scoprire, fra Ritagli e punti di vista sbilenchi, “in una valigia di sogni, speranze, prospettive, avventure”, i Momenti spensierati dell’amicizia, le Prospettive doverose dell’integrazione in un’Italia che è “Roma, termini detti male in mezzo arabo, casa, Paese, studio, lavoro” – Segni vitali per ricominciare, “sentire il dolore dell’altro” e sconfiggere xenofobia, odio, cinismo – il calore familiare, anche quando “baci e abbracci si fanno quasi inesistenti, le facce si girano, le espressioni quelle che non si dovrebbero usare e le frasi quelle che non si dovrebbero dire”, la compagnia discreta di un Diario informale con il quale si parla se non ci sono più lacrime, magari trasformandolo in Prova di umanità condivisa che passa di mano in mano diventando Letteratura, il coraggio che ci vuole a morire quando, mangiando una Mela verde, lo si scopre inevitabile e di bello rimane solo l’anima, quello necessario a vivere, “anche se assomiglia a trascinare un mattone nel fango sotto la pioggia”, con L’altra metà della mela e una bilancia che ha distrutto i sogni. Allora scrivere aiuta a “ricavare più miele che da tutti i fiori di Marienbad”: dalla stupita Bellezza infranta di una farfalla, dal fascino di 1000 origami (quanti i catulliani baci), da buzzatiani Suoni del bosco, soprattutto dalle Braccia aperte della solidarietà e dell’altruismo (se armate sono quelle di Ginevra, impegnata nella missione umanitaria di keap peace in Libano), soli valori in grado di sconfiggere la sordità vigliacca dell’Indifferenza verso il prossimo, la società, noi stessi. La più subdola e imperdonabile.

Sorprendentemente lirico lo stile di molte prose della raccolta (edita ancora da Loffredo), con “la nebbia diluita nell’azzurro liquido dei suoi occhi scandita dai primi raggi di sole in un’orgia di luce” e “il luccichio intenso delle stelle a farsi strada nel cielo nero come una grande lavagna pronta a schiantarsi” o “tenero come un’aurora di aprile”  mentre “le colline sembrano aver messo la cipria e risuonano, lontano pianto sperduto, i rintocchi languidi di una campana”[3], a conferma, ci pare, di una sensibilità sempre maggiore dei giovani verso questa forma di espressione. Così “Nelle onde di disperazione e di solitudine/il pensiero maligno avvampa/e il fuoco subito infiamma le vene/è freccia, tarlo, ago pungente/Se dentro c’è il mostro/quello non lo puoi combattere/quello sta lì/e ogni tanto viene fuori/e ti mangia il cervello/e ti mangia il cuore”. Ma d’improvviso “L’urlo si perde nella plastica forma della vita/dove tutto appare/dove tutto tace” e “scritte da secoli/nella pietra le parole/s’è reso regola l’amore/s’è reso gesto e compagnia” in grado di lavare il caravaggesco “grasso dell’esistenza/che tutto unge e sporca” con l’intensità della sua luce , “un dolce fiume di baci”, il dono inatteso del sorriso “musica di un assolo dimenticato”[4].

Confuso, poi, fra “tutti i nomi” quello di uno straordinario narratore italiano che all’accettazione/inclusione del disagio ha dedicato la sua combattiva passione di docente militante. Con l’umiltà di chi “in equilibrio fra domanda e risposta rischia tantissimo, guida e ascolta ponendosi accanto prima che di fronte all’altro”[5], Eraldo Affinati ha fatto correre il suo Maratoneta insieme a quanti, un giorno, potranno diventare come lui (ammesso lo desiderino e non basti loro semplicemente…scrivere) assolvendo, in ogni caso, sin d’ora al compito dello scrittore che è “forse quello di sottolineare ciò che già esiste, eppure rischia di essere trascurato, per decifrare il senso ultimo di un evento”. Con buona pace delle joyciane epifanie, Chiara, Daniele, Jasmine, Michela, Luciano, Ludovica hanno compreso anzitutto se stessi. Non è poco. Sarà moltissimo, poi, per i lettori di Marienbad.

MARCO CAMERINI

 

[1] PH. ROTH, Perché scrivere?, Einaudi 2018, p.55.

[2] Vengono riportati in corsivo i titoli dei racconti, spesso integrati nel corpo del testo stesso, in grassetto i titoli delle sezioni, fra virgolette i passi e i versi citati [N.d.A.]

[3] Passim da Fuori di testa, La mia cavalcata verso il villaggio, I suoni del bosco.

[4] Il testo è composto con versi liberamente tratti dalle (splendide) liriche del libro: Tu pensiero maligno, Il sole, Il canto di Demetra, Autismo, Caravaggio, Santa Chiara, Un giorno, Mi sono spaccata lì sulla vetta.

[5] E. AFFINATI, Via dalla pazza classe, Mondadori 2019, p.47.

 

Pubblicata la nuova raccolta poetica di Giulio Marchetti, “Specchi ciechi”

Giulio Marchetti (Roma, 1982) ha esordito con Il sogno della vita (2008) – finalista al “Premio Carver”) a cui sono seguiti Energia del vuoto (2010) e La notte oscura (2012). In Apologia del sublime (2014) ha raccolto le precedenti pubblicazioni con l’aggiunta della sezione di inediti dal titolo “Disastri”. A questa opera sono seguite Ghiaccio nero (2015) e Specchi ciechi (2020).

MARCHETTI GIULIO COP fronte.pdf_page_1Con la silloge Cieli immensi – tratta da La notte oscura – ha vinto il Premio “Laurentum” 2011, sezione sms. Numerosi i premi letterari ottenuti tra cui il terzo premio al Premio Nazionale di Arti Letterarie “Città di Torino” e il Premio Internazionale “Tulliola”. Della sua poesia si sono occupati, tra gli altri, Paolo Ruffilli, Maria Grazia Calandrone, Renato Fiorito e Gabriele La Porta.

Renato Fiorito, Presidente del Premio “Don Luigi di Liegro” così ha scritto sul suo libro Ghiaccio nero (2015) meritevole di menzione d’onore: «Il poeta dà voce alla sua solitudine con parole a lungo ripensate per un linguaggio nuovo, elaborato sulla base di insistiti ossimori che, del resto, il titolo stesso annuncia. L’effetto è una atmosfera a volte straniante, a volte coinvolgente, con punte alte di autentica poesia».

Specchi ciechi si apre con una prefazione di Maria Grazia Calandrone; il suo apparato critico è degno di menzione dal momento che, in chiusura, sono presenti anche la postfazione a firma di Vincenzo Guarracino e una nota di Riccardo Sinigallia. La Calandrone così scrive nella sua presentazione critica: «La poesia di Marchetti è percossa dalla consapevolezza della fine. Battuta proprio da un vento, nero, che percorre le pagine di questo libro, breve e intenso. Anche la gioia pare essere un provvisorio argine del nulla e di un dolore pervasivo che, da un già quasi profondo nuovo millennio, arriva a nominare la gozzaniana «culla vuota». Dunque – veniamo stretti a chiederci – cos’è vivere e, soprattutto, a che vale vivere questi giorni, divisi dalla scure muta della notte? E cos’è il vivere di questo corpo che si allunga, come un ponte esposto alle intemperie, tra buio e buio, senza legge morale e senza stelle? Rispondendo al quesito esistenziale, senza però avere la pretesa di rispondere, Marchetti dissemina qui e là intenzioni e, più spesso, intuizioni liriche, che costruiscono, pagina dopo pagina, una costellazione di senso, l’attrito che ci dà l’impressione di esistere, pure nel vuoto, l’appiglio mentre scivoliamo, un pur esile arbusto di parole col fiato corto, che però vale».

 

Tre poesie estratte dalla silloge Specchi ciechi

 

Naufragio

 

Così avvinta dalla materia

si accresce di ombre

la vita.

Sulla sabbia

– che vola senza vento –

si cerca

il confine della noia.

E si spinge (con

o senza mani)

l’imbarcazione fragile

del pensiero

al di là

di una gioia-tampone.

Mentre urla

il naufragio

contro la notte.

*

Notturno

 

Tra sorgenti aride e fitte

paludi, tu mi dici

che l’acqua è vita.

Ecco l’atomo

di gioia: brilla

impercettibilmente.

La scure silenziosa

(che divide dal domani

ogni giorno)

è la notte.

I pensieri nel buio

fatalmente

si avvolgono

allo stesso nodo.

*

Tra due notti

 

Notte buia

in me.

Niente stelle

fuori di me.

Sono l’unico traliccio

tra due notti spaventose.

Tra due notti non c’è il giorno,

ci sono io.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“The Call Center”: spavento Vs curiosità nella poesia-telefonata della performance di Francesca Fini e Davide Cortese. Articolo di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio 

Ben dice Antonietta Tiberia in un recente articolo apparso sulla rivista romana Il Mangiaparole: «Ogni tanto qualcuno ci informa che la poesia è morta. Ma non è vero: la poesia è ben viva e lo sarà finché la porteremo nel cuore. Per questo, dobbiamo ringraziare quei poeti che tanto si adoperano, con mezzi diversi, per renderla accessibile a tutti, per portarla nei luoghi dove non arriverebbe oppure proporla a persone che non la cercherebbero mai di loro spontanea volontà».[1]

Senz’altro curiosa e innovativa la performance poetica di Francesca Fini[2] e Davide Cortese[3] che lo scorso novembre (esattamente il 3 novembre 2019)[4] si è tenuta presso la stanza media del Macro Asilo a Roma. Il progetto, dal titolo inequivocabile “The Call Center”, aveva a che vedere con l’idea di un contatto diretto tra un produttore di poesia e un ipotizzabile ricettore. Un pubblico qualsiasi, trasversale, non scelto, non dotto (non necessariamente), frutto di nessun tipo di scelta e selezione, volutamente indistinto e potenzialmente teso verso un qualsiasi identikit umano. Si tratta dell’evento-avvenimento che Cortese e Fini, con le istallazioni della stessa Fini, hanno voluto portare in scena: una sorta di reading poetico cadenzato, a colpi di cornetta. Performance che non può non far pensare all’invettiva del poeta americano John Giorno (1936-2019) che in Dial a Poem, munito di una cornetta nera (esposta in mostre con suoi reperti e opere) provvedeva a chiamare a random un pubblico declamando poesie di William S. Burroughs, Allen Ginsberg, Diana De Prima, Clark Coolidge, Taylor Mead, Bobby Seale, Anne Waldman e Jim Carroll.[5]

Nel progetto di Fini/Cortese era previsto che il performer, in questo caso non semplice dicitore ma poeta egli stesso, fosse munito di un elenco telefonico della Capitale dal quale trarre numeri di casuali destinatari. Si apprestava così a chiamare, in maniera ordinata, una platea incognita di possibili fruitori della poesia, dietro sua sollecitazione. Viene fatto il numero, la cornetta dall’altro capo del filo squilla e si attende quel tempo, normalmente assai breve, affinché il destinatario si approssimi a rispondere alla chiamata. Ma chi trova dall’altra parte? Non un familiare, non un amico né un collega di lavoro. Oppure – se vogliamo – al contempo tutto questo e anche dell’altro. Trova una voce qualsiasi, di una persona sconosciuta, che chiede di poter recitare una poesia.[6] Una beffa? Forse sì per alcuni. Una perdita di tempo? Altrettanto plausibile nel pensiero di altri. C’è chi storce il naso e, sbigottito, non perde tempo a riattaccare per ritornare alle sue mansioni credute di rango superiore all’ascolto di alcuni sani e gratuiti versi. Chi, intimorito (come non poterlo essere in questa società che grida e inveisce, fatta di persone che ti cercano sembrerebbe solo per un proprio fine di qualche tipo, non di rado economico?) intuisce una possibile inchiesta su prodotti, su tendenze e usi nelle famiglie o, al contrario, di un probabile call-seller, un venditore, un molesto ripetitore di formule persuasive, procacciatore di intercalari di cortesia per cercare di allontanare la discesa della cornetta e la rottura del contatto. È ciò che accade nella gran parte dei casi, è vero, come dar torto a chi, preso in un momento di piccola pausa dal lavoro o chi, tra gli sforzi del seguire un familiare malato, riceve una chiamata imprevista il cui contenuto è nullo, privo di significato, astratto? Ed è proprio in ciò che risiede la potenzialità di questo progetto: nel cercare in uno sconosciuto – potrebbe essere il nostro vicino che mai salutiamo – di farsi accogliere nella propria casa, senza nessun fine disgiunto dal contenuto del messaggio. Quello di usufruire di un bene immateriale, collettivo, gratuito e non deteriorabile quale è la poesia. Se è vero che sono pochi coloro che possono rispondere positivamente a una chiamata di questo tipo, nel lasciarsi coinvolgere da una relazione misteriosa, nel concedere un po’ di tempo all’altro fornendo il solo ascolto nel recepire il messaggio, non c’è neppure da biasimare la poca confluenza e propensione dell’altro a rendere praticabile questo tipo di esperimento.

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Le variabili, i contorni, ne abbiamo già accennati alcuni, possono essere innumerevoli, tutti plausibili e più o meno onesti anche se, dopo che il mittente chiarifica che non si tratta di una vendita telefonica ma di una persona che si offre di leggere una poesia, non si capisce il perché della diffidenza nel continuare a sentire per qualche altro minuto. Si comprende che, al di là dei canonici motivi del poco tempo, della frustrazione collettiva, della poca fiducia nell’altro, si assommano una serie di altri motivi quali l’incomprensione propriamente detta, la considerazione della poesia alla stregua della vendita dell’enciclopedia Treccani, l’inutilità dei contenuti, finanche la paranoia vera e propria. Tutti aspetti che nascono, si fortificano e si estremizzano nel brevissimo tempo del rapporto comunicativo che intercorre tra l’alzata della cornetta e la chiusa della chiamata, in alcuni casi davvero una manciata di secondi.

Le poesie che il performer legge sono di sua produzione o appartengono ad autori del mondo classico ai quali lui (e la curatrice, come il caso di Lowell)[7] si sentono particolarmente legati; tra di essi Walt Whitman, Gregory Corso, Emily Dickinson e Amy Lowell. Cito dalla descrizione della iniziativa: «L’esperienza alienante[8] dei call center, dove il poeta Davide Cortese ha lavorato per un periodo della sua vita, si trasforma in un’azione surreale che capovolge completamente il significato delle telefonate commerciali, instaurando con lo sconosciuto dall’altra parte del filo un’inaspettata relazione poetica priva di scopi utilitaristici». Il funzionamento di questo attacco d’arte, questa performance poetico-sonora, di questo esperimento sociologico: «Davide si siede al tavolo e apre le pagine bianche. Senza pensarci troppo sceglie un numero a caso e chiama. Quando intercetta una presenza umana dall’altra parte del filo, comincia a recitare una poesia, dalla pila di libri che tiene accanto al telefono. Una roulette russa poetica, inaspettata, imprevista e imprevedibile, scevra da mediazioni, presentazioni, preliminari, filtri e formule di cortesia. Ogni nuova telefonata, una poesia: contemporanea, viscerale, secca, dura, tra i denti. Le reazioni degli sconosciuti sono altrettanto sorprendenti e inaspettate: silenzio, sconcerto e, come qualcuno ha avuto poi il coraggio di confessare, puro terrore. Nella maggior parte dei casi, appena Davide comincia a recitare le sue poesie, la gente reagisce ammutolendo. Immagino occhi sgranati e fronti aggrottate, in qualche angolo della città, davanti a qualcosa di evidentemente inimmaginabile e incomprensibile: uno sconosciuto che ti chiama per dedicarti una poesia». 

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Pur vero, come sostiene Giulia Bertotto in un recente articolo dedicato a questa performance, che la lettura di una poesia – in questo contesto e con tali modalità – è «un’azione invadente ma non prepotente».[9] Come dire, è vero… la telefonata può scioccare (oltre che scocciare!) tanto da far rimare il destinatario alla cornetta senza un filo di voce, interdetto e curioso al contempo, da motivarlo in pochi frammenti di secondi a chiudere quella telefonata-boutade o a dare qualche secondo aggiuntivo “omaggio” al chiamante per farsi meglio interpretare. Eppure, per quei pochi che lo scopriranno (che crederanno nel beneficio del dubbio), noteranno che non avranno niente da perdere: nessuno li minaccerà, nessuno chiederà firme elettroniche, pin del proprio bancomat, né dovrà sorbirsi gli intercalari osannanti e mielosi di un venditore di fumo. O forse sì, perché, in fondo, cos’è la poesia? Perché si usa la telefonata se non per comunicare qualcosa di urgente, utile o necessario? La poesia possiede qualcuna di queste caratteristiche? Sì per alcuni (pochi), no per tutti gli altri (la stragrande maggioranza). La telefonata – che giunge imprevista, puntuale, aprendo a un incognito – desta sempre un grande mistero (chi si celerà dall’altro capo del filo?; adesso, che cosa sarà successo?!; lo sapevo che mi avrebbe trovato, ora cosa faccio?!) solo una volta alzata la cornetta può svelare la sua vera natura ma nel caso di questa poetry-call (che nulla ha a che vedere con un call for paper accademico con una sua deadline) non dissipa il suo gradiente di mistero e suspence anche una volta che l’interlocutore ha chiesto “chi è?”, “cosa vuole?” dal momento che sta proprio all’interlocutore – unico padrone del mezzo, ma non del meccanismo nel quale indirettamente è stato introdotto – decidere se continuare questo “gioco”, chiamiamolo così, nella sua accezione di qualcosa di infantile e di indescrivibile al contempo, o per lo meno tentare di comprenderne un po’ meglio i contorni. Cosa che, come Cortese stesso ha rivelato, in pochi hanno deciso di fare.

Frenesia del vivere, disinteresse, disattenzione e fastidio, ma anche mancanza di coraggio – bisogna rivelarlo – nel predisporsi al nuovo, nel gettarsi verso l’incognito. Spazio sconosciuto che si può conoscere e abitare, semplicemente lasciando qualche secondo in più al mittente per recitare qualche altra battuta. E poi, in fondo, anzi in principio, la questione cardine: la poesia. Ovvero quella strana materia scolastica fondata sul ripeti a memoria, fai copia-incolla cerebrale e ripeti alla bisogna, usa e getta… quella cosa pedante da libri a rilegatura pesante di stoffa scura che prendono polvere in qualche angusta libreria di legno che sembra scricchiolare al passaggio, come un qualche lamento di anime. Può destabilizzare una poesia? Può arrecare disturbo, disagio o addirittura spavento l’assistere alla lettura di una poesia? Semmai può creare incomprensione per questa proposta che avviene in maniera incisiva e invadente… Lo spiazzamento che si crea tra l’apertura della chiamata e la decisione istintuale di mettere fine alla conversazione improbabile e assurda, viene coperto da un tempo brevissimo. In pochi – stando alle dichiarazioni dello stesso Cortese caller-poeta, poet-performer che viaggia sulle linee telefoniche – decidono di accettare la sfida e di dedicarsi tempo (non è solo un dedicare tempo all’altro, allo sconosciuto mittente, ma a se stessi, ed è questo il bello) pervasi dai propri dilemmi, ammorbati dal temperamento bizzoso di chi, con una telefonata di quel tipo, si è in qualche modo visto offeso, disturbato, quasi violato nel suo universo domestico. Ci sono anche le eccezioni, è vero e, in quanto tali, non vanno dimenticate e sono meritorie di menzioni; come ha riportato Antonietta Tiberia nel suo articolo «[Alcune] persone, specialmente donne anziane sole, hanno ringraziato per il piacevole intermezzo nel loro pomeriggio di solitudine domenicale».[10] Lo spettro delle risposte è assai ampio: dalla prepotente indifferenza che non dà scampo al performer e che lo silenzia subito chiudendo la chiamata dopo pochi secondi, a un atteggiamento di curiosità mista al tormento che, invece, motiva l’apertura della chiamata… vale a dire il destinatario non interviene (in nessun modo, in nessuna forma) ma resta in ascolto, un po’ inebetito e un po’ affascinato. Dall’altra parte ci sono casi che evidenziano un reale interesse, finanche (raro) una reale partecipazione dell’interlocutore che fa domande, interviene, commenta, addirittura (rarissimo) esprime un giudizio critico o un parere su quel testo o che, avendo introiettato il meccanismo e avendolo trovato utile e divertente al contempo, chiede di poter recitare lui stesso una sua poesia. Nel chiamare a caso i numeri tratti dall’elenco, in effetti, c’è la stessa possibilità di chiamare un meccanico che un poeta, un chirurgo appena rientrato a casa da una dura giornata di lavoro o un modesto carpentiere, come pure un italiano o uno straniero, un anziano o un bambino (e potremmo continuare così all’infinito!) ad ulteriore evidenza di questa applicazione fortemente libera e partecipativa, democratica, scevra da parametri di qualsiasi natura. Così come sono variegati i profili umani dei destinatari, altrettanto lo sono le loro risposte, le loro non risposte, le loro esitazioni, fughe, riprovazioni e condanne.

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Alcune considerazioni dello stesso Cortese in merito alla performance possono aiutarci a comprendere ancor meglio il raggio d’azione e gli intendimenti di questo procedimento, finanche gli esiti raggiunti. In una recente intervista da me condotta al poeta, questi ha rivelato che «Le mie aspettative non sono state deluse. Ero convinto che in molti sarebbero rimasti ad ascoltare, anche solo per curiosità, e così è stato. […] Certamente l’avere all’altro capo del filo un perfetto sconosciuto fa mettere sulla difensiva. Ma lo avevamo messo in conto. Faceva parte del gioco. […] Da questa performance si può desumere che anche tra quelli che non si professano amanti della poesia ci si può ritagliare uno spazio d’attenzione per quest’arte meravigliosa». 

Chi meglio della stessa ideatrice della performance può parlarcene? A continuazione qualche mia domanda posta a Francesca Fini e le sue preziose risposte.[11]

1) Com’è nata l’idea di questa performance e quali obiettivi si proponeva? Essi possono considerarsi raggiunti?

La performance è nata in seguito ad una riflessione che personalmente porto avanti da moltissimo tempo sulla possibilità concreta di realizzare una performance interattiva e immersiva, in cui la separazione tra pubblico e privato, spettacolo e spettatore, venga realmente abbattuta. La risposta a questo eterno quesito, nel caso delle performance che implicano un coinvolgimento del pubblico presente nello stesso spazio del performer, è chiaramente no. Nel senso che il coinvolgimento viene condizionato dalla consapevolezza dello spettatore di essere coinvolto nell’azione artistica, dalla sua preoccupazione di calarsi in una parte e, quindi, di vestire la maschera di ciò che ci si aspetta da lui in quanto spettatore-attore. Comincia quindi, inevitabilmente, a recitare una parte. E dove c’è recitazione, dove c’è rappresentazione, non c’è più performance art. Ho notato come quasi sempre le performance cosiddette interattive, realizzate cioè coinvolgendo il pubblico presente nello spazio performativo, consapevole di diventare parte dell’opera, naufraghino in una sciatta mistificazione concettuale, in una maldestra simulazione di spontaneità e autenticità. Ho quindi immaginato un performance radicale che si basi sul coinvolgimento di un pubblico veramente inconsapevole, ignaro di diventare parte di un’azione artistica. L’idea del telefono è stata prodotta da queste riflessioni, e da lì si è poi sviluppato il concept generale della performance “The Call Center”, con la collaborazione di Davide Cortese, che in scena è semplicemente se stesso, nella doppia veste biografica di poeta e di operatore di call center. Gli obiettivi credo siano stati felicemente raggiunti.

 

2) Porterete questa performance in altri contesti, riproponendola, con la partecipazione di un pubblico come fatto al Marco Asilo di Roma?

La performance “The Call Center” è pensata come dispositivo portatile, adattabile a qualsiasi contesto espositivo e a versioni site-specific. Sono già in contatto con altri festival interessati ad ospitarla, anche all’estero, e con una società per realizzare un vero e proprio set, con gli stessi strumenti e arredi che vengono utilizzati in un call center, lavorando con veri operatori di telemarketing commerciale, che affronteranno una sfida assolutamente nuova, quella di tenere al telefono il potenziale cliente con la poesia.

 

3) La performance può essere definita come un esperimento sociologico? Se sì, ora che è terminata, quali dati di lettura e analisi possono essere dedotti e riferiti?

Ogni opera di performance art pubblica è, di fatto, un esperimento sociologico: innesca una serie di domande, a cui spesso non si trovano risposte esaurienti, sul rapporto tra arte e vita, tra esperienza e rappresentazione, tra verità e finzione. Nel caso di “The Call Center”, questo principio è del tutto evidente. Naturalmente nessuno di noi ha scelto di registrare i dati prodotti dalla performance per una sua lettura analitica, e neppure abbiamo sviluppato preventivamente un criterio scientifico per la registrazione di questi dati. Perché abbiamo scelto di rimanere nel campo effimero dell’arte performativa, il cui impatto è sempre transitorio, la cui narrazione si apre a infinite possibili letture e il cui criterio fondamentale non è quello del senso ma della sensazione. La sensazione più clamorosa che sicuramente questa performance ci ha dato – comunicandola con forza al pubblico presente in sala, quello sì, vero spettatore oltre la quarta parete – è che oramai siamo abituati esclusivamente a comunicazioni di carattere utilitaristico e commerciale. Da cui, ovviamente, abbiamo imparato a difenderci. La comunicazione puramente empatica, priva di secondi fini, tra sconosciuti, non è più considerata qualcosa di possibile per lo stile di vita contemporaneo. Si cerca dietro la strategia, la fregatura, il trucco. La chiacchiera inutile ma utile, senza scopo ma con un fine, per ammazzare il tempo e così dargli un senso, quella dei nostri nonni e di quelli prima di loro, è severamente bandita. Con Davide abbiamo provato che invece questo tipo di comunicazione fa parte del nostro DNA già antico. Ce ne siamo accorti ascoltando lo scambio con quegli interlocutori – pochi ma buoni – che hanno deciso di far cadere il sospetto, di stare al gioco, di farsi trascinare in una situazione così insolita e surreale. E quando riattivi quella latente porzione di codice del nostro DNA, in un sonnacchioso pomeriggio domenicale, scoppia la magia.

Lorenzo Spurio

 

Bibliografia

Bertotto Giulia, “L’arte contemporanea nella poesia: The Call Center”, Slam Contemporary, 3 novembre 2019, https://slamcontempoetry.wordpress.com/2019/11/11/larte-contemporanea-nella-poesia-the-call-center/

Di Genova Arianna, “John Giorno, l’artista che regalava poesia al telefono”, Il Manifesto, 13/10/2019, https://ilmanifesto.it/john-giorno-lartista-che-regalava-poesie-al-telefono/

Tiberia Antonietta, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

Intervista a Francesca Fini per performance novembre 2019: https://www.youtube.com/watch?v=DfJ1okAHKRI

http://performart.altervista.org/the-call-center-performance-art-tv/

https://abitarearoma.it/the-call-center-davide-cortese/

https://vimeo.com/groups/21825/videos/385885170

 

Note di riferimento 

[1] Antonietta Tiberia, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

[2] Francesca Fini è un’artista interdisciplinare la cui ricerca spazia dalla video-arte al documentario sperimentale, dal teatro alla performance art, dalle arti digitali all’installazione pittorica, inoltrandosi in quel territorio di confine dove le arti visive si ibridano, cercando di proporne una sintesi nuova proprio nel linguaggio performativo contemporaneo. Negli anni ha performato ed esibito il suo lavoro in numerosi contesti di alto livello sia in Italia che all’estero tra cui al MACRO (Roma), Manege Museum (San Pietroburgo), Schusev State Museum of Architecture (Mosca), Arsenale (Venezia), a Toronto, Chicago, San Paolo, Rio. Ha realizzato “Ofelia non annega”, un lungometraggio sperimentale, che mescola il linguaggio della performance art a quello dell’archivio storico. I suoi video sono distribuiti da Video Out di Vancouver e VIVO Media Art Center.

[3] Davide Cortese è nato sull’isola di Lipari (ME) nel 1974 e vive a Roma. Per la poesia ha pubblicato ES (1998), Babylon Guest House (2004), Storie del bimbo ciliegia (2008), Anuda (2011), Ossario (2012), Madreperla (2013), Lettere da Eldorado (2016) e Darkana (2017). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui Poeti e Poesia e I fiori del male. Nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro”. Autore anche di raccolte di racconti.

[4] Non si è trattata della prima performance di questo tipo dato che già due anni prima, nel novembre del 2017, venne realizzato, sebbene in una dimensione domestica nello studio di Francesca Fini. Qui si trova il video di quella esperienza: https://www.facebook.com/performancearttv/videos/544181842601278/ mentre a questo link un estratto della performance romana: https://vimeo.com/groups/21825/videos/385885170

[5] «Dial-A-Poem scaturì da uno scambio con il sodale Burroughs; all’inizio, le linee previste erano dieci, poi crebbero: bisognava strappare più persone possibile dalla banalità del loro everyday», in Arianna Di Genova, “John Giorno, l’artista che regalava poesia al telefono”, Il Manifesto, 13/10/2019, https://ilmanifesto.it/john-giorno-lartista-che-regalava-poesie-al-telefono/

[6] In altri casi il perfomer declama direttamente la poesia senza nessuna richiesta in tal senso e il messaggio poetico, l’attacco d’arte, anticipa un qualsiasi tipo di rapporto dialogico tra mittente e destinatario.

[7] Davide Cortese in una recente intervista privata da me fatta ha dichiarato che «Amy Lowell è un’autentica passione di Francesca Fini e piace molto anche a me. Francesca ha dedicato a questa affascinante poetessa un film meraviglioso: Hippopoetess». Nessuno dei destinatari, come rivelato dallo stesso Cortese, è stato in grado di accennare o intuire l’autore di determinate liriche lette durante la performance.

[8] L’uso del corsivo è mio per sottolineare alcune parole-chiave nella descrizione del progetto fatta dallo stesso autore-performer.

[9] Giulia Bertotto, “L’arte contemporanea nella poesia: The Call Center”, Slam Contemporary, 3 novembre 2019, https://slamcontempoetry.wordpress.com/2019/11/11/larte-contemporanea-nella-poesia-the-call-center/

[10] Antonietta Tiberia, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

[11] Intervista condotta a livello privato per e-mail il 24-01-2020.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“La mia isola” di Antonietta Langiu. Recensione di Lorenzo Spurio

La scrittrice di origine sarda Antonietta Langiu, da molto tempo nelle Marche, ha recentemente dato alle stampe una silloge poetica dal titolo La mia isola per i tipi di Grafiche Fioroni. A campeggiare nella copertina di questo volume è una foto del fratello del marito, Sergio Pierleoni, che ritrae uno scorcio suggestivo della brulla terra sarda con un primo piano di una vegetazione esile e spinosa, simile al cardo.

La-mia-isola-Antonietta-Langiu-203x300Antonietta Langiu, nata a Berchidda (Sassari) nel 1936, ha alle spalle una intensissima attività letteraria, con particolare attenzione alla narrativa. Seguiamone alcuni tracciati per comprendere la fitta trama delle sue scritture. Lasciata la Sardegna (alla quale è sempre ritornata per periodi più o meno lunghi, nel corso del tempo) si è laureata in Sociologia all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”; vive a Sant’Elpidio a Mare (Fermo) assieme al marito Ottorino Pierleoni, noto pittore e incisore, autore di un libro-testimonianza, cronaca della nostra Italia del XX secolo, Tracce di un percorso. Aspettando una nuova primavera (2018).

Particolarmente legata alla sua terra natale, della quale vi è vivida e continua testimonianza nei suoi scritti (“Corre la penna/ e il mio foglio bianco/ si trasforma/ in un paesaggio/ multiforme”), la Langiu ha pubblicato varie opere, tra le quali raccolte di racconti, opere critiche di approfondimento, studio e ricerca e studi monografici: Sa contra – Racconti sardi (1992; riedito nel 2014); il libro per ragazzi con schede didattiche Dietro la casa (1993), Sas paraulas – Le parole magiche (1999; riedito nel 2008, con la traduzione a fronte in sardo); L’amica Joyce (1999), libro d’arte dedicato alla celebre scrittrice e difensora dei diritti civili di cui fu grande amica, Joyce Lussu (nata col cognome di Salvadori a Firenze nel 1912, sposa del politico e scrittore Emilio Lussu, deceduta a Roma nel 1998) da lei frequentata nella sua casa signorile di San Tommaso alle porte di Fermo e con la quale viaggiò insieme in Sardegna; il saggio, un libro di ricerca e storia orale, dal titolo Maestre e maestri in Italia tra le guerre (2003) scritto assieme a Liduina Durpetti, Immagini lontane (2005), Lettera alla madre (2005), ancora sulla Lussu l’intenso lavoro di ricerca confluito in Joyce Lussu. Bio e bibliografia ragionate (2008) scritto assieme a Gilda Traini, Lungo il sentiero in silenzio – Dalla Sardegna all’Europa: diario di vita, di viaggi e di incontri (2008), La linea del tempo (2014), Tessiture di donne (2017). Diversi racconti, corredati da incisioni e inseriti in libri d’arte, si trovano presso raccolte pubbliche e private a Fermo, Fabriano, Urbania, Ancona, Venezia, Aachen e Copenaghen. Saggi, racconti e altri testi sono stati pubblicati sulle riviste letterarie NAE, l’immaginazione, nostro lunedì, Proposte e ricerche, Sardegnasoprattutto, Euterpe, La Donna Sarda, El Ghibli. Sulla sua produzione si sono espressi, tra gli altri, il critico Giorgio Barberi Squarotti, il poeta e critico sardo Angelo Mandula, Silvia Ballestra, Maria Giacobbe, il critico e docente universitario Franco Brevini, studioso di dialetto.

 

La recensione integrale è stata pubblicata sulla rivista online Oubliette Magazine il 05/02/2020. Per leggerla è possibile cliccarla qui.

 

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“Il colloquio con Thanatos. Il poeta toscano Nazario Pardini nell’ultimo volume della trilogia dell’approccio “ai dintorni” della vita” di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio

Il nome di Nazario Pardini, poeta, scrittore e critico letterario, docente di Letteratura Italiana, ben noto anche sulle pagine digitali da anni, meriterebbe una descrizione che forse un pamphlet non sarebbe sufficiente, tanto è estesa e prolifica la sua produzione letteraria. Non solo di poesia, per la quale ha pubblicato decine di titoli, tra sillogi più o meno ampie, veri e propri repertori dell’anima che condensano esperienze e fasi del suo vissuto, canzonieri, poemetti, raccolte meticolose, elogi, canti, e tanto altro ancora. Senza dimenticare il suo costante e fondamentale contributo alla critica letteraria mediante lo studio attento, approfondito e umano – in una sola parola “dotto” – che ha riversato verso autori più o meno noti della scena letteraria nazionale e non solo. I suoi contributi critici, oltre a permettere a vari autori di fregiarsi delle sue considerazioni ermeneutiche in opere proprie nella forma di prefazioni, postfazioni e note di lettura, sono diffusi un po’ ovunque ma anche ben raccolti nella nutrita vetrina online di scritti, Alla volta di Lèucade, (che porta il titolo di un suo fortunato libro di poesia edito nel 1999, arricchito da una prefazione di Vittorio Vettori)[1] dove il professore, con cadenza quasi giornaliera, dà diffusione ai suoi scritti, vere e proprie esegesi sempre così ricche e particolareggiate, attentissime allo stile e ai linguaggi adoperati, alle segnalazioni dei volumi e tanto altro ancora.

Se è vero che la rete consente di abbattere tempi, distanze e qualsiasi altro tipo di barriera tra un emittente e un ricevente, è anche vero che spesso può risultare dispersiva nel poter fornire una corretta e utile table of contents, per andare a ripescare testi, far riemergere saggi (magari per trarne una citazione e renderne merito nella bibliografia) o, in qualche modo, recuperare in forma agevole e sicura quel materiale critico che nel tempo, come la stratificazione di una roccia sedimentaria, si è andato accumulando descrivendo striature cromatiche diverse e, al contempo, a rendere ancor più inscalfibile la materia. A favorire questo approccio sono giunti, in tempi recenti, quattro mastodontici volumi editi da The Writer Edizioni rispettivamente nel 2014, 2016, 2018 e 2019 dal titolo Lettura di testi di autori contemporanei, seguiti dalla loro normale numerazione dei tomi, nei quali il professor Pardini ha convogliato la gran parte dei suoi scritti – vere e proprie gemme – tra recensioni, saggi, interviste a lui fatte e concesse ad altri, note di lettura, approfondimenti e tanto altro ancora. Dei cataloghi ricchissimi non solo nei loro contenuti (vale a dire le opere contemplate, gli autori letti, approfonditi, analizzati con onestà e grande scavo nel loro lessico) ma anche negli approcci di approfondimento al punto che possono di certo essere considerati come dei testi fondativi, immancabili, di lettura e avvicinamento al testo per chi, scantonando il lettore qualunquista, voglia davvero poter impiegare gli arnesi del critico, scoprendone quella che è senz’altro un arte del mestiere. Testi di critica, dunque, ma anche sulla critica, che possono indirizzare degnamente chi, amante dei libri, abbia esigenza di immergersi in quel panorama magmatico che è il campo dei significati, delle allusioni, dei segni nascosti, dei richiami, delle (epidermicamente) insondabili forme con le quali si può dire senza svelare né determinare in maniera perentoria.

Numerosi e costanti anche i suoi contributi sulla rivista di poesia e critica letteraria Euterpe nel corso dei suoi quasi dieci anni di attività continuativa tra i quali mi piace ricordare alcune poesie di grande impatto comunicativo i cui motivi si dispiegano nelle oscure trame di una memoria dai contenuti ignobili e dolorosi come in “Carso” (n°14, dicembre 2014) e “In memoria delle foibe” (n°29, luglio 2019) o, di contro, improntate a seguire liberamente di volta in volta i possibili temi di rimando proposti dai vari numeri come il saggio “Puccini o il tempo della Turandot” (n°16, giugno 2015) e “Percy Bysshe Shelley e i suoi peregrinaggi marini” (n°22, febbraio 2017) a testimonianza della vastità degli interessi e della completa e approfondita padronanza di una materia non solo classica e letteraria, bensì di ordine sociale e riferita a ogni possibile campo dello scibile, tra umanismo e tematiche di attualità. Senza dimenticare, tra i contributi più incisivi, utili e di alto pregio, gli approfondimenti critici sulla poesia propriamente detta, motivo trainante della sua intera esistenza, ravvisabili, ad esempio, in “Lingua, linguaggi e poeti” (n°24, agosto 2017) e nell’avvincente “Società, filosofia dell’utile, ruolo dei personaggi e difesa della poesia in Chatterton di Alfred De Vigny” (n°23, giugno 2017).[2]

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Nazario Pardini

Alcune note bio-bibliografiche, però, prima di poter parlare della sua ultima opera poetica, I dintorni della vita (2019), risultano necessarie. Nazario Pardini (Arena Metato, Pisa, 1937) si è laureato in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia, è stato ordinario di Letteratura Italiana. Prolifica e di alto livello la sua attività di instancabile poeta, saggista e critico letterario, per la poesia ha pubblicato Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare (1993), Le voci della sera (1995), Il fatto di esistere (1996), La vita scampata (1996), L’ultimo respiro dei gerani (1997), La cenere calda dei falò (1997), Sonetti all’aria aperta (1999), Paesi da sempre (1999), Alla volta di Lèucade (1999), Radici (2000), D’Autunno (2001), Dal lago al fiume (2005), L’azzardo dei confini (2011), A colloquio con il mare e con la vita (2012), Dicotomie (2013), I simboli del mito (2013), I canti dell’assenza (2015), Cantici (2017), Di mare e di vita (2017), Cronaca di un soggiorno (2018), I dintorni della solitudine (2019), I dintorni dell’amore ricordando Catullo (2019) e I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos (2019). Molti i premi vinti fra cui il “Città di Pisa” (2000) nella terna Baudino, Mussapi, Pardini con Alla volta di Lèucade, i premi alla Carriera (“Le Regioni” di Pisa nel 2000, “CinqueTerre” di Portovenere nel 2012; “Portus Lunae” di La Spezia nel 2012, “Ponte Vecchio” di Firenze nel 2014) e la prestigiosa “Laurea Apollinaris” nel 2013 conferita dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana. Su di lui hanno scritto, tra gli altri, Mario Luzi,  Vittorio Vettori, Paolo Ruffilli, Ninnj Di Stefano Busà, Giuseppe Giacalone, Luigi Filippo Accrocca, Antonio Piromalli, Silvio Ramat, Vittorio Esposito, Antonio Nazzaro, Antonio Spagnuolo, Giorgio Bàrberi Squarotti, Neuro Bonifazi, Franco Campegiani, Fulvio Castellani, Pasquale Balestriere, Giuseppe Vetromile, Rodolfo Vettorello,  Carmelo Consoli,  Umberto Vicaretti, Ugo Piscopo, Liana De Luca, Floriano Romboli.

Poeta legato alla tradizione classica e alla poetica naturalistica (inesauribile nel suo panismo vegetale e nella comunione con le acque) ma anche alla tradizione decadente e simbolista (poeti maledetti, D’Annunzio, gli scapigliati[3]) non può non essere avvicinato, per alcuni suoi componimenti, anche all’esperienza crepuscolare, così distante dalla prosa lirica o dal frammentismo d’inizio secolo scorso essendo il suo poetare sempre sorretto da un estetismo metrico, da una ricerca di costruzione formale attenta e con richiamo della classicità.

Se si prendono in esame i titoli delle ultime opere poetiche pubblicate dal Nostro ci si rende conto di un continuo e progressivo avvicinamento a temi pervasi da introspezione, considerazione filosofica, finanche melanconia e ripiegamento emotivo. Non si allude a nessun tipo di pietismo, vittimismo e pessimismo dal momento che l’intera produzione di Pardini è tesa a innalzare il bello, a celebrare la vita, a focalizzarsi sugli aspetti di luce piuttosto che nelle normali e ineliminabili zone d’ombra, asperità, situazioni angosciose e di vero e proprio derelizione. Tuttavia, come dimostra il lavoro del 2015 incentrato sul tema dell’assenza, ci rendiamo conto di una progressivo avvicinamento a un colloquio con un’alterità indistinta perché nelle sue vesti immateriali, incorporei e vacue. Sono “dialoghi della possibilità”, vale a dire forme comunicative impiegate dal Nostro con le quali, di rimando e indirettamente, interroga se stesso, permettendo a noi lettori di appropriarci delle sue riflessioni sulla vita, delle considerazioni, inquietudini, perplessità che il poeta, dopo aver attraversato un’esistenza ricca di episodi, è in grado di porre perché, diversamente, con molta probabilità, non riuscirebbe a vivere. Sono i dilemmi comuni che, in diversa forma e in fasi diverse della nostra vita, siamo portati a porci, eppure in questi interrogativi o labili convincimenti nei quali viene a ritrovarsi, il Nostro esplica se stesso: dà senso alla poesia che è forma di vita per mezzo della confessione intima con il suo cosciente. In queste circostanze hanno trovato la loro concettualizzazione i tre volumi della fortunata e filosofica trilogia poetica del 2019 pubblicata in rigorosa e autentica veste grafica dallo storico – una delle ultime poche garanzie editoriali italiane – Guido Miano Editore di Milano, uscita dopo la speziata Cronaca di un soggiorno nel 2018.

Primo volume della trilogia è I dintorni della solitudine alla quale ha fatto seguito I dintorni dell’amore ricordando Catullo e, infine, I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos che è oggetto di studio di questa analisi. Si dovrebbe partire dalla spiegazione – o dal tentativo di avvicinamento – al lemma impiegato nei tre titoli di questa trilogia ovvero “i dintorni”.[4] Il poeta di lungo corso – classicista, ma anche estimatore degli ermetici – sa bene che compito della poesia non è parlare della noce, semmai del mallo screpolato che la ricopre. Vale a dire non è un discorso illustrativo né argomentativo l’impegno poematico, l’atto ispirativo che dà seguito a una creazione lirica, ma allusivo, collettaneo, approssimativo, cangiante, multiforme e polisemico, stratificato. Impossibile cercare di intuire certezze e verità inoppugnabili, il linguaggio poetico adombra un concetto, lo circoscrive in nebulosa, lo vaporizza, ne estende i principi rendendoli in diffusione – per quanto la letteratura sia figlia e specchio della vita (sugli insegnamenti di Sciascia, Calvino e tanti altri ancora, citerei anche la dissociata Sylvia Plath de La campana di vetro) esse non potranno mai essere eguagliate. Ecco perché Pardini parla dei “dintorni della solitudine” vale a dire affronta il tema della solitudine cercando di approcciarla, di avvicinarsi ad essa, fornendone forse dei tratti che la distinguono secondo la sua inclinazione, un’approssimazione, una possibile lettura, formula: non ne dà mai il ragionamento esatto, la lettura sillogica inconfutabile. Non è un discorso “su” ma “circa”, “attorno”, che lambisce, percorre, si aggira, conduce un periplo attorno alla materia, la osserva, se ne occupa, la fa sua come tema, senza mai fagocitarla con la razionalità perigliosa dell’uomo. In tutto ciò – e se così non fosse non darebbe gli alti esiti che, invece, riscontriamo – non può venire meno quel senso di “chiarezza, [quella] capacità espressiva [ricca] di indizi, lemmi straordinariamente efficaci per stabilire variazioni sul tema, evoluzioni di una cifra ermeneutica di sicura originalità”[5] come ebbe ad osservare Ninnj Di Stefano Busà.

De I dintorni dell’amore ricordando Catullo, con prefazione di Rossella Cerniglia, il critico romano Cinzia Baldazzi aveva riferito con particolare attenzione alla “Lettera ad una amica mai conosciuta”, testo incipitario della silloge, sostenendo che Pardini “dichiara che il dolore – il tormento – può purificare, però l’appello non coincide con il sopportare o gestire un’assorta, inerte contemplazione. Al contrario, nella guerra perpetua, nell’ostinato conflitto dei contrari al cui interno viviamo, il ruolo a noi destinato è comunque di combattere”.[6] E questo può essere utile, quale trait d’union, per collegarci al tema e ai motivi che muovono alla costruzione del volume successivo di Pardini, interamente dedicato alle conversazioni con Thanatos. Pardini non manca di mostrarsi, anche nella complicatezza del tema del quale ha deciso di occuparsi, di essere “così effusivo e così straripante”[7] per dirla con Vittorio Vettori. Il volume si apre con una precipua e utilissima nota critica del docente pisano Floriano Romboli (assiduo commentatore dell’opera poetica di Pardini) che anticipa la trattazione del volume attorno alla “insistenza e sistematicità alla “Morte” […] L’antitesi vita/morte pervade da sempre il pensiero e le forme dell’arte degli uomini […] Seneca raccomandava di familiarizzarsi [con la morte] progressivamente […] Nazario Pardini non ignora di certo la presenza dolorosa e disorientante della morte, la sua azione distruttiva e deprivante” (9-11).

Pardini Nazario 2019 - I dintorni della vita [fronte] (1)Le poesie di Pardini sono colloqui con “la sagoma di Thanatos protesa/ come l’ombra di sera” (15)[8], la signora con la falce che nel corso della silloge è simbolo della fine delle illusioni, del dolore, della bieca cattiveria (“ci furono sottratti dalle fauci/ di un essere insaziabile”, 15) che in senso generale prende la forma delle più aberranti violenze (“ovunque sei/ c’è male e distruzione”, in “Morte”, 65), crudeltà, catastrofi e le stragi che concernono l’uomo: “terremoti,/ guerre fratricide senza fine,/ barche sperdute in mari indifferenti,/ innocenti caduti in primavera”, 15). Dal primo componimento si evidenzia l’intenzione del poeta di non voler rendere il tema della morte in forma generale, come concetto al quale riferirsi, bensì di darne nome e foggia: di distinguerla, di rappresentarla nelle sue tante forme e voluttuosità. Significativo il riferimento – che ritorna nella lirica “E quella imbarcazione?”[9] – alle ecatombe nel Mediterraneo che fanno seguito ai tanti naufragi di disperati in cerca di un futuro migliore.

Squarci di conversazione con l’Eterna compagna che prendono la forma di avvertimento: “E anche tu, morte,/ non tentare l’accesso, non ti è concesso” (in “È ingolfata la strada”, 17), di reproba denuncia: “Menefreghista,/ insaziabile carnivoro volatile/ si prende il meglio della mia giornata,/ della mia storia. Senza alcun rispetto” (in “Il tempo”, 22) con eco shakespeariano: “Quando penso che ogni cosa che nasce/ resta perfetta solo per brevi istanti,/ che questa immensa scena ci offre sol fantasmi/ […]/ mentre il Tempo distruttore cospira con la Morte/ per cambiare il tuo fresco giorno in fetida notte” (Sonetto n°15)[10]; di vero scherno: “E maledetta pure tu, morte” (in “Morte bianca”, 30); “Vai al diavolo!”[11] (in “Vai al diavolo!”, 40), c’è anche il tentativo di riconciliazione: “Non essermi nemica/ […]/ Tu che sei grande, eccelsa, immarcescibile,/ tu che tutto puoi” (in “Conversazione con la morte”, 32), e l’accoglimento della proposta: “Spero che tu mi colga nel momento/ che sto guardando il mare;/ […]/ meno duro sarà,/ meno pesante il giorno dell’addio” (in “Conversazione con la morte”, 35), continuamento di un dialogo ininterrotto: “Mi è presa la mania di parlare/ con te” (in “Conversazione con la morte”, 37).

E poi la serie di poesie dedicate, a partire da quella che ha come destinatario il “Fratello scomparso” deceduto così giovane, che il poeta anela a rincontrare (“Spero che la fortuna mi sia amica/ e che mi faccia avere il tuo sorriso/ quando verrò a trovarti, ad abbracciarti,/ caro fratello mio” in “Lettera al fratello scomparso”, 18), quella dedicata a un’anziana madre che regge a malapena la sedia a rotelle per portare in giro la figlia malata: “t’immagini morisse quella donna,/ che fine mai farebbe quell´inferma./ Perché, trucida morte, non le assisti:/ […]/ questo è il caso/ che tu intervenga ed io sono d’accordo./ Ma tutte e due insieme in un bel volo/ a sorseggiare il blu; a respirare/ aria di libertà; assieme unite/ in un abbraccio eterno, meritato” (in “Ogni giorno”, 25), lirica angosciante e di grande attualità come tema: quando è (umanamente, eticamente, civilmente, giurisdizionalmente)  giusto porre fine alla propria esistenza, in uno stato di letargia e di impossibile cura? Temi che ritornano, quelli della legittimità e del diritto alla morte, in “Oggi ti approvo, morte” in cui si legge: “sono d’accordo con te, questa volta./ Soffriva da tant’anni; il male lo rodeva./ […] senz’altro/ ha smesso di patire” (41). Una poesia è dedicata a due genitori che hanno perso prematuramente il proprio figlio (“Ai suoi lati/ padre e madre abbracciati disperati”, in “Ho visto”, 36) e un’altra a un uomo che è rimasto ucciso dal trattore che “ha sbranato l’uomo” (in “Senza rimorso”, 39), finanche la lirica dedicata a Dante, “uno dei pochi/ a vincere la morte” (in “A Dante”, 51) sulla sua tomba a Ravenna. In “Dialogo con la morte”, quest’ultima contraddistinta per essere “macilenta, scheletrita” (26), senza tergiversare Pardini annuncia il tragico appelloLo sai che prima o poi faremo i conti/ […] preparati alla fine/ […] fissa bene/ quello che ti è dintorno” (26), parole alle quale l’io lirico risponde con dignità e fermezza implorando di lasciarlo stare: “Lasciatemi in pace!/ È inutile tu venga anguicrinita/ a disturbare i giorni che mi restano./ Voglio viverli senza pensamenti” (27).

Questo volume di Pardini fa venire alla mente ad alcune delle opere più struggenti e affascinanti della letteratura mondiale che hanno posto il tema della morte al centro delle disquisizioni dell’io lirico: dalla debolezza e inettitudine dei crepuscolari immersi in tanto grigiore e aria malata che li porta di continuo a riflettere sulla morte, al decesso dei romantici e alla mania cimiteriale, finanche alla morte come slancio, dei ribelli d’animo, dei bohémien, dei maledetti, degli scapigliati, di coloro che non hanno mancato di progettare un volo ardimentoso. Più propriamente, però, sembra di respirare il linguaggio cauto e investigativo di Leopardi del Dialogo della Moda e della Morte dove rifletteva attorno – nei dintorni, appunto – alla Morte che – personificata – così esordiva nella conversazione: “Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami”.

C’è, indirettamente il Pavese straziato di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, poesia scritta il 22 marzo 1950[12], (“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi/ questa morte che ci accompagna/ dal mattino alla sera, insonne,/ sorda, come un vecchio rimorso/ o un vizio assurdo.// […]/ Per tutti la morte ha uno sguardo.// Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”) e, nell’humus di questa poesia di Pardini che battaglia con la morte facendo prevalere la vita, il desiderio e l’amore, anche Emily Dickinson, Federico García Lorca, Pablo Neruda, solo per citarne alcuni. Si rivela anche Giovanni Testori che, nell’opera teatrale Conversazione con la morte, dialoga con la “cara, dolce ed eterna ombra” che di volta in volta assume sembianze diverse, a volte fascinose altre terrificanti. Nelle trame della poesia di Pardini che affronta in siffatta forma il tema della morte, la transitorietà dell’umano, la spavalderia del tempo assassino e la denuncia del male, c’è anche la presenza massiccia della poesia elisabettiana: la dark lady di shakespeariana memoria e la sfida beffarda alla morte (che si ritroverà in S.T. Coleridge) nella poesia “Morte, non essere orgogliosa”[13] del metafisico John Donne. Qui si legge: “Morte, non andare fiera, se anche qualcuno/ ti ha chiamata terribile e potente- tu non lo sei;/perché quelli che tu pensi di travolgere, non muoiono/ povera morte, né tu puoi uccidere me./ […]/ Tu sei schiava del fato, del caso, di re e di disperati,/e dimori col veleno, la guerra e le malattie,/ […]; Morte tu morrai”.

La morte – inquietudine e controversia interiore – viene a suo modo esorcizzata e allontanata dall’ordinario come il poeta fa in “Non scriverò di certo, morte” dove si legge: “Scriverò, al contrario, della gioia/ che zampilla dattorno per i prati/ […]/ Mi piace tutto quello che si oppone/ all’impertinenza della tua presenza,/ morte” (23). La morte si offusca con la supremazia del bene e il dominio della luce; il Bardo inglese scrive: “Al tempo contrasterai la tua eternità:/ finché ci sarà un respiro od occhi per vedere/ questi versi avranno luce e ti daranno vita” (Sonetto n°18) e l’americana Emily Dickinson “Chi è amato non conosce morte…”. A loro fa eco Pardini che annota “Amare è quello che faremo,/ senza indugi e senza reticenze,/ sarà la nostra fiamma,/ il fuoco che ci incendia/ a tradire la foga dell’eterno,/ dell’eterno mistero della morte” (in “Andiamo insieme, Delia”, 31); “Ma la natura vuole che l’amore/ vinca su tutto a costo di morire” (in “Un ramo secco a terra”, 49). Questa via salvifica di luce e di completa comprensione dell’umana natura, nel rispetto del limite della Creazione e nella fiducia in una alterità eterna, sono ben custoditi nella lirica di chiusura del volume, così ricca di bagliori e di riflessi: “La luce incoronò valli ed abissi,/ e tutto fu chiarore./ […] Si aprirono le tombe,/ la morte si redense in cherubino./ Dovunque fu un abbraccio/ di fratelli, madri, padri;/ […]/ nacquero fiori/ […]/ ci furono romanze/ […]/ E tutto fu sereno,/ e tutto illuminato dalla luce del cielo./ […]/ non fu più notte/ […] Fu gioia. Fu luce attorno, accecante,/[… ]/ fu luce nelle anime/ che vollero l’amore/ […]/ Tutto fu largo, immenso/ […]/ Vinse l’amore, e nella notte/ si accese la lampada divina,/ grande, enormemente forte,/ più che d’agosto la calura estiva./ Più che di giorno la gloria del Signore” (67-68).  Ed è proprio in questo percorso di auto-rassicurazione e di rinata speranza che si procede nel vivere ordinario, scantonando impervie vie e ombre che s’allargano a macchia d’olio perché, proprio lì dove, come sostiene il Nostro, “I dintorni riprendono il colore,/ aprendosi in segno di speranza” (in “Mi sembra che il vento”, 20).

Lorenzo Spurio

Jesi, 27-01-2020

 

[1] Particolarmente bella la risposta datami in un’intervista di qualche anno fa nella quale chiedevo al professore il motivo di questo titolo per uno dei suoi libri e poi per il blog letterario. Anche se un po’ lunga mi piace riportarla per intero per permettere ai lettori di apprezzare questo testo così sapiente, ricco, persuasivo, degno della più alta critica letteraria: “Leucade è l’isola del sogno. Della dimenticanza. Della rupe da cui si gettavano, in mitologia, i grandi, compresa Saffo abbandonata dal suo Faone, per dimenticare appunto le pene d’amore. Ma qui rappresenta il culmine di una ascesa lirica e formale. Il viaggio tormentato di una memoria che dal ventre della terra riesce a proiettarsi in mondi di onirica bellezza non per dimenticare, ma per rivivere i grandi e i piccoli fatti della vita. Ed io ne sono uscito dal salto con tutto il mio bagaglio esistenziale. Potrei riportare citazioni di tutto il mondo classico, ma una in particolare [(Dum loquimur fugerit invida aetas (Quinto Orazio Flacco)], credo sia la più vicina al senso di fragilità della vita, terriccio fertile per la poesia. A cosa mi sono rifatto? Alle memorie di quella cultura assorbita al liceo, e decantata nell’anima fino a farsi attuale, esistenziale, autobiografica, e decisa ad uscire a nuova vita. Mi sono rifatto alla mia storia, alla realtà di ieri e di oggi, aiutato da una natura fattasi simbolo coi suoi squarci di luce, colle sue corse di dune e ginestre, con le sue fughe e i suoi ritorni, coi suoi profumi e le sue ombre, a concretizzare segmenti d’anima. Leucade riguarda il mio credo poetico. Che cosa sia la poesia è certamente uno degli interrogativi più annosi della storia dell’uomo. La sola certezza comunque è che necessita, volenti o nolenti, di realtà individuali, di singole esperienze, di vicissitudini ed emozioni personali, per aprirsi dal memoriale all’immaginario, dalla vita al gran senso. E questo volume io credo trovi la sua compattezza partendo dal sapore della realtà, da ciò che conserva di primitivo per ampliarsi sempre più verso prospettive di largo respiro, tese a farci aspirare a qualcosa che svincoli, sleghi. E si fanno avanti il sogno, la fantasia, l’immaginario che non riescono comunque mai a liberarsi del tutto dal bagaglio del memoriale che ci portiamo dietro sempre più vago e nostalgico, ma vera vita, vita che resta, filtrata dal tempo, scampata e per questo degna di esistere in noi nel bene e nel male. E quello che ci tormenta è proprio il pensiero del suo destino. Chi lo affida ad una fede religiosa, chi al puro sogno, chi ad una fede poetica e chi laicamente ad un’isola quale potrebbe essere quella di Leucade, tentativo foscoliano come terapia al morbo del dubbio. E Leucade rappresenta la purezza laica, la bellezza, l’isola dell’equilibrio classico, della realizzazione del supremo su questa nostra problematica terra; il tentativo di elevarci laicamente al sapore del durevole. È Ulisse che riprende la sua navigazione: “Ancora salperemo / oltre colonne, questa volta mitiche / d’impedimento ai sogni. Là più lucido / e più eguale all’eterno sarà il liquido / dell’Oceano aperto” (Il ritorno di Ulisse, vv 43-47). Il linguaggio stesso subisce un’evoluzione di adeguatezza diacronica. Si insaporisce di termini arcaici, tende sempre più alla plasticità del distacco marmoreo.  Ed è sullo scoglio di Leucade che si raggiunge il colmo di una scalata lirica che permette sia la dimenticanza degli affanni esistenziali, la ripulitura per così dire del vissuto, che l’amore del tutto, ora veduto con altra dimensione umana, direi quasi ebrietudine dell’immagine che si fa poesia. La circolarità si compie nei canti arcaici. Dove tutto il mondo prepericleo, in cui secondo me immensi erano i presupposti immaginativi e creativi, irripetibili per liricità poetica, dipana una visione superlativa di amor vitae che si fa plenitudine di canto e di filosofia laica dell’esistenza”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2012-2015), PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016.

[2] Tutti i numeri della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe possono essere letti e scaricati liberamente in formato pdf cliccando qui: https://associazioneeuterpe.com/leggi-i-numeri-della-rivista/

[3] Non a caso come ha rivelato in un’intervista da me fatta alcuni anni fa il libro da lui maggiormente amato è Fosca di Igino Ugo Tarchetti da lui descritto in questi termini: “È un libro della Scapigliatura lombarda. E parla dell’amore per il brutto, per ciò che si differenzia da quello che comunemente appare bello. Mi piace soprattutto l’arte della parola dell’autore. La capacità di rendere semplici certi concetti di per sé astrusi. E poi ci ho trovato, nella sua contrapposizione al Romanticismo, all’ultimo Romanticismo piagnucolone del Prati e Aleardi, una forza di reazione letteraria che sa tanto di nuovo. […] Quel libro l’ho letto, la prima volta, assieme alla mia ragazza nei tempi dell’università. Magari in quei tempi tutto poteva apparire affascinante”, in Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi (2012-2015), PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016.

[4] Floriano Romboli nella prefazione a I dintorni della vita. Conversazione con Thanatos (2019) scrive: “[Il poeta] concentra l’attenzione sui “dintorni” di determinate, capitali situazioni spirituali, ne focalizza gli aspetti problematici, ne sonda la profondità sentimentale e intellettuale” (7).

[5] Prefazione a Nazario Pardini, L’ultimo respiro dei gerani, Lineacultura, Milano, 1997.

[6] “Cinzia Baldazzi legge I dintorni dell’amore ricordando Catullo di Nazario Pardini, Alla volta di Lèucade, 1 settembre 2019.

[7] Prefazione a Nazario Pardini, Si aggirava nei boschi una fanciulla, ETS, Pisa, 2000.

[8] La poesia che apre il volume, senz’altro una delle più incisive, s’intitola “Doloroso il viaggio”.

[9] Qui si legge: “E il mare è grande,/ immenso quanto te che tieni addosso/ le vite dei mortali./ […] ha inghiottito senza alcuna pena/ le cento e più persone alla ricerca/ di una terra fraterna/ […]/ Ora son li distese in un salone/ le cento bare; fra tante mi ha commosso/ quella in legno bianco di un bambino/ che conosceva il mare dell’estate,/ magari quello azzurro di una fuga” (60-61).

[10] Le citazioni dai Sonetti shakespeariani sono tratti dalla edizione di Garzanti anno 2003.

[11] Sono le stesse parole che la Morte consegna alla “sorella” Moda in Dialogo della Moda e della Morte di Giacomo Leopardi: “Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai”.

[12] Si sarebbe suicidato qualche mese dopo, esattamente il 27 agosto 1950.

[13] Titolo originale “Death be not proud” identificato come Sonetto X.

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore. 

Ricordo di Zavanone e inediti di Gianni Milano; esce il nuovo numero di “Euterpe” con poesie di E. Pecora, F. Pusterla, M.P. Quintavalla e haiku di M. Bettarini

Esce il n°30 (importante traguardo!) della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe”, aperiodico tematico di letteratura online, ideato e diretto da Lorenzo Spurio e rientrante all’interno delle attività culturali promosse dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi.

Tale numero proponeva quale tematica alla quale era possibile ispirarsi e rifarsi: “L’uomo di fronte alla natura: descrizioni, sublimazioni e terrore”.

La prima parte è dedicata al poeta e pedagogista piemontese Gianni Milano. Lorenzo Spurio nel lungo articolo rintraccia i momenti cruciali della vita dell’uomo e della sua intensa produzione letteraria, con una selezionata scelta di inediti da alcune sillogi scritte nel corso degli anni da Milano. Fa seguito un articolo a firma della poetessa e critico letterario Rosa Elisa Giangoia dedicato al ricordo del poeta Guido Zavanone (1927-2019) recentemente scomparso.

Hanno collaborato e contribuito con proprie opere a questo numero della rivista (in ordine alfabetico) gli autori: Abenante Carla, Argentino Lucianna, Baldazzi Cinzia, Bardi Stefano, Bello Diego, Bettarini Mariella, Bianchi Mian Valeria, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Bussi Alfredo, Calabro´ Corrado, Carmina Luigi Pio, Carrabba Maria Pompea, Cascella Luciani Anna, Casuscelli Francesco, Chiarello Maria Salvatrice, Chiarello Rosa Maria, Cimarelli Marinella, Consoli Carmelo, Corigliano Maddalena, Cortese Davide, Curzi Valtero, D´Errico Antonio G., Dante Daniela, De Maglie Assunta, De Stasio Carmen, Di Iorio Rosanna, Di Palma Claudia, Di Salvatore Rosa Maria, Di Sora Amedeo, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Ferreri Tiberio Tina, Fiorenzoni Fiorella, Fiorito Renato, Flores d´Arcais Alessandra, Follacchio Diletta, Fratini Antoine, Fusco Loretta, Gabbanelli Alessandra, Giangoia Rosa Elisa, Giorgi Simona, Kemeny Tomaso, Kostka Izabella Teresa, Langiu Antonietta, Lania Cristina, Lubrano Rossella, Luzzio Francesca, Maggio Gabriella, Malito Antonietta, Marcuccio Emanuele, Milano Gianni, Minerva Gianni, Minore Renato, Mongardi Gabriella, Pardini Nazario, Pasero Dario, Pecora Elio, Pellegrini Stefania, Pierandrei Patrizia, Polvani Paolo, Porri Alessandro, Pusterla Fabio, Quintavalla Maria Pia, Raggi Luciana, Riccialdelli Simona, Saccomanno Mario, Scalabrino Marco, Seidita Antonella, Sica Gabriella, Silvestrini Maria Pia, Siviero Antonietta, Spagnuolo Antonio, Sponticcia Andrea, Spurio Lorenzo, Stanzione Rita, Stefanini Anna Maria, Strinati Fabio, Vargiu Laura, Veschi Michele, Zanarella Michela, Zavanone Guido.

Il nuovo numero può essere letto e scaricato cliccando qui e, a seguire, nei vari formati:

Visualizzazione in ISSUU/Digital Publishing adatta per smartphone e tablet

E-book: Azw3 per Kindle – Mobi – Epub

 

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Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

ANTOINE FRATINI – “L’importanza dei paesaggi dal punto di vista psicologico”

VALERIA BIANCHI MIAN – “Accendere la luce della coscienza nel collettivo, ovvero due parole sulla ricerca animale a partire dai macachi di Torino e Parma”

ALFREDO BUSSI – “La deriva poetica della promozione territoriale”

FRANCESCA LUZZIO – “Il roditore della natura”

RENATO MINORE – “Le immagini e la voce del calcio”

DILETTA FOLLACCHIO – “Uomo, letteratura e natura. Dalla natura sacralizzata all’«arido vero»

VALTERO CURZI – “Natura Madre nel pensiero romantico”

AMEDEO DI SORA – “Il Paese d’Anima di Tristan Corbière”

STEFANO BARDI – “Natura, magica natura. La poesia di Francesco Scarabicchi”

GRAZIELLA ENNA – “Il paradiso perduto: alcune interpretazioni e variazioni del topos dell’età dell’oro dal periodo classico al Cinquecento”

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Il parco della “contemplazione e della riflessione”

TINA FERRERI TIBERIO – “La Natura tra Filosofia e Scienza”

LUCIA BONANNI – “Il mito del changeling come spiegazione di malattie misteriose, rapimenti e scambi di bambini anche in relazione ai fenomeni naturali”

CARMEN DE STASIO – “La distopica sublimazione. Il movimento vorticoso di Il Secondo Avvento di William Butler Yeats”

CINZIA BALDAZZI – “L’uomo e la ragione contro l’«empia natura». Riflessioni sulla Ginestra leopardiana”

 

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà

“L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 20 Aprile 2020 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html). È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/823533098100301/

 

IV Concorso Letterario Nazionale “Premio Città di Chieti” – il bando

chieti

Il Concorso Letterario Nazionale  “Premio Città di Chieti” è stato ideato e fondato nel 2017 dalla poetessa e scrittrice teatina Rosanna Di Iorio che lo ha promosso con la volontà di dare impulso nella sua città natale a un valido progetto culturale e di diffusione della letteratura contemporanea che possa servire a creare, nel capoluogo teatino, un arricchimento del clima sociale mediante la promozione di una iniziativa concorsuale a dimensione nazionale per amanti della scrittura, sia in poesia che in narrativa. E’ patrocinato dal Comune di Chieti e dalla Provincia di Chieti e la collaborazione esterna (partnership) dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) e dell’Associazione Un Passo Avanti: Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno, nonché dello Sponsor Autotrasporti Falzetti Srl di Matelica (MC).

 

REGOLAMENTO

 

Art. 1 Sezioni

Possono partecipare cittadini italiani o stranieri maggiorenni con testi rigorosamente in lingua italiana e comunque residenti in territorio nazionale. Non verranno accettati testi in altre lingue o in dialetto, anche se provvisti di relativa traduzione. Le sezioni di partecipazione sono:

Sezione A – Poesia inedita o edita a tema libero Sezione B – Racconto inedito o edito a tema libero. 

Le poesie ed i racconti presentati al concorso non dovranno aver ottenuto un precedente riconoscimento al primo posto in premi letterari al momento dell’invio della propria partecipazione, pena la squalifica.

 

Art. 2 Esclusione

Non saranno accettate opere che presentino elementi razzisti, offensivi, denigratori e pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, irrispettosi contro la morale comune e che incitino alla violenza di ciascun tipo o che fungano da proclami ideologici e politici.

 

Art. 3 – Requisiti

Sezione A – Il partecipante prende parte al concorso con un testo poetico di lunghezza non superiore ai 35 versi ciascuno. Ogni componimento dovrà essere provvisto di titolo che deve corrispondere a quello indicato sul nome del file, in cui non è ammesso l’utilizzo di colori diversi dal nero, l’inserimento di immagini o di altri elementi grafici e dovrà essere anonimo, pena l’esclusione.

Sezione B – Il partecipante prende parte al concorso con un unico racconto di lunghezza non superiore le 4 cartelle editoriali (una cartella editoriale corrisponde a 1800 battute). Il racconto dovrà essere provvisto di titolo, dovrà rispettare i limiti di lunghezza e dovrà essere anonimo, pena l’esclusione.

 

Art. 4 – Contributo di partecipazione per spese organizzative:

 € 10,00 prima poesia; € 5,00 per ogni poesia in più, per un totale di 3 opere;

– € 10,00 un racconto.

  • possibile partecipare a più sezioni corrispondendo la relativa quota. Tale contributo potrà essere effettuato tramite bonifico su postpay Evolution IBAN: n° IT27W3608105138261042261053 intestato a Di Iorio Rosanna; causale: contributo IV Edizione “Premio Città di Chieti”. Gli eventuali plagi esimono gli organizzatori da qualsiasi responsabilità.

 

Art. 5 – Scadenza e invio

Per la corretta partecipazione, si dovrà inviare il materiale entro e non oltre la data di scadenza fissata al 30 Aprile 2020, all’indirizzo Email: premio.cittadichieti@libero.it

  • Files contenente il testo con cui si partecipa al Premio: poesie/racconti in forma anonima con carattere New Roman corpo 12 ciascuno su un file distinto.
  • File della scheda di partecipazione appositamente compilata in ogni sua parte.
  • File attestante l’avvenuto versamento della quota di partecipazione.

Non è ammesso invio di materiale cartaceo. Nel caso in cui non fosse possibile spedire via Email, si può inviare il materiale alla Poetessa Di Iorio Rosanna, Via Federico Salomone, 115, 66100 CHIETI.

 

Art. 6 – Commissione di Giuria

Presidente di Giuria: Lorenzo Spurio (Poeta, saggista, critico letterario)

Lucia Bonanni (Poetessa, Scrittrice e critico letterario)

Carmelo Consoli (Poeta – scrittore, critico letterario, saggista)

Elvio Angeletti (Poeta)

Anna Maria Fusco (Docente lettere classiche, Scrittrice e Attrice)

Vittorio Verducci (Poeta, Scrittore)

Patrizia Stefanelli (Poetessa, Scrittrice, Regista teatrale, critico letterario)

 

Rosanna Di Iorio (Presidente del Premio – senza diritto di voto)

Osvaldo Roccioletti (Segretario del Premio)

Per quanto non previsto nel presente Bando, i provvedimenti su eventuali controversie e/o chiarimenti spettano autonomamente al Presidente del Premio, il cui giudizio è inappellabile.

 

Art. 7 Premi

I premi, per ciascuna sezione, saranno così ripartiti:

1° Premio – 300€, targa e diploma con motivazione 2° Premio – 200€, targa e diploma con motivazione 3° Premio  – 100€ targa e diploma con motivazione

La Giuria, inoltre, attribuirà i seguenti Premi Speciali: Premio del Presidente di Giuria; Premio della Critica; Premio Chieti, assegnato alla migliore opera poetica di un autore teatino; Premio “Targa Euterpe” che verrà conferito ad un partecipante che si sarà distinto particolarmente in poesia. Premio “Targa Un Passo Avanti: Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno” per un partecipante che si sarà distinto particolarmente in un racconto.

La Giuria potrà proporre ulteriori premi indicati quali “Menzione d’onore”, ad altrettante opere meritorie non rientrate nei premi da podio. Tale decisione dovrà ottenere il parere favorevole del Presidente di Giuria e del Presidente del Premio per poter essere attribuiti.

Nel caso non sarà pervenuta una quantità di testi congrua per una sezione o all’interno dello stesso materiale la Giuria non abbia espresso notazioni di merito per determinate opere, il Presidente del Premio può decidere di non attribuire alcuni premi.

 

Art. 8 – Premiazione

La premiazione si terrà a Chieti Centro il 13 Giugno 2020 presso la Pinacoteca C. Barbella in via C. De Lollis 10 Chieti centro alle ore 17.

  • richiesto ai vincitori e a tutti quelli che lo desiderano di partecipare alla cerimonia di premiazione. In caso di impossibilità ad intervenire, potranno delegare una persona di fiducia e dovranno darne comunicazione al Presidente almeno 10 giorni prima dell’evento. Verranno informati dei risultati solo i vincitori e i menzionati in tempo utile per poter partecipare alla premiazione. I premi saranno consegnati esclusivamente durante la cerimonia di premiazione agli autori premiati presenti o ad un loro delegato. Non sono previste spedizioni successive.

I risultati del Premio saranno comunque visibili sulla pagina Facebook “Premio Città di Chieti”, sul Sito letterario “Alla Volta di Leucade” del Prof. Nazario Pardini, sulla pagina  Concorsi Letterari.net e saranno diramati attraverso la stampa nazionale e ogni altro veicolo di informazione.

 

Art. 9 – Privacy

Ai sensi del DLGS 196/2003 e della precedente Legge 675/1996 i partecipanti acconsentono al trattamento, diffusione ed utilizzazione dei dati personali da parte dell’organizzatore, dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi e dell’Associazione Un Passo Avanti APS per lo svolgimento degli adempimenti inerenti al concorso e altre finalità culturali afferenti.

La partecipazione al Premio implica l’incondizionata accettazione di tutte le clausole del presente Regolamento comprensivo di 9 (nove) articoli che potrà, in caso di necessità ed al solo giudizio dell’organizzatore, subire qualche variazione. Nel quale caso a tutti i partecipanti verranno fornite con ampio preavviso tutte le indicazioni circa la premiazione.

 

Rosanna Di Iorio – Presidente del Premio

Lorenzo Spurio – Presidente di Giuria

Osvaldo Roccioletti – Segretario del Premio

 

INFO:

Mail: premio.cittadichieti@libero.it Tel. 0871-456000 Cell.3356983492-Cell.3391484771

 

 

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

Nome/Cognome ________________________________________________________________

Residente in via _________________________________Città____________________________

Cap _______________________ Provincia ______________________Stato_________________

Tel. ___________________________________ E-mail __________________________________

Partecipo alla/e sezione/i:

  • A –Poesia a tema libero
  1. ________________________________________________________________________

2_______________________________________________________________________

  1. ———————————————————————————————————————
  • B – Racconto a tema libero

________________________________________________________________________ ________

Le opere presentate sono iscritte alla SIAE da parte dell’autore o figurano in opere in cui l’editore ha previsto l’iscrizione alla SIAE?

SI                   □ NO

Specificare:

________________________________________________________________________

________________________________________________________________________

________________________________________________________________________

  • Dichiaro che il/i testi che presento è/sono frutto del mio ingegno e che ne detengo i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento al trattamento dei dati personali qui riportati in conformità a quanto indicato dalla normativa sulla riservatezza dei dati personali (D. Lgs. 196/03) allo scopo del Concorso in oggetto da parte dell’organizzatrice del Premio.

Firma____________________________________ Data _________________________________

“Breve vita di Olimpia Buonpastore”, articolo di Lorenzo Spurio sull’invettiva del poeta Gabriele Galloni

Articolo di Lorenzo Spurio

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Gabriele Galloni

Dopo reticenze e camuffamenti dietro il curioso appellativo di Olimpia Buonpastore, sedicente autrice di Corpo di mamma, silloge poetica di liriche macabre e morbose, il reale autore, fingitore e costruttore dell’intero caso mediatico – del quale si è parlato anche su La Stampa in un articolo di Mario Baudino -, è venuto a galla: il poeta Gabriele Galloni.

Sono partoriti dalla sua mente frenetica e dall’endecasillabo fluente del quale è padrone versi di una violenza disarmante e di delirio inverecondo come questi: “Mamma si masturba/ col nostro canarino. Pa’ la osserva/ […]/ distrugge il cranio al povero/ Birdy. Mi tocco. Mamma viene tutto/ il sangue dell’uccello“; “Mamma – che adesso è in pezzi così piccoli/ fatta che ricomporla quattro nuove/ eternità. Perché un bulbo oculare/ scivola dentro lo squarcio del seno?“; “Leghiamo mamma santa a un palo; come/ se fosse un cane. Un paio di seghetti/ saettano tra coscia e coscia. Il sesso/ s’apre, si spacca frutto alieno all’ombra“. 

[…] L’operazione condotta da Galloni, al di là del dato epidermicamente disturbante e incomprensibile, apre delle questioni di vitale importanza. Alcuni critici e recensori hanno dimostrato non solo fastidio verso questa trovata, essendo stati travolti, inconsapevolmente, in questa carnevalata da lui messa in piedi, tradendo in un certo senso il ruolo della poesia che non è quello di mistificare e irridere l’altro. Qualcuno ha parlato di ribrezzo, altri ne hanno preso le distanze in maniera leggermente più elegante; la cosa rilevante che è stata posta al centro delle argomentazioni delle critiche che ne sono nate e prodotte in rete è che Galloni abbia mancato di rispetto all’arte letteraria, abbia impiegato la poesia come un gioco usa e getta. […]

Per continuare a leggere l’articolo, pubblicato il 26/01/2020 su “Golem”, cliccare qui. 

Luca Pizzolitto su “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Recensione di Luca Pizzolitto

copertina Zanarella bozza (2)1L’istinto altrove (Ladolfi, 2019) l’ho letto tutto d’un fiato, in mezza giornata. Eppure le poesie  – (quasi) solo d’amore – a me, dopo un po’, annoiano. Ma, questa volta, è andata diversamente. Il modo in cui Michela Zanarella parla di questo argomento (un amore finalmente incontrato, vissuto, corrisposto) non è mai scontato o ripetitivo. E, sinceramente, non so come faccia. Scrivere di un amore felice senza scivolare ogni tre per due nel già detto/già visto mille volte in mille posti, non è per niente facile. Michela non solo non inciampa nel banale ma, spesso, utilizza immagini che richiamano a un qualcosa che ha a che fare con gli spazi più grandi, con uno sguardo che richiama l’infinito. 

 

L’autrice

Michela ZanarellaMichela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018), L’istinto altrove (2019). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. E’ tra gli otto coautori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF). Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

All’Aula Magna dell’Univ. degli Studi “Benincasa” di Napoli la presentazione di “Modigliani. L’anima dipinta” di Carmen Moscariello

Mercoledì 22 gennaio alle ore 11 presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli in collaborazione con il Centro Studi “Modigliani” e Gangemi Editore si terrà la presentazione del nuovo volume della poetessa, scrittrice e critico letterario Carmen Moscariello, Modigliani. L’anima dipinta.

Sul libro il noto poeta e critico letterario Nazario Pardini ha scritto: “Un grande libro, questo della Moscariello, che ti coinvolge ictu oculi per impostazione e bellezza editoriale: in copertina dipinto di donna nuda la cui immagine prosegue nell’aletta, nel risvolto di quarta note bio-bibliografiche della scrittrice, e in quarta lacerti di note di autorevoli critici: Marcello Carlino, Giuseppe Iuliano.

[…] In questo volume l’argomento volge sulla vita e l’attività pittorica di Modigliani (Modì). Il libro è sostanziato da documenti di grande rilevanza filologica, che convalidano con la loro epistemologia la vicenda tormentata di un artista tra i più importanti dell’altro secolo, in attività tra Italia e Francia.  […] [Ci sono] testimonianze, dediche, cataloghi, le opere di Modigliani, bibliografia. Un testo di grande pregio artistico, d’intuizione emotivo-scritturale, dove la Moscariello fa brillare tutto il suo ingegno di donna intelligente e sensibile nello interpretare e rielaborare un contenuto non sempre agevole ma che ella ha saputo far confluire nelle sue forti e gentili doti interpretative. […] Un libro che ogni cultore d’arte e non solo dovrebbe avere bene in vista negli scaffali della sua biblioteca”.

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Moscariello-foto-255x450Carmen Moscariello è presidente e fondatrice del Premio internazionale di poesia, saggistica, giornalismo “Tulliola Renato Filippelli” e del Premio della” Legalità contro le mafie”. Allieva di Raffaello Franchini, è stata Ordinaria di Italiano e Latino. Poetessa, drammaturga, regista (ha conseguito il titolo per La Regia con Roberto Tessari presso l’Ateneo dell’Università “La Sapienza di Roma”) è giornalista pubblicista. Corrispondente per Il Tempo, ha collaborato con TG3 Lazio e Avvenire ed è direttore e fondatore del mensile di politica e cultura Il levriero. Ha pubblicato opere di poesia, teatro, saggistica tra cui Friedric Holderlin, tra Lirica e Filosofia (1988), Il Presente della memoria (1994), Gli occhi frugano il vento (1999), Proserpina, tre atti preceduti da un preludi (2003), Eleonora dalle belle mani (2005), Giordano Bruno Sorgente di fuoco (2011), Oboe per flauto traverso, parole per Ugo Piscopo (2013), Ugo Piscopo, Terra nella sera Visioni (2014), L’orologio smarrito (2015), All’ombra di un’eresia (2016), Tunnel dei sogni (2016). Numerosi i suoi saggi apparsi su riviste.

Paolo Ragni sul libro di poesie “Pareidolia” (The Writer, 2018) di Lorenzo Spurio

Recensione di Paolo Ragni

Chiaramente la prima cosa che si fa, quando si ha in mano questo libro di poesie (Pareidolia di Lorenzo Spurio, The Writer, Marano P., 2018), è correre su un dizionario tradizionale o su un motore di ricerca e indagare subito sul significato del titolo. Scopertolo (ma non stiamo qui a dirvelo, è meglio che ve lo cerchiate per conto vostro), può darsi vi subentri una certa inquietudine: il web è pieno di citazioni strane e misteriose, mentre la spiegazione psicologica, a portata di tutti, lascia comunque qualche cosa di amaro.

Eppure, quant’è bello guardare le nuvole e scoprirvi disegni, immagini, figure umane!

Ecco, quest’opera di Lorenzo Spurio rimanda più spesso agli incubi che ai sogni. La sua capacità onirica qui diventa realmente e tragicamente visionaria e si lascia andare, pur in una scrittura sempre ricercata ed attentissima, a immagini di un mondo che giusto non è, sano non è, privo di equilibrio.

Qoyaanisqatsi era un film di quasi 40 anni fa, privo di trama e di dialoghi, difficilmente catalogabile se non come “documentario”. Il titolo significa, grosso modo, che “non c’è più equilibrio”. E qualche cosa di analogo, pur nella ricchezza delle ascendenze che un libro colto come questo di Spurio (come tutti quelli di Spurio) si porta dietro, si ritrova nelle pagine aspre, attonite o rabbiose dell’autore.

Spurio lo conoscevamo preferibilmente come narratore, e aveva dato già buona prova di sé, ad esempio, ne La cucina arancione e in Ritorno ad Ancona e altre storie (con Sandra Carresi). Ottimo addirittura il lavoro da lui svolto, con grande passione ed altrettanto puntiglio, sulla poesia marchigiana oggi, vero e proprio caposaldo di un amore verso la sua terra; riesce ad andare nel profondo e ad evitare le critiche cui invariabilmente si va incontro quando si fa una selezione di autori e di testi.

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Queste poesie di Spurio, non certo le sue prime, del resto, vista la sua militanza in questo campo già da vari lustri, sono però qualche cosa di totalmente nuovo.

Già l’originale citazione di Magrelli coglie nel segno: in definitiva alla vita si deve pur partecipare, alla poesia pure. E il poeta Magrelli sorprende non solo perché, già giovanissimo, in un panorama un po’ rumoroso, preferiva stare appartato e distillare siluri di ghiaccio sparsi tra le cose immutabili. Ma perché Magrelli stesso, come lui stesso si è scherzosamente definito bastian contrario, in periodi di caduta libera di valori civili, si è messo a manifestare, dignitosamente ma ad alta voce, la sua protesta contro un mondo ormai troppo freddo e convenzionale, schiacciato com’è dal fuggi fuggi delle immagini televisive o del web; lui, abituato a scorrere per anni i grandi classici, è quindi un Virgilio che ci introduce in queste pagine che molto spesso sono non dichiaratamente ma obliquamente e con ancor più forza esplosive.

Già l’enigma si apre, incerto, con il primo testo, e la sua inquietante conclusione che dà il titolo alla poesia: “ora qui, ora là”, vero e proprio passepartout che indica al lettore che non deve aspettarsi verità, ma la sola ricerca della verità (e non è poco! specie in un’era in cui tutti hanno da insegnare qualcosa, magari dicendolo in inglese: counseling); non certezze a buon mercato, ma casomai, obiezioni, contestazioni, ribellioni.

Non conoscevamo Spurio ribelle. Ma tant’è. Spurio rifugge saggiamente da ogni facile retorica, gelido e iracondo insieme, preso com’è da sacro furore davanti alla ferocia della vita (e della morte). Quante poesie abbiamo dovuto leggere, dagli anni Novanta a oggi, sulle innumerevoli stragi via mare, dai naufragi dall’Albania sulla costa adriatica e ionica fino a quelli sul mar di Sicilia. Ma mai avevamo letto frasi così taglienti, che reggono il punto esclamativo senza alcun punto di caduta: “non chiudete quei sacchi spazzatura!“. Mai avevamo notato, in questo silenzioso ghiaccio che addolora, questa contemplazione gelida e tragica di “noi che abbiamo osservato afoni“.

Questa linguaggio ha il coraggio di usare il tono del rimprovero e della sfida vera e propria, ricalcando in qualche modo le invettive dantesche o certo linguaggio veterotestamentario, dove alla profezia mi mischia lo strazio del presente: Quel “provate voi” in “L’acqua rossa di Aleppo” è un insulto alle nostre tiepide coscienze, è un vivere in perpetua vigilanza, senza sentimentalismi e lacrime facili.

Questo si ha perché Spurio, caso raro nella poesia odierna, sa descrivere, sa mettersi obiettivamente a fotografare cose, oggetti, parlandone ora con furia ora con quell’aria così apparentemente distaccata che invece è più potente dei più trepidi accenti: “Questo mare ha succhiato il tempo / e lo ha portato disgiunto da me /, oggi che quest’arsura di memorie/ lacera una soglia d’acqua / che prima sapevo riconoscere / e oggi si è sciolta” (in “L’acqua indocile”).

In realtà, l’Autore insiste nel rimescolare le carte, le immagini, dando loro contorni diversi, diverse prospettive, e, talora, come nelle migliori pareidolie, perfino un senso.

Difficile trovare un senso alle guerre, le violenze, le fughe, alle domande che rimangono appese (“Risposta di liquidità”) agli oggetti inutili e corrosi dal male umano (la gialla ruota del divertimento”, in “Primavera a Prypiat”). Difficile è rimanere indifferenti davanti alla cattiveria umana, che da qualunque parte provenga è comunque sempre in grado di compiere scempi.

E così, l’insipienza, da Cernobyl ai terremoti in Centro Italia, dall’Iran al Pakistan, dall’Ungheria all’Iraq e alla Siria, si presenta crudele e sempre uguale a se stessa: si è detto che il bene è creativo e sempre nuovo, il male, invece, è sempre il solito. Ed è vero perché il male, comunque lo si rigiri, merita sempre l’appellativo di inutile, di ripetitivo, qualunque sia la sua latitudine. Mentre il bene, adombrato spesso dallo sdegno, trova sempre nuovi accenti, con quell’aria di sfida e di provocazione che riscontriamo sempre molto volentieri:

Spiegatemi perché (…) Ditemi perché la vita si rovina (…) Oggi la ruggine ha vinto, signori e comari” (da “Trittico del fuoco”).

Non vogliamo però dare di questo volume un’idea unilaterale. Del resto, le poesie più acide (accompagnate spesso da versi più lunghi) si alternano, talvolta, a improvvisi sprazzi colloquiali, dove il tu non è un avversario da contestare o un ipotetico colpevole del male del mondo. Uno dei casi più belli è l’incipit di “La notte mi tocca”, vera pausa si silenzio, come càpita di ascoltare nell’altalenare dei movimenti di un concerto barocco: “Pure stasera non sai (…) Eccola trapunta di sogni, / lambisce i fiori della riva; / pare che il profumo / sia dissolto ovunque“. Attimo di pace, momento di apparente armonia che si riallaccia a tutti i “tu” amichevoli che il nostro Novecento ha saputo darci. È anche curioso che, nella trepida ansia dell’ultimo testo, sappiano coesistere sia immagini concrete, vivide, sia affermazioni taglienti, dialettiche, che non danno pace: “la lotta si consuma tra l’erba e / il sospiro che brilla e riparla“. Ed è anche bello osservare l’invito a questo tu, con cui terminano, in modo non desolato ma fiducioso, la poesia stessa e il libro tutto.

Infine, da notare l’interessante prefazione di Michela Zanarella, specie nell’osservazione che “non è possibile voltarsi dall’altra parte”, sia la nota di lettura di Nazario Pardini, che ribadisce quanto “è più facile sperdere la nostra identità che scoprine l’essenza”. Del resto, osserva, “la poesia (…) è soprattutto riflessione etica“. E questo è un grande regalo che, in questi spenti tempi di risolini, svaghi e rilassamento, Spurio ci ha saputo donare.

PAOLO RAGNI 

Firenze, 16-01-2020

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

 

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