“Il canto delle Muse” di Sergio Camellini, recensione di Francesca Luzzio

Recensione di Francesca Luzzio

Sergio Camellini. Il canto delle Muse - [fronte e retro].pngIl Canto delle Muse (Guido Miano Editore, Milano, 2019 – con prefazione di Nazario Pardini)titolo emblematico che in sé racchiude  l’essenza semantica dell’ampia silloge di Sergio Camellini. Il poeta infatti, guidato dalle muse e, in particolare da Calliope, trasferisce il lettore in una atmosfera prevalentemente elegiaca, attraverso l’esaltazione della poesia, quale strumento di esternazione realistica di sogni, di esplicazione di sentimenti, quali l’amore per la stessa poesia, per la propria donna, per la natura, sicché “poesia-sogno-amore” sono le parole chiave che caratterizzano la silloge e intorno alle quali il poeta esplica il suo eterogeneo poetare che gli consente di raggiungere quella catarsi dell’anima che diventa pienezza di vita, goduta in quella dimensione acronica, che solo nella primissima infanzia è dato godere. Insomma è come se si esplicasse una fusione di orizzonti tra sogni e realtà: l’orizzonte del presente si fonde con il passato, ma anche con il sogno sia esso non realizzato ieri, sia esso agognabile per il futuro, sempre comunque pensato, sentito ed amato.

L’attenzione del poeta si sposta di continuo tra il soggetto poetante e l’oggetto, la poesia. Anche P. Neruda, A. Merini, U. Saba, etc… hanno scritto versi che propongono  considerazioni sul poesia, frutto di personali visioni intorno alla sua funzione, Sergio Camellini si annovera tra questi e per lui essa è lo strumento attraverso il quale, come si è già detto, egli si esplica e con il quale finisce con l’identificarsi perché essa gli consente di esprimere valori cardini del suo essere e del suo esserci: il suo rispetto e il suo amore per la donna, unica nel suo  poliedrico agire e sentire: “Tu \ che sai creare \ …\ Tu \ che sai ascoltare \ … \ tu \ che sai amare \ …\ tu \ che sai vivere \ …” (Tu che sai, pag.69) e soprattutto nell’esplicazione della sua funzione materna, o il suo amore per la natura nella magia, ad esempio, che la luna crea in un paesaggio montano, o infine gli permette l’esaltazione del sogno e del sonno, quali lenitori di sofferenza.

Ma la silloge perde il tono elegiaco che in genere la caratterizza e ne assume uno drammatico nelle poesie di denuncia dei mali della società attuale, quali il venir meno dei valori e del rispetto della natura che soprattutto “i grandi del mondo”, avidi di denaro, non prendono in considerazione o la mancanza di solidarietà, “… quando i muri \ sostituiscono i ponti \ e l’io s’avvita \ su se stesso \ senza vedere \ il noi \ senza sentire \ il voi \…” (Tra muri e ponti, pag.68), etc… L’io quindi tende ad espandere la sua visione verso le problematiche della società attuale perché di fatto solo quando esse saranno risolte potrà dirsi del tutto attuata quella triade, poesia-sogno-amore con la quale è possibile vivere in una dimensione acronica e piena di felicità, senza più dubitare della sua esistenza: “… Sei una parola spenta \ che mai \ si pronunzierà? ….” (Felicità bambina, pag.29).  

Lo stile  organico e coerente, si avvale di un linguaggio semplice e chiaro e di una versificazione libera , avvalorata dall’uso di tropi, quali principalmente la metafora e l’anfora che contribuiscono alla caratterizzazione dell lirismo in genere elegiaco della silloge.

Francesca Luzzio

 

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Giovedì 25 luglio a Fermo una serata di poesie in ricordo di Federico Garcia Lorca e il suo viaggio americano

Giovedì 25 Luglio a Fermo presso la Biblioteca Civica “Romolo Spezioli” (Piazza del Popolo) in seno alla kermesse “Biblioteca con vista 2019” con il Patrocinio del Comune di Fermo,  si terrà la presentazione al pubblico del libro di poesia Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) dell’autore jesino Lorenzo Spurio.  L’evento, che avrà inizio alle 21:30 e si terrà presso la Sala Fondo Locale, vedrà la presenza, oltre dell’autore del libro, del chitarrista Maestro Massimo Agostinelli che interverrà per alcuni intermezzi musicali e della poetessa Jessica Vesprini che eseguirà letture scelte dell’opera di Spurio e di brani poetici del poeta spagnolo. 

Nel corso della serata Lorenzo Spurio tratterà anche l’argomento di “Federico Garcia Lorca a New York”, a novanta anni dal suo viaggio oltre Oceano con una presentazione di immagini e documenti dell’epoca e la lettura di poesie da “Poeta a New York” eseguite dalla lettrice Jessica Vesprini.

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“La metafora del viaggio nelle poesie di Paolo Maria Rocco”. Analisi di “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie” a cura di Marco Labbate

A cura di Marco Labbate

Su gentile richiesta dell’autore del volume, si pubblica a continuazione la ricca analisi critica di Marco Labbate all’opera poetica Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie di Paolo Maria Rocco (Ensemble, Roma, 2019, pp. 98), opera in doppia lingua italiano-bosniaca con traduzioni a cura di Nataša Butinar.

 

    9788868813970-323x500.jpegAl principio l’Arcangelo annuncia, nella nebbia, il porto. È con l’approssimarsi a un nuovo approdo che si apre il secondo bel libro di poesie di Paolo Maria Rocco Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie. Il viaggio ha inizio in modo emblematico non solo perché la nebbia è rivelazione – nel percorso circolare del nostoi (ricerca di conoscenza e veicolo d’esperienza) – ma anche perché la funzione dell’Arcangelo (Capo degli Angeli) è di avvertire che qualcosa, come fosse voluta da una presenza intangibile, sta per accadere vegliata dal sacro, il viaggio della vita, tra realtà e sogno.

       I primi versi con i quali si apre questo libro alludono, quindi, ai temi del distacco, della perdita, dell’allontanamento da sé e del ritorno da un percorso eccentrico condotto nell’ignoto. Tra buio e bagliore prendono forma gli specchi della solitudine di un’anima che si volge verso ciò che è inconosciuto, in un viaggio reale, fisico e allo stesso tempo metaforico, si spinge in nuove visioni fino al centro delle cose e della poesia. L’ingresso è un moto di avvicinamento ad uno spazio di autenticità che impone di rielaborare la realtà in forma di racconto, di mito: «Sono a Spalato che m’è venuta incontro…» – «Una parola muta, dici/ è ciò che poi rimane, intimidita/ come fosse storia increata, vita/ umana denudata, e sfarzo/ del lacerto prima della forma/, materia (…)».

    S’innalzano e s’interrano queste visioni nella levità rarefatta di un’inquadratura dall’alto dei luoghi (perché è necessario anche imporre una distanza per elaborare un discorso sull’esistere), come da una ricognizione aerea, sulle aspre dorsali delle Alpi dinariche, per poi gettarsi a capofitto fin nelle pieghe della terra, nello scavo della Neretva, il fiume il cui nome – come i nomi di tutti i più importanti corsi d’acqua della Bosnia Erzegovina – è declinato dai bosniaci sempre al femminile: la Bosna, la Neretva, la Miljacka… perché il fiume, la sua acqua, è il «ventre da cui tutto ha inizio». E se la Neretva apre l’evocazione di un altrove, l’immagine si connota del suo legame con la memoria, quando in prossimità di quel fiume si consumava una guerra in uno di quegli spartiacque che mutano la Storia.

    Ma è di un’altra storia, così ancor oggi vivida, che ci parlano le poesie dell’Autore: appena il salto di una generazione, e deflagra nel cuore dell’Europa, devastante nella regione dei Balcani, in un registro di parole che ci porta in medias res e ci offre anche, subito, la cifra della diversa prospettiva della quale s’informa questa scrittura poetica nel corso del suo processo di elaborazione che conduce verso direzioni stilistiche nuove rispetto al suo primo libro I Canti.

    Queste poesie si costituiscono come viaggio iniziatico, topos della scoperta di un esule nella contemporaneità che disumanizza e parcellizza l’esistenza. Non è uno spazio di fuga, allora, ma di autentica libertà nel corpo a corpo con la coscienza della crisi della nostra epoca, e spazio di verità nel tentativo di ridestare – come ha scritto con una felice intuizione Al J. Moran nella presentazione del primo libro dell’Autore I Canti – la scintilla di sacro che è in ognuno. Parola, paesaggio, pensiero si aprono al disvelamento e il viaggio diventa metafora della vicenda umana, laddove non c’è naufragio, non c’è sconfitta finché l’uomo riesca a ritrovarsi.

    È così che, tra storia e visione, in questa perlustrazione portata dentro se stessi, lo Stari Most appare all’improvviso: «il guizzo di una piuma, il flettere d’un’ala…». L’immagine dei giovani che si tuffano dall’inarcarsi del dorso del ponte di Mostar acquista un ulteriore significato: assumono forma di ali come anche i due bracci del ponte ottomano. Ali spezzate che franano al suolo quando l’artiglieria croata colpisce il simbolo innocente della Mostar musulmana. Una delle immagine più note della guerra protrattasi dal 1992 al 1996, una di quelle immagini alle quali la memoria rimane sospesa, in un senso di colpevole indifferenza che rimane confitto cuore dell’Europa: « (…) ti dice / che una parola sullo Stari Most tacque / dell’altra nell’avvitarsi d’Halebija a Tara /  dell’onda sopra l’onda, e se poi guardi / nell’abisso, che ha la sua lingua / pure il fiume, il suo moto / che non indulge e non ha sosta».

    Repentino, fraterno un grido di dolore echeggia dalla città di Zenica: «Vorrei così vedere la nube,/ nel tempo che ora viene, dilaniata nel cielo che avvelena/ questa terra, con la fame atavica del lupo brado dei monti,/ e dell’inconciliabile diversità dell’etnia sterminata/ con i denti anche l’idea inculcata, che infiamma gli animi,/ e insieme lo spregevole impresario che mercanteggia/ nelle miniere morti e miserie». Ha il volto di Azra, la voce di un popolo, di più popoli in uno. Si alza, assorda, si placa in una nuova ferialità: il tramestio di un bar, la Bosna appena adombrata, come un nume «(…) vibra l’impiantito/ vecchio del bar sul Bulevar Ezhera/ Arnautovića e nel telaio l’opaco/ drappo sintetico s’agita come della finestra/ un vetro rotto. Guardo il fiume dalla terrazza/ sospesa sulla Bosna: un poco scorre/ contrariato, il vento alza un tappeto/ di minute onde trasversali (…)».

    Come se nei Balcani, più che in ogni altra Regione, valga di più la legge universale secondo cui i luoghi non possono essere esperiti senza considerare la loro storia, perché tra passato e presente non c’è una relazione soltanto, ma una continua compresenza che l’Autore sottolinea nel: «far rigenerare la storia/ e il passato nel fiammeggiare del presente». È un tempo che procede in maniera sincopata, che frena e di nuovo incalza, torna indietro e poi si ripresenta insieme con le vite che ha infranto, colte in un coraggioso quanto doloroso tentativo di rigenerazione e di riconciliazione con se stessi e con il mondo, che si impone anche visivamente con un repentino cambio di scena: «(…) un’età inesorabile e violenta che vedi incisa/ in un sommesso sguardo, o nell’esposta dignità/ di un occhio fermo, che si misura col sangue/ nelle fosse, nel fischio osceno dei mortai/ sopra le case, nel pianto dell’innocenza profanata// (…) si eleva a perdifiato una voragine/ che la lena inghiotte, un grido giocoso e cristallino/ di ragazzi… il vorticare corrisponde al suono/ che rigenera lo spirito nell’intelletto, (…) e dentro l’armonia/ del fiume in piena è condizione dell’animo (…)».

    Non si tratta solo dell’impressione che suscita lo sguardo su ferite ancora aperte nelle carni e dalle voragini ancora scavate dai proiettili. Si tratta di quel presente politico che cristallizza il passato in un’armatura, attuale, di «checks and balances», pesi e contrappesi, e nel quale presente così liricamente narrato si svela ciò che detta parole d’amore a questo diario di viaggio, la persistente volontà di riconoscere, sopra tutto, ciò che – al di là di ogni cieco furore – può conservare la Bellezza della presenza umana in una regione martoriata: è, certo, un sensibile omaggio alla Bosnia e ai suoi abitanti, all’homo civicus, che non è cliente né suddito, e alla sua etica di cittadino, questo percorso in cui ci guidano le poesie dell’Autore. È alla Bosnia incarnata nei suoi simboli vitali (cultura, tradizione, mito) che s’ispira la poesia di questo percorso affrontato dall’Autore nei luoghi fisici e nell’elaborazione del linguaggio poetico: l’oppressione della sopraffazione si placa nell’armonia delle acque del fiume, identità con il paesaggio interiore di chi ha vissuto quella ferita. Perché esiste nella poesia errante di Paolo M. Rocco un’altra dimensione del passato, dove sembra possibile una tregua dal dolore, il passato che sconfina nel tempo ancestrale, quello che dà il nome alle cose: «Jalija, gelsomino d’impercepita opalescenza/ della pianta del sicomoro ha l’incanto, della fenice/ feconda e nutrice: questo, ora mi dicono, dev’essere/ il suo vero nome, ché dall’ampia chioma riluce/ un’avvenenza e antica quando la scioglie nella Bosna».

    Rispetto al passato recente – la pietra scabra contro cui si scontra il quotidiano – questo passato è una porta aperto verso l’onirico, là dove si apre lo spazio all’incanto dei sensi, alla meraviglia, al ristoro che diventa inesausta contemplazione nutrita della nostalgia (dal greco, nostalgia è composta da: nostos/ritorno e algia/tristezza) non del ritorno in patria ma dell’accesso all’esperienza: «Il cielo/ dalla mia parte, che tu lo sappia, gronda/ un sospetto di pioggia/ (…) ora la volta/ è una brocca inclinata che versa di gocce/ un’armata. Sul litorale la sabbia è un mantello/ stellato che ondeggia nella brezza/ e si fa pensiero alato nei pressi dell’approdo».

     Ma non si tratta di un sogno che deve essere sciolto. Il ritorno riprende lineamenti definiti.     L’ultimo sguardo si muove da quel mare, altro, abbandonato all’inizio e che, nell’ultimo indugio, sembra voler abbracciare tutto ciò che ha raccolto. Il congedo, E altri altrove, è una visione da conservare come un cimelio nel quale quello che s’è vissuto ricorre in una voluta d’arabesco: una donna con il suo strumento a corda, la giovane venditrice, un uomo che cammina: «(…) com’è stato/ che lo squillo della voce sia diventato un canto/ di gabbiani, dall’altro mare vedo uno strumento/ a corda nelle mani di una donna nel mercato/ delle stoffe, e della giovane nel chiosco/ della trafika un disegno che indulge/ all’andamento del passante sulla strada/ e al desiderio: s’accede/ da quegli occhi generosi nelle volute/ arabescate sull’acqua della Bosna».

     A quella terrestre, materica si affianca una seconda dimensione del viaggio, non geografica, senza luogo. La poesia sembra quasi proporsi come manuale del viaggiatore in una tensione che è insieme lirica e metafisica. In questa dimensione visionaria l’hic et nunc – in un andirivieni di riprese e di rimandi al testo – diventa strada all’everywhere, ad uno spazio immaginifico che si apre con la seconda sezione del libro, “Altre poesie”: «Di forme intersecate un nudo patchwork, un modo/ per corrispondere del viaggio ad una pianta/ grafica l’insolito messaggio, il benvenuto. Un tempo/ altro prendono gli accordi, il calore sprigionato/ dalla spiaggia, il volo che innalza mulinelli/ di gabbiani sopra il ponte, l’acqua che sembra dissipare/ in un tremulo vapore il colore dei ricordi, l’onda/ che prende poi la forza e diventa una tempesta// Nel mare senza mappa, un punto di passaggio/ aperto per l’ignoto sulla cui cresta s’agita/ il pensiero di rompere l’indugio».

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Una vista di Mostar, capoluogo della regione dell’Herzegovina con il caratteristico ponte Stari Most, precedentemente distrutto e ricostruito. – Fonte foto: http://www.zanconatoviaggi.it/evento/1934/

    Il carattere iniziatico del viaggio nasce da una riduzione all’origine che ha nell’acqua, come dicevamo, il suo elemento primario: «il traghetto mi partorisce dalla stiva»; e il fiume, abbiamo visto, è «ventre da cui tutto ha inizio». C’è un valore emblematico dell’andare per mare o sul fiume, su una zattera o su un cargo malandato, cercando di domare le rapide o le onde: è la ricerca dell’essenza della vita, della genuina bellezza, è la ricerca di ciò che si avverte perduto che guida verso la verità «: ben potenti ho scavallato flutti/ di mondi che si potessero solcare/ nessuno avrebbe detto, il lato/ aperto di uno spazio che ho sbrigliato/ con una carezza sul dorso lanciato/ del puledro (…)»; valore emblematico hanno il remo del passatore che non tocca mai la stessa acqua, il battello fatiscente che -identificandosi con l’Autore- resiste alla tempesta e solca i marosi come la procellaria che «(…) adusa al largo/ mare ad ali spiegate riprendo il volo a raso/ e non di un asilo cerco il luogo ameno, il valico/ nel tempo col bruno della mia livrea, col bianco/ delle vele ridesta il cielo alla memoria e piango».

     Allo stesso modo, il passo del viandante non ha direzioni da imporre a se stesso se non penetrare in profondità nelle cose e nella loro memoria sedimentata; accetta persino l’inciampo, come inevitabile presa di coscienza del terreno, di un qui e ora trasfigurati dallo sguardo del pensiero che è accesso ad una dimensione atemporale: «Passeggiare prediligo sulla sponda, rapida/ a volte con il pensiero che s’accorda, hai detto/ per le sue motili forme al passo, e incrociare/ il cammino dei viandanti per immedesimarmi/ nel caos delle mie stanze, perché amo incespicare/ nei suoi riverberi come della fronda il fitto intreccio/ s’avviluppa su se stesso per ritrovarsi/ ancora smarrito (…)».

    Ecco come, nelle poesie di Paolo Maria Rocco, sul piano prettamente linguistico suono del fonema e sua qualità acustica si relazionano con il significato della parola che essi stessi traducono. In questo senso il fonosimbolismo del termine incespicare raccoglie una forza dell’esplorazione che è, ancora una volta, anche potere della lingua: il suono definisce una consistenza che conferisce alle parole peso. Di volta in volta emerge questa qualità nell’asprezza o nella musicalità del ritmo e del riverbero sonoro che innervano i versi e testimoniano di una intensità che assegna ancor più potenza alle parole, un surplus di significato nelle sue metafore e simboli: «Le parole, mi hai detto/ si possono ascoltare/ non i pensieri, quelli/ se ne vanno direi nel silenzio/ dissigillato dallo sciabordìo/ del mare colmo dei sensi: Idea/ Spirito, Materia allora ritornano/ a parlare come mai prima/ fosse accaduto nella lingua/ di un mondo dal moto perpetuo/ nell’intimo sommosso, inaudita» e anche: «mette in guardia// Dall’ingresso nel bosco: è sorvegliato/ hai detto il testo, nondimeno allarma che si vesta/ d’ombre sovrapposte, e a un dipresso che sbocci/ dalla linea perimetrale delle felci il modo d’intendere/ l’onda di nere bacche note di una partitura».  La parola diventa spazio sensoriale e forma alla conquista dei sensi: «I sensi, i sensi… ti dico, che tessono/ i sensi? Del tempo che ordiscono/ che già noi non percepiamo? Del mondo che appare/ son taciti e della materia a ogni richiamo?… Vediamo:/ cosa vediamo che c’è?».

    La voce di questa dimensione altra del viaggio si erge a voce universale, voce della «terrestre crosta»: è la voce della natura, non della realtà, per inoltrarsi lungo «un percorso ancora ignoto» che se «altro di sé non mostra che il moto» dispone ad una più precisa percezione dell’esplorazione nel significato della lotta condotta tra tenebra e luce. È, questa nuova dimensione, nel mito controverso – ci spiega l’Autore – dei Dioscuri, figli di Zeus e di Leda, guerrieri e protettori dei naviganti, stravaganti divinità che partecipano di due nature, una mortale l’altra immortale, attratte dall’Ade e dal Cielo in un movimento di assoluto vitalismo capace di rovesciare l’ordine del mondo, in un anticonformismo che fa strame dell’ipocrisia col gesto bello che è gesto di verità: «Io vado laddove non c’è posto per l’onda/ che s’arrotola in spumeggianti piroette (…)/ (…) ma solo dove non m’assale/ l’irrilevanza sordida di certo perbenismo/ parolaio, avariata merce da rigattiere/ o da corsaro (…)/ (…) non lo conosco un altro modo di nutrire amore e idee/ che io misuro in ere per quanto nel mare/ vi è di sacro e nel suo letto (…)». In questi passaggi di Altre poesie, le nette connotazioni geografiche del viaggio vissuto si perdono in scorci indistinti che sono un invito a percepire una verità celata e che alla precarietà di una desolante condizione umana traghettata nel principio del mare o di un fiume o di un canale, accompagna il bagaglio di memorie, sentimenti, pensieri del viaggiatore che tenta di uscire dalla finitezza della realtà per tornare all’infinito. Le descrizioni si rarefanno come se recuperassero un viaggio lontanissimo o cercassero materia per il viaggio che deve venire e nel quale c’è spazio anche per un attraversamento della Iulia Fanestris, la città di Fano tra storia antica e contemporaneità, e del paesaggio nel quale si specchia, che pare ascoltare se stessa, interrogarsi sul proprio destino, come in una rivendicazione di libertà. Che sia l’anima, dunque, dell’essere e del mondo, a rianimare l’elaborazione di un pensiero sull’esistenza, e sulla natura e sul mito. Ma anche nel momento in cui la potenza sensoriale si sublima in un’astrazione – conoscibile, come idea/noumeno, solo attraverso l’azione dell’intelletto e del pensiero – essa non perde l’àncora del suo legame con il mondo: «(…) dai passi sordi/ nel loggiato Malatesta a ciò che resta di vero/ delle Mura romane poi il tempo, hai detto, pesta/ il talento di rigenerare in fiamme il sentimento/ , la visione di uno squillo di trombe augustee/ che innalza la storia nell’ora severa. Riecheggia/ così il corso del fiume che si snoda dall’Alpe/ della Luna alla Fanestris Iulia (…)» e, in un’altra poesia: «Neppure un’ombra il rudere dispensa, il sauro/ striscia compiaciuto tra una roccia e un detrito/ pericolante di muraglia. Il sole a perpendicolo/ registra un picco che si staglia dall’aria cocente/ e sulla terra in frusta, resiste male all’acuto/ l’arida sterpaglia nell’ora verticale pietrificata/ en attendant…».

    Nelle poesie di Paolo M. Rocco non è possibile viaggio senza incontro, che si condensa in un assiduo dialogo. Vi è un tu che segue gli spostamenti, un tu femminile, sensibile e sensuale, guida che rivela le parole che mancano al poeta, figura una e molteplice, che si manifesta e si dissolve. Il viaggio dell’Autore non è conquista solitaria, ma scambio reciproco tra la meraviglia della scoperta e il bisogno di essere condotto da chi ha del luogo un possesso diverso «Qualcosa rimarrà di tuo nell’acqua/ che i piedi bagna di Jajce, nel salto/ sonoro del Pliva e del Vrbas, qualcosa/ dell’amata kasaba rimane alla radice/ che si eleva dopo la caduta». Il tu diventa un prestarsi gli occhi l’uno con l’altra, un raggiungere uno sguardo che sia dialogico e comune: «Tu, spettatrice/ della stessa tua vacanza, una visione/ sei chiamata del mondo a evocare, rigorosa/ come fosse della luce un’alternanza/ speculare, o dei tuoi occhi».

     In questa duplice dimensione, negli spazi intersecati dal viaggio vissuto e da quello astratto, nei cortocircuiti temporali, nel ritorno all’acqua si compie l’approdo: l’emozione del sentimento come unico sguardo da rivolgere al futuro: «Pare sia il futuro/ invalicabile, un cancello dai battenti schiusi/ le palpebre degli occhi tuoi sorpresi/ di trovare dove non pensavi vi fosse il fuoco/ di un amore. Uno strappo dell’anima oscillante/ qualcosa di più dello strapiombo di una cataratta/ quest’acqua che sovrasta il tempo».

 

Marco Labbate

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

“Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani” a cura di Paolo Maria Rocco ed Emir Sokolović

A continuazione si  segnala la recente pubblicazione di poesia Antologia di poeti contemporanei dei Balcani (LietoColle Editore, Faloppio, 2019, pp. 289) a cura di Paolo Maria Rocco e Emir Sokolović che contiene (diciotto poeti dalla Slovenia alla Macedonia con testo italiano a fronte, riportando alcuni testi degli stessi curatori.

I poeti antologizzati nel volume (in ordine alfabetico) sono: Natasa Butinar, George Nina Elian (pseudonimo di Costel Drejoi), Alden Idriz, Tode Ilievski, Norica Isac, Slobodan Ivanovic, Zlatko Kraljic, Marko Kravos, Luljeta Lleshanaku, Borut Petrovic Vernikov, Dusan Pirc,Vid Sagadin Zigon, Fahredin Shehu, Goran Simic, Emir Sokolovic, Marin Tudor, Almir Zalihic, Visar Zhiti (In Appendice poesie di Paolo M. Rocco tratte da “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie” Ensemble Editore 2019). I traduttori delle loro poesie (in ordine alfabetico) sono: Darja Betocchi, Natasa Butinar, Alessia Doda, Miodrag Mica Golubovic, Alden Idriz, George Nina Elian, Paolo Maria Rocco, Giacomo Scotti, Rosangela Sportelli.

 

La bellezza del fare

di Paolo Maria Rocco  

9788893821148_0_306_0_75.jpg«Questo è un libro di poesia. Non lo abbiamo voluto per scrivere la vicenda della poesia balcanica contemporanea. Non abbiamo pretese storicistiche. I testi che qui presentiamo non sottendono l’adesione a scuole o movimenti; e neppure rappresentano una raccolta ‘dal fior fiore’. Abbiamo chiesto ai Poeti di fornirci una selezione delle loro poesie, delle quali il critico-antologista si è limitato a trarre il percorso esemplare. Abbiamo voluto assecondare il pensiero della poesia non l’esigenza di una sistemazione. Da sempre credenti nell’autonomia dell’arte, abbiamo voluto evitare che l’Idea prevalesse sulla Poesia, perché la lettura critica non sormontasse la voce dei poeti. Abbiamo scelto gli Autori tra i poeti più conosciuti, che proponessero una propria visione del mondo, una poetica e uno stile, ma che non necessariamente provenissero dal circuito del mainstream culturale e che non rappresentassero a tutti i costi una linea di tendenza. Questa scelta ci ha portato a rinunciare alla completezza a favore di valori poetici realizzati e non emblematici di un certo gusto del momento o di una particolare fisionomia dell’Autore. Abbiamo privilegiato quei testi poetici che ci sono apparsi i più fedeli al significato etimologico di poiéin e di téchne, del fare come creare, e dell’arte come tecnica non intesa, però, come artificio ma dotata di una sua particolare specificità e essenza in quanto portatrice di verità e di un valore di conoscenza del mondo.

A parte quattro eccezioni, tutti i Poeti antologizzati sono esordienti in Italia, avendo però essi già pubblicato raccolte di poesie in vari Paesi d’Europa e del mondo. Molti degli Autori hanno offerto a questa indagine poesie inedite sia in Italia che nelle loro patrie d’origine.

Pensare un’Antologia di poeti dei Balcani è stato innanzitutto un modo per ringraziare la terra, le donne e gli uomini che ci hanno guidato dalla Slovenia alla Macedonia alla loro scoperta e alla scoperta della creatività della poesia in una regione tanto significativa per la storia e la cronaca europee ma così ancora poco frequentata in Italia. Ed ha significato accedere – per dire con Paul Valéry – in quel momento vertiginoso in cui qualcosa si distrugge perché qualcosa si produca, proprio là dove ribatte ancor oggi l’eco della distruzione nella provvisorietà del linguaggio che oscilla tra spinte all’isolazionismo e abbattimento dei muri della divisione sociale, politica e culturale. È del 2017 l’Appello firmato a Sarajevo da circa duecento tra scrittori, accademici, linguisti a sostenere la necessità di uniformare in una sola lingua i tre idiomi del croato, del bosniaco e del serbo, suscitando interrogativi, perplessità e contestazioni, nel mentre in Montenegro si percorre la strada opposta: quella della creazione di una lingua di cultura identitaria. Una provvisorietà e anche una contraddittorietà di prospettive che il linguaggio della poesia fa proprie. E là dove ribatte l’eco di guerre e dittature quando si pensi ai regimi repressivi e antidemocratici della Romania di Ceausescu e dell’Albania di Hoxha.

Reduci da una devastazione che si è fatta strada anche nella lingua i poeti trovano un loro idioma, che li unisce, al quale affidare una loro verità, nella qualità della loro percezione, ma pure nella peculiarità di un linguaggio che muta nell’angoscia del deflagrare dell’Io e del senso, ci dicono i poeti nelle forme dell’orfismo, dell’elegia, del verso libero, della canzone. Oggi la ricostruzione di un’identità culturale – di cui troviamo segni rivelatori in alcune di queste poesie lontane però dall’affermare un nazionalismo ideologico – sembra esprimersi nell’urgenza dei nostri Autori di diffondere l’idea della cultura e della creatività dell’arte come strumenti di riconciliazione. Il tentativo è quello di superare il sentimento di una tragedia epocale che ha distrutto vite e orizzonti, elaborandola liricamente quella tragedia in un’analisi che non fa prigionieri, nell’interpretazione del presente e del futuro, nel segno delle rispettive Storie e Tradizioni. Non si può prescindere da questo dato e dall’effetto che esso suscita nella sensibilità del poietes, di colui che fa nascere qualcosa all’Esistenza, di colui che crea l’opera. Se la creatività della poesia nei Balcani non può non ricondursi all’esperienza di un male di vivere che è soggetto e oggetto della riflessione profonda di questi poeti, essa si costituisce in bellezza del fare che restituisce umanità all’uomo disumanizzato.

I poeti, donne e uomini delle terre dei Balcani occidentali, hanno biografie che, come le loro poesie, tendono a un atto liberatorio di denuncia, sempre discorso intorno al mondo e dialogo con il mondo: denuncia della disumanizzazione e la nuda e cruda sua espressione allo scoperto dello sguardo di chi vuol vedere questo transito della storia. Poeti che assieme alle loro comunità sociali e politiche si trovano oggi nel mezzo di una transizione».

Paolo Maria Rocco

 

La pietra focaia dei Balcani

di  Emir Sokolović

«È trascorso molto tempo dall’ultima pubblicazione di un’Antologia che potesse registrare al suo interno una selezione accurata e critica di poeti balcanici. Per quanto l’arte possa e debba prendere corpo esclusivamente da principi creativi, abbiamo pensato a una geografia quasi dimenticata per la quale l’aver posto l’accento sul concetto di identità negli ultimi decenni ha prodotto, in linea di principio, solo distruzione. In questo senso, questa Antologia dovrebbe essere, nelle nostre intenzioni, più interessante e più intrigante di altre.

La selezione di scritti che presentiamo non può far sorgere dubbi riguardo al valore dell’autenticità e riguardo al fatto secondo cui il lavoro dei poeti sia originato da un’esigenza necessaria di elevare l’espressione artistica del linguaggio e del milieu anche nel trattare i comuni, più semplici problemi quotidiani: degni di attingere alla Creazione, perché la creatività è il segno distintivo di questi poeti e della direzione della loro percezione, di quel «sto imparando a vedere» del Malte Laurids Brigge di rilkiana memoria:

 … Perché i versi non sono, come si crede, sentimenti (che si hanno abbastanza presto) – sono esperienze. Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna conoscere gli animali, bisogna sentire come volano gli uccelli, e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono il mattino. Bisogna poter ripensare a cammini in contrade sconosciute, a incontri inattesi, e ad addii che si vedevano da tanto in arrivo, (…) a giorni in stanze quiete e raccolte, e a mattini sul mare, al mare, ai mari, a notti di viaggio che frusciavano via alte e volavano con tutte le stelle – e non è ancora abbastanza, bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra (…). Ma occorre anche essere stati vicino a moribondi, essere stati seduti accanto a dei morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori che entrano a folate. E non basta neppure avere ricordi (…) perché neppure i ricordi sono ancora esperienze. Solo quando essi diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto allora può succedere che la prima parola di un verso, in un’ora rarissima, s’alzi ed esca dal loro centro…».

   Emir Sokolović

 

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SULLA STAMPA

Articolo pubblicato il 23 Aprile 2019 su “Nezavisne Novine” (a cura di Milan Rakulj), il  più importante quotidiano della Repubblica serba di Bosnia con sede a Banja Luka (Nezavisne Novine significa ‘Quotidiano Indipendente).

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Articolo dell 19 Maggio 2019 pubblicato su “Olsobodjenje”, il più importante quotidiano della Bosnia Erzegovina, con sede a Sarajevo . Nella fotografia, da sinistra: Alden Idriz, Emir Sokolovic, Paolo M. Rocco. (Oslobodjenje significa Liberazione)

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“Parole Silenzi Echi Ritorni” di Velia Balducci, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La mente di un poeta

somiglia a una farfalla

velia-balducci.jpgQuesta prima raccolta poetica dell’autrice anconetana Velia Balducci (Parole Silenzi Echi Ritorni, Ventura Edizioni, 2019) non lascia indifferenti per una serie di motivi che si cercherà di enucleare a continuazione e che rendono l’opera, senza alcun dubbio, pregevole nel sistema di rimandi tra contenuti ed evocazioni.

Il titolo, di per sé così troppo esplicativo per una raccolta di poesie, è un chiaro segnale che aiuta il percorso di lettura e – semmai – quello interpretativo delle tante pillole di vita personale in essa contenuto. È un volume di chiara poesia intimista e confessionale – non in termini religiosi, ma di una confessione tra sé e la propria anima – , dove gli elementi che vengono man mano centralizzati nei vari testi sono per lo più dolci memorie di un passato che non ritorna (quegli “echi” che figurano nel titolo, appunto), versatili silenzi che, come spesso accade, possono essere talmente polisemantici, alludere a mondi vasti e contrastanti, essere riempiti in maniera non sempre così intuitiva o necessaria.

Essenziali, tra le tante, le memorie relative ai giorni trascorsi con i nonni, nella casa piccola ma grande come il loro cuore, dove la poetessa era colma di carinerie, gesti di premura e di un amore incondizionato da parte di quelle che poi, col trascorso del tempo, sono divenute le sue “stelle”. C’è attenzione anche l’universo ambientale, tanto naturalistico – con le varie liriche marine o dove si richiama l’immagine-simbolo del gabbiano – che sociali dove si riflette sulla mancanza di trasparenza dell’uomo, la sua azione malvagia contro le donne, la sua incapacità di ragionamento dinanzi a determinate situazioni. Non un’indagine inclemente della condizione sociale, della razza umana d’oggi, né una poesia di impronta dichiaratamente civile, semmai una sorta di riflessioni, qua e là, come fugaci pennellate, anche della frastagliata condizione umana. C’è poi, quale riflesso utopistico di un al di là dove è soave proiettarsi, tutto l’universo celeste: il cielo visto come spazio dell’illimite ma anche come campo dove, forse, con occhio acuto, è possibile scorgere, tra i tanti geroglifici incompiuti, delle risposte. Si badi bene, non delle risposte oggettive, delle risoluzioni pratiche e materiali a esigenze della vita, ma delle confidenze interiori, quale una comunicazione medianica difficilmente spiegabile se non per mezzo di potenzialità sensoriali, di apertura mentale, di appassionante abbraccio alla vita tutta.

Ecco perché anche le poesie che, in maniera più o meno esplicita, parlano della morte come concetto o della morte tramite il ricordo di persone che hanno abbandonato il nostro Pianeta, non scendono nel più fosco appiattimento. C’è, infatti, nella poesia di Velia Balducci – e non potrebbe essere diversamente conoscendo il brio che la contraddistingue – un impeto verso il bello, una ricerca continua verso la spiegazione intima, profonda, viscerale delle cose, una lettura appassionata del vivere che rifiuta ammorbamenti, chiavi di lettura tristi e che, dopo tutto, ammicca sempre alla vita strizzando l’occhio.

Ne è testimonianza, tra gli altri, anche il breve frammento narrativo – una sorta di racconto, è vero ma dalla tecnica volutamente allusiva, dal finale aperto, dagli intenti introspettivi e di ricerca interiore che ne fa una prosa poetica – che chiude il volume nel quale si attorcigliano tra loro alcuni dei motivi che più dominano nell’intero lavoro poetico: l’amore per la lettura e la scrittura, l’amplesso solare – in questa comunione completa con l’elemento naturale che, al contempo, è fuoco e ingrediente di vita della Terra -, la voglia di raccoglimento e l’istinto mai domo verso la conoscenza, finanche la riflessione sul tempo, sulla sua inesorabilità e la senilità rappresentata dall’anziana che incrocia. C’è anche, per riflesso e al contempo come connaturato rimando, il mito dell’infanzia nel riferirsi alla favola, a un mondo di giochi e di narrazioni fiabesche dove il bello è sempre assoluto e l’amore è coronato in scene archetipiche. Che forniscono pace e completezza nei bambini, ma che assediano di terrore gli adulti, che ne incrinano le certezze rendendoli più burattini che principi e principesse, in uno spazio che non è lo sconosciuto bosco o il palazzo di corte, ma la caotica città con i suo drammi.

Il libro raccoglie, in una sezione dedicata posta in appendice, una serie di riflessioni sulla vita e finanche sulla scrittura – quasi degli aforismi – delle brevi frasi o citazioni che, pur nella loro sintesi, racchiudono un mondo di ragionamenti, di intenzioni, di problematicità, vale a dire di realtà esperite o configurate nella mente, elaborate dalla Nostra. Solo per citarne alcune delle più calzanti vale la pena riportare queste: “Quando il mondo ti toglie la voce, tu parla in disparte e fai poesia” oppure “La solitudine è quello spiraglio che si intravede dall’interno di una porta socchiusa”.

La nota di apertura del poeta laziale Roberto Colonnelli ben anticipa, senza svelare molto, quelle che saranno le tematiche-cardine della raccolta permettendo al lettore, per chi ha avuto la fortuna di conoscere l’autrice, di ritrovarla in maniera perfetta in queste pagine. Poesie che riflettono e ritrovano tempi andati, ma anche attuali, che sprofondano nel presente della realtà personale della nostra, incontri frugali, echi di discorsi, amici che nel frattempo se ne sono andati, il ricordo onnipresente dei nonni e della loro abitazione, quel desiderio di fuga e leggerezza che i gabbiani ben incarnano nel loro volteggiare superbo e planare in prossimità della riva.

Un’opera estesa – ancor più se si pensa che è l’opera d’esordio – con la quale l’autrice si confessa e testimonia se stessa: il suo vissuto, le sue fobie, i suoi desideri. Ed è piacevole per il lettore accompagnare la Velia bambina, poi donna matura – tra debolezze comuni e irrefrenabili entusiasmi – in questo percorso che è suo e, in fondo, di noi tutti. Un percorso nella memoria che passa per il tunnel del presente, per proiettarsi su un ponte aperto. Dall’altra parte si intravedono come dei contorni sfumati, non sicuri, ed è un po’ questo lo scopo della poesia che scava nella parola, fa affiorare possibilità e interagisce con un cervello che non vuol esser dominato. Così, tra un mondo domestico che profuma d’infanzia felice che riveste la Nostra come una seconda pelle, si dà spazio anche a timori e propositi per un futuro che la poetessa farà di tutto per rendere luminoso e suadente. E intanto – quale esigenza primaria della Nostra e piacere condiviso dei suoi lettori – la penna dell’anima non potrà che vibrare: “Parlo di più/ colando/ termini/ su/ fogli/ che…// Spargendo voce”.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

“Memoria come Resistenza: Etty Hillesum e Westerbork”, articolo di Stefano Bardi

a cura di Stefano Bardi

diario-1941-1943_41845.jpgAuschwitz, Birkenau, Mauthausen, Bergen-Belsen, Sobibòr, Fossoli! Nomi, questi, legati all’oscura pagina storica del 27 gennaio 1945 che devono essere affiancati a quello di Westerbork, campo che fu usato dai nazisti come punto di raccolta, smistamento e partenza per gli altri campi di Concentramento. Tre possono essere considerati le fasi di questo campo di concentramento: la prima dal 1942 al 1945 (rifugiati, detenuti, ebrei), la seconda dal 1945 al 1948 (agenti SS, simpatizzanti Movimento Nazional-Socialista, criminali nazisti) e la terza dal 1949 al 1971 (alloggi per molucchi). Questo campo, seppur non rientra in pieno nella logica dello sterminio di massa degli ebrei, fu comunque ideato come un campo fatto di regole ferree: detenuti accompagnati nei loro spostamenti da guardie militari, appello giornaliero, gruppi di lavoro divisi in camerate, sorveglianza diurna e notturna dei posti letto delle camerate, divieto assoluto di comunicare e ricevere posta dall’esterno. Un campo dal quale partirono 107.000 persone per i vari Campi di Concentramento e che fu liberato il 12 aprile 1945 dalla fanteria canadese.

La scrittrice olandese di origine ebraica Esther Hillesum detta “Etty” (Middelburg, 15 gennaio 1914-Auschwitz, 30 novembre 1943) visse in prima persona la deportazione ebraica prima di essere trasferita ad Auschwitz dove troverà la morte. Esperienza quella di Westerbork che sarà racchiusa in parte nel Diario 1941-1943 e soprattutto nelle Lettere 1942-1943 seppur fortemente censurate con la cancellazione dell’emittente, da parte del comandante della Polizia di Sicurezza tedesca del campo. Va subito detto che la scrittrice non fu arrestata né deportata ma scelse lei stessa di essere rinchiusa in questo campo per seguire l’infausto destino del suo popolo; lì lavorò come assistente sociale all’interno dell’ospedale civile del campo. Lavoro che le permise di annotare tutti gli orrori della follia nazista di cui, insieme alla famiglia e al fratello Michael detto “Mischa”, pagherà le conseguenze ad Auschwitz. L’altro fratello, Jacob detto “Jaap”, morirà, invece, a Lubben dopo la liberazione del 17 aprile 1945 durante il viaggio di ritorno nei Paesi Bassi.

Nel 1981 uscì postumo Diario 1941-1943 che sarà poi ristampato in varie edizioni fino a quella integrale del 2012. Esso è stato redatto fra Amsterdam e il Campo di Transito di Westerbork e si basa su due grandi concetti: esistenzialismo e spiritualismo filosofico che devono farci raggiungere, la totale armonia con la Natura. Armonia che sarà da essa trovata grazie all’abbraccio Dio concepito come un’intensa energia interiore e come la fiamma che muove ogni Vita.

Un diario estremamente analitico fatto di date, ore e momenti giornalieri in cui Etty Hillesum scrisse le sue intime pagine dalle quali fuoriesce l’immagine una donna forte, che, non fugge dall’infausto destino del popolo ebraico e l’unico elemento oscuro è il suo animo ingarbugliato, ragnatelico e represso.

Un secondo aspetto è la concezione della Vita da lei concepita come un’energia che deve essere consumata giorno dopo giorno, poiché il futuro è solo una speranza priva di consistenza; e di conseguenza vivere significa coesistere con l’esterno (vacuità) e l’interno (realtà esistenziale). In parole semplici, la Vita è intesa come unica e vera fonte sapienziale dalla quale l’Uomo deve abbeverarsi per intraprendere il suo cammino esistenziale che deve cominciare, dalla sua più profonda interiorità. Vita che deve essere però costruita con le parole! Lessemi intesi dalla Hellisum come strumenti in grado di creare case sicure animate da dolcezze e armoniosi silenzi, ma anche universi interiori con i quali emarginarsi dagli altri che sono codardi, languidi e senza protezioni psico-sociali. Parole che sono concepite come privazioni esistenziali non create, però, da mani altrui, ma dalle nostre medesime mani che strappano dal nostro cuore le gioie e le emozioni per sostituirle con ansie, offese, angherie, paure, asti, rimorsi e nostalgie canaglie.

Un ultimo aspetto riguarda il suo sguardo pieno di compassione verso i nazisti, agnelli sacrificali essi medesimi di un oscuro potere al di sopra di essi. Diario quello di Etty Hillesum che è chiuso dal alcune lettere scritte dal Campo di Transito di Westerbork che saranno da me analizzate.

Nel 1982 uscì l’opera postuma Lettere 1942-1943 che sarà poi ristampata fino ai giorni nostri, in edizioni più ampie e complete. Opera epistolare composta dalle lettere redatte dalla Hillesum ad Amsterdam e Westerbork fra l’agosto 1942 e il settembre 1943 che ci mostrano la crudeltà del Campo di Transito di Westerbork. Un campo dove l’autrice e la sua famiglia resistettero psico-fisicamente, dove si muovevano all’interno di uno spazio composto da un ospedale civile, un orfanotrofio, una stazione ferroviaria, una sinagoga, una cappella mortuaria. Un luogo costituito principalmente da baracche arrugginite e piene di correnti d’aria, panni lasciati asciugare all’aria e cuccette sulle quali patire. Il tutto accompagnato da pessime condizioni igieniche e da un’alimentazione di scarso valore nutrizionale, che portarono molti ebrei a togliersi la Vita con le proprie mani.

Etty Hillesum è una scrittrice che ancora oggi, dopo settantasei anni dalla sua morte, è ricordata nella toponomastica e onomastica in vari luoghi del mondo tra cui: la piazza nel paese di Mirano, l’albero nel Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano, la Etty Hillesum Stichting (Fondazione Etty Hillesum) di Amsterdam, il Centro di Ricerca Etty Hillesum dell’Università Gand e tanto altro ancora.          

  STEFANO BARDI

Bibliografia

Hillesum E., Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano, 2001.

Hillesum E., Diario 1941-1943, Adelphi, Milano, 2011.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

IV Concorso Letterario “La pelle non dimentica” contro la violenza di genere: come partecipare

IV CONCORSO LETTERARIO

“LA PELLE NON DIMENTICA”

ORGANIZZATO DA LE MEZZELANE CASA EDITRICE

IN COLLABORAZIONE CON ASS. CULTURALE EUTERPE DI JESI (AN)

E ASS. ARTEMISIA DI FIRENZE

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BANDO DI PARTECIPAZIONE

Art. 1 – PROMOTORI – Le Mezzelane Casa Editrice in collaborazione con l’associazione Artemisia di Firenze e l’associazione culturale Euterpe di Jesi indicono il IV concorso “La pelle non dimentica” per sensibilizzare la popolazione verso un problema che affligge i nostri giorni: la violenza sulle donne, lo stupro e il femminicidio.

Art. 2 – PARTECIPANTI – Il concorso è aperto a tutti i soggetti che abbiano compiuto i 18 anni d’età

Art. 3 – QUOTA D’ISCRIZIONE – La partecipazione al concorso è gratuita.

Art. 4 – ELABORATI – I partecipanti potranno presentare un elaborato di loro produzione, scritto in lingua italiana e rigorosamente inedito, seguendo le regole delle categorie contenute nell’articolo 4 bis.

Art. 4 bis – CATEGORIE – Gli elaborati, che avranno come argomento principale la violenza sulle donne, potranno essere basati sia su una storia vera sia inventata; potranno anche essere presentati elaborati a tema libero.

A) Poesie inedite a tema libero: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

B) Poesie inedite a tema violenza di genere: dovranno essere 5 (cinque) poesie scritte con carattere Times New Roman corpo 12, ogni poesia non dovrà superare i 30 versi.

C) Racconto a tema libero inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

D) Racconto a tema violenza di genere inedito: dovrà essere compreso tra le 15.000 e le 18.000 battute (max 10 cartelle editoriali), compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

E) Silloge poetica inedita: la silloge dovrà essere inedita, scritta con carattere Times New Roman corpo 12

F) Silloge poetica edita: la silloge dovrà essere inviata in formato pdf, completa di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria

G) Romanzo inedito a tema violenza di genere: la lunghezza del romanzo dovrà essere compreso tra le 150.000 e le 200.000 battute compresi gli spazi, scritto con carattere Times New Roman corpo 12

H) Romanzo edito a tema violenza di genere: il romanzo dovrà essere inviato in formato pdf. completo di copertina in jpg alta risoluzione, e in 2 (due) copie che verranno donate alla biblioteca di Santa Maria Nuova e alla Biblioteca della città che ospiterà la premiazione: le copie in formato cartaceo dovranno pervenire a Le Mezzelane Casa Editrice, Via W. Tobagi 4/h, 60030 Santa Maria Nuova e dovranno contenere un foglio con i dati dell’autore e la liberatoria che potete scaricare sul sito al seguente indirizzo web https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria

I) Fotografia a tema violenza di genere: l’immagine in alta risoluzione dovrà essere inviata in formato jpg e pdf (no immagini di nudo)

L) Corto: il video dovrà essere inviato in formato AVI, durata massima 18 minuti

Art. 5 – MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE – Il testi delle sezioni A/B/C/D/E/G dell’articolo 4/bis dovranno essere prodotti in forma anonima su file word in formato *.doc o *.docx o odt. Ogni partecipante potrà inviare un elaborato per una o più categorie tra quelle proposte dagli organizzatori. Ogni partecipante dovrà attenersi alle specifiche richieste, ovvero la lunghezza del racconto, il numero e la lunghezza delle poesie, il formato richiesto. Nel file non dovrà esser scritto alcun nome. Nella mail dovrà essere allegata la liberatoria compilata (che trovate https://concorsi.lemezzelane.eu/liberatoria) con i propri dati, messa a disposizione in formato scaricabile dall’organizzatore. Tutti gli altri elaborati dovranno essere prodotti seguendo le indicazioni date in ogni categoria. Gli elaborati pervenuti in maniera diversa da quello indicato verranno immediatamente scartati.

Art. 6 – SCADENZA – L’elaborato dovrà essere spedito tramite mail al seguente indirizzo: concorsi@concorsi.lemezzelane.eu entro e non oltre le ore 23.59 del giorno 31 dicembre 2019. I testi pervenuti successivamente non verranno presi in considerazione. In oggetto dovrà essere specificato “concorso La pelle non dimentica” e la sezione alla quale si partecipa.

Art. 7 – VALUTAZIONE – Tutti i lavori (tranne le sillogi e i romanzi editi) saranno inviati in forma anonima a una giuria designata dagli organizzatori. La giuria determinerà una classifica basandosi sulla propria sensibilità artistica e umana, in considerazione della qualità dello scritto, dei valori dei contenuti, della forma espositiva, delle emozioni suscitate, delle immagini e delle riprese video. Il giudizio della giuria sarà inappellabile ed insindacabile. I vincitori saranno informati secondo le modalità indicate da ciascun partecipante nel modulo di partecipazione.

Art. 8 – PREMIAZIONE – I primi venti delle sezioni A/B/C/D verranno inseriti in una antologia a cura di Le Mezzelane casa editrice. I primi tre autori di ogni sezione verranno premiati con una proposta editoriale della casa editrice Le Mezzelane, con un diploma con la menzione della giuria, con una copia dell’antologia e altri premi messi in palio a cura dell’organizzatore. La proclamazione dei vincitori e la consegna dei premi avranno luogo nel mese di marzo 2020 in una località della riviera adriatica che indicheremo prima della scadenza del concorso.

Art. 9 – DIRITTI D’AUTORE – Gli autori, per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono il diritto di pubblicazione al promotore del concorso senza aver nulla a pretendere come diritto d’autore. Il volume sarà pubblicato in cartaceo e sarà edito da Le Mezzelane Casa Editrice. I diritti rimarranno comunque degli autori, che potranno, quindi, far uso dei propri elaborati come vogliono.

Art. 10 – PUBBLICITÀ – Il concorso e il suo esito saranno opportunamente pubblicizzati attraverso le pagine dedicate al concorso, sul sito dell’editore e sul sito delle associazioni.

Art. 11 – ALTRE NORME – La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale del presente regolamento, senza alcuna condizione o riserva. La mancanza di una sola delle condizioni che regolano la validità dell’iscrizione determina l’automatica esclusione dal concorso letterario.

 

INFO:

http://www.lemezzelane.eu

concorsi@concorsi.lemezzelane.eu 

Successo a Spoleto per il Premio “Le Rosse Pergamene del Nuovo Umanesimo” di Anna Manna

A piazza della Signoria, meraviglioso balcone naturale sulla campagna umbra, ospite della prestigiosa Galleria d’arte Poli d’Arte, di Anna Maria Polidori, il celebre Premio Letterario “Le rosse pergamene” fondato e presieduto dall’effervescente Anna Manna, ha brindato a un esordio spoletino di grande fascino e di grandi presenze istituzionali.

Momento centrale dell’evento multidisciplinare è stato la consegna alla direttrice amministrativa del Festival dei Due Mondi, Teresa Bettarini, della poesia di Anna Manna ispirata al bellissimo Manifesto di David LaChapelle per il Festival dei due Mondi 2019.

Anna Manna, fondatrice del Premio ed organizzatrice dell’evento spoletino del 29 giugno, ha avuto l’onore del saluto del Festival dei due Mondi attraverso la gentile direttrice Teresa Bettarini che ha molto aprezzato l’illustrazione pittorica delle carte pergamene della poesia da parte della pittrice Eugenia Serafini.

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Così è stata lanciata la Sezione “POESIA ed Arti Figurative” che subito ha individuato due nomi significativi: MARIO GIANNINI per la Fotografia e soprattutto per lo splendido servizio fotografico su MATERA capitale della cultura europea e Giovanna Gubbiotti, spoletina, che ha riservato la sua attenzione artistica anche alle piazze di Spoleto, immortalando la deliziosa Piazza Pianciani in un dipinto che è stato abbinato alla poesia di Anna Manna “La carezza dei glicini”. È partito dunque il concorso che abbina versi e quadri dedicati alle piazze di Spoleto: Piazza del Duomo, piazza della Signoria, piazza Pianciani, piazza Del Mercato. Ad ottobre sarà presentato il Bando durante la Vendemmia culturale di Spoleto, coinvolgendo i pittori e i poeti di Spoleto e di tuta Italia. Un invito dunque per i poeti e pittori italiani a visitare questa meravigliosa città d’arte, cercando l’ispirazione per il concorso nelle sue piazze rinomate nel mondo.

Un altro momento di grande coinvolgimento la premiazione del Teatro Lirico sperimentale di Spoleto che ha inviato il legale rappresentante, la gentilissima Prof.ssa Battistina Vargiu a ritirare la pergamena premio. Questo momento ha permesso un discorso sulla cultura dei giovani che è diventato un fecondo terreno d’incontro e scambio tra le varie realtà culturali presenti.

Poesia, pittura, fotografia, musica, le fate della cultura erano tutte presenti per ammaliare il pubblico folto e attento, partecipe e gioioso. Anche per la grande simpatia di personalità poetiche note in Umbra come i poeti Carla Barlese ed Ivano Baglioni, premiati come Coppia poetica dell’anno. Così la simpatia e la gioia di vivere quel momento artistico fatato, in una cornice da sogno, ha permesso di affrontare con vigore la tematica de terremoto aquilano nella antologia di Anna Maria Giancarli, giunta dalla città de L’Aquila con poeti amici.

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Su tutto la meravigliosa accoglienza di Anna Maria Polidori e Sandro Costanzi, il sorriso di Luca Filipponi presente all’evento, l’applauso dei poeti spoletini, l’abbraccio tra artisti che si riconoscono e vogliono confrontarsi. Eugenia Serafini, madrina della sezione, ha ricevuto da Anna Manna l’incarico di Presidente di giuria di questa incantevole e prestigiosa sezione per il futuro concorso che sarà bandito ad ottobre.

 

Alessandro Clementi

Responsabile della comunicazione

Domenica 30/06 a Marsala l’atteso incontro poetico “Recital nella Città del Vino”

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Domenica 30 alle ore 17:30 presso la prestigiosa Sala Conferenze “Enzo Genna” del Complesso Monumentale S. Pietro di Marsala (Trapani) si terrà l’atteso appuntamento culturale “Recital nella Città del Vino” voluto e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN).

Sull’onda di altre iniziative analoghe organizzate dall’attiva Associazione marchigiana sul territorio siciliano nel corso degli ultimi anni, dopo gli incontri dell’anno passato tenutisi a Messina e Catania, l’Associazione ritorna nella Sicilia Occidentale. Sabato 29 giugno alla Sala delle Lapidi di Palazzo delle Aquile a Palermo si terrà “Versi a Palazzo delle Aquile: incontro letterario” e, a seguire, il giorno successivo, domenica 30 giugno il “Recital nella Città del Vino” a Marsala

L’iniziativa è patrocinata dalla Regione Siciliana, dal Comune di Marsala e dall’Accademia Regionale dei Poeti Siciliani “Federico II” nella persona del Presidente-Rettore Rag. Salvatore Mirabile. Quest’ultimo, nel corso dell’evento letterario, consegnerà le insigne ad alcuni accademici di questa pregevole accademia.

Il reading che si terrà a Marsala vedrà la presenza e gli interventi di Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe), Salvatore Mirabile (Presidente dell’Accademia Regionale dei Poeti Siciliani “Federico II”), lo scrittore e recensionista Vittorio Sartarelli di Trapani, i poeti palermitani Emanuele Marcuccio e Luigi Pio Carmina. L’artista “Acnaz” allieterà la serata con un suo intervento artistico estemporaneo.

 

La S.V. è invitata a partecipare.

L’evento è aperto al pubblico fino a esaurimento posti consentiti.

 

Alcune foto dell’evento

L’evento poetico “Versi a Palazzo delle Aquile” sabato 29/06 al Comune di Palermo

Sabato 29 giugno alle ore 17 presso la prestigiosa Sala delle Lapidi del Palazzo delle Aquile (Comune) di Palermo si terrà l’appuntamento culturale “Versi a Palazzo delle Aquile: incontro letterario” ideato e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN).

Sull’onda di altre iniziative analoghe organizzate dall’attiva Associazione marchigiana sul territorio siciliano nel corso degli ultimi anni, dopo gli incontri dell’anno passato tenutisi a Messina e Catania, l’Associazione ritorna a Palermo.  L’iniziativa è patrocinata dalla Regione Siciliana, dal Comune di Palermo, dalla Città Metropolitana di Palermo e dall’Università degli Studi di Palermo. Numerosi sono, infatti, i soci e i seguaci siciliani dell’Associazione Euterpe, alcuni dei quali figurano nell’elegante volume antologico “Sicilia, viaggio in versi” a cura di Lorenzo Spurio pubblicato a tiratura limitata nei mesi scorsi che contiene, oltre a un nutrito numero di saggi e di ricordi di poeti deceduti, le poesie partecipanti ai vari reading poetici tenutisi nel periodo 2013-2018.

Il nuovo reading poetico che si terrà a Palazzo delle Aquile il giorno 29 giugno vedrà la partecipazione di decine di poeti palermitani e non che, seguendo le linee del regolamento diffuso dall’Associazione, hanno fatto pervenire le loro partecipazioni. L’evento sarà presentato da Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe) in collaborazione e con il prezioso coordinamento dei poeti Emanuele Marcuccio, Luigi Pio Carmina e Francesca Luzzio.

 

La S.V. è invitata a partecipare.

L’evento è aperto al pubblico fino a esaurimento posti consentiti.

 

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Alcune foto dell’evento (Foto di Stefano Tomasino)

Il terzo appuntamento del “Ver Sacrum – gara poetica itinerante nelle antiche terre picene” il 13/07 a Fermo

Dopo i precedenti incontri del “Ver Sacrum – Gara poetica itinerante nelle antiche terre picene” svoltisi rispettivamente alla Casa della Poesia di Palazzo Bice Piacentini di San Benedetto del Tronto e alla Casa della Poesia di Palazzo Odasi di Urbino, il nuovo appuntamento si terrà al Buc Machinery a Fermo il prossimo 13 luglio 2019. […]

via Il terzo appuntamento del “Ver Sacrum”, la riuscita “gara poetica itinerante nelle antiche terre picene” dell’Ass. Culturale Euterpe di Jesi il 13 Luglio a Fermo — Associazione Culturale Euterpe

“Dracula” di Bram Stoker: alcuni cenni sul vampirismo – Articolo di Stefano Bardi

a cura di Stefano Bardi

Dracula di Bram Stoker (Clontarf, 1847 – Londra, 1912) è un romanzo horror giunto fino a noi in varie edizioni e traduzioni che si basa sulle fantasie dello scrittore irlandese e su alcune sue reminiscenze, nonché documenti storico-geografici da lui studiati. La narrazione si muove attraverso gli intimi quaderni dei protagonisti, le loro epistole, gli articoli di cronaca e tanto altro ancora. Reminiscenze, documentazione storico-geografica, epistole, ma anche un romanzo dai toni scientifici, visibile per mezzo dell’elemento medico-psichiatrico dell’ipnosi usata dal Conte Dracula e da Abraham Van Helsing; il primo la usa come arma per creare sudditi mentre il secondo come indagine medico-diagnostica.

9788807901836_0_221_0_75Il romanzo contiene una storia nota e allo stesso tempo rivoluzionaria, che può essere spiegata attraverso l’analisi della principali figure che si muovono al suo interno. Una prima figura è proprio quella del vampiro, il Conte Dracula, in cui non si riscontra nessuna caratteristica storica di Vlad Tepes III, se non attraverso alcuni monologhi meditativi del vampiro. Un essere dalle mortali sembianze di un vecchio; il vampiro che abita nel castello simboleggia il demoniaco alter ego di Vlad Tepes III. Una finta anzianità è quella del Conte Dracula, che sarà rappresentata da Jonathan Harker il quale mostrerà quest’essere per quello che veramente è, ovvero, un’oscura creatura partorita da Satana in persona. Il nome del Conte Dracula provoca ansia e terrore nel cuore di chi lo sente poiché è concepito come un appellativo demoniaco, che mai deve essere pronunciato ad alta voce. Un demone che, però, non può sfuggire dalla linnea Croce che è l’arma di difesa contro le vampiresche infezioni e la strada per la sua purificazione spirituale. Legate a questo personaggio sono le sue Spose intese da Jonathan Harker come angelici esseri dalle morbide carni, dalle dorate chiome, dagli sguardi profondi. Cosa ben diversa appaiono agli occhi del loro vampiresco padrone che le concepisce come delle schiave, delle sgualdrine e come delle cagne ingorde di sangue umano.

Tra gli altri personaggi ci sono Renfield, Lucy Westenra e Abrham Van Helsing. Il primo di questo è pazzo e simboleggia la figura del debole costretto a sottostare alla tirannica e sanguinaria volontà del suo padrone dal quale sarà ringraziato con la morte per la sua subdola sottomissione. Lucy Westenra è la prima vittima del Conte Dracula giunto in terra londinese, che ha il compito una volta non-morta, di creare nuovi vampiri che portino distruzione in mezzo ai vivi. Personaggio, questo, che simboleggia la selvaggia e depravata sessualità. Il dottore Abraham Van Helsing, invece, è un uomo di Scienza, visto da Stoker come un personaggio dalla doppia personalità medico-scientifica, ovvero come un dottore e come un’esorcista poiché tutto quello che non rientra nella scienza medico fa parte dell’Esoterismo.

Tra gli altri personaggi figurano Jonathan Harker e sua moglie; Jonathan Harker è stato l’unico a vedere nelle profondità degli occhi del Conte Dracula capendo così chi è la demoniaca creatura che è stata riportata parola per parola, nel suo diario di viaggio. Diario che è concepito dallo scrittore come un’importantissima fonte storico-scientifica per comprendere e studiare l’oscura Scienza del Vampirismo. Sua moglie Mina è una donna fortemente coraggiosa che non ha paura di combattere contro le tenebre, ma anzi, dopo essere stata infettata dal demoniaco bacio del Conte Dracula, lo vuole eliminare perché è da lei concepito come un’immonda infezione. Impavida, seconda vittima del vampiro e simbologia della Femminista, che, con coraggio rivendica la sua dignità e il suo status etico-sociale di donna in grado di essere pari all’uomo. Una donna che è anche simbolo della fedeltà amorosa, che rifiuta gli oscuri e depravati sentimenti d’amore che si basano sul dolore e sulle falsità.

Bisogna di certo accennare anche al regista Francis Ford Coppola che nel 1992 produsse il film Dracula di Bram Stoker. Stessa trama e stessi caratterizzazioni sui personaggi del romanzo, tranne che per il Conte Dracula e per Mina Harker. Per quanto riguarda il vampiro lo rappresenta in maniera bipolare, sia come una crudele creatura che come una creatura dal dolce cuore in grado di provare amore, gioia, dolore. La giovane Mina Harker, invece, è cinematografizzata come una vittima del crudele Conte Dracula, come una sua schiava assetata di sangue e come la spietata assassina del suo amante.

Un piccolo approfondimento va fatto sulla figura del vampiro in Romania, vista come un non-morto dal corpo indistruttibile e che usa la sua oscura anima per vampirizzare i vivi durante le sue passeggiate notturne. Vampiri che non erano rappresentati da principi, nobili e persone di potere, ma più semplicemente dai disgraziati, asociali, nemici del popolo, che non possono essere sconfitti dalle canoniche armi, ma, con una formula papale di assoluzione dei loro peccati appoggiata sul petto del loro cadavere. Queste figure lasciarono il posto nella Romania del secondo Ottocento ai vampiri cristiani intesi come oscuri demoni con un’anima condannata a errabondare durante la notte finché la scomunica non sarà cancellata. Un’altra arma usata era la vitamina C poiché era vista come una cura per tutti coloro che da vivi avevano sofferto di scorbuto, pellagra e nictalopia. Un secondo tema riguarda la figura della donna vampiro, creatura che simboleggia il peccato etico e il sesso selvaggio; allo stesso tempo metaforizza la beltà suprema, il dispotismo assoluto, l’esistenziale eternità, l’ambiguità spirituale.

Pare interessante allargare un po’ lo sguardo e accennare al cosiddetto Vampirismo Clinico, un fenomeno che si sviluppò dal Settecento fino agli anni ’90 del Novecento che si caratterizzava da una forte pulsione erotica collegata a una frenetica voglia di osservare, percepire, gustare il sangue altrui e che si manifestava attraverso tre sintomi: Sindrome di Renfield (cibarsi di insetti), Ematodixia e Sanguinarius (vampirismo pacifico e non belligerante). Malattia che ha richiami e collegamenti anche con la necrofilia e forme di autolesionismo anatomico e fisiologico.

STEFANO BARDI

 

Bibliografia e Sitografia di Riferimento:

STOKER B., Dracula, Einaudi, Torino, 2012. 

CAZACU M., Dracula. La vera storia di Vlad III l’Impalatore, Mondadori, Milano, 2016.   

Vampirismo Clinico, da Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Vampirismo_clinico).   

 

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