Palermo, barocca e misera, potente e asservita ha storie da raccontare, di gente nota, i Ramacca, gli Agliata e di tanti di cui affiorano solo scarse testimonianze, come Lucia Salvo. La quotidianità che scorre monotona non ha fascino per chi compone un racconto, perciò la scrittrice ricerca quello che va al di là dell’apparenza, che sfiora il mistero del non detto e dell’inconsapevolezza, come il fatto che segna la vita di Lucia o la mutilazione che rende il castrato signorino Angelo, forse. Ma controvoglia. Sono due creature che contro il buon senso del tempo non reputano una fortuna essere spettatori delle ricchezze e degli eccessi dei nobili, ma le considerano semplicemente una dannazione e una complicazione dell’anima. Questa convinzione porta Lucia a respingere l’assalto amoroso del Conte figlio con un morso da furetto. Da qui il titolo del romanzo e la citazione in epigrafe da Giorno dopo giorno di S. Quasimodo in cui ricorre la parola morso. Nel romanzo Lucia morde per difesa, nella poesia il morso è inferto dal dolore, dalla violenza, dalla guerra. Ma identica è la separazione netta tra chi opprime e chi è oppresso, tra chi è nato per servire e chi deve essere servito. A servire è destinata Lucia Salvo, ma il fatto la rende intimamente libera, è la creatura più libera che io conosca, dice il conte figlio. La storia si svolge alla vigilia della rivoluzione siciliana del 1848 a Palermo, un’epoca che stava cambiando e che nessuno prendeva sul serio…Non la nobiltà, rammollita dalle decime e senza occhio analitico. Non la borghesia nascente, figlia povera della nobiltà stessa e già incline a imitarne tutti i vizi. Il popolo sì che, invece, fremeva. Di fame, di peste, di pidocchi e ansie. Nel groviglio dei fatti personali e politici che s’intrecciano e sfociano nella rivoluzione del 12 gennaio 1848 a Palermo viene inconsapevolmente coinvolta Lucia, che vi scoprirà per brevi istanti l’amore per lo sconosciuto prigioniero dagli occhi verdi, che la spinge a un generoso gesto di coraggio. Ma l’amore è un breve lampo e il suo destino di babba, pazza, non può che compiersi. A metà dell’Ottocento in Sicilia le donne di qualunque condizione sociale non riescono a sfuggire al loro destino di succube del mondo maschile. Neanche la giovane Assunta degli Agliata vi riesce.
L’autrice Simona Lo Iacono
Inquieta e desiderosa di scegliere il proprio destino per sfuggire alla condizione nella quale si trova la madre, inebetita dai numerosi parti, compie tentativi confusi e contraddittori. La sua vaga aspirazione alla libertà è alimentata dai discorsi delle monache e dalle letture che le precludono un vero contatto con la vita: La vita, la vita vera-sospira-le pare a un tratto romantica come i libri di quel Cervantes… Alla fine sposa un vecchio e ricco nobile, che la obbliga a figliare a dispetto del disgusto. Con stile sobrio e coinvolgente, venato a tratti d’ironia, Simona Lo Iacono il “Il morso” (Neri Pozza, 2018) affronta ancora una volta storie di donne contestualizzandole nel tempo e nello spazio del romanzo con il suo abituale impegno civile, nella rappresentazione-denuncia di un mondo ignorante e arido volto solo ai piaceri e al dominio.
L’autrice
Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970, è magistrato e presta servizio presso il tribunale di Catania. Nel 2016 ha pubblicato il romanzo “Le streghe” di Lenzavacche (Edizioni E/O), selezionato tra i dodici finalisti del Premio Strega.
GABRIELLA MAGGIO
L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Il tratto dell’estensione di Adua Biagioli Spadi, La Vita Felice Edizioni, Milano, 2018.
Sinossi:
Il passaggio evolutivo e sequenziale di tre maglie di un unico percorso: uno sguardo acceso sulla recezione emozionale e umana delle vicende della vita, tra incanto e disincanto, gènesi-mondo e gènesi-io. Quindi siamo di fronte alla germinazione naturale del crescendo emozionale, un percorso che fluttua intorno alla realtà ricercando una possibile rinascita nel luogo interiore. La parola poetica si fa linea e traccia della verità, segno e constatazione, fino al candore e all’autenticità della visione. La voce poetante fa il suo ingresso nel destino in cui annoda ricordi, cammini e l’abisso segreto dell’amore.
Poesia (dalla quarta di copertina)
Cosa ne faranno le lune
di questo cuore in disuso dimmi,
dei tuoi occhi di foresta che il tempo mi concesse
colpe divise a schiera quasi fossero
biglie per gioco, ferite inferte, veleno per piante.
Ho chiesto alla rosa il senso del fragile,
il precoce spezzarsi della ghianda:
il silenzio trova sempre un posto per inserirsi,
scava sempre il niente e il tutto per estensione.
L’autrice
Adua Biagioli Spadi, pittrice, Maestra d’arte e Operatrice Culturale opera a Pistoia. È presente in numerose pubblicazioni antologiche di premi letterari nazionali e internazionali, tra cui Ambrosia, presentata a EXPO’ 2015 – Milano e Novecento e non più. Verso il Realismo Terminale presentata alla Fiera di Roma 2016, in Agende Poetiche. Socia di diverse accademie letterarie, a Giugno 2015 ha pubblicato la sua opera prima: L’Alba dei papaveri” – Poesie d’amore e identità, vincitrice del 2° Premio Letterario Giovane Holden 2016 per la sezione poesia edita. Interessanti recensioni sul libro si trovano su riviste letterarie “La Nuova Tribuna Letteraria” e “Qui Libri”. A Maggio 2017 ha pubblicato il libro Farfalle, un piccolo libro d’Arte a tiratura contenuta di pezzi unici contenenti unica poesia e disegni dell’autrice. Da Luglio 2017 lo stralcio di una poesia tratta da “L’Alba dei papaveri” viene scolpito su stele in pietra serena e ubicato in località San Pellegrino di Sambuca Pistoiese per la valorizzazione della cultura e della montagna (Progetto culturale Parole di Pietra). Il suo sito internet è www.aduabiagioli.it.
Nuova tappa del progetto umanitario della Ass. Euterpe di Jesi
Presso la Sala della Poesia di Palazzo Bice Piacentini di San Benedetto del Tronto (Via del Consolato 14) sabato 17 febbraio si terrà la presentazione della antologia “Adriatico: emozioni tra parole d’onde e sentimenti” curata da Stefano Vignaroli, Lorenzo Spurio e Bogdana Trivak e promossa dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi (AN) con la finalità di sostenere l’Istituto Oncologico Marchigiano.
Nel volume trovano posto circa duecento testi di autori italiani e stranieri che hanno deciso di aderire all’iniziativa tutta imperniata sul tema cardine del mar Adriatico, mare che fa da sponda tra le due coste, quella Italiana e quella Balcanica. Significativa la presenza di opere di intellettuali stranieri tra cui Borce Panov (Macedonia), Bozidar Stanisic (Bosnia), Irma Kurti (Albania), Sotirios Pastakas (Grecia) e numerosi altri. Nel libro anche i preziosi contributi di Davide Argnani (poeta, scrittore e direttore della rivista “L’Ortica” di Forlì), Valtero Curzi (poeta e filosofo di Senigallia) e Mardena Kelmendi (poetessa albanese da anni attiva nel sociale a Trieste).
Dopo le due presentazioni che hanno avuto luogo nel mese di dicembre a Jesi e Senigallia e che hanno consentito alla Associazione organizzatrice di provvedere a una prima donazione all’ente benefico pari a 1.000€ continuano le iniziative promosse per la divulgazione e la promozione di quest’opera che vanta il patrocinio morale di numerosi comuni, province italiane ed estere nonché dell’Ambasciata della Repubblica di Albania in Italia.
L’Istituto Oncologico Marchigiano – a cui sono diretti i ricavi derivanti dalle donazioni di questo progetto – è nato nel 1996 con lo scopo di assistere gratuitamente a domicilio i pazienti oncologici e le loro famiglie in un momento di ampia difficoltà, soprattutto a livello psicologico. Grazie a un équipe specializzata fornisce assistenza 24 ore su 24. A completamento dell’assistenza prettamente medica offre un appoggio umano di gruppo per mezzo di volontari che vengono formati e istruiti per tale scopo.
La Casa della Poesia di Palazzo Bice Piacentini a San Benedetto del Tronto – Città Alta (AP)
La Associazione Culturale Euterpe, dopo la precedente raccolta antologica “L’amore al tempo dell’integrazione” (2016) sempre a sostegno dello IOM ha deciso di seguire la stessa strada anche per questa nuova antologia riconoscendo l’ampio e capillare lavoro medico-sociale che lo IOM Jesi e Vallesina (Presidente: dott.ssa Maria Luisa Quaglieri) fa brillantemente e con alta coscienza da anni.
Nel volume vari i poeti e scrittori marchigiani inseriti tra cui Elvio Angeletti (Senigallia), Loretta Emiri (Fermo), Marco Squarcia (Amandola), Oscar Sartarelli (Jesi), Sabrina Galli (San Benedetto), Elvio Grilli (Fano), Leila Falà (Ancona), Gabriele Andreani (Pesaro), Daniela Gregorini (Fano), Gianni Palazzesi (Appignano), Jessica Vesprini (Civitanova M.), Luciana Salvucci (Colmurano), Marcello Signorini (Senigallia), Michele Veschi (Senigallia), Michela Tombi (Pesaro), Piero Talevi (Colli al Metauro), Cristiano Dellabella (Cupramontana), Marinella Cimarelli (Jesi) e tanti altri.
Il nuovo evento, a San Benedetto del Tronto, vedrà l’apertura con i saluti e i ringraziamenti da parte di Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe) e seguirà con gli interventi di Stefano Vignaroli (uno dei curatori) nonché le letture delle opere degli autori presenti che saranno effettuati dalla lettrice Patrizia Giardini e Marcello Moscoloni. Ad impreziosire l’evento culturale sarà un’overture poetica della poetessa sambenedettese Enrica Loggi che, in apertura, delizierà il pubblico con alcune sue composizioni sul mare.
Aforismi, poesie in un continuum emotivo-razionale che mette a nudo, senza pudicizia, l’anima di Letizia Tomasino. Il titolo della raccolta, L’impudicizia dell’anima (2017), stupisce e incuriosisce il lettore, inducendolo a congetturare contenuti scandalosi, osceni, ma di fatto, se il lettore si accosta all’opera con tale curiosità, alla fine resta profondamente deluso perché di fatto l’impudicizia a cui allude la poetessa-scrittrice è soltanto l’apertura totale del cuore e della mente, la schiettezza con cui si pone di fronte a se stessa e alla realtà, ai problemi dei nostri tempi, ora esponendo il suo sentire, quale, ad esempio, l’amore per il suo uomo (“Quannu mi chiami “Amuri” io mi sentu ricca,/nu tantu di ricchizzi dila terra/quantu di sentimenti e cosi duci”; in “Beddi paroli”, p. 24) o l’amarezza del suo abbandono (“Fino a ieri ero la tua stella, il tuo sole, il tuo tutto/e adesso mi butti via come si buttano delle ciabatte” in “Bugiardo amore”, p. 8), ora, facendo le sue riflessioni su tematiche etico-morali, quali la carità, la misericordia che dovrebbero caratterizzare i nostri comportamenti, a prescindere dalle religioni praticate e dall’epoca in cui si vive, perché espressione di civiltà e umanità. Così di fronte ad alcuni eventi tipici dei nostri tempi, ma anche ricorrenti nella storia dell’umanità, quale, ad esempio, l’emigrazione, la poetessa Tomasino si rivolge all’immigrante con questi versi: “inutilmente cavalchi l’onda,/la stessa che ti ricopre/Fuggi dalla tua terra/e sei merce in mano/a gente senza scrupoli/…smarriamo memoria di avi, migranti anche loro, come voi/…” in “Migranti”, p. 34).
Non stupisca neppure la connessione degli attributi “emotivo” e “razionale” perché l’autrice compone esprimendo i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma anche proponendo il suo punto di vista razionale, in una miscela in cui i due elementi si equilibrano, considerato che il razionale è condizionato dai principi etico-morali che costituiscono il presupposto della nostra essenza, insomma, come in un particolare e personale processo dialettico di stampo hegeliano (tesi: ragione; antitesi: emozione, sentimento), l’autrice perviene a una sorta di sintesi superiore che si chiama “Poesia”.
Questa liberamente si espande nei versi che progressivamente propongono tematiche esistenziali, connesse, come già si è rilevato, al suo presente o ai propri personali ricordi (“Avresti potuto amarmi per come meritavo/avresti potuto darmi il bene che cercavo/Scusami tanto papà Se non mi hai capito, te lo dirò nell’altra vita oppure all’infinito” in “Papà”, p.87), ma pure a tematiche relative all’uomo in quanto tale (“Non esiste prigione peggiore per l’uomo/ che l’essere schiavo del suo corpo e del tempo,/ma anche delle malattie che angosciano/la mente” in “Prigione”, p. 29), con un percorso che, in modo spontaneo e semplice, scivola nel sociale, al nostro ieri e ai nostri amari tempi. (“Una valigia è di cartone se il suo contenuto/sa di rassegnazione ed emigrazione./L’emigrante…/Torna, ogni tanto, a visitare il paesello/vedendolo sempre come un gioiello” in “La valigia”, p. 54).
I versi poi diventano aforismi, quando Letizia Tomasino con saggezza ci detta massime, fa osservazioni che sanno di sapienza di vita, fondata sulla conoscenza della grandezza e della miseria umana e, proprio per questo, sa anche farci sorridere quando corona le sue riflessioni con le conclusioni a effetto, con l’ironia, talvolta amara: “Credo che molte persone invece di parlare di tutto senza saperne nulla, potrebbero limitarsi a parlare del nulla di cui sanno tutto!” (in “Parole vuote”, p. 59). Molti aforismi, oltreché per il loro contenuto, si caratterizzano anche per il lirismo che li pervade e, pertanto, li rende associabili alle poesie che ad essi si alternano.
Il lessico semplice, ma semanticamente pregnante sia nelle liriche in italiano, sia in quelle in dialetto siciliano, la versificazione libera, pur nella presenza di rime (“ ….difetto/ …/ …petto” in “Cuore mio”, p. 23), assonanze (“…sguardo/ …/ …passo”, idem), consonanze (“… sera / …amore”, in “Notte stellate”, p. 31), come anche le figure retoriche, quali anafore (“se ti cerco…/ se mi vieni…\ se percorro…” in “Nostalgia”, p.30), metafore (“Mi bevo a piccoli sorsi il tuo sorriso” in “Bevanda amara”, p. 39) etc…, avvalorano ulteriormente “l’impudicizia dell’anima” di Letizia Tomasino.
FRANCESCA LUZZIO
L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
L’autrice della poesia dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo poetico. La pubblicazione della poesia e della sua traduzione è consentita su questo spazio dietro concessione e autorizzazione dell’autrice e del traduttore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Il mio viaggio e quello della protagonista comincia in Italia e, come un moderno Marco Polo, prosegue fino in Cina attraversando l’antica via della seta, l’Asia centrale. È lì che la protagonista incontra il proprio destino nell’uomo che determinerà per sempre il suo futuro. Lui e lei sono dei senza nomi, ma rappresentano due mondi a confronto, quello occidentale e avanzato, quello orientale e tradizionale. S’incontrano perchè entrambi non possono fare a meno l’uno dell’altra, così come i due mondi, che per raggiungere la perfezione, devono essere collegati e interconnessi. Queste sono le parole dell’autrice del nuovo ed appassionante libro scritto da Iris Versari intitolato L’UOMO CHE NON CONOSCEVA LA LIBERTA’ edito da edizioni Helicon e disponibile sul sito della casa editrice www.edizionihelicon.it ed Amazon.
Iris ha trascorso molti anni della sua vita in Cina e parte della sua famiglia è di origini uigure, una popolazione centroasiatica, musulmani e turcofoni. Iris è costretta a mantenere l’anonimato in quanto gli argomenti che tratta sono estremamente delicati.
La storia di un amore tra due persone che appartengono a mondi lontanissimi e per certi versi antitetici è l’occasione per tracciare un ritratto della Cina moderna, un paese in continua evoluzione, che in pochi anni ha avuto un’enorme crescita economica tanto da imporsi come potenza mondiale. Tuttavia l’Autrice, ambientando la storia nella regione più occidentale del paese dove vive una popolazione fortemente discriminata, riesce a mostrare il lato oscuro di questo sviluppo impetuoso, fino a mettere in dubbio l’idea stessa di progresso: troppo alto è il prezzo da pagare se si calpestano i diritti dei più deboli e si distrugge l’identità di intere popolazioni ed etnie che pure possono vantare una storia millenaria.
Un libro appassionante in cui l’amore ed il sentimento si confondono con la lotta e la rivoluzione. Alla continua ricerca di libertà. Voci inascoltate di una Cina moderna.
Per anni la letteratura fantasy ha subito l’ostracismo, specie in Italia, sia dei critici che dei lettori forti: gente che legge più di un romanzo al mese. A parte i rari casi di successi nazionali e internazionali – vedi Valerio Evangelisti o Licia Troisi con il suo ciclo del Mondo Emerso – questo genere non ha trovato nel nostro Paese voci abbastanza forti da mettere in campo di fronte alla tradizione più consolidata e apprezzata del fantasy anglosassone. Il successo di Harry Potter sia nella sua versione letteraria che nell’adattamento cinematografico ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga tradizione di illustri scrittori che si sono cimentati in questo genere letterario: Tolkien, C.S. Lewis, Roald Dahl solo per citarne alcuni.
L’autore di cui vi parliamo oggi è un simpatico gnomo, non ce ne voglia, ma in alcune foto che vedono la sua partecipazione ai vari festival fantasy è apparso proprio così con tanto di abito verde e cappellino rosso a punta. Il suo nome è Patrick Rothfuss. Un nome da ricordare visto che la sua trilogia, Le cronache dell’assassino del Re, è stata paragonata al ciclo della Rowling: sia per la potenza narrativa delle vicende messe in campo, sia per la complessità del mondo che ha saputo creare. Il nome del vento è il primo tassello di questo puzzle che il lettore scoprirà attraverso la voce del suo protagonista: Kvothe.
È lui a narrare la sua storia di fronte ad un giornalista, detto il Cronista, che è riuscito a scovarlo in una sconosciuta locanda di un ancora più sconosciuto paese perso nell’enorme geografia del mondo di Rothfuss. Kvothe è diventato una leggenda e il giornalista vuole ascoltare dalla voce dell’eroe la sua vera storia. Il primo libro della trilogia diventa dunque un lungo flashback che ascoltiamo dalla voce stessa di Kvothe che concede all’ascoltatore tre giorni: tre giorni per ascoltarlo e ricavare dalla sua storia tutto ciò di cui il Cronista ha bisogno per scrivere la sua di storie.
Nato in una famiglia di artisti e saltimbanchi, gli Edama Ruh, esperti nelle arti della recitazione, del canto e della giocoleria si sposta di paese in paese a bordo di carri. La carovana gira per questo mondo popolato di superstizioni e arti più o meno limpide, mentre il giovane Kvothe apprende dal suo mentore, il vecchio Albany, l’arte segreta della simpatia. È la magia che collega tutte le cose attraverso un legame simpatetico che unisce il simile col simile. La pace è rotta dall’incontro della carovana con i temibili Chandrian, mostri venuti dalla parte più oscura e superstiziosa di un mondo che sembra aver dimenticato la loro presenza. È a questo punto che Kvothe perde tutto quello che ha e la sua vicenda si intreccia a quella di tanti altri orfani che popolano le vie della città di Tarbean, dove si trasferisce dopo il massacro dei Chandrian con la segreta speranza di entrare nell’Accademia.
Questa è il cuore dell’insegnamento delle arti magiche e nella sua biblioteca si trovano testi arcani che parlano dei Chandrian. L’abilità dell’autore sta nel creare un universo così coerente e maniacalmente perfetto in cui ogni tassello che il lettore incontra per la via va naturalmente al proprio posto, nonostante l’apparente complessità dei personaggi e del mondo che ha saputo costruire. Un’abilità che emerge nei sottili giochi di parole che riesce a creare, così come nella costruzione, gustosissima, di nuovi giochi come il corner che ricorda il moderno poker e dove i giocatori devono applicare strategie e abilità particolari in un mondo dove la magia e l’alchimia sono scienze al pari della logica e della matematica.
La ricerca di Kvothe è infatti ricerca della verità e impiegherà tutti i mezzi a sua disposizione per arrivare a vendicarsi dei temibili Chandrian. La ferita e il conflitto che ne deriva fa da propulsore all’intera vicenda capace di generare pathos e potenza narrative rare in un romanzo fantasy. È il viaggio dell’eroe raccontato dall’eroe stresso, con una scelta da parte dell’autore capace di catturare il lettore perché come scrisse W. Somerset Maugham: “una storia vera è sempre meno vera di una inventata”.
L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
In tutto lo scenario dei poeti pugliesi, quello che fu più legato alla sua terra fu senza dubbio il poeta e scrittore Cristanziano Serricchio (Monte Sant’Angelo, 1922-Manfredonia, 1 settembre 2012).
Il 1950 fu l’anno della sua raccolta Nubilo et sereno, opera che può essere considerata come un moderno cantico francescano in cui la Puglia ne è l’ambientazione e il personaggio principale. Una Puglia vista e concepita da Serricchio come una terra colma di speranza e giustizia, in cui ancora oggi si possono difendere e salvaguardare gli affetti familiari, come un luogo in cui il poeta rivive le reminiscenze della sua esistenza passata, attraverso frammenti memoriali, e sfoghi dell’Io.
Nel 1956 seguì L’ora del tempo in cui il lessema ora si riferisce, all’alba della campagne salentine, caratterizzata da una leggera e impercettibile foschia in cui si perdono le proprie origini. Poesia della dimenticanza, ma allo stesso anche delle gioie quotidiane e degli intimi affetti.
Diciassette anni passarono prima di una nuova raccolta, L’estate degli ulivi, che uscì nel 1973. Ancora la Puglia come protagonista. Qui, però, a differenza della raccolta del 1950, si vivono più intensamente gli affetti familiari, letti come sentimenti veri e compassionevoli. Inoltre in questa raccolta la Puglia è rappresentata in tutte le sue mistiche e meravigliose ambientazioni paesaggistiche. La Puglia, e più in generale il Meridione, vengono concepiti come degli strumenti per indagare le loro spazio-temporalità, ormai ferme e immobili nella vita e nel tempo, che in queste modo non riescono a oltrepassare la normale esistenza. Solo attraverso il canto dei sui elementi naturali la Puglia potrà liberarsi dal suo secolare ed eterno patimento sociale. Il Sud è concepito da Serricchio come l’unico custode e protettore di un universo epico immensamente “calmo” e “affettuoso”, grazie anche a una spirituale sacralità colma di moralità e di dogmaticità.
Nel 1978 uscì la raccolta Stelle daunie dove ancora la Puglia è protagonista. Regione che quest’opera è analizzata da Serricchio nella profondità delle sue vetuste radici, attraverso l’esaminazione di alcune stele ritrovate nella Capitanata (distretto storico-culturale)[1], che rappresentano immagini proto-statiche.
Nel 1991 uscì Questi ragazzi, opera nella quale stranamente non è presente la Puglia ancestrale e magica, bensì quella intima e giornaliera, attraverso poesie che il Serricchio dedica ai suoi figli, nipoti e alle nuove generazioni totalmente immerse, nella cultura anglo-americana degli anni Novanta.
Il 1997 è l’anno di pubblicazione della raccolta Polena-Riverberi di fine millennio in cui la Puglia è vista, come la via per un viaggio etico ed esistenziale, che rapporta il Serricchio con una terra nemica e oscura, che è composta da vite schizofreniche e da vetusti bagliori del passato.
Sempre nello stesso anno uscì la raccolta Lu curle che in italiano è traducibile come La trottola. Un’opera interamente scritta in dialetto che, per la precisione, è quello della sua Monte Sant’Angelo. Così l’autore ritorna al linguaggio delle sue radici ovvero al linguaggio della fanciullezza.
STEFANO BARDI
L’autore della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere il naturale e unico proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autore senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.
Bibliografia di Riferimento:
G. Bertone, Inchiesta sulla poesia. La poesia contemporanea nelle regioni d’Italia, Foggia, Bastogi, 1978.
G. Zagarrio, Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980, Milano, Mursia, 1983.
M. Dell’Aquila, Puglia, Brescia, La Scuola, 1986.
M. Zizzi, A sud del sud dei santi. Sinopsie, immagini e forme della Puglia poetica. Cento anni di storia letteraria, Faloppio, Lieto Colle, 2012.
[1] Capitanata: distretto che corrisponde all’antica Daunia e all’attuale provincia di Foggia, che comprende il Tavoliere delle Puglie, il Gargano, e il Subappennino Dauno.
La silloge Frammenti di Tina Ferreri Tiberio è contenuta nella raccolta poetica a più autori dal titolo Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa (Aletti, 2017). Come ha osservato l’autrice in una recente dichiarazione, si tratta della sua prima raccolta di poesie che timidamente ha pubblicato, perché un po’ restia a estrinsecare i suoi pensieri.
L’elemento naturale e paesaggistico è spesso contenuto nelle composizioni della Nostra da divenire ingrediente speziato e radicato di quei brani lirici le cui tematiche riaffiorano nell’infanzia richiamando ricordi lontani che si rimembrano con letizia e un pizzico di nostalgia.
Il tono è pacato, il linguaggio rifugge virtuosismi di sorta per prediligere forme canoniche di una sintassi che trae dal linguaggio comune le terminologie. Poetica descrittiva e figurativa, cadenzata da tocchi di intimismo e di regressione a fasi del passato della donna vissute in completezza e concordia con l’amato e con l’ambiente che la circondava (“Come a vent’anni!”, 84).
L’intera dissertazione lirica gira attorno alla tematica del tempo, ricorrente con immagini e forme diverse ma sempre a sottolinearne il fulmineo tracciato e l’intransigenza del suo percorso, la Nostra parla, infatti di un “tempo caduco e crudele” (78) così impietoso da ricevere i connotati di violenza e brutalità: esso non conosce requie come nei Sonetti addolorati d’amore del Bardo inglese.
I frammenti della Nostra sono stralci di un vissuto che vengono ripescati e incastonati nella carta a eterna memoria e per un rinvigorimento continuo delle esperienze, difatti la stessa Poetessa rivela in una poesia che la sua volontà è quella di “rivivere/le storie” (78). Così i versi contengono una materia che ha a che fare col vissuto autentico della donna, vagliato dall’esperienza saggia di protagonista del mondo, al punto da poter descrivere i suoi brani come delle vere e proprie stesure di “vite narrate” (82).
Talora appaiono sporadiche tracce di criticità e insoddisfazione, oppure di perplessità che la porta a servirsi della confessione con la carta proprio per l’esternazione dei suoi pensieri che, a volte, rasentano quel “nulla fulmineo” (77) indescrivibile in quell’oscurità che può prendere forma anche se poi l’aurora non manca di succederle. Tina Ferreri Tiberio racconta in stille poetiche quelle che furono le gioie e le spensieratezze di un’età giovane e smaliziata: “Canto la giovinezza/ sognante e tenebrosa” (80): curiosa ma assai d’impatto questa costruzione ossimorica della giovinezza quale momento sognante, dunque dotato di stupore e meraviglia, ma anche tenebrosa, perché, forse, inconoscibile e dunque misteriosa.
L’introspezione, pur vagliata da una profonda conoscenza della storia, a volte assurge ad alti livelli come accade nella lirica “Dammi i colori, madre” dedicata al ricordo di Auschwitz (non contenuta nella silloge in oggetto), risultata vincitrice del 3° posto alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (2017) di cui la Commissione Giudicatrice così commentò il bel testo: “I versi semplici e puliti sono un sofferto inno d’amore e un richiamo accorato e sincero in cerca di aiuto e di amorevole sostegno. Gli orrori della prigionia ad Auschwitz divengono anche voce e ispirazione di una preghiera rivolta alla Madre Celeste, a testimoniare un affidamento e una devozione senza confini, ad alleviare la pena di un’esistenza che si avvicina al termine”.
La Poetessa – come ogni buon poeta – si interessa anche dei fatti del mondo non mancando di riferirsi alle “miserie umane” (91) e all’impassibilità dell’uomo (“Gli amici, indifferenti, vanno via”, 99) sebbene la centralità rimanga sempre attorno alla tematica del tempo, delle emozioni vissute, dei soavi ricordi che riaffiorano con piacevolezza mentre “la vita sussulta alla debole luce” (81). C’è un effluvio comunicativo anche con l’ambiente paesaggistico che contorna le vicende episodiche tratteggiate nei componimenti lirici come quando la Nostra osserva “Ho provato ad immaginare/ il vento senza la sua carezza” (85) e poi, in un’altra lirica, fa capolino una domanda impalpabile: “È possibile correre sotto/ lo stesso cielo?” (86).
Tina Ferreri Tiberio trae dall’esperienza personale la materia prima per impastare i versi delle sue liriche che si contraddistinguono per freschezza, gradevole fruibilità, carico espressionismo, rifuggendo forme arcane di stagno ermetismo o di virtuosismo performativo. Donna che appartiene alla terra e che, nella semplicità genuina dove risiede il senso di bellezza, “am[a] ascoltare il silenzio” (87); silenzio che fa pensare a versi dolci e pacificati di Giusi Verbaro o, meno efficaci all’istante, di Mario Luzi.
Così la donna ci affida le “molte avventure” (91) appartenute al suo tracciato esistenziale ferme nella convinzione che “amore è giovinezza” (92). Nell’età matura in cui la Poetessa scrive ci informa anche del suo “spossato corpo” (91), sintomo – forse – di una leggera stanchezza che non ha nulla dell’affanno ed è in linea con una più consapevole coscienza che “la vita fievolmente/ rotola” (99) verso il suo “interminabile peregrinare” (94). In tale vissuto esistenziale la Poetessa ha deciso di lasciarsi felicemente trasportare dall’emozione, valicando i continui “battiti del tempo” (94) che a volte ci pongono dinanzi a dei bivi, a delle decisioni, a delle stasi, a dei dolori invalicabili che si scoperchiano.
Con dignità e fermezza Tina Ferreri Tiberio “Ravvolg[e] i rimanenti battiti accartocciati;/ arranc[a]” (100) tra i banchi densi di “solitudin[e] e [di] indifferenza caliginosa” (103) con la virtù innata di un insegnamento morale che sa d’antico e di profonda spiritualità e che, invece, è motivo e fine del nostro ‘esserci’ al mondo: la traccia che lasciamo è estensione di noi stessi. Ecco perché “ammutoliti possiamo/ raccogliere e tessere i labili frammenti/ della nostra vita” (105).
La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.
Mercoledì 31 gennaio alle ore 18:30 presso i Musei Civici di Pesaro (Via V. Toschi Mosca 29) si terrà un incontro per ricordare il poeta friulano Pierluigi Cappello recentemente scomparso. L’iniziativa, presentata dalla poetessa pesarese Laura Corraducci vedrà la presenza del critico Alessandro Fo e di Mario Turello. L’evento, dal titolo “Parole Povere: ricordando Pierluigi Cappello”, è organizzato dall’Assessorato alla Bellezza del Comune di Pesaro. Sarà un buon momento di alta poesia per ricordare una delle penne più incisive della poesia dei Nostri ultimi giorni.
Pierluigi Cappello (1967-2017) è stato autore di poesia, in italiano e in dialetto friulano, e di prose. Tra le sue opere maggiori “Le nebbie” (1994), “La misura dell’erba” (1998), “Assetto di volo” (2006). Nel 2010 uscì una prima ricompilazione della sua produzione poetica in “Azzurro elementare. Poesie 1992-2010” edito da Bur.
E’ in uscita sabato 10 febbraio 2018 “L’esigenza del silenzio”, il nuovo libro di Michela Zanarella e Fabio Strinati, edito da Le Mezzelane Casa Editrice. Una raccolta di poesie a quattro mani, che è da considerarsi un’esplorazione condivisa dell’anima. I due autori hanno scelto di unire le loro voci e di compiere un percorso di analisi interiore, consapevoli che la scrittura in versi libera emozioni e sentimenti a volte inaspettati.
Dante Maffia, che ha curato la prefazione del volume, scrive: “Michela e Fabio compiono un viaggio insieme e ne danno un resoconto non attendibile, fuori dalla verità comune. Perché nelle loro parole c’è la verità di un cielo che si è specchiato senza cercare la deflagrazione. La metafora per fare intendere la catena di metafore sottese in ogni pagina, il fluire limpido e a volte magmatico dei pensieri e delle emozioni, lo sforzo per poter entrare nell’invisibile e trarne ragioni ineluttabili. Non è questo del resto il compito dei poeti? Non è quello di squarciare veli e di entrare nella magia di insondabili chimere per offrire poi la dovizia di nuovi cammini?”
E’ un dialogo intimo, riflessivo ed avvolgente dove ogni percezione, ogni elemento della natura si adegua al ritmo di scrittura dei due poeti, che ad un certo punto fondono i loro i stili, fino a diventare unico canto. Il silenzio è il luogo ideale, dove mente e cuore trovano riparo dalle ombre della realtà.
Poesia 1
(di Michela Zanarella)
Non so cosa proverai
vedendo il cielo accanto a me
e cosa ti dirà l’orizzonte
dall’incontro dei nostri sguardi.
La luce ci salverà entrambi
dall’imbarazzo e dalle ombre del passato.
Ci sentiremo figli di un tempo
mai spento negli inganni della vita.
Prenderemo dal sole
una pioggia calda di segreti
e al vuoto degli occhi faremo spazio
allo stupore che diventeremo.
Ci alzeremo tra i giorni
come confini che si esplorano
tolto il buio dal cuore
e la fatica degli amori spinti
troppo in alto.
Ci capiremo credo
senza troppe parole
solo ad istinto
respirando il mondo
con lo stesso colore
nella corrente che soffia
aquiloni rossi
addosso al tramonto.
Poesia 2
(di Fabio Strinati)
Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.
Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.
Gli autori
Michela Zanarella durante la premiazione della VI edizione del Premio “L’arte in versi” a Jesi nel novembre 2017 dove era membro di giuria.
Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre, 2013), Le identità del cielo (2013) Tragicamente rosso (2015) Le parole accanto (2017). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’ 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Si occupa di relazioni internazionali per EMUI EuroMed University.
Fabio Strinati (poeta, scrittore, compositore) nasce a San Severino Marche il 19 gennaio 1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche. Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.
Gli autori delle poesie qui pubblicate hanno acconsentito alla loro pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura senza nulla avere a pretendere né ora né in futuro al gestore del blog.
Angoscia, declino, ripiegamento e soffi di speranza nel ‘dittico poetico’[1] Leopardi-Marcuccio
SAGGIO A CURA DI LUCIA BONANNI
Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma “il cimento e l’armonia” nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di “studio matto e disperatissimo”, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra “vita strozzata” e pessimismo, ma divennero “strumento conoscitivo” del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Emanuele Marcuccio
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei “grandi idilli”, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la “prigionia giovanile”. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e “finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima”, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di “filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo”. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola “idillio” assume significato di “visione” più che di veduta, infatti il paesaggio, il “colle” è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la “siepe” che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. “Spazi”, “silenzi”, “quiete” con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale (“[…] mi sovvien l’eterno”) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento (“[…] e la presente/ e viva, e il suon di lei”) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del “naufragar” è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.
Il canto XXVIII “A se stesso” appartiene al “Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «T’acqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come “ultima dea” che Foscolo enuncia ne I Sepolcri. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della “canzone libera” leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto “per l’infinita vanità del tutto” è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica “A Giacomo Leopardi” di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all’ “eterno illuminator” affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito “cosmico” perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello “storico”. Lo stile dell’ “infaticabile poeta palermitano” è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione (“[S]pirto errante…// […] spira…”), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo “spirto”, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo “flebil” e al participio “errante”, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo “flebil”, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del “natio borgo selvaggio”, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio “errante” non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagne del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la “vergine luna”, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un’ “aura divina”, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura “… spira…”, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.
LUCIA BONANNI
San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017
Bibliografia:
Cesare Segre; Clelia Martignoni (a cura di), Testi nella storia, Mondadori, 1992.
Angelo Marchese (a cura di), Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, 1990.
NOTE:
[1] Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente ‘dittico poetico’ è proposto da Emanuele Marcuccio per il prossimo quarto volume del progetto “Dipthycha”, in cui ogni dittico con autore classico sarà introdotto da un saggio breve.
[2] Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]
L’autore della poesia, Emanuele Marcuccio, acconsente alla pubblicazione del suo testo su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. L’autrice del saggio, Lucia Bonanni, acconsente alla pubblicazione del testo critico su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. La pubblicazione e la diffusione dei relativi testi – in forma integrale o di stralcio – non è consentita in assenza di autorizzazione da parte degli autori. Il gestore del blog è sollevato da eventuali problemi di plagio o furbeschi copia-in-colla possano presentarsi.