“Circus” di Santi Geraci, prefazione di Francesca Luzzio

Circus di Santi Geraci

Prefazione di Francesca Luzzio

circus-325506.gifLa silloge poetica Cirus di Santi Geraci (Genesi, Torino, 2016) si divide in tre sezioni che come tessere di mosaico si combinano insieme a definire la forma e il contenuto della nuova poesia dell’autore; nuova, non solo perché successiva alle due precedenti, ma soprattutto perché rispetto a queste ultime essa si distingue per la  lingua  e in parte per il contenuto. Relativamente alla lingua è da rilevare l’abbandono del dialetto siciliano e l’uso dell’italiano che ovviamente non avvalora la qualità artistica della sua poesia, ma segna semplicemente una scelta espressiva, indica il mutamento del contenitore di un’essenza tematica che in parte resta immutata, in parte tende ad esprimere un acutizzarsi di pessimismo esistenziale e storico-sociale, che, pur presente nelle sillogi precedenti, non sembrava tuttavia spegnere un alone di speranza.                                

Il titolo, Circus, è il nome con il quale Pablo Picasso titola una serie di quadri dedicati all’attività circense e tra questi il quadro riprodotto in copertina. Tale scelta non è occasionale poiché rileva il nucleo semantico di tutta l’opera:  il sentirsi acrobata,  funambolo nel percosso  della vita e, se per Montale vivere è camminare lungo “una muraglia/che ha in cima cocci acuti di bottiglia” (da “Mereggiare pallido e assorto”, in Ossi di seppia), per Santi Geraci, come si evince dalle numerose occorrenze sparse nelle poesie delle tre sezioni, è un camminare come gli acrobati lungo un filo su cui è difficile mantenere l’equilibrio e non cadere,  sicché , come nel poeta genovese, non solo i versi, ma anche il quadro di Picasso riprodotto in copertina, diventano “correlativi oggettivi” dell’impossibilità o difficoltà a mantenere l’equilibrio, a trovare una direzione, uno scopo che dia senso e certezza ai nostri giorni.

Nella prima sezione, Memoriale da Procida, l’IO sente la bellezza della vita, metaforicamente considerata “una pesca da mordere”, ma è consapevole anche che essa è come “una scala interminabile”(in “Anche oggi” ) e difficile da salire,  per le difficoltà che si possono incontrare nella ricerca della propria identità e le difficoltà possono diventare sofferenza al punto da indurlo a chiedere disperato aiuto: “Il mio cuore è colmo/di terra e di sale/Chi nutrirà/il suo silenzio, la sua vocazione/Chi berrà la sua meraviglia,/la sua mutazione?” (in “Il mio cuore è colmo”).

Il mare, il porto e soprattutto il bisogno di approdo sono le metaforiche realtà e il desiderio concreto che il poeta, novello Ulisse, esprime nei versi  e Procida, l’isola incantata che, grazie a Circe e alle Sirene,  genera un incanto naturale, è fautrice del suo “estro vagabondo”che “strappa flauti  al caos del mondo”  (in “Ode all’isola”), è l’ambiente che meglio  riesce a fargli poeticamente esprimere il suo bisogno di approdo, che possa consentirgli di vivere un simbiotico incontro dell’io con la natura e della natura con l’io: “ed il mio cuore di fuoco/si confonde senza pudore/col mare e col cosmo (in Unico eroe superstite). Questa unione purtroppo  onirica, ma panica con la natura per cui il poeta vibra della sua vita  e la natura della vita di lui,  fa sì che anche nella fusione fisica con la sua donna, questa veda nel poeta-amante il rivelatore dei misteri della natura: “Mi chiedi/un sorriso di mare maturo…/Mi chiedi/perché il vento spira/…se in porti sperduti/cantano ancora sirene/…, ma mentre il corpo del poeta “si è fuso/come pane e vino” con quello dell’amata  (in “Profondamente muto”), il suo cuore, la sua anima rimangono muti, rivelando con il loro silenzio l’amara consapevolezza dell’indecifrabile mistero della vita cosmica. La lirica “Il mare” esprime ulteriormente tale consapevolezza, infatti esso è cantato come un immenso incunabolo in cui storia ed umanità, nel positivo e nel negativo che li caratterizzano, vivono, naufragano e si perdono in una sorta di caos universale, quale il mare “enigma degli enigmi,/libro dei libri”, in effetti è.                                                        

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Santi Geraci, autore del libro

Per quanto riguarda lo stile il poeta adotta in genere una scrittura metaforica  e si offre al lettore ancora come un novello Ulisse che viaggia nei meandri della memoria,delle emozioni, delle personali convinzioni per offrirle al lettore travestiti da simboli in genere naturalistici (“Il mio cuore è colmo/di terra e di sale”, in Il mio cuore è colmo; La notte…. \ È la tempesta che squarcia/il fegato di un poeta maledetto,/…, in “La notte”) che vivono e palpitano dello stesso sentire dell’artista. Rilevante inoltre è la tendenza anaforica che induce il poeta  a riproporre come in una filastrocca o in una  canzone l’incipit identico di strofe o versi, quasi un martellante riproporsi di azioni, atteggiamenti, paragoni, etc. (“Voce che sembra/un’anfora …/Voce di terra invasa/Voce che ricorda/…/ Voce di grotta…, in “La tua voce”) in una crescente e diversificata metaforizzazione del sentire. Rime, anafore, ma anche epifore amplificano la musicalità  che nel fluttuare del ritmo dei versi di diversa lunghezza tendono a creare una variante sinfonia. Le stesse caratteristiche formali si rivelano anche nelle due altre sezioni,dove la metaforizzazione tende ad accentuarsi, sino a rendere  quasi ermetica, la semantica di qualche lirica, anche se il pathos dell’ispirazione emerge sempre e comunque.               

La seconda sezione, I luoghi della memoria, è  un flashback, un tuffo nel passato, più o meno remoto. Così con malinconia  il poeta torna “al prode sole ruggente sui nespoli, torna, torna sempre” (in “Torno”) alle sue radici “tra i limoni e il grano” dove ha trascorso i suoi primi  anni “udendo lungimiranti sinfonie d’usignoli e di sassi” (in “Radici”). Ma la memoria non è legata esclusivamente ai luoghi dell’infanzia, infatti espandendo l’orizzonte delle sue considerazioni  dall’ego all’humanitas, torna anche a ricordare la tragedia dei migranti a Lampedusa, torna a riconsiderare la vita di Alda Merini e a rilevare l’affinità della loro condizione di artisti incompresi, così come torna a riflettere sull’assenza di senso dell’essere e del vivere per cui siamo “come pesci che galleggiano nella storia” (in “Il destino dei pesci”); forse la condizione migliore la vivono i pazzi che nell’estraniarsi dal mondo reale vivono dimensioni altre: bevono l’infinito. Così il poeta vuole vivere la loro condizione e scende nel pozzo dei pozzi, dove i pazzi “disegnano le farfalle/ pregano le fate/dove gemono i pupazzi/dove pescano i pagliacci/…”( in “Il pozzo dei pozzi”). Come si evince dai pochi versi citati, il poeta quasi a rendere omologa la forma al contenuto (“tal contenuto, tal forma “, sosteneva  F. De Sanctis) gioca con le parole, creando una sorta di omofonia espressiva, attraverso ripetizioni, anafore, rime ed assonanze.                   

L’ultima sezione ha un titolo originale, un neologismo, inventato dall’autore Ancoraria ,ossia ancora aria. Qui il metaforismo e il procedere anaforico è ancora più intenso e talvolta l’oscurità espressiva è davvero ermetica. Ciò è spesso legato all’acuirsi del pessimismo del poeta  che ormai è sfiduciato anche nei confronti della poesia e della parole, incapaci di esprimere ormai anche la vitale e consustanziale unità del poeta con la natura, pertanto rivolgendosi ad esse il poeta afferma che ormai camminano “a testa bassa/come manichini di neve” (In “Voi non dite più”), d’altronde non c’è più niente da cantare, non esistono più valori, sogni, fantasia, amore  e  pertanto “nessuno contava più le pecorelle/prima di andare a nanna/… nessuno faceva più l’inchino/ al passaggio di una donna/…, nessuno seguiva più il tragitto/ di una formica o di una gazza” (in “La festa di nessuno”), l’umanità è diventata ottusa, è incapace d’immaginare e di vedere, non sa più apprezzare il “richiamo dolce e seducente” del circo (in “Viva il circo”), non vuole più essere acrobata della vita, affrontando i rischi e le pene del vivere che anche l’impegno più costante non riesce ad evitare; l’uomo oggi  corre frenetico verso il successo , gli affari e non vive il tempo come andrebbe vissuto, pertanto al poeta non resta altro che pregare: “ Pregherò/perché i bimbi di tutto il mondo/brillino sempre come soli nella tenebra/… Perché l’amore espanda/gli immortali orizzonti dell’universo/…. Pregherò, pregherò…/non finirò mai di pregare (in “Pregherò”).

Francesca Luzzio

L’autrice di questa recensione acconsente alla pubblicazione online su questo spazio senza nulla chiedere né all’atto della pubblicazione né in futuro e attesta, sotto la propria responsabilità, di essere un suo testo personale, frutto del suo unico ingegno. 

“Sciarade” vol. 1 – Caduta del fanese Raffaele Rovinelli

Sciarade vol. 1 – La caduta di Raffaele Rovinelli

Montedit, Milano, 2017, ISBN: 9788865877579

Questo libro di poesie è un progetto nel quale l’autore ha cominciato a cimentarsi nel 2013. Esso narra di molteplici illuminazioni vissute in prima persona. Una penna può dimostrarsi letale, ma talmente tanto da essere in grado di ferire ancor più della lama di un’affilata spada, certe volte…

L’autore, saggiamente, ha preferito spogliarsi, farsi a brandelli di fronte ad un foglio bianco, piuttosto che fare a brandelli. Ogni poesia rappresenta poeticamente un muscolo, un legamento, una nocca, etc di se stesso. Ma anche un enigma da risolvere.

L’autore:

E’ nato nel 1988 a Fano (PU). Sin da piccolo ha dimostrato un certo tipo di sensibilità, oltre alla necessità di solitudine in svariati momenti delle sue giornate; per questo motivo le persone, specialmente in ambito scolastico, non lo hanno mai compreso, ma addirittura rigettato e pesantemente discriminato in tantissime occasioni della sua vita. Da tale disprezzo, cominciò ad accendersi ed autoalimentarsi una spropositata voglia di riscatto. Da alcuni anni aveva cominciato a praticare l’arte urbana della break dance, ma per quanto nobile i risultati ottenuti in tal contesto hanno soddisfatto l’autore solo in parte. Nel febbraio 2009, la morte del suo caro bisnonno Mario lo porta, giorno dopo giorno, a capire che la letteratura può aiutarlo ad esprimersi al meglio, pertanto riuscendo, attraverso questo potentissimo mezzo di comunicazione, a farsi comprendere meglio da chi lo circonda. Nel 2011 riesce ad idealizzare il suo primo romanzo urban fantasy, tuttora non venuto alla luce. Nonostante ciò, pian piano Raffaele riesce a costruirsi un suo particolare stile di scrittura attraverso il quale si amplia poliedricamente, cominciando in seguito a dedicarsi alla poesia, agli aforismi, ai racconti brevi e a qualsiasi altro stile di scrittura esistente. Nel 2013 è stato scelto come autore emergente per poter offrire visibilità a sette sue composizioni poetiche, attraverso la sua prima partecipazione al un concorso poetico web nazionale, grazie alla sua opera in rima “Sofferenza”. In seguito nel luglio del 2014 ha partecipato per la prima volta, con un estratto inedito di racconto lungo 150 parole, al concorso “Getloub” creato dallo scrittore Giuseppe Carta, arrivando tra i finalisti in sesta posizione su venticinque racconti inediti. Nel gennaio del 2015, grazie alla partecipazione al concorso Nazionale “Premio Ponte Vecchio” di Firenze con un saggio breve inerente alla celebre opera pirandelliana “La patente”, viene segnalato. Quasi in contemporanea, gli vengono segnalate due poesie inviate al concorso nazionale “Scrivendo Poesie” organizzato da Fiera Libro Romagna. Nel 2015 prende parte al corso di sceneggiatura con il docente Alessandro Forlani, presso la sede ell’associazione “Arte M.” Dall’inizio del 2016 prende parte al corso intensivo di scrittura drammaturgica e si dedica ai casting, con l’aspirazione di potersi inserire saldamente nel mondo del cinema e della cultura, inizialmente collaborando ai progetti artistici come soggettista/co-sceneggiatore.

Estratti dal libro

 

 

“Conformarsi”

 

L’imbrunire del tempo,
l’ingiallire
e il distaccarmi
malgrado uno spiffero,
che disegna nell’aria
la mia storia
fino a ricadere
su di una pozza sporca,
lurida
che mi rende medesimo
alla massa informe
di foglie,
di cui l’immonda è cosparsa;
esse si rispecchiano
su un sovrannumero di galassie
così eccelse,
e pianeti dai colori bruni,
che popolano l’infinità del cosmo spento,
di per sé
già preesistente
sin dai primordiali pleniluni.

 

 

“Scostumatezza”

 

Turpitudine nell’ingordigia,
smanioso è il nutrirsi
senza abbassarsi,
mentre il cibo si sfregia;
esso va in rovina,
disgustati son gli ospiti,
sono intrisi i loro abiti
come il verme dentro una sozza latrina.

“Il giardino di Mattia”, romanzo d’esordio di Daniela Ippoliti

Il giardino di Mattia di Daniela Ippoliti
Bibliotheka Edizioni, 160 pp., 11€

coverilgiardino.png“La morte di qualcuno può dare inizio alla nascita di qualcun altro”. In questa frase è racchiusa tutta la profondità di questo romanzo, che segna l’esordio nel mondo editoriale di Daniela Ippoliti con Bibliotheka Edizioni. Può la vita di un giovane interrompersi all’improvviso? Purtroppo succede ed è realtà attuale e tristemente diffusa. Un incidente stradale la spezza per sempre, e cambia quella di chi resta. Con una scrittura semplice, molto descrittiva ed avvolgente l’autrice ci proietta addosso tutto il dolore per la scomparsa di un ragazzo che era amato dagli amici, dalla famiglia, dalla comunità. Il vuoto che ha lasciato è evidente e viene raccontato attraverso le azioni e i pensieri di Chiara ed altri compagni che con lui hanno condiviso momenti di vita e spensieratezza. Un luogo diventa il simbolo per mantenere vivo il ricordo: un giardino. E’ meta di incontro dei ragazzi per restare uniti e trovare un po’ di conforto. Si intrecciano storie, prendono forma situazioni nuove ed emozioni e dal buio appare una flebile luce di speranza. Daniela Ippoliti riesce a coinvolgere il lettore, a trascinarlo con forza in una dimensione drammatica, che può evolvere e trasformarsi in qualcosa di diverso, più luminoso e positivo, dove tutto può avere un colore, se si ha la volontà di crederci.

 

Il libro

Mattia è un ragazzo di diciannove anni come tanti, con una vita normale, degli amici normali ed una famiglia altrettanto normale, fino a quando tutto tragicamente si interrompe per sempre perché Mattia muore in un incidente stradale con il suo scooter. Per cercare di sopportare il dolore per la perdita del loro amico e nel tentativo di trasformare un posto dove è arrivata la morte in un luogo dove poter ritrovare un po’ di vita e di allegria, gli amici di Mattia decidono di creare un piccolo ma attrezzato giardino nella piazza dove il ragazzo ha avuto l’incidente mortale. Andando a scomodare la teoria sociologica sui ‘sei gradi di separazione’, il libro racconta di come l’esistenza di ognuno di noi sia spesso legata, tramite un filo invisibile, all’esistenza di un altro individuo e come l’aiuto che ci serve possa giungere da ogni direzione, anche la più impensabile.

L’autrice

Daniela Ippoliti è nata a Roma nel 1964, dove vive attualmente insieme a suo figlio. Laureata in medicina e chirurgia presso l’Università di Roma La Sapienza e specializzata in dermatologia, lavora da molti anni presso un famoso istituto dermatologico della capitale. “Il giardino di Mattia” è il suo primo romanzo.

 

Uff. stampa Michela Zanarella

Contatti: pressliveitalia@gmail.com

“Matrimonio siriano” di Laura Tangherlini: il lodevole progetto della giornalista di Rainews24 in sostegno dei profughi siriani

copertina L matrimonio.jpgCon “Matrimonio siriano”, il nuovo libro+DVD, la giornalista di Rainews 24 Laura Tangherlini, racconta in parole, immagini e musica il suo viaggio da neo-sposa, durante il quale ha portato, assieme al marito, aiuti concreti a centocinquanta piccoli profughi siriani. Questo suo reportage in parole e video sul dramma siriano (un diario di viaggio e, soprattutto, una raccolta di voci e testimonianze dei tanti profughi incontrati) rappresenta una differente e importante finestra di verità aperta su un mondo che i nostri media ci fanno ignorare. L’intenzione è quella di provvedere a sensibilizzare per favorire la donazione dei diritti d’autore derivanti dalle vendite del libro, aiutare ancora di più attraverso i progetti in primis di Terre des Hommes.

Il progetto, ultima tappa di un percorso di sensibilizzazione che la nota giornalista di natali jesini porta avanti da anni sul tema dei profughi siriani, vuole dare voce alle tante persone incontrate nei due viaggi in Libano e Turchia a ridosso del suo matrimonio. Un matrimonio benefico, nell’organizzare il quale ha voluto destinare aiuti concreti e qualche ora di svago a tanti piccoli profughi siriani, per lo più orfani. In particolare, prima delle nozze ha destinato soldi per un sostegno a distanza per Momen, piccolo profugo siriano orfano di padre che ora vive in Libano con la madre e due dei cinque fratelli, affetto da problemi comportamentali dovuti alla perdita del padre e al trauma
della guerra. Il sostegno è volto a permettergli gli studi e ad aiutare anche i fratelli. La Tangherlini lo ha conosciuto volando in Libano per trascorrere una giornata con lui.
Le partecipazioni, solidali con Terre des Hommes, -rivela Laura Tangherlini- hanno contribuito a realizzare in partenariato con la Uisp un complesso sportivo nel nord del
Libano per profughi siriani e comunità libanese ospitante. Le fedi solidali con Aibi Amici dei Bambini hanno contribuito a un altro loro progetto destinato ai piccoli siriani. 

laura-tangherlini-giornalista-di-rai-news-24Laura Tangherlina è nata a Jesi (AN). Giornalista e conduttrice di Rainews24, muove i primi passi nel mondo del giornalismo nel 1998 presso la redazione di Ancona de “Il Resto del Carlino”, ottenendo presto il tesserino da giornalista pubblicista. Ha conseguito la laurea in Scienze della comunicazione presso l’Università La Sapienza di Roma. In seguito si è specializzata presso la scuola SGRT di Perugia, per poi essere assunta ad “Enel TV”. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio 2007, è stata assunta in Rai, venendo assegnata alla redazione del canale all-news RaiNews24, dove, inizialmente, è stata inviata al Parlamento per il programma “Il Transatlantico”; dal 2008 conduce i notiziari del canale all news Rai ed è membro della redazione Esteri. Studiosa di lingua e cultura araba, nel suo lavoro si è più volte occupata della situazione nel Medio Oriente, in merito alla quale ha già scritto due libri dedicati al dramma dei profughi e sfollati siriani: “Siria in fuga” nel 2013 (premio Fiuggi Storia come miglior Opera Prima) e “Libano nel baratro della crisi siriana” nel 2014, coautore Matteo Bressan (premio Cerruglio 2015 come miglior saggio).

 

Il LINK  della campagna di raccolta fondi online: https://www.becrowdy.com/matrimonio-siriano 

Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con la giornalista italo-siriana Asmae Dachan il 9 aprile a Jesi

Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con Asmae Dachan domenica 9 Aprile

downloadDomenica 9 aprile a partire dalle ore 17:30 a Jesi presso la Sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi sita in Palazzo Bisaccioni (Piazza Colocci 4) si terrà un incontro con la poetessa e giornalista italo-siriana Asmae Dachan organizzato e promosso dalla Associazione Culturale Euterpe.

La giornalista siriana ha realizzato reportage e articoli documentaristici sulla Siria e nel 2012 ha co-fondato l’Associazione umanitaria Onsur (Campagna mondiale di sostegno al popolo siriano) dove è responsabile all’informazione. Collaboratrice delle riviste “La voce della Vallesina”, “Il Gazzettin” è direttore responsabile di “Mondo Lavoro”; corrispondente della Siria per Radio DirittoZero, docente dell’Uni3 di Moie e di Ancona. Conferenziere in numerosi incontri che concernono la Siria ed il popolo siriano tenutisi in università, biblioteche, comuni e quant’altro.

La giornalista verrà introdotta dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, Presidente della Associazione Culturale Euterpe e interverrà sul tema “Siria, la cultura sotto le macerie” dando poi lettura nel corso del suo intervento ad alcune sue liriche. Asmae Dachan è infatti anche poetessa e ha pubblicato i volumi “Tu, Siria” (2013 scritto assieme a Yara Al Zaitr) e recentemente “Noura” (2016); numerose sue poesie figurano in volumi antologici tra cui “Il rifugio delle idee” e “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana” (2016).

La serata sarà arricchita dalle letture eseguite da Giulia Poeta e dagli interventi musicali di Marco Poeta.

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

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I dialetti della provincia di Ancona: convegno e recital poetico il 2 Aprile

L’evento promosso dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi

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Proseguono gli eventi e le numerose attività letterarie nonché i momenti di incontro della propulsiva Associazione Culturale Euterpe di Jesi che ha organizzato un convegno sui dialetti della provincia di Ancona che si terrà domenica 2 Aprile alle ore 17:30 presso l’Auditorium San Rocco a Senigallia. L’evento è patrocinato dal Comune di Senigallia e dalla Provincia di Ancona e verrà condotto da Mauro Pierfederici.

La prima parte dell’atteso appuntamento vedrà alcuni relatori d’eccezione ad intervenire su alcuni aspetti dei rispettivi dialetti di zona che verranno presi in esame: l’anconitano, il jesino, il fabrianese e il senigalliese. Andrea Scaloni, autore di Grammatica senigalliese (2015) e socio fondatore della Associazione Gent’ d’ S’nigaja parlerà del senigalliese quale “dialetto di transizione” mentre Alfredo B. Cartocci si concentrerà a sottolineare l’isolamento caratterizzante il dialetto anconitano portando anche alcune letture di vernacolari noti quali Duilio Scandali. Il professore Antonio Ramini, che ha tradotto l’opera omnia di Tacito e ha pubblicato un ampio studio su Raphael Sabatini, parlerà del dialetto e della poesia dialettale a Jesi, una delle città in tutte le Marche dove la tradizione vernacolare è sempre stata particolarmente feconda a partire dalla fondazione di riviste dialettali storiche come “Il Pupazzetto”.  Il dialetto fabrianese sarà, invece, oggetto di approfondimento da parte di Teseo Tesei,  poeta noto come Anonimo borghigiano che ha rappresentato anche varie commedie sempre in vernacolo.

La seconda parte sarà dedicata a un recital poetico durante il quale interverranno vari poeti a declamare poesie proprie rigorosamente nei quattro dialetti che contraddistingono la Provincia di Ancona. Il senigalliese sarà rappresentato da Edda Baioni Iacussi, Franco Patonico, Letizia Greganti e Maria Pia Silvestrini, l’anconitano vedrà succedersi Maria Luisa D’Amico, Umberto Emili ed Anna Maria Ragni. Per lo jesino ci saranno Marco Bordini che ha recentemente pubblicato Jesi ieri (Le Mezzelane, 2016), Marinella Cimarelli, Massimo Fabrizi e Patrizia Pierandrei; per il fabrianese il già citato Teseo Tesei mentre Giovanni Ricciotti porterà un ricordo del poeta fabrianese Giuseppe Terenzi, recentemente scomparso, e la figlia di quest’ultimo, Adriana Terenzi, leggerà suoi testi.

La serata sarà allieta dagli interventi musicali dei Maestri Massimo Agostinelli ed Andrea Zampini che proporranno un percorso suadente al ritmo di suoni caldi del loro repertorio “Musiche e danze dell’America Latina e della Spagna”. Verranno proiettate immagini e cartoline storiche delle quattro città di riferimento: Ancona, Jesi, Fabriano e Senigallia.

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

“Nelle navi di cemento e amianto” di Vincenzo Monfregola: come sostenere il progetto di crowfunding

Nelle navi di cemento e amianto di Vincenzo Monfregola

Silloge di prossima pubblicazione – libri dal basso/crowfunding con Marotta & Cafiero Editore, Napoli 

17474573_10212819350469428_135616267_n«In questo libro c’è il racconto dei miei anni, percorro con i lettori il tempo che mi ha portato alla scelta del “chi” diventare da grande, chi esser per me stesso sui principi educativi che mi sono stati trasmessi. É un esperimento, un progetto che ho sviluppato nel tempo, è un percorso che mi ha portato alla consapevolezza di quanto io abbia vissuto in assoluta armonia grazie alla mia famiglia».

Nelle navi di cemento e amianto è un doppio libro, le poesie si alternano col raccontarsi del poeta. È l’autore che si sveste e regala l’anima ai lettori.

«Guardarsi riflesso nello specchio del tempo, là dove l’infanzia viene rubata.

Nelle navi di cemento e amianto esiste un solo colore, di grigio si veste un bambino ma trova il sorriso dove i fiori sembrano avere i petali tinti di nero».

 

Come sostenere il progetto?

Leggere sulla pagina della casa editrice dedicata a questo progetto editoriale cliccando qui.

 

Chi è l’autore?

Vincenzo Monfregola nasce a Napoli nel 1976, frequenta l’istituto tecnico conseguendo il diploma in elettronica nonostante le sue attitudini per le materie umanistiche, per riscattare la sua passione inizia a intraprendere attività culturali, partecipa a numerosi Concorsi Letterari classificandosi egregiamente. Tra gli ultimi gli viene conferita la Targa di Merito al Premio Internazionale di Poesia “Alda Merini”, il Premio alla Carriera  per la Letteratura  al Gala di Poesia di Rende e nel 2016 viene proclamato vincitore assoluto al Premio “Renato Pigliacampo” nella Capitale Europea della poesia Porto Recanati. Pubblica alcune opere in antologie scolastiche e segue la sua prima silloge “Nel tempo dei girasoli” nel 2001; dinamiche personali portano l’autore ad abbandonare le parole in versi per undici anni, solo nel 2012 torna con la silloge “Follia” e la raccolta “Ruvido inchiostro”, nel maggio 2013 pubblica “Maschera”.

 

“Lacca e spalline” di Elena Coppari. Recensione di Lorenzo Spurio

Elena Coppari, Lacca e spalline, IOM, Ancona, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

Il dolore non può essere annullato, diviso né tanto meno obliato. È una fase dell’esperienza che spesso, per via della connaturata corporeità dell’esistenza, siamo portati a provare. Una dimensione che costringe a inaugurare una nuova visuale sul mondo, un momento che può essere vissuto in maniera tanto radicata da non riuscire ad intravederne una possibile pausa, rallentamento, speranza. La complessità della sua forma non ne permette una codificazione dato che ogni individuo ha suoi stratagemmi ed apparati con i quali, proprio come avviene per ogni altro sentimento, può interfacciarsi agli ostacoli e le depressioni della vita.

copertina-Lacca-spallineIl nuovo libro di Elena Coppari, Lacca e spalline, dedicato al percorso faticoso della malattia della madre prematuramente scomparsa, è una narrazione che si iscrive in questo senso all’interno del “raccontare il dolore”. Oltre a compiere un’azione diaristica con la quale la Nostra ci ragguaglia passo passo delle condizioni della madre che da piccole avvisaglie, a sintomatologie più chiare sino a prognosi infauste la porterà a congedarsi dal mondo, l’autrice scopre se stessa, proprio nell’atto di scrittura, nel momento in cui quelle vicende difficili hanno piede. Il romanzo breve che, in realtà, è una serie di raccontini che possono tra loro essere fruibili separatamente perché in sé indipendenti e dotati di una impalcatura spazio-temporale e di azione definita, non sono solo repertorio di una memoria, ancora fresca, di momenti difficili ma mettono in luce anche il percorso di agnizione, conoscenza e autoconsapevolezza della protagonista-autrice. La realtà del dolore è assai pregnante nelle pagine che si susseguono ma non lo è mai in una maniera morbosa, pietistica, assordante, al punto tale che la Nostra non manca di soffermarsi spesso su minuzie narrative, dettagli della vita, momenti e aspetti apparentemente inconsistenti se inseriti in un contesto più ampio. Proprio come la “Lacca e spalline” del titolo che raccontano, sì, il dolore (il ricordo della madre non più qui che prima utilizzava entrambe le cose con smodata propensione) ma lo fanno in una maniera dolce, disincantata e familiare, diremmo autentica e, ancor più, quasi “bambinesca” (nel senso buono del termine, si intende), vale a dire per mezzo degli occhi ancora giovani di una figlia che non dovrebbe rimanere orfana tanto presto.

Ecco allora che il processo di maturazione, tanto scrittorio che psico-emotivo, si compie per mezzo di una attestazione di momenti felici, episodi curiosi carichi d’affetto, situazioni pregne d’empatia, anche laddove la protagonista e la madre sono donne completamente diverse e per gusti, attitudini, modi di apparire e tanto altro ancora. Si ritrova, tra le pieghe di un dolore che non si condanna ma si vive giorno per giorno con dignità, un rapporto madre-figlia che, proprio come una fiamma, a tratti guizza e fa avvampare, talvolta s’ingrossa e cambia colore, per poi venire scossa da uno spostamento d’aria tanto da sembrare estinguersi ma in realtà continuare a bruciare, ad ardere di quell’amore sottaciuto, mai amplificato in attestazioni esplicite (da entrambe le parti). La combustione che metaforicamente avviene con un percorso altalenante può essere, forse, una lettura romantica e al contempo assai materica di quel recondito e pervasivo sentimento d’amore, spesso inespresso ma quanto mai vivido e presente, che ha voce in un eco che rimbomba: “ho bisogno di te”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 22-03-2017

 

Pagina FB del libro

Profilo FB personale dell’autrice.

 

“Roma mi somiglia” di Serena Maffia. Recensione di Lorenzo Spurio

Serena Maffia, Roma mi somiglia, Passigli, Firenze, 2017

Recensione di Lorenzo Spurio 

Non ci si ferma ad osservare la Capitale, la città nella quale Serena Maffia, di natali calabresi, vive da molti anni, nel suo nuovo libro. In Roma mi somiglia (Passigli, 2017) la poetessa, nota per una serie di iniziative e realtà culturali e poetiche che presiede e nelle quali è coinvolta in prima linea, ci fa respirare odori speziati e vedere attraverso prospettive diverse, come se le visive che qui vengono proposte fossero filtrate di volta in volta da una sorta di griglia al di là della quale il lettore viene chiamato a posizionarsi. Di Roma c’è l’antichità e il sublime, la ricchezza architettonica ed il mito, i fasti e il barocco, ma anche l’indefinitezza e il caos, la vastità e un senso di mancanza,  il sintomo di un’antinomia che si realizza e viene vissuta tra il contesto ambientale e il mondo introspettivo. Particolarmente meritorie di attenzione sono quelle liriche nelle quali si dà traccia di scavi psicologici, letture emotive ed attestazioni di amore; un amore che non di rado è vissuto nella forma della mancanza, vale a dire in quella sensazione di famelica sete che amplifica il desiderio ma spesso fiacca il quotidiano. Sicché l’unione fisica, il rapporto coronato, l’esplicitazione di una gioia concreta e duratura sembrano latitare nei versi che si susseguono per dar spazio, invece, all’amore ricreato per mezzo della memoria (quello dei bei momenti vissuti, ormai lontani dal qui ed ora) e metabolizzato proprio per mezzo dell’atto poetico: la trascrizione dell’assenza non è annunciatrice di una condizione perentoria ed asfittica ma dà modo, proprio grazie alla forza maieutica del canto lirico, di fugare la sofferenza, la rabbia, il disincanto che potrebbero degenerare in cupo scoramento.

la scrittrice italiana Serena Maffia
Serena Maffia

Il libro spazia nella toponomastica e nella geografia locale; esso non contiene solo liriche d’amore ma anche grandangoli favolosi, cartoline pittoresche di città del nostro Belpaese nelle quali la natura si fonde all’architettura, la scienza all’antichità, il sentimento alla voglia di indagare. Lo sguardo verso queste piazze (quelle di Firenze, Napoli e Palermo, solo per citarne alcune) è così puntuale ed esteso da produrre un effetto di autofagia che rincorre un desiderio della totalità: Roma è diluita negli scorci, è presente nell’aria, è introiettata nel modo di vivere, per divenire un denominatore comune, una costante che è però in grado di ravvedersi e mutare. Serena Maffia, nei tanti rimandi al Tevere, alle sue anse, ai ponti, alle rive di quel bacino dalle acque “aspre” fa della Città Eterna una città d’acqua: non solo una “metropoli scoperta”, ma una sorta di golfo equoreo, un villaggio dove “piove mare”, nel quale si odono sciabordii e flessuosità. Lo sguardo, è quello ammaliato e dubitativo, circospetto e passionale di una donna che osserva il mondo, il suo uomo, ciò che la rende donna e completa: “ti guardavo come si guarda l’acqua/quando è immobile”.

Nel grand tour di alcuni dei maggiori capoluoghi del nostro paese si sovrappongono trame di immagini dove il ricordo è la carta copiativa e i tracciati vergati sono gli itinerari percorsi. Vie in qualche modo irraggiungibili e impraticabili al presente alle quali si ripensa; nell’atto del riaffiorare alla memoria esse vivono di vita propria, come un prolungamento temporale, ma è una vacua  sospensione.

Il libro è ricco di immagini positive e lucenti ma non è restio neppure alle zone di buio, quegli antri in cui ci si rintana in maniera illusoria e che, al contrario, esacerbano dolori, mancanze, incomprensioni, difficoltà con le quali dover convivere incluso quelle preoccupazione di matrice esistenziale, rovelli psicologici che incalzano inquinando pensieri: “ora che so di essere nessuna/ nessuno è un bambino al buio”. Una silloge apparentemente inclinata a guardare il mondo di fuori, ciò che ci circonda, dove agiamo, lo spazio che ci vede crescere ma che in realtà è un almanacco di fatti privati trasposti in pensieri nei quali si nota in maniera distinta l’influente carico del vissuto, l’evocatrice forza espressiva, la liquidità dei momenti nei quali Serena, lunatica e stanca, con un procedimento mimetico, si è disciolta. La sua acqua è verbo dell’anima.

Lorenzo Spurio

Jesi, 14-03-2017

“L’orecchio delle dèe”: la nuova silloge poetica dell’ascolana Giorgia Spurio


spurioÈ uscito il libro di poesie della poetessa marchigiana Giorgia Spurio,L’orecchio delle dèe (Macabor Editore, 2017), con prefazione di Emilia Sirangelo. 

“L’orecchio delle dèe” – ha dichiarato l’autrice a proposito del suo libro – è nato dall’esigenza di dare voce alle problematiche del nostro tempo attraverso simboli e figure mitologiche che l’antichità ci presta. La silloge si trasforma in un diario che raccoglie confidenze e silenzi. Se esistesse un Olimpo chiederemmo alle dèe di ascoltarci, mentre tali divinità nella poesia non sono che personificazioni di paure, disgrazie, preghiere.  Si vuol parlare della difficile situazione che vivono ogni giorno le donne, soprattutto le madri in particolare in alcune zone del mondo. Altrettanto difficile è la sorte dei bambini. Con i versi ho voluto esprimere il dolore e la speranza di chi trova il coraggio di fuggire da guerra e fame intraprendendo il duro viaggio della traversata del Mediterraneo, ma anche il coraggio di chi ogni giorno intraprende l’ardua traversata che è la Vita.”

C’è, quindi, nella poesia della Spurio non solo il rifiuto palese di voltare la testa dall’altra parte ma anche una innata capacità di sentire il dolore di una parte di mondo devastata dalla crudeltà delle guerre e dalla povertà:

“E le madri ridono./ E le madri piangono./ E ci sono madri che né ridono/né piangono/ per quel bambino senza nome, /senza giorno, senza età,/ per quel bambino che è/

senza profumo,/ quell’odore di latte che manca/ – l’assenza di una nuvola in un temporale d’estate – /quell’odore che si stringe e si contorce,/ ha solo un aspetto, il potere/ che ha l’odore di una lacrima.”

“Jesi ieri” di Marco Bordini. La presentazione a Jesi domenica 26 marzo

 

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La Associazione Culturale Euterpe di Jesi di cui il poeta dialettale Marco Bordini è Socio Onorario ha organizzato per domenica 26 marzo un evento declinato alla popolarità e al rimestare felice della memoria con un incontro speciale con il poeta vernacolare Marco Bordini, l’ultimo, dopo Lello Longhi, Martin Calandra e Livio Cirilli, vero ed autentico depositario e monumento della fiera jesinità.

L’incontro culturale, patrocinato dal Comune di Jesi, si terrà presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni. Condurrà l’evento il dott. Lorenzo Spurio, Presidente della Associazione Euterpe nonché poeta e critico letterario. Si presenterà alla cittadinanza il nuovo lungo e faticoso lavoro di Bordini, il volume Jesi ieri (Le Mezzelane, 2016) che contiene il dizionario, la grammatica, gli usi idiomatici e poesie dialogate, il tutto curato attentamente da Bordini.

Prenderanno parte all’evento Stefano Bardi, cultore locale e collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe” e Rita Angelelli, responsabile della Casa editrice Le Mezzelane di Santa Maria Nuova che a novembre scorso ha dato alle stampe il ricco libro.

La serata sarà arricchita da letture di brani poetici di cui Bordini, fiero sanpietrino, è autore, incalcolabile vanto della nostra letteratura locale.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963

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