Il giallo tema conduttore del reading poetico fiorentino “Indossando la poesia”

Sabato 13 settembre 2014 – FIRENZE

INDOSSANDO LA  POESIA – YELLOW READING

Reading poetico

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MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

Il reading poetico dal titolo “Indossando la poesia – Yellow Reading” è organizzato dalla rivista di letteratura “Euterpe” e da Deliri Progressivi. Esso si terrà a FIRENZE nel pomeriggio di sabato 13 settembre a partire dalle ore 17:30 presso la Libreria Nardini Book Store in Via delle Vecchie Carceri (all’interno del Complesso “Le Murate”).

L’intero incontro sarà dedicato a conoscere e ad assaporare il colore giallo attraverso l’arte poetica. I curatori dell’evento, Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro, condurranno la serata predisponendo un percorso poetico affrontando la percezione del giallo in poesia attraverso alcuni dei maggiori poeti italiani e stranieri.

Sono invitati a partecipare i poeti di ogni provenienza geografica con un massimo di due testi poetici (di lunghezza non superiore ai 30 versi) nei quali il colore giallo venga citato, alluso, menzionato o espresso metaforicamente (anche nelle sue diverse gradazioni e sfumature).

Le poesie con le quali si decide di partecipare dovranno essere inviate entro il 10 settembre 2014 in formato word corredate dei propri dati personali (nome, cognome, mail, telefono) e della esplicita attestazione della relativa paternità delle stesse (qui sotto riportate) ad entrambi gli indirizzi mail degli organizzatori:

Lorenzo Spurio – lorenzo.spurio@alice.it

Annamaria Pecoraro – dulcinea_981@yahoo.it

E’ richiesto ai poeti di incollare sotto le poesie che presenteranno le seguenti attestazioni:

  1. Attesto che la poesia che presento al suddetto concorso è frutto del mio ingegno, ne dichiaro la paternità e l’autenticità.
  2. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e successive modifiche e acconsento alla pubblicazione di questo testo nell’opera antologica, senza avere nulla a pretendere né ora né mai.

Per poter godere al massimo del clima della serata si raccomanda di presentarsi con almeno un indumento di colore giallo o con qualsiasi altro accessorio dello stesso colore a significazione della tinta cromatica che verrà omaggiata con l’arte poetica.

Si ricorda, inoltre, che con apposito modulo che verrà fornito la sera del reading, si potrà dare la propria autorizzazione alla pubblicazione delle poesie presentate nell’antologia di Vestiti di poesia – Yellow Reading che conterrà tutti i testi della serata e i cui proventi verranno destinati in beneficenza.

Per info:  E’ possibile chiedere informazioni agli stessi indirizzi mail sopraindicati.

Link all’evento in FB:  https://www.facebook.com/events/707678369303858/?fref=ts

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio presentata a Porto San Giorgio

locandina

Lo scrittore jesino Lorenzo Spurio, attivo da anni nella scrittura di fiction e della critica letteraria (ha all’attivo già vari saggi e studi su autori prevalentemente anglosassoni) presenterà la sua ultima opera letteraria a Porto San Giorgio (FM) presso il Parco La Cascina il prossimo 25 Luglio 2014 a partire dalle ore 21,15.

L’evento, patrocinato dalla Regione Marche, dalla Provincia e dal Comune di Fermo, è inserito all’interno del programma letterario-musicale organizzato da Nunzia Luciani e denominato “Di Villa in Villa” volto a promuovere autori ed artisti fermani e marchigiani in generale.

La presentazione sarà introdotta da Gian Vittorio Battilà e sarà condotta interamente da Susanna Polimanti (scrittrice e recensionista) che presenterà l’autore, l’opera “La cucina arancione” e colloquierà con l’autore. Ad impreziosire la serata ci sarà la voce di Daniela Agostini (attrice, interprete) che leggerà passi scelti dall’opera di Spurio, una raccolta di venticinque racconti che indagano la psiche umana in maniera innovativa e interessante.

Ci saranno  altresì intermezzi musicali di Federico Bracalente (violoncello) ed Eleonora De Angelis (pianoforte).

 

Chi è l’autore?

Lorenzo Spurio è nato a Jesi nel 1985. Si è laureato nel 2011 in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia con una tesi di letteratura inglese.

Ha pubblicato racconti e saggi di critica letteraria su riviste, antologie e in volume. Collabora con le riviste Sagarana e Le Reti di Dedalus e dirige la rivista di letteratura Euterpe, da lui fondata nel 2011. Intensa la sua attività di critico con un’ampia stesura di recensioni, prefazioni e note critiche per autori esordienti e non.

Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti La cucina arancione (2013) e Ritorno ad Ancona e altre storie (2012). Per la critica letteraria ha pubblicato Ian McEwan: sesso e perversione (Photocity, 2013), Flyte & Tallis (Photocity, 2012), La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011, co-autore Massimo Acciai) e Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu, 2011).

E’ stato ed è membro di giuria in vari concorsi letterari. Preside il Premio Letterario Nazionale di Poesia “L’arte in versi” ed è Presidente di Giuria del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”.

 

 

L’ingresso è libero e tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

A conclusione della manifestazione seguirà un buffet.

Per maggiori info:

www.divillainvilla.it –  info@divillainvilla.it

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A Cesenatico la presentazione della raccolta di racconti “Amori dAmare”

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Si presenta il 22 luglio a Cesenatico la raccolta di racconti “Amori dAmare” curata da Cinzia Demi per la Minerva Edizioni. Il lancio in grande stile della raccolta prevede la partecipazione di tante star che interverranno per accogliere e salutare il nuovo nato. Conduce la serata, durante la quale verranno letti stralci dai racconti, Roberto Mugavero. Interverranno:
Musiche:
Cristiano Minellono (paroliere)
Franco Fasano
Paki (Nuovi Angeli)
Luca Taddia e Luca Caselli (FEV)
Antonella Bartolini e Dimitri Mazza (NADI)

Lettori:
Cinzia Demi
Sabrina Paravicini
Giorgio Borghetti
Alessandra Merico
Manuela Racci

 
Le rojalties sulle copie vendute di questa antologia (in occasione dei 25 anni di vita della Minerva Edizioni) saranno destinate all’Istituto Scientifico Romagnolo per lo studio e la cura dei tumori.

 

È l’antologia in due volumi di racconti d’amore più “marina” mai pubblicata. Il mare è il grande scenario dentro cui si sviluppano le storie dei misteriosi protagonisti reali e di fantasia, che entusiasmeranno, faranno soffrire, si faranno amare e riameranno a loro volta.
Da Cesenatico a Roseto, da Genova a Castiglioncello, con una puntatina a Cuba e a Poquerolles passando per la Costiera Amalfitana e la Versilia… e via ancora per altri splendidi mari e spiagge e scogliere con amori che nascono, muoiono, continuano, si muovono sotto il sole cocente.

Due libri da amare al mare… (ma volendo anche in montagna).

Tanti gli autori coinvolti: Antonella Antonelli, Alessandra Bertocci, Cinzia Demi, Fabio Canessa, Paolo Carnevali, Rosalba de Filippis, Silvia Fornasari, Rosa Elisa Giangoia, Maria Gisella Catuogno, Gordiano Lupi, Dante Maffia, Chiara Maranzana, Alessandra Merico, Gabriella Montanari, Vincenzo Montuori, Ivano Mugnaini, Rita Pacilio, Sabrina Paravicini, Sergio Pasquandrea, Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci.
E ancora Giacomo Battara, Andrea Samaritani, Mauro Roversi Monaco, Valeria Roncuzzi, Francesco Vidotto, Giuliano Musi, Stefano Biondi, Toni Iavarone, Marco Fornasari, Adriana Sabbatini, Liliana Eritrei, Roberta De Santis, Marco Rufini.

Alcune poesie di Ninnj Di Stefano Busà

Dalla raccolta “Canti di voliera”
 
 
                     
Mutare in pietra refrattaria
anche il minimo dubbio.
La gravità si riformula da sé, elemento
della nostra storia: scorza lucida
che irride al dolore scomposto
di giorni anch’essi lucidi.
Si diffonde a tappeto come la rugiada
ogni provocazione; 
l’alter ego si mostra pieno di passione,
lama tagliente nelle ossa.
 
                                                   
Un fragile fiore appaga lo stupore dell’alba,
quando si accende l’oro dai suoi monti.
Si chiude nella solitudine unanime che grida
l’anima adolescente.
 
 
*****
 
 
 
Abitiamo l’addio,
nota che si perde da un flauto stonato.
Solo passioni, carne e sangue,
per sortita di nascita che negò la vita felice.
Dal fondiglio opaco, creature indivise,
acceleriamo l’acerba sostanza che muove gli eventi:
 – il principio e la fine – perfetta
la scienza dell’imperfezione..
 
 
 
**** 
 
 
 
Nudi al cospetto del principio cosmico,
che culmina d’un tratto col silenzio.
Fragili e lontani come una stella morente,
di fronte
alla meraviglia di una memoria
che si apre a raggiera.
 
Effluvi dimenticati,
quasi che la ragione fosse
al culmine della sua distanza,
o riflettesse l’oltre da un orizzonte insondabile,
che ci fa rinascere creature alari.
                                                   Sulla cangiante illusione
riposa l’acqua dolce della fonte.
 
 
 
****
 
 
 Un sole antico si specchiò nei tuoi occhi,
Altro tempo, altra la parola
e l’amore a filo d’oro fu corda tesa,
accesa tenerezza che vi fiorì dall’orma 
dei pensieri e volteggiò flautante,
                                          tra pietra e riso.
L’anima ne trascrisse la fiaba che l’attraversò.
 
 
 
****
 
 
 
Oh come scioglie il ritmo d’onda,
come stringe al paesaggio la musica
del vento, come poggia la guancia
al primo tumulto di mare che vi dilaga
questo senso di fioritura tardiva.
E si accende, ad un’eternità senza pietà
fatta di lutti, stracolma di rondini
e di dolore.
 
 
 
****
 
 
 
Giorni accesi all’ultima passione,
ultrasuoni di stelle cadenti,
vene di terra in creature umane.
Eredi del più grande caos,
che vanificò la sua umile carne.
Siamo quel che appariamo, null’altro:
più della pietra aderiamo alla terra
senza striature azzurre.
Sete del miele e del pane,
inconsapevole sussulto del sangue.
 
 
 
****
 
 
 
Prensile come una rosa di maggio,
polvere cosmica, senza ragione d’ombre,
nuvola che sfida gli aquiloni,
radice che grida il suo strazio,
al mutare degli anni.
Misurammo la verità del sangue,
la bellezza smemorata della sua ombra
lucida e mortale.
 
 
**** 
 
La fiamma resiste all’unica memoria,
come un altare senza ceri né acquasantiere:
foglia che si stacca dal ramo per vorticare
sulla terra battuta.
Ama l’inquieto delle tue catene, oh vita,
il risibile cristallo delle sue illusioni,
il canto innamorato stretto in petto
che colma di fluidi  primitivi,
di autunnali azzurri immacolati.

Luciano Domenighini su “Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

“Memorie intrusive” di Ilaria Celestini

 TraccePerLaMeta Edizioni, 2014

 

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI 

 

E’ un atto di coraggio, di soccorso, di difesa, prima ancora che una silloge poetica la recente raccolta di Ilaria Celestini “Memorie intrusive”.

L’argomento trattato, l’abuso a sfondo sessuale, è insolito per un’opera di poesia e questo non tanto perché i poeti non affrontino, di tanto in tanto, qualche argomento scabroso e “scomodo” che si discosta dal repertorio da loro più frequentato, quanto perché i poeti tendono a trattare i temi prescelti partendo da un punto di vista egocentrico, centripeto, ponendo se stessi e il proprio vissuto al centro del mondo o, se vogliamo, al centro del problema.

Anche se uno spunto autobiografico compare, tuttavia, in quest’opera la prospettiva è estensiva, altruistica, universalizzante.

Ilaria Celestini cover libroLa poetessa, più che dolersi di una condizione propria ed esclusiva, enfatizzandola, sembra voler dar voce al dolore di chi voce non ha più, divenendo testimone e apostolo di una religione che tutela le ragioni e i diritti di ogni vittima della violenza.

I mezzi letterari impiegati sono semplici assai:

si tratta di una prosa lirica “frammentata” in versi in modo spontaneo, istintivo e quasi casuale, senza preordinamenti strutturali di ordine retorico o metrico.

Nondimeno il dettato poetico ha grande limpidezza, spiccata valenza comunicativa e se a tratti cede all’enfasi sentimentale,  procede costantemente sull’ala di una sensibilità, di una misura, di un gusto tutt’altro che ordinari.

Queste qualità di equilibrio e di grazia, d’altra parte, sono necessarie e irrinunciabili in quanto l’autrice, trattando il tema dell’abuso e, per esteso, di ogni forma di prevaricazione, condizione che si riduce sempre a una dinamica diretta, interpersonale, pone l’argomento, non già come ci si aspetterebbe, sempre in un aprioristico e deliberato atteggiamento  di condanna e di deplorazione, ma, dimostrando grande coraggio e intelligenza, affrontandolo talora ( v. “Ci sono giorni”, “Finiscimi” oppure “Fino alla disperazione”) in un’ottica “borderline”, lungo quella linea di confine, ambigua e misteriosa, che sta tra vitalismo e incoscienza,  affidamento e dipendenza, bisogno affettivo e degradazione, scelta, più o meno conscia, e destino.

Relativismo quindi? E quindi “comprensione”, “giustificazione” della violenza, come componente inevitabile della natura umana, come “mistero naturale” immanente e necessario?

No certo, perché a fare da spartiacque fra libertà e crimine, fra sessualità e abominio, Ilaria pone, sacro e irrinunciabile, riservato non solo all’infanzia ma a tutte le età della vita, il concetto di un amore integrale, generoso, inteso soprattutto come tutela della dignità della persona amata.

 Quest’opera quindi non è solo un commosso e solidale tributo a tutte le vittime di ogni tipo di sopraffazione ma lo spirito che la sostiene e la alimenta è principalmente e profondamente etico  invocando quel “buon senso” che fra tutti i sensi umani, se non appare come il più esaltante sovente risulta , in definitiva, quello più opportuno e prezioso.

Alla delicatezza eufemizzante, tutta femminile, talora floreale, talaltra sognante, che  contrassegna la strofa conclusiva di alcune di queste liriche (v. “Questo cielo sommerso”, “Nascerà”, “Addio piccolo sogno”), alla sincera commozione e alla empatica condivisione del dolore, sovente si affiancano il coraggio e la speranza di riscatto e di rinascita, metafora della vita che non vuole finire, che non vuole arrendersi, che non vuole nascondersi e annullarsi nella vergogna e nella sconfitta.

I trenta titoli di questa raccolta sono in realtà un’unica, ininterrotta lirica, un discorso continuo sul bisogno d’amore, sulla sua forza ineluttabile, sui suoi martirii e sulle sue catarsi e trovano forse la loro sintesi e la loro realizzazione poetica più compiute nelle tre terzine, intense e struggenti, de’ “I miei ricordi”.

 “Memorie intrusive”, questa a un tempo disinibita e serena elegia  dell’innocenza tradita, al di là del suo valore strettamente letterario, è un’opera carica di tensione interiore, vera, autentica, che tocca il cuore.

 

 

 Luciano Domenighini

 

Travagliato, 9 giugno 2014

 

“Visione”, poesia di E. Marcuccio, commentata da alcuni critici

VISIONE

(poesia di Emanuele Marcuccio)

buio pesto
vapora
nelle nebbie
 
a ridosso
 
un varco di cielo
scolora
lʼalba

12 febbraio 2014

 

visione

Commento a cura di Luciano Domenighini

Due brevi terzine dicotomiche, inframmezzate da un quaternario avverbiale (“a ridosso”), per questa lirica descrittiva di un rasserenamento notturno. La complementarietà degli opposti nelle corrispondenze puntuali dei versi delle due strofe, rinsaldata dalla rima di ternario al secondo verso, è perfetta: “buio pesto-un varco di cielo”, “vapora-scolora”, “nelle nebbie-l’alba”. Apprezzabile la sobrietà del dettato, lʼelegante espressività del verso “un varco di cielo” e dei due verbi in rima, il risalto conferito ai sintagmi, nonché l’immancabile citazione gergale (“buio pesto”), elemento costante nella poesia di Marcuccio. Il clima complessivo è sospeso, assoluto, purissimo. 

 Luciano Domenighini

 Travagliato (BS), 14 febbraio 2014

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

Il palermitano Marcuccio ha la poesia nel cuore e sembra non poter vivere senza di essa. Il suo canto lirico ha mostrato negli ultimi mesi venature ambrate nell’espressione che si è consecutivamente fatta più chiusa (ma non ermetica), condensata ed espressivamente concentrata in sé stessa. In questo mix versificatorio del poeta è certamente da aggiungere la recente poesia “Visione” che porta la datazione del 12 febbraio 2014.  Il titolo consente al lettore un’apertura di interpretazione che poi sarà possibile dalla sintassi impiegata nella lirica. La “visione” ci fa pensare a un momento cruciale di abbaglio, di luce improvvisa, quasi come una folgorazione emotiva, spirituale (come non pensare alle visioni mariane?) o esperitiva. Una luce che in qualche modo apre un varco nel “buio pesto” che ammorba l’incipit della poesia descrivendoci uno scenario di desolazione e cupezza. Ed è poi tutta la prima strofa ad impiegare una sintassi di carattere metereologico (“vapora”, “nebbie”) che allude a un sistema di pressurizzazione dell’acqua nell’atmosfera. Nella strofa finale sembra ravvisarsi una speranza, intuiamo un lieve colorismo farsi forza tra tanta oscurità, uno squarcio luminoso che è solo un “varco di cielo”. Quel passaggio iridescente non è che la rottura dell’oppressione che l’io lirico associa alla scurezza e alla cecità che prima ha sofferto nel buio della notte (e del mondo). “lʼalba” che si profila nella chiusa stempera quella scurezza e metamorfizza un cielo nuovo, metafora del giorno che muore e rinasce dagli albori della vita. Una poesia doppia che affresca con pennellate dure dalla maniera espressionistica la stessa scena, in due fasi luminose diverse, “a ridosso” l’una dall’altra. La grande assente è la luna. Comunemente associata alla meraviglia dell’uomo, ma anche al pensiero/inquietudine della morte (v. Garcia Lorca) essa sembra essere un pensiero che ha abbandonato la mente dell’io lirico che, invece, affresca il mondo nei suoi due momenti cruciali: da una parte il recesso, il buio, l’incoscienza, il nero, la notte e dall’altra la speranza, la luce, la consapevolezza, il colore che si fa e il giorno che si costruisce come una somma algebrica di tinte pure.

 Lorenzo Spurio

 Jesi (AN), 21 aprile 2014

 

 

Commento a cura di Francesco Martillotto

Una poesia, quella di Marcuccio, dicotomica semanticamente (come bene Domenighini ha già scritto) ma anche ascensionale: dal basso, terreno, all’alto, ultraterreno (dal “buio pesto” iniziale all’ “alba” finale). Il buio (ma anche le “nebbie”) nel quale ci perdiamo (cfr. il Dante dell’Inferno e il Petrarca del sonetto proemiale dei Rerum Vulgarium Fragmenta) verso la luce (la ratio) che illumina il nostro percorso verso la “verace vita”. Essenziale!

Francesco Martillotto

 Lago (CS), 3 luglio 2014

 

 

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA E I COMMENTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI E/O SENZA ATTRIBUIRNE LA PATERNITÀ AI RISPETTIVI AUTORI.

Le prime serate della kermesse letteraria “Di Villa in villa” a Porto San Giorgio (FM)

La kermesse letteraria-musicale “Di Villa in villa” ideata da Nunzia Luciani e patrocinata dalla Regione Marche, dalla Provincia di Fermo e dal Comune di Fermo è stata inaugurata lo scorso 25 giugno a Fermo a Palazzo Caffarini Sassarelli (Prefettura) con una serata dal titolo “Passato, presente e futuro delle missioni internazionali di pace” al quale hanno preso parte eminenti rappresentanti del mondo diplomatico del nostro Paese.

Le prossime due tappe della rassegna “Di Villa in villa” si svolgeranno entrambe a Porto San Giorgio secondo questo programma. Giovedì 17 luglio nell’affascinante cornice di Villa Bonaparte il critico d’arte e insegnante Nunzio Giustozzi terrà una serata dal titolo “Mostri, creature fantastiche della paura e del mito” che sarà allietata dalla performance pittorico-visiva dell’artista Cristina Lanotte, da una taiko performance e dalla presenza dello scultore Imelde Corelli Grappadelli.

A seguire, la settimana successiva, al Parco La Cascina si terrà la presentazione un evento dal titolo “La cucina arancione: la scrittura di riflessione” in cui la scrittrice e recensionista Susanna Polimanti presenterà il libro dell’autore jesino Lorenzo Spurio. L’autore risponderà alle domande dell’intervistatrice e Daniela Agostini (interprete, attrice teatrale) reciterà alcuni brani del suo libro. Gli intermezzi musicali di questo evento saranno di Federico Bracalente (violoncello), Eleonora De Angelis (pianoforte). In questo caso seguirà un rinfresco dopo lo spettacolo.

Entrambe le serate saranno presentate da Gian Vittorio Battilà e l’orario di inizio di entrambi gli appuntamenti è le 21,15.

Per maggiori informazioni si rimanda al sito della kermesse e al suo profilo Facebook.

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locandina

Salamanca, luogo perfetto per studiare lo spagnolo

800px-Catedral_SalamancaSalamanca si trova a circa 200 km da Madrid, nella provincia di Castiglia e Leon. La zona in cui sorge la città, sulle rive del fiume Tormes è una zona strategica per l’insediamento e la difesa di centri abitati e vi sono tracce di possibili insediamenti già in età preistorica. Sicuramente si hanno notizie di una fortezza costruita dalle popolazione iberiche, chiamata Helmantica. La fortezza venne conquistata da Annibale nel III secolo a.C. In seguito fu conquistata dai romani, durante il I secolo a.C, che ne riconobbero l’importanza come nodo commerciale e costruirono un ponte per guadare il Tormes che è tutt’oggi agibile. Con la caduta dell’Impero romano la città passò sotto il domino di Alani, Goti e Visigoti; durante l’espansione musulmana la città venne conquistata dagli arabi nel 712 e divenne territorio di contesa tra cristiani e musulmani fino al 1085 quando, con la battaglia di Toledo, le truppe cristiane si riappropriarono definitivamente della città.

 

Nel 1243 il re Alfonso IX de León fondò l’Università di Salamanca che ospitava già una importante scuola vescovile dal 1130. Salamanca diventò così sede di una delle più antiche università europee oltre che della più antica università spagnola ancora in attività. Iniziò ad attirare professori e studenti grazie alla qualità dei suoi corsi e la sua fama si diffuse in tutta Europa. Da questa università, come studenti o come professori, passarono alcune tra i più importanti esponenti della letteratura spagnola, solo per citarne alcuni: Fray Luis de León, Bartolomé de las Casas, San Giovanni della Croce, Antonio de Nebrija, Fernando de Rojas, Pedro Calderón de la Barca.

 

Una menzione particolare merita Miguel de Unamuno, scrittore poliedrico, filosofo e poeta appartenente alla corrente della Generazione del 98, che con la città e l’università di Salamanca ebbe un rapporto particolare. Unamuno vinse il concorso per la cattedra di greco nel 1881 e nel 1900, a soli 36 anni, venne nominato rettore dell’Università, prendendo il posto di Esperabé. Restò in carica fino al 1914, quando a causa delle sue idee politiche, venne allontanato forzatamente. A causa della sua opposizione per nulla celata al regime dittatoriale di Primo Rivera, nel 1924 è costretto all’esilio. Farà ritorno solamente nel 1930, quando il regime era ormai caduto, verrà accolto dalla città con gran trionfo. Ricevette nuovamente l’incarico di rettore che mantenne fino al 1934, anno in cui si pensionò volontariamente e gli viene conferito il titolo di Rettore a vita. Morì qualche anno dopo, nel 1936.

 

La città di Salamanca, oltre ad essere un centro culturale di grande importanza, si trova nella provincia di Castiglia e León, famosa per la purezza dello spagnolo, detto anche Castigliano, che viene parlato senza inflessioni dialettali, o regionali, di alcun tipo. Per questo motivo, oltre gli studenti spagnoli, l’università è frequentata da un gran numero di stranieri che sceglie Salamanca come destinazione per il proprio periodo di studi all’estero.

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La scuola don Quijote nasce a Salamanca nel 1986 e si dedica all’insegnamento dello spagnolo come lingua straniera da oltre 25 anni. Oltre al programma di lingua spagnola, completamente personalizzabile in base alle esigenze, è possibile anche frequentare dei corsi di cultura e letteratura spagnola, tenuti da professori madrelingua.

 

Come dice un antico detto popolare: “Chi vuol imparare venga a Salamanca”. Non lasciarti sfuggire questa occasione, scarica la brochure  e consulta le offerte disponibili!

 

E’ uscita la raccolta di racconti “HOTell. Store da un tanto all’ora” curata da Elio Grasso

HOTell. Storie da un tanto all’ora
Autori Vari

Antologia di racconti a cura di Elio Grasso

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Un libro concepito come un albergo a ore. Al banco della reception, il curatore/portiere assegna una camera a ciascuno dei 34 autori/clienti in cambio di una storia ambientata in un hotel de passe. Poeti e narratori nostrani e internazionali, confermati o esordienti, si sono dati appuntamento nella hall di HOTell. L’amore con i minuti contati è il filo rosso che si srotola lungo i corridoi dell’albergo. Dietro ogni porta un’esperienza da sbirciare, origliare, intuire. Le stanze diventano teatro di altarini smascherati, apparizioni orgiastiche, iniziazioni all'(auto)erotismo, voyeuristici scatti fotografici, giochi di ruoli e giochi di dadi, incontri surreali, esperienze esoteriche, accoppiamenti futuristici, esilaranti perversioni, drammi e miserie umane, romanticherie d’altri tempi, amplessi patrocinati da Facebook… Dalle persiane delle camere filtrano le luci e le ombre dell’eros. L’hotel è al completo.
Aprite quelle porte. La chiave d’accesso è… “nessuna discrezione”.

Collana: The Coot (antologie)
Titolo: HOTell. Storie da un tanto all’ora

Autori: A. N. Bravi, G. Busetto, L. Cambau, G. Chiellino, D. Cosentino, V. Costantino, C. de Caldas Brito, C. Demi, M. De Santis, M. Dini, D. Fante, L. Folla, G. Gemignani, M. Jara, C. Lanza, M. Lecomte, L. Leone, R. Lo Russo, D. Maffìa, S. Maffìa, B. Magarian, Maldenti, V. Matijević, L. Mizon, J. Monteiro Martins, C. Menaldo, I. Mugnaini, J.G. Nordmann, G. Oldani, D. Rondoni, A. Ruchat, E. Sciarrino, C.A. Sitta, M. Sta

Curatore: Elio Grasso
Traduttori: Carlo Bordini, Mia Lecomte, Milica Marinković, Gabriella Montanari, Andrea Sirotti
Formato: 15 x 21 cm
Contenuto: testi e immagini (bianco e nero)
Genere: racconti erotici
Pagine: 312
Data di pubblicazione: luglio 2014
ISBN: 978-88-98487-04-2
Prezzo: 18,00 €
Cover&Book design: Gionata Chierici

“La via uruguagia alla felicità”: il resonconto di Frank Iodice del suo viaggio in Uruguay e l’incontro col Presidente Mujica

Di seguito riporto dietro concessione dell’autore, FRANK IODICE, un suo resoconto sul recente viaggio in Uruguay dove ha avuto modo di parlare con il Presidente della Repubblica, Mujica e nel quale ci offre una lucida e interessante analisi di uno dei paesi più lontani da noi (e più poveri):

 

La via uruguagia alla felicità

(di Frank Iodice)

 

 

Da qualche tempo un piccolo Paese latinoamericano incastrato tra l’Argentina e il Brasile è al centro dell’attenzione mediatica internazionale. L’Uruguay misura circa tre volte la Svizzera, conta poco più di tre milioni di abitanti, dei quali un milione e mezzo a Montevideo, la capitale. Le ragioni della sua notorietà sono riconducibili alla figura anticonformista del Presidente della Repubblica, José Mujica, responsabile di progetti innovativi a favore delle famiglie prive di reddito; oppure per le leggi di approvazione dell’aborto e del matrimonio gay; o, ancora, per la recente regolarizzazione dell’uso e del commercio della marijuana.

barrio palermo 3Durante il suo discorso alle Nazioni Unite a Rio de Janeiro nel 2012, José Mujica cattura l’attenzione mondiale parlando di felicità come scopo ultimo dell’Essere Umano. «Per essere felici dobbiamo fare ciò che a noi piace», dice il Presidente Mujica, «e per fare ciò che a noi piace bisogna avere tempo». Concetti tanto semplici quanto dimenticati nella nostra società di consumo iniziano a fare il giro del mondo e passano di bocca in bocca; Mujica diventa innovatore del linguaggio politico, rinuncia al 90% del suo stipendio e lo cede al progetto a favore delle famiglie senzatetto. Dimostra quindi col suo stile di vita ai limiti della povertà che ciò che racconta è realizzabile.

Questo è un sunto degli articoli che possiamo leggere su importanti testate di ogni Paese, da El País al Financial Times, da Il Mattino a Al Jazeera, a firma di voci autorevoli, addirittura di premi Nobel come lo scrittore Mario Vargas Llosa.

 

La ragione per cui scriviamo questo articolo è la necessità di raccontare quanto riscontrato a Montevideo durante una breve ricerca durata tre mesi, pur consapevoli che per favorire lo sviluppo dell’economia di una nazione sarebbe preferibile descrivere i possibili investimenti e tutto ciò di cui si può ampliamente leggere nei giornali di cui sopra. Conoscere la parte povera della città, i cosiddetti cantegriles, ci ha invece fatto sentire in dovere di dare un quadro più completo della realtà uruguagia, una realtà per certi aspetti molto dura, un’economia reduce da anni e anni di dittatura, un Paese, infine, che lotta per godersi la tanto agognata democrazia ottenuta solo nel 1985, a seguito delle leggi sull’impunità che invitavano i cittadini a dimenticare quanto di atroce era accaduto durante quegli anni e a guardare al futuro.

Siamo anche consapevoli che superare ciò che si è vissuto durante la dittatura non è stato affatto facile e ha lasciato nello spirito degli uruguaiani una certa quantità di vendette incompiute. Oggi a Montevideo si cerca di dimenticare, dunque, ma non senza dare dignità al passato che tre quarti dei cittadini hanno in comune.

 

Nel lato povero della città, nella zona dell’Ippodromo, le strade non sono asfaltate, non c’è sistema fognario, le case sono fatte di mattoni e lamiere che d’estate ardono come padelle sul fuoco e d’inverno si congelano. I bambini che vivono in questi quartieri, di mattina, non riescono ad alzarsi perché si svegliano intirizziti dal freddo, e quando verso le undici il sole incomincia a riscaldarli, finalmente escono a giocare. Non tutti sanno scrivere, molti sanno a stento parlare, per far rispettare i loro spazi usano pugni e morsi. L’umidità raccolta sotto i bassi soffitti durante la notte si trasforma in gocce ghiacciate che cadono sui loro letti per tutto il giorno, e di sera sono costretti a coricarsi nelle lenzuola umide. D’estate, invece, quando le temperature raggiungono quaranta gradi all’ombra, le lamiere scottano e in quegli stessi letti ci si scioglie in una pozza di sudore.

el diario espanolNelle bidon-ville vivono i cosiddetti selezionatori, che vanno in giro su carri di legno trainati da muli malnutriti per raccogliere plastica e carta dal fondo dei bidoni dell’immondizia; vederli mentre si tuffano nei bidoni non è bello come vedere i ricchi turisti argentini e brasiliani che si tuffano in acqua a pochi chilometri di distanza, sulle spiagge di Punta del Este. Montevideo è una città piena di contraddizioni. La maggior parte degli uruguaiani non vive a Punta del Este o a Pocitos, ma in condizioni di vera e propria miseria, vale a dire in condizioni che in Europa non siamo in grado di immaginare.

Rispetto ad altre capitali sudamericane, Montevideo è ritenuta una città sicura, benché la delinquenza, soprattutto quella minorile, non abbia nulla da invidiare a quella degli altri Paesi.

In particolare, ricordiamo che la legge vieta di arrestare i minori di diciotto anni. Ci sono istituti di recupero per i minori, dove per un omicidio si prevedono tre anni, che diventano due se ci si comporta bene, e ancora meno se ci si comporta benissimo. Questi istituti si chiamano INAU, ce ne sono tre a Montevideo, ognuno funziona in una maniera diversa. Quello che abbiamo visitato è una specie di carcere, ci sono le sbarre alle finestre e bisogna dividere i ragazzi con la forza per non farli sbranare a vicenda. Gli impiegati hanno dovuto frequentare persino un corso di autodifesa prima di essere assunti; ce lo rivela Pablo Lopez, uno dei cinque educatori che gestiscono quasi cento bambini e adolescenti. «In altri istituti per minori – ci ha raccontato Pablo – si usano droghe o sonniferi, e i ragazzi passano il giorno rintontiti nel loro letto».

Il tasso di criminalità giovanile è molto alto, soprattutto perché gli adulti che vogliono rapinare un negozio o commettere reati anche peggiori usano i ragazzini, per cui si creano piccole bande di un adulto e tre minori per esempio, in quartieri pericolosi come Marconi o Casavalle. Pablo ci racconta che non è facile resistere a lungo nell’INAU, gli educatori restano al massimo un paio d’anni; lo stesso vale per le educatrici, se non subiscono prima violenze gravi.

Ci sarebbero tante cose di cui parlare, basta sedersi in un bar e osservare le persone, e le loro storie ci arrivano nelle mani senza fare alcuno sforzo. Montevideo è una città piena di storie; l’Uruguay è un paese di gente libera, sparsa nelle immense praterie, gente che non accetta compromessi; ma è anche un paese di donne sole e povere, abbandonate nei cantegriles, che si realizzano soltanto rimanendo incinta, gravidanza dopo gravidanza dopo gravidanza, talvolta con uomini diversi, e a vent’anni hanno già tre figli; appena il più grande incomincia a camminare ne vogliono un altro, e poi un altro ancora, perché, senza, non sarebbero nulla, soltanto povere e anonime passanti.

Riguardo alla dittatura militare, c’è un aspetto in particolare che non possiamo fare a meno di trattare: in un Paese relativamente piccolo come l’Uruguay si può incontrare la stessa persona più volte in un giorno; ma cosa succede se questa persona è la stessa che ti ha violentato vent’anni fa?!

In un bar di Calle Canelones, sotto l’ombra fresca della parrocchia di San José, incontriamo la signora Titi, che chiameremo così perché Titi è un bel nome e perché le abbiamo promesso di scegliere un bel nome. Non ci rivela la sua età, ma allo stesso tempo non nasconde né le rughe né i capelli bianchi, porta una camicetta gialla con i girasoli, in fondo alla strada in discesa, a due quadras dal bar, c’è il mare.

Titi ci racconta che negli anni Settanta finivano tutti in carcere, chi a lungo, chi solo per un giorno, «eravamo prigionieri politici, anarchici, ribelli, fanatici, eravamo tutti pazzi perché non avevamo altra scelta – ci racconta – la dittatura ti rende pazzo!» Molte sue coetanee sono state torturate in quegli anni, fino all’Ottantacinque, «fino all’altro ieri!» Quello che in Europa non immaginiamo è che oggi le amiche di Titi sono costrette a incrociare per strada i loro carnefici, gli stessi che quando erano ragazze hanno abusato di loro più e più volte, senza giustificazione se non quella della crudeltà lecita quando eri dell’Intelligenza, i Servizi Segreti. In generale erano loro quelli specializzati nelle torture, formati in Panama dai militari francesi. Titi confessa di odiare i francesi, ha le sue ragioni, non possiamo darle torto. Ci racconta che al supermercato puoi incontrare l’uomo che ti ha picchiata quando eri in carcere, puoi incrociarti con lui in ascensore o vederlo seduto al bar a prendere un caffè e godersi una pensione molto più consistente della tua, dopo una brillante carriera militare!

Le chiediamo come possa sopportare una cosa del genere, Titi ride forte, a Montevideo tutti ridono forte, e ci risponde: «mi hijo, qui si è fermato il tempo per la metà di noi, siamo tutti in attesa che gli orologi riprendano a funzionare». Sui polsi dei politici ci sono buoni orologi?, le chiediamo. «Molto buoni», risponde Titi con un sospiro. Il nostro caffè è già finito, lo abbiamo bevuto bollente perché quando ti abitui al mate perdi la sensibilità della lingua, Titi ci guarda con la premura di una madre lasciata tante volte e altrettante volte ritrovata in giro per il mondo. Ci spiega che ricominciare dai brandelli della propria dignità per diventare di nuovo donna non è stato facile, e che qualche volta avrebbe voluto uccidere con le proprie mani quell’uomo che ha riconosciuto nel supermercato o nell’ascensore del suo stesso palazzo, ma poi, saggiamente, aggiunge: «non servirebbe a niente, dopo aver introdotto la cosiddetta legge dei due diavoli – una sorta di patto grazie al quale quanto era accaduto durante la dittatura doveva essere dimenticato per non generare una nuova guerra fatta di vendette – abbiamo dovuto rinunciare alla prima metà della nostra vita». Qual è stato il momento più difficile?, le chiediamo. «Quello in cui ho deciso di raccontarlo ai miei figli».

La seconda testimonianza è quella del signor Manuel, vecchio proprietario di un bar del Barrio Sud. Chiacchieriamo con lui davanti a una buona Malta, bevanda simile alla birra molto diffusa in Sud America; alle nostre spalle c’è una grande fotografia di Alfredo Zitarrosa, famoso cantante montevideano. Parlare con gli anziani del Barrio Sud ci ha permesso di conoscere il punto di vista dei cittadini riguardo alle recenti manovre politiche così ben viste dai Media internazionali. Manuel fa riferimento a ciò che sui giornali non è stato scritto, naturalmente, e ci racconta che «il progetto Un techo para todos, nonché il piano regolatore che sta permettendo di ridare una casa alle ragazze madri senza alcun reddito, è stato ben pubblicizzato e ha dato all’Uruguay  la possibilità di distinguersi rispetto agli altri Paesi sudamericani. Per realizzarlo – continua Manuel – sono state scelte diverse imprese edilizie, attraverso un processo simile alle cosiddette gare d’appalto e, infine, l’intero progetto è stato ceduto a un’impresa venezuelana per venti milioni di dollari, venti milioni pagati alla Presidenza dell’Uruguay per permettere a un altro Paese di costruire nel dipartimento di Montevideo e Canelones». Se analizziamo la realtà uruguayana dal punto di vista politico, le contraddizioni saltano subito all’occhio; scopriremmo che, a seguito di un controllo del conto bancario in dollari del signor Presidente e degli altri leader dei partiti principali, quello di Mujica è risultato essere il più cospicuo. Risparmi messi da parte con la sua attività di floricoltore? Può darsi, ma a noi non interessa, innanzitutto perché preferiamo non credere a quello che si racconta nelle strade di Montevideo, e in secondo luogo perché il nostro approccio, come abbiamo avuto il piacere di dire a lui in persona, è stato di tipo filosofico.

Abbiamo incontrato il signor Manuel mentre rientravamo dal Barrio del Cerro, un quartiere a venti chilometri dal centro, dove vive il Presidente Mujica. Volevamo vedere la sua gente per descriverla in queste pagine: le descrizioni più belle sono quelle che sopravvivono nel ricordo.

José Mujica e Frank

Frank Iodice con il Presidente uruguayano José Mujica

Il Presidente José Mujica è un uomo sobrio, non ha alcuna scorta e veste sempre con abiti semplici, talvolta si è presentato alle riunioni presso la sede della Repubblica in sandali e con il thermos per il mate sotto il braccio. «Non avrebbe senso iniziare ad accumulare denaro adesso, a 79 anni», commenta spesso. Ecco perché ha deciso di aiutare i più bisognosi e, nei limiti che il suo stesso partito, il Frente Amplio, gli ha concesso, mette in pratica la sua etica di vita dando un esempio a tutti coloro che sappiano coglierlo.

Dopo diverse settimane di attesa, grazie all’intercessione della signora Adriana Gutierrez, addetta alla comunicazione presso il Ministero della Cultura e dell’Educazione, riusciamo a incontrare il Presidente, il quale si è ritagliato una pausa tra una riunione e l’altra. Consapevoli che si tratti di un evento irripetibile per un autore e un editore pressoché sconosciuti, ci accontentiamo dei pochi minuti che ci sono concessi*. Bere un caffè in compagnia di un Presidente della Repubblica non capita certo tutti i giorni!

Dopo aver esposto l’idea di realizzare un testo ispirato alla sua filosofia di vita, con lo scopo di diffonderlo tra i giovani pensatori delle scuole italiane, e avergli regalato un libro di Seneca che ha molto apprezzato, stringiamo la mano a un uomo che merita tutta la nostra ammirazione. Come lui, centinaia di uruguaiani sono reduci da anni di reclusione, come ci ha raccontato la signora Titi, ma non tutti hanno avuto la fortuna di potersi prendere una tale rivincita nei confronti della vita stessa, che, per usare le sue parole precise, «è fatta di riprese; nella vita – dice José Mujica – ciò che conta è la capacità di ricominciare dopo essere caduti».

E riguardo alla felicità? Abbiamo imparato grazie alle parole di quest’uomo semplice che per essere felici basta molto poco: quanto più ci circondiamo di beni materiali, tanto più ne saremo schiavi e sarà più pesante il carico di cianfrusaglie che dovremo portarci addosso. Un’esperienza, questa di Montevideo, che ci ha insegnato molto e ci ha ricordato la fortuna che abbiamo avuto a nascere in Italia, un Paese che, al di là di tutte le critiche che possiamo sollevare, ci ha permesso di scegliere liberamente quale destino costruirci.

 

*In realtà sono partito da solo, per realizzare un saggio sulla felicità ispirato alla filosofia del Presidente Mujica, a sua volta ispirata alle tesi di Seneca e di Erich Fromm; ma mi piace immaginare che con me ci fossero l’editore Cosimo Lupo e la filosofa Ada Fiore, i quali mi hanno sostenuto dall’Italia.

FRANK IODICE è  scrittore. Numerosissime le sue opere pubblicate tra cui Le api di ghiaccio (Lupo Editore, 2014), La femme robot (testo teatrale in francese), Articoliliberi (raccolta di articoli pubblicati online), Kindo, La folle vita di uno scrittore (Voltare Pagina, 2011, e-book), Racconti del veilleur de nuit (racconti brevi apparsi su varie riviste), Epigrafi (Di Salvo Editore, 2005 – poesie), Lo scopritore dell’America (Poligraf, 2002 – romanzo), L’ultima partita (Sergio Capozzoli Editore, 1999 – romanzo). 

Lorenzo Spurio intervista il partenopeo Luciano Somma

LS: A che periodo della sua vita risale la prima poesia e quando si accorse che la letteratura era una buona chiave di volta per confidare i suoi pensieri?

LS: Ho iniziato a scrivere i miei primi versi a 13 anni, un po’ ingenui ma comunque dettati dall’ispirazione che non mi ha mai più abbandonato. Mi sono accorto della chiave di svolta qualche anno più tardi.

 

LS: Il suo curriculum letterario è molto ampio e in esso si ravvisano interessi diversi che spaziano dalla narrativa, alla poesia, fino alla canzone. Negli ultimi anni è stato considerato come uno degli artisti italiani più presenti in rete –soprattutto in Youtube- con un’intensa attività di letture poetiche. Quanto secondo Lei è importante Internet nella nostra società? Si può prescindere da esso o il suo utilizzo è necessario?

LS: Ritengo internet un veicolo ormai indispensabile per arrivare al grande pubblico, comunque la  mia presenza sul web risale alla fine degli anni ‘90 e già nel 2000 Il Giornale aveva, in un suo articolo specifico, sottolineato ed evidenziato che ero il poeta più presente in internet. Appena venti anni fa sarebbe stato impensabile farsi conoscere in tutto il mondo attraverso un mezzo di diffusione che negli anni si è centuplicato ed ormai si può dire che non c’è famiglia che non abbia almeno due pc collegati…

 

 

LS: La sua ultima opera, Da Napoli con amore (Photocity, 2013), curata da Gioia Lomasti e Francesco Arena, è una ricca antologia della sua produzione divisa in due parti: una prima sezione dedicata alle poesie in napoletano e una seconda parte sotto il titolo di “Brividi di ricordi” che si compone di poesie in italiano e prose. Solo negli ultimi anni anche i concorsi letterari stanno mostrando un certo interesse nei confronti della letteratura in dialetto. Quanto è importante secondo lei la poesia in vernacolo e perché?

LS: Ho pubblicato quest’opera spinto dalla collaborazione grafica di Gioia e Francesco. Negli anni ‘70 ho partecipato a molti concorsi di poesia napoletana classificandomi spesso al primo posto. Per me la parlata della città, o paese, di nascita è molto importante, sono però del parere che la napoletana è una lingua e non si può classificare come dialettale per il semplice motivo che si parla un po’ in tutto il mondo grazie al fenomeno emigratorio iniziato nei primi anni del secolo scorso. Non dimentichiamo poi le canzoni napoletane, come ad esempio “ ‘O sole mio”, che hanno contribuito, in modo determinante e moltissimo alla diffusione del napoletano nel mondo.  

 

 

LS: Dario Bellezza (1944-1996), poeta controverso e osteggiato, fu esponente di spicco di una poesia romana degli anni ’70 caratterizzata dall’irriverenza e dalla trasgressione. Nella sua poesia si ravvisa un certo mal di vivere e una desolazione che deriva dalla pesantezza degli sguardi/opinioni della società su una serie di condotte da lui attuate che per i tempi erano fortemente stigmatizzate (l’omosessualità, la dedizione alla droga). Le presento una sua lirica dal linguaggio particolarmente potente che farebbe pensare a sprazzi di avanguardismo; in realtà Bellezza fu un fenomeno raro nella sua eterogeneità che rende impossibile una qualsiasi collocazione poetica di riferimento. Le chiedo un suo commento su questa lirica intitolata “Andiamo a rubare”[1]:

 

Andiamo a rubare: il furto si addice a un poeta!
Nessuno veramente sa che cosa sia, intero,
un poeta! Un grande sapiente o veggente?
Magari! O soltanto un criminale! Un ladro
di lumi, di vite clandestine vissute
nel silenzio dei giorni tutti uguali.

 

LS: Dario bellezza è morto a 52 anni. Più che poeta io lo considero un verseggiatore, la differenza è abbastanza riscontrabile, non è stato tanto osteggiato per la sua manifesta omosessualità bensì per osannare il suo status, che sarebbe stato più tollerato se vissuto senza enfasi, e lo stesso dicasi per la dedizione alla droga. Comunque alcuni versi sono interessanti anche se non condivisi. Deve anche molto alla sua popolarità per alcune trasmissioni televisive che lo hanno fatto conoscere  al grande pubblico.

 

 

LS: Il giovane poeta svizzero Oliver Scharpf[2] in uno dei suoi uppercut presenti in una recente opera antologica dal titolo Di soglia in soglia[3] sulla poesia si esprime in modo innovativo e dissacratorio:

 

non se ne può più della poesia
ma anche della poesia autentica
se è per questo
non si può più fare della poesia, con la poesia
basta con i libri di poesia
se proprio si vuole
allora deve essere qualcosa che si avvicini
a un nome scritto sull’inguine di una spiaggia
un attimo prima che la lingua di spuma
lo lecchi via.

 

LS: Come spesso accade ad alcuni giovani la volontà di farsi comunque conoscere li porta fuori dai canoni  e purtroppo non sempre in maniera brillante e razionale. Più che in modo innovativo io direi molto dissacratorio è il suo modo di esprimersi e di porsi, basta leggere l’inutilità contenutistica degli ultimi versi, ritiene vano scrivere poesie ma se proprio qualcuno volesse continuare a farlo, ma intento lui lo fa,  scriva ciò che pensa su una spiaggia così il mare lo porterà subito via, ma allora caro Oliver Scharp, pseudo poeta Svizzero, che cavolo scrivere a fare se ciò che fai viene cancellato dall’onda? Tanto vale che te li tieni nella mente i tuoi pensieri e ti risparmi così di partecipare a premi, vorrei veramente conoscere le motivazioni dei giurati del premio Montale per farmi una ragione, sul premio a lui assegnato nel 1997, e capire quali sono stati i valori di ciò che ha scritto e che messaggio ha lasciato quale orma da seguire…    

 

 

 LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di validi poeti contemporanei viventi, ampiamente riconosciuti dalla comunità letteraria e dalla critica per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Un carillon”[4] di Franca Alaimo:

 

Adesso abito uno spazio incenerito
dove ogni cosa è quel che era prima di esistere,
dove si può dire “fonte”, prima che la sua goccia iniziale
le dia il nome che l’inchioda all’acqua.
Là io, non questa me, navigo
come il primo uccello dell’Eden stupito dell’aria
e del mistero delle sue ali.
Ho sempre con me un giocattolo dorato
che è stato il primo dono di Dio:
un carillon di suoni che giorno e notte
mi distrae dal domandargli
com’è che cominciato tutto questo dolore.

 

LS: Indubbiamente in questi bei versi, molto profondi e di alta caratura, vi sono oltre a delle belle immagini poetiche anche qualcosa che suscita nel lettore un desiderio di riflessione su questa nostra condizione umana spesso afflitta ed appesantita da un doloroso bagaglio, il suo interrogativo a Dio è pienamente da me condiviso.  

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 LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia di chiaro intento sociale scritta dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio[5] intitolata “L’inquinamento”[6], sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

 

Forse, quando l’inquinante
all’aere duro involverà
tutto il suo cielo,
l’umana terra,
unico lustro fra i pianeti,
non potrà più vivere,
non ci sarà più vita:
e il sole non sparmierà
i suoi dardi infocati,
sulle umane genti
la sua collera piomberà;
per il suo agire insensato
le terrestri cose spariranno:
gli animali e le piante.
Sì ché dal nucleo si sprigioneranno
funeste vampe,
ché alla lava dei vulcani
non scemeranno
il funesto errare.

 

LS: Al di là dell’intento sociale, da meditare, vi è però in questi versi arcaici un’apocalittica visione del futuro, un pessimismo senza ombra di speranza, come un tunnel buio dal quale non si uscirà più. Funeste vampe, scrive l’autore, funesto errare, io aggiungo funesti versi. Il poeta anche se vede tutto scuro da qualche parte dovrà pur trovare almeno un barlume di luce, dove c’è l’ombra da qualche parte ci deve essere il sole o viceversa, se vede tutto nero allora vi è qualcosa nel suo “io” che sicuramente non vive in sincronia col resto del mondo.  

 

 

 LS: Nella poesia “Perdonateci”[7] individua l’animo ribelle che contraddistingue o che dovrebbe contraddistinguere il poeta: colui che non ha paura ed osa, colui che non si assoggetta alla norma e spesso “alza la voce”, ma egli è anche l’unico sensibile a cogliere le sottigliezze della realtà che lo circonda per costruire sogni e svelarli al lettore. Lei scrive, infatti:

 
Che razza strana
siamo noi poeti
specie che spesso va
controcorrente
volando verso cieli tersi
liberi
perdonateci
per questo nostro osare.

 

Perché il poeta sente il bisogno di inginocchiarsi e chiedere perdono per questo suo fare-osare che lo contraddistingue dalla massa? Perché parlando con il cuore in mano si finisce per dire la verità, anche quando essa può nuocere o infastidire?

 

LS: Il poeta resta sempre, e comunque, un po’ bambino anche se arriva ad un’età avanzata, purtroppo chi non ama la poesia, o addirittura la ignora, non potrà mai capire il dramma esistenziale che spesso è dentro a chi scrive, per fare un elementare paragone è come chi vive sempre in ottima salute non riesce a capire né a compenetrarsi, MAI, nelle sofferenze d’un malato. La corrente dell’umanità è sempre andata, e viaggia, alla conquista del denaro e della vita facile ed agiata. Ecco perché il poeta va spesso controcorrente, lui non scrive per denaro, mi riferisco alla quasi totalità, bensì per esternare i propri sentimenti d’amore, di voglia di serenità, di malessere, di dolore, e dunque è chiaro che non ha paura di ciò che possono pensare gli altri ed allora osa, chiedendo però perdono se magari questo suo modus operandi non è parzialmente o totalmente condiviso.   

 

 

 LS: Lei figura come membro di giuria nel Premio di Poesia “L’arte in versi” giunto quest’anno alla seconda edizione. Trovandosi a leggere e a valutare molti testi poetici e avendo quindi una panoramica generale delle varie tendenze ed espressioni poetiche, che cosa ne pensa del livello qualitativo della poesia che oggigiorno circola? Essere un poeta significa semplicemente scrivere un testo in versi?

LS: Ho letto e valutato centinaia di poesie anche in questo concorso. A parte poche eccezioni la maggior parte degli elaborati erano monotematici e presentavano rarissime originalità sia di stesura che contenutistiche. Chi scrive un testo poetico, a mio avviso, non può certamente essere considerato un poeta, non basta conoscere la metrica o mettere una parola sull’altra, che abbia o meno sonorità per potere essere considerato un poeta. La poesia è un’elevazione, è qualcosa che deve, una volta scritta, coinvolgere i fruitori, i recensori i quali se saranno colpiti emotivamente dai contenuti e dalla forma allora potranno apprezzarne e determinarne la validità. E’ seminare poesia che sarà poi raccolta come spunto per i posteri,  in mancanza vi è non solo  il vuoto assoluto ma assenza completa d’arte poetica.     

 

 

 LS: La città partenopea e la Campania in generale hanno dato i natali ad altri indiscussi poeti della seconda metà del Novecento e della nostra contemporaneità tra cui Ugo Piscopo, Antonio Spagnuolo, Tina Piccolo ed altri. E’ in contatto con alcuni di essi o con altri da me non citati e quanto è importante secondo Lei la collaborazione tra artisti?

LS: Conosco Ugo Piscopo di nome, con Antonio Spagnuolo vi è stato qualche volta, uno scambio di messaggi via e-mail. Con Tina Piccolo ho collaborato una sola volta essendo stato chiamato ad esprimere un mio giudizio su un concorso, da lei bandito, sulla poesia napoletana. Confesso che non credo nelle scuole di poesie, nessuna scuola potrà mai insegnare i sentimenti da esternare, potrà magari suggerire delle forme, più o meno innovative, ma io resto consolidato nella  mia opinione sull’unicità delle caratteristiche poetiche individuali e non credo nelle collaborazioni. Ben diverso è invece un testo musicale laddove sono spesso accettati dei coautori perché più idee potranno senz’altro migliorare il prodotto, rendendolo magari più  popolare, ma questo è naturalmente tutto un altro discorso.          

 

 

Napoli, 11 Luglio 2013

 

 

 

[1] Dario Bellezza, Poesie 1971-1996, Milano, Mondadori, 2002.

[2]Oliver Scharpf è nato a Lugano nel 1977. Premio Montale nel 1997 per le poesie inedite, poi pubblicate nell’antologia del premio da Scheiwiller. Diploma in scrittura drammaturgica alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. Ha scritto tre libri. Collabora con una rubrica bimensile per il settimanale Azione.

[3] AA.VV., Di soglia in soglia. Venti nuovi poeti della Svizzera italiana, a cura di Raffaella Castagnola e Luca Cignetti, Lugano / Lusone, Biblioteca Comunale di Lugano / Edizioni Le ricerche, 2008, p. 135.

[4] Franca Alaimo, La Recherche, 31-10-2011.

[5]Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974. Ha pubblicato la raccolta di poesie Per una strada (SBC Edizioni, 2009) e di aforismi Pensieri minimi e massime, (Photocity Edizioni, 2012). Ha curato l’antologia poetica Diphtycha. Anche questo foglio di vetro impazzito c’ispira (Photocity Edizioni, 2013). Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda. Collabora alla rivista di letteratura online Euterpe; ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori emergenti ed è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie. E’ membro di giuria nel Premio di Poesia “L’arte in versi”.

[6] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC, 2009, p. 14.

[7] Luciano Somma, Da Napoli con amore, Pozzuoli (NA), Photocity, 2013, p. 51.

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