10 Febbraio, il giorno della memoria: per non dimenticare le foibe

Oggi 10 Febbraio si celebra il ricordo per le vittime delle foibe.  Meno noti dei crimini del nazismo e del fascismo, l’internamento delle foibe fu un massacro e atto criminale d’inaudita violenza portato avanti dai comunisti fedeli al presidente jugoslavo Tito.  Non esistono stime attendibili delle reali perditi ma alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si aggirerebbero attorno ai 30.000 morti.

L’internamento nelle foibe (delle cave di pietra particolarmente pericolose e che si aprono nel sottofondo del suolo carsico, caratteristiche dell’Istria) riguardò una considerevole fetta della popolazione italiana delle zone dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia, durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale.

Le ragioni profonde dei massacri delle foibe risiedono nel nazionalismo italiano in Istria e nell’irredentismo che nacquero a seguito della perdita italiana di vari territori, a conclusione della prima guerra mondiale: l’Italia mantenne Zara e alcune isole ma perse l’intera regione della Dalmazia. La questione di Fiume venne risolta solo nel 1924 quando venne riannessa all’Italia.

Durante il ventennio fascista, il governo operò una vera e propria opera di italianizzazione dei territori balcanici nei quali convivevano varie minoranze etniche-religiose quali i croati e gli sloveni.  Nel 1941 l’Italia attaccò la Jugoslavia ed ottenne il dominio della Slovenia e della Dalmazia.

A seguito dell’armistizio italiano del’8 Settembre 1943, i comitati popolari di liberazione croati e slavi diedero vita a loro forme istituzionali, staccandosi dall’Italia prendendo vita alla Repubblica Indipendente di Croazia.

Le foibe erano dei baratri della roccia utilizzati per infossare e celare cadaveri degli oppositori politici e cittadini italiani che si opponevano alle idee politiche del partito comunista jugoslavo di Tito.

La questione delle foibe solo in tempi recenti è stata studiata con la debita attenzione. Mancano ancora delle stime accurate e precise sul reale numero delle vittime. Probabilmente non si riuscirà mai ad averlo dato che il governo jugoslavo si è sempre mostrato restio a collaborare in questo senso. Permangono atteggiamenti diversi e contrastanti ancora oggigiorno limitatamente alla questione delle foibe: sebbene l’interpretazione dominante sia quella che considera i comunisti jugoslavi e Tito i colpevoli, c’è qualcuno che tende ad adottare una tesi negazionista e, alcuni comunisti intransigenti, considerano il massacro delle foibe in maniera giustificazionista spiegandolo come conseguenza diretta dei crimini operati dai nazisti.  C’è dunque un continuo revisionismo storico su questi eventi tragici della storia europea.

Il tema è dunque di difficile trattazione, così come possono esserlo i crimini e le violenze naziste, staliniste e franchiste e ancora oggigiorno non permette di essere considerato sotto una luce unica. Che si tratti di crimini ideati e realizzati dall’ideologia comunista o che si tratti di crimini legittimati per rispondere alle violenze nazifasciste, le foibe restano una pagina nera della storia europea, che riguarda l’Italia molto da vicino.

Il giorno della memoria è stato pensato per ricordare chi soffrì, chi venne maltrattato, sfruttato, violentato, offeso nel corpo e nell’anima, minacciato, fucilato, assassinato e infoibato per la sua appartenenza geografica, religiosa e per la sua opposizione al regime. La giornata della memoria serve dunque a ricordare le vittime e non a riaprire contrasti tra ideologie opposte che non fanno altro che infamare doppiamente gli animi di chi vi trovò la morte.

 

Lorenzo Spurio

10-02-2011

In nome dell’amore di Melissa Panarello

In nome dell’amore (2006) di Melissa Panarello è un testo breve, di appena quaranta pagine, scritto sotto forma di una lunga lettera di risposta e di critica che fa all’eminente cardinale Camillo Ruini. La Panarello, principalmente nota per il suo romanzo Melissa P. – 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire (2003), che ha dato origine a critiche molto dure ma che dall’altra parte ha avuto un grande successo[1], utilizza un linguaggio semplice, fresco, accessibile a tutti e spigliato nel confutare le tesi e le critiche mosse dal presidente della Cei.

I temi cari alla Chiesa che il cardinale Ruini rappresenta vengono qui discussi, analizzati e snocciolati in maniera molto rigorosa, secondo un punto di vista estremamente diverso da quello del porporato. La Panarello parla della necessità della liberalizzazione dei costumi sessuali, dell’aborto e di questioni che sono d’oggetto d’interesse della società, causando spesso divari ed alterchi tra coloro che si professano i difensori della vita (gli antiabortisti) e coloro che invece prediligono nuove norme nella società che diano più ampio spazio ai giovani, alla liberalizzazione dei costumi e che sottolineino la libertà di scelta.

La materia è difficile da trattare. Contrariamente a ciò la Panarello scrive in maniera lucida e di getto come se stesse descrivendo una qualsiasi scena da romanzo rosa. In ballo ci sono questioni d’attualità importanti e che la Panarello considera di promozione sociale e culturale.

La Panarello esordisce con il ricordo di due giovani adolescenti in cui una ragazza rimane incinta dopo un rapporto sessuale incauto, senza precauzioni. La ragazza capisce di aver sbagliato ma non vuole tenere il bambino, vorrebbe interrompere la gravidanza. La bigotta madre di lei, ligia alla morale, forza la ragazza a tenere il figlio, che poi si rivela essere due gemelli. Secondo la Panarello la decisione della madre della giovane (conforme all’idea della Chiesa) non è altro che egoista e presuntuosa poiché – dice la Panarello- è nella natura dei giovani, nella fase adolescenziale commettere degli errori. La Panarello vede dunque nell’aborto una via di scelta che bisogna considerare e che dovrebbe essere legalmente garantita.

La mittente della lunga missiva rigetta al cardinal Ruini e alla Chiesa in generale le accuse dei pro-abortisti di fomentare la cultura della morte, termine che lei utilizza per riferirsi a chi commissiona le varie guerre che invece vengono combattute nel mondo, legittimate dagli stati e le cui vittime la Chiesa celebra solennemente e con riconoscenza:

Le guerre e le pene disumane sono un inno alla morte, non l’aborto.[2]

Non solo. La Panarello va oltre e contesta nuovamente la Chiesa che aborre i sistemi di contraccezione. Sostiene che se questi venissero riconosciuti e permessi, si limiterebbero gli aborti oltre che si limiterebbe la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Non cela la sua disapprovazione e indignazione di fronte al fatto che l’Italia sia un paese prevalentemente cattolico e nel quale la Chiesa abbia un potere molto forte, addirittura al di sopra della politica. A questo riguardo scrive:

La mia indignazione va verso il governo e lo Stato italiano che hanno permesso che la Chiesa fosse quasi la sola a occuparsi di una questione che avrebbe dovuto riguardare solo gli elettori e lo Stato stesso.[3]

La Panarello sembra avere il diavolo in corpo in questa lunga lettera accorata e animosa al cardinale Ruini nella quale gli pone una serie di domande consecutive, quasi a incitare una risposta che, secondo la natura della lettera, chiaramente non c’è. Parla anche del matrimonio e si chiede se in effetti le nozze possano rappresentare la celebrazione dell’amore e dopo vari ricordi che la riguardano conclude di no. L’atea Panarello piuttosto che di matrimonio preferisce parlare di contratto o di momento di festa con i parenti nel quale quest’ultimi sono solo interessati al banchetto, ossia all’elemento ludico.

La Panarello è un fiume in piena. Non ne risparmia nessuna al cardinal Ruini e alla Chiesa. Lo fa in maniera diretta, semplice, elegante e critica. Difende il divorzio, sostiene le coppie di fatto e le coppie che preferiscono convivere e donarsi il loro amore senza dover necessariamente ufficializzare l’unione, parla della difficile questione delle adozioni e delle varie leggi che spesso la rendono irraggiungibile. Appoggia l’omosessualità: gli omosessuali –dice la Panarello- pur non potendo trasmettere la specie umana- sono in grado di amarsi e Dio dovrebbe essere contento di loro perché conoscono che cosa sia l’amore.

La Panarello parla poi a lungo della sua iniziazione al sesso, parlando dei suoi primi rapporti mossi da un desiderio di conoscenza e di curiosità e non dall’amore. Individua delle fasi successive della sua scoperta del sesso che corona nell’equazione sesso uguale amore. Le domande per il cardinale Ruini continuano ad abbondare e nell’ultima parte della lettera la Panarello affronta temi caldi per la Chiesa: la masturbazione, la pornografia e si dice chiaramente incredula di fronte al giuramento di castità dei prelati.

È facile capire che a questa lunga lettera ricca di domande il cardinale Ruini non abbia risposto in maniera diretta. Dall’altra parte le risposte, le decisioni della Chiesa sono visibili a tutti seguendo l’atteggiamento e la condotta che la stessa prescrive al clero.  La Panarello sa che forse la sua missiva non verrà letta o che, se verrà letta, non contribuirà a cambiare le sorti del nostro paese per le questioni da lei descritte. Si fa semplicemente portavoce di una grande fetta del nostro paese (sia credente che atea) che pensa le sue stesse cose e che vorrebbe che la Chiesa si modernizzasse e si mostrasse al passo coi tempi, garantendo le libertà sessuali necessarie.

Il titolo del testo a questo punto credo che voglia significare proprio questo: “In nome dell’amore”  invece della formula cattolica “In nome di Dio”; la Panarello,atea e agnostica, pone l’amore (omosessuale, eterosessuale, lesbico, autoerotismo) al vertice di tutto, rimpiazzando la posizione piramidale di Dio.

Non ci sono conclusioni o considerazioni finali su questo testo, si tratta di un ampio working in progress, che potrebbe essere incrementato da nuove esperienze o racconti. Si tratta semplicemente di un’immagine del nostro paese nel quale viviamo e che è dominato da una serie di dubbi, incomprensioni e ingiustizie che la Panarello sembra voler riassumere attraverso una delle sue numerose domande:

Perché la Chiesa si ostina, in tanti campi, a vivere in un mondo parallelo ignorando ciò che accade nel nostro?[4]

 

LORENZO SPURIO

08-02-2011

 


[1] Il grande successo di questo romanzo fu dovuto anche alla realizzazione filmica dello stesso (Melissa P., regia di Luca Guadagnino, 2005).

[2] Melissa Panarello, In nome dell’amore, Roma, Fazi, 2006.

[3] Melissa Panarello, In nome dell’amore, Roma, Fazi, 2006.

[4] Melissa Panarello, In nome dell’amore, Roma, Fazi, 2006.

Paese che vai, dittatura che trovi

I recenti disordini scoppiati in Egitto contro il governo del presidente Hosni Mubarak stanno mettendo in ginocchio il paese. Le masse stanno protestando contro il presidente e chiedendo le sue dimissioni ma il rais è apparso in un discorso alla televisione annunciando che non si dimetterà ma che eviterà di candidarsi alla prossime elezioni previste per Settembre. Agli egiziani non basta. La gran parte degli abitanti chiede a Mubarak di abbandonare il governo e il paese anche se, sono comparsi nutriti gruppi di persone a sostegno del presidente. La rivolta in Egitto, che rischia di assumere la piega di una vera e propria guerra civile, pone dubbi ed incertezza per il benessere di tutti i paesi arabi africani, in primo luogo i paesi africani mediterranei e, essendo l’Egitto uno dei principali paesi arabi moderati e portavoce dell’unione araba, rischia di minare anche i difficili rapporti arabo-israeliani in Palestina. Una rivolta di questo tipo ha dunque la forza di poter riscrivere non solo le nuove aree geopolitiche ma anche il riaccendersi di fiammate fondamentaliste di impronta islamista.

Se si analizza da vicino la situazione politica e l’effettivo grado di democraticità dei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo la questione è abbastanza complessa e preoccupante e, in una certa misura, ricalca le problematiche che ora stanno manifestandosi con inaudita violenza in Egitto.

TUNISIA: La rivolta egiziana è secondo molti scoppiata in seguito alla crisi tunisina causata dall’eccessivo aumento dei prezzi di beni di prima necessità che ha portato alle dimissioni e alla fuga del presidente, Zine El-Abidine Ben Ali in carica dal 1987. Dopo ventiquattro anni di dittatura il presidente è stato scacciato dal suo popolo il 14 Gennaio 2011. Il presidente è fuggito all’estero in un posto a tutt’ora misterioso.

 


ALGERIA: Il presidente Abdelaziz Bouteflika è in carica dal 1999 e nel 2004 ha inaugurato il suo secondo mandato. Il presidente, eletto con l’appoggio delle frange militari, ha spesso utilizzato le armi per contrastare le rivendicazioni della popolazione della Cabilia (dell’Algeria). Noti restano i disordini tra la popolazione e l’esercito noti come “primavera nera” del 2001.

 


LIBIA: Il colonnello Muammar Gheddafi, il leone del Mediterraneo, è in carica dal 1969, anno della rivoluzione libica da lui guidata. Nel 1969 il colonnello, assieme a un nutrito gruppo di militari, depose Re Idris; la monarchia venne abolita e Gheddafi divenne dittatore con poteri assoluti. Antioccidentale e antiamericano il rais finanziò organizzazioni criminali come l’Olp di Yasser Arafat e gruppi armati come l’Ira (Irlanda). In anni più recenti Gheddafi si è aperto all’Occidente, all’Europa e agli Usa. Tuttavia il colonnello rimane un dittatore e nel paese molte delle libertà fondamentali non sono concesse.


EGITTO: Il paese a cui si faceva riferimento all’inizio di questo articolo. Il presidente Hosni Mubarak è in carica dal 1981, cioè da trenta anni.  Divenne presidente in seguito alla morte del presidente Sadat. Mubarak ha manifestato un temperamento orgoglioso e altezzoso durante la sua lunga carriera, è stato responsabile di vari accordi di pace tra arabi e palestinesi e portavoce del mondo arabo moderato. Si è però macchiato di corruzione e ha perso sostegni durante gli ultimi anni. Tali problemi si sono aggiunti alla sua attitudine di comportamento imperiale, alla restrizione di varie libertà e al tentativo di trasmettere i poteri al figlio in modo da istaurare una sorta di dittatura familiare. Le recenti rivolte della popolazione contro la politica economica e antidemocratica di Mubarak richiedono le sue dimissioni.


MAROCCO: In Marocco è presente una monarchia  retta da re Mohammed VI che è salito al trono nel 1999. Re Mohammed VI sembra essere un’eccezione nel panorama dei paesi africani mediterranei retti da dittature. Il re infatti si è progressivamente discostato dalla politica poliziesca e antidemocratica di suo padre, Re Hassan II. Sotto il suo regno il paese si è modernizzato, ha concesso maggiori libertà e va configurandosi come il paese più avanzato dell’intera Africa, secondo solo al Sudafrica.

Ovviamente in questo articolo si è brevemente parlato solamente dei dittatori dei paesi africani mediterranei. Se si allarga un po’ il discorso bisogna ricordare anche il presidente siriano Bashar Al-Asad (in carica dal 2000 e che ha ereditato la dittatura del padre, Hafiz Al-Asad), Ali Abdullah Saleh, presidente dello Yemen dal 1978 e il sultano Qabus dell’Oman (in carica dal 1970) solo per citarne alcuni.

Una sola conclusione a questo breve ma significativo excursus delle dittature dei paesi africani settentrionali: paese che vai, dittatura che trovi.

Lorenzo Spurio

03-02-2011

Shoah, il giorno della memoria

27 Gennaio 2011


Giorno della Shoah – Per non dimenticare


Sul sito internet del Corriere della sera è stato oggi riportata un’intervista in formato video della signora Liliana Segre che visse  i tragici eventi dell’occupazione e della violenza nazista e della deportazione in un lager tedesco. Si tratta di un frammento importante per ricordare questa giornata dedicata alla memoria e alla lotta all’oblio di intere pagine di storia europea e mondiale.

Link: http://video.corriere.it/liliana-segre-viaggio-auschwitz/81f4a1ae-2956-11e0-b732-00144f02aabc

Il plurilinguismo spagnolo

La situazione linguistica in Spagna è particolarmente complessa e variegata, a differenza di quanto accade in Italia. In Italia infatti l’utilizzo della lingua italiana è uno degli elementi che contraddistingue tutti i territori (le regioni, le province, i comuni) da Nord a Sud. La lingua ufficiale in Italia è ovviamente l’italiano, erede diretto dell’evoluzione della lingua latina che si è sviluppata in territorio italico. Le uniche variazioni linguistiche che possono essere riscontate in Italia si riferiscono ai dialetti ossia a parlate regionali o provinciali che spesso hanno alle loro spalle una vera e propria letteratura, grammatica e cultura. Si tratta però di dialetti, di parlate che vengono impiegate solamente nei rispettivi luoghi d’origine e che non vengono impiegati all’interno dell’insegnamento, all’interno della legge, della burocrazia etc. In tutti gli ambiti è l’italiano ad essere utilizzato (con le soli eccezioni della regione autonoma dell’Alto Adige o Sud Tirol nel quale si parla anche il tedesco; del ladino, parlato intorno alle vallate dolomitiche e il catalano parlato nella città sarda di Alghero).

In Spagna il panorama linguistico è molto più eterogeneo. E’ riconosciuta una lingua nazionale e altrettante lingue ufficiali (assieme alla lingua nazionale) nelle rispettive comunità autonome[1], una serie di dialectos, poi gli hablas (letteralmente significa ‘parlate’).

La lingua nazionale è lo spagnolo o castigliano (castellano) che è parlata in tutte le comunità autonome del Reino de España e nei paesi dell’America Latina con eccezione del Brasile dove invece è parlato il portoghese (variante brasiliana).

Alcune comunità autonome che vantano una loro distinta cultura, storia, letteratura godono di statuti di autonomia riconosciuti dal governo di Madrid all’interno dei quali viene riconosciuta lingua ufficiale oltre allo spagnolo, la rispettiva lingua nazionale (per nazione si intende la comunità autonoma). Questo accade in Catalogna, Galizia e nei Paesi Baschi.

In Catalogna (spagnolo: Cataluña; catalano: Catalunya) è lingua ufficiale e nazionale il catalano.  All’interno del catalano possono essere riscontrati vari dialetti catalani: – il catalano della Catalogna (Barcellona), – il catalano baleare (catalán mallorquín) parlato nelle isole Baleari; – il valenziano (spagnolo: valenciano; valenziano:valencià)[2] ossia un dialetto catalano parlato nella Comunidad Valenciana (Alicante, Valencia, Castellón).

Il Galizia è lingua ufficiale assieme al castigliano il gallego o galiziano, una lingua romanza di derivazione del gruppo linguistico galego-portogués e, proprio per questo, molto simile all’idioma portoghese contemporaneo.

Nei Paesi Baschi (Euskadi), comunità autonoma al confine con la Francia e il principato di Andorra, è parlato il basco (spagnolo: vascovascuence; basco: euskera), una lingua non romanza, né europea, di difficile collocazione all’interno dei ceppi linguistici. Si tratta di una lingua completamente aliena al castigliano e alle altre lingue romanze che è parlata nei Paesi Baschi e nella Comunidad Foral de Navarra.  Esistono sei grande varietà linguistiche del basco ma la forma standardizzata è il vasco batúa.


In aggiunta a queste lingue co-ufficiali, a queste lingue nazionali, esistono varie parlate abbastanza diffuse (dialectos) e alcune parlate molto radicante in piccoli spazi geografici (hablas). In maniera particolare va ricordato l’aranese (aranés) che è parlato nella Valle de Arán, nella provincia di Lérida in Catalogna. E’ lingua ufficiale in questo piccolo territorio e dal 2006 assieme al catalano è riconosciuta lingua ufficiale in Catalogna.

Le altre lingue parlate, definite come dialectos, ossia varianti delcastellano, non sono riconosciute come ufficiali da statuti ma vengono parlate nei rispettivi territori regionali. Esse sono:

–          l’aragonese (aragonés) parlato nelle zone pirenaiche, a nord della provincia di Aragón. Si tratta di una lingua con pochi parlanti.

–          L’asturo-leonese (asturleonés) che viene definito:

1.      Asturiano (asturianobable) nelle Asturie;

2.      Leonese (leonés) nelle province di León e Zamora;

3.      Mirandese (mirandés) nella zona portoghese di Miranda do Douro;

4.      Castúo (o extremeño) nella comunità autonoma di Extremadura.

Numerosi sono i dialetti parlati in Spagna. Essi possono essere distinti in vari gruppi:

1-      Dialetti castigliani settentrionali: dialetti parlati nella metà superiore della Spagna, in Cantabria e nella zona di Ávila, Cuenca e delimitati ad est dall’aragonese e dal catalano e ad ovest dall’asturoleonese.

2-      Dialetti andalusi (meridionali): in Andalusia (Huelva, Granada, Cordoba, Siviglia, Cadice, Malaga, Jaén, Almería).

3-      Dialetti canari: nelle isole Canarie.

4-      Dialetti murciani (della Comunidad autónoma de Murcia): Murcia, Alicante, Albacete.

Con hablas si intendono invece delle parlate dialettali-gergali molto radicate in piccoli spazi geografici, prevalentemente diffusi in aree campestri. Sono, in altre parole delle varianti dei dialetti, diffusi in particolari e ristretti ambiti geografici: «El habla es la utilización que cada uno de los cablante hace de su lengua. Se trata, por tanto, de un acto concreto e individual. Las lenguas, por el contrario (y los dialectos también) son fenómenos socials y generals, colectivos, propios de los grupos que los utilizan. Cuando hay ciertas características communes en un lugar concreto (pueblo, valle) sin llegar a la categoría de dialecto, se las considera hablas locales.» In base a questa definizione è facile capire che sono numerosi e diversissimi gli hablas in Spagna e non avrebbe senso citarli o fare una lista, che rischierebbe per essere sempre frammentaria e approssimativa.


Il 19 Gennaio 2011 il presidente del consiglio José Luis Rodríguez Zapatero in Senato, dopo il voto favorevole dell’assemblea alla riforma dello statuto di autonomia dell’Extremadura ha difeso pubblicamente le varie lingue nazionali e co-ufficiali: il catalano, il gallego, il basco e il valenziano. In riferimento alle lamentele del PP che considera una spesa eccessiva le traduzioni in simultanea per i senatori che utilizzano le varie lingue nazionali durante le sedute, Zapatero ha difeso il plurilinguismo e ha sostenuto «son todas ellas lenguas españolas».

Il sistema di traduzione in simultanea utilizzato al Senato durante le sedute plenarie costa alla Spagna 12.000 euro per ogni sessione e 350.000 euro all’anno, soldi che secondo il PP potrebbero essere risparmiati togliendo le traduzioni in simultanea e utilizzando la lingua nazionale, il castigliano.  Non solo, i membri del PSOE hanno avanzato l’idea che la stessa procedura possa essere impiegata anche alla Cámara Alta, al Congreso ma José Antonio Alonso, portavoce del PSOE al Congreso de los Diputados ha sostenuto «En el Congreso hay que hablar la lengua común, que es el castellano

José Antonio Monago, presidente del PP per l’Extremadura, ha attaccato il presidente Zapatero e il PSOE sostenendo che avrebbe fatto il suo discorso direttamente nella sua lingua regionale, l’extremeño. Lo ha detto in tono provocatorio in quanto l’extremeño non è una lingua nazionale co-ufficiale al pari di catalano, basco, gallego  ma solamente un dialetto regionale. Monago ha esordito dicendo:  «Me van a permitir que les hable en extremeño, que es el lenguaje de mi tierra, pero realmente me van a entender porque no hacen falta instrumentos para que compartamos este idioma».

La questione linguistica in Spagna, particolarmente eterogenea e vasta, spesso portatrice di istanze indipendentiste e di motivi separatisti dal centralismo governativo di Madrid, mostra come sia complicata. Se da una parte il PSOE si fa garante del riconoscimento delle varie lingue nazionali co-ufficiali in Senato, il PP evidenzia quanto questo in realtà non finisca per significare una grande spesa di denaro che potrebbe essere evitata esortando ciascun senatore di qualsiasi comunità autonoma ad utilizzare la lingua nazionale, il castigliano.


Lorenzo Spurio

20  Gennaio 2011




[1] La comunità autonoma (comunidad autónoma) è l’espressione spagnola per definire un’entità territoriale abbastanza estesa che corrisponde grossomodo alle regioni italiane o ai Länd tedeschi. Le comunidad autónomas spagnole godono di un loro statuto che prevede una serie di autonomie e responsabilità, similmente alle regioni a statuto speciale in Italia.

[2] Per quanto concerne il valenziano (spagnolo: valenciano, valenziano: valencà) la questione è abbastanza complessa perché, a differenza del catalano, gallego e basco, non è riconosciuta come lingua co-ufficiale nella Comunidad Valenciana. L’oggetto della disputa risiede nel fatto che molti studiosi fanno derivare il valenziano direttamente al catalano e rappresenterebbe quindi una variante del catalano parlato in Catalogna. Secondo altri, soprattutto nazionalisti valenziani invece il valenziano sarebbe indipendente dal catalano, sarebbe una lingua indipendente. Il blaverismo (valenciano: blaverisme) è un movimento politico del nazionalismo valenziano nato come reazione contro la corrente pancatalana durante la transizione democratica (1975-1978). Solo nel 2001 venne creata la Academia Valenciana de la Lengua (AVL), unica autorità linguistica ufficiale della lingua valenziana che non deve essere considerata un’istituzione inferiore all’Institut d’Estudis Catalans (IEC).

L’ottava regina. La regina Mab.

Non sosterrò niente di nuovo e sensazionale nel dire che al mondo, oggigiorno, vivono e regnano ben sette regine. Questo non significa che ci siano altrettanti re. Infatti, solo in alcuni paesi (secondo una determinata costituzione) la moglie del re diventa automaticamente regina e il marito della regina diventa automaticamente re. In Inghilterra infatti questo non avviene. C’è la regina ma, almeno per il momento, non c’è nessun re. Con questo si capisce che le famiglie reali a noi contemporanee sono ben diverse dalle favolose famiglie reali descritte nelle fiabe dove ad un re corrisponde direttamente una regina e così via. Le diverse costituzioni nazionali stabiliscono leggi, norme e cavilli in base ai quali viene definito il particolar tipo di monarchia, le regole d’etichetta, la legge di successione al trono e gli emblemi del sovrano.La vecchia Europa detiene il primato delle monarchie e dunque anche la maggioranza delle teste coronate. In Europa vivono sei delle sette regine: la regina Elisabetta d’Inghilterra (n. 1926), la regina Margherita II di Danimarca (n. 1940), la regina Beatrice d’Olanda (n. 1938), la regina Sonja di Norvegia (n. 1937), la regina Sofia di Spagna (n. 1938) e la regina Silvia di Svezia (n. 1943). La settima è la regina Rania di Giordania (n. 1970), la più giovane tra le varie teste coronate a cui sin qui si è fatto riferimento.Con questo è facile concludere che nel mondo regnano sette regine, la gran parte delle quali è anche imparentata con le altre. In realtà non è esatto poiché esiste una ottava regina che è sempre stata onnipresente nel corso della storia ma al tempo stesso invisibile. Si tratta della regina Mab nota come la regina delle fate.

Il folklore anglosassone dedica una particolare attenzione al mondo fantastico e fiabesco del popolo delle fate, esseri di piccola dimensione e di ambo i sessi che vivono a contatto con la natura, dormendo all’interno dei fiori e che si manifestano per lo più di notte. Le fate incarnano dei comportamenti a nostro giudizio illogici ed irrazionali in cui l’uomo può evadere e viaggiare lasciandosi trasportare dagli eventi assurdi e divertenti che nel popolo delle fate avvengono. Si tratta di una dimensione fantastica, onirica, surreale, allucinata.Il nome della regina Mab viene fatto da Shakespeare in Romeo and Juliet nel passo di un monologo di Mercuzio, amico di Romeo (I atto, scena IV). La regina Mab, regina delle fate, viene descritta come essere molto ridotto a bordo del suo cocchio (che è un guscio di nocciola), tirato da una serie di piccole fate. Il cocchiere è una zanzara e il suo frustino è un ossicino di grillo. Questi elementi sottolineano la grande simbiosi tra il mondo delle fate e l’elemento naturale. Mercuzio richiama il nome della regina Mab per parlare del sogno: l’arrivo del sonno e l’addormentamento corrispondono all’arrivo delle fate.Le fate sono ampiamente richiamate all’interno di testi della letteratura seicentesca inglese, basti pensare al grande poema epico The Faerie Queene (La regina delle fate) scritto da Edmund Spenser nel 1590. Si tratta di un poema epico allegorico con il quale Spenser intendeva celebrare la dinastia Tudor e, in modo particolare la regina Elisabetta I descritta appunto come la regina delle fate.La regina Mab appare anche in The Entertainment at Althorp(1604) di Ben Jonson, Nymphidia (1627) di Michael Drayton e inQueen Mab: A Philosophical Poem (1813) di Percy Byshee Shelley.In A Midsummer Night’s Dream Shakespeare ci trasporta nei sottofondi di un bosco magico e incantato governato da Oberon e Titania, rispettivamente re e regina delle fate. Secondo alcuni critici Titania non sarebbe altro che la regina Mab, sebbene Shakespeare evita di chiamarla con il suo nome.Una breve ma significativa descrizione della regina Mab ci viene fornita da James Matthew Barrie, padre di Peter Pan nel testo Peter Pan in Kensington Gardens (1906) dove si parla molto dell’universo delle fate che popolano i giardini di Kensington di notte, dal momento di chiusura dei cancelli. La regina Mab vive in un fantastico e invisibile palazzo reale dei giardini di Kensington e possiede addirittura un palazzo d’inverno. A proposito delle case delle fate nel testo viene detto:

Quanto alle loro case, è inutile cercar di vederle, perché esse sono proprio il contrario delle nostre. Voi potete vedere le vostre case di giorno, ma non le potete più vedere nel buio. Ebbene, voi potete invece vedere le loro case nel buio, ma non le potete vedere di giorno, perché esse hanno il colore della notte ed io non so di nessuno che sia capace di veder la notte di giorno. Ciò tuttavia non significa che siano esse nere, perché anche la notte ha i suoi colori precisamente come il giorno, e più brillanti che questo. L’azzurro, il rosso, il verde delle case delle fate sono simili ai nostri con un lume di dietro. Il palazzo reale è costruito interamente di vetri multicolori, ed è la più graziosa residenza che si possa immaginare, se non che la regina qualche volta si lamenta perché la gente del popolo viene ogni poco a gettar delle occhiatine nell’interno per vedere che cosa essa sta facendo. Perché le fate, dovete sapere, sono persone assai curiose, e premono forte il naso contro il vetro per distinguere meglio, nel che sta la ragione del fatto che i loro nasi sono quasi sempre schiacciati.[1]

Barrie sottolinea che il comportamento delle fate, abbastanza stravagante, non è finalizzato a niente, a differenza delle occupazioni degli uomini:Una delle grandi differenze fra noi e le fate è che esse non fanno mai nulla di utile. Hanno sempre l’aria di gente affaccendata, che non ha un minuto di tempo da buttar via, ma se voi domandaste loro che cosa stanno facendo, non vi saprebbero dare risposta.

Due delle caratteristiche più note del popolo delle fate e che fuoriescono anche dal testo di Barrie è la loro completa simbiosi con l’elemento naturale (animali e alberi parlanti, boccioli di fiori, rami ondeggianti, animali che disquisiscono) e il fatto che sono instancabili ballerine. Proprio per questo nel folklore anglosassone si fa spesso riferimento a canti, ritornelli, ninnananne, musica e balli e girotondi di fate. Con un girotondo di fate si conclude l’opera A Midsummer Night’s Dream di Shakespeare.Dunque le regine al mondo non sono sette, ma otto. Mab è la regina onnipresente e invisibile che regna su di un popolo numeroso e potente, quello delle fate, che non è meno importante del popolo spagnolo o di quello svedese.

10 Gennaio 2010

Lorenzo Spurio

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[1] James Matthew Barrie, Peter Pan nei giardini di Kensington, versione italiana di F.C. Ageno, Firenze, R. Bemporad & Figlio Editori.

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