Così esco dal mondo: alcuni suicidi letterari. Incontro a Moie con il critico Lorenzo Spurio
Si terrà domenica 6 maggio alle 17:30 presso la Biblioteca “La Fornace” di Moie di Maiolati Spontini (AN) l’ultimo appuntamento del ciclo di eventi letterari “Cattivi dentro” nato attorno al recente volume saggistico di Lorenzo Spurio dal titolo “Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera”. In esso Spurio si è occupato di vari autori tra cui William Golding, Joseph Conrad, Charles Bukowski, Christine Angot, Ian McEwan e vari altri. Con tale opera il critico letterario jesino è risultato vincitore del prestigioso Premio Letterario Casentino per la sezione saggistica inedita “Veniero Scarselli” e in seguito pubblicato per i tipi della Helicon di Arezzo.
L’intera rassegna, organizzata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi e con il patrocinio morale del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona, dopo gli incontri dedicati all’infanzia e al bullismo, alla violenza sociale e alla devianza sessuale, volge al termine.
In questo ultimo incontro, parabola di chiusura di un percorso intessuto sui temi della violenza, del soggiogamento e della stortura in ambito familiare e sociale, Spurio proporrà un percorso dedicato ad alcuni casi letterari rilevanti per la tematica del suicidio.
Il critico proporrà un’analisi di alcune opere alle quali ha dedicato saggi, approfondimenti e studi che risultano interessanti, nelle loro dinamiche relazionali, in merito all’atto autolesionistico estremo. La trattazione, supportata da letture scelte di brani delle rispettive opere a cura della voce recitante, la nota performer recanatese Amneris Ulderigi, vedrà un’esposizione sulle opere teatrali “La casa de Bernarda Alba” di Federico Garcia Lorca (poeta e drammaturgo al quale Spurio è particolarmente legato e a cui ha dedicato studi e una plaquette poetica, “Tra gli aranci e la menta” pubblicata nel 2016 e risultata vincitrice in vari premi nazionali), “Il piccolo Eyolf” del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen famoso per opere quali “Casa di bambola” e “Hedda Gabler” che mise sotto analisi l’universo corrotto e ipocrita della borghesia. Spurio arriverà alla trattazione del tema del suicidio ponendo attenzione anche a un romanzo che divenne anche film e ben presto fu un caso letterario, “Il giardino delle vergini suicide” del greco-statunitense Jeffrey Eugenides. Verranno proiettati anche alcuni estratti dell’opera filmica, per la regia di Sofia Coppola. Da suicidio letterario, vale a dire a tema di varie costruzioni fittizie, all’atto estremo di darsi la morte in alcuni celebri intellettuali. Si accennerà al caso della modernista Virginia Woolf che nel 1941, nell’amata casa di campagna a Rodmell, decise di darsi la morte, annegandosi nell’Ouse.
Ad accompagnare l’autore del saggio ci saranno il poeta, scrittore e filosofo senigalliese Valtero Curzi e la scrittrice Elena Coppari (Direttrice della Biblioteca Comunale “Sara Iommi” di Agugliano) che interverranno ad ampliare alcuni aspetti del tema di riferimento nell’ottica di una più ampia considerazione dell’estremo gesto.
LeVoci della Luna sono fiere (e liete) di invitarvi all’evento dedicato alla giornata internazionale della donna, inscritto all’interno del programma della città di Sasso Marconi. Durante l’evento sarà presentato il numero 70della rivista de Le Voci della Lunadedicato al tema dell’8 marzo.
Donne e critica letteraria in Italia oggi
Un punto sulla critica letteraria di poesia prodotta da donne o su opere di donne in Italia oggi.
Letture e riflessioni sulla poesia delle donne, anche a partire dagli interventi del pubblico.
L’incontro si svolgerà sabato 3 marzo alle ore 16.00 presso la Sala Giorgi in via del mercato 13 aSasso Marconi.
Non si dovrebbe ricorrere a questi espedienti, se ci fosse parità e intesa cristallina tra i sessi, se gli esseri umani non vivessero anche di scontri, conflitti e soprusi legati proprio a quella differenza, se il potere non avesse preso e prendesse quasi sempre dimora presso una delle due parti. Ma così è, e allora eccoci a un altro 8 marzo, a un altro numero della nostra rivista dedicato esclusivamente alle donne: quelle che si occupano di poesia, scrivendola; quelle che la studiano dal punto di vista critico; quelle che sperimentano la scrittura a trecentosessanta gradi; quelle che, con uguale passione, fanno arte.
Il sogno di «Atelier», la nota rivista letteraria fondata da Giuliano Ladolfi nel 1996, non ha confini: dopo ventidue anni di vita cartacea, tre anni di «Atelier online», sul sito wwwatelierpoesia.it è disponibile il primo supplemento in inglese, a cura di Francesca Benocci, direttrice dei supplementi internazionali. Non si tratta di rincorrere mode esterofile, settore in cui l’Italia costituisce un modello pressoché irraggiungibile nel mondo, ma di diffondere anche all’estero un originale progetto di poesia e di ampliare il dibattito in altre zone del Pianeta al fine di arricchire le patrie lettere con contributi provenienti da ogni parte del globo e di arricchire il globo con le patrie lettere.
«Atelier» è e resterà un luogo di incontro tra coloro che credono nel valore umano della scrittura in versi. La redazione è composta da giovani studiosi che vivono in diverse parti del pianeta: Michele Bologna, Riccardo Canaletti, Anna Gadd Colombi, Angelo Nestore, Julian Peters, Matteo Pupillo, Meredith Paterson, Nicola Verderame.
Il primo numero si apre con un indice interattivo sui contenuti sullo sfondo di un mappamondo sul quale sono indicati i luoghi di lavoro degli autori. Segue l’editoriale del direttore Giuliano Ladolfi che indica gli obiettivi della nuova iniziativa («Atelier»: people-oriented poetry), quindi la presentazione del numero da parte di Francesca Benocci e una parte di un lungo saggio dello stesso Ladolfi di carattere estetico.
Angelo Nestore, in uno studio in spagnolo e inglese, parla dei festival della poesia in Spagna. Interviene quindi Julian Peters che presenta il resoconto, corredato da immagini, del suo viaggio in India. Segue la selezione di poesie di Mario De Santis, presentate da Giuliano Ladolfi e tradotte dalla direttrice editoriale. Chiude un saggio di Maredith Paterson dal titolo “Translating Sopuns: The OralitY of Ya-Wen Ho’s Poetry”: i tre poemi dello scrittore cinese sono corredati di simboli distintivi e della scritta “clic for audio” che consente di sentire l’audio di ciascun poema.
La parte grafica è curata da Francesca Benocci e da Francesco Teruggi.
Con il consenso del sig. Giuliano Ladolfi diamo pubblicazione per intero, nella parte che segue, all’editoriale da lui firmato per il prossimo numero dal titolo “«Atelier»: una poesia a misura d’uomo”, proponendolo prima in lingua originale e poi nella sua versione in lingua inglese.
Son l’aratro per solcare
Clemente Rebora, Frammento LXXII
La rivista «Atelier», trimestrale di poesia, critica e letteratura è nata nel 1996 su un preciso proposito estetico-filosofico.
«In tempi di solitudine e soffocante vaniloquio, di disaffezione e convulse trasformazioni, la nascita di una rivista di letteratura è insieme epilogo ed assunto, coinvolgimento nell’agonia di un ormai spento orizzonte poetico, ovvero di una determinata apertura di linguaggio sul magma dell’esistenza, e progetto (necessità, scommessa, urgenza) di una nuova, cioè rinnovata, modalità di chiedere sensatezza al mondo per il tramite della parola. È una risposta negativa, ma sofferta alla presunta morte della poesia, nella convinzione che muore una precisa pratica poetica, per lasciar spazio ad una differente coscienza creativa, tale da permettere la traduzione in forme inedite delle istanze che muovono da sempre una tradizione.
Il nostro appello è progetto di un luogo di ricerca e cernita, contro lo spreco verbale; un luogo di ascolto e sintesi nella deriva dei linguaggi. Niente di astratto: cerchiamo qui, in questo tempo disumano, voci di umanità, parole che siano schegge penetranti, testimonianze di un passaggio memorabile. C’è una fame repressa e incompresa di poesia, mossa da una fame immane di umanità: chi affonda lo sguardo nella miseria occultata dal delirio; chi sa attraversare compatente i luoghi in cui si mercanteggia la parola e la poesia s’impaluda e tradisce – premi, riviste, case editrici, giornali… –, non può non sentirla. Nessuna fuga verso un’apollinea terra promessa, dunque, perché uno stile, il particolare angolo di incidenza sul mondo dato alla parola, è sempre un’ipotesi di civiltà. E anche l’ironia e la finzione sono accessi “altri” al dramma della storia. Non crediamo nei facili profeti, nelle palingenesi millenaristiche, nei manifesti reboanti, ma nell’ascolto paziente, nella passione trasparente, nello scavo dell’acqua che smuove il terreno.
Un precedente numero della rivista “Atelier”
Non abbiamo la supponenza di crederci originali; sappiamo che l’originalità è fedeltà al destino di una tradizione. Sentiamo semplicemente la necessità di iniziare un lavoro, perché “chi non sceglie una tradizione si limita a subirla” (Fortini) e il destino non è un fatto personale (poesia come espressione di sé, chiusa concupiscenza), ma un orizzonte di significanza che si apre nel linguaggio (poesia come insorgenza di senso ed accesso all’essere, cioè particolare forma di comunicazione). Questo, dunque, il nostro intento: contribuire al progetto della nuova poesia, con umiltà e discrezione, con la povertà dei nostri mezzi, per offrire nudo, e perciò costruttivamente criticabile, l’entusiasmo delle idee. Pro-gettiamo: buttiamo oltre il guado le proposte lasciando al di qua i personalismi e i pregiudizi. Siamo cioè spregiudicati e allo stesso tempo disillusi, poiché un assunto non può che essere germinale e appassionato. Siamo pronti a svolte, ripensamenti, crisi, fallimenti e successi; potremo prendere abbagli, correggerci lungo il percorso: il nostro è un fare tentativo, sperimentale. Siamo fedeli al futuro.
Non cerchiamo, perciò, uno spazio “tra” le altre riviste per coltivare il nostro orticello di vanità. Vorremmo creare gruppi aperti, costruire camminamenti che uniscano ciò che a molti pare separato e incomunicabile, iniziare un viaggio “attraverso”, “dentro” tutti gli spazi già consolidatisi e nascenti, per rubare in ognuno di essi un germe, un’intuizione, un appello, per rintracciare ovunque i riverberi di quel destino che ci unisce, con la speranza, anzi, di percorrere il tratto “con” molti altri.
Un luogo di incontro e lavoro, ecco la nostra rivista: incontro fra cultura ufficiale e cultura reale, fra teoria e pratica, fra critica e poesia, fra tradizione e nuove proposte. Un luogo in cui la militanza (il futuro non si aspetta, si suscita) sposa la ricerca scientifica, poiché uno sguardo progettuale deve per sua natura coniugarsi con uno sguardo retrospettivo audace – ed urge, oggi, una rivisitazione globale del Novecento, manifestatosi ormai nella sua compiutezza. Non solo poesia perciò, dal momento che ogni pratica di scrittura va ripensata nel rapporto dialettico con le altre.
Ecco perché abbiamo scelto di chiamarci “Atelier”: siamo artigiani della parola, letterati che non temono di sporcarsi le mani per tracciare qualche sentiero. Siamo attenti alla pratica della poesia, alla concrezione di lingua e vita nella scrittura, attenti soprattutto al testo, ma senza affettazioni accademiche e sterili intellettualismi, perché solo qui si invera e misura una poetica. Atelier: un luogo accessibile, di incontro, di progettazione, non il laboratorio occulto dell’esteta, non una stanza di astrusi alambicchi. L’autenticità del nostro movente è indicata dalla fragilità di chi si pone senza maschere, forse persino dall’ingenuità che accompagna la genuinità di queste pagine dimesse, sempre provvisorie, sempre consapevolmente inadeguate alle intenzioni – sempre in tensione. (Qui, sia chiaro, parliamo impudicamente di quel fronte minore che si affaccia sulla letteratura, dolorosamente consapevoli che “la minima buona azione – come ricordava Jahier – vale la più bella poesia”).
Per tutte queste ragioni abbiamo bisogno di lettori forti, animati dalla nostra stessa fame di opere sapide di umanità, capaci anche di migliorarci con critiche e consigli, perchè sinceramente impegnati, con noi, nell’amorevole ricerca di un avamposto dove tentare, con gesti gravidi di poesia, di svegliare l’aurora » (Marco Merlin, Editoriale del n. 1, aprile 1996).
Durante quasi tutto il Novecento, infatti, la poesia si è limitata a dire «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (E. Montale) come prova che la cultura occidentale, secondo la profezia di Heidegger, è giunta al termine. Nell’ultima parte del ventesimo secolo alcuni segnali hanno indicato che il vertice della parabola discendente è stato raggiunto e che lentamente si stavano tracciando nuove vie. In quella fase storica e culturale la poesia era diventata “rivelazione” di quel doloroso transito e “testimonianza” della rinascita di un nuovo umanesimo.
«Atelier» in quel momento si era posta in ascolto dei segni “minimi” in un àmbito che, superando il puro fatto letterario, cercava di estendersi alla comprensione dell’intero periodo storico. In tale prospettiva aveva assunto significato particolare la duplice operazione di rileggere criticamente il passato e di dar voce a nuovi autori.
«Distruggi con attrezzi nunziali» consigliava René Char e «Atelier» si era proposta alla fine del secolo una rilettura della poesia italiana del Novecento secondo una visione critica che, superando un’analisi strutturalista e formalista incapace di comprendere la letteratura nelle sue molteplici valenze, considerava i testi come prodotto di un uomo colto nella concretezza storica, sociale e psichica, senza limitarsi a trattare di stili e di contenuti, ma affrontando anche in modo “audace” il problema della valutazione secondo una concezione estetica rivoluzionaria (cfr. Filologia, critica e antropologia letteraria, «Atelier», n. 5, marzo 1997).
Alla luce di una simile impostazione si è lavorato poi anche sulla recente poesia italiana mediante uno studio critico sistematico e mediante la presentazione di nuovi autori, nella convinzione che fosse necessario riscoprire il valore della “parola” perché tornasse a dire “ciò che siamo e ciò che vogliamo”. Si trattava però di una parola profondamente diversa da quella del poeta-vate, guida dei popoli, diversa dalla parola illuminatrice dei Decadenti, si trattava di una parola umile, che affannosamente cercava una piccola e provvisoria verità, un brandello di certezza destinato a essere superato da altre ricerche, una parola “umile”, che da questa umiltà traeva la sua consapevolezza e la sua missione etica.
La nostra prospettiva critica non poteva non suscitare dibattito all’interno della cultura italiana, pertanto, in conformità agli obiettivi originari, la rivista si era presentata come un vero e proprio “laboratorio” di idee, aperto a tutti coloro che sapessero presentare opere o riflessioni di valore. Lontani da ogni intento di consorterie o di interessi estranei alla letteratura, «Atelier» aprì un vero e proprio dibattito sulla condizione della poesia con tutti coloro che amavano la scrittura in versi.
E proprio nella prospettiva di una strenua attenzione all’attualità assunse significato l’obiettivo di valorizzare i giovani, la parte della società più sensibile ai cambiamenti. Non è un caso che uno dei due direttori, Marco Merlin, abbia iniziato con il sottoscritto questa avventura all’età di 23 anni e che abbiamo offerto spazio alla nuova generazione. E testimonianza dell’enorme interesse dedicato ai giovani è l’antologia L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta (1999) e La generazione entrante Poeti nati negli Anni Ottanta (2011), quest’ultima a cura di Matteo Fantuzzi.
Non è mancato uno sguardo alle letterature straniere, soprattutto dal 2014, quando è cambiata la direzione editoriale della pubblicazione cartacea, passata da Marco Merlin a Guido Mattia Gallerani, e quando Fabiano Alborghetti ha iniziato l’avventura di «Atelier online» (www.atelierpoesia.it), che presenta in rete testi di autori di tutto il mondo.
Con questa nuova iniziativa ci accingiamo ad affrontare una terza avventura: sotto la direzione di Francesca Benocci, la nostra rivista si apre in modo più determinato all’intero pianeta con il duplice obiettivo di diffondere anche all’estero il nostro progetto di poesia e di ampliare il dibattito in altre zone del pianeta al fine di arricchirci e di arricchire. La globalizzazione economica non sempre corrisponde a una globalizzazione culturale e troppo spesso persegue obiettivi finanziari, estranei agli intenti genuinamente letterari.
Per tali motivi vorremmo che «Atelier International» diventasse un luogo di “incontro” e di “confronto” mondiale, con il seguente programma:
Fondazione di un’estetica a misura d’uomo, capace di distinguere la filologia dalla critica letteraria;
Proposta di una poesia “a misura d’uomo”;
Studio della poesia contemporanea;
Motivate valutazioni di testi contemporanei senza sudditanza psicologica, audaci al punto di suscitare critiche con ricadute salutari;
Valorizzazione dei giovani e di autori di valore lasciati al margine dalla critica ufficiale;
Dibattiti su questioni “fondanti”;
Organizzazione di convegni, incontri, in ogni parte del pianeta;
Pubblicazione di testi di valore.
Oggi più che mai si avverte l’improrogabile bisogno di aprirsi a una dimensione mondiale e lo si avverte proprio perché la cultura occidentale è giunta al “suicidio” nella concezione nichilista dell’esistenza. La grande tradizione classica, cristiana, illuminista e romantica ha ceduto il passo al vuoto culturale, testimoniato dal Decadentismo e dal Novecento, per cui soltanto un innesto con altre tradizioni può costituire il farmaco in grado di rivitalizzare la cultura del nostro continente. E, se consideriamo che la nostra mentalità sta occupando l’intero pianeta, non può sfuggire come questa operazione presenti caratteri di urgenza.
Si tratta soltanto di un sogno? Nessuno pretende sconvolgere il mondo, vogliamo soltanto offrire il nostro contributo di pensiero e di lavoro secondo i versi di Clemente Rebora: «Son l’aratro per solcare / altri cosparga i semi, / altri èduchi gli steli, / altri vagheggi i fiori, / altri assapori i frutti».
Di seguito l’editoriale in lingua inglese:
«Atelier»: people-oriented poetry
Giuliano Ladolfi
Translated by Francesca Benocci
Son l’aratro per solcare
(I am the plough to dig)
Clemente Rebora, Fragment LXXII
«Atelier» magazine, a poetry, literature, and literary criticism quarterly, was born in 1996 from a precise aesthetic-philosophical resolution.
«In times of solitude and choking nonsense, of disaffection and convulsive transformations, the birth of a literary magazine is both an epilogue and an assumption, an involvement in the agony of an already dull poetic horizon, in other words of a determined openness of language on the magma of existence, and project (need, bet, urgence) of a new, that is renewed, modality of asking the world for sensibility through words. It is a negative, but pained, answer to the alleged death of poetry, in the conviction that a specific poetic practice is dying, to make space for a different creative consciousness, such to allow the translation of those instances that have forever moved a tradition into an unprecedented form.
Our project of a place of research and sorting, sifting verbal waste; a place of listening and synthesis in the drift of languages. Nothing abstract: we seek herein, in this inhuman time, voices of humanity, words that are penetrating slivers, testament to a memorable passage. There is a repressed and misunderstood hunger for poetry that arises from an enormous hunger for humanity: those who dip their sight in the misery effaced by delirium; who know how to commiseratingly cross those places in which words are bartered and poetry gets stuck in the mud and betrays – prizes, journals, magazines, publishing firms, newspapers -, cannot ignore it. No escape towards a Dionysian promised land, then, because a style, that peculiar angle of incidence on the world given to words, is always a hypothesis of civility. And even irony and fiction are “other” accesses to the story’s drama. We do not believe in easy prophets, in millenarian palingenesis, in rambling manifestos, but in the patient listening, in the transparent passion, in the digging of water that moves soil.
We do not have the hubris of believing ourselves unique; we know that uniqueness is fidelity to the destiny of a tradition. We simply feel the need of starting something, because “who does not choose a tradition can only endure it” (Fortini) and destiny is no personal matter (poetry as the expression of self, closed concupiscence), but a horizon of significance that opens into language (poetry as insurgence of sense and access to existence, that is a particular form of communication). This is, then, our intent: to contribute to the new poetry project, with humility and discretion, with the poverty of our means, to offer – naked, so potentially the object of constructive critique – the enthusiasm of ideas. We ‘project’: we throw our proposals across the ford, leaving on this side personalisms and prejudice. We are then both unbiased and disillusioned, since an assumption can only be germinal and passionate. We are ready for turning points, rethinking, crises, failures and successes; we might blunder, and correct ourselves along the way: our ‘doing’ is tentative, experimental. We are loyal to the the future.
Giuliano Ladolfi
We are thus not looking for a space “between” the other magazines to nurture our little garden of vanity. We would like to create open groups, builds paths that unite what many see as separate and incommunicable, begin a journey “through”, “inside” all those already consolidated or newborn spaces, to steal in each one of them a seed, an intuition, a plea, to track everywhere the reverberations of that destiny that unites us, with the hope, actually, of walking this stretch “with” many others.
Our magazine is space of encounter and work between official and real culture, theory and practice, critique and poetry, tradition and new proposals. A space in which activism (you cannot wait for the future, you have to cause it) joins scientific research, because a projectual gaze has to naturally conjugate with a daring retrospective one – and it is pressing, today, a global revisitation of the 20th century, that by now has manifested itself in its entirety. Not only poetry, then, since every writing practice has to be rethought in its dialectic relation with the others.
And that is why we decided to call ourselves “Atelier”: we are artisans of the word, literati that are not scared of getting their hands dirty to trace some paths. We are mindful of the practice of poetry, of the concept of language and life in writing, above all we are mindful of the text, but with no academic pretence and sterile intellectualism, because only here the poetic is made true and measured. Atelier: an accessible space, of encounter, of planning, not the occult laboratory of the aesthete, not a room of abstruse alembics. The authenticity of our motivations is suggested by the frailty of those who pose unmasked, maybe even by the naivety that accompanies the sincerity of these demure pages, always temporary, always consciously inadequate to the intentions – always in tension. (Here, to be clear, we shamelessly talk of that minor front that opens on literature, painfully conscious that “the smallest good deed – as Jahier reminds us – is worth the best poem”).
For all these reasons we need strong readers, animated by our same hunger for works tasty of humanness, also able to give critique and advice, because sincerely engaged, with us, in the loving search for an outpost from which to attempt, with gestures pregnant with poetry, to awaken dawn» (Marco Merlin, Editorial of n. 1, April 1996).
During almost all of the 20th century, as a matter of fact, poetry has limited itself to saying «what we are not, what we want not» (E. Montale) as proof that the Western culture, as predicted by Heidegger, has come to its end. In the last part of the century some signs indicated that the vertex of the descending parabola had been reached and that new ways were slowly being drawn. In that historical and cultural phase poetry had become “revelation” of that painful shifting and “testimony” of the rebirth of a new Humanism.
«Atelier» at the time tuned itself into listening to the “minimal” signs of an environment that, superseding the pure literary fact, was striving to extend to the comprehension of the historical moment in its entirety. In that perspective, the double operation of critically re-reading the past and giving voice to new authors was of paramount importance.
Un precedente numero della rivista “Atelier”
«Destroy with nuptial tools» René Char advised, and «Atelier» proposed itself, at the end of the century, a re-reading of ‘900’s Italian poetry according to a critical vision that, overcoming a structuralist and formalist analysis unable to encompass literature in its multifaceted significances, considered texts as the product of an educated man in historical, social, and psychic concreteness, without the limitation of having to deal with style and content, but also “boldly” facing the problem of the evaluation according to a revolutionary aesthetic conception (see Filologia, critica e antropologia letteraria, «Atelier», n. 5, March 1997).
In light of a similar configuration we have also worked on recent Italian poetry by mean of a systematic critical study and the launch of new authors, with the belief that a rediscovery of the worth of the “word” was necessary, for it to go back to saying “what we are and what we want”. It was, though, a very different word from that of the poet-prophet, guide of the people, different from the illuminating word of the Decadents; it was a humble word, that was frantically seeking a small, temporary truth, a shred of certainty destined to be superseded by further research, a “humble” word, that from this humility drew its awareness and its ethical mission.
Our critical perspective could not fail to raise a debate in Italian culture, therefore, in conformity with the original objectives, the magazine presented itself as a true and proper “workshop” of ideas, open to all those who had valuable work or reflections to offer. Far from any aim at a clique or at interests other than literature, «Atelier» opened a real debate on the condition of poetry with all the lovers of verse writing.
And precisely in this perspective of a strenuous attention to modernity, the objective of promoting the young – that part of society more sensitive to change – acquired its meaning. It is not accidental that one of the two directors, Marco Merlin, started this adventure with yours truly at the age of 23, and that we granted space to the new generation. And testimony to the huge interest in the young is the anthology L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta (1999) and La generazione entrante Poeti nati negli Anni Ottanta (2011), this last edited by Matteo Fantuzzi.
Foreign literature has not been neglected, either, especially since 2014, when the editorial direction of our paper issue shifted from Marco Merlin to Guido Mattia Gallerani, and when Fabiano Alborghetti started the «Atelier online» adventure (www.atelierpoesia.it), which represents texts by authors worldwide, in Italian translation.
With this new initiative we are preparing ourselves for a third adventure: under Francesca Benocci’s direction, our magazine opens in a much more determined way to the whole planet with the aim of enriching us and everybody else. Economic globalisation does not always correspond to a globalisation of culture and too often it pursues a monetary aim, alien to genuinely literary intentions.
For these reasons we would like «Atelier International» to become a space of global “encounter” and “exchange”, with the following programme:
a) Establishment of a people-oriented aesthetic, able to distinguish philology from literary criticism;
b) Proposal of a “people-oriented” poetry;
c) Study of contemporary poetry;
d) Motivated evaluations of contemporary texts without any psychological subjection, daring to the point of becoming criticism with healthy repercussions;
e) Promotion of the young and of valuable authors left on the sidelines by official critique;
f) Debate on “core” matters;
g) Organisation of conferences, meetings, all over the world;
h) Publication of valuable texts.
Today more than ever one feels the undelayable need of opening up to a global dimension and it is perceived precisely because Western culture has come to its “suicide” in the nihilistic conception of existence. The great Classic, Christian, Illuminist, and Romantic tradition has given way to cultural void, testified by Decadentism and 1900, therefore only a graft with other traditions can constitute the medicine able to revitalise our continent’s culture. And, if we consider that our mentality is occupying the whole planet, it cannot be missed how this operations presents a characteristic urgency.
Is it just a dream? Nobody wants to turn the world upside down, we only want to offer our contribution of thought and work, along the lines of Clemente Rebora’s verse: «Son l’aratro per solcare / altri cosparga i semi, / altri èduchi gli steli, / altri vagheggi i fiori, / altri assapori i frutti». («I am the plough to dig / others scatter the seeds, / others bring up the stems,/ others admire the blooms, others savour the fruits»).
Si pubblica su questo spazio online l’editoriale del prossimo numero di “Atelier” firmato da Giuliano Ladolfi dietro sua richiesta e concessione senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. Parimenti, con le medesime condizioni, si riporta il testo integrale dell’editoriale in lingua inglese tradotto da Francesca Benocci.
Sabato 24 febbraio alle ore 17:30 presso la Biblioteca La Fornace di Moie di Maiolati Spontini (AN) con il Patrocinio del Comune di Jesi e della Provincia di Ancona si terrà il primo appuntamento del ciclo di eventi letterari attorno al recente saggio Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere della letteratura straniera […]
Non avrei mai potuto immaginare che il poeta siciliano Emanuele Marcuccio potesse cimentarsi anche con il dramma epico: un genere letterario sui generis, desueto e poco diffuso nella letteratura contemporanea. Marcuccio, noto poeta palermitano, ci consegna un’opera unica, incredibile, un affresco pittoresco di una civiltà a cavallo tra mito e realtà e come osserva acutamente il prefatore Lorenzo Spurio, “La materia utilizzata da Marcuccio è in parte storica e in parte fantastica, tanto che potremmo dire leggendaria”.
L’ambientazione è l’isola di Islanda del IX secolo d.C. dove si narra la vicenda umana e leggendaria del condottiero norvegese Ingólf Arnarson e dove l’ambientazione storica e suggestiva di sapore “fiabesco” è il pretesto per narrare una storia fantastica. Impossibile raccontare gli infiniti episodi, le vicende incalzanti di questo dramma; il tutto mescolato sapientemente da Marcuccio ai topos dell’epica germanica, e dove il protagonista rivela la sua virilità di eroe solitario, tradito dai suoi stessi compagni ma che assolve a una missione indicatagli dal fato.
La più antica epica medievale, nata in età pregermanica, cui il poeta attinge nella creazione dei suoi personaggi ed episodi, conserva ancora i caratteri dell’epopea greco-romana (basti pensare alle vicende di Sigfrido). E i modelli classici sono sempre alla base dell’ispirazione letteraria di Marcuccio. Ricordiamo i caratteri riguardo alla narrazione del “meraviglioso”, popolato da draghi, nani, streghe, divinità pagane, duelli, combattimenti che intervengono nelle vicende umane, oltre a conservare dell’epica classica il pathos di fatale predestinazione dell’eroe protagonista.
Ma è la fervida immaginazione del poeta, oserei dire, di sapore “salgariano” che evidenzia uno stile asciutto e vigoroso come insegna la lezione dello scrittore veronese, autore dell’indimenticabile ciclo malese e che ha fatto sognare generazioni di adolescenti e non. Sembrerebbe un accostamento azzardato, fuori luogo e poco pertinente. In effetti, come Emilio Salgàri viaggiava con la fantasia e nello stesso tempo si documentava minuziosamente prima di scrivere un romanzo delineando i suoi personaggi, frutto di pura invenzione, inseriti in un accurato contesto storico e che hanno sempre incarnato ideali di libertà, giustizia, indipendenza, così l’opera di Marcuccio affonda le radici non solo in un solido retroterra culturale di matrice classicheggiante ma mescola sapientemente episodi, personaggi leggendari con dovizia di particolari descrittivi tali da rendere vivo, attuale e “palpitante” il suo dramma epico, rinvigorendo ancor di più quegli ideali di libertà, giustizia e indipendenza, cari a tutti i popoli. Non più un dramma epico calato nella lontana e remota isola di Islanda del IX secolo d.C. ma quasi una metafora di una “meta-realtà”, una sorta di tentativo di riscatto dell’umanità intera da ogni forma di colonizzazione e soggiogamento fisico e morale. Un monito nei confronti dell’umanità intera nell’acquisizione di una nuova e moderna coscienza, senza mai dimenticare le proprie radici e la propria identità.
E in un’epoca cibernetica come la nostra popolata purtroppo non da fate, folletti e draghi ma da istrioni e demagoghi, “soloni” della cultura e dispensatori di false immagini patinate, ecco che il dramma epico Ingólf Arnarson potrà aiutarci a sognare l’ “isola che non c’e”.
MICHELE MIANO
Milano, 15 settembre 2017
L’autore della recensione ha dichiarato, sotto la sua unica responsabilità, di essere l’unico proprietario dei diritti sul testo e che la pubblicazione sul blog è consentita dietro sua autorizzazione. La pubblicazione del testo – in forma integrale o di stralci – non è permessa, in assenza del permesso dell’autore. Il gestore del blog è sollevato da eventuali casi di plagio o furbeschi copia-in-colla non autorizzati.
La nuova presentazione del ricco volume antologico curato dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi, interamente dedicato al mar Adriatico, si terrà il 16 dicembre a partire dalle ore 17 presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (Via del Campo Sportivo). In collaborazione con il Centro Sociale Adriatico, l’evento sarà imperniato sulla presentazione […]
L.S.: In quale città/zona dell’Albania sei nata e vissuta? Puoi raccontarci qualche episodio della tua infanzia?
I.K.: Sono nata a Tirana ma ho passato l’infanzia a Elbasan, una città situata nella zona centrale del paese. I ricordi dell’infanzia, anche se priva di tanti giochi e gioie, sono sempre coperti da un velo di nostalgia. Ricordo gli attimi in cui salivo sul palcoscenico a cantare, le domeniche quando le donne pulivano il cortile e la polvere copriva tutto, anche i nostri pensieri, le passeggiate nella via principale costeggiata dagli alberi vicino ai marciapiedi. Provo ancora una specie di ansia quando mi vengono in mente le corse che facevamo per rifugiarci nel tunnel sotterraneo davanti al palazzo per proteggerci “dall’attacco nemico”. Erano simulazioni che venivano fatte per simulare un’eventuale invasione: momenti difficili che incutevano angoscia e paura. Sentivamo la sirena dell’allarme a qualsiasi ora della notte. Ci alzavamo di fretta, i nostri genitori ci preparavano, ci vestivano come delle bambole. Eravamo addormentati e terrorizzati, ma non c’era tempo di fare domande perché dovevamo scendere velocemente. Il volume della sirena era forte ed era minacciosa, come se appartenesse a un’altra epoca. Sento ancora oggi il velocizzarsi dei battiti cardiaci di quella bambina spaventata che ero, che fissava con occhi spalancati scene reali e irreali al tempo stesso, che la circondavano.
L.S.: Che ricordo hai del tuo paese?
I.K.: Ricordi vividi e altri sfocati. Non dimentico ore e giorni interi passati al buio per la mancanza dell’energia elettrica. Il festeggiamento del Capodanno al freddo, sotto la tenue luce della candela, il terrore di vedere per strada persone armate con kalashnikov che sparavano all’impazzata, le notti passate in bianco a causa dagli spari che mi uccidevano la serenità, la preoccupazione e la tristezza negli occhi dei miei genitori mentre invecchiavo anch’io con loro.
Irma Kurti
L.S.: Come era la vita durante la dittatura comunista di Hoxha?
I.K.: Una vita non vissuta direttamente, in prima linea, ma dettata dagli altri che ti infondevano perfino i pensieri. Eravamo soltanto degli automi in un sistema che ci aveva rubato l’anima. Giorni colmi di demagogia. L’arte e la letteratura erano completamente politicizzate. Nei festival, per esempio, c’era l’obbligo di presentare canzoni dedicate al partito del lavoro e al suo leader. Ciò succedeva anche con le opere poetiche. Qualche anno fa ho trovato un block notes con delle poesie scritte per un pubblico infantile durante gli anni 1986-1990. In un verso c’era scritto: “Quando ci chiama la patria/siamo tutti i suoi soldati”. E in un altro: “Ogni giorno cresciamo felici/sotto il sole del Partito”.
L.S.: Quali restrizioni e negazioni hai sofferto principalmente?
I.K.: Ho fatto la scuola media superiore a Tirana perché nella città natale non c’era la scuola delle lingue straniere. Il primo anno ho vissuto al convitto, ma ho dovuto abbandonarlo perché le condizioni sanitarie erano scarse: non c’era acqua calda e la qualità del cibo era scadente. Mi ha ospitato mio zio. Dormivo poco, mi svegliavo alle tre o alle quattro di notte dalle voci della gente in coda per comprare latte, uova e yoghurt. A volte chiacchieravano semplicemente, altre discutevano a chi toccava per primo il turno. Quelle voci le sento ancora. Nella camera dove studiavo e mi svegliavo senza più riuscire a dormire, si è plasmato il mio carattere. Da ragazza vivace, alla quale piaceva scherzare, imitare amici o insegnanti davanti alla classe, che prendeva l’iniziativa, recitava e cantava sul palcoscenico, sono diventata timida, riservata e malinconica.
L.S.: Quando e perché sei giunta in Italia?
I.K.: Sono arrivata in Italia nel 2006. La procedura per ricevere il permesso di soggiorno sarebbe terminata l’anno dopo. In quel periodo a mia madre, che nel frattempo soggiornava a Bergamo, venne diagnosticata una malattia grave e così decisi di raggiungerla per starle vicino.
L.S.: Quali sono le immagini che più ti legano al tuo paese natale?
I.K.: L’immagine più cara è il nostro piccolo appartamento a Tirana. Lì respirano i ricordi e i sogni di quando eravamo una famiglia. Non c’erano luce, acqua, riscaldamento, ma avevamo l’uno e l’altra e quel grande affetto che ci aiutava a sopravvivere nelle situazioni difficili. Penso a quell’appartamento come a un essere umano. Quando piove, nevica o in un giorno normale il mio pensiero corre lì: “Si bagneranno i vetri, il balcone cadrà a pezzi dalla nostra mancanza?”.
L.S.: Quali spazi (mare, collina, etc.) hanno contraddistinto la tua infanzia/adolescenza e quale ricordo hai di essi?
I.K.: Un palazzo a forma di L mi suscita sempre una nostalgia indescrivibile. Lì, nell’angolo, dove si incontravano le due ali della L, si trovava il mio appartamento. Dietro l’edificio si estendeva un parco immenso dove giocavamo o passeggiavo con i miei. A volte provo il desiderio irrefrenabile di andare e bussare in tutte le porte dei vicini, ma temo l’assenza di quelli che non troverò: persone care che non potrò mai più riabbracciare, perché se ne sono andate per sempre. Non avevo giocattoli, non avevo una camera tutta mia, non avevamo televisore e quando l’abbiamo comprato guardavamo un solo canale; abbiamo vissuto con poche cose, con tante carenze, ma tenevamo le porte spalancate nel vero senso della parola. Entravamo senza bussare a casa dei vicini. Quella sensazione di farne parte di una grande famiglia non l’ho più provata e credo che non la proverò mai più nella vita.
L.S.: Torneresti a vivere in Albania?
I.K.: No. Solo le situazioni della vita dovessero riportarmi lì per qualche ragione.
L.S.: L’Albania di oggi è un paese vivibile? Che futuro intravedi?
I.K.: Conosco emigrati che sono tornati o che vogliono tornare al loro paese d’origine. Conosco italiani che amano l’Albania e hanno programmato di andare a vivere lì. Tante cose sono cambiate, ma altre sono ferme o si trascinano com’erano. Anche se sono passati ventisette anni dall’apertura delle frontiere, l’economia non si è sviluppata granché, c’è tanta povertà e il sogno di tante persone resta ancora quello di emigrare. Intravedo un’Albania invasa dai turisti, a ragione delle sue bellezze naturali e genuine ma anche per l’ospitalità e la cordialità della gente.
L.S.: Cosa c’è, nell’anima del popolo albanese, nel suo modo di fare, nel suo atteggiamento che ti manca e che non c’è nel popolo italiano?
I.K.: In Albania non esistono gli orari e, di conseguenza, neanche l’ansia perché si è in ritardo. La gente sta seduta per ore davanti a una tazza di caffè, il tempo non ha il valore che gli diamo in Italia e i giorni non sono così frenetici.
L.S.: Quando scrivesti la prima poesia e perché? Ricordi di quale testo si tratta?
I.K.: Avevo dieci anni quando scrissi la prima poesia. Quel giorno semplicemente “mi sono espressa” diversamente. La poesia era dentro di me. Mio papà faceva il medico ma era un amante della letteratura ed è stato lui a svegliare e coltivare in me la passione per la scrittura. Si trattava di una poesia dedicata ai bambini felici, come noi pensavamo di essere.
L.S.: Quando iniziasti a scrivere poesie e poi a pubblicarle, nel tuo paese natale, come vennero accolte?
I.K.: Le prime poesie vennero pubblicate sulla rivista “Pionieri” e ciò era già considerato un successo. Negli anni dell’adolescenza e dell’università iniziai a scrivere i testi musicali che vennero poi accolti molto bene: premiati dalla critica, ma soprattutto dalle persone semplici che tuttora conoscono a memoria tutti i miei versi, forse anche meglio di me.
L.S.: Quali sono i poeti della tradizione classica che preferisci? Perché?
I.K.: Sono cresciuta con i poeti russi: Aleksander Puskin, Sergej Esenin, Vladimir Majakovskij e altri come Adam Mickiewicz, Heinrich Heine, Mihai Eminiescu. Li ho adorati. Anche adesso mi vengono in mente i loro componimenti. I poeti letti durante l’adolescenza non si dimenticano mai perché sono legati a quel periodo in cui la vita ti sembra magica e piena di infinite possibilità. Ammiro anche le poesie di Pablo Neruda, Nazim Hikmet, Raymond Carver e Herman Hesse perché rispecchiamo il mio stato d’animo e quella malinconia che m’insegue.
L.S.: Come consideri lo stato della letteratura e della poesia albanese contemporanea? Vi sono intellettuali di spicco? Parlaci di alcuni poeti e scrittori del tuo paese che hai letto e/o conosciuto.
I.K.: La letteratura di oggi è un vero caos. Ci sono migliaia di persone che scrivono, non esiste la critica professionale e tutti si credono scrittori e poeti; questa forma è divenuta una specie di nebbia che spesso copre il valore delle opere qualitative. Le opere di Ismail Kadare, Dritero Agolli, Fatos Arapi, Fatos Kongoli sono tradotte anche in altre lingue e rimangono all’apice della classifica.
L.S.: Sei in contatto, qui in Italia, con poeti albanesi che continuano a vivere lì?
I.K.: No. Ci sono dei poeti che conosco di nome che mi contattano per avere più che altro informazioni riguardo la pubblicazione di un loro libro in italiano, ma … niente di più.
Irma Kurti
L.S.: Alcuni poeti stranieri che sono emigrati in Italia hanno deciso di continuare a esprimersi solo nella propria lingua d’origine e scrivono e pubblicano nel loro idioma, non sentendo necessità di essere tradotti in italiano. Che cosa ne pensi di questa cosa?
I.K.: Scrivono solo in madrelingua perché si sentono più sicuri. Ma spesso non hanno altra scelta: non è facile tradurre le proprie opere in italiano o trovare qualcuno che lo può fare per te; tutto ciò ha un costo.
L.S.: Per quali ragioni, invece, tu hai deciso di pubblicare anche in italiano?
I.K.: Scrivere solo in madrelingua per me era un’esistenza a metà. Non mi sentivo integra. Avevo una marea di sensazioni e di sentimenti da condividere con la gente del paese che mi ha ospitato.
L.S.: Nel caso delle poesie che compongono l’ultimo libro “Senza patria” (Kimerik, 2016) queste sono nate direttamente in italiano o prima in albanese e le hai tradotte?
I.K.: Le bozze delle poesie nascono sempre in lingua albanese. Più volte mi capita di pubblicare per primo il libro in italiano. È successo così anche con la raccolta di poesie Senza patria. Ho tradotto le bozze preliminari in italiano e poi ho iniziato a elaborare le poesie. Il libro in albanese è stato pubblicato nel corso di quest’anno. Ho dovuto tradurlo dall’italiano perché le poesie erano ormai realizzate. Un po’ complicato, no?
L.S.: Ti avvali di traduttori professionisti oppure preferisci, pur con qualche aiuto e supporto, dedicarti tu alla traduzione delle tue poesie?
I.K.: Non ho trovato nessuno che mi potesse aiutare con la traduzione del primo libro, Tra le due rive. Sono stata obbligata a farlo da sola. Continuo a tradurre le mie opere; ora ho più dimestichezza con la lingua e non mi sembra così difficile come nei primi anni.
L.S.: Che cosa rappresenta per te la poesia?
I.K.: Voglio citare il poeta e il filosofo libanese Khalil Gibran: “La poesia è il salvagente/cui mi aggrappo/ quando tutto sembra svanire”. Ed è così anche per me.
L.S.: Quando, invece, ricorri alla narrativa?
I.K.: La narrativa è un’esigenza che sorge quando la poesia non basta.
L.S.: Se dovessi descrivere l’Albania con tre parole quali useresti?
I.K.: L’Albania è ostaggio dei politici senza scrupoli e di un popolo inerme che guarda come spettatore lo spettacolo vergognoso di interessi e avidità che si ripete continuamente.
L.S.: E l’Italia, invece?
I.K.: L’Italia, paese di rara bellezza, ha bisogno di una classe politica onesta e di persone che lo amino di più.
Bergamo, 3 Settembre 2017
Questa intervista è stata precedentemente pubblicata sulla rivista di letteratura “Euterpe”, n° 25, Novembre 2017.
La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.
A QUESTO LINK E’ POSSIBILE LEGGERE IL MIO SAGGIO SULLA POETICA DI IRMA KURTI DAL TITOLO “QUANDO SI SPEGNE UNA STORIA: LA POETICA DI IRMA KURTI” PUBBLICATO IL 02-01-2018 SUL PROFILO PERSONALE DI ACADEMIA.EDU, DISPONIBILE CLICCANDO QUI.
In data 17/11/2017 è stato pubblicato in rete il nuovo numero della rivista di letteratura online (Aperiodico tematico) “Euterpe”, il n°25 avente come tematica di riferimento “Autori internazionali e la loro influenza nella letteratura italiana”. Questo che segue è il testo dell’editoriale – da me scritto – che apre il nuovo numero della rivista:
Con questo nuovo numero della rivista siamo felicemente arrivati al venticinquesimo e ci approssimiamo a chiudere il 2017 che è stato senz’altro impegnativo a livello di eventi, iniziative e concorsi portati avanti in seno alla Associazione Culturale Euterpe nata a Jesi nel marzo del 2016 e che ha inglobato al suo interno, tra le tante realtà culturali, anche questa della rivista nata già nell’ottobre del 2011. Vale a dire che il prossimo anno compirà i suoi primi sette anni che, nel mare magnum delle iniziative editoriali e culturali che nascono in rete negli ultimi tempi, mi sembra sia un traguardo già di per sé entusiasmante e apprezzabile.
Ciò è stato permesso grazie a validi collaboratori che nel tempo hanno dedicato il loro tempo – a titolo meramente gratuito, ci tengo a sottolinearlo – la loro attenzione e professionalità per seguire un progetto nato effettivamente con pochissimi mezzi ma idee valide e sostenute con energia. Nel corso di questi anni la redazione ha, infatti, visto allargamenti, nuovi arrivi e ha seguito quindi una sua naturale gestazione di crescita e sviluppo sino ad arrivare ad oggi.
Ringrazio non solo quelli che – forse impropriamente definisco “redattori” della rivista, essendo essa una pubblicazione aperiodica – che hanno permesso non solo con i propri interventi di dar linfa alla rivista ma di permetterne la sua espansione e diffusione. Siamo, infatti, particolarmente felici di aver allargato, nel giro di pochissimi anni, il nostro pubblico e le collaborazioni. Nel tempo – come è stato già osservato – hanno scritto su questa rivista (pubblicando inediti o proponendo contributi già pubblicati in cartaceo o altro) esponenti di spicco della cultura letteraria italiana e non solo di cui, per brevità, mi pregio citare la poetessa brasiliana Marcia Theophilo (vincitrice nel 2015 del Premio alla Carriera nel noto Premio “Città di Vercelli” per la poesia civile), il poeta, critico letterario e scrittore candidato al Premio Nobel per la Letteratura Dante Maffia (al quale recentemente, all’interno della VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, abbiamo attribuito il Premio alla Carriera e la targa di Socio Onorario), il prof. Giuseppe Langella (Università Cattolica di Milano), la poetessa fiorentina Mariella Bettarini, i poeti Corrado Calabrò, Antonio Spagnuolo, Nazario Pardini, Tomaso Kemeny, Franco Buffoni, i critici Giorgio Linguaglossa, Maurizio Soldini, Domenico Pisana e tanti altri ancora. Per un desiderio di esaustività su tutti gli autori che hanno collaborato con noi dalla nascita della rivista ad oggi consiglio di cliccare qui nella sezione dell’Archivio delle partecipazioni.
Felici e onorati della loro collaborazione alla nostra rivista che si è sempre caratterizzata per una grande apertura di idee, sia per le tematiche di volta in volta proposte (si pensi ai numeri dedicati a “Quando l’arte diventa edonismo” ovvero il n° 17 e a “Sesso e seduzione nella letteratura” ovvero il n°18), sia per dar spazio anche a giovani scrittori, giornalisti in erba, studenti universitari con i loro articoli o estratti di tesi di laurea. Uno spazio culturale dinamico, multidisciplinare e giovane inteso più ad essere una sorta di laboratorio che di contenitore di voci disparate, di stili distanti, di interessi ampi per settori, tematiche, periodi storici investigati. Ciò ha dato modo di scoprire o rileggere anche intellettuali o autori in parte tralasciati, emarginati dalla cultura ufficiale delle major editoriali oppure di nicchia e, ancor più di paesi e letterature a noi diversi. Non mi è possibile, per ragioni di spazio citare alcuni di questi che hanno trovato accoglimento in rivista attraverso gli approfondimenti critici di quanti hanno deciso di dedicargli saggi, articoli o note di lettura, ma è sempre possibile riferirsi al link dell’Archivio.
Una rivista che è cresciuta e continua a farlo, anche grazie agli elementi innovativi che di volta in volta si sono aggiunti. Vorrei riferirmi alla breve ma riuscita esperienza editoriale lanciata da Martino Ciano definita “Stile Euterpe” volta a dedicare un volume a un autore della nostra letteratura italiana rileggendolo e ponendolo all’attenzione secondo luci e forme comunicative diverse: poesie a lui dedicate, racconti che ne hanno richiamato l’ambientazione delle sue storie o, appunto, saggi di approfondimento dal taglio sia accademico che divulgativo. Esperienza che ha visto la pubblicazione nel 2015 del volume dedicato allo scrittore siciliano Leonardo Sciascia e nel 2016 del genio Aldo Palazzeschi. Quest’anno, per ragioni di carattere meramente gestionali di quello che sarebbe stato il terzo volume, dedicato a Elsa Morante e curato da Valentina Meloni, abbiamo dovuto accontentarci di pubblicare i pochi – ma validi – materiali che erano giunti su un precedente numero della rivista, ovvero il n°22 dedicato a “La storia come testimonianza”.
Ed è infatti questo il discorso sul quale ci siamo sempre posti e che ci spinge ad andare avanti con questo magnifico e arricchente percorso attorno ai vari numeri, alle tematiche proposte dalla rivista. Un mondo di interscambio e analisi, di riscoperta e approfondimento, di studi comparati, speculazioni e di argomentazioni anche attorno a tematiche che spesso hanno un’incidenza sociale rilevante (ricordo i numeri 12,14,19 dedicati rispettivamente all’impegno ecologico: “La natura in pericolo!”, alle ingiustizie diffuse: “Diritti mancati di questa società” e alla scrittura di denuncia: “L’impegno civile: la letteratura impegnata”).
Sono nate nel tempo anche nuove rubriche: “Démon du midi” a cura del poeta e critico letterario e d’arte Antonio Melillo dedicata al mondo dell’arte, della critica d’arte, delle rassegne di mostre, performance, inaugurata nel n°22. Più recentemente è nata anche la rubrica “Komorebi” – che esordisce in questo ultimo numero del 2017 – voluta e curata dalla poetessa haijin Valentina Meloni e che raccoglie, con una sua presentazione e commento testi di haiku, tanka e altri componimenti della tradizione orientale. Ed è questa la giusta occasione per comunicare che la redazione, a partire dal prossimo anno, si allarga ulteriormente con nuovi collaboratori certi che, con la loro serietà e professionalità, daranno un contributo determinante allo sviluppo del progetto. La nuova compagine della redazione, di cui si può leggere in maniera più approfondita in rete cliccando qui, vedrà organizzate le varie sezioni – ciascuna identificata da un titolo – che saranno gestite e curate da vari “redattori” secondo lo schema che segue:
“La parola essenziale” (AFORISMI): Emanuele Marcuccio
“Komorebi” (HAIKU): Valentina Meloni
“Istantanee di vita” (NARRATIVA): Martino Ciano, Luigi Pio Carmina, Lorena Marcelli
“Ermeneusi” (CRITICA LETTERARIA): Francesco Martillotto, Antonio Melillo, Lucia Bonanni, Francesca Luzzio
“Démon du midi” (CRITICA D’ARTE): Antonio Melillo, Valtero Curzi
“La biblioteca di Euterpe” (RECENSIONI): Alessandra Prospero, Laura Vargiu
“Maieutiké” (INTERVISTE): Valentina Meloni
Come sempre, ringraziamo tutti coloro che dimostrano attenzione verso il nostro progetto prendendo parte ai vari numeri, augurandoci di poter contare ancora sui loro interventi rimanendo, altresì, aperti e disponibili alla lettura e alla considerazione di nuove proposte. Sul nostro sito internet, cliccando qui, è possibile prendere visione delle “Norme editoriali” richieste per la partecipazione ai prossimi numeri e alle modalità di invio dei testi.
Lorenzo Spurio
Jesi, 17-11-2017
Nella rivista sono presenti testi di (in ordine alfabetico): Corrado Aiello, Elisa Allo, Stefania Andreoni, Cinzia Baldazzi, Diego Bello, Donatella Bisutti, Franco Buffoni, Luigi Pio Carmina, Samanta Casali, Martino Ciano, Valtero Curzi, Mario De Rosa, Carmen De Stasio, Angela Fabbri, Maria Grazia Ferraris, Tina Ferreri Tiberio, Fiorella Fiorenzoni, Monia Fratoni, Simona Giorgi, Denise Grasselli, Angela Greco, Eufemia Griffo, Giuseppe Guidolin, Izabella Teresa Kostka, Raffaella La Ferla, Cristina Lania, Antonietta Losito, Dante Maffia, Antonio Mangiameli, Anna Manna, Emanuele Marcuccio, Francesco Martillotto, Alessandra McMillan, Antonio Melillo, Valentina Meloni, Gabriella Mongardi, Stefania Pellegrini, Maurizio Petruccioli, Matteo Piergigli, Luciana Raggi, Mariangela Ruggiu, Antonio Sacco, Luciana Salvucci, Vittorio Sartarelli, Antonio Spagnuolo, Lorenzo Spurio, Rita Stanzione, Chiara Taormina, Laura Vargiu, Michele Veschi, Michela Zanarella.
Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:
CRITICA LETTERARIA
GABRIELLA MONGARDI – “Perché leggere Kafka”
VALTERO CURZI – “Goethe e I Dolori del giovane Werther, ispiratore di una poetica in Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi. Affinità tra il Werther, l’Ortis e Consalvo
LUCIANA SALVUCCI – “Contributo dell’opera di Fernando Pessoa alla cultura italiana”
MONIA FRATONI – “Sulle tracce di Orfeo nella poesia di Arthur Rimbaud e Dino Campana”
EUFEMIA GRIFFO – “Sylvia Plath, la fragilità di una donna e l’istinto della morte”
DENISE GRASSELLI – “Chi era Fernando Pessoa, lo scrittore portoghese che ispirò Antonio Tabucchi”
CARMEN DE STASIO – “Marcel Proust: l’autonomia della memoria”
CINZIA BALDAZZI – “La poesia come ricostruzione del reale: Friedrich Hölderlin nell’Ermetismo di Mario Luzi”
MARIA GRAZIA FERRARIS – “Autori internazionali e la loro influenza nella letteratura italiana”
ARTICOLI
DANTE MAFFIA – “Autori internazionali e la loro influenza nella letteratura italiana”
FRANCO BUFFONI – “Su Auden”
MARIO DE ROSA – “La beat generation e il premio ‘Jack Kerouac’”
SAMANTA CASALI – “Jane Austen e la sua influenza nella letteratura italiana contemporanea”
TINA FERRERI TIBERIO – “Un approfondimento su Paul Valéry”
Segnaliamo altresì un articolo di Franco Buffoni su Auden nonché le interviste al poeta spagnolo Pedro Enríquez (Valentina Meloni) al poeta e fondatore del “realismo terminale” Guido Oldani (Izabella Teresa Kostka) e alla poetessa di origini albanese Irma Kurti (Lorenzo Spurio).
La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf collegandosi al bottone del sito “Leggi i numeri della rivista” o, per maggiore praticità, può essere raggiunta cliccando qui.
Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Emigrazione: sradicamento e disadattamento”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 28 Febbraio 2018 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista che è possibile leggere a questo link: http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html dove pure si fa menzione al fatto che gli associati alla Ass. Culturale Euterpe, a parità di giudizio da parte della Redazione, hanno diritto prioritario alla pubblicazione delle loro proposte.
Conferenza e degustazione Prosegue il progetto “Sapori tra le righe” dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi sostenuto moralmente dal Comune di Jesi, dalla Provincia di Ancona e dalle Università degli Studi di Perugia e dalla Politecnica delle Marche. Lo scorso 15 ottobre presso la suggestiva Chiesa di San Bernardo e l’annesso Museo della Stampa a Jesi […]
Apprezzabili gli intenti e lodevoli i messaggi di Dumitru Galesanu nelle sue recenti pubblicazioni poetiche che gentilmente mi ha donato. In questi mastodontici libri curati con perfetta perizia nella veste grafica le liriche del Nostro vengono proposte in doppia lingua, forse per ambire a un pubblico potenzialmente più ampio. Non solo la sua lingua madre, che ben conosce, ma anche la lingua italiana, che fu di Dante, Boccaccio e tanti altri letterati che la padroneggiarono donandoci opere di indubbio interesse.
Una precisazione, pur limitata e veloce, va pur fatta sulla questione della lingua, vale a dire che, l’italiano e il rumeno, pur essendo idiomi che discendono dallo stesso ceppo delle lingue romanze o neo-latine hanno una strutturazione e un lessico – com’è ovvio – profondamente diversi. Molto di più rispetto a ciò che non accade ad esempio tra l’italiano e lo spagnolo o, ancora, tra il francese e il catalano. Si tratta di osservazioni in sé banali la cui conoscenza è di dominio pubblico ma che possono essere utili per introdurre un tema assai nevralgico che nella nostra contemporaneità dovrebbe essere tenuto di maggior conto, vale a dire la questione della traduzione.
Il tradurre un testo da una lingua all’altra, vale a dire restituirne in più idiomi lo stesso senso, significato, forza, traslato e impeto nonché tensione umana non è una cosa semplice. Non lo è perché la traduzione è un procedimento che implica in primis una profonda padronanza della propria lingua, poi una buona conoscenza dell’altra ma anche un’acuta capacità di saper traslare efficacemente ciò che sulla pagina non è scritto né direttamente visibile. Ciò è importante per evitare di avere traduzioni in sé affrettate e approssimative, leggermente staccate dall’originale, forzate, divaricanti o addirittura ingarbugliate perché incapaci di fugare dubbi e accrescere l’incomprensione del cauto lettore. Tutto ciò si complica ulteriormente in campo poetico dove la poesia non è solo il significato di ciò che è tipograficamente riportato sulla pagina ma anche l’arcano mistero che si cela tra i versi che esige un’attenta interpretazione.
Non conoscendo il rumeno non ho potuto raffrontare il testo tradotto in italiano con il suo originale in rumeno ed ho dovuto, pertanto, affidarmi alla traduzione nella mia lingua. Ho scoperto così liriche dall’andamento spesso discorsivo, abbastanza lunghe dalla conformazione visiva spesso piacevole. Testi poetici talora a forma d’albero, altre volte a forma di qualche uccello con le ali spiegate. Certo ci vuole fantasia nel vedere nell’indefinito un qualcosa, ma la nostra mente che lavora per associazioni di immagini non fa difficoltà a costruire il reale a partire anche dall’incorporeo. Fenomeni di pareidolia molto interessanti.
Contenutisticamente ho ravvisato nelle liriche di Dumitru Galesanu una certa attenzione e predisposizione verso una riflessione dotta in merito alla coscienza (microcosmo) e del mondo in senso ampio (macrocosmo) con riferimenti alla filosofia, all’ontologia, alla cosmologia e, ancora, all’esistenzialismo. Liriche con le quali il Nostro indaga e considera, riflette, equipara, si domanda, ricerca e interpella il mondo. Terminologie comuni tratte anche dalla matematica dove archetipi, corollari, strategie e formule non mancano. Senz’altro un’operazione riservata, quella di Galesanu, con la quale ci offre il frutto di una personalissima investigazione del mondo e delle sue dense incomprensioni, spingendosi verso una lettura che non ha remore nell’affrontare anche l’impossibile. Versi che si stagliano come nuvole difficili da prendere e che pure hanno una loro collocazione fissa, seppur mutevole e cangiante.
Nerbo costitutivo del poetare di Dimitru Galesanu è il tempo, tema nevralgico di ciascun osservatore della realtà; il poeta lo considera più spesso nella sua dimensione futura, delle possibilità e dell’incognito piuttosto che in quella del passato del ricordo e degli eventi già vissuti. Non mancano domande di portata titanica come “Perché siamo qui?” una sorta di creazione del trascendente in abiti concreti.
Si parla di spazio, di possibilità, di futuro, di scelte, di ciò che verrà, dei segni e delle traiettorie, di numeri e formule, di percorsi che si intravvedono, di impercettibili forme nonché di esseri celesti, ma su tutto domina una tendenza pervicacemente ossessiva a perlustrare ciò che effettivamente non c’è, perché non si vede. Un dialogo con l’Assoluto e un raffronto con gli stati di materia più labili e inconsistenti. Perché è questa la natura dell’uomo che, come una meteora, presto perde la luce. Ecco allora in cosa consiste l’assioma: non è un principio saldo e inderogabile che non ha bisogno di riprova empirica per sussistere, ma un mare magnum indistinto e disturbante: esso non fornisce una risposta efficace e valida ai nostri quesiti, perché le sue variabili hanno forma ed estensione in uno spazio/tempo che non ha campo di finibilità.
Ritorna l’appuntamento con le pagine della rivista online di letteratura “Euterpe”, aperiodico tematico fondato e diretto dal poeta e critico letterario Lorenzo Spurio nell’ottobre del 2011 ed entrato a far parte delle attività più interessanti e coinvolgenti dell’omonima associazione culturale fondata nel marzo 2016 a Jesi (AN).
Numerosissimi gli interventi in questi ventitré numeri della rivista che per ogni numero proponeva una tematica o un’immagine di riferimento alla quale potersi rifare argomentando una propria visione o pensiero. Particolarmente curata a trattare le varie sezioni, dalla poesia alla narrativa breve passando alla saggistica con attenzione per la critica letteraria, la forma testuale dell’articolo e della recensione libraria. Interessante anche l’apparato dedicato alle interviste, introdotte a partire dal n°16 della rivista, la cui sezione è curata dalla poetessa, scrittrice e haijin Valentina Meloni. Ad arricchire i contenuti anche la sezione di critica d’arte (denominata “Démon du midi”), introdotta a partire dal n°22 e curata dallo scrittore, poeta e critico Antonio Melillo.
Assai ampio il repertorio delle voci poetiche, critiche e di estimatori dell’arte e della cultura che in questi sei anni hanno scritto sulle pagine di “Euterpe”; tra di esse è bene citare la presenza in rivista di testi – editi e inediti – di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Marcia Theophilo, Nazario Pardini, Franco Buffoni, Elio Pagliarani, Tomaso Kemeny, Mariella Bettarini, Giorgio Linguaglossa, Donatella Bisutti e tanti altri ancora.
Il prossimo numero della rivista, che propone un tema nevralgico e al tempo attualissimo, fonte di indagini di carattere sociali e di studi veri e propri su tendenze dei nostri giorni, sarà dedicato a “La cultura al tempo dei Social Networks”, vale a dire ci si domanderà, nelle forme che ciascuno reputa maggiormente proprie, quale è l’incidenza di internet e dei social, la potenzialità e quanto funziona, in termini sociali e collettivi come collante o, al contrario, come deterrente. Culturalmente, in un’età in cui le riviste cartacee stanno scomparendo o sono già avito ricordo di un’età di splendore delle Lettere, cosa apportano o come migliorano la nostra conoscenza i Social Network se, effettivamente, ci poniamo nell’ottica di riconoscegli una propensione e una finalità comunicativa e sociale?
Sarà possibile partecipare al prossimo numero della rivista inviando i propri elaborati (attenendosi alle Linee redazionali contenute sul sito cliccando qui) entro il 31 Luglio 2017 inviando le proprie proposte unitamente a una propria scheda biobibliografica o curriculum letterario alla mail rivistaeuterpe@gmail.com
Siria, la cultura sotto le macerie. Incontro con Asmae Dachan domenica 9 Aprile
Domenica 9 aprile a partire dalle ore 17:30 a Jesi presso la Sala conferenze della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi sita in Palazzo Bisaccioni (Piazza Colocci 4) si terrà un incontro con la poetessa e giornalista italo-siriana Asmae Dachan organizzato e promosso dalla Associazione Culturale Euterpe.
La giornalista siriana ha realizzato reportage e articoli documentaristici sulla Siria e nel 2012 ha co-fondato l’Associazione umanitaria Onsur (Campagna mondiale di sostegno al popolo siriano) dove è responsabile all’informazione. Collaboratrice delle riviste “La voce della Vallesina”, “Il Gazzettin” è direttore responsabile di “Mondo Lavoro”; corrispondente della Siria per Radio DirittoZero, docente dell’Uni3 di Moie e di Ancona. Conferenziere in numerosi incontri che concernono la Siria ed il popolo siriano tenutisi in università, biblioteche, comuni e quant’altro.
La giornalista verrà introdotta dallo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio, Presidente della Associazione Culturale Euterpe e interverrà sul tema “Siria, la cultura sotto le macerie” dando poi lettura nel corso del suo intervento ad alcune sue liriche. Asmae Dachan è infatti anche poetessa e ha pubblicato i volumi “Tu, Siria” (2013 scritto assieme a Yara Al Zaitr) e recentemente “Noura” (2016); numerose sue poesie figurano in volumi antologici tra cui “Il rifugio delle idee” e “Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana” (2016).
La serata sarà arricchita dalle letture eseguite da Giulia Poeta e dagli interventi musicali di Marco Poeta.