Il mondo del teatro, tema del prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” – Scadenza 21-05-17

16299011_1816826958569728_1671577101441895574_nSegnaliamo la selezione per il prossimo numero della rivista di letteratura “Euterpe” tutt’ora aperta che scadrà il prossimo 21 maggio 2017.
Il prossimo numero della rivista, il ventitresimo, propone come tema al quale è possibile ispirarsi e rifarsi liberamente quello della “Scrittura teatrale e i suoi interpreti”.
Per poter prendere parte alla selezione dei testi è richiesto di seguire le semplici e basilari “Norme redazionali” presenti sul nostro sito a questo link http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html  pena l’esclusione.
I materiale dovranno essere inviati esclusivamente a mezzo elettronico alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 21 maggio p.v. 

Info: rivistaeuterpe@gmail.com 

Decadenza dell’aristocrazia russa: ‘Il giardino dei ciliegi’ di Anton Cechov – Saggio di Lorenzo Spurio

Decadenza dell’aristocrazia russa: Il giardino dei ciliegi di Anton Cechov[1]

Saggio di Lorenzo Spurio 

Anton Cechov (1860-1904) è stato un celebre scrittore e drammaturgo russo. Sono molto famosi i suoi racconti e soprattutto le sue opere per il teatro. Tra i racconti ricordiamo Степь (La steppa, 1888), Палата n. 6 (La corsia n.6, 1892) e Чёрный монах (Il monaco nero, 1892). Per il teatro le opere maggiori sono considerate Чайка (Il gabbiano, 1896), Дядя Ваня (Zio Vanja, 1899), Три сестpьі (Tre sorelle, 1901) e Вишнёвый сад (Il giardino dei ciliegi, 1903). L’opera che analizzeremo in questo capitolo è Il giardino dei ciliegi, ultimata da Cechov nel 1903 e messa in scena per la prima volta nel 1904, pochi mesi prima della morte prematura dell’autore avvenuta nel luglio dello stesso anno. Sebbene l’opera teatrale fu pensata da Cechov come una sorta di commedia (poiché presenta alcuni elementi divertenti che possono essere avvicinati alla farsa), nella prima realizzazione teatrale dell’opera, avvenuta nel 1904 e curata da Konstantin Sergeevic Stanislavskij e Vladimir Nemirovic-Dancenko, questa venne presentata principalmente come una tragedia.

image_book.jpgL’opera si compone di quattro atti ed è basata su elementi autobiografici dell’autore tra i quali i problemi economici che riguardarono sua madre, il suo interesse per il giardinaggio e il giardino di ciliegi che frequentò durante l’adolescenza. La storia ruota intorno alla tenuta di una famiglia aristocratica russa con annesso un vasto giardino dei ciliegi ambientata nel momento immediatamente successivo alla concessione dell’emancipazione dei servi della gleba mediante l’abolizione del sistema feudale del 1861. Tale data segnò l’inizio di un’epoca buia per l’aristocrazia che entrò in una lenta decadenza: molti nobili, privati dei loro servitori che prima si erano occupati delle loro case, caddero in povertà, mentre lentamente prese a svilupparsi la classe borghese.[2]

La scena si apre col ritorno alla tenuta della proprietaria terriera Ljubov’ Andreevna Ranevskaja (Ljuba[3]), dopo un soggiorno di cinque anni a Parigi con la figlia Anja, diciassettenne. Si tratta di un’aristocratica decaduta che, per far fronte ai debiti, è costretta a vendere la proprietà, compreso il tanto amato giardino dei ciliegi, simbolo dell’infanzia serena: tutta l’opera è incentrata, infatti, sulla vendita del giardino e sul conseguente abbattimento degli alberi. Sono molti i personaggi che popolano la scena e le cui vicende personali s’intrecciano: oltre a Ljuba e alle due figlie, Anja e Varja, c’è il fratello di lei, Gaev, il mercante Lopachin, amico della famiglia, lo studente Trofimov, il proprietario terriero Pišèik, la governante Šarlotta, il contabile Epichodov (soprannominato “Settantasette disgrazie” a causa della sua sfortuna, di cui tuttavia ride lui per primo), la cameriera Duniaša, il vecchio maggiordomo Firs, il giovane servitore Jaša, un anonimo viandante che fa una breve comparsa ed altri personaggi minori.

Ljuba e la figlia trovano una calorosa accoglienza al loro arrivo; ci sono tutti, familiari e servitori, compreso l’amico Lopachin che consiglierà di ricavare dal giardino tanti lotti da affittare ai villeggianti e salvare così la proprietà. La proposta non trova però ascolto, nonostante venga ripetuta più volte: Ljuba è riluttante e neanche gli altri sono molto d’accordo. La vicenda del giardino fa da sfondo ai rapporti che s’intrecciano tra i vari personaggi; storie amorose, mancati matrimoni e scontri scherzosi. Non ci interessa riassumerli in questa sede, ci concentreremo infatti su tema del giardino e su ciò che simboleggia per ciascuno dei personaggi. Per Ljuba, lo abbiamo già anticipato, esso rappresenta l’infanzia e la giovinezza passate, oltre che il ricordo del figlioletto morto annegato in un fiume nei pressi della casa, tragedia che scopriamo averla spinta alla partenza per Parigi:

Io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui… (Abbraccia Trofimov, lo bacia sulla fronte). Mio figlio è annegato qui… (Piange).[4] 

Il fratello di Ljuba cerca di richiedere un prestito e di farsi aiutare da qualcuno pur di non cedere la casa a un acquirente interessato a comprarla mediante l’asta. Tuttavia i vari tentativi saranno fallimentari e alla fine Ljuba dovrà dare un doloroso addio, al momento in cui apprenderà che il giardino è stato venduto:

Mio caro, dolce, meraviglioso giardino!… Vita mia, giovinezza mia, felicità mia, addio!… Addio!…[5] 

L’amarezza nella storia è data dal fatto che ad acquistare il giardino è stato Lopachin che non riesce a celare il suo grande entusiasmo quando comunica che è il nuovo possessore della casa:

Il giardino dei ciliegi adesso è mio! Mio! (Ridacchia). Dio mio, signore, il giardino dei ciliegi è mio! Ditemi che sono ubriaco, che ho perso la ragione, che mi sono immaginato tutto… (Pesta i piedi). Non ridete di me! Ah, se mio padre e mio nonno potessero venir fuori dalle loro tombe e vedere tutto quel che è successo, che il loro Ermolaj, quello che picchiavano, l’ignorante Ermolaj che d’inverno andava in giro a piedi nudi, se vedessero che quello stesso Ermolaj ha comprato la proprietà più bella che esiste al mondo. Io ho comprato la proprietà in cui mio nonno e mio padre erano schiavi, in cui loro non erano ammessi neanche alle cucine.[6] 

ciliegio-da-fiore_NG3.jpgL’acquisto del giardino dei ciliegi da parte di Lopachin, oltre a rappresentare una sorta di affronto nei confronti di Ljuba, ha tuttavia un significato più profondo. Lopachin è il figlio e il nipote di uomini che sono stati servi nella casa degli antenati di Ljuba ma, a seguito dell’emancipazione dei servi, quest’ultimi ottennero la libertà e iniziarono ad arricchirsi. Il fatto che sia Lopachin ad acquistare la casa e il giardino dei ciliegi viene dunque a configurarsi come il riscatto e la rivincita della classe popolare e sancisce in maniera netta l’irreversibile decadenza della nobiltà russa. Il giardino di Cechov è quindi una metafora della Russia e delle sue condizioni all’indomani dell’abolizione della servitù della gleba a opera dello zar Alessandro II, con mezzo secolo di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dirà infatti Trofimov, parlando con Anja[7], ormai disinteressata alla sorte del giardino:

Tutta la Russia è il nostro giardino. La terra è grande e bella, e piena di luoghi meravigliosi. Pensate, Anja: vostro nonno, bisnonno e tutti i vostri antenati erano possidenti, proprietari di anime. Non vedete che da ogni ciliegia di questo giardino, da ogni foglia, da ogni tronco vi guardano creature umane, non sentite le loro voci… Possedere anime vive: è questo che vi ha degenerati, voi tutti che vivete adesso e quelli vissuti prima di voi, e così vostra madre, voi, vostro zio non notate più che vivete in debito, alle spalle di altri, alle spalle di quella gente che non ammettete più in là della stanza d’ingresso… Siamo rimasti indietro di almeno duecento anni, non abbiamo nulla di certo in mano, non abbiamo un preciso rapporto col nostro passato, non facciamo che filosofare, soffriamo di nostalgia o beviamo vodka. È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente, bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla finita; e riscattarlo è possibile solo con la sofferenza, solo con una continua e straordinaria fatica.[8] 

La riforma aveva significato la decadenza dell’aristocrazia che, non potendo più contare sulla forza lavoro della schiavitù, si vide indebolita e impoverita. Molte famiglie aristocratiche preferirono vendere le loro tenute a causa della loro incapacità di gestirle senza la servitù della gleba che nell’opera è rappresentata dal vecchio servitore Firs, quasi novantenne, uomo che simboleggia un’epoca ormai tramontata: da notare però che Firs rimane comunque a servizio della famiglia, rifiutando l’emancipazione.[9] La decadenza dell’aristocrazia, oltre ad essere individuata nella perdita di prestigio e di denaro della famiglia in questione, è presente anche sotto un’altra forma. Al termine della storia viene detto che Firs, l’anziano servitore rimasto fedele alla famiglia, si è sentito male ed è stato portato in ospedale. La malattia e la vecchiaia di Firs non è altro che una metafora della malattia e della vecchiaia dell’aristocrazia, del suo essere obsoleta, superata, troppo legata al passato.

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Il drammaturgo russo Anton Cechov

L’intera opera è attraversata da un certo fatalismo: tutti lamentano la perdita del giardino ma nessuno fa qualcosa di concreto per impedirla. Tranne Lopachin che è sempre intento a proporre a Ljuba il suo progetto di abbattimento dei ciliegi e di conversione dei terreni in lotti da affittare ai villeggianti, nessuno sembra realmente preoccupato dalla questione. Si festeggia e si amoreggia quasi a voler distrarsi da questo pensiero, che comunque riaffiora spesso. Alla fine ognuno va per la sua strada, verso una nuova vita, mentre gli alberi vengono abbattuti, immaginiamo per far posto ai villini per i turisti. Rimane solo Firs, appena tornato dall’ospedale, abbandonato al suo destino. Ci risulta difficile immaginare Firs lontano da quella casa e non più al servizio della famiglia ma la sua avanzata età si protende verso la fine, così come quella della classe aristocratica. È evidente la satira sociale contro l’aristocrazia, ma anche contro la borghesia (rappresentata da Lopachin) che non sa trovare dei veri valori su cui costruire una società nuova. Lopachin, che rappresenta il borghese nuovo che si fa da solo e acquista potere grazie alle sue intuizioni, viene a configurarsi come una sorta di nobile. L’opera può, in un certo senso, voler far intendere che laddove i vecchi nobili vengono spodestati e sfrattati dalle loro dimore, altri nuovi ricchi sono pronti a sostituirli.

Il giardino dei ciliegi del quale sappiamo solo che è molto grande, che è l’unica cosa notevole del governatorato e che è perfino menzionato nel Dizionario Enciclopedico, rappresenta quindi il passato della nazione e non solo di Ljuba e di Firs che viene abbattuto non senza un certo rimpianto. L’opera si può leggere anche più in generale come rimpianto per il tempo che passa. Possiamo essere abbastanza sicuri nel ritenere che il giardino dei ciliegi possa essere interpretato in una grande varietà di modi. È il luogo dell’infanzia felice e agiata, è lo spazio della spensieratezza e dei ricordi, è il luogo degli affetti, è espressione di un’epoca di splendore per l’aristocrazia, è simbolo di una Russia ottocentesca oramai obsoleta e tramontata, la Russia dei ricchi. Perdere il giardino significa per Ljuba perdere tutte queste cose allo stesso tempo e per questo sostiene:

Io qui sono nata, qui hanno vissuto mio padre e mia madre, mio nonno, io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi non ha senso la mia vita, e se è proprio indispensabile venderlo, allora vendano anche me assieme a lui.[10]

La perdita di prestigio della nobiltà e la nascita della classe borghese possono essere viste entrambe in un’unica immagine che viene evocata più volte nel corso della storia. Non si tratta di un’immagine visiva ma di un elemento sonoro, quello dei sordi colpi d’ascia che abbattono gli alberi di ciliegio.

LORENZO SPURIO

E’ severamente vietato riprodurre il saggio in formato parziale o integrale su spazi digitali o su supporti cartacei senza il consenso scritto da parte dell’autore, eccettuati i casi di citazione con opportuni riferimenti al titolo del saggio, al nome dell’autore e allo spazio dove è stato pubblicato. 

 

Note

[1] Capitolo estratto da LORENZO SPURIO, MASSIMO ACCIAI, La metafora del giardino nella letteratura, Faligi, Quart, 2011, pp. 142-148.

[2] Limitatamente alla decadenza dell’aristocrazia russa a seguito dell’emancipazione degli schiavi promulgata nel 1861, va notato che qualcosa di molto simile succede nel romanzo di Jean Rhys, Wide Sargasso Sea (1961) al quale è stato dedicato un capitolo limitatamente al giardino di Coulibri. In Wide Sargasso Sea la scrittrice fa riferimento all’emancipazione degli schiavi neri sull’isola della Giamaica ottenuta nel 1834. Con la fine dello schiavismo i neri, che prima venivano impiegati come forza lavoro nelle case dei ricchi, divennero liberi e al tempo stesso le dimore dove prima avevano lavorato entrarono in una lenta e progressiva decadenza. In entrambe le opere l’abolizione dello schiavismo (feudale nel caso de Il giardino dei ciliegi, razziale nel caso di Wide Sargasso Sea) si configura come un vero e proprio problema e disagio per i ricchi e l’origine della loro decadenza.

[3] La decadenza della nobiltà è presentata mediante la figura di Ljuba, rimasta senza un soldo a seguito dei debiti contratti da suo marito e a causa del suo comportamento dispendioso. Nel testo vengono impiegati vari termini economici che alludono alla precaria situazione finanziaria della famiglia: “debiti”, “prestito”, “cambiale”, “asta”, “vendita”, “rubli” e “denaro”.

[4] Anton Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto III.

[5] Ivi, Atto IV.

[6] Ivi, Atto III.

[7] Nel corso della storia Anja, pur essendo inizialmente molto legata alla casa e al giardino, finisce per mostrarsi sempre meno interessata avendo compreso la lezione che la classe popolare ha dato all’aristocrazia. Tuttavia non è pessimista come la madre e considera quell’avvicendamento di poteri come un cambiamento positivo, il punto d’inizio di una nuova vita.

[8] Ivi, Atto II.

[9] Firs sostiene infatti: «Quando hanno liberato i servi ero già cameriere anziano. Ho rifiutato la libertà, sono rimasto con i miei padroni», in Anton  Cechov, Il giardino dei ciliegi, Torino, Einaudi, 1970, Atto II.

[10] Ivi, Atto III.

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in ‘Casa di bambola’ e ‘L’anitra selvatica’ di Henrik Ibsen – saggio di Lucia Bonanni

Autenticità, fedeltà e vocazione umana in Casa di bambola e L’anitra selvatica di Henrik Ibsen

Saggio di Lucia Bonanni

Con la produzione letteraria del drammaturgo norvegese Herik Ibsen (1828-1906) prende avvio quella che viene definita “drammaturgia borghese” e che troverà conclusione negli scritti di Čecov e Pirandello.

Nella stesura delle opere lo scrittore predilige la saga, la fiaba e la storia con cui esplicita impegno sociale e intenzione pedagogica. L’esperienza in qualità di direttore artistico presso i teatri di Bergen e Christiania favorisce la sua formazione culturale e gli offre la possibilità di dare alla Norvegia una drammaturgia di stampo nazionale. Durante i quattro anni di soggiorno in Italia scrive Brand e Peer Gynt, ma la mancata accoglienza, riservata al secondo dramma, porta Ibsen verso quei dissidi interiori che successivamente daranno vita a una produzione assai feconda con le pièce: Casa di bambola, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Casa Rosmer, Hedda Gabler e Il piccolo Eyolf.

In tutte le opere di Ibsen i nuclei tematici sono soggetti a mutamenti e sviluppi, usati dallo scrittore come critica verso la società contemporanea e analisi psicologica degli individui. Uno dei temi costanti nella scrittura ibseniana, oltre a quello del potere, è la vocazione umana e secondo il suo pensiero il peccato consiste nel mancato conseguimento di aneliti vocativi a causa di atteggiamenti di ipocrisia, egoismo e viltà che ne impediscono la fattiva realizzazione. Di conseguenza i suoi personaggi sono sempre tridimensionali e non restano fissi nel presente, ma sono orchestrati in un arco temporale labile e suscettibile di cambiamenti e che ne rivela la storia interiore anche in merito a un simbolismo incentrato sul retaggio sociale.

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Il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen

 

Le figure femminili del drammaturgo norvegese sono eroine che, pure anelando alla libertà, vivono soggiogate dal dissidio tra vita e intelletto. Il potere a cui devono sottostare è quello che prende corpo nella cerchia sociale, nel nucleo familiare e nelle manifestazioni amorose. È la solitudine interiore che porta l’uomo a prevaricare sulla donna nel binomio prepotenza-rinuncia, dovere-piacere e la cui ubicazione ideale può essere rintracciata nelle strade di una città, la quiete di una stanza o nelle vie del cuore. Nora, Edvig, Rebecca, Hedda, Helene, Gina sono creature che vivono in forzata cattività e che reagiscono in maniera differente per liberarsi da quella condizione angusta che ne svaluta anche il sentire.

«Così tradisci i tuoi più sacri doveri?»,«Che cosa intendi per i miei più sacri doveri?/Credo di essere prima di tutto una creatura umana»[1]. Dopo otto anni di matrimonio Nora trova il coraggio di ribellarsi al proprio stato di soggezione intellettuale e affettiva e nella ferma convinzione di poter realizzare se stessa ed affermare la propria dignità, abbandona la casa coniugale.  Fin dalle prima rappresentazioni il dramma di Ibsen costituisce l’evento teatrale più clamoroso  e chiacchierato nella seconda metà dell’Ottocento che, suscitando polemiche e talvolta anche scandalo, decreta la fama dell’autore. La storia dei due protagonisti è causa di turbamento per il conformismo borghese tanto che negli inviti a feste e ricevimenti diventa consuetudine aggiungere la postilla “Si prega di non discutere di Casa di bambola”. Proprio in quegli anni trovano campo le prime battaglie femministe, eventi che negli scritti del Nostro rappresentano soltanto uno degli aspetti non sostanziali della realtà mentre il “nucleo vivo” dell’intera vicenda permane il tema ibseniano per eccellenza della “fedeltà alla vita”. L’aspirazione verso un assoluto morale conduce i suoi protagonisti verso un tipo di fedeltà che non esclude la catastrofe e rappresenta l’unica possibilità di salvezza. Nella scrittura drammaturgica di Ibsen Nora risulta essere un personaggio inflessibile, però non sono i sentimenti negativi quali egocentrismo, ambizione, avidità e vendetta a determinare il suo agire, al contrario la sua indole è di natura tenace, lungimirante, e combattiva perché lei si sente in trappola e sa che in gioco ha qualcosa di vitale. Nel suo desiderio di espressione Nora racchiude in sé altre figure femminili, accumunate dalla medesima prontezza di spirito e determinate a perseguire i loro ideali per dare una svolta di senso alla loro vita anche a costo di percorrere strade tortuose e giungere a tristi conclusioni.

Casa-di-bambola-di-Henrik-Ibsen.jpgAdela, Yerma, Mariana Pineta nei drammi rurali di Federico García Lorca, Madame Bovary nel romanzo di Flaubert, Sibilla nel racconto autobiografico della Aleramo sono donne che vanno incontro al proprio destino dopo aver scardinato i codici vincolanti del potere, un tipo di autoritarismo esercitato da una madre dominante, un marito totalmente insensibile al desiderio di maternità della donna, un patriota interessato a salvare soltanto se stesso, un uomo che conduce la propria amante verso il suicidio e una madre che, dopo aver subito una violenza carnale, si ribella alle costrizioni della vita sociale. Nei momenti di crisi nessun essere umano è in grado di comportarsi normalmente per cui in un contesto drammatico il suicidio, l’omicidio, il tradimento e l’abbandono non sono veri e propri atti di debolezza ovvero di crudeltà, ma conseguenze di uno stato mentale di forte conflitto fuori e dentro di sé.

«È la mia Lodoletta che trilla là fuori?/È lo scoiattolo che ruzza?/Il passerotto sventato che se n’è andato di nuovo in giro a sciupar denaro?»[2]. Fin dalle prime battute con cui l’avvocato Helmer si rivolge a Nora, sua moglie, già si può intuire la premessa che sarà poi confermata dal climax dei due personaggi. Nel clima soffocante del rapporto coniugale Nora, che secondo l’idea canzonatoria del marito, è “proprio una donna”, cerca la realizzazione del Sé nell’ambiente familiare, una realtà alienante la libertà, il futuro e l’armonia. «Io? Io non conosco…?/Nessuno mi crede capace di agire seriamente…/Anch’io sono buona a qualche cosa, no?»[3]. Vezzeggiata prima dal padre e poi dal marito come una bambola con cui poter giocare, Nora sviluppa una sorta di teoria di inferiorità comportamentale secondo la quale si atteggia a persona dai tratti infantili, sempre bisognosa d’affetto, subalterna al volere e  alle indelicatezze del marito.

Helmer è un uomo vanitoso ed egocentrico, la sua lungimiranza si conclude al limite del suo impiego in banca e del denaro che dispensa alla moglie con visibile parsimonia. Spesso l’uomo si mostra irascibile e poco comprensivo, critico nei confronti degli altri e autoindulgente verso se stesso. «Una Lodoletta deve avere il becco pulito per poter cinguettare; niente note false»[4]. Il conflitto tra i due coniugi deflagra nel momento in cui Helmer, dimostrando “virile coraggio”, spalanca la porta della propria camera da letto, tenendo ben aperta in mano la lettera del procuratore Krogstad. «Che cos’è questo? Sai cosa dice questa lettera?»[5]. Nora vorrebbe dire, vorrebbe poter dichiarare tutta la propria onestà, tutto il suo amore, il marito, però, le rivolge accuse infamanti, giungendo persino a sollevarla dal compito educativo verso i figli. «Sì, adesso incomincio a capire perfettamente»[6]. La meschina ipocrisia dell’uomo raggiunge il proprio apice, quando la cameriera consegna un’altra lettera contenente la ricevuta a saldo del debito contratto in buona fede da Nora.

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L’indimenticata attrice Mariangela Melato nella messa in scena di “Nora alla prova”, rilettura contemporanea di “Casa di bambola” per la regia di Luca Ronconi (2011)

 

Nel più completo egoismo, «Sono salvo», Helmer cambia totalmente l’approccio dialettico con la moglie. Ma ormai l’unità degli opposti e l’evoluzione del personaggio, Nora, sono già in atto mentre egli resta circoscritto nella sua mancanza di intuizione e all’interno di un movimento statico, uniforme e immutabile. «Non ti accorgi che noi due, oggi per la prima volta, stiamo parlando di cose serie?»[7]. La donna che non si è mai sentita così lucida e sicura come in quel momento, afferma di aver atteso con incrollabile speranza il meraviglioso, prodigio della comunione spirituale e della convivenza che diventa matrimonio. La positività di Nora non è semplice esame di coscienza, essa si connota di impegno eroico, motivo educativo e dovere morale, un modo che dietro di sé lascia semi fertili di verità e saggezza. “Gli elementi di un’emozione costituiscono le basi della vita. L’emozione è vita. La vita è emozione. Dunque l’emozione è dramma. Il dramma è emozione”[8].

Vera emozione desta la lettura de L’anitra selvatica, dramma la cui dimensione del non-tempo non è altro che uno stato di irrealtà dove vive al piccola Edvig, l’unica in grado di provare vere emozioni e patire la falsità dell’altrui non-vita. La tenerezza e la generosità della ragazza sono obliate dai contorti influssi dell’esistenza; dei suoi sentimenti resta comunque speranza di libertà  e amore. «Mi rallegro tutta nell’attesa che il babbo ritorni a casa. Perché mi ha promesso di chiedere alla Signora Sörby qualcosa di buono per me»[9]. Con la dichiarazione di Edvig il drammaturgo getta i primi indizi sulla struttura di base di Hjalmar, il padre della giovane. Insoddisfatto, conformista, privo di fantasia e spirito di osservazione, l’uomo non si esime dal deludere le attese della figlia che lo aspetta con ansia affettuosa. «Pensa, torni già, babbo!/Stai bene in abito da sera, babbo!»[10].

Disattento alle affettuosità della figlia, egli prende a discutere col vecchio Ekdal, suo padre, e neppure si ricorda di quanto ha promesso ad Edvig prima di uscire. «Ma che è dunque?», «Lo sai, le cose buone che m’hai promesse», «me ne son dimenticato. Ma aspetta un po’!Ho qualcosa per te, Edvig»[11]. Con fare meschino e quasi sarcastico, senza alcun senso di colpa e preoccupazione,  Hjalmar si allontana dalla figlia che intanto salta e batte le mani, fruga nella tasca della marsina e le porge qualcosa. «Questo qui? Non è che un foglio di carta»,«Leggi la lista, e io ti descriverò poi il gusto dei piatti. Su, via, Edvig»[12]. La piccola Edvig, ricacciando le lacrime, si siede delusa vicino alla tavola. Non legge il “menu”. Osserva il padre che passeggia per la stanza e si lamenta della tristezza che si è dipinta sul volto di Edvig e di Gina, sua moglie, poi si ferma vicino al vecchio. «Hai dato un’occhiata là dentro, stasera babbo?», «Sì, puoi immaginarlo. È andata nella cesta», «No, è andata nella cesta! Comincia dunque ad abituarsi?»[13].

downloadIl vecchio Ekdal nel solaio della casa con abeti rinsecchiti, qualche coniglio, dei piccioni e alcune galline ha ricreato un “falso bosco” per poter ricreare di andare ancora a caccia nelle foreste del Nord insieme a suo figlio. Anche l’anitra selvatica vive nella soffitta e trova riparo in una cesta. Ferita dal vecchio Werle durante una battuta di caccia, l’anatra si era tuffata sott’acqua per aggrapparsi alle alghe e morire. Era stato il cane da caccia dell’industriale a trarla in slavo, era sopravvissuta per merito degli Ekdal che si erano presi cura dell’animale. «No , Signor Werle; non è un’anitra turca; ma un’anitra selvatica»,«Ma davvero? Un’anitra selvatica?», «La mia anitra selvatica. Perché è mia./È stata colpita sotto l’ala e così non poteva più volare»[14].

Nelle parole di Jalmar e in quelle di Edvig si annuncia la catastrofe, si insinua il dubbio e si presagisce il punto di svolta dei personaggi. Secondo un’interpretazione di senso la ragazza può essere identificata con l’anitra selvatica e in questo scrive una sottotrama percepibile nel dissidio, nella negatività e nel conformismo degli altri personaggi. Come la sua anitra selvatica, ovvero il suo germano reale, anche Edvig soffre di una menomazione, un difetto visivo che nel tempo le potrà fiaccare la vista.

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L’attrice Anne Marit Jacobsen nel ruolo di Edvig in “L’anitra selvatica” (titolo originale “Vildanden”, 1970)

 

Sempre educata, gentile e premurosa, la giovane volentieri si presta ad aiutare il babbo e la mamma nel ritocco delle fotografie e nelle piccole faccende domestiche. E i libri illustrati, la pendola dell’orologio in disuso, il silenzio che regna nella soffitta sono per lei “quel fondo dei mari” dove trova rifugio e promesse di serenità. Nella propria insoddisfazione e nel desiderio di fama per una “grande invenzione” non meglio specificata, Hjalmar non esita a mostrarsi rancoroso, inumano e pronto a danneggiare anche i propri cari. Egli attua la fuga dalla realtà nel togliere a Gina la gestione delle entrate familiari e l’occupazione del lavoro fotografico. «A quella maledetta anitra selvatica avrei voglia di tirarle il collo»[15]. La piccola Edvig trasale, manda un grido, quasi vede un presagio, soffre e si mortifica,.

Ad innescare l’esplosione della catastrofe è la lettera, consegnata dalla Signora Sörby nelle mani di Edvig, in cui il vecchio Werle stabilisce una donazione per la ragazza proprio nel giorno del suo compleanno. «In seguito questa donazione passerà a te per tutta la vita».[16] Corroso dalla gelosia e dal dubbio che Edvig non sia sua figlia, Hjalmar decide di lasciare la propria casa. «Che dici! Babbo, babbo!», «Vattene via, lontano. Non ti posso vedere. Oh. Quegli occhi… Addio».[17] Consapevole di non essere “la vera figlia del babbo”, Edvig giunge a pensare che sia una trovatella, ma che le si può voler ugualmente bene giusto come lei stessa fa con l’anitra selvatica. In un gesto estremo d’amore verso il padre, la ragazza chiede al nonno di sparare all’anitra, facendosi spiegare bene come tirare il colpo. Umiliata e di nuovo allontanata dal genitore con gesti e parole offensivi, la piccola Edvig “resta immobile un istante, con aria sgomenta si morde le labbra per soffocare il pianto; poi stringe i pugni  convulsamente e dice piano -L’anitra selvatica- si avvicina furtivamente e prende dallo scaffale la pistola, chiude la porta della soffitta, vi scivola dentro e poi richiude la porta”[18]. Edvig uccide da sola l’anitra selvatica. Adesso non vive più. Giace nel fondo di quei mari dove l’umiliazione subita, la disillusione e la morte sono stele funeraria per chi è vittima della vita. Peccato che a sua memoria resterà soltanto la falsa pietà di chi è sopravvissuto allo scempio degli spettri ed alla vuota insensibilità che non vede luce.

Nello svolgimento del dramma Nora e la giovane Edvig sono personaggi cardine la cui evoluzione è orchestrata sul movimento della loro forza di volontà , effetto che trova origine sia nell’ambiente che nell’azione dei loro antagonisti. Al comportamento di Nora come al gesto di Edvig, se esaminati in un contesto asettico, sono da attribuire accezioni negative, ovvero, se visti nella loro tridimensionale realtà, nella faticosa transizione e nella sperimentazione della crisi conflittuale, allora c si può affermare che in quel tipo di agire la sventura non è semplice artificio, ma racchiude un forte messaggio d’amore. Nora si allontana dalla famiglia nella speranza di poter realizzare se stessa e Edvig offre in dono la propria vita. Sono il marito e il padre, due figure omologate e complementari, che non sanno o non vogliono dare ascolto al bisogno di espressione di chi li ama, che sono aridi  e ripiegati su se stessi, statici nei loro stereotipi morali e freddi nel recepire la sottile energia insita nella vocazione umana e la bellezza illuminante di un raggio di sole.

Lucia Bonanni

Gennaio 2017

 

Questo saggio viene pubblicato in esclusiva anteprima su “Blog Letteratura e Cultura” di Lorenzo Spurio per gentile concessione dell’autrice che nulla ha a chiedere al momento della pubblicazione né in futuro al gestore dello spazio on-line. 

E’ severamente vietato riprodurre il saggio in formato parziale o integrale su spazi digitali o su supporti cartacei senza il consenso scritto da parte dell’autrice, eccettuati i casi di citazione con opportuni riferimenti al titolo del saggio, al nome dell’autrice e allo spazio dove è stato pubblicato. 

 

 

[1] Herik Ibesen, Casa di bambola, Einaudi, Torino, 1963, pag. 86.

[2] Ivi, pag. 12

[3] Ivi, pag. 21-24

[4] Ivi, pag. 39

[5] Ivi, pag. 79

[6] Ivi, pag.80

[7] Ivi, pag. 84

[8] Lajos Egri, L’arte della scrittura dramamturgica, Audino Editore, 2003, pag. 17.

[9] Herik Ibsen, Spettri, Un nemico del popolo, L’anitra selvatica, Rosmersholm, Garzanti, Milano, 1976, pag. 243.

[10] Ivi, pag. 245

[11] Ivi, pag. 249

[12] Ivi, pag. 249

[13] Ivi, pag. 249

[14] Ivi, pag. 258

[15] Ivi, pag. 289

[16] Ivi, pag. 303

[17] Ivi, pag. 305

[18] Ivi, pag. 317

“Vuoto, circolarità e stravaganze in ‘La cantatrice calva’, ‘La lezione’ e ‘Le sedie’ di Eugène Ionesco” – a cura di Lucia Bonanni

Vuoto, circolarità e stravaganze in La Cantatrice Calva, La Lezione e Le Sedie di Eugène Ionesco

a cura di LUCIA BONANNI 

Tra Ottocento e Novecento la realtà culturale si apre a nuove forme di espressione artistica. Pittori come Edvard Munch e James Ensor con la loro forza espressiva anticipano aspetti dell’assurdo, dell’enigma, del grottesco e del visionario. Come nella poetica simbolista anche nel filone “onirico” della pittura affiora l’artista veggente che attinge dal proprio immaginario. La pittura di Giorgio De Chirico (1888-1978), preceduta da quella di Arnold Böcklin (1827-1901), esprime il nonsense della vita e insieme all’arte figurativa influenza anche la letteratura. Si sviluppa così il Surrealismo col manifesto ideato da André Breton, che intende dare spazio a meccanismi di nuove modalità di espressione, nuovi mondi “automatici”, “casuali” e “meravigliosi” in cui la frattura manifesta tra linguaggio e realtà si connota di opposizione verso il pensiero tradizionale. Altri pittori, come ad esempio Magritte, Dalì e Sorino, nelle loro opere con l’uso dell’inganno ottico descrivono l’aspetto ambiguo della realtà, aspetto determinante anche per l’inganno psicologico.

 

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Il drammaturgo di origini rumente Eugène Ionesco

Nelle commedie di Eugène Ionesco (1909-1994) continuità e discontinuità sono “briciole” di memoria affettiva, filtrate dall’autore attraverso la scrittura letteraria. Dualità e traumi emotivi segnano l’infanzia e l’adolescenza del drammaturgo e sono tali contrasti che anni dopo danno vita a pièce come Jaques ovvero la sottomission, Vittime del dovere, Viaggio tra i morti. Negli anni di formazione Ionesco predilige Croce, Proust e Flaubert; è la lettura di quest’ultimo che gli fa “comprendere che la letteratura non consiste in ciò che si dice ma in una certa maniera di dirlo, in una qualità che rimane indefinibile[1]. Alla fine del secondo conflitto mondiale Ionesco torna a Parigi e nel 1949 scrive La cantatrice calva a cui segue La lezione, testi emergenti nella storia del teatro come categoria di “antiteatro” o “avanguardia”. Al pari di André Gide e di A. Breton, il drammaturgo sfronda l’azione teatrale dell’intreccio, i tratti dei personaggi, l’aspetto psicologico, le motivazioni apparenti del conflitto drammatico in quanto nell’opera d’arte contenuto e forma devono coincidere per una linea innovativa dove l’opera diventa importante “nella misura in cui inventa le proprie regole[2]

Tra le varie informazioni sulla genesi de La cantatrice calva alcune sono riportate dall’autore in Note e contronote. Nel 1948 egli inizia lo studio della lingua inglese, servendosi del metodo Assimil; nel manuale sono presenti i tipici elementi dei dialoghi inglesi: frasi brevi, banalità, espressioni idiomatiche e luoghi comuni. Nella trascrizione e lettura l’autore pensa di trasporre i dialoghi in testo teatrale ed è portato ad accrescere gli effetti fino al paradosso e all’esagerazione mentre per il titolo trasforma una “maestra bionda” in una “cantatrice calva”. Oltretutto il dinamismo della commedia è la risultante del senso innato di Ionesco per il ritmo ed anche in assenza di azioni l’opera presenta azioni, sviluppo e progressione drammatica.

«Già le nove. Abbiamo mangiato minestra, pesce, insalata inglese. I ragazzi hanno bevuto acqua inglese. Abbiamo mangiato bene, questa sera. La ragione è che abitiamo nei dintorni di Londra e che il nostro nome è Smith. […] Il Signor Smith, continuando a leggere, fa schioccare la lingua» reiterazione anaforica, questa, che l’autore ripete per ben otto volte. A motivo di in contenuto dialogico insipido sembra che nel punto d’attacco della scena prima non si 9788806068745_0_0_300_80riesca a percepire una struttura di base dei personaggi ovvero nessun tipo di orchestrazione e movimento; al contrario, il permanere del soliloquio della Signora Smith e il continuo schioccare della lingua, accompagnato alla lettura ininterrotta da parte del Signor Smith, suggeriscono la goffaggine egocentrica della donna e l’indifferenza ostentata dell’uomo. Quindi sarà sufficiente che il marito contraddica la moglie con tono di irascibile superiorità per dare avvio ad un conflitto che troverà il proprio culmine nel bel mezzo della conversazione con i Signori Martin e i due coniugi non esiteranno a scambiarsi epiteti, garbatamente a vicenda: «Non bisogna interrompere, cara, screanzata. […] Non bisogna interrompere, cara, sei disgustosa. […] Caro, sei stato tu a interrompere per primo, bestia». L’atmosfera che si respira in casa degli Smith non è certo delle più argute e sagaci, ma le caratteristiche di ciascun personaggio sono talmente esagerate da non mostrare nessun tipo di aspirazione da parte di ciascuno di loro. La transizione, però, esiste e si incentra non sul movimento e neppure nel dialogo, bensì sul personaggio cardine, qui ravvisabile nel capitano dei pompieri, giunto in casa Smith con l’ordine di spegnere tutti gli incendi presenti in città: «Non ci sarebbe per caso il fuoco qui da voi?»[3]

È il pompiere con i suoi aneddoti strampalati e le battute a doppio senso a colmare, se pure in maniera transitoria, i vuoti comportamentali dei coniugi Smith che inutilmente cercano di dare un senso alla loro vita, e dei coniugi Martin confinati e confusi nel loro stanziamento relazionale da richiedere stimoli esterni per tornare a riconoscersi nel loro flusso di coscienza: «Vi conoscete? […] E come no! […] È stata lei a spegnere i miei primi fuochi. […] Sono il suo spruzzetto d’acqua»[4].

Mary, la cameriera degli Smith, è un personaggio secondario come lo è il pompiere, però nell’economia della commedia è questo binomio che enfatizza le relazioni e scatena ostilità e nervosismo; comportamenti accentuati anche dal battere forte della pendola.

«Abbasso il lucido. […] Niente frecciata; è già sposata»[5]. Il registro esasperato degli Smith introduce ad un finale a dir poco parossistico in cui l’autore, servendosi di una sintassi nominale, interscambia i ruoli delle coppie e al pastiche comico sovrappone una recitazione seria: «Cactus, cocco, coccola, coccarda, cocorita/ il papavero non è un vero papa/ bazza, bizza, bozza/ Mariella fondo di scodella/ ciuff, ciuff, ciuff»[6]. La progressione delle battute presente nell’ explicit, scardina il linguaggio, portando alla luce il vuoto che investe il linguaggio e la vera natura dell’essere dopo la dissolvenza della razionalità. I personaggi litigano e si accapigliano; poi la luce si smorza e le voci cessano. Quando c’è di nuovo luce, i Martin sono seduti al posto degli Smith come all’inizio della commedia che ricomincia con le medesime battute mentre il sipario cala lentamente.

«È lo spettacolo più insolentemente intelligente cui possa assistere chiunque ami il teatro, la sapienza, la tragedia e la farsa» riporta “Le Figaro” nel 1952, riconoscendo il valore di questa anti-commedia, “[f]iore all’occhiello di un autore che pratica l’umorismo a freddo, si compone di scenette spassose culminanti in un finale clamoroso, che non sarebbe dispiaciuto ai surrealisti[7]. Autore di un teatro d’avanguardia ossia di uno “spettacolo-provocazione”, Ionesco toglie dal testo teatrale gli orpelli della tradizione, mantenendo, però, quella che è la struttura archetipica: prologo, azione, epilogo.

Se la scrittura de La cantatrice calva prende origine da un manuale di inglese, per La lezione sono il libro di aritmetica della figlia e la caricatura del professore di filologia a suggerire al drammaturgo una nuova commedia. Entrambe le opere si innestano su stravaganze e anomalie, nella “gemella” il dialogo dei personaggi si svolge su un doppio registro e le due discipline di studio diventano veicolo di lubricità e manie che trovano sfogo nel delirio erotico e nelle pulsioni omicide.

«Buongiorno, signorina […] Buongiorno, signora. Il professore è in casa?»[8]

Con i piedi sotto la sedia l’allieva aspetta il professore con atteggiamento compunto; sembra beneducata, gaia e spigliata. Il professore ha la barba bianca, gli occhiali, una papalina nera, indossa una casacca nera con un solino bianco. Sembra assai timido e molto corretto. Si frega di continuo le mani ed è assai abile a respingere i lampi che appaiono nei suoi occhi. “Buongiorno, signorina… È lei la nuova allieva, nevvero? […] Sì, professore, buongiorno, professore[9]. Ionesco fornisce indizi precisi, appoggiando l’attenzione sui colori, l’abbigliamento quasi grottesco, il tono della voce, la mimica gestuale, quella delle posture e l’ambiguità metaforica delle battute. Nel corso dell’azione scenica, però, la timidezza del professore cede ad una progressione di comportamento aggressivo e dominante: «Silenzio. O le spacco la zucca» mentre la ragazza sarà sempre più pallida, inerte e passiva. “Mi scusi, signorina, volevo dirle… che ci si può aspettare di tutto […] Indubbiamente, professore… Sono brava, vero professore? […] Sicuro, signorina… o quasi. Lei riuscirà a conoscere bene tutte le stagioni, ad occhi chiusi. Come me[10]. L’inquietudine creata dal silenzio del professore che guarda l’allieva implica una inversione comportamentale che passa attraverso una ampia gamma di sentimenti: comicità e tragicità, patologia e furore, timidezza e sicurezza, fiducia e inganno. “No, professore, no… È meglio di no…[11]

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Uno scatto di una delle varie rappresentazioni italiane dell’opera “La lezione” per la regia di Tonio Logoluso. Foto tratta dal sito: http://www.teatrodelleonde.altervista.org

 

Il misterioso personaggio di Maria, la governante, è deputato a preparare e scandire i vari momenti dell’azione, a dispensare consigli e avvertimenti come pure a concedere il perdono. Nonostante il professore cerchi di dissimulare il proprio stato d’ebbrezza, la situazione sembra talmente inverosimile da costruire attorno all’atto osceno dell’uomo un intero paradosso di suggestioni. In una specie di danza egli gira intorno all’allieva, brandendo un coltello invisibile: «Ripeta, ripeta: coltello… coltello… coltello»[12]. L’allieva cade su una sedia vicino alla finestra mentre il professore si asciuga la fronte, poi in preda al panico chiama la governante che prontamente gli torce il polso, facendo cadere a terra il coltello. “Ed è la quarantesima volta, oggi… E tutti i giorni è la stessa musica. Tutti i giorni[13]. Il professore,piagnucolando, si giustifica, dicendo che non è colpa sua e che l’allieva era disubbidiente e non voleva imparare; addirittura sollecita la sua complice di non fare del male alla giovane mentre prendono il suo corpo per portarlo fuori dalla stanza. “Subito, subito, arrivo”. Come all’inizio della commedia la governante prima di aprire la porta alla nuova allieva, getta un quaderno ed una cartella nell’angolo dove sono ammucchiati altri quaderni e quando cade il sipario si odono nuovi colpi di martello. 

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La scrittura di Ionesco trova fondamento anche sul fenomeno della “proliferazione”; nei suoi testi possiamo trovare accumuli di sedie, tazze e mobili, mucchi di uova, cadaveri che si ingrandiscono, rinoceronti vaganti per le vie cittadine. Neppure il linguaggio è privo di questa regola e tutto ciò che si enuncia si dilata fino alla soglia del fantastico mentre l’innovazione è data da un immaginario stravagante che stupisce ed estranea, disorienta e delude, si contraddice e afferma. Lo sproloquio, il significante, la prolessi e il nonsense lasciano spazio ad una logica “fittizia” che conduce verso l’assurdo. Di conseguenza lo spettatore è chiamato ad esplorare anche le linee del mostruoso. In questo dramma comico si rinnova il genere drammatico con l’uso dissimulato di quelli che sono i dettami dell’arte drammaturgica: come unità degli opposti, tridimensionalità dei personaggi, orchestrazione, conflitto adombrato e crescente, scena obbligatoria, inseriti nella commedia in una consolidata logica astratta con l’uso di limerik e nonsense

«La scelta di un tono ha molto in comune con la creazione di un’atmosfera»[14]

671676L’atmosfera tematica percepita nella farsa tragica Le sedie, è quella dell’assenza, del nulla, del vuoto, dell’irrealtà del reale. Le sedie restano vuote perché non c’è nessuno ad occuparle. L’opera oscilla tra ilarità e spavento e fa aggallare un qualcosa che il censore interno tende a tenere nascosto. La vecchiaia impersonata dai due protagonisti non è quella propria dell’età bensì corrisponde ad una condizione esistenziale. L’interpretazione di senso della commedia si dipana tra personaggi invisibili, sedie vuote, gestualità e linguaggio, ambiente e rimpianto. Seppure il drammaturgo non si pone la visuale psicologica, egli afferma che gli invitati invisibili sono allegoria delle angosce, dei sensi di colpa, della sconfitta, della vanità, dell’umiliazione dei due vegliardi. Le sedie vacanti simboleggiano il vuoto della vita, dilagante sulla scena come se fosse deformato.

Mediante l’uso di linguaggi non verbali e mutamenti di tonalità l’autore racconta gli aspetti negativi dell’animo umano e la qualità della vita. I due protagonisti vivono soli, senza amici, isolati dal contesto sociale, rivivono ricordi, annullano la speranza e dimenticano la trascendenza ed il loro ciclo vitale si chiude con un gesto tragico e incredibile: «Su, tesoro, chiudi la finestra. L’acqua stagnante fa cattivo odore […] Io voglio guardare. Le barche sull’acqua fanno delle chiazze al sole […] Ma non puoi vederle! Non c’è il sole, è notte, tesoro mio, […] ne restano le ombre»[15]. Da queste battute si evince l’oscura realtà in cui vivono i due vecchi mentre l’elemento acqua e i lemmi “stagnante” e “ombra” lasciano presagire un’enfasi di crisi e conseguente risoluzione. “Il Papa, i pappagalli e i papiri? […] Li ho convocati. Annuncerò il mio messaggio[16]. Il fruscio delle barche sull’acqua, le scampanellate, l’accoglienza ai nuovi venuti, il continuo va e vieni, il trasporto delle sedie, l’intreccio e la sospensione dei dialoghi, sono motivo di agitazione per il vecchio che, similmente alla moglie, sembra muoversi su pattini a rotelle. Il tramestio, il frastuono delle voci, il suono di fanfare contrastano col fascio di luce viva che dalla porta di fondo inonda il palcoscenico. Il sopraggiungere dell’Imperatore è salutato da immobilità, stupore e riverenze da parte degli astanti: «Non capisco… non credo… è impossibile… ma sì… inverosimile… eppure… sì… sì… s»[17]. Secondo la logica interpretativa la luce che ravviva l’ambiente e la figura dell’Imperatore possono o non possono richiamare immagini del trascendente ossia la grazia concessa in una visione di pace; secondo il senso e non senso ai due vegliardi non resta altro che compiere quel “sacrificio supremo”, la morte per acqua, che nessuno o qualcuno domanda. “Noi lasceremo delle tracce perché siamo delle persone e non delle città[18]. Inneggiando all’imperatore i due si gettano dalla finestra; i loro corpi cadono nell’elemento liquido, forse desiderio implicito di ritorno al grembo materno, provocando un tonfo udibile dall’interno della casa. Una volta scomparsi i due vecchi, scompare anche la luce, le finestre sono buie e sul palcoscenico resta soltanto la luce fioca dell’inizio.

E quali finalità sono da attribuire a quell’oratore che si sforza di farsi capire dalla folla con suoni strani e segni bizzarri?

«Mmm, mmm, mmm, Crr, rrr, rrr. Ggg, ggg, guerr»[19]. Stelle filanti e coriandoli, le sedie, il podio, rimangono ad ingombrare il pavimento dopo che l’oratore con “andatura da fantasma” è uscito di scena e il buio fitto scherma la porta di fondo. Poi dalla folla invisibile in ordine crescente e decrescente si alza un suono di voci. La farsa dura finché il pubblico vero, inevitabilmente chiamato a risolvere l’enigma, non lascia il teatro e il sipario si chiude lentamente come ad unire i punti noti e meno noti di una stessa circonferenza.

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Uno scatto della rappresentazione dell’opera “Le sedie” tenutasi al Cinema-teatro Lumiere di Ragusa nel 2012 per la regia di Vittorio Bonaccorso.  Fonte della foto: http://www.ragusanews.com 

Con espedienti scenici Ionesco si diverte a depistare i lettori da ciò che vuole veramente dire nelle sue opere che all’apparenza possono risultare scialbe e prive di senso, ma che al contrario nascondono una ben precisa morale e inducono a riflettere sui temi cardine della condizione umana.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 14 gennaio 2017

 

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO:

EUGÈ IONESCO, Teatro completo, Einaudi, 1993

LAJOS EGRI, L’arte della scrittura drammaturgia, Dino Audino, 2003

LORENZO SPURIO, “L’anti-opera di Ionesco: il teatro che smitizza la vita” (inedito)

 

Note:

[1] Eugène Ionesco, Teatro completo, Einaudi, 1993, p. XXXVII.

[2] Ivi, p. XLVI.

[3] Ivi, p. 25.

[4] Ivi, p. 33.

[5] Ivi, pp. 37-38.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, p. 707.

[8] Ivi, p. 44.

[9] Ivi, p. 45.

[10] Ivi, p. 47.

[11] Ivi, p. 57.

[12] Ivi, p. 69.

[13] Ivi, p. 70.

[14] Lajos Egri, L’arte della scrittura drammaturgica, Dino Audino, 2003, p. 165.

[15] E. Ionesco, Op. cit., p. 142.

[16] Ivi, p. 149.

[17] Ivi, pp. 173-174.

[18] Ivi, p. 183.

[19] Ivi, p. 184.

“Padre” poesia di Michela Zanarella, con traduzione in turco

Padre

POESIA DI MICHELA ZANARELLA

Padre,

mi vanto del colore e del suono

che ridendo rincorri

per stagioni e grembi di luce.

Dico alla pelle

quanto entrambi affondiamo radici

in estro e città.

Occupi sempre più

il profondo del mio giocare alla vita,

quello spazio di somiglianza calda

alle vetrine di un sogno.

In parte nel tuo asfalto di uomo

cerco vapori d’eterno orgoglio,

quel silenzio che so

veliero di grande calore.

images

 

Baba

Traduzione in turco di Özkan Mert

Baba,

Coşarım renkler ve seslerle      

mevsimlerden mevsimlere,       

gülerek senin rahminde.         

Ey ten, derim ki sana,     

ne kadar salsak da köklerimizi              

sezgilerimizin ve kentlerin içine.      

Sen hep daha derindesin yaşam koşumda, 

benzer bir boşlukta                                  

camdan kutucuklar gibiyiz düşlerde.    

Senin asfalt adamlığının kıyısında     

Buğusunu ararım bitmez gururun, 

çok iyi bildiğim sessizlikte           

sıcacık bir yürekle yelken açan.

Antonio Merola su “Irrational man” di Woody Allen

Irrational man:Woodartre e l’esistenzialismo ironico[1]

DI ANTONIO MEROLA

irrational-man-woody-allen-locandina-300x300In un’epoca astorica e omologante quale la nostra, in cui difficilmente è possibile parlare di individui, quanto piuttosto di meri effetti rispetto ad un’azione economica centripeta, il che è un truismo per quei pochi che ancora esistono, Irrational man del regista statunitense Woody Allen si pone come una pellicola necessaria, pur tuttavia racchiudendo in tale essenza un elemento paradossale.
La critica occidentale ha reagito negativamente all’opera d’arte, mostrandosi dubbiosa, scettica di fronte ad un Allen che puzza di vecchio, di ripetizione ammuffita, di recipiente intellettuale ormai vuoto, sul quale sembrano intravedersi i segni di una raschiatura; in Italia, per citare ad exemplum, così si è espresso sul Fatto Quotidiano Davide Turrini, “Allen ha voluto con caparbietà ritagliarsi un ruolo marginale, secondario, ininfluente nel cinema mondiale”[2], arrivando a definire Irrational man come “un film inesistente”, non accorgendosi, forse, di averci visto, criticamente, giusto.

Non è questa un’opera che si presta ad una lettura superficiale, pena la sua inutilità comunicativa, quanto meno nella sua funzione intenzionale; per suscitare una reazione e/o una spinta alla riflessione, per essere quindi necessaria, mi si perdoni il gioco di parole, necessita di essere compresa, comprensione che può risolversi sì in più di una soluzione, ma che non può avvenire senza le dovute basi filosofico-letterarie, un insieme preciso di romanzi, saggi, drammi teatrali e raccolte di racconti brevi che vanno sotto il pesante nome di corrente esistenzialista, e tra i quali un autore in particolare sembra “tiranneggiare”: Jean-Paul Sartre.
Una chiave interpretativa che rende impossibile l’avvicinamento per il ricevente principale, un pubblico medio che pure si è recato entusiasta nelle sale cinematografiche, uscendone accompagnato da un’ebete perplessità, vanificando l’operazione civile del film, rendendolo, in definitiva, semplice – e non pura – estetica da pop-corn.

Eppure, i rimandi alla matrice sartriana sono molteplici e di natura differente. Abe Lucas, professore di filosofia in piena crisi esistenziale, interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix, e la studentessa Jill Pollard, ovvero Emma Stone, ricordano molto da vicino due tra “i protagonisti” de L’età della ragione, primo romanzo della trilogia de Le vie della libertà, Matteo e Ivic; identici, infatti, i ruoli sociali di partenza, simile lo sviluppo della trama amorosa, seppur con esiti divergenti, differente, al contrario, l’ambientazione esterna in cui i personaggi sono chiamati a muoversi – in Sartre, la seconda guerra mondiale. Come pure la tensione iniziale di Abe, il suo logoramento interiore, l’annichilimento del suo sentire, può essere tradotto in termini di Nausea, condizione questa, che anticipa il conseguente stato di azione, volto al suo superamento indispensabile. E’ interessante notare che, tra le principali cause di questo lutto interiore, la società, o meglio, l’èpoque che ne è l’espressione ambivalente, occupi una posizione preponderante. In un dibattito letterario in cui “tutto è già stato detto”, la condizione d’essere del professor Lucas viene minata, il suo ruolo d’intellettuale e di artista mutilato; a che scopo, si chiede, quasi fosse l’Alfred Prufrock eliotiano nel suo “Oserò/turbare l’universo?” , scrivere l’ennesimo saggio su Heidegger? Ne consegue uno stato d’impotenza e di frustrazione, espresso nell’immagina scenica attraverso la metafora dell’impotenza sessuale – un tono patetico d’altronde aleggia fin da subito nella scena con la collega Rita Richards/Parker Posey.
Da qui in poi, L’umanesimo sartriano viene scandito riga per riga, direi alla lettera, dal regista.
In un tentativo di costruzione di se stesso da parte del non-ancora-individuo, la dicotomia classica in cui l’io è tale perché diverso da un alter viene ad annullarsi, a dissolversi completamente. L’altro, in un’ottica sartriana, diventa un nemico tanto quanto lo è il contesto storico, perché riduce a maschera, blocca cioè in un personaggio fisso, tramite un’errata e inevitabile percezione, quell’inesorabile divenire che è l’io, nella sua continua negazione/compenetrazione del sé precedente.
sartre1L’inferno sono gli altri”, quindi, citazione non casuale di Allen. Non viene, forse, l’arrivo di Abe Lucas al College Brailyn preceduto dalle notizie di un passato già passato, determinandone lo stupore di chi ancora non lo conosce? E non sono queste sue presunte qualità di “uomo vissuto” a generare in Rita Richards un desiderio incontrollabile di seduzione? Non sono proprio i suoi colleghi che ne determinano il successo intellettuale, lodandone il saggio che lo ha reso famoso nel mondo accademico? La pellicola è disseminata di metafore di questo tipo, eppure è nel rapporto tra Jill e Abe che Allen, in un tentativo di rendersi esplicito, tocca la punta più alta: la negazione della libertà da parte dell’altro si fa qui evidente nel momento in cui la maschera del Genio viene a tramutarsi in quella dell’assassino agli occhi della ragazza, e Abe viene quindi minacciato di essere denunciato, sotto l’apparente possibilità di una scelta, che porterebbe comunque al carcere.
Per chiudere il cerchio, sopraggiunge la morte,  la cessazione del divenire – basti pensare al giudizio totalmente dispregiativo nei confronti del suicidio da parte di Sartre, per farsi un’idea del perché la morte venga percepita, in definitiva, come la nemica naturale dell’uomo, l’unica contro cui è impossibile opporsi, dove persino l’immortalità letteraria non basta a salvaguardare la sopravvivenza dell’io.
Si apre però, a questo punto, un cerchio ancora più grande, quasi una ring composition dal risultato bivalente. Nella critica che Abe Lucas muove a Kant, quando definisce come “masturbazione verbale” la congettura di “un mondo senza menzogna” come condizione felice per gli uomini, e tenendo conto della citazione in apertura del film sulla morale kantiana, il pensiero sartriano può essere visto in modo contrappuntistico a quello del filosofo tedesco, pur mantenendone la finalità – e che, nel secondo si concretizzò in una partecipazione attiva al comunismo, ma basti dire che si concretizzò – o il fallimento del protagonista può essere interpretato come un’eiaculazione senza mezze misure? Non posso che rifugiarmi in un’epochè, per evitare di ridurre l’opera d’arte a una sola lettura dogmatica, tuttavia suggerendo un’evidenza situata nel rapporto individuo-realtà fondato sulla percezione dell’io: nel momento in cui Abe sceglie di eliminare Thomas Spangler, si assiste a un capovolgimento nel suo rapporto con il mondo esterno – laddove il reale, preso nella sua non-essenzialità, corrisponde a uno statico Nulla privo di un significato trascendentale –, capovolgimento che non solo dona un senso al suo agire, ma si riflette in una condizione d’armonia che rende l’essere umano, in definitiva, un Uomo.

ANTONIO MEROLA

[1] Questo articolo è apparso per la prima volta online sul sito “Il Giornale di Letterefilosofia.it al seguente link: http://www.letterefilosofia.it/2016/01/irrational-man-woodartre-e-lesistenzialismo-ironico/  L’autore dell’articolo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su Blog Letteratura e Cultura.

[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/18/irrational-man-woody-allen-e-una-stanca-ripetizione-di-se-stesso-film-inesistente-involontaria-parodia-di-una-qualsiasi-tragedia-bergmaniana/2315518/

“La letteratura della disintegrazione”, articolo di Martino Ciano

“La letteratura della disintegrazione” di MARTINO CIANO (*)

La chiamerò la letteratura della disintegrazione. Qui la parola non ha un senso logico e cambia continuamente il proprio significato. È una particella neutra che lo scrittore carica a suo piacimento di energia negativa o positiva. In queste opere non c’è una trama o personaggi, c’è l’uomo “grigio” né buono, né cattivo. C’è l’io che si cerca e si nega, che rinasce, che si prende beffa del perbenismo e della sociologia. Qui alberga l’antiromanzo. La vittoria della confusione e dell’assurdità.

Questa è la letteratura che mi piace perché aldilà di ogni sentimento, di ogni perversione, di ogni struttura sociale, c’è l’uomo che fa la storia e partecipa sempre al destino del mondo. Anche se indifferente. Leggendo queste opere vi renderete conto che la prosa è disarmonica, che sogno e realtà si intrecciano, che gli opposti coincidono. Non c’è bisogno di attrazione. L’uno contiene l’altro. L’io narrante si confessa con voi. Mantenete il segreto, mi raccomando. Siete il tramite tra la terra degli scrittori e il cielo della letteratura.

Ora prendiamo in considerazione quattro opere dove tutto ciò che ho detto prima si manifesta a noi lettori.

Knut Hamsun, Fame. Esce nel 1890 in Norvegia. Un’opera innovativa per l’epoca. Nessuno aveva scritto così prima. La trama? La lotta tra bisogni materiali e spirituali. La fame di vita si scontra con la solitudine del protagonista fuggiasco, vagabondo, in una città che non comprende la sua lingua interiore. Oslo-Christiania. È qui che inizia in letteratura quel processo di disgregazione dell’io che sta alla base di tutti i movimenti del novecento.

Guido Morselli, Dissipatio Hg. Viene scritto nel 1973, qualche mese dopo l’autore si suiciderà. Sarà pubblicato dopo la morte dello scrittore. Dissipatio è un atto di negazione. Letteralmente, di evaporazione dell’umanità, dei propri sentimenti, della coscienza. Un atto di ribellione volontario. Anche in questo caso il protagonista si perde nei suoi pensieri man mano che “muore” lungo le strade di Zurigo-Crisopoli.

Leggete queste due opere e troverete delle similitudini. La struttura ad esempio coincide. Ma se in Fame sentirete il costante bisogno del protagonista di aggrapparsi alla vita, in Dissipatio avvertirete solo la dissoluzione dell’io. Se nell’opera di Hamsun sentirete ancora la voce di un Dio parlante, in quella di Morselli c’è l’assenza di ogni divinità. L’uomo è origine e fine. L’io ha completato la sua disgregazione, i suoi resti devono necessariamente evaporare.

7667c59f2b359395fc6f7d5e64599549Albert Camus, Lo straniero. Appare nel 1942. Qui l’indifferenza dell’io diventa l’arma per combattere l’imprevedibilità. Il protagonista è straniero al mondo, alle sue leggi, all’ordine divino e naturale. Egli subisce e accetta ogni punizione perché ha negato la colpa e quindi la morale. Lo straniero è un anarchico, quindi. Confessa la sua voglia di libertà. Anche l’omicidio che compie è solo un atto, imprevedibile, frutto di un’idea, quindi giustificabile. Forse necessario al mondo.

Thomas Bernhard, Estinzione. Appare nel 1986. Qui l’io riacquista ed estingue. Fa i conti con la propria memoria. Ricordare, rivivere, estinguere. Il protagonista è un distruttore, non salva nulla. La memoria diventa anche un cimitero. Nulla deve resuscitare. L’io chiede il diritto all’oblio.

In queste quattro opere il lettore partecipa al dramma delle emozioni. Ci viene imposto un atteggiamento empatico. Maneggiate con cura questi libri. Sono cuori pulsanti nel mezzo di petti lacerati. Non ho parlato delle loro trame… leggeteli e lasciatevi affascinare.

 

(*) Questo articolo è apparso sul blog “Zona di Disagio” di Nicola Vacca in data 05-01-2016.  L’autore del testo ha acconsentito alla sua ri-pubblicazione su “Blog Letteratura e Cultura”. 

Ninnj Di Stefano Busà su “La recherche” di Marcel Proust

Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

954_001La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Palladium-Proust-1000x667-870x490Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo un es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

Ninnj Di Stefano Busà

Milano, giugno 2013                                   

“L’ultraismo di Jorge Luis Borges” di Ninnj Di Stefano Busà

L’ULTRAISMO di Jorge Luis Borges

di Ninnj Di Stefano Busà

arte ultraista
Una figura importante della Letteratura e della Poesia argentine, Nato a Buenos Aires nel 1899 muore a Ginevra 1986.
Dopo una esistenza alquanto turbolenta e assai travagliata raggiunge l’apice della notorietà come scrittore e poeta
Compie i suoi primi studi nella sua città di origine, per poi trasferirsi  a Ginevra e successivamente in Spagna, dove insieme ad altri componenti scrittori e poeti promuove il movimento d’avanguardia dell’ultraismo. Ritorna nel 1921 in Argentina dove fonda le riviste Prisma e Proa. Il suo stile originale e ricco di notevoli riferimenti culturali gli danno presto la fama, riflettendolo in un clima di fermenti letterari su vasta scala internazionale. Nel 1938 inizia il suo calvario agli occhi, che lo porta ad una quasi cecità.
Il malessere alla vista di cui soffre Borges è un fattore ereditario che si tramanda da sei generazioni. Intanto svolge un’intensa attività critica che lo porta ad essere conosciuto come uno dei più eruditi intellettuali del tempo.

La sua personale visione della vita e della politica argentina di allora, sono di concezione liberale, il che lo porta a scontrarsi presto con la politica di Peron, contro il quale ha firmato il Manifesto.
Per tale motivo e, come si può immaginare, viene esautorato  e destituito dal suo incarico di Assistente Bibliotecario già ricoperto nel ’37. Successivamente alla caduta di Peron ottiene nuovamente la nomina di Conservatore e Direttore della Biblioteca Centrale di Buenos Aires, incarico da cui è costretto a dimettersi al ritorno al potere di Peron.
Si può dire che la sua attività e la sua vita siano state segnate dalle vicende politiche del grande dittatore.
Nella sua attività artistico-letteraria Jorge Borges affronta una cultura filosofica che gli assegna ufficialmente la grande visibilità internazionale, anche se non giunge mai al Nobel.
Il suo stile rigoroso e forte frammisto ad un tono marcatamente evocativo caratterizza la sua produzione e accompagna tutte le tematiche di cui si avvale l’intero svolgimento della sua vasta attività.
Pubblica le raccolte poetiche: Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martin, 1929; Poemas (‘23/ ’58), 1958; El Acedor, 1960; El Otro el mismo 1964; Elogio de la sombra 1060; La rosa profunda 1975, Historia de la noche, 1977; La cifra 1981. La sua produzione poetica è frammista ad una esemplare esegesi saggistico-narrativa che si va ad intrecciare a modelli polizieschi e fantastici di elevata qualità artistica. Pur tra tanta commistione di temi e di una così ampia varietà di interessi, l’opera di Borges appare unitaria e mai slegata dal suo intento culturale più elevato e profondo che fa riferimento alla ricerca del significato dell’esistenza, sempre attenta a cogliere anche i dettagli e le impercettibili anomalie dell’essere, pur sgravato dalle apparenze, meglio sarebbe dire <gravato> dalle molte vicissitudini e contraddizioni che lo schiacciano.
 Nonostante la sua formazione europeista, Borges rivendicò sempre con le tematiche trattate le sue radici argentine, e in particolare “porteñas” (cioè di Buenos Aires), nelle opere come Fervore di Buenos Aires (1923), Luna de enfrente (1925) e Cuaderno de San Martín (1929).
Sebbene la poesia fosse uno dei maggiori interessi dello scrittore argentino, nella sua opera letteraria, entrano quasi di prepotenza: il saggio e la narrativa, oltre la critica che caratterizzano  i generi che gli valsero il riconoscimento internazionale. Dotato di una vasta cultura, che esercita e intensifica nei numerosi viaggi e soggiorni all’estero, egli seppe costruire un’attività culturale e umanistica eccellente, con la quale mostrò la grande solidità intellettuale attraverso una prosa oculata e severa, che seppe manifestare un distacco talora ironico dalle cose del mondo, dai suoi personaggi e figure, senza per questo rinunciare al suo lirismo di fondo che è di stile evocativo. Le sue strutture morfologico-narrative vanno a modificare le forme convenzionali del tempo, per rimodulare e impostare altri modelli linguistici di più vasto contenuto simbolico, costruiti e impostati sulla base di riflessioni, verifiche, pensieri, comparazioni, allusioni, parallelismi di natura varia. Gli scritti di Borges appaiono come forti  metafore, che si pongono sullo sfondo di visioni metafisico-paradossali, senza mai perdere di vista l’essere umano che si staglia nel panorama di sfondo come interprete di una dimensione più naturalistico-evocativa che ha costituito il suo filone di ascendenza, la matrice più autentica del suo modello culturale, sempre ai più alti livelli.
Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura(1957), il Premio Internazionale degli editori(1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il  Premio Balzan (1980) per la filologialinguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la  Grande Croce dell’Ordine di Alfonso X il Saggio. Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, lo scrittore non fu mai insignito del premio Nobel per la letteratura, probabilmente vessato dalle enormi disavventure di regime, o dalle polemiche che ne vennero fuori a causa della sua opposizione alle dittature. Il suo spirito libero ha manifestato quella certa insofferenza dei Grandi intelletti, che hanno pagato caro il prezzo della loro autonomia e libertà di pensiero.
Da tempi immemorabili essi (cultori dell’ingegno) hanno dovuto trangugiare l’amarissimo calice delle idee non conformi ai regimi, come estreme conseguenze di scelte politiche non allineate e intruppate. 
Nel 1921 viene pubblicato il primo numero della rivista letteraria spagnola Ultra, la quale, come appare evidente dal nome, era l’organo di diffusione del movimento ultraista. Tra i collaboratori più noti spiccano lo stesso Borges, Rafael Cansinos-AssensRamón Gómez de la Serna e Guillermo de Torre che diventerà suo cognato 1928 sposando Norah Borges.
Tutta l’attività di Borges si rivela infaticabile e assidua, nonostante una forma incurabile che affligge da 6 generazioni i più stretti familiari dello scrittore non bisogna dimenticare che la medesima sorte tocco anche al padre  (anch’egli muore cieco) per un fattore di infermità fisiologica che lo perseguitò tutta la vita. Anche il Nostro vive nel terrore, soprattutto, quando venne attaccato da una setticemia infettiva che minò il suo stato di salute costringendolo ad un’immobilità per parecchio tempo, minacciandolo soprattutto di una grave interruzione delle sua scrittura e del suo estro intellettuali. Viene assalito da una visionarietà che intuisce e sfocia in una visione storica come: plagio, falsità, menzogna, parodia universale, che ne sanciscono la fama di scrittore internazionale con le sue Otras Inquisiciones (1952)
Labirintico e tenebroso saggista, Borges si mostra con una linea di freddo trionfalismo nella prosa latina fino all’avvento del Realismo di Garcia Marques. Tuttoggi non si può opinare sull’attività dell’argentino, senza fare riferimenti alla letteratura di Calvino e del più recente Umberto Eco. I quali convergono per esperienze e visioni bizzarre ed eccentriche.
Borges ammette la concezione che tutti gli idealisti esplicitano, la forma allucinatoria del mondo. Però l’uso che Borges fa dei paradossi è una bizzarria singolare essa stessa, una sorta di eccentricità stravagante. Così egli si esprime riguardo al sogno del mondo: “Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto”
Bisogna ammettere che tale visione dell’essere e della vita si posiziona infatti in una linea di pensiero e di orientamento “orientale”: si pensi ad es. allo Zen, al Buddismo, situazioni ai limiti del pensiero che sfociano in metafisiche figure, in sostrati di intellettualità trascendente che delineano e si equiparano a grandi linee alla cultura orientaleggiante.
In collaborazione con Bioy Casares, Borges ha scritto: Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942), Un modello per la morte (Un modelo para la muerte, 1946), Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq, 1967). 
In collaborazione con Margarita Guerrero ha scritto: Manuale di zoologia fantastica (Manual de zoologia fantástica, 1957) ristampato poi con aggiunte e con il titolo: Il libro degli esseri immaginari (El libro de los seres imaginários, 1968).
NINNJ DI STEFANO BUSA’ 

Festival della Poesia Civile di Vercelli. A Márcia Theóphilo il premio internazionale alla carriera

La poesia s’interroga sui temi dell’Expo

al Festival di poesia civile di Vercelli

A Márcia Theóphilo il premio internazionale alla carriera

 Dal 7 all’11 ottobre l’undicesima edizione del festival di Vercelli con eventi a Milano, Novara e Ascona (Svizzera). In programma anche un omaggio a Orelli, reading sui temi del buddhismo e un evento con il premio Viareggio Buffoni pro e contro la Germania, con un incontro-laboratorio sulla poesia nella Lingua dei segni e uno spettacolo di Roberto Piumini.

Una voce dall’Amazzonia candidata al Nobel si alza nell’XI edizione del Festival internazionale di poesia civile “Città di Vercelli” che ha già premiato in passato poeti come Harrison, Evtushenko e Adonis: è la voce di Márcia Theóphilo, poetessa e antropologa brasiliana che ritirerà il premio alla carriera giovedì 8 ottobre 2015 alle 19,30 a Vercelli durante un reading sul nuovo libro Nel nido dell’Amazzonia edito da Interlinea, con intermezzi musicali di Laura Mancini e introduzione di Giusi Baldissone. È prevista un’anteprima mercoledì 7 ottobre in Università Cattolica a Milano, in largo Gemelli 1 alle ore 17,30.

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Márcia Theóphilo

Nelle poesie di Márcia Theóphilo ci sono voci che lei trascrive ispirata o che traduce da un linguaggio (magari musica di tamburi e flauti o i suoni della natura ora affidati alle onomatopee) cui bisogna trovare parole che vanno oltre il semplice significato. Per aderire allo spirito del luogo non basta la ragione, che tuttavia non è esclusa dal racconto. La poetessa ci ha messo tutta l’anima – e magari anche la psicanalisi – in questi versi in cui la cultura più sofisticata si fa natura “primordiale”: quello che siamo diventati senza mai smettere di essere “selvaggi”, nel senso del “pensiero selvaggio” di Claude Lévi Strauss. Per convincerci più profondamente, coinvolgendoci come esseri capaci di scovare e intendere il nostro più remoto passato, l’autrice usa non una lingua – il suo portoghese di nascita – bensì due, cioè anche l’italiano, lingua di ormai antica elezione. Márcia scrive per ricordare agli uomini quello che hanno dimenticato, dal rumore della pioggia al resto.

Alla cerimonia del premio a Márcia Theóphilo parteciperanno a Vercelli anche Luigi Di Meglio presidente dell’associazione culturale “Il Ponte” promotrice del festival, il sindaco di Vercelli Maura Forte, il sottosegretario di Stato Luigi Bobba, il rettore dell’Università del Piemonte Orientale Avogadro Cesare Emanuel e il rettore del seminario monsignor Cavallone. Per l’occasione sarà distribuita in omaggio fino a esaurimento scorte la plaquette pubblicata da Interlinea e sarà inaugurata la mostra, aperta per tutta la durata del festival, Vercelli un po’ americana e il festival. Immagini e poesie, progetto di Andrea Cherchi. La poetessa sarà a Vercelli anche nella mattinata di giovedì 8 ottobre, quando incontrerà gli studenti delle scuole superiori presso il Museo Leone in via Verdi 30 alle ore 11.

Il Festival internazionale di poesia civile di Vercelli, ammesso alla UNESCO’s World Poetry Directory e dedicato nella sua XI edizione (7-11 ottobre 2015) al tema Poesia. Energia per la vita, ha come ospiti anche la poetessa Chandra Livia Candiani che con Vivian Lamarque parlerà della poesia al femminile e del buddhismo venerdì 9 ottobre alle 18  a Novara, presso il Circolo dei Lettori (Broletto), e il premio Viareggio 2015 Franco Buffoni che lo stesso giorno a Vercelli, alle ore 21 presso l’Abside San Marco, piazza San Marco 1, presenterà la raccolta poetica O Germania(Interlinea) assieme alla scrittrice tedesca di lingua italiana Helena Janeczek nell’incontro Pro e contro la Germania. Una nazione da rileggere.

L’XI edizione del Festival di Poesia civile è dedicato anche a dare voce a chi di solito non l’ha grazie a due appuntamenti a Vercelli sabato 10 ottobre: alle 10,30 al museo Leone si parlerà di L.I.S. con Pietro Celo e Giacoma Piacentino nell’incontro La materia di cui sono fatte le parole: la traduzione letteraria in Lingua dei segni, mentre alle 15,30 al museo del Tesoro si darà la parola ai detenuti della Casa di reclusione di Bollate assieme a Maddalena Capalbi e Paolo Barbieri. La voce dall’Africa del piccolo Bumba sarà invece protagonista venerdì 9 ottobre alle 10 al teatro dell’istituto Lanino di Vercelli grazie a Roberto Piumini e a Monica Rabà con uno spettacolo-laboratorio per i più piccoli basato sulla storia del libro L’acqua di Bumba (Le rane Interlinea) che sostiene un progetto Unicef:http://buonacausa.org/cause/l-acqua-di-bumba-con-unicef-per-un-pozzo-in-tanzania

Fra gli altri appuntamenti del festival si segnalano la consegna del premio “Brassens” alla Fondazione Gaber e al suo presidente Paolo Dal Bon sabato alle 21, Seminario Arcivescovile di Vercelli, e la lectio di Paolo GarbarinoAttualità dell’antico. Temi civili in Giovenale venerdì alle 11 in Aula Magna dell’Università del Piemonte Orientale, via Duomo 6, oltre al premio di traduzione poetica promosso dall’Università del Piemonte Orientale A. Avogadro.

L’evento finale che chiuderà il festival, domenica 11 ottobre alle 17 ad Ascona, Svizzera, sarà il reading-omaggio a più voci al poeta Giovanni Orelli, nella cornice del suggestivo Teatro San Materno (via Losone 3), con musiche eseguite al flauto da Nicolò Manachino, introduzione di Maria Grazia Rabiolo e presentazione della plaquette promossa dal festivalAccanto a te sul pavimento (Interlinea).

Il sito del festival è www.poesiacivile.com

il programma completo del XI festival di poesia civile di Vercelli 2015

MERCOLEDÌ 7 OTTOBRE

ANTEPRIMA A MILANO

Ore 17,30, Università Cattolica, largo Gemelli 1

Poesia civile ed editoria: Márcia Theóphilo e l’Amazzonia

La poetessa a colloquio con Giuseppe Langella

Presentazione di Giorgio Simonelli e Roberto Cicala

SERATA INAUGURALE
Ore 21, Teatro Civico, via Monte di Pietà 15, Vercelli

Poesia energia per la vita. Concerto di Carlot-ta

In collaborazione con il premio Viotti.
Alla presenza di Márcia Theóphilo

GIOVEDÌ 8 OTTOBRE

Ore 11, Sala del Museo Leone, via Verdi 30, Vercelli

Márcia Theóphilo incontra gli studenti
presentata dai docenti delle scuole superiori vercellesi

EVENTO CENTRALE
Ore 19,30

Salone del Seminario Arcivescovile, piazza S. Eusebio 10, Vercelli

Cerimonia XI Premio festival internazionale di poesia civile città di Vercelli

a Márcia Theóphilo

Reading con intermezzi musicali di Laura Mancini. Saluto del presidente dell’associazione culturale

Il Ponte Luigi Di Meglio, del sindaco di Vercelli Maura Forte, del sottosegretario di Stato Luigi Bobba, del rettore dell’Università del Piemonte Orientale Avogadro Cesare Emanuel e del rettore del seminario monsignor Cavallone.
Introduzione letteraria di Giusi Baldissone.

Distribuzione omaggio della plaquette Nel nido dell’Amazzonia (Interlinea) fino a esaurimento copie.

Per l’occasione:

inaugurazione della mostra

Vercelli un po’ americana e il festival. Immagini e poesie

progetto e realizzazione di Andrea Cherchi
(mostra aperta nei i giorni del festival)

VENERDÌ 9 OTTOBRE

Ore 10, Teatro dell’Istituto Comprensivo Lanino, corso Tanaro 3, Vercelli

L’acqua di Bumba. Spettacolo-laboratorio di Roberto Piumini
Con la partecipazione di Monicà Rabà.

Da un libro edito da Le rane Interlinea.
In collaborazione con Unicef

Ore 11, Aula magna, Rettorato Università del Piemonte Orientale, via Duomo 6, Vercelli

Attualità dell’antico. Temi civili in Giovenale
Lectio di Paolo Garbarino, Università del Piemonte Orientale Avogadro

Ore 15, Cripta di S. Andrea, Università del Piemonte Orientale, Vercelli

Premio di traduzione di poesia civile inedita in Italia
A cura dell’Università del Piemonte Orientale Avogadro

Cerimonia di premiazione con letture.
Saluto introduttivo del rettore Cesare Emanuel con i docenti responsabili del Premio: Laurence Audéoud,

Giusi Baldissone, Andrea Baldissera, Cristina Iuli, Carla Pomarè, Marco Pustianaz, Miriam Ravetto, Stefania Sini

Ore 18, Circolo del Lettori, Broletto, Novara

Il buddhismo è una sconvolgente poesia. Incontro con Chandra Livia Candiani
Presentata da Vivian Lamarque

Ore 21, Abside San Marco, piazza San Marco 1, Vercelli

Pro e contro la Germania. Una nazione da rileggere
Franco Buffoni, premio Viareggio 2015 per la poesia, parla del suo libro O Germania

a colloquio con Helena Janeczek e Darwin Pastorin
con intermezzi musicali a cura della Scuola Vallotti

 

SABATO 10 OTTOBRE

Ore 10,30, Museo Leone, via Verdi 30, Vercelli

La materia di cui sono fatte le parole: la traduzione letteraria in Lingua dei segni

Intervento di Pietro Celo, Università Milano Bicocca.
Presenta Giacoma Piacentino

Ore 11,30, chiesa di San Lorenzo, corso Libertà angolo via Cagna, Vercelli

L’albero della vita. Installazioni e letture poetiche
A cura dell’Ufficio beni Culturali dell’Arcidiocesi con il liceo artistico Alciati e il liceo

classico Lagrange,
a cura di Carla Barale e Emanuela Pensotti

Ore 15,30, Museo del Tesoro del Duomo, piazza D’Angennes, Vercelli
Un libro dietro le sbarre: poesia e libertà

Intervengono Maddalena Capalbi, Paolo Barbieri e i detenuti che partecipano al Laboratorio di poesia della II Casa di reclusione di Bollate

Ore 21, Seminario Arcivescovile, Vercelli
Premio “Brassens” alla Fondazione Gaber

Omaggio a Giorgio Gaber con video, canzoni, riflessioni.

Presentazione di Giorgio Simonelli con interventi di Paolo Dal Bon e Darwin Pastorin

DOMENICA 11 OTTOBRE

EVENTO FINALE

Ore 17, Teatro San Materno, via Losone 3, Ascona (Svizzera)

Omaggio a Giovanni Orelli

Reading a più voci
con musiche eseguite al flauto da Nicolò Manachino

con presentazione di plaquette promossa dal festival di poesia civile.
Presenta Maria Grazia Rabiolo

INFO 0321 1992282 – 349 6156709 – WWW.POESIACIVILE.COM

Segnalazione nuovi eventi letterari Rivista di Letteratura “Euterpe”

Grazie al sito “In nomine artis” per aver dato pubblicazione alle nostre prossime attività! Un saluto affettuoso, Lorenzo Spurio

Avatar di Annarita TranficiIn Nomine Artis - Il Ritrovo degli Artisti

euterpeBuongiorno e ben trovati.
Oggi vi segnaliamo una serie di eventi ed iniziative organizzate dalla redazione della Rivista di Letteratura “Euterpe” per i prossimi mesi.
Speriamo che questa segnalazione vi sia gradita e che vi parteciperete numerosi.
Buona giornata!

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A San Ginesio (MC), “Sudamericana”: Emozioni dal Sud America

L’Associazione Culturale “San Ginesio” e il Centro di Lettura “Arturo Piatti”, con il Patrocinio del Comune di San Ginesio, della Provincia di Macerata e della Regione Marche, Venerdì 21 agosto 2015, alle ore 21.30, presso il Chiostro Sant’Agostino in San Ginesio (MC), presenteranno:Sudamericana, “Emozioni dal Sud America”.

Interverranno gli attori della Compagnia Teatrale “San Ginesio”:Alba Piatti, Emanuela Mancini, Rita Bompadre, Andrea Gentili, l’operatore culturale Matteo Marangoni, la ballerina e cantante Chiara Marangoni, il ballerino Giovanni Costantini e il pianista Michele Cioppettini.

La videoproiezione sarà curata invece da Terra dell’Arte e dalMuseo MIDAC di Belforte del Chienti (MC).

Infine la degustazione dei dolci, accompagnata da vino cotto e spumante dolce, sarà gentilmente offerta dall’Associazione Culturale “San Ginesio” in collaborazione con l’Arte Bianca di San Ginesio e Terre di San Ginesio.

In caso di maltempo lo spettacolo si svolgerà presso l’Auditorium di Sant’Agostino.

Ingresso 5 €.

Alba Piatti

Presidente Associazione Culturale “San Ginesio”

locandina Sudamericana 2015

Un sito WordPress.com.

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