“Mai più violenza”, poesia di Monica Fantaci

Mai più violenza

DI MONICA FANTACI

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Con le unghia
ti graffia la carne
lacerandoti il cuore,
una fiamma si accende,
è il fuoco del dolore
che ti punisce
e sembra che non finisce…

dimmi questa parola
che consola,
una parola che cancelli
le urla che sembrano coltelli
puntati anche alla testa
che pensa a quanto
questo l’affetto calpesta

e i respiri che si esauriscono
fino a quei battiti che patiscono,
una parola che abita in te e mai ti molla
può fermare e tagliare
quelle unghia ancora lì a strisciare
su quella pelle torturata,
gelida e dissanguata.

Una parola mite
che ti lava per toglier le ferite
che colano dal sangue
delle narici tue,
una parola che si vive
ed è l’amore che ogni giorno si scrive.

Monica Fantaci

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

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“Un bosco in festa”, poesia di Liliana Manetti

Un bosco in festa 

Di LILIANA MANETTI

 

imagesCAKD6AYEFiori bianchi
fiori viola
fiori gialli
fiori di campo.
Farfalle gioiose danzano
la melodia
del dolce canto
degli uccelli…
 
Caldo tepore,
la Natura ostenta
la sua vanita’
e i colori della sua allegria..
 
Un bosco in festa
dimentica
la malinconia
di giornate uggiose
e saluta il grigiore
del passato inverno.

LILIANA MANETTI

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Lorenzo Spurio su “Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima” di Annamaria Pecoraro

Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima
di Dulcinea (Annamaria Pecoraro)
Lettere Animate Editore, Martina Franca (Ta), 2012
ISBN: 9788897801467
Pagine: 178
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio
Tra strade da percorrere,
ascoltando ancora,
con energia il cuore, correre,
con in tasca, l’autenticità.
 
(Da “Liberamente Viva”, p. 50)

 

6297685La prima cosa che va detta è che la poesia di Dulcinea, pseudonimo di Annamaria Pecoraro, è pervasa da immagini edeniche e suadenti dalle quali si esaltano valori importanti (si noti, ad esempio i continui e mai banali riferimenti alla religione cristiana) e ancor più ai sentimenti puri: amore, amicizia, ma non solo. La poetessa è un’anima sensibile che non può far a meno di tracciare sulla carta quello che vive, quello che spera o, addirittura, quello che teme. Non si censura mai, non ci sono limiti a questa poetica che, infatti, non conosce ostacoli né zone d’ombra. La poetessa con un linguaggio pacato e dolce permette al lettore di imboccare un percorso in territori quasi mitici per il loro essere talmente pacificanti e godibili, in un mondo come il nostro dove, invece, domina la frenesia e l’invidia o quello che la poetessa definisce “un mondo/ dove l’ipocrisia avvolge”, in “Diversi e complementari”, p. 46).

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“Col peso della Tua croce”, poesia di Monica Fantaci

Col peso della Tua Croce

POESIA DI MONICA FANTACI

preghiera

Su quei Passi
affannati e forti, pieni di Speranza e Amore Scrivi il Tempo dell’Amore
Eterno nei pensieri e nei gesti,
sguardi amorevoli,
sorrisi gioiosi.
Col peso della Tua Croce
trascini Vita lungo il Sentiero dell’Amore
e così che gira l’Amore,
fermandosi su un punto
chiamato Anima,
per risollevarsi sempre più forte.
Il peso della Tua Croce
brucia anche oggi
senza neppur un fil di voce,
il Cuore batte,
il Passo combatte,
segni di un Tempo che non c’è,
marcato da ribellioni non ascoltate,
da volgarità di gesti,
da insensibilità,
perchè l’uomo questo è
e Tu col peso della Tua Croce
a insegnar che Amore c’è,
nel credere a Speranza e a Gaiezza,
Pace e Saggezza.
Adesso con un fil di voce
son dinnanzi alla Tua Croce
a pensar a questo mondo atroce
che spara
e dall’Amore non impara,
ma ancor la speranza ha un seme
se si prende la mano del mondo e si cammina insieme.


MONICA FANTACI

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“A se stesso” di Giacomo Leopardi, con un commento di Giuseppina Vinci

“A se stesso”
di Giacomo Leopardi
 
Commento di Giuseppina Vinci

imagesNon può che suscitare tristezza il primo verso  “or poserai per sempre..  stanco mio cor’’; par che dica alla fine dei miei giorni, il mio cuore che tanto ha sofferto non proverà più alcun sentimento di dolore poiché la morte porrà fine a tutta una vita in pena. La morte liberatrice, agognata, lo condurrà al nulla eterno ove angoscia e disperazione non saranno e tutto si dissolverà.

Vien da pensare al monologo di Hamlet, la morte definita ‘’la terra inesplorata dalla quale nessuno mai è tornato’’ potrebbe riservare altri dolori. Il celeberrimo personaggio shakespeariano non porrà fine alla propria vita, non compirà il gesto suicida che ne potrebbe fare addirittura un eroe “se non fosse per qualcosa dopo la morte’’ che lo costringerebbe ad affrontare altre problematiche per le quali non saprebbe trovare soluzioni.

Ecco l’essere o il non essere. Porre fine alla propria vita, a tutti i dolori scegliendo l’annullamento del proprio essere o desister per un dubbio ancora più grande, angosciante. Se la Morte non dovesse essere la meta Finale, se un altro mondo attendesse gli esseri umani dopo il viaggio terreno costringendoli ad affrontare altri dolori che non conoscono, allora passeremmo a un’altra vita di sofferenze e sarà un’infinita condizione di dolore. Differente l’atteggiamento del nostro quando afferma “che eterno io mi credea’’ e il desiderio è spento’’  assai palpitasti riferito al cuore e ‘’fango è il mondo’’ per cui vana e inutile è l’amarezza e la noia.

Al genere nostro il fato non donò che il morire. Agli esseri umani un destino di morte e tutto è vanità infinita. La morte in altri contesti ritenuta un Abbraccio come nel brano “The party” di Mrs Dalloway della Woolf, una sfida, un tentativo di comunicare con il mondo in un mondo senza comunicazione, qui è la fine e il fine  ultimo che ognuno raggiunge perché mortale suo  malgrado.  E tutto è vanità. Con Foscolo la morte è la Fatal quiete, Sorella morte con S. Francesco e ‘’un guadagno’’ con S.Paolo. Come tutto appare relativo. Come ognuno possiede la sua verità.

Un guadagno perché essa ti porta a Dio, al Creatore. Una Sorella, perché più che fine, è conforto che ti conduce al medesimo Padre.

Perì l’inganno, un fanciullo Leopardi, un sognatore, ingenuo, fidava nell’eternità del suo essere sulla terra adesso lo vedo come uno che ha perso l’equilibrio e sta per cadere.

Vede la vita come da una torre pendente. Non può essere tranquillo guardando dall’alto di una leaning tower. Ti prende la paura, l’ansia, l’angoscia e lui è come se stesse sull’orlo di un precipizio.

Non più speranza, non più salvezza, soltanto consapevolezza di un destino Amaro e di una sorte funesta che lo attende. Il sognatore Leopardi ha  preso coscienza della realtà, dell’unica realtà, della Verità estrema.

Un risveglio doloroso ma necessario.

 

Giuseppina Vinci

Docente al liceo classico Gorgia di Lentini

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“Infezione” di Sunshine Faggio, recensione di Lorenzo Spurio

Infezione
di Sunshine Faggio
prefazione di Luciano Recchiuti
Arpeggio Libero Edizioni, 2012
ISBN: 9788897242246
Pagine: 104
Costo: 12 €
 
Recensione di LORENZO SPURIO

 

Dall’altezza della tua perfezione
non è facile capire me
che agonizzo
nel mio guscio d’inadeguatezza.
(Da “Guscio d’inadeguatezza”, p. 49)

 

Fronte InfezioneLe poesie di Sunshine Faggio, toscana emigrata a Londra, funzionano come un pugno allo stomaco per la loro carica di energia e il loro linguaggio violento, crudo, e a tratti anche ossessivo. O forse si dovrebbe dire che funzionano come una pugnalata alle spalle, perché producono sì violenza e vanno dritte al sodo, sviscerando formalismi o qualsivoglia orpelli della poesia “barocca”, ma arrivano improvvise e certi versi “dolorosi” e spietati arrivano proprio mentre meno ce l’aspettiamo.

La poetessa è una narratrice del disagio, del senso d’in-appartenenza al mondo, della scissione continua del suo io e un’anima alla continua ricerca di sensi, significati ed emozioni. E’ in questo percorso cupo e a tratti angosciante in cui il vitalismo sembra essere il peggior nemico che Sunshine Faggio ci parla di violenze, rapporti sessuali feroci, sadomasochismo e ipotesi di suicidio (“Dall’alto/ ho guardato le rotaie,/ erano accoglienti,/ invitanti”, in “Contemplazione”, p. 15). C’è, infatti, una lirica dedicata alla grande Sylvia Plath, celebre scrittrice americana che si diede la morte all’età di trenta anni.

Il titolo, incisivo quel tanto che basta ad incuriosire il lettore a sfogliare questo libro, è la summa dei contenuti delle varie liriche che ci mostrano un mondo caduto nei suoi stessi recessi, quasi allucinato e degradato non tanto a causa dei drammi della società (non si parla di povertà, di violenza sociale), ma in quanto il singolo è portato a prendere narcisisticamente e quasi in maniera nolente decisioni su comportamenti discutibili e per se stesso traumatici.

E’ una poesia intimistica e non intima, personale, e sofferta che fa utilizzo di un linguaggio urlato per dar voce a sevizie e inganni del presente. Non sono, però, urla in cerca di un aiuto, né tentativi di appello; sembrano essere, invece, grida di liberazione, di scaricamento delle troppe energie accumulate, come un doloroso rito di passaggio.

Chi urla lo fa o per intimare al pericolo, o per richiamare l’attenzione.

Ci sono, però, anche persone che come la Faggio, urlano per se stesse. Per riaffermare al presente di “esserci” e di ristabilire un rapporto con il tutto.

E se il prefatore , Luciano Recchiuti, parla di dark side per riferirsi a questa componente carnale e morbosa presente nella poetica della Faggio, a me piace poter parlare di deviant art: la poetessa si spinge ai margini dei limiti, sfiora l’abisso, conosce l’oltre, ma alla fine decide sempre di rinunciare a quel passo estremo verso l’altro (mondo), perché forse, anche se non si penserebbe, un briciolo di vitalismo è presente in lei.

Dalle liriche fuoriesce violenta un’esasperata lotta tra Eros e Thanatos, la convinzione che il male (inteso in senso esteso) sia ormai componente inscindibile dall’uomo, ancor più del suo contrario, come osserva nella lirica che apre la raccolta: “L’essere umano/ ha bisogno/ di farsi del male” (p. 11). Ma perché il bisogno del dolore e della violenza, dei soprusi e degli odi? Forse perché è la componente animalesca ed egoistica dell’essere umano che padroneggia sulle nostre sfere emotive, sui nostri comportamenti e, come nel più cupo pessimismo, anche nell’azione più bella, spensierata o goliardica, c’è immancabilmente qualcosa che tende all’infelice, all’inumano, al viziato.

Per citare Pavese, “le parole sono pietre”, ma nel caso della Faggio bisognerebbe dire “le parole sono lame” e molto acuminate, anche. L’intera silloge è sostenuta da sprazzi di inaudita violenza (non solo dei comportamenti umani, ma anche delle manifestazioni atmosferiche) quasi che ogni cosa, vista dagli occhi della poetessa, debba per forza accadere nella sua forma iperbolica, smisurata, violenta ed esasperata; ed è per questo, forse che il sole è “bruciante” (p. 13), la speranza non è altro che un “massacro” (p.13), le immagini sono “distorte” (p. 13) cioè allungate,  deformate, perché è la realtà ad essere allucinata, e ancora scrive di “lemmi lancinanti” (p. 17), “sinestesie del non ritorno” (p. 17) e di “roventi stelle” (p. 65)

Immagini di violenza subita, di percosse date e, immaginiamo, di liti tumultuose nelle quali le mani fanno seguito alle parole urlate sono presenti in vari versi: “Aborro/ quest’ombra scura/ insediatasi sul mio viso,/ le macchie sanguigne/ che non danno tregua” (in “Anima ed anima solo”, p. 41), “spina dorsale frantumata” (in “Colonna rotta”, p. 45), i “lividi neri sul collo” (in “Messa di Natale”, p. 61).

Linguaggio incisivo, acuminato, che si dispiega sul foglio come spastici fendenti, come mosse inconsulte dettate da irragionevolezza, istinto brutale e forse anche un po’ di vigore giovanile.

Ed è sicuramente la sfera semantica che fa riferimento al mondo del sesso che la Faggio utilizza spesso nei modi più vari per intendere materialmente quello che la parola, anche scurrile, suggerisce, ma per evocare significati anche più estesi che concernono il bisogno dell’io poeta di rapportarsi al mondo: “Mi sono svuotata/ affinché il mondo/ possa riempirmi,/ inseminarmi dei suoi colori” (in “Lisbon Story”, p. 27).

L’atto sessuale si configura così come un senso di supremazia e onnipresenza che consente alla poetessa di illudersi di poter gestire tutto e allo stesso tempo di sapersi perdere nei sentimenti, quasi ad annullarsi: “Vorrei possederti per sempre./ Fino ad aver schifo di te.” (p. 29): in questa poesia l’atto sessuale apparentemente sembra privato di una qualsiasi connotazione erotica dell’amore, e questa intuizione viene poi riconfermata dal secondo verso in cui il troppo amore finisce per diventare noia, ribrezzo e fastidio. Pensieri che in un’altra lirica rivolta all’amato fanno dire alla poetessa con un linguaggio viscerale e quasi nauseante: “Ti voglio vomitare” (p. 31).

Ma è normale e direi non scontato che una poetessa giovane del nostro periodo storico utilizzi il tema del sesso nella sua poesia, sviscerando immagini anche forti delle quali non sente il bisogno di vergognarsene o di mitigarne la descrizione: in “Catarsi” si parla di un “incesto [che] non è mai stato così dolce” (p. 53) mentre in “Silent Room”, l’amplesso tra due amanti (che in un’altra lirica viene definito come “Apocalisse d’odori e gemiti”, p.57) ha luogo sotto gli occhi di tutti mettendo in luce, dunque, una qualche vena voyeuristica: “ e la folla attorno/ esaminandoci/ come fossimo nulla più/ di una performance” (p. 55), quasi ad intendere che l’atto del movimento meccanico e la gratuità delle immagini facciano delle due persone, degli attori di una scena da impersonare.  In “Messa di Natale” la poetessa descrive un rapporto odioso, perché violento e traumatico nel quale lei si paragona a una “bambola malleabile” (p. 62), ma allo stesso tempo di questo rapporto distorto non può farne a meno e lo ama, lo desidera.

Ciò che pervade nella lirica è la convinzione che ci sia il bisogno di cambiare perché questa vita monotona e stancante che spesso fa i conti con un passato doloroso e sempre presente è invivibile. Le persone e i posti attuano su di noi un cambiamento e noi, giorno dopo giorno, siamo chi gli altri vogliono che siamo. C’è un pizzico di desolazione misto a un senso di sfruttamento che, amalgamati insieme, “regalano” all’uomo d’oggi l’insofferenza e l’inadeguatezza nel condurre la propria vita senza sentirsi malato, infetto, degradato, usurpato, battuto o sfidato:

 

Dopo che tutto è filtrato
in profondità,
bisogna avere ogni giorno di più
per tornare a percepire la realtà
con tanta forza (p. 83).

LORENZO SPURIO

(scrittore, critico-recensionista)

JESI, 14-03-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

2013 - Infezione di Sunshine Faggio

 

“La riva in mezzo al mare” di Monica Fantaci, recensione di Pierangela Castagnetta

LA RIVA IN MEZZO AL MARE
SILLOGE DI POESIA DI MONICA FANTACI
TRACCEPERLAMETA EDIZIONI, 2012
 
COMMENTO DI PIERANGELA CASTAGNETTA

cover-frontQualche mese fa la nostra Monica  mi ha raggiunta ad un recital di poesie, organizzato in maniera sublime dal Prof. Giuseppe Palermo, e mi ha regalato il suo libro di poesie, fresco fresco di stampa, dal titolo “LA RIVA IN MEZZO AL MARE” con la dedica. Questa diceva:
”Il caso regala sempre cose piacevoli. Io ho conosciuto te e, poi, per un commento che hai fatto a Lorenzo Spurio, ho allacciato contatti anche con lui. Vedi che catena! Penso che se non fosse stato per Lorenzo non avrei scritto adesso questo libro, ma lo avrei scritto più in là”

Monica è giovane, ha appena 28 anni. Laureata in Scienze della Formazione primaria  ha scelto l’arte della scrittura per comunicare e farsi conoscere ai “più”. La scrittura – come le altre forme di arte quali la musica, la pittura, la scultura – aiutano la nostra anima, i nostri sogni a venire fuori, la nostra essenza a diventare tutt’uno con la creatività.

Monica è anche vice-direttore della rivista di letteratura “Euterpe”, musa a cui la stessa dedica una sua lirica che porta proprio questo nome e dato che la poetessa è un’artista a tutto tondo, ama la musica, il ballo e tutto ciò che può essere “comunicazione”, musica anche i versi che scrive abbinandone le parole a brani di vari autori (V. il blog “Intingendo d’inchiostro…”

La riva in mezzo al mare. Perché questo titolo?

Non ci avevo pensato ma Monica mi spiega che nel moto del mare la sabbia tende a salire. Il movimento delle onde indica le varie tappe della vita, la striscia di sabbia indica l’approdo dove l’anima si va ad arenare dopo la turbolenza degli stati d’animo, dei sentimenti. La riva è in mezzo al mare – dice Monica – perché questo è in continuo movimento; cresce, si perfeziona. La riva, di contro, vive tra le onde, tra folate di venti e animali marini. La natura tutta fonde il suo essere e pervade l’anima della poetessa che, così bene, la descrive nei suoni della natura. Infatti invita il lettore a visitare la sua anima con viaggio verosimile attraverso questa natura, i suoni, i colori, la città natia, i monumenti che rappresentano la nostra storia, il percorso dell’uomo e della sua anima, la nostra cultura, la nostra civiltà e che ci fanno riflette su che cosa è stata e cosa è, ancora oggi, per noi la nostra città, la nostra identità, e rappresenta il percorso dell’uomo e della sua coscienza, perché questa non perda di vista il fatto che oltre a ciò che è “materiale” c’è un ulteriore valore che porta ad una armonia cosmica indispensabile per il compimento della vita terrena in vista di quella successiva, se ci crediamo.

L’uomo è consapevole di essere un tutt’uno con la natura circostante e proprio attraverso questa sensibilità costruisce un ponte tra ciò che è materiale e ciò che penetra l’anima, i sentimenti, la purezza del cuore, in sostanza… l’interiorità delle coscienze.

Parte così dalla poesia che ne porta il titolo dedicata alla musa della musica (Euterpe) e continua con “Gote rosse” e “Nella sagoma del tuo silenzio”. In quest’ultima il frusciare della pioggia è un dialogo tra le parole  ed i suoni della natura: pioggia, tuoni, vento… tutto è pervaso da amore, quell’amore che si fissa nello sguardo della poesia “Nei miei occhi” e che percorre i sentieri dell’anima con “Passi liberi” sino ad arrivare “Nell’utero della vita”, nel parto del pensiero sospirato su astri lucenti.

E, ancora, la poesia di Monica è pervasa da spiritualità, da dolci melodie quasi arcaiche, primordiali nel “Primigenio inchino” e in un gioco di ultrasuoni che fondono natura e artificio in “Libera la realtà”. E’ l’anima, sempre, che riempie la protagonista delle liriche; è l’anima che diventa spirito d’amore ubriaco – quasi paragonato ad un vino – frizzantino, che si riempie di Arte e descritta così bene, con poche parole, in “Grandezze”, ma anche nell’arte dei circensi in “Circo”, arte che vive anche di sevizie agli animali così lontani dal loro ambiente e che stanno lì a soffrire come clown mostrando, ad un pubblico inerte, il volto di un Pierrot che soffre per far ridere la gente.

Molto bella ed intensa la poesia “Poggiando la penna” e approda a “Euterpe” e “Le risate della Musa”, musa della danza che sogna, nelle poesie a venire, la musicalità dei versi con i suoni, i colori e le sensazioni della natura tutta (“Ai fianchi di un fiume”), dell’amore carnale e spirituale (“Per amare” ed “Effervescenze”) viaggiando per un “cantico” dove “… fiamme s’inchinano alla neve” in “Etna” e dove l’ “… infinito percuote l’animo” in “Ampie vedute” per arrivare “…all’apice dell’esecuzione” (Apice) e chiudere “… Come una notte stellata”.

E ancora musica nelle note accordate in “Salsedine” e “La musica cade nel cuore” pregna di note che si posizionano nell’aria o sulla carta per terminare con “La scena reale”. Qui il tema della natura ed il disinteresse dell’uomo è un tutt’uno.

PIERANGELA CASTAGNETTA

“Senza rete”, il nuovo libro di poesie di Fiorella Carcereri

Senza rete

di Fiorella Carcereri

Edizioni Ensemble, 2013

 

PREFAZIONE

COPERTINA SENZA RETEFrammenti di poesia, “specchi fedeli” di sentimenti vissuti,  in cui il lettore può ritrovare se stesso: il canto di Fiorella Carcereri ha tono autobiografico, eppure è universale.

Senza rete di protezione l’autrice procede funambolicamente dibattendosi tra illusioni e disincanti, vittorie e sconfitte, tra emozioni violente, improvvise, e stati d’animo più pacati, sintomo di un’avvenuta riconciliazione col mondo e, ancor prima, con se stessa.

La raccolta, articolata in due parti, appare alla stregua di un percorso, un cammino di crescita personale, che l’autrice compie attraverso l’ars poetica, sublimando il dolore, l’intimo grido della sofferenza provata.

L’amore nelle più varie sfaccettature aleggia sull’intera silloge. In maniera ordinata, come accingendosi a compilare un inventario delle sensazioni esperite personalmente, l’autrice passa in rassegna nella prima sezione, Tu ed io, le fasi salienti di una finita storia amorosa: l’abbandono, i ritorni continui, simili a “maree”, le illusioni, i tentativi di riavvicinamento, l’indifferenza.

Il discorso della Carcereri non è però nichilista e nella seconda parte, dal titolo Io e il resto, si pone in relazione con la realtà circostante, facendo entrare nuovi attanti nell’intessuto della scrittura, protagonisti, non secondari, della vita dell’autrice. Un dialogo fitto, a tu per tu, con i destinatari: la madre, un’amica, uno sconosciuto incontrato per caso. Non solo, ma è la società tutta a essere chiamata a testimone di stati d’animo personali e riflessioni di più ampio respiro sui tempi in corso, spesso espresse sotto forma di monito. E’ alta e sentita l’urgenza di richiamare l’attenzione su tematiche globali, come l’inquinamento, le guerre, le ingiustizie sociali, considerate sintomo di regressione e stupidità dell’uomo.

In tal modo, in Senza rete succede che il canto iniziale di dolore di una donna si può sciogliere nella dolcezza di un ricordo o coniugarsi in protesta civile e infine tentare di abbracciare l’universo.

IL  LIBRO  “SENZA RETE”  PUO’  ESSERE ACQUISTATO O PRENOTATO PRESSO TUTTE LE LIBRERIE DEL TERRITORIO NAZIONALE OPPURE ORDINATO DIRETTAMENTE ALL’EDITORE AL SEGUENTE INDIRIZZO E-MAIL:

commerciale@edizioniensemble.com

“Oreste ad Elettra”, poesia di Emanuele Marcuccio

Contro ogni violenza sulle donne

 di EMANUELE MARCUCCIO, poeta palermitano

  

Orestes_electra«Possiamo considerare la figura di Elettra come il mito archetipico di ogni donna sottoposta ad ogni genere di violenza. Cosicché, l’unica arma di difesa che ha la donna per sfuggire alla violenza è l’istruzione e, conseguentemente, i libri, quelli degni di questo nome e fonti di cultura per eccellenza. Senza istruzione e quindi, senza libri, la donna sarebbe vittima di ogni genere di violenza, più di quanta già ne subisce oggigiorno.

Similmente possiamo considerare Oreste come il mito archetipico di ogni difensore delle donne, ma solo per difendere e confortare Elettra.

Purtroppo, molti sono gli Egisto e pochi gli Oreste[1]

  

Oreste ad Elettra[2]

Oh, quale dolore provasti
per la tua triste sorte,
reietta, percossa, disprezzata!
Ma ora, felicità insperata giunge
alle tue pupille stanche:
tuo fratel, creduto morto,
è giunto alfin
a liberarti,
ad abbracciarti,
a rimirarti, dolce sorella;
quanto hai sofferto,
che aspra guerra, a qual battaglia
fosti risoluta, non vacillasti!
Come montagna che giammai trema
sotto le sferze del ciclone,
come cascata, che vasta
erompe precipite,
non t’arrestasti!
Eri pronta anche a morir,
triste misera, cara sorella,
erano pronti a seppellirti viva,
pur di serrarti la bocca,
quella bocca, che nacque
ad indorare baci,
una volta sposa,
a sì nero ufficio fu deputata:
casta fanciulla, ambra di rose,
non soffrir più,
riposa sul mio cuor,
non soffrir più,
non soffrir più!

(9/10/1996)


[1] Edito in Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47, p. 14.

ISBN: 978-88-6682-240-0.

[2] Edita in Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100, pp. 72-73.
ISBN: 978-88-6347-031-4.

 

A Firenze si sono celebrati i dieci anni di “Segreti di Pulcinella”, rivista di letteratura

Sabato 9 marzo 2013 a Firenze si è svolta la festa per il decennale della rivista di letteratura e cultura varia “Segreti di Pulcinella” (www.segretidipulcinella.it), rivista fondata nel capoluogo toscano da Massimo Acciai e Francesco Felici.

Cornice della festa è stato il salone del Ristorante-Pizzeria “I Tarocchi” sito in Via de’ Renai 12, zona San Niccolò.

Ha aperto l’evento il direttore della rivista, Massimo Acciai, che ha tracciato un breve consuntivo di questi dieci anni d’età e che ha letto poi il messaggio dell’amico pisano Francesco Felici che con lui, quasi per scherzo, nel 2003 fondò la rivista.

La serata è proseguita poi con la premiazione dell’omonimo concorso letterario nato per celebrare la rivista, condotta da Lorenzo Spurio, vice-direttore della rivista che pure ha curato l’opera antologica SDP 2003-2013. Questo libro-consuntivo storico contiene i testi dei premiati e segnalati nel concorso e numerosi testi, poesie, racconti, saggi ed articoli, di numerosi redattori e collaboratori della rivista durante questi dieci anni.

Si sono inoltre presentate due realtà culturali molto importanti: l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta (www.tracceperlameta.org) e la sua attività di editoria legata ai soci, presentata da Sandra Carresi, vice-presidente dell’Associazione e Lorenzo Spurio e il gruppo poetico-musicale dei Poetikanten, presentato da Iuri Lombardi e Paolo Ragni.

I premiati e i redattori della rivista hanno letto i loro pezzi mentre Matteo Nicodemo ha allietato la serata con suoi testi, musicati con chitarra.

All’evento hanno preso parte numerosi collaboratori storici della rivista quali Alessandro Rizzo (vice-direttore), Rossana D’Angelo, Paolo Ragni, Iuri Lombardi, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Andrea Cantucci, Luca Mori, solo per citarne alcuni.

L’evento si è concluso con una cena conviviale molto apprezzata, momento nel quale i vari invitati hanno potuto conoscersi e scambiare vedute.

Lunga vita a Segreti di Pulcinella!

Clicca qui per acquistare l’opera antologica SDP 2003-2013 con prefazione di Massimo Acciai e con i testi dei vincitori/segnalati al concorso e quelli dei collaboratori storici della rivista.

Video della celebrazione del decennale (prima parte)

Video della celebrazione del decennale (seconda parte)

“Lo sprezzante caudillo”, poesia di Lorenzo Spurio con traduzione in spagnolo

Lo sprezzante caudillo

DI LORENZO SPURIO

 

L’esercito aveva allagato il paese

per il controllo supremo

dopo quella cogida fatal.[1]

Una sfrontata sfida continua

di urla e autoritarismi

di diamante ormai infranti.

Lo sprezzante caudillo

era stato messo in ginocchio

non da armi o minacce,

ma dall’inesorabile esistenza

e la gente piangeva

stringendo bandiere rosse.

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TRADUZIONE DELLA POESIA IN LINGUA SPAGNOLA
Traduzione di Lorenzo Spurio ed Elisabetta Bagli

El caudillo desdeñoso

 

El ejército inundó el País

para el control supremo

después de la cogida fatal.

Un reto descarado y continuo

de gritos y autoritarismos

de diamantes ya quebrados.

El caudillo desdeñoso

se puso de rodillas

no por armas ni amenazas,

sino por la inexorable existencia.

Ahora el pueblo llora

aprietando banderas rojas.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.


[1] Con cogida si intende la “scornata” del toro durante una corrida. La “cogida fatal” è un attacco talmente forte dell’animale che provoca la morte del torero.

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