Introduzione alla poesia, di Emanuele Marcuccio

ARTICOLO DI EMANUELE MARCUCCIO

Il termine “poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole).

Ma come è nata la poesia? Come nasce nell’uomo il bisogno di poesia e quindi di fare poesia?

A mio modesto parere, la poesia nasce per un bisogno intimo di celebrare, di cantare costruendo con le parole, infatti, il primo componimento poetico della letteratura italiana è il Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi (XIII sec. d. C.), in questa poesia, in questo cantico il poverello di Assisi celebra, loda Dio attraverso tutte le sue creature.

Ma, andiamo a monte, come nasce la poesia in genere, almeno la poesia occidentale?

Le prime testimonianze di poesia nella letteratura greca ci arrivano dai poemi omerici (Iliade e Odissea), risalenti a ca. un millennio prima della nascita di Cristo, dapprima tramandati oralmente attraverso gli aedi e i rapsodi, cioè i trovatori, i cantastorie del tempo e, in seguito, trascritti, anzi si pensa che, l’alfabeto greco sia stato inventato proprio per trascrivere i poemi omerici, di questo autore Omero che, è probabile non sia mai esistito ma, sia il risultato di una collezione di autori anonimi e proprio per questo è nata la cosiddetta “questione omerica” che è ancora ben lungi dall’essere risolta.

L’Iliade, con le sue migliaia di versi, vuole celebrare, in particolare, gli ultimi cinquantuno giorni della decennale guerra di Troia e i suoi signori, vuole anche cantare i sentimenti più profondi dei protagonisti.

Mentre, l’Odissea vuole celebrare il periglioso viaggio di ritorno di Odisseo (Ulisse), leggendario re dell’isola di Itaca, dopo la caduta di Troia, in particolare gli ultimi 38-40 giorni escludendo i racconti di flash-back. Nel suo significato profondo, penso voglia celebrare la lotta dell’uomo con se stesso per poter vincere i fantasmi della guerra che lo attanagliano e per poter finalmente ritornare a casa ritrovando la pace dopo un’ultima lotta.

A differenza dell’Iliade, nell’Odissea abbiamo una celebrazione, un canto più intimo, quello del cuore umano, che combatte con se stesso ed è continuamente messo alla prova sopportando tutto con pazienza e agendo con astuzia.

Quindi, l’intento della poesia è sempre quello di celebrare, costruendo un’architettura di parole nei più vari registri, dai più intimistici e introspettivi ai più altisonanti.

Cosicché, se la poesia fa parte del nostro essere, anche noi possiamo celebrare, in questo caso è più corretto dire “cantare”, i più intimi sentimenti, le nostre emozioni; possiamo celebrare anche cose astratte ma che nascondono in sé cose umanissime ricorrendo al concetto poetico del correlativo oggettivo, diffusissimo nella poesia moderna ed elaborato dal poeta statunitense e naturalizzato inglese T. S. Eliot (1888 – 1965) nel 1919, di modo ché, anche i concetti e i sentimenti più astratti vengono correlati in oggetti ben definiti e concreti. Eliot dichiarò che il correlativo oggettivo è “una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare, in modo che, quando siano dati i fatti esterni, che devono condurre ad un’esperienza sensibile, venga immediatamente evocata l’emozione”.

Nella poesia italiana questo concetto troverà la sua più alta espressione nella poetica di Eugenio Montale (1896 – 1981), che utilizzò un correlativo oggettivo per intitolare una sua raccolta Ossi di seppia; infatti, tutti gli elementi della natura possono essere messi in correlazione a condizioni spirituali e morali.

Possiamo celebrare un personaggio storico, un letterato, un accadimento contemporaneo, un personaggio letterario o un suo episodio, in una parola “tutto”. Ogni poesia, però, dovrà scaturire dall’ispirazione, da quella scintilla creativa che ci fa prendere la penna in mano e ci fa scrivere quello che il cuore detta. Perché la poesia sia vera e sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il tempo che ci è necessario. In caso contrario, diventerebbe solo qualcosa di artificioso che non è espressione dei nostri sentimenti; come scrivo in un mio aforisma: “La poesia non è puro artificio, non è sterile costruzione ma piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore”.

E in un altro: “Il poeta sogna, si emoziona, si meraviglia; in caso contrario, tutto sarebbe puro artificio, sterile e fredda creazione, come voler scrivere su di un foglio di vetro”.

Questo, nella sua essenza, è in definitiva la poesia: un canto dell’anima, un canto senza l’ausilio di strumenti musicali, la musica è data dalle parole (con o senza rima) che cercano di esprimere quello che l’anima detta, che è sempre un cercare di esprimere, come ci insegna Ungaretti in una famosa intervista televisiva del 1961, non potremmo mai arrivare all’espressione compiuta della propria anima.

EMANUELE MARCUCCIO

ARTICOLO PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATO PUBBLICARE STRALCI O L’INTERO ARTICOLO SENZA PERMESSO DELL’AUTORE.

“Respiro terra”, poesia di Elena Condemi

“Respiro terra”

poesia di ELENA CONDEMI

E’ forse un frutto
di rose mietute
che disfa
la fragranza ottusa dell’alba
e mi ridà l’inimmaginabile
catartico spessore
dell’animale in bilico

Trapasso la ferita lucente
al di là dei ponti di catrame
Varco l’oblò
dei miei crudi orizzonti
fra spigoli di rugiada
e moltitudini

Respiro terra.
Poi, zingara impietosa
con baci di rovi e menta
fra stelle di diverse frequenze
appese agli alberi
rinomino il detto
nominando l’indicibile.

Elena Condemi

ELENA CONDEMI è nata a Catania ma ha quasi sempre vissuto a Siracusa. Ha insegnato presso varie scuole elementari e lingua italiana in Germania. Presso l’Università di Messina ha studiato “Patologie della comunicazione”. Pubblica i suoi testi su vari siti, tra cui Wordshelter,  Poetika.it, BraviAutori, Poesieinversi.it, ParoledelCuore.it, ErosPoesia.it, Scrivere, Nuova poetica, Scrittori emergenti, nel blog dello scrittore Marco Candida e scrive spesso prologhi per libri di altri autori. La poesia “Anima”, già recensita sul sito “Poesie in versi” dalla giornalista e critico Rai Cinzia Baldazzi, è stata adesso pubblicata nella raccolta di Poesie erotiche a cura di Giuseppe Bianco “Le parole per te”, Albus Edizioni.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE

“Canto d’amore” di Emanuele Marcuccio

Canto d’amore (6/12/1999)

poesia di EMANUELE MARCUCCIO

 tratta dalla silloge Per una strada, Sbc Edizioni, 2009

Leggerezza, delicatezza

soffusa e serena:

un fiore, che leggiadro

al primo suo fiorire,

espande per l’aria

gli odorosi suoi sospiri,

e irrora dolcemente,

e irradia di luce

l’aria della notte:

un’arpa ascolto,

lontano il suo suono

si perde;

sospirosi ardori,

sospirato amore,

ti chiamo

e nella notte mi perdo.

CANTO D’AMORE 

Commento di Luciano Domenighini 

Sono sedici versi che alternano la terza persona (espande, irrora, irradia, si perde), descrittiva dell’oggetto amato con tre splendidi versi (10, 15, 16) in prima persona: un quinario (“un’arpa ascolto”) e un ottonario (“e nella notte mi perdo”) sospesi e vaghi, a siglare un clima incantato e infine uno scolpito ternario (“ti chiamo”), perentorio, esclamativo, che fa da perno a tutta la composizione. Da notare anche la corrispondenza iterativa dei versi 11 e 12 (“lontano il suono / si perde”) con l’ultimo verso (“e nella notte mi perdo”).

La breve lirica è un polisindeto di giusta lunghezza, con la cadenza , il respiro esatto, che ha l’unica pausa, e riprende fiato, sul bellissimo “un’arpa ascolto” che è un pentasillabo morbido, rotondo, appena inciampato sulla sinalèfe di “arpa-ascolto” (ma è difetto veniale e qualcuno potrebbe anche definirlo un pregio). L’effetto “morendo”, “perdendosi”, pur nell’intensità dell’emozione, è reso benissimo.

Nota dell’autore: “Ispiratami dall’ascolto del Quintetto n. 1 op. 89, di G. Fauré.

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Dalla vetrata incantata, di Sandra Carresi

Dalla vetrata incantata di Sandra Carresi

Lulu Edizioni, 2011, pp. 56

ISBN: 9781447794141

Prefazione all’opera, a cura di LORENZO SPURIO

Dalla vetrata incantataLa liriche proposte da Sandra Carresi in Dalla vetrata incantata, sua seconda silloge di poesie, trasmettono una poesia fresca, diretta, che non ama fronzoli formali né la retorica, preferendo focalizzarsi sulla semplicità dei temi. Semplicità che non è mai sinonimo di banalità ma, al contrario, di qualcosa di bello perché puro ed innocuo. La raccolta si caratterizza per affrontare immagini e tematiche diverse fra loro che però, contrariamente a quanto verrebbe da pensare, non forniscono una visione disomogenea della silloge. La Carresi infatti, con la sua scrittura espressionistica, traccia pennellate di colore che il lettore ammira ed interpreta dalla sua prospettiva, riuscendo a coniugarle in un universo unico.

Curiosa e quanto mai verosimile l’immagine della donna che la Carresi tratteggia in “Donna” descrivendo appunto il genere femminile secondo una dimensione diacronica, nel tempo. La donna di ieri: messa a tacere, violata, dominata e quella di oggi, «dai tacchi alti», emancipata, progredita e compiuta. Ma il messaggio che la Carresi manda è doppio: nel passato troppe violenze si sono consumate nei confronti della donna ma anche nel presente si conservano forme d’imposizione, di diseguaglianza. Rispettare la donna, sembra suggerire la Carresi, è il modo più semplice per riconoscerci uomini, ossia esseri dotati di raziocinio. Ma l’universo femminile è onnipresente nella raccolta di poesie e lo ritroviamo nelle varie immagini della luna (la dea Artemide nella mitologia greca era associata alla luna e ad essa venivano offerti una serie di cerimoniali e complessi festivi; il ciclo mestruale è un ciclo lunare, la donna è dunque particolarmente legata alla luna), alla Terra concepita come Grande Madre, come Dea suprema e l’elogio alla primavera, stagione della rinascita, della fertilità e dell’avvio del ciclo vitale. Un affascinante omaggio a piazza Duomo di Firenze in un momento di festa è offerto in  “In piazza fra curiosità ed allegria”.

In questo piacevole viaggio che la Carresi ci fa fare ci sono anche ampi riferimenti al tema del tempo che passa, come il lento passare delle stagioni, e la suggestiva immagine di una persona che guarda il tempo ma ha perduto l’orologio (in “L’orologio”); importanti sono anche i temi della memoria e la rievocazione dei ricordi, che si configurano come una riappropriazione lucida dei tempi passati del nostro essere che solo nella nostra mente e nei nostri sogni prendono di nuovo forma nel “qui e ora”.

Non da ultimo, la Carresi si mostra un’attenta osservatrice del mondo che ci circonda e riesce a trasfondere con la sua maestria lirica alcune delle problematiche sociali che ci riguardano da vicini: il futuro del pianeta, l’immigrazione, la precaria identità dell’Europa e gli italiani che sono troppo diversi tra loro ancora, dopo centocinquanta anni d’unità d’Italia.

IL LIBRO PUO’ ESSERE ACQUISTATO SU LULU.COM SIA IN FORMATO CARTACEO, AL PREZZO DI 10 EURO, CLICCANDO QUI O IN MODALITA’ E-BOOK AL PREZZO DI 8 EURO CLICCANDO QUI E NELLE PROSSIME SETTIMANE SU TUTTE LE ALTRE LIBRERIE ONLINE.

Lorenzo Spurio

21 Luglio 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO TESTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE. 

“Ramoscello d’ulivo”, poesia di Emanuele Marcuccio

Ramoscello d’ulivo (20/3/1992)

poesia di EMANUELE MARCUCCIO

tratta dalla raccolta “Per una strada”, Sbc Edizioni, 2009

Ramoscello d’ulivo,

tu sei desiato,

canti disteso,

dolce traspari:

ché quel richiamo taorminese

innanzi tempo, tinto,

fosco sogno adombro,

rimane.

RAMOSCELLO D’ULIVO 

Nota a cura di Luciano Domenighini

L’inizio è in vocativo, svolto in tre delicati quinari, uno passivo (sei desiato) e due intransitivi (canti, traspari), è siglato da una quartina esplicativa dove alla bella musicalità di un verso (“innanzi tempo, tinto,”) fa riscontro l’ermetica ruvidezza del verso successivo, dove “adombro” è aggettivo e non verbo. Sono solo otto versi ed è diviso in due quartine collegate dai settenari al primo e al sesto verso. La prima quartina è tutta in vocativo, limpida, diretta, sviluppata da tre quinari sorretti da verbi in seconda persona, lievi, delicati (sei desiato, canti, traspari).  La seconda, esplicativa, in realtà è ermetica, presentando cesure sia semantiche che sintattiche. Nondimeno il settenario “innanzi tempo, tinto,” è bellissimo per la perfezione della cadenza e l’impasto fonetico, ottenuti ricorrendo a quatto raddoppi di consonante e ad un abile uso del colore delle vocali.

Nota dell’autore: “Ispirata ad un sogno che io feci, di ritorno da Taormina; da notare la ricercata figura dell’accusativo alla greca in “tinto, / fosco sogno adombro,”, da sottolineare che “adombro” non è verbo ma è l’arcaismo dell’aggettivo “adombrato”. Cosicché, quel richiamo taorminese rimane un fosco sogno tinto (variegato, colorato, di colori diversi, ma solo intravisti) e adombrato (coperto di un’ombra d’oblio) innanzi tempo (prima che lo si possa comprendere).”

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“Ancora”, poesia di Elena Condemi

“Ancora”

di Elena Condemi

Dondola l’aria
e i narcisi spenti sulle mani molli
rimandano ad un tempo ubriaco
di umide vene e materni fili d’erba
Ed ancora, fra echi lontani,
ebbrezza di foglia m’assale.

Elena Condemi

ELENA CONDEMI è nata a Catania ma ha quasi sempre vissuto a Siracusa. Ha insegnato presso varie scuole elementari e lingua italiana in Germania. Presso l’Università di Messina ha studiato “Patologie della comunicazione”. Pubblica i suoi testi su vari siti, tra cui Wordshelter,  Poetika.it, BraviAutori, Poesieinversi.it, ParoledelCuore.it, ErosPoesia.it, Scrivere, Nuova poetica, Scrittori emergenti, nel blog dello scrittore Marco Candida e scrive spesso prologhi per libri di altri autori. La poesia “Anima”, già recensita sul sito “Poesie in versi” dalla giornalista e critico Rai Cinzia Baldazzi, è stata adesso pubblicata nella raccolta di Poesie erotiche a cura di Giuseppe Bianco “Le parole per te”, Albus Edizioni.

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“Sulla via del mare”, poesia di Monica Fantaci

La Trinacria 
sulla via 
del mare 
da navigare, abitata da gente che apre il varco 
pronto per lo sbarco 
sul cielo fatto per le acrobazie 
non per le immondizie, ricoperta dal giardino 
qui è sempre mattino 
il cielo è lucente 
ed illumina tutta la gente.


POESIA PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. IL TESTO NON PUO’ ESSERE COPIATO NE’ DIVULGATO SENZA AUTORIZZAZIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

Ali vive di Antonella Ronzulli

Ali Vive di Antonella Ronzulli

Prefazione di Silvia Denti

Rupe Mutevole, 2010, pp. 62

ISBN: 9788896418833

Recensione di Lorenzo Spurio

Ho avuto il piacere di leggere Ali Vive, silloge poetica di Antonella Ronzulli. Il linguaggio che utilizza è semplice ed accessibile a tutti, rifugge da particolari figure retoriche, chiasmi o orpelli di forma per andare invece dritta al messaggio, ai contenuti. E’ una poesia estremamente vivida che nasce direttamente da esperienze personali della Ronzulli, esperienze particolarmente difficili. E’ per questo che la silloge è principalmente incentrata sui temi della vita e della morte, sulla mancanza, sulla malattia e il dolore, sul ricordo. E’ di certo encomiabile la forza della Ronzulli che si sprigiona da liriche cariche di drammatismo ma mai di vittimismo; c’è sempre una continua ricerca della scrittrice-donna di mettersi in gioco, un modo tutto personale di sfidare se stessa per cercar di combattere imprese che ad una prima analisi sembrerebbero imbattibili. La malattia può essere sconfitta, ci dice la Ronzulli. E’ vero, anche se sappiamo che, purtroppo, questo non avviene sempre e così spesso come tutti ci augureremmo. Non ci sono ricette o chiavi di volta per vincere la malattia se non l’amore di persone vicine, una famiglia coesa e presente e una grande apertura morale connessa a una profondissima esegesi della vita. La scrittura della Ronzulli ha tutto questo, e molto altro ancora. La poetessa si confessa nero su bianco, senza paure né fragilità, traccia una visione diacronica della sua vita, minacciata da gravi impedimenti ma alla fine, come in un qualsiasi romanzo di formazione la poetessa risorge, è cambiata e cresciuta. Non solo ha raggiunto la guarigione ma ha scoperto la poesia, mezzo particolarmente adatto per immortalare le sue paure, le sue sofferenze e i suoi ricordi. Lo fa in una maniera diretta e semplice che ci permette, in qualità di lettori, di simpatizzare con la poetessa-donna oltre che apprezzare i suoi versi.

La poesia è sempre stata considerata come la massima forma di espressione in letteratura. Se poi ad essa si aggiungono motivi biografici, narrati in maniera spontanea senza camuffamenti o timori legati al desiderio di mantenere una velata imperscrutabilità, allora si innalza ulteriormente come forma di comunicazione. La scrittura della Ronzulli non è altro che proiezione diretta dei suoi sentimenti e dei suoi tormenti legati a determinati momenti della sua vita. La lirica che chiude la silloge è in grado di trasmetterci quella felicità che il lettore ricerca ossessivamente per tutta la lettura del libro. Così come la vita è un percorso difficile, ricco di impedimenti e di salite, la poesia della Ronzulli “risorge” nel finale consacrando il valore dell’amore.

LORENZO SPURIO

 11 Agosto 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE. 

Dolcemente i suoi capelli, poesia di Emanuele Marcuccio

Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)

Poesia di EMANUELE MARCUCCIO

Contenuta nella silloge Per una strada (2009)

Dolcemente i suoi capelli inanellava,

e mi beava nel rimirar

il suo bel viso,

il suo sorriso,

che languente mi sfuggiva;

e cercavo d’immaginar

i suoi begl’occhi,

che all’anima profondi balenava

in un sussulto,

in un singulto,

che veloce dileguava.

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI

Undici versi sostenuti da sei verbi all’imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).

Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro “incipit” (“e”, “il suo”, “in un”, “che”) , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.

La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un’aura retrò con un arcaismo (“beava”) e due apocopi (“rimirar” e “immaginar”) che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza. La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata. Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico. E’ proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata ( vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima ai vv. 1, 8 e 11. Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni “retrò” (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava). In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro.

Nota dell’autore: “Ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.”

EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Ha iniziato la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali. È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano).  È del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, Per una strada, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni. I 109 titoli di Per una strada spaziano in un ambito vasto, toccano varie corde e percorrono diversi generi, dall’intimistico, al celebrativo, alla poesia civile, indugiando con risultati particolarmente felici sulla poesia amorosa. Ne deriva comunque un’eterogeneità sia formale che contenutistica, tipica delle opere prime “retrospettive”, una varietà di toni e di stili che rende alquanto disuguale il livello poetico della raccolta. La poesia qui analizzata è tratta da questa silloge poetica.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Anima”, poesia di Elena Condemi e commento

Anima

Poesia di Elena Condemi

Ti ho sentito

accenderti svelto

e poi

bruciare piano.

Profumavi di terra

calda

e mare generoso,

di speziato mio

giaciglio.

Ti sei arrampicato

sui miei rami verdi

tenendomi

allacciata a te

tutta la notte.

Hai bevuto

il succo

dei miei fiori

vivi.

Ti ho visto

accenderti…

ed accenderti

ancora…

Non ti sei accorto

che era l’anima

quella che ci

consumava.

(Poesia di Elena Condemi)

Recensione-commento di Cinzia Baldazzi

Se si volesse ancor oggi credere nell’unione dell’uomo, dei sentimenti, con la natura, se si decidesse di impugnare, quale arma di difesa/attacco contro la sopraffazione, il dare voce e spazio alle sue forme fisiche e al relativo ordine di cose, allora si potrebbe chiedere all’”Anima” di Elena Condemi dove sia la strada da seguire.

“Ti ho sentito accenderti svelto/e poi/bruciare piano” recitano i versi, a lasciar intendere di aver percorso, anche osservando il cammino di chi ama, un tragitto di conoscenza e tensione esistenziale di tal genere. L’amore, elemento unitario di vita e coscienza, risvegliando nell’anima, nel pensiero, il richiamo arcano delle origini, lo accende, consentendo di esprimere quel che la natura e la sua logica di movimento rappresentano,  con linguaggio remoto, forse nascosto ma chiaro, privo di contraddizioni impreviste. È un viaggio percorso con urgenza, quasi fosse necessità impellente, non diversamente da una volta, quando – nell’intento di mediare la fiducia nella scienza oggettiva, strutturata in leggi, e la libertà di gestire l’immaginazione per fondare punti di riferimento attendibili – Gabriele D’Annunzio nel “Canto Novo” proponeva un gusto in certa misura pagano delle cose sane, forti, vive da assaporare (scrive infatti la Condemi: “Hai bevuto/il succo/dei miei fiori/vivi”), o meglio da interpretare in comunione con l’ambiente, nel rispetto reciproco, in un “mare generoso” e immenso da conquistare, ma sempre protetta, al riparo del “mio giaciglio”, nell’area esatta della mia vita e del pensiero.

Grazie a uno spiccato linguaggio simbolico, attraversiamo nelle parole di Elena l’esperienza emozionante di vivere la natura nello stesso tempo in chiave concreta e spirituale. Circa cento anni dopo l’estetismo con il relativo panismo di impronta semi-divina e il successivo culto del superuomo, non è però più consentito – forse non si vuole – condividerne la spinta utopica e liberatoria di vittoria metafisica sulla realtà.

L’inquietudine primaria, del resto, non riesce a placarsi soltanto scoprendo nelle regole implicite alle rappresentazioni naturali (“la terra calda”, “il mare generoso”, “la notte”) le analogie di collegamento l’una con l’altra, uniche depositarie – per chi le sappia interpretare – del significato segreto delle funzioni nascoste, o dei rapporti inspiegabili, dell’essere uomini. Nasce la passione ma, pur godendone, non vengono allo scoperto le risposte a lungo cercate: la volontà di appagamento iniziale, in apparenza soddisfatta, si spegne nella ricerca sempre più debole di conseguirlo.

Del simbolismo originario, misterioso e arcano, la poesia conserva la determinazione di voler procedere al di là del limite diffuso della sensibilità (“Ti ho sentito …/Ti ho visto…) per affidarsi a una sorta di sensi intermedi, le cui percezioni particolarissime rivelano ancora un contesto sconosciuto e colmo di lati oscuri (“Ti sei arrampicato/sui miei rami verdi/tenendomi/allacciata a te/tutta la notte”).

Ma la tendenza evasiva ed escatologica al soprannaturale, dove tutto è ammesso e chiarificato, è scomparsa. I gesti, le cose, i sapori del quotidiano non si proiettano più in sistemi superiori, in grado – da soli – di motivare e giustificare il tutto, potendo prevederne inizio e conclusione. Infatti, la naturalitàacquisita nel corpo e nello spirito – “i miei rami verdi”, “il succo dei miei fiori” – illumina un’essenza inedita del reale, la quale brucia piano, ma in modo inesorabile, i lati segreti dell’anima e delle cose,scolorendo lentamente intorno a noi il piacere di ascoltarsi, toccarsi,  prestare attenzione agli altri e con loro partecipare dell’appena vissuto.

È vero, accanto all’autrice abbiamo tentato più volte (“Ti ho visto/accenderti…/e accenderti/ancora…), ma l’egoismo, il disagio, il dolore, nel mondo estraneo all’amore dell’anima, ha potuto più di noi: la solitudine e l’incomprensione si sono riconfermate ostili, insuperabili.

Il succedersi dei versi è notevole per efficacia espressiva e qualità drammatica: brevi e alternati, con un valido sistema ritmico di ripetizioni e riprese, variazioni e interruzioni, costruiti per evocare l’inizio, il durante e il dopo di questa sincera esplorazione di sensi e ragione di un amore dell’anima importante, presente, che non vorrebbe morire. Anzi, talmente proteso a rendere inscindibile il rapporto prezioso tra la luce e la notte, la verità e la menzogna, da non avvertire di spegnersi mentre, occupato a indagare la realtà tanto accattivante e mai accertata della fusione totale con gli oggetti, attende con ansia di assaporare la novità dei suoi esiti.

Sulla soglia, in procinto di ottenere il passaggio dall’oggettività del piacere concreto delle cose al sentimento e alla sua affermazione immateriale, lo “stato di grazia” smarrisce il significato dell’esistenza che, unico ed esclusivo, sarebbe stato in grado di mantenere acceso il fuoco della passione, la chiarezza della verità.  Ricordo un’opera di Alfonso Gatto, intitolata “Poesia d’amore”, dove l’autore, cercando invano di riavere con sé l’amata – “Lontana come i tuoi occhi/tu sei venuta dal mare/da vento che pare l’anima” – non potendola raggiungere se non nel sogno, in chiusura confessa: “E il bacio che cerco è l’anima”.

Seducente e misterioso, questo binomio poetico di amore e anima lontano dall’ispirazione platonica, anche in te, Elena, vorrebbe essere espressione di un temperamento inquieto e non rassegnato; ma, al contrario dell’atmosfera pacificata che in certa poetica di Gatto finisce per prevalere, nei tuoi versi, nella tua “anima“, lo sconforto non vuole tacere.

Un critico e poeta a lui contemporaneo, Piero Bigongiari, osservava: “Proprio l’azione suscitava quel furore irrazionale di cui la vita era destituita; la vita nasceva dal basso, per impulsi oscuri che si aprivano la strada come una pianta cresciuta al buio si ramifica protendendosi verso i minimi spiragli. I rami, voglio dire, oltre tutto sanno ancora di radici, paiono succhiare linfa dove dovrebbero restituirla, distribuirla. Fu questa la zona dell’assenza novecentesca?”.

Non è certo, ma a noi qui interessa che la “zona” della lirica del ventunesimo secolo, lungo i rami della poetica e della vita, susciti con tanto impegno uno slancio utopico presente e costruttivo: forse l’obiettivo principale del messaggio della Condemi coincide con il trasformare le aspettative sconfitte della sfera dell’immaginario, dei ripetuti eppure che vorremmo attaccare a ogni illusione vissuta come fosse realtà (“profumavi di terra calda”, “ti sei arrampicato”, “hai bevuto il succo”), in un atto di intelligenza propositiva di un rapporto armonioso con le persone e i loro pensieri. Un’anima in comune? Sarebbe sufficiente, io credo, un patto di lealtà, allacciati l’un l’altra tutta la notte della vita.

ELENA CONDEMI è nata a Catania ma ha quasi sempre vissuto a Siracusa. Ha insegnato presso varie scuole elementari e lingua italiana in Germania. Presso l’Università di Messina ha studiato “Patologie della comunicazione”. Pubblica i suoi testi su vari siti, tra cui Wordshelter,  Poetika.it, BraviAutori, Poesieinversi.it, ParoledelCuore.it, ErosPoesia.it, Scrivere, Nuova poetica, Scrittori emergenti, nel blog dello scrittore Marco Candida e scrive spesso prologhi per libri di altri autori. La poesia “Anima”, già recensita sul sito “Poesie in versi” dalla giornalista e consulente Rai Cinzia Baldazzi, è stata adesso pubblicata nella raccolta di Poesie erotiche a cura di Giuseppe Bianco “Le parole per te”, Albus Edizioni.

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