“Un profumo… un ricordo” di Gaetano Catalani, recensione di Lorenzo Spurio

Gaetano Catalani, Un profumo… un ricordo, Accademia Barbanera, Castiglione in Teverina, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

9788888539805L’intera raccolta poetica del calabrese Gaetano Catalani diparte da un rapporto conflittuale e instancabile con la massa temporale, percepita il più delle volte come sadica e incontrollata ingannatrice dei destini umani. Il poeta sembra non riuscire a staccarsi dalle scaglie intime del passato che spesso ritornano talmente vivide in lui da anelare una sorta di scioglimento dell’esistenza in quel tempo che fu. Come il titolo del volume ben rimarca, il ricordo riaffiora sia in maniera voluta, dunque razionalmente, nei nostri tanti tentativi che facciamo per voler ricordare un momento o una persona con quella nitidezza ormai svanita, sia sulla base di un profumo percepito, una immagine vista, una fragranza percepita, un luogo vissuto e, comunque, tutti quegli elementi che nel presente permettono una riappropriazione della vita passata. Il ricordo allora è prevalentemente inaspettato e fugace, un lampo di barlume emotivo che riscalda il cuore e conforta ma che non è in grado di infrangere quella malinconia titanica, quel senso di desolazione che, al termine delle nostre giornate durante le quali abbiamo avuto la testa assai piena di incombenze, torna a visitarci tanto da renderci assai vulnerabili per la mancanza di un caro, l’errore di una scelta fatta, la decisione presa avventatamente o semplicemente la nostalgia del proprio borgo dove allegramente si giocava.

Lo scorrere del tempo attua un lento ma inesorabile mutamento tanto degli oggetti (si veda, dunque, come può cambiare il tessuto urbanistico nel corso di due o tre decenni) quanto a livello personale, fisico, concretamente visibile sul nostro corpo. Se è impossibile e oserei dire vanitoso cercare di porre un freno (illusorio) a questa impavida avanzata, è senz’altro possibile, anzi auspicabile, che con esso si instauri un dato legame. Non quello del terrore o della demonizzazione piuttosto un rapporto speculare che permetta l’analisi del presente per mezzo della vita del passato che sia in grado cioè, di permettere di tracciare le linee del futuro sulla scorta delle esperienze e delle maturazioni ottenute nel suo trascorso. Se la logica può aiutare in un discorso di questo tipo, l’emozionalità e con essa tutto ciò che concerne la confessione autentica del sentimento del singolo, non può trovare accoglimento in questo confronto rilassato e pacificato col tempo. La memoria dei cari, l’attaccamento alla figura della madre, la sfibrante spossatezza per la perdita di un punto fermo e con esso dell’ambiente che circondava momenti di vita felice finiscono per apparire come aghi talmente fini da non poter essere visti, capaci, però, di oltrepassare l’epidermide e far sanguinare. Si tratta pur sempre di un dolore contenuto e parco, che non dà sfogo in atteggiamenti autolesionistici o pericolosi, ma che comunque va a confluire nella compagine frastagliata della consapevolezza dell’uomo nel suo presente storico. Spesso, come è il caso del Nostro, neppure un più serrato avvicinamento alla religione, dispensatrice di speranze e fuoco divampante dell’amore, può dirsi utile nell’edulcorazione delle memorie che risalgono alla mente lasciando uno strascico di dolore e mestizia. Il pianto, allora, è la forma più spontanea che sembra dar sfogo, seppur non duraturo, a un tormento che si vive momentaneamente in un attimo di sconforto o semplicemente di maggior vulnerabilità. Con esso la lode, l’invocazione, diventa la forma comunicativa più utilizzata (“Rispondimi dal cielo, mamma cara”, 19) nel vacuo tentativo di ricevere una risposta altrettanto chiara e sentita.

Nelle poesie di Gaetano Catalani appare spesso la simbologia della nave che veleggia in un mare tumultuoso di ricordi e avversità dove spesso l’io lirico sembra percepire l’affiorare della memoria proprio come una nave che, baldanzosa e in venti di bonaccia o avversi, cerca un felice traghettamento alla costa. Ciò è per lo più impossibile e la visione della nave (dunque l’appropriazione del ricordo) rimane sempre per lo più distante, percepita come in una vista panoramica in cui è palese l’inabilità dell’uomo di poterla concretamente percepire. È una nave che, a intervalli si avvista, non senza difficoltà, tra i vapori e le brezze in rigurgito, di un mare che non è mai piatto come forse vorremmo.

Gaetano Catalani ci parla con un tono intimo di quei momenti in cui soffre del “rimpianto e l’ansia della sera” (25) momento nel quale il passato che si vorrebbe abbracciare tanto da sciogliere nel presente si è invece fatto roccia ed è insondabile. Esso è ormai un lastricato di cemento, saldo e freddo, dove si stagliano, pietosamente, i “momenti ormai perduti” (25).

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Gaetano Catalani, autore del libro

Struggente e assai romantica la poesia “Una nebbia sui ricordi” nella quale il Nostro sembra parlare sottovoce della figura dell’amata madre, ripercorrendo istanti di un presente dominato dalla vecchiaia e con essa dall’inasprimento di una malattia degenerativa che con l’usura del corpo porta con sé anche l’annientamento della mente. Il Nostro cerca di coinvolgere la donna in un colloquio assai sofferente nel tentativo di poter udire la sua voce (“China la testa ma non mi risponde”, 28) mentre ormai lei sembra viaggiare su lidi diversi che l’hanno privata della consapevolezza: “La sua memoria s’immerge nel vuoto” (29). Nel doloroso carme di un uomo profondo che in qualche modo non accetta il depauperamento della coscienza e con essa la perdita del mondo che fu, “ritorna la nebbia e lei già non ricorda” (29).

C’è spazio nella raccolta anche a componimenti dedicati più propriamente alle pieghe amare di un mondo in subbuglio dove sono la meschinità e il malaffare a dominare. Così come avviene nella lirica “E venne il giorno più bello” nella quale si rievoca un episodio della Calabria mafiosa con i suoi “fuoc[hi] di lupara” (31) e la “malerba […] [che] non vuol morire” (31). Amara la chiusura della poesia ispirata a una terra di miti e di odori speziati che diviene “prigioniera,/ senza catene, ma nell’omertà legata” (31). Sembra in un certo qual modo percepire il tono duro e ammonente del Sciascia mafiologo nella chiusa dove Catalani annota con una veemenza priva di retorica una nefanda realtà: “La storia si ripete sempre uguale” (31). La criminalità organizzata ritorna nella lieve poesia ispirata al “Giudice ragazzino”, emblema di una promessa autentica alla legalità che viene ripagata con le nefandezze della violenza: “Lampi di fuoco arrivarono improvvisi,/ a nulla valse la corsa fra gli aranci,/ e sotto un fuoco incrociato di lupare/ crollasti come aquilone senza vento” (34). L’assassinio del ragazzino che cade tra gli aranci che sprizzano vita è emblema fastidioso della morte che convive con la vita, dell’indifferenza connaturata nell’uomo che si protrae nei confronti degli altri con i derivati pericolosi dell’egoismo, dell’autorità e della supposta legittimità nell’uso di un codice d’onore che tutto può.

Ogni componimento del libro gode di una sua luce, cioè di una potenza visiva ed emozionale talmente forte ed accentuata capace di provocare nel lettore un senso di fastidio e di ribellione, nel caso dei carmi civili, o di una compartecipazione intima al dramma del Nostro nella divampante disillusione di un tempo feroce che svilisce il ricordo.

Menzioni particolari, oltre alla poesia “Una nebbia sui ricordi” vanno alle liriche “Il tarlo” e “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo” dedicate entrambe al mondo della malattia. Ne “Il tarlo” il Nostro traccia con imperitura attenzione l’immagine di splendore e felicità di una ragazza al traguardo negli studi che dovrebbe esser felice per aver tutta la vita dinanzi e che, invece, vive già con un tormento per lo più sottaciuto ma che ingabbia il suo cuore. Quello di una malattia invalidante e degenerativa nella quale le “gambe s’intorpidi[scono]” (36) che potrebbe essere la Sclerosi Multipla dacché il poeta stesso chiarifica in un verso che “C’è qualcosa che la mielina distrugge” (36). Un fiore che si appassisce di colpo prima del tempo gravato dai dettami di una malattia infingarda che non ha una vera cura risolutiva. “Oggi sei una nuvola” (36) annota il Nostro approssimandosi alla chiusa nella quale sono vibranti la commozione e il senso quasi d’asfissia che si provano dinanzi ad un dolore ampio e ingiusto.

Nella lirica “Non sei diverso, vivi solo nel tuo mondo”, Catalani affronta con la profondità di sentimento che gli è propria e che lo caratterizza in maniera distintiva nell’ampio panorama del fare poetico attuale, il mondo della disabilità sensoriale. Sembrerebbe la cecità (“i suoi occhi scrutano/ ma non le guardano”, 37) ma più probabilmente ci troviamo dinanzi a una persona sorda (“le mie parole sentono,/ ma non le ascoltano”, 37). A dominare su questa assenza sensoriale, alla penuria di forme esperibili della conoscenza, alla fatica di interagire col mondo, sono i versi più luminosi ed incoraggianti dell’intero libro che il Nostro ci regala con viva generosità a manifestazione della sua anima sentitamente ricca e sensibile: “Ma il silenzio non si può ascoltare,/ si può solo percepire come un profumo” (37).

Grazie Gaetano Catalani!

LORENZO SPURIO

Jesi, 12-12-2015

“Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte” di Davide Rocco Colacrai, recensione di L. Spurio

Davide Rocco Colacrai, Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte, Progetto Cultura, Roma, 2015.

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

le-trentatre-versioni-di-unape-di-mezzanotteLa nuova fatica letteraria di Davide Rocco Colacrai, Le trentatré versioni di un’ape di mezzanotte, richiama subito, con viva curiosità e compartecipazione, l’attenzione del lettore. Non solo il titolo, acchiappante ed enigmatico, sul quale cercheremo di dire qualcosa ma anche l’immagine astratta, pluricromatica, di un’opera artistica di Francesca Fumagalli.

Questo libro di poesie contiene in sé una molteplicità di codici linguistico-comunicativi: dai versi del Nostro, alle immagini rese in bianco e nero, opera di Mirko Bassi che, pur non fornendo la completa concretizzazione visiva di ciò di cui il Nostro parla, sono senz’altro un buon corredo e motivo di maggiore elucubrazione.

Il titolo di un volume è sempre importante perché in base alla suggestione o all’indifferenza che nutriamo verso di esso, ci avviciniamo in maniera diametralmente diversa al testo, ai suoi contenuti, ed ha quindi una funzione premonitrice, in qualche modo, del grado di saziabilità che il lettore potrà maturare poi nella lettura. Questo, chiaramente, non sempre accade ma nella stragrande maggioranza dei casi, sì. Nel titolo si parla di “versioni” quasi da intendere l’intento del Nostro di avvicinarsi sempre più a una stesura ultima e definitiva, a una resa perfetta pur se ancora pefettibile delle sue vicende liriche. Le versioni non fanno che pensare a quelle noiose di qualche lingua classica e dunque a un mondo di sofferta sopportazione dove era l’elemento della traduzione da una lingua ad un’altra, la trasposizione di codici linguistici diversi, a dominare. Vien da pensare anche ad altro e, comunque, a un’idea di pluralità, di un lavoro di cesello e studio, di perfezionamento e di continuo impiego di mezzi volti all’attuazione di una completezza più viva e concreta. Il “trentatré” è significativo quale numero per la simbologia che richiama essendo la duplicazione di due cifre “tre” che richiamano non solo la Trinità ed hanno quindi una chiara valenza religiosa, ma anche la perfezione, la forma del triangolo con i tre vertici e, ad ogni modo, il senso di chiusura e indipendenza. Ci si chiede, poi, cosa possa combinare un’ape a mezzanotte quando solitamente l’insetto è percepibile come un abitatore esclusivamente o prettamente diurno. L’orario, quello della mezzanotte, chiama senz’altro in causa il senso del limite, di quella frontiera labile e invisibile tra il già stato (il passato) e quello che si annuncia (il futuro) marcando, dunque, un tempo irreversibile e quasi sospeso, difficile da concepire in maniera completa.

Queste sono delle mere riflessioni che ho fatto approssimandomi al volume di cui, passando alla lettura del contenuto, ho oltremodo apprezzato la carica visiva del verso ossia la profonda competenza del Nostro nell’elargire immagini nitide aperte all’evocazione e dunque alla trasposizione di altro, il tutto con un linguaggio paradigmatico, spesso pieno di ossimori e di accostamenti inconsueti.

Concettualmente il Nostro parte dalla macro-tematica del tempo che ha sempre influenzato o tormentato poeti e scrittori per dar sfogo a riflessioni piene di obiettività nonché lucide su quanto è capace di osservare nella vita di tutti i giorni: “ogni ricordo è una ruga/ ogni ruga è un tempo/ il tempo è un sogno solo tentato” (16). Se, allora, il tempo è un sogno, è intuitivo credere che Davide Rocco Colacrai non ravvisi in esso il potere titanico che si concretizza nel veloce scorrere, nell’inclemenza dell’incedere e nella trasformazione dell’organico, piuttosto viene concepito come una presenza che è tale perché così abbiamo deciso di percepirla. Il tempo, che è qualcosa di impercettibile e difficilmente definibile, non permette, infatti, una efficace operazione di analisi dello stesso né di eventuali partizioni della materia per poterlo meglio indagare: la costruzione dell’orologio, la divisione del tempo in minuti, ore, giorni, etc. è una mera invenzione umana volta a garantire un più pratico ed efficace approvvigionamento dell’uomo nei confronti dell’esistenza. Ma il tempo non esiste, esso è vacuo e infertile, non è palpabile, non è circoscrivibile, proprio come un sogno, che non ha legami di sorta, non ha una fine né un inizio, non pretende l’osservanza di regole o dettami.

Particolarmente rilevante all’interno della silloge risulta la poesia “I giorni della vendemmia (1984)” nella quale il Nostro rievoca ricordi nella cornice arcadica della vita di campagna il periodo della vendemmia in unione con i nonni. Nella prima strofa colpiscono i riferimenti assai precisi, direi quasi tratti da una cronaca, che il Nostro ci fornisce e che meglio permettono di definire il contesto storico-sociale: “si vedeva Berlinguer in televisione” (21). Il dolce ricordo di quell’esperienza a contatto con la Madre Terra è a suo modo gravato da una contraddizione piuttosto palpabile: le preghiere recitate coi nonni durante il periodo di vendemmia sono inframezzate alle letture di Pier Vittorio Tondelli, autore iconoclasta e immagine delle mode libertine degli anni ’80. Davide Rocco Colacrai in questa lirica di velati rimandi anacreontici traccia il suo affacciarsi al mondo quale uomo in seguito alla “scoperta della carne” (21). Momenti che il Nostro ripercorre con la lievità del ricordo non mancando di sottolineare quanto il “toccare a piedi scalzi la terra” (21) fosse un atto rinfrancante e pacificante.

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Davide Rocco Colacrai, l’autore del libro

Varie altre liriche sembrano, invece, adottare un procedimento immedesimativo al quanto differente dove è un atteggiamento di mimesi distanziata,  di personalizzazione altra (vien in mente il teatro didascalico di Brecht) a permettere di affrontare un tema assai delicato, quello familiare. In queste liriche, nelle quale spesso l’io lirico si fa femminile, il Nostro affida alla carta passioni e timori, considerazioni e stati d’animo di una ragazza in relazione al rapporto con il genitore paterno. Ciò avviene in “Il mio babbo ed io”e ritorna in “La vita segreta di un’ape”. La possibilità che il Nostro abbia desiderato far parlare la natura animale (la cagna e l’ape) facendole intervenire dialogicamente nei pensieri comunicativi dell’io lirico è, appunto, una possibilità che non va del tutto scartata. Ma se decidiamo di permanere su di un piano oggettivo di analisi, curiosa è la situazione che il Nostro più volte dipinge in cui l’universo familiare sembra in qualche modo frammentato e asfittico, dove la figura del padre viene divinizzata e la madre è completamente assente. La bambina (o ragazza) tra questi “cerchi stanchi d’ape” (28) è come se vivesse un’accelerazione temporale: è sì bambina, ma in pratica attua come donna adulta, divenendo madre di suo padre, in un paradosso contenutistico sul tema-cardine del tempo che senz’altro chiama a una maggiore riflessione.

Il mito demitizzato dell’infanzia è presente anche in “Capitolo 9” in cui si legge una attestazione originale che in qualche modo si lega alla poetica pascoliana del Fanciullino e che ha di certo una seria componente psicanalitica alla base: “forse un uomo/ rimane sempre il bambino che è stato” (33). In “Mia madre è stata una bambina” il Nostro rintraccia la fase infantile in un tempo prodromico e introduttivo alla vita, uguale ed universale per ciascuno, riflettendo appunto sull’età nella quale la madre era bambina mentre ora è configurabile solo come una “ombra” (38) la cui voce va ricercando in quella del vento e della polvere.

Nitidi intenti civili si ravvisano in “C’era una volta l’Argentina di Juan (1979)” dove il Nostro si riferisce al fenomeno massiccio di rapimento, segregazione e occultamento operato dalle forze governative durante i governi presidenziali-militari di alcuni paesi del Sud America. Davide Rocco Colacrai con il suo componimento, che si caratterizza per versi di media lunghezza, è capace di trasmettere nel lettore il senso di stordimento e delusione per una infamia tanto grave, protrattasi per troppo tempo e che ha privato a milioni di congiunti non solo di riabbracciare il proprio caro ma di poter avere i suoi resti dove poter piangere. La silente e invisibile deportazione di tanti uomini è descritta dal Nostro come l’atto di svanire, come se fosse possibile dal giorno alla notte far sparire centinaia e centinaia di persone dalla faccia della Terra. Corpi sottratti alle famiglie, agli amici e a una esistenza da vivere, ad un suolo dove poter esser contemplati tanto da divenire “ombre [che vagano] in punta di piedi” (39).

A suggellare questa interessante plaquette foriera di divagazioni di vario tipo sono alcuni componimenti scritti in sintonia con altri poeti, a quattro mani, come la poesia “Manny e l’infinito” scritta assieme al poeta bolognese Stefano Baldinu.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-12-2015

Dittico poetico sull’immigrazione delle poetesse Lucia Bonanni e Francesca Luzzio

“Al piccolo Aylan sulla spiaggia…” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio (dittico poetico a due voci, proposto da Emanuele Marcuccio)

Creiamo dittici poetici a due voci, qualora individuassimo corrispondenze sonore, emozionali, di significanti in un’altra poesia dal tema simile, affinità elettive, oltre le distanze e il tempo, e così proporlo all’amico/a poeta o poetessa. Sì, infrangiamo questo cliché letterario sulla solitudine del poeta, come ho già fatto tante volte io creandone più di sessanta e due Antologie.

 In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti.

 Emanuele Marcuccio

 

AL PICCOLO AYLAN SULLA SPIAGGIA…

POESIA DI LUCIA BONANNI 

Non posso più cantare.

Non voglio più cantare.

Non ha più corde la mia cetra.

Deserta l’ho lasciata

ai piedi di un cedro desolato

dove tra i rami non più vivi

ragnatele

si disegnano di polvere nera

e cellulosa infume sgoccia

da coni esplosivi e aghi

che hanno perso colore.

Assolata spoglia sabbiosa

spesso interrotta

la tua Terra, esile sguardo,

in un attimo rapito

dalle ruote dentate delle acque.

Forse in quel momento

credevi

                di sognare.

Forse pensavi

                          di tornare

nel cavo della nicchia

che ti accolse implume

e come le rondini di mare

forse speravi

                         di migrare

verso paesi innocenti e finalmente nuovi.

Invece quel lido

dalle spume di salnitro

è stato la tua bara di silenzio.

Tu che di indaco e fuoco vestivi

le forme del cuore

anche per te di breve

tempo, flebile voce, che tra ghirlande

di dura luce

sei tornata a tacere

presso i tetti sconnessi di Kobanê.

18 settembre 2015

A Turkish gendarmerie stands next to a young migrant, who drowned in a failed attempt to sail to the Greek island of Kos, as he lies on the shore in the coastal town of Bodrum, Turkey

MARE INNOCENTE

POESIA DI FRANCESCA LUZZIO 

Sento il fuoco

che fa palpitare le mie vene,

né si spegne con le tue parole.

Mi distendo sulla battigia

e cerco di non pensare,

ma ecco improvvise, danzanti

e frementi tante ombre

sulle creste delle onde

che nel frangersi tremanti,

lente sussurrano nomi e…

…dicono parole:

– Il mare con la sua coperta azzurra

mi trattiene… –

-Mare, mare, dillo tu a mia…

madre che non vede!-

-L’acqua mi soffocava,

non volevo morire…

ed ora i pesci mi stanno a mangiare!-

-Destino infame, destino infame! Non ho ieri, non ho domani.-

Ed io tappo le mie orecchie per non sentire

e, mentre tu mi chiami, si spegne tragica

la visione.

Ti abbraccio malinconica e confusa,

mentre il mare sereno e azzurro

mostra innocente calma,

indifferente anche

al singhiozzante gracchiare

di bianchi gabbiani.

primavera 2015

Al via la III Ragunanza di Poesia, dedicata alla poesia sulla natura

Locandina Terza Ragunanza

 Terza Ragunanza di “POESIA”

con premiazione domenica 22 maggio 2016

REGOLAMENTO 

La partecipazione alla TERZA ragunanza di “POESIA” è aperta a tutti coloro che dai 16 anni in su – per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci -senza distinzioni di sesso, provenienza, religione e cittadinanza, accettano i tredici (13) Articoli qui specificati.

La frase sopra menzionata “per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci”, vuol dire che chi non ha compiuto 16 anni può partecipare alla TERZA RAGUNANZA DI POESIA, previa l’autorizzazione scritta e firmata da entrambi i genitori che dovranno allegare alla loro autorizzazione la fotocopia della loro carta d’identità.

I nostri GIURATI valuteranno gli scritti pervenuti, a loro insindacabile giudizio. La Commissione di giuria è composta da Roberto Ormanni (Presidente di Giuria), Michela Zanarella (Presidente del Premio), Dario Amadei, Elena Sbaraglia, Giuseppe Lorin, Alessio Masciulli, Lorenzo Spurio e Fiorella Cappelli.

Il REGOLAMENTO per la Poesia, prevede due sezioni: POESIA “NATURA” e SILLOGE DI POESIA “A TEMA LIBERO”. La tematica della POESIA “NATURA”, trattandosi di “ragunanza”, termine in uso nell’Arcadia di Christina, dovrà almeno contenere dei riferimenti alla natura che ci accoglie. La POESIA “NATURA”, che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente e che troppo spesso immolano la loro vita per il bene comune. Sarà apprezzato il riferimento all’ultima enciclica di Papa Francesco “Laudato sii”.

La SILLOGE DI POESIA EDITA “A TEMA LIBERO”, che sarà da Voi già stata pubblicata (o da Casa Editrice o in proprio) e si presenta quindi come un libretto, potrà contenere qualsiasi riferimento essendo “A TEMA LIBERO” e potrà spaziare su temi alti dell’esistenza, su temi universali che abbracciano il genere umano. È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj a ricordo dei raduni, delle adunanze, organizzati da S.A.R. Christina di Svezia.

Art.1

Si richiede per la III Ragunanza di POESIA, che il testo sia compreso in un massimo di una (1) pagina word e scritto in Times New Roman, a carattere 12 o 18 e che si rispettino in tutto i 13 Articoli, che specificano le norme, i diritti, i requisiti e le leggi di questo regolamento.

Art.2

La POESIA della sezione “NATURA” dovrà essere inedita e, per concorrere, andrà spedita via e-mail a apsleragunanze@gmail.com indicando e specificando la sezione da voi scelta: Terza Ragunanza di POESIA sezione: “NATURA” La POESIA sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso. Ai giurati sarà fatta pervenire la Vs POESIA in forma anonima. Terza Ragunanza di POESIA sezione: “SILLOGE DI POESIA EDITA” ovvero, già pubblicata (o da Casa Editrice o in proprio) sarà ammessa solo ed unicamente con il nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso. La Silloge di poesia dovrà essere spedita sia con piego di libri in una (1) unica copia a: A.P.S. “Le Ragunanze” c/o Michela Zanarella– Via Fabiola, 1 – 00152 Roma sia in pdf alla mail apsleragunanze@gmail.com indicando nell’oggetto la sezione. Nel foglio inserito nella busta insieme alla silloge dovranno essere specificate le indicazioni dell’autore: nome, cognome, contatto telefonico ed e-mail di rintracciabilità del partecipante al concorso.

L’assoluta competenza e serietà dei giurati permetterà una giusta assegnazione della votazione che porterà alla graduatoria finale.

Art.3

Le modalità espressive della POESIA e della SILLOGE non dovranno essere offensive né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore e della persona chiamata in causa a leggere.

Art.4

La partecipazione è soggetta alla tessera associativa equivalente ad € 10,00 per ogni sezione che sottintende la presenza dell’autore concorrente o la persona delegata ed include le spese di segreteria e l’acquisto di coppe, targhe, medaglie e pergamene nonché l’eventuale affitto della sala di premiazione ed un piccolo rinfresco.

Art.5

La scadenza per l’inoltro dei testi è fissata a giovedì 31 marzo 2016.

Art.6

Il giudizio della giuria è insindacabile.

Art.7

La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura delle POESIE secondo la graduatoria di premiazione di fronte agli astanti. Sono ammesse deleghe solo in presenza “certa” del delegato a ritirare il premio assegnato, il quale si dovrà mettere in contatto con la segreteria del premio.

Art.8

Qualora il delegato non fosse presente, il riconoscimento del premiato non sarà spedito, se non previo accordo con la segreteria.

Art.9

I partecipanti, le cui poesie siano state selezionate per la premiazione e la lettura in pubblico, saranno informati sui risultati delle selezioni mediante e-mail personale e segnalazione sul sito dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze”: http://www.leragunanze.altervista.org

Art.10

Le POESIE di entrambe le sezioni scelte e premiate saranno presentate e lette in pubblico DOMENICA 22 MAGGIO 2016, dalle ore 10,00 fino al termine delle letture e delle relative PREMIAZIONI all’interno di Villa Pamphilj nella Sala del Bel Respiro, conosciuta come antica vaccheria dei principi Pamphilj. Qualora per suggestione o timidezza l’autore decidesse di non leggere la propria opera in pubblico, questa sarà letta da un attore o un’attrice che darà professionalità all’evento stesso esaltando al contempo la poesia dell’autore.

Art.11

A tutti i selezionati sarà inviato, con largo anticipo, l’invito a partecipare alla PREMIAZIONE e al reading. Le POESIE di entrambe le sezioni premiate, che saranno lette in pubblico e ritenute idonee dal giudizio insindacabile dei giurati, saranno inserite nell’antologia di POESIA pubblicata dalla Casa Editrice più idonea e sarà disponibile per l’acquisto nella giornata di lettura al pubblico e comunque acquistabile nelle librerie virtuali e fisiche tramite il codice ISBN che le verrà attribuito.

Art.12

I PREMI saranno così suddivisi: Terza Ragunanza di POESIA sez. “Natura” – I PREMIO, primo classificato: (coppa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe) Terza Ragunanza di POESIA sez. “SILLOGE DI POESIA EDITA” – I PREMIO, primo classificato: (coppa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe) 5 5 Secondo classificato POESIA sez. “Natura”: (targa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe) Secondo classificato POESIA sez. “SILLOGE DI POESIA EDITA”: (targa con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe) Terzo classificato POESIA sez. “Natura”: (medaglia con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe) Terzo classificato POESIA sez. “SILLOGE DI POESIA EDITA”: (medaglia con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe) Dal quarto al decimo classificato per la sez. di POESIA “Natura” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe). Dal quarto al decimo classificato per la sez. di POESIA “SILLOGE DI POESIA EDITA” saranno consegnate le Menzioni d’Onore (cartiglio pergamenato con i sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe).

Tutti i partecipanti presenti, e solo i presenti, riceveranno brevi manu l’attestazione di partecipazione alla Terza Ragunanza di POESIA per aver concorso con l’opera, anche se questa non si è posizionata tra i vincitori. L’attestazione avrà la stampa dei sette loghi: Consiglio Regionale del Lazio, Roma Capitale XII Municipio, Ambasciata di Svezia, Le Ragunanze, Magic Blue Ray, Golem informazione, Turisport Europe.

Art.13

Nel file d’invio a apsleragunanze@gmail.com includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica, (per i minorenni includere anche l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci con la fotocopia della loro carta d’identità) la dicitura “SARÒ PRESENTE”, fotocopia del versamento di € 10,00 (per i soci già iscritti all’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze” la quota è di € 5,00 – Si ricorda comunque che la tessera ha valore annuale) da effettuare tramite ricarica Postepay n° 5333171018479663 intestato a Michela Zanarella, C.F. ZNRMHL80L41C743L per i diritti di segreteria ed acquisto premi, riconoscimenti, affitto sala, piccolo rinfresco; in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata: “Dichiaro che i testi delle POESIE da me presentati a codesto concorso sono opere di mia creazione personale e inedite. Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia, della Narrativa e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati del concorso Terza Ragunanza di POESIA”

Referente concorso:

La Presidente dell’A.P.S. “Le Ragunanze”, Michela Zanarella apsleragunanze@gmail.com

“Non chiederci la parola” Atti del convegno su Sbarbaro, Montale e Gozzano

In eBook “Non chiederci la parola… Gozzano, Sbarbaro, Montale”

Esce con Matisklo la raccolta di saggi sulla triade poetica

nonchiedercilaparola“Non chiederci la parola… Gozzano, Sbarbaro, Montale” è l’eBook, disponibile da oggi in tutte le librerie on-line, che raccoglie gli atti dell’omonimo convegno tenutosi a Cengio (SV) nel maggio 2015.

Dedicato alla maggior triade poetica ligure-piemontese del ‘900, l’opera fa da complemento alla precedente “Pavese, Fenoglio, Calvino. Il mestiere di vivere, il mestiere di scrivere” pubblicata nel 2014 e dedicata invece alla maggior triade narrativa.

Curato da Giannino Balbis, il libro raccoglie saggi e interventi di Arnaldo Di Benedetto (Università di Torino), Mariarosa Masoero (Università di Torino), Fabio Barricalla (Università di Genova), Marino Boaglio (Liceo “G.F. Porporato”, Pinerolo), Valter Boggione (Università di Torino), Giangiacomo Amoretti (Università di Genova) e Stefano Casarino (Liceo “G.B. Beccaria” di Mondovì).

Per approfondire: www.matiskloedizioni.com/nonchiedercilaparola

“Per i terremotati d’Abruzzo” di E. Marcuccio, con traduzione in aquilano

PER I TERREMOTATI D’ABRUZZO[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

Tutto hanno perduto,

le macerie li han travolti

e in un minuto

le loro case, la sicurezza

li ha abbandonati.

Corpi dispersi,

corpi ritrovati

vivi e feriti,

che si perdono nella massa informe,

che si annullano tra le macerie

nella rovina,

nel pianto,

nell’abbandono.

Vista orribile, dolore orrendo!

I sopravvissuti che sopraggiungono

si perdono in quel mare di cemento,

si confondono nella rovina di quelle case,

e chiedono aiuto, a tutti chiedono aiuto!

8 aprile 2009

per terremotati_onna_ok11

TRADUZIONE IN DIALETTO AQUILANO

PE’ JIU TARRAMUTU DE J’ABBRUZZU[2]

TRADUZIONE A CURA DI LUCIA BONANNI 

Tuttu quantu se so’ persi[3],

(‘mezzu a jiu dirupu)[4]

ij muri se so’ sciricati[5]

e a issi se so’[6] accarrati ‘nnanzi

e entro ‘nu minutu

le case se so’ sbriccate[7], lo bbóno[8]

ij’ à lassati.

Corpi arruati[9] de qua e dellá

corpi retróáti

vivi e tormendáti[10]

que se perdu entru tanta tisolazió[11]

que non se recónúsciu ‘mmezzu a le macerie

‘mmezzu a la ruina

‘mmezzu a iju piantu

‘mmezzu a iju tormentu.

Dolore scuru, tristu lamentu![12]

Quiji que non so’ morti révengo arréte[13]

se perdu entru ‘nu mare de cementu,

s’accappanu[14] éntru la disgràzia de quéle case

e addómannanu ajiutu

(sperzi e accorati)[15]

a tutti quanti addómannanu ajiutu!

Traduzione di Lucia Bonanni

1-10-2015

[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 18.

[2] Traduzione in vernacolo aquilano di “Per i terremotati dʼAbruzzo” di Emanuele Marcuccio, a cura di Lucia Bonanni. Riguardo al titolo ho tradotto con “Pe’ jiu tarramutu de j’Abbruzzu” (Per il terremoto dell’Abruzzo) perché la parola tarramutati in aquilano non è molto usata.

[3] Nel primo verso ho preferito tradurre con tuttu quantu se so persi invece che tuttu ànnu persu perché mi sembra che così ci sia l’allitterazione in “i” a fine rigo nei vv 1, 3 e 4.

[4] I versi tra parentesi sono stati inseriti per dare forza alla traduzione. Dirupu qui sta per evento tragico, cataclisma.

[5] Sciricati, rovinati, devastati.

[6] Nei versi 1, 3 e 4 ho volutamente ripetuto l’espressione se so’ per formare unʼanafora.

[7] Sbriccate, cioè macerie, sassi, bricco è il sasso di piccole dimensioni.

[8] Lo bbòno sta per il bonum latino, cioè le cose buone quindi la sicurezza.

[9] Arruati sta a significare buttati in mezzo alla strada, rua infatti vuol dire strada.

[10] Tormentati come sinonimo di feriti.

[11] Tisolaziò sta per “massa informe”.

[12] “Dolore scuru, tristu lamentu” per tradurre i versi “Vista orribile, dolore orrendo”. La parola scuru viene usata con significati diversi, per esprimere sofferenza, dolore e disappunto; l’espressione “scura mi” significa “povera/o me”, tristu ha significato simile al latino, una persona trista è una persona poco affidabile.

[13] Quij que non so morti revengo arrete, ho usato un’antifrasi per tradurre “i sopravvissuti che sopraggiungono”.

[14] Si nascondono, per dire che si confondono nella rovina delle case.

[15] Sbigottiti e fortemente addolorati.

A Castel D’Emilio (Agugliano) una serata in poesia in attesa del Natale

L’Associazione Culturale “La Guglia” presenta l’evento

“ASPETTANDO NATALE…….PAROLE E MUSICA” 2015

8 DICEMBRE 2015  ore 17:30

CASTEL D’EMILIO  –  CHIESA SANTA MARIA DELLE GRAZIE  

Letture dei poeti Elvio Angeletti, Massimo Grilli, Mauro Cancellieri

INVITO CL 8 dicembre Casteldemilio-page-001

“L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta” a cura di Lucia Bonanni

L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta

Lettura critica del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge  Anima di Poesia (2014)

Soffi leggeri di quel vento
di poesia… pervade e abbraccia
l’anima nel più profondo.
                    Emanuele Marcuccio
Mi rapisce
l’alta armonia, suprema riecheggia
immenso amor;
arte: felicità soave
che per l’ampio calle mi commuovi.
[E]roico canto, risuona!
                         Emanuele Marcuccio
Chi scrive parla di cose che tutti conoscono e che non sanno ancora di conoscere. Il senso della letteratura è il senso del lavoro di un uomo  che si esprime con carta e penna. Scrivere è trasmettere sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. <Scavare un pozzo con l’ago> è un bel modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore. Credo che la letteratura sia il tesoro accumulato dall’uomo nella ricerca di se stesso” (Orhan Pamuk, La valigia di mio padre).
Nella segreta geometria della vita Emanuele Marcuccio è esempio di scrittore che lavora con pazienza, gioia e perseveranza, sviluppando un mondo suo personale. Egli scrive per la necessità innata di scrivere, per abitudine e per passione, scrive per trasformare la realtà, non essere dimenticato e riuscire ad essere felice. “Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura” (O. Pamuk, op. cit.) e Marcuccio ogni giorno si lascia avvolgere dalle consolazioni che gli derivano dalla pratica letteraria. La sua ispirazione poetica è “un’ispirazione drammatizzata” in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore. Il suo lavoro è imperniato sul voler capire fino in fondo i segreti che una strada, la gente, un albero, il mare, il sole, le navi, le case, gli amici e tutte le vicende umane possono trasmettere e rivelare così immediatezza di scrittura e la responsabilità verso l’attitudine dello scrivere. In questo suo percorso Marcuccio è come un Robinson  Crusoe che si perde in un’isola poetica e come un Don Chisciotte che non combatte contro i mulini a vento, ma si fa portavoce di libertà interiore. Con i suoi scritti offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo. Come afferma Mallarmè “Ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro” e Marcuccio nei suoi libri, oltre a se stesso, include l’Umanità intera. E parla della forza immaginaria di un’anima racchiusa dentro una cornice di versi.

Anima di poesia che mi abbracci

nell’attesa, nel silenzio,

mi sembra di sognare…

Anima di poesia, non svegliarmi,

lasciami ancora sognare…[1]

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900In questi versi il poeta esprime amore e trasporto emotivo verso l’arte poetica, si lascia abbracciare, si lascia vezzeggiare e ninnare dalla Musa tanto che gli sembra di vivere un sogno talmente bello che non vuol svegliarsi, ma tenere intatta la magia del momento. È una lirica pervasa di quiete, illuminata da luce soffusa e dalla “limpida meraviglia/ di un delirante fermento” e come Ungaretti anche Marcuccio scava nel proprio silenzio per trovare la parola giusta e affinare il verso.
Cultore e appassionato di musica classica, nei grandi compositori trova “riflessi di cose calme (e) una luce nasce nel suo petto” e come per Federico García Lorca, al quale ha dedicato ben quattro poesie,  le musiche di Debussy sono per lui motivo di ispirazione poetica. Nei suoi versi “Gli odori della notte/ si disperdono nell’oscurità/ [e] si assottigliano nell’immensità” oppure, come nella lirica “Bach”, le note si rincorrono a formare un’ “Architettura perfetta/ [di] armonia infinita”. Nella lirica “Gli odori della notte” le forme verbali, ben calibrate e centrate nel verso, “si disperdono”,  “si assottigliano”, “si  dileguano” sono  legate alle  forme lessicali dei complementi di luogo “nell’immensità”, “nell’oscurità”, “nell’oblio”  e fanno risaltare l’andamento musicale della lirica e danno maggior rilievo alla scelta non casuale degli aggettivi più che una partitura di parole che si muovono sul pentagramma della pagina di scrittura. Da notare in questa lirica la finezza espressiva che mette in relazione i concetti espressi dai verbi e dal lessico e che sono complementari e contrari. L’oscurità dà senso di vuoto, è dispersiva e attutisce i rumori, l’immensità dà senso d’infinito e in essa le cose divengono sempre più sottili e invisibili man mano che percorrono lo spazio cosmico.
Nella lirica “Eternità” scritta per omaggiare il poeta Nazim Ikmet, l’avverbio di luogo “oltre” è ripetuto in anafora per ben  cinque volte per dare forza al discorso poetico e rafforzare l’idea che  la poesia è comunicazione che rende più consapevoli e responsabili gli uni verso gli altri e fa scoprire umanità. La vicenda del poeta turco avvince e rammarica al contempo; i periodi di prigionia non affievoliscono la sua vena poetica, anche se gli viene negato il lapis e un pezzo di carta ed egli è costretto a trasmettere a mente i suo versi a chi si reca a fargli visita. “La mia vita si disperde in me e si ritroverà in te per lungo tempo e nel mio popolo per sempre”. Così “Oltre quel fumo,/ […] quella porta,/ […] il mare immenso,/ […] l’orizzonte sconfinato” Marcuccio pianta l’olivo della Pace e traghetta il poeta verso un nuovo domani. Il filo rosso che lega le liriche “Io sole”, “Girasoli” e “Torna l’estate” è una gamma cromatica variegata e fulgente; qui il sole assume carattere di creatura composita, è “riflessivo e meditativo” e si mostra figura dialogante mentre l’io lirico del poeta fa da narratore interno e ricorda alla luna  che lei è “sovrana/ […] nell’ampia notte” e la sua “ombra d’argento/ sovrasta la terra” mentre “il giorno è il [suo] regno” e i suoi raggi “corrono lungo/ il tempo e lo spazio”. C’è una nota di malinconia in questa trasposizione scenica in cui l’esistenza è fugace e la corsa inesausta del sole ricorda che “il tempo fugge”  e “la terra brucia” nel suo moto di rivoluzione intorno a quel dio pagano, venerato e amato fin dall’antichità.
Portami il girasole ch’io lo trapianti/ nel mio terreno bruciato dal salino” scrive Montale e Marcuccio nei girasoli trova “bionde trasparenze” e rinviene la luce della Poesia che “ci fa poeti” e “ci illumina anche di notte”. I “riposi enormi” dell’estate sono per Marcuccio motivo di tedio e stanchezza per l’ “incessante cicaleccio” che si perde per le vie, noncurante di quel “raggio accecante” che fa delle fronde “arbusti accesi”. Ma nella stagione che addensa il clima, l’autore troverà “quel varco di cielo” e “un chiarore d’azzurro” (riprendo la felice espressione di una sua recente poesia) che sapranno mitigare il senso di calma noia che si insinua nel  suo animo e gli porta il desiderio di volare lontano e restare sereno in “altri lidi”. Le belle immagini del “raggio accecante” e degli “arbusti accesi” sono speculari e simmetriche; alla luce forte dell’uno corrisponde il fuoco cromatico dell’altro; immagini nitide per esposizione luminosa, ma per certi versi angoscianti per quel senso di solitudine evocato e che fa pensare alle distese assolate della terra siciliana. Come per i grandi musicisti Marcuccio dedica e si ispira agli scrittori che hanno fatto grande la letteratura e dalle sue letture emergono dediche ai personaggi a lui più cari. La lettura di Manzoni lo porta a scrivere versi di ammirazione per la delicata figura di Lucia Mondella e la casta bellezza della ragazza è descritta nei “capelli neri e vergognosi” e negli “occhi tremanti”; neppure i “vaghi rai fulminei” che di luce inondano la casa natale riescono a scalfire la sua purezza. Il poeta vorrebbe, e qui la voce lirica è quella di Renzo, “naufragare nell’incanto” e nel “soffio dorato del […] sorriso” di Lucia.
Jesi-14-11-2015 (1)È strabiliante vedere la capacità immedesimativa e di trasposizione empatica che Marcuccio mostra nei propri lavori e la sua poetica, che ad una prima lettura potrebbe  apparire come semplice sfogo e soltanto di genere intimista, parola per parola denota e si connota nella poesia civile per la costante  attenzione che il poeta pone al mondo circostante. Da  ciascuno dei suoi componimenti, si evince, sì, la nota intimista, ma è proprio questa il motore di tutta l’impalcatura poetica e che fa scaturire menzione oltre il sé psichico. Ecco allora che la parola si fa di seta e il verso volge la prua verso le vicende umane, gli affetti, gli amici, la bellezza della Natura e la vita nella sua realtà logica e cronologica.
Di una tenerezza infinita la dedica che apre la silloge: “Alla cara memoria di mio padre”, una memoria sacra, indelebile, cadenzata nel cuore e, impressa nell’anima. Una memoria invitta e invincibile che il poeta elabora nella lirica “Caro papà”, mettendo  a nudo la tenerezza del sentimento filiale. Sembrano quasi una nenia questi versi espressivi e concisi in cui dondola il ricordo di quell’uomo “piccolo e indifeso/ in quel letto d’ospedale”. La chiave di lettura di questo componimento sta nei due aggettivi piccolo e indifeso del primo verso e in quello che chiude la lirica “poi l’ultima… basta…!”. Proprio come un bambino piccolo l’uomo dal respiro affannato  e la mano al tatto fredda e assente, invoca la mamma a chiedere aiuto per quell’imperativo categorico che non lascia scampo. Altamente evocativo e coinvolgente il vocabolo “basta” che non necessita di altre spiegazioni perché da solo basta a lasciar intuire il significato, l’epilogo e il commiato.
Gli affetti per Marcuccio sono punto forte di riferimento del proprio vissuto e il sentimento di amicizia è per lui parte fondante delle relazioni sociali e artistiche. Non manca perciò di elaborare versi per gli amici e “Telepresenza”, “Anima di poesia”, “Supersonica”, “Il viaggio”, “Muro, che ti discosti…”, “Pensieri”, “Vento di poesia” sono i componimenti dedicati agli amici e agli autori con cui intrattiene affinità elettive, affinità che trovano accoglimento nel progetto di “Dipthycha”, ideato e curato dallo stesso Marcuccio e che quest’anno giunge al suo terzo volume. L’idea creativa del curatore dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del primo dittico realizzato nel 2010, con il suo componimento  “Telepresenza” e con “Vita parallela” della Calzolari. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “telepresenza/ frapposta da un foglio di vetro” (Marcuccio) in cui “sensazionintese di parole unite/ costituiscono mondi di umanosentire” (Calzolari). Nel teatro del web lo spettatore non ha davanti a sé la cavea, ma “un foglio di vetro impazzito” (M) e una tastiera “in realtà autentiche” (C) in cui l’individuo vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi; contenuti ascrivibili alle uguaglianze e differenze  di ciascuno e collegati fra loro da un filo rosso che li lega in circolarità empatica
La tecnica compositiva spesso usata da Marcuccio è quella del contrasto e dell’antitesi mediante la quale mette a confronto immagini, emozioni, vicende e accadimenti. Nella lirica “Punte” elabora una sinossi iconica tra la punta di un albero, probabilmente una conifera, e la punta di un iceberg. Dai rami verdi si sprigiona profumo intenso che inebria il buio della notte; al contrario un ammasso glaciale può procurare solo bufere. Ma l’espressione “la punta di in iceberg nel glaciale/ propaga/ bufere// all’aurora” è da intendersi in senso metaforico, infatti fa pensare ad un dissidio interiore che scatena malessere e bufere verso una speranza nascente ovvero una circostanza non piacevole che va a scalfire idee già organizzate nella mente. Talvolta il senso di solitudine pervade l’animo del poeta che “nelle luci opache” si immagina distante e smarrito e quasi invisibile in mezzo alla gente e per mitigare il suo “agire impedito” traguarda la folla, va oltre, al di là di certi “ammassi/ informi”. “Carpe” è voce latina perentoria del suo animo che lo induce a cogliere il respiro della Musa per ritrovare in se stesso “vasti spazi di possibile” e riempire le mani di compassione e pietà per chi “espia colpa” a causa del furore di eventi nefasti. “Sibila lontano la guerra/ e giunge/ distruttiva…” (“Muro, che ti discosti…”), “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti/ che si perdono […]/ che si annullano […]/ nella rovina,/ nel pianto,/ nell’abbandono./ [E] a tutti chiedono aiuto!” (“Per i terremotati d’Abruzzo”).

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità[2]

A “Mare della Tranquillità” mi sono ispirata per scrivere “Anche l’oceano”. Nella lirica l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.
Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono <liriche “cosmiche”>, liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali.
Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura mentre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[3], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire , fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La poesia di Emanuele Marcuccio è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura.
È un respiro ampio di vita che “[…] ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[4].
Lucia Bonanni
San Piero a Sieve (FI), 29 novembre 2015
[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 27.
[2] Ivi, p. 38.
[3] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.
[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

A Marzocca dom. 6 dicembre “L’impegno civile nell’arte”

Domenica 6 dicembre a partire dalle ore 17 presso la Biblioteca Comunale “Luca Orciari” di Marzocca di Senigallia (AN) si terrà la serata dal titolo “L’impegno civile nell’arte” ideata e voluta da Elvio Angeletti e Lorenzo Spurio.

Durante la serata si presenterà il volume di poesie civili “Risvegli: il pensiero e la coscienza. Tracciati lirici di impegno civile” curato da Lorenzo Spurio, Marzia Carocci e Iuri Lombardi per PoetiKanten Edizioni che contiene testi di impegno civile di oltre 70 poeti italiani sparsi in tutte le Regioni.

Interverranno alcuni dei poeti presenti nella antologia che daranno lettura ai propri testi, tra cui Elvio Angeletti, Rossana Guerra, Elisabetta Freddi, Rosanna Di Iorio, Carla Abbondi, Marco Squarcia, Gianni Palazzesi.

A seguire interverrà il prof. Armando Ginesi, critico letterario, con un ecursus di opere scelte dell’arte figurativa che hanno un chiaro messaggio etico-civile.

Si susseguiranno poi la proiezione del video “Gli argini non sono sponde” curato da Franco Patonico per l’Associazione Nelversogiusto/Senigallia- Poesia relativo all’alluvione che riguardò Senigallia nel.

Il poeta e filosofo Valtero Curzi interverrà sull’argomento con un discorso dal tema “La poesia dialettale come impegno civile”.

Saranno presenti poeti e poetesse della Associazione Nelversogiusto/ Senigallia – Poesia che hanno accettato di collaborare all’iniziativa in oggetto. Durante la serata, inoltre, verrà aperta la mostra dell’artista Liliana Battaglia.

La S.V. è invitata a partecipare.

 

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Video integrale della serata

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Elvio Angeletti, Lorenzo Spurio, Armando Ginesi
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Elvio Angeletti, Lorenzo Spurio, Armando Ginesi
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Elvio Angeletti, Liliana Battaglia, Lorenzo Spurio
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Elvio Angeletti, Matilde Avenali, Lorenzo Spurio
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Elvio Angeletti, Rosanna Di Iorio, Lorenzo Spurio
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Valtero Curzi, Lorenzo Spurio, Armando Ginesi, Salvatore Greco, Elvio Angeletti

A Frosinone la presentazione di “Tracce di mare” di Amedeo Di Sora

Martedì 24 novembre a partire dalle 17:30 nel Salone di Rappresentanza della Provincia di Frosinone verrà presentato il nuovo libro del poeta Amedeo Di Sora intitolato “Tracce di mare”.

Interverranno il Maestro Gezim Hajdari e Barbara Abruzzesi.

La prefazione del volume è curata da Giuseppe Panella mentre la nota di postfazione è firmata da Lorenzo Spurio. 

La cittadinanza è invitata a partecipare. Evento gratuito.

Chi è l’autore?

Amedeo Di Sora è docente di Italiano e Latino nei licei.  Autore, regista, attore e vocalista, è direttore artistico della Compagnia Teatro dell’Appeso, da lui fondata nel 1980.  Poeta, narratore e saggista,  collabora con numerose riviste ed è redattore della rivista Il piede e l’orma.  È autore di numerose pubblicazioni di carattere creativo e storico-critico, di cui si ricordano alcune delle più recenti:   Alle sorgenti del Socialismo (Polis Poiesis, 2007); Il Teatro dell’Appeso (Compagnia Teatro dell’Appeso, 2010); Dieci registi in cerca d’autore (in collaborazione con Gerry Guida, Cultura e Dintorni, 2014).

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“Se è poesia, lo sarà per sempre” di Mauro Cesaretti, commento di Marco Moroni

PERDERSI NELL’ISTANTE

Se è poesia, lo sarà per sempre di Mauro Cesaretti: viaggio fra le profondità dell’anima e i limiti della vita

Commento di MARCO MORONI 

copUna luce in un’imprecisata profondità tenebrosa si fa «tersa e invisibile», questa la strana e apparentemente contraddittoria immagine con cui si apre Se è poesia lo sarà per sempre, la seconda silloge di Mauro Cesaretti; un’immagine dinnanzi alla quale è difficile non rimanere spiazzati.

Per svelare il mistero che si cela dietro l’interessante ossimoro è necessaria l’analisi dell’opera intera che propone continuamente figure esplicative di questa rappresentazione suggestiva.

Già Francesco Petrarca notava «che quanto piace al mondo è breve sogno» ed anche l’opera di Cesaretti sembra pervasa da questi brevi sogni, eventi intensi e puntiformi da cui nasce un viaggio ricco che ciascuno deve svolgere all’interno della propria anima. Il poeta, infatti, amaramente certo dell’impenetrabilità dell’individualità (vedi la lirica “Pesce fuor d’acqua”), non ci accompagna nel viaggio ma si limita a schiudere, con una chiave magica, la porta della nostra psiche invitandoci a scandagliare le sue profondità infinite.

E così appaiono dei bozzetti, frutto delle suggestioni dell’autore, che sanno però imporsi con tutta la loro nitidezza all’esperienza passata e magari un po’ sbiadita di ciascuno di noi, fra essi, per citare i più suggestivi, un porto che protegge le sue barche da «ogni onda maligna» o «le lacrime» – di rugiada – sui petali d’una rosa al mattino in “La magia del porto” e “Il sole del mattino”.

Le esperienze, rese spesso con composizioni di incisiva brevità, hanno il merito di rappresentare un Istante immortale, un momento che può portare l’uomo a profonde riflessioni sulla propria condizione che nelle poesie vengono presentate appunto solo come inviti, gentili allusioni, verso una scoperta della propria coscienza, troppo spesso dimenticata in quello stesso indaffararsi quotidiano che purtroppo non ci fa accorgere della meraviglia che intorno a noi continuamente si manifesta.

All’invito ad apprezzare la realtà con “gli occhi del cuore” (come suggeriva proprio Cesaretti nella prefazione della sua opera prima) si affiancano però dei momenti di grande malinconia: vecchi arbusti ormai troncati (in “Gli anni della morte”, da notare anche per la convincente impostazione ritmica) o paesaggi cimiteriali.

Queste poesie fanno così “da ponte” verso un’altra dimensione che permea l’intera silloge, quella della morte, sviluppata stavolta con riflessioni più ampie ed anche – sorprendentemente – esempi storici.

Proprio su questi ultimi è interessante soffermarsi: essi mostrano come la morte sia latitante sornionamente nella nostra vita, pronta a irrompere per decreto della sorte (“La battaglia del lago ghiacciato”) o a causa del male radicato nella storia, come ci ricorda la poesia “Sul campo di morte”, forse la più riuscita dell’intera silloge.

Quella luce che appariva nelle tenebre, è dunque destinata a divenire per noi invisibile, questa amara certezza non deve però farci perdere la fiducia nella vita, breve, terrena, ma durante la quale quella luce meravigliosa può divenire tersa, splendente, e regalarci il sentimento dell’Infinito.

MARCO MORONI 

Successo a Jesi con poeti da tutta Italia per la premiazione de “L’arte in versi”

Nell’affascinante cornice della Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni, nel cuore del centro storico di Jesi, sabato 14 novembre è andata in scena la premiazione della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, un evento culturale che annualmente chiama a raduno poeti in lingua e in dialetto di ogni parte d’Italia.  Dopo tre premiazioni del premio che hanno avuto la loro location a Firenze, da quest’anno il Premio è stato trasferito a Jesi, nelle Marche, per volere del Presidente, Lorenzo Spurio, che nella nota introduttiva alla antologia del Premio ne motiva le ragioni di fondo.
La partecipazione al premio in questa edizione è stata straordinaria e la segreteria si è vista ricevere 750 poesie in italiano e 90 in dialetto che una attenta giuria composta da esponenti del panorama letterario contemporaneo ha letto e valutato con particolare attenzione.
A Jesi sabato si è proceduto a consegnare i premi a tutti quei vincitori e menzionati che la Commissione di Giuria, presieduta da Susanna Polimanti, ha deciso di attribuire. Oltre ai premi da podio per entrambe le sezioni (il 1° premio per la poesia in italiano è andato ad Aldo Tei di Latina mentre il 1° premio per la poesia in dialetto a Gaetano Catalani di Ardore-RC) si è consegnato il Premio alla Carriera Poetica alla poetessa catanzarese Marisa Provenzano. Per vedere la lista completa dei premiati a vario titolo clicca qui.
Momenti particolarmente intensi si sono avuti nella seconda parte della premiazione quando la Giuria ha voluto ricordare il poeta novolese Bruno Epifani (1936-1984) e la poetessa locale Novella Torregiani (1935-2015) consegnando ai familiari i rispettivi Premi alla Memoria. A ritirare il Premio alla Memoria a Bruno Epifani è stata la moglie Maria Rosaria Savoia dopo la lettura attenta della lunga motivazione-analisi critica sull’importante opera del marito letterato di cui molte delle liriche furono scritte durante periodi più o meno lunghi di permanenza all’estero (Al Cairo, Barcellona). Nella motivazione la giuria ha cercato di collocare con onestà intellettuale e lucidezza di giudizio esegetico l’opera di Epifani tra quelle della tradizione degli autori meridionalisti contemporanei che hanno lasciato il segno, imperniando il dialogo intimo con sé stessi sul binomio antipodale di residenza e fuga dalla terra d’origine.
Il Presidente del Premio ha, invece, dato lettura alla motivazione per il conferimento del Premio alla Memoria alla poetessa portorecanatese Novella Torregiani recentemente scomparsa. Ida Angelici ha dato lettura ad alcune sue liriche in dialetto portorecanatese impressionando il pubblico per l’intensità espressiva e l’afflato intimo tipico delle poesie di Novella Torregiani dove il canto si fa lode al creato e l’amore è una preghiera di una speranza che sempre si rinnova. Il figlio della poetessa, Gianmarco Grilli, ha letto una lettera da lui scritta assieme al fratello per ricordare la poliedricità artistica nonché la grande umanità della madre. Non sono mancati frangenti di vera commozione.
La Giuria presente in sala era composta da Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Susanna Polimanti (Presidente di Giuria), Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Elvio Angeletti, Emanuele Marcuccio, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin e Iuri Lombardi.
Assenti i membri di Giuria Lella De Marchi, Martino Ciano, Marzia Carocci e Salvuccio Barravecchia.
La serata è stata impreziosita dagli interventi musicali, al piano, del Maestro Piero Gentili.
All’intero della cerimonia sono stati consegnati Premi Speciali a Franco Patonico, vincitore del Premio Speciale del Presidente di Giuria con una poesia ispirata al drammatico conflitto siriano. Andrea Pergolini, invece, è risultato vincitore della Targa Universum Academy con la poesia dal titolo “Ritorneranno a fiorire i tulipani” dedicata all’amica poetessa Augusta Tomassini (presente in sala), non vedente a causa della retinite pigmentosa. A consegnare il premio sono state Lilli Simbari e Michela Tombi, rappresentanti della Universum Academy per la Regione Marche.
Il giovane Gabriele Galdelli si è aggiudicato il Trofeo Euterpe, premio espressamente voluto dalla rivista di letteratura “Euterpe” (uno degli enti che organizzano il premio) perché nato con l’intento di premiare quella poesia che in maniera particolare traccia le figure del canto, dell’allegrezza e della spensieratezza arcadica, elementi costitutivi dell’iconica e leggiadra divinità greca.
Come ogni anno l’organizzazione del Premio ha convintamente sposato una determinata causa umanitaria alla quale indirizzerà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie del Premio. Per questa edizione gli organizzatori hanno deciso di devolvere al progetto “Ospedale senza dolore” della Fondazione Salesi Onlus di Ancona che supporta l’attività di ricerca relativa al bambino ospedalizzato, con particolare riferimento alle problematiche psicologiche e psicopedagogiche, al miglioramento della qualità di vita del periodo di degenza ospedaliera dei bambini e delle loro famiglie, all’attuazione di tutte le iniziative volte a favorire i contatti tra l’ospedale e l’ambiente esterno.
Gesto di grande esempio è stato quello inaspettato e amorevole di Gaetano Catalani, vincitore del 1° premio per la sezione poesia in dialetto con il testo “Piccirigliu meu”, che ha preferito non ritirare il suo premio in denaro di 200,00 € e di donarlo al Premio, affinché potesse contribuire all’importo finale dei proventi raccolti che verranno donati alla Fondazione Salesi.
L’attestazione della donazione che verrà effettuata sarà diffusa sui canali internet degli enti organizzatori al concorso e inviata a mezzo mail ai partecipanti al concorso.
A Gennaio si partirà con la nuova edizione del Premio, le cui modalità e termini di partecipazioni rimarranno inalterati: scadenza di invio dei materiali: maggio e premiazione finale: novembre.

ALBUM FOTOGRAFICO DELLA PREMIAZIONE (Foto di Valerio Lancioni)

Per vedere l’album completo con tutte le foto dei premiati a vario titolo clicca qui.

IL VIDEO INTEGRALE DELLA SERATA

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Dal Corriere Adriatico del 17-11-2015
Dal Corriere Adriatico del 17-11-2015

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